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Le piazze d'Italia, spazi pubblici per eccellenza, sono emblematici del livello di democrazia, libertà di pensiero, inclusione, rispetto e civiltà di un popolo. Oggi, una delle più celebri piazze d'Italia, Piazza San Marco, è diventata il simbolo del cambiamento profondo che è avvenuto: dalla libertà alla discriminazione, all' impossibilità di esprimere un'opposizione secondo le regole stabilite dalla costituzione. (e.s)

Di seguito il rifiuto del prefetto di Venezia alla richiesta del Comitato No Grandi (e di altre 21 associazioni cittadine e alcuni esponenti delle istituzioni e della cultura) di concludere la manifestazione di domani, sabato 8 giugno in Piazza San Marco.
«Ho letto con molta attenzione la lettera-appello con la quale mi viene chiesta la possibilita di concludere la manifestazione di sabato 8 giugno in piazza san marco.
Vi devo dire che ho apprezzato moltissimo il tono fermo ma civile con il quale avete avanzato una richiesta che, anche a mio avviso, é sostenuta da ragioni ormai a tutti evidenti.

Colgo nel vostro appello una tensione verso i beni della tutela ambientale e della città che condivido anch'io e per i quali mi batterò sempre.

E', come dite voi, "successo quello che non doveva succedere" ed é successo proprio nel giorno simbolicamente più pregnante in cui la Città si sposa con ii Mare.

II comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza pubblica garantirà come ha sempre fatto il vostro diritto a manifestare e lo farà nel modo più ampio e garantista sapendo sin d'ora che nessun oltraggio e nessun danno possono derivare a Venezia dalla libera espressione di un diritto costituzionalmente garantito quale é quello di manifestare in modo civile e pacifico il proprio pensiero.

Sono certo che la manifestazione sarà ampiamente partecipata e che avrà, come é giusto, una risonanza nazionale e internazionale.

La piazza di San Marco da molti anni non e più aperta a manifestazioni di carattere politico e questo a seguito dei fatti che molti anni orsono (1997) hanno oltraggiato quel luogo. Derogare alle intese che allora furono trovate tra tutte le forze politiche locali e nazionali significherebbe tornare ad esporre il luogo più bello e fragile della città alle dispute dei partiti, di tutti i partiti e movimenti politici che hanno molti altri siti sia in centro che nella terraferma dove poter manifestare le loro idee.

L'incidente di domenica scorsa segna uno spartiacque tra un prima e un dopo il 2 giugno 2019. Tutte le istituzioni hanno ora la consapevolezza che il transito di certe navi nel canale della Giudecca é pericoloso e che non si può perdere altro tempo per trovare una soluzione anche temporanea al problema.

Non smetterò di adoperarmi e di mettere a disposizione tutte le risorse mie personali e della Prefettura per agevolare ii percorso che possa portare in tempi brevi ad una soluzione che tuteli gli interessi ambientali, della città e dei lavoratori delle navi da crociera. Un percorso che possiamo fare assieme per il bene di questa città e della sua laguna. »

Dopo l'incidente di domenica mattina, nel quale una gigantesca nave da crociera ha investito un' imbarcazione e si è schiantata contro la riva, è stata indetta una manifestazione contro le grandi navi in Laguna. E' dal 2006 che A Venezia ci si oppone a questi mostri d'acciaio, pericolosi, inquinanti, devastanti. Non mancherebbero provvedimenti ai quali appellarsi per tenere fuori le navi, ma le istituzioni non esercitano i loro poteri, colluse come sono con gli interessi economici dominanti. Domani tutti alle Zattere, ore 16.00, anche se il prefetto ha negato il permesso di concludere il corteo a Piazza San Marco, luogo aperto a tutti i turisti e mercanti ma non a chi protesta!

Per ulteriori informazioni e aggiornamenti: comitato no grandi navi

il Fatto Quotidiano, 1 Febbraio 2019. Qui tutte le questioni aperte a Venezia: turismo, residenza, cambi di destinazione d'uso, inquinamento di aria e acqua, grandi opere, e il grande assente, il Piano Morfologico della Laguna, che tutto questo avrebbe dovuto contribuire a regolare. (m.p.r.)

Banfi o non Banfi, l’Unesco è un ente serio: a giugno la conferenza annuale a Baku dovrà decidere se annoverare Venezia tra i “Patrimoni dell’Umanità in pericolo” (insieme ad Aleppo e Leptis Magna) per il mancato rispetto delle raccomandazioni esposte in un denso studio del 2015, degno emulo del Rapporto Unesco su Venezia uscito giusto 50 anni fa. In tempi recenti, Vienna e Liverpool sono state retrocesse per molto meno, per singoli progetti edilizi discutibili: a Venezia, è tutta la gestione della città ad andare nel senso sbagliato, come denunciano in un imminente e-book Giuseppe Tattara, Roberta Bartoloni, Gianni Fabbri e Franco Migliorini, autori anche di un libretto dal titolo Governare il turismo.
Proprio sul turismo, l’amministrazione Brugnaro sembra voler far cassa e confondere le acque: la “tassa di sbarco”, da applicare chissà come ai singoli avventori, mentre si poteva semmai agire sulle agenzie e sui gruppi; le campagne di manifesti per il decoro urbano e i tornelli giù dal ponte di Calatrava, del tutto inefficaci; altri 9.000 posti-letto nuovi di zecca a Mestre, che vanno ad aggiungersi ai 7.500 già esistenti e ai 37.500 complessivi (a spanne) della città storica. Si poteva intraprendere invece una regolamentazione (anche di Airbnb) come a Parigi, Barcellona, Amsterdam, e varare un sistema di prenotazioni gratuito online atto a contenere gli escursionisti giornalieri, che sono ormai i 2/3 dei visitatori e costano più di quanto rendano.

Intanto, continuano i cambi di destinazione d’uso degli immobili (pratica deleteria iniziata con le giunte Cacciari degli anni 90); più del 70% degli acquisti di case a Venezia sono fatti da non residenti (muoiono così i negozi di vicinato, intere aree della città si spopolano e si dimezzano i posti-letto all’ospedale); vengono osteggiate le esperienze associative dal basso, come la colletta per una gestione condivisa dell’isola di Poveglia o la co-gestione partecipata dell’ex teatro anatomico della Vida in Campo San Giacomo (in quest’ultimo caso, lo sgombero è addirittura avvenuto con la forza pubblica contro artisti e passeggini).

Peggio va per le arie (inquinate quanto quelle di Padova) e soprattutto per le acque: al Lido si posa l’ultima paratoia del Mose (assurdo mastodonte che, come la stessa Unesco ventila, si rivelerà inutile a fronte dell’innalzamento dei mari), nei canali si fa ben poco per regolare la velocità dei natanti a motore (pochissime le multe) e in Laguna si tengono le Grandi Navi, che da anni continuano a passare dinanzi a Palazzo Ducale in spregio alle dichiarazioni dei politici e – così un dettagliato studio di Tattara – alla stessa convenienza economica della città. Ora le si vuole dirottare nella prima zona industriale di Marghera (un luogo, per inciso, tutto da bonificare, prima di una fantomatica “riconversione”), facendole passare nel Canale dei Petroli e nel Canale Vittorio Emanuele III, i quali andranno entrambi scavati fino ad arrivare a 260 metri di ampiezza, e consolidati con argini di pietra solidi e irreversibili. Una decisione, questa, che, oltre a generare prevedibili difficoltà di ingorgo e rischi di collisione con le navi merci, taglierà definitivamente in due la Laguna asportando 7-8 milioni di metri cubi di sedimenti e approfondendo i noti e riconosciuti danni idrogeologici causati dagli scavi dei canali degli anni 60.

Secondo Stefano Boato, per anni anima della Commissione di Salvaguardia, le delibere comunali in questo senso (al pari di quelle che varano la seconda pista dell’aeroporto di Tessera, tramite l’interramento di pezzi di Laguna) sarebbero senza mezzi termini illegittime (pare che lo stesso ministro Costa abbia chiesto chiarimenti): di certo, il dossier Unesco del 2015 chiedeva l’opposto.

A oggi manca ancora il Piano morfologico della Laguna richiesto a gran voce dall’Unesco: nel 2018 la Commissione Vas ministeriale ha bocciato quello partorito dal Corila (l’apposito organo del Consorzio Venezia Nuova, travolto dallo scandalo Mose ma recentemente rifinanziato e di nuovo pronto a elargire i suoi denari a università e centri studi), le cui mostruosità furono denunciate, per tempo e nel dettaglio, da Italia Nostra e dalla sua presidente Lidia Fersuoch. Per le Grandi Navi una prima soluzione – ventilata dallo stesso rapporto Unesco del 2015 – ci sarebbe: la creazione di un apposito terminal off-shore, auspicato da anni dai veneziani più avveduti sulla base di dettagliati progetti che hanno avuto anche l’assenso della commissione Via.

In uno scenario che assomiglia a quello prefigurato da Vittorio Gregotti vent’anni fa (“gestire la ricca decadenza come fenomeno turistico”), scompare la Repubblica fondata sul rispetto e il governo delle sue acque e sulla gestione sapiente delle problematiche sociali; sembra non si voglia cogliere l’opportunità di creare (decisivo, in questo senso, il destino ancora incerto dell’Arsenale) una nuova “città della conoscenza” che non si risolva nella portaerei della Biennale ma porti ricercatori e studiosi di mare, di arte, di lingue, di futuro a stabilirsi qui per periodi medio-lunghi, ridando fiato a una residenzialità che non sia d’assalto.

È questo il sogno che ancora tenacemente coltiva, dalla sua casa di Campo Santa Margherita, uno dei massimi urbanisti italiani, il novantenne Edoardo Salzano, animatore del prezioso sito eddyburg.it e protagonista delle pagine finali, e più commoventi, di Non è triste Venezia di Francesco Erbani (Manni 2018).

Tratto da Il Fatto Quotidiano.

AmbienteVenezia, 19 novembre 2018. Le propensioni del governo a spostare le navi a Porto Marghera sollevano forti preoccupazioni. Sono scelte frutto di iniziative lobbistiche, interessi particolari, visioni settoriali e non sulla conoscenza della laguna. Con riferimenti (i.b.)

Il Ministro Danilo Toninelli chiede una integrazione di documenti sulla questione delle grandi navi crociera a Marghera, ipotesi emersa nell’ultimo Comitatone di un anno fa.


Qualunque sia l’approccio che il neo Ministro alle Infrastrutture Toninelli intenda assumere sul tema veneziano (che auspichiamo essere coerente con la campagna elettorale del suo movimento che indicava le grandi navi crociera fuori dalla laguna) dovrà comunque prendere atto di un contesto della ricostruzione procedurale in cui:
Oggi esistono tutte le condizioni per estromettere dalla Laguna le grandi navi crociera, smarcandosi da quegli interessi di parte predatori del bene pubblico, in coerenza con la dichiarazione comune del’ottobre scorso dei Ministri Toninelli, Costa e Bonisoli: “garantiremo piena tutela ambientale, culturale e paesaggistica, mantenendo Venezia quale primario polo crocieristico italiano”.
Perseverare con manovre dilatorie o con altre ipotesi che dovessero profilarsi all’interno della Laguna il “governo del cambiamento” si renderebbe responsabile di creare una inaccettabile situazione di stallo che, a distanza di oltre 6 anni dal decreto Clini-Passera, consentirà di fatto per ancora tanti anni il transito delle grandi navi crociera attraverso il bacino di S. Marco ed il canale della Giudecca.

Riferimenti

Qui una sintesi della lunga vicenda delle grandi navi, dal 2012 con l'emanazione del decreto Cini-Passera alla vigilia dl nuovo governo Lega-5 Stelle: "La soap opera delle grandi navi" di Giulio Marco (Febbraio 2018).
Sulla gravità delle ripercussioni ambientali del progetto di Marghera, a favore del quale sembra essere anche il governo oltre che l'Autorità Portuale e gli interessi del crocerismo si legga "Grandi navi a Porto Marghera, progetto ad alto rischio" (Luglio 2017) di Andreina Zitelli
Sul famoso Comitatone del 7 novembre 2017 si legga "Grandi navi. Le voci per il bene comune e quelle degli interessi privati" di Lidia Fersuoch.
Vogliamo inoltre ricordare lo straordinario risultato del referendum popolare autogestito del 18 giugno 2017, a cui hanno votato 18.105 persone (80% per veneziani), il cui 98% si è espresso contro le grandi navi in Laguna. Qui il comunicato stampa a cura di Cittadini per l’aria onlus con Ambiente Venezia, e Comitato No Grandi Navi-Laguna bene comune, Ecoistituto del Veneto Alex Langer, Italia Nostra (Venezia), Movimento dei consumatori (Venezia) e We are here Venice. E anche un articolo di Giuseppe Pietrobelli "Venezia, in 18mila al referendum contro le grandi navi: “Risultato inatteso, porteremo i voti alle istituzioni”.
Segnaliamo inoltre perchè eddyburg ritiene fondamentale contrastare tutti i progetti che mantengono le navi nella Laguna di Venezia: "Venezia: perchè "No alle grandi navi" di Ilaria Boniburini e Edoardo Salzano (Settembre 2018).
Infine, sulle negative ripercussioni delle grandi navi e del turismo che esse portano si legga l'articolo di Clara Zanardi "Oltre la Nave. Sull'impatto antropico del crocerismo" (Geennaio 2018). (i.b.)

Dalla grande acqua alta del 1966, che minacciò di distruggere Venezia e la sua Laguna, si è compreso che una delle cause principali della catastrofe era costituita dal Canale dei Petroli, e perciò il parlamento decise che andava dismesso e i fondali ripristinati. Mezzo secolo dopo, ci si propone addirittura di raddoppiarlo per far passare le grandi navi che entrando dalla bocca di Malamocco si dirigono a Marghera, dove il nuovo governo pensa di spostare il crocierismo! Non a caso questo passaggio è chiamato l'autostrada del mare, per le colate di cemento che saranno necessarie. Per saperne di più sull'importanza strategica della dismissione del Canale dei Petroli nell'equilibrio della Laguna e sulle opere di allargamento e irrigidimento che si ritornano a proporre si legga la lettera di Stefano Boato "Dal canale dei petroli".Fonte: Nell'immagine le Draghe per lo scavo del canale dei petroli anni ‘60 (qui il link da dove è stata presa la foto).




il Fatto Quotidiano, 19 agosto 2018. Il modo abile e spregiudicato in cui una potenza finanziaria si impadronisce di una città, di una regione e detta alcune importanti regole del paese. (a.b.)

“La società ha fatto un puro calcolo di investimento, dal quale si aspetta un ritorno, un beneficio”. I veneti avveduti sanno che questo principio, esposto dal direttore generale Giovanni Cantagalli nel 1995, si applica a tutte le attività della Benetton, a cominciare da quella cui Cantagalli si riferiva, investimenti immobiliari del gruppo a Venezia. Precisamente denunciate da un pamphlet di Paola Somma (Benettown, Corte del Fontego 2011), le speculazioni in Laguna hanno coinvolto i tre gangli vitali della città. La più antica (1992-97) coinvolgeva una vasta area di proprietà privata alle spalle di Piazza San Marco, nella ristrutturazione, a carattere prevalentemente alberghiero, erano previsti un cinema, un teatro e una libreria, ma i primi poi non si fecero e l’altra sopravvisse finché i locali non vennero affittati a Vuitton nel 2010. Le due più recenti invece hanno riguardato il patrimonio pubblico.

Si tratta del prezioso edificio del Fontego dei Tedeschi accanto al Ponte di Rialto, per anni sede delle Poste, e della stazione ferroviaria di Santa Lucia: il Fontego fu acquisito da Benetton nel 2008 per 53 milioni di euro, ed è stato trasformato in un megastore del lusso (ceduto in gestione nel 2013 per 110 milioni al gruppo Lvmh) secondo un progetto dell’archistar Rem Koolhaas, con tanto di rosse scale mobili interne e terrazza sul Canal Grande: tutte varianti prontamente approvate da una Soprintendenza compiacente e da un Comune supino.

La stazione è stata trasformata in un enorme centro commerciale: la superficie per ristorazione e negozi è aumentata da 2500 a 9000 metri quadri, secondo l’accordo del 2009 con Grandi Stazioni, dominata dal gruppo Benetton. Il tutto ai piedi del famigerato ponte di Calatrava e all’ombra dell’ex direzione compartimentale delle Ferrovie, comprata dagli stessi Benetton per 70 miliardi di lire nel 1999 e rivenduta sei anni dopo alla Regione Veneto (che vi alberga oggi i propri uffici) per 70 milioni di euro. Per non parlare dell’isola di San Clemente, acquistata dai Benetton e poi rivenduta subito dopo la trasformazione in albergo di lusso, o della partecipazione del gruppo nelle avventure speculative del Parco San Giuliano e del quadrante di Tessera. Tutte operazioni nate nell’alveo della missione di “privatizzare Venezia” (come recitava un profetico libro edito da Marsilio nel ‘95) portata avanti per anni dal sindaco Massimo Cacciari, allergico alla cultura “vetero-vincolista” e pronto a identificare proprio in Benetton l’imprenditore-guida, il mecenate di una città “proiettata nel futuro”. Il futuro – a posteriori – è quello di una città moribonda.

Al di là delle questioni estetiche o urbanistiche, la penetrazione del gruppo Benetton a Venezia ha seguito, nelle parole di Paola Somma, un iter che assomiglia a quello di cui oggi s’inizia a parlare in rapporto alle concessioni autostradali: “Ogni tappa della lunga contrattazione ha visto il prevalere delle richieste e delle pretese del privato; tale predominio si è trasformato da eccezione a regola di governo”. Il processo si è iscritto in quella mutazione genetica che – complici i rapporti con la politica e i salotti buoni da Generali a Mediobanca, e la prontezza nel rispondere ai governi (per esempio nella vicenda dei “capitani coraggiosi” di Alitalia) – ha trasformato il gruppo “da un’entità che operava su di un mercato competitivo in una, almeno parzialmente, legata al carro pubblico” (Vincenzo Comito); ma c’è da chiedersi se davvero, come sosteneva l’economista Francesco Giavazzi anni fa, questa evoluzione sia un sintomo di debolezza e di subalternità alle decisioni del governo centrale (come sulle tariffe), specialmente quando la si collochi in un contesto di aderenze bipartisan. Storicamente “progressisti” grazie alle provocatorie campagne di Oliviero Toscani e ai loro slogan di sostenibilità, ecologia, responsabilità sociale, pace e fratellanza, i Benetton hanno saputo mantenere buoni rapporti sul territorio anche con la Lega, nel 2010 hanno ideato – tramite la loro branca “artistica” di nome Fabrica – la campagna elettorale del candidato governatore Luca Zaia: talché le ultime scaramucce sul referendum per l’autonomia dell’ottobre 2017 (Luciano Benetton schierato contro, e Zaia a rimbrottarlo) o sulla recentissima pubblicità di Toscani con i migranti, molto sgradita al ministro Salvini, ma non realmente censurata dal governatore, scompaiono dinanzi a una comunanza d’intenti che passa per un posticcio recupero del mos maiorum (Zaia ha salutato con grande favore il “ritorno ai maglioni” annunciato dall’anziano patriarca Luciano nell’autunno scorso), e più concretamente, per una serie di cooperazioni e sponsorizzazioni; anche attraverso lo sci: Alessandro Benetton, marito di Deborah Compagnoni, è a capo del potente comitato organizzatore dei Mondiali di Cortina 2021. E siamo oggi in odore di Olimpiadi.

Le Olimpiadi i Benetton le conoscono bene, in quanto furono tra i principali fautori della candidatura di Venezia 2020 (degna erede di quella all’Expo 2000 voluta da Gianni De Michelis), poi fortunatamente naufragata. E tra una squadra di basket o di rugby in grado di vincere trofei, e una Fondazione culturale capace di ingaggiare una parte dell’intelligentsia accademica (la Storia del paesaggio, i Beni Culturali, la Storia del gioco, la Storia veneta), la famiglia ha saputo conquistarsi una centralità assoluta nel “modello veneto” a livello imprenditoriale e culturale, e ha saputo così occultare alcuni aspetti meno edificanti della propria ascesa, fatta anche di subappalti disinvolti dalla Sicilia al Pakistan, di decentramento della produzione e dei rischi, di inopinate delocalizzazioni, di rapporti poco amichevoli con i contoterzisti e i rivenditori monomarca. Di queste cose parla, con dovizia di esempi, Pericle Camuffo in United Business of Benetton (Stampalternativa 2008), un libro che racconta anche la fosca storia dell’espansione latifondistica del gruppo in Patagonia a spese del popolo Mapuche (chi oggi si sorprende dinanzi a certi comunicati di Atlantia dopo il crollo di Genova dovrebbe confrontare la protervia di altre note emesse dai Benetton in quella vicenda).

Ma la centralità non conosce confini, e vale anche nel senso più glocal, tra la spada e la tonaca: nell’antica Treviso, il vecchio colorato megastore degli United Colors ha presidiato per anni il fianco del Palazzo dei Trecento, antica sede del potere civile in Piazza dei Signori; e da pochi mesi gli headquarters della finanziaria Edizioni, che controlla tutte le attività del gruppo di Ponzano (comprese le concessioni autostradali), si sono trasferiti proprio davanti al Duomo, nell’edificio dell’ex tribunale, restaurato e riqualificato con tanto di galleria di arte contemporanea sul retro.

Articolo tratto dalla pagina qui raggiungibile.

Venezia camb!a, 31 luglio, 2018. La giunta Brugnaro complice della speculazione immobiliare trasforma fraudolentemente le regole urbanistiche vigenti in strumenti per la valorizzazione immobiliare. Con riferimenti

La recente delibera della Giunta del Comune di Venezia (del 26 luglio) che avvia l’approvazione di una parte del nuovo Piano degli Interventi, sostanzialmente il nuovo Piano Regolatore, se approvata dal Consiglio Comunale creerebbe un gravissimo precedente di illegittimità.

Su un totale di 587 proposte presentate se ne estrapolano 110 che vengono ritenute prioritarie per accordi pubblico-privati, di queste solo 22 vengono ritenute “di interesse pubblico” e però 100 sono comunque avviate all’approvazione in base ad Accordi proprietari-Comune che consentono l’approvazione delle proposte in deroga alle norme urbanistiche vigenti.

Gli Accordi tra Comune e soggetti privati, in base alla legge urbanistica del Veneto del 2004 (art. 6), consentono di “assumere nella pianificazione progetti e iniziative di rilevante interesse pubblico”. Le approvazioni in deroga agli strumenti urbanistici sono sempre state casi eccezionali da votare prima in Consiglio Comunale e poi da ratificare in consiglio provinciale. Ma così l’ “Urbanistica Contrattata” caso per caso con i privati diventa un sistema di pianificazione generale di interessi privati approvati in deroga, in contrasto con norme e vincoli senza modificare i piani vigenti.

Peraltro, le proposte vengono sintetizzate in poche righe che non consentono minimamente ai consiglieri comunali – che dovrebbero avere comunque la possibilità di accedere agli originali delle proposte e delle istruttorie- di valutarne contenuti e l’ipotetico “rilevante interesse pubblico” che solo può consentire al Consiglio Comunale le singole approvazioni in deroga specifiche.

Già sulla stampa emergono numerosi i casi di progetti già negati negli anni scorsi perché clamorosamente in contrasto con le normative vigenti, progetti che ora vengono riproposti e giudicati “prioritari”.

Viceversa le proposte, come quelle del Forum Arsenale, di Venezia Cambia e dell’Ecoistituto del Veneto, dichiaratamente presentate con riguardo esclusivamente a interessi pubblici, e senza diretti interessi commerciali dei proponenti, pertinenti alla strumentazione urbanistica ora in discussione, vengono tutte classificate in una categoria ‘evanescente’ denominata IDEE che le confina in una sorta di limbo, posticipandone l’esame solo dopo l’esaurimento della procedure relative a tutte le altre proposte rispondenti a interessi economico-commerciali privati.

E’ da sperare e chiedere che ora (dopo un anno di ritardo), senza prima una ampia discussione di tutta la città e del consiglio comunale, la giunta non avvii l’elaborazione dei singoli Accordi con i privati.

Il Comune di Venezia ha avuto una lunga e meritoria storia nella elaborazione urbanistica che ha sempre coinvolto nella partecipazione e discussione, anche molto accesa, tutte le forze sociali, culturali, economiche, politiche e le municipalità.

Questa città non merita, rispetto alla sua storia urbanistica, un tale degrado di merito, di mancata partecipazione e di subordinazione dei veri interessi pubblici attinenti alla pianificazione urbanistica generale a quelli dei singoli privati.

riferimenti
Link al testo della delibera n.273 del 26 luglio 2018 della giunta comunale di Venezia.
Link all'Allegato 1 con la valutazione delle proposte intervenute e i progetti approvati con il Piano degli Interventi.

la Nuova Venezia e facebook di Paolo Lanapoppi, 3 giugno 2018. Il ri-posizionamento dei tornelli, che avrebbero la pretesa di contrastare l'assalto dei turisti, riaccende giustamente le proteste (m.p.r.)

la Nuova Venezia
FLASH MOB DEI CENTRI SOCIALI

«BENVENUTI A VENICELAND»
di Roberta De Rossi e Vera Mantengoli

«Non tirate le noccioline ai residenti. Munitevi di biglietto, questo è un Luna Park serio. Se non siete ricchi, andatevene, siamo la nuova polizia di Brugnaro. Benvenuti a Veniceland». Ieri mattina una quarantina di attivisti dei centri sociali, vestiti con gilet catarifrangenti, ha improvvisato un siparietto davanti ai varchi di Lista di Spagna, presidiati dalla polizia municipale. L'obiettivo: contestare gli ingressi «da parco giochi» voluti dall'amministrazione per deviare i flussi turistici in caso di sovraffollamento e ribadire l'urgenza di affrontare la questione della residenzialità. Il flash mob - iniziato sulle 10.30 e durato un'oretta - non ha impedito la circolazione, ma ha creato molto stupore tra chi era diretto verso Strada Nuova.

Nel giro di un battibaleno i manifestanti, confusi nella folla, arrivano ai varchi, costruiscono un gazebo biglietteria e iniziano a distribuire ai passanti una cartolina-biglietto con la scritta «Veniceland. City Day Ticket. Big Discount», raffigurante una Venezia in versione Disneyland: al di là del varco, altri manifestanti pronti a strapparla, proprio come si fa all'ingresso di un museo. Nel frattempo, in pochi minuti, le indicazioni stampate sui cartelloni gialli dei varchi per l'ingresso di residenti e titolari di tessera Imob, vengono coperte da manifesti con le scritte: «LunaPark» e «Veniceland. Ticket Here». In tutto questo, Tommaso Cacciari - a mo' di Mangiafuoco del Paese dei Balocchi - urla da un megafono, in italiano e inglese: «Stiamo preparando gli ultimi sfratti, entrate solo pagando. Ogni casa sarà a disposizione dei turisti mordi e fuggi, noi siamo i nuovi steward dell'amministrazione».
La gente guarda sbigottita quanto accade. Qualcuno pensa che si tratti di una protesta contro un circo, altri chiedono se si debba pagare il biglietto. Davanti a tanto frastuono, una cinquantina di turisti giapponesi decidono di restare "asserragliati" all'interno dell'hotel Bellini, per uscirne solo a fine flash-mob. Passa la consigliera fucsia Francesca Rogliani - con borsa fucsia sottobraccio - e scatta un botta-e-risposta con i manifestanti, con lei che si allontana urlando: «Siete la rovina di Venezia, vergognatevi». La polizia locale decide di presidiare, arrivano polizia e carabinieri, cercando di deviare le persone verso il Ponte degli Scalzi. Parafrasando il sindaco Luigi Brugnaro - che, durante il Carnevale, aveva detto a chi si lamentava del caos di andare in campagna - Cacciari grida a gran voce: «Se vi danno fastidio i turisti andatevene in campagna».
Gli attivisti - a suon di inviti a comprare i biglietti e ad affrettarsi a entrare nel Luna Park - contestano una certa filosofia mercantile che secondo loro guida la città. Così, dietro al biglietto, c'è il programma della manifestazione del 10 giugno, organizzata contro il passaggio delle grandi navi, ma anche per «la casa e la residenzialità, per ripopolare la città e per farla finita con la svendita». Per un'ora, facendo finta di essere veri operatori, gli attivisti distribuiscono cartoline, alternandole all'esposizione di uno striscione fucsia (il colore della Lista Brugnaro) dove si vede lo skyline di una Venezia piena di ruote panoramiche e case: «Svendiamo tutto». E 5 parole a spiegare il cuore della performance: «74 turisti a ogni residente». «Stiamo completando la funzione dei tornelli, quella di rendere la città un parco turistico», spiega Cacciari, quando tutto finisce e torna tranquillo. Per poco.
Il gruppo, cantando «Venezia libera», prosegue con lo striscione fucsia verso i varchi del Ponte della Costituzione, dove ci sono alcuni momenti di tensione: gli attivisti "escono" dai passaggi destinati a chi entra, i vigili cercano inizialmente di fermarli, per poi lasciarli andare.«È stata una manifestazione pittoresca, colorata, senza alcun impatto sull'ordine pubblico», ha detto il vicario della Questura Eugenio Vomiero, «non era stata avvertita la questura, come previsto, tre giorni prima: lo segnaleremo all'autorità giudiziaria che valuterà se incorrono in sanzioni penali».
Sito personale FB

BRUGNARO DISTRUGGE MA I MEDIA NON CAPISCONO

di Paolo Lanapoppi

«Ecco il testo di una lettera che ho inviato questa mattina al giornale La Stampa. Vi terrò informati sull'esito, anche se dubito molto che si troverà lo spazio per la pubblicazione».
Gentile direttore,
nella mia città di Venezia acquisto ogni giorno e apprezzo moltissimo il Suo giornale. Purtroppo però ho dovuto notare che per quanto riguarda le notizie veneziane esso sembra seguire una tendenza (comune a molta stampa nazionale e internazionale) ad accettare e divulgare una versione dei fatti semplicistica ed errata. Pochi giorni or sono La Stampa ha pubblicato in una sezione "Speciale viaggi" un articolo del direttore di Risposte Turismo (definito "analista indipendente" nel corsivo) che esprimeva come obiettive le opinioni delle compagnie di crociera, molto interessate a mimimizzare l'impatto negativo della loro presenza.
L'articolo dava per buono il numero di 20 milioni di turisti l'anno nella città, mentre il numero generalmente accettato anche dai media è di 30 milioni; dichiarava che solo il 3 o 4 per cento dei passeggeri mette piede in città, cosa del tutto inesatta e dimostrata tale da numerose pubblicazioni (per esempio quelle dell'editore locale "Corte del fontego", lavori di esperti docenti universitari); non faceva cenno dell'impatto d'inquinamento atmosferico e lagunare e di mille altri problemi generati dalle crociere.
Oggi 3 giugno il giornale pubblica con molto rilievo (richiamo in prima pagina) la notizia dell'istituzione di "bollini rossi e neri per fermare i turisti", accettando e divulgando il malinteso per cui la politica del sindaco Brugnaro sarebbe tesa a ridurre l'impatto negativo del turismo eccessivo, mentre essa mira soltanto ad aumentare il numero dei turisti, diffondendoli, o "spalmandoli" nelle poche zone della città che sono rimaste parzialmente tranquille. Oggi i turisti sono una media di 84.000 al giorno e si mira a raddoppiarne il numero chiudendo alcune strade nei giorni di super-accesso e deviando le folle in arrivo su stradine (callette e ponti) un po' fuori mano.
L'articolo non dice che nessuna misura per ridurre i numeri è stata presa né è stata mai considerata. Le pressioni dell'Unesco sono state aggirate con altre misure dall'apparenza ragionevole ma in realtà catastrofiche, come l'Unesco ha forse capito concedendo alla città ancora due anni di tempo per proporre una seria politica di salvaguardia. Venezia sta morendo come città, cosa forse inevitabile, ma che i media dovrebbero raccontare nella sua verità e non accettando per buone le dichiarazioni di una giunta comunale interessata solo a far aumentare per i propri elettori gli introiti derivati dal turismo di massa.
Grazie se potrete pubblicare questa lettera, che solo molto parzialmente può menzionare alcuni dei disastri in corso in uno dei principali patrimoni dell'intera umanità.
Aleramo Paolo Lanapoppi Docente universitario in pensione. Autore di "Lorenzo Da Ponte" (Marsilio, 1992), "The Penguin Guide to Northern Italy" (Penguin Books, 1990 e seguenti), "Caro turista" (Corte del fontego, Venezia 2013).

la Nuova Venezia, 26 maggio 2018. La città devastata dal turismo sregolato di massa, legittimo erede della peste del 1630, con ampio commento (e.s.)

Chi riuscisse a vedere Venezia dall'alto e da lontano vedrebbe i governanti, e gli stessi cittadini che li eleggono, affetti da una straordinaria forma di schizofrenia. Da una parte, i sacrosanti lamenti perché i prezzi della vita quotidiana sono più alti che altrove, non si trova un alloggio in affitto a un prezzo decente, nelle botteghe e nei negozi la chincaglieria "made in Cina" caccia i prodotti dell'artigianato e dell'agricoltura locali, gli ingombranti mezzi di trasporto carichi di turisti che scorrazzano nella Laguna e nei canali interni, provocando la lebbra del "moto ondoso" che, dopo aver esiliato agli estremi margini della Laguna la ricca vegetazione autoctona, erodono oggi le fondamenta e i muri minacciandone, e a volte provocandone, il crollo.
Ma dall'altra parte si adoperano attivamente (gli uomini del governo e quelli della governance) , oppure supinamente sopportano, che la città e la sua Laguna vengono distrutti dalla nuova peste: Quello che,
d'après Luigi Scano, definiamo "turismo sregolato di massa" (si veda in proposito di Luigi Scano Turismo insostenibile)
L'icona che accompagna il titolo rappresenta la maschera a becco che rinvia alla tenuta dei medici che curavano la peste nera del 1630: il becco, da cio si prendeva l'aria per respirare, era imbottito di garze imbevute di disinfettanti. Diventarono una maschera carnevalesca. Molto a Venezia si risolve ancora così, in una carnevalata: c'è chi muore, chi fugge, chi rimane e rischia, e chi - come i medici di allora -si arricchisce. A questo proposito, informiamo il lettore non veneziano che l'area dei Pili, sulla quale si vorrebbe realizzare uno stadio con annessi servizi per la ricettività, è proprietà dell'attuale sindaco.

Seguono due notizie di Mitia Chiarin, riprese da la Nuova Venezia del 26 maggio 2018 sugli ulteriori progetti per l'incremento della peste (e.s.)

«MARCO POLO

IN 12 ANNI DIVENTERÀ UN COLOSSO»
di Mitia Chiarin

«Prima pietra dell'ampliamento del terminal passeggeri extra Schengen
Marchi: «Entro il 2030 ci allargheremo fino a 180 mila metri quadri»

Mestre. Dagli attuali 8 mila metri quadri, frutto dei lavori di ampliamento dello scorso anno, l'aerostazione del Marco Polo avrà entro il 2020 altri 3.500 metri quadri in più ma gli ambiziosi investimenti di Enrico Marchi e della Save non si fermano qui: entro il 2030 la aerostazione dell'aeroporto di Venezia arriverà, con la seconda fase del business plan in discussione con Enac, «a 180 mila metri quadri», dice Save. Un colosso aeroportuale in espansione. E la terza pista resta un possibile obiettivo.

Prima pietra. Prima pietra ieri per il cantiere da 28 milioni di euro dell'ampliamento del terminal passeggeri, dedicato ai voli area extra Schengen. Opere che rientrano nel Masterplan dell'aeroporto 2012-2021. Alla cerimonia hanno presenziato la presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati; il sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro; l'assessore ai Lavori pubblici del Veneto, Elisa De Berti; il presidente di Enac, Vito Riggio.
Pronta nel 2020. La nuova struttura, che sarà ultimata entro il 2020, costituisce la prima fase dell'ampliamento che per step diversi arriverà fino al 2030. Il prossimo passo è il lotto 2B destinato al traffico extra Schengen, i cui lavori termineranno nel 2027. Un progetto motivato dalla forte crescita di passeggeri extra Schengen, oggi il 32% del totale.
Sessant'anni. Il Marco Polo, spiega Marchi, presidente del gruppo Save, prosegue la sua milionaria campagna di espansione: il 2018 il Marco Polo festeggia 60 anni di vita e dai 6 milioni e 800 mila passeggeri del 2008 si è arrivati a 11 milioni con un incremento del 7% nei primi quattro mesi di quest'anno. «Il nuovo ampliamento del terminal passeggeri», ha detto Marchi, «avviene in assoluta continuità con la fase conclusasi lo scorso giugno con l'inaugurazione della nuova infrastruttura landside». Il 2016 era stato l'anno della grande darsena e del moving walkway; il 2017 l'anno del primo ampliamento.
850 milioni. Il Masterplan, frutto del contratto con Enac, la cui validità è fortemente rivendicata con forza da Riggio, vale 850 milioni, 400 milioni di opere già costruite e quasi 14 milioni di opere di mitigazione concordate con il territorio. 150 i progetti in lavorazione. «Due nuovi voli intercontinentali (Chicago e Seul), nuove rotte europee, l'incremento delle frequenze», continua a spiegare ai giornalisti Marchi, «sono parte della strategia di crescita del Marco Polo». Si punta sui transiti. «Puntiamo anche ad avviare un nuovo programma, il Venice connect, per fare in modo che i passeggeri possano partire da altri aeroporti, come quelli del Sud Italia, e utilizzare il nostro aeroporto come transito, per poi prendere i nostri voli intercontinentali in partenza da Venezia. Oltre al point to point, aumentiamo i transiti», spiega il presidente di Save.
Terza pista. Ed è tutt'altro che archiviata l'ipotesi di terza pista (la seconda utilizzabile per partenze e atterraggi). Il prossimo anno inizieranno, spiega Marchi, i lavori di adeguamento dell'attuale pista dell'aeropoprto. Ma la terza pista resta una previsione, dice. «La nostra concessione scade nel 2041, e nell'attuale business plan non è prevista la terza pista ma è uno dei temi in discussione con il nuovo business plan 2022-2031. Stiamo ragionando con Enac sul fatto che sia o meno necessaria. L'importante è non castrare lo sviluppo e che ci siano le condizioni per farla se sarà necessario realizzarla: se servirà, quindi, la faremo. Se non sarà necessaria avremo preservato un pezzo di territorio. Ma per ora mi concentro sui cento milioni all'anno di investimenti da fare entro il 2030»


«NELLA BRETELLA PER LO SCALO PREVISTA LA FERMATA STADIO»

«La conferma del sindaco Brugnaro. «Stiamo lavorando anche per il Baracca e il tennis. I Pili? Non sono aggiornato»

Mestre. «Queste opere camminano sulle gambe delle persone che lavorano. Questi risultati sono la dimostrazione che con il coraggio, la tecnica, l'ingegno, l'impegno e l'umiltà si possono ottenere grandi traguardi. Sul tema dell'infrastruttura ferroviaria, insieme alla Regione, stiamo facendo un lavoro ottimo. Nella bretella che arriverà all'aeroporto è prevista una fermata dell'Sfmr, la fermata "stadio"». Lo ha ribadito ieri alla cerimonia al Marco Polo il sindaco di Venezia Luigi Brugnaro. Che per natura di imprenditore, oggi sindaco, è particolarmente attento alla voce investimenti privati. Come quelli della Save dell'amico Marchi.Fermata "stadio", per la nuova bretella ferroviaria che si staccherà dalla linea Venezia-Trieste per portare, si spera dal 2025, i viaggiatori al Marco Polo, significa portare avanti il progetto del Quadrante di Tessera con la realizzazione, nei terreni d'oro, tra tangenziale e aeroporto, dello stadio tanto agognato dai tifosi del Venezia di Inzaghi e Tacopina.

Anche l'assessore regionale Elisa De Berti conferma l'importanza della realizzazione della bretella ferroviaria per l'aeroporto che è in via di progettazione da parte di Rete Ferroviaria Italiana. E Vito Riggio, numero uno dell'Enac, l'ente di aviazione civile conferma la bontà del contratto di servizio con Save che con gli investimenti sull'aeroporto di Tessera sta davvero facendo competizione a Fiumicino che ha però dato via al progetto della "business city", valore un miliardo e 300 milioni con un altro miliardo. «Venezia», dice Riggio, «si conferma come l'aeroporto più bello, anche se ora deve vedersela con Fiumicino. Ma in fatto di bellezza, Venezia resta il migliore».
E Riggio rivendica l'importanza degli investimenti privati in Italia nel settore aeroportuale. Due miliardi di investimenti a cui se ne aggiungeranno altri 4 di miliardi, spiega il numero uno di Enac, con una finanza interamente privata che si realizza con l'autofinanziamento», dice Riggio invitando la presidente Casellati a «spingere per una vera riforma che sburocratizzi e tolga le lentezze elefantiache alla pubblica amministrazione nel nostro paese».
Vedremo prima il palazzetto ai Pili o lo stadio nel Quadrante di Tessera, chiediamo al primo cittadino, alla fine della cerimonia per l'ampliamento ulteriore del Marco Polo.La risposta di Brugnaro non si fa attendere. «È una bella gara, non lo so. Sui Pili non sono aggiornato ma speriamo che portino davvero a realizzare qualcosa, presto. Sullo stadio stiamo lavorando con tutti. Così come ci siamo messi in moto per il Mestre che ha fatto un campionato straordinario. Secondo me se vanno in B dovrebbero giocare in alternanza al Penzo, con il Venezia. Il Baracca, invece, speriamo di sistemarlo per far giocare al Mestre la C1 qui, invece di dover andare a Portogruaro. Il Baracca, ovviamente, è nel nostro cuore. Così come avrebbe bisogno di sostegno il progetto della sistemazione del Tennis Club di Mestre. Sportivamente parlando possiamo davvero dirci contenti»

la Nuova Venezia. Sull'azione mediatica dei "tornelli" a Venezia le opinioni di Philippe Daverio e Jan Van Der Borg, e l'intervista di Enrico Tantucci a Luigi Brugnaro, attuale sindaco della disgraziata città. (m.p.r.)

LA CITTA' UN TURISTODROMO
di Philippe Daverio

Il sindaco ha deciso definitivamente di assassinare la Serenissima Repubblica. Brugnaro inventi non un tornello per entrare, ma un progetto per il futuro della città. La domanda è etica: Lo stato provvede alla cultura della propria società o no? Non provvede ai maccheroni o alle feste. La cultura fa parte dell'istruzione o dei maccheroni? Per il sindaco di Venezia la cultura fa parte dei maccheroni. Ha deciso che la città non avrà più un'importanza politica, Venezia è un turistodromo, un luna park per cretini, è una scelta fatta dal sindaco».

È il durissimo attacco mosso al primo cittadino di Venezia per la decisione di istituire i varchi di ingresso - che qualcuno chiama tornelli - alla città, in occasione del Ponte del Primo Maggio, dal critico d'arte Philippe Daverio. Un attacco arrivato in diretta Rai, nel corso del programma "Unomattina" del primo maggio, che ha trattato anche la questione del controllo degli ingressi a Venezia.

«Hai mai provato a comprare un caffè in piazza San Marco?» il critico d'arte incalza il conduttore del programma Franco Di Mare, che gli chiedeva i motivi della sua ostilità all'iniziativa del sindaco «è già così alto che il biglietto d'ingresso alla città è già compreso. Venezia è ormai una trappola per turisti. Il sindaco cosa deve fare? Esagerare la trappola per turisti o trasformare di nuovo Venezia in una città?

Forse è più importante che Venezia torni a essere di nuovo una città».E a criticare l'iniziativa del sindaco sono ora anche Bruno Pigozzo e Francesca Zottis, consiglieri regionali del Pd, in dissonanza con la loro capogruppo a Palazzo Ferro Fini Alessandra Moretti, che si è detta invece favorevole al provvedimento. «I tornelli sono una soluzione "pittoresca", una trovata - commentano in una nota - che crea molto clamore senza però incidere nella sostanza.

Crediamo invece che sia arrivato il momento di utilizzare il monitoraggio dei flussi turistici con puntualità, lavorando insieme alle strutture ricettive della città, agli operatori del settore, agli amministratori e alle 'rappresentanze dei cittadini' per creare un regolamento che vada nella direzione di una gestione dei flussi. Governare i flussi vuol dire gestirli a monte attraverso una piattaforma informatica che colleghi sistema ricettivo, servizi e accessi alla città. O pensiamo davvero che una comitiva proveniente da una parte del mondo possa arrivare a piazzale Roma trovare i tornelli chiusi e tornare indietro? I flussi vanno governati prima che le persone arrivino a Venezia».

«RISPOSTA SBAGLIATA A UN PROBLEMA VERO»
di Van Der Borg

A circa tre anni dall'arrivo del sindaco Luigi Brugnaro e a circa due anni dalla firma del patto per Venezia, che stanziava per la gestione dei flussi di visitatori svariati milioni di euro, gli alibi per non aver ancora affrontato la questione del turismo veneziano insostenibile stavano svanendo uno ad uno. A Brugnaro serviva oggettivamente un intervento molto forte per cercare di zittire sia gli scettici perenni che i suoi elettori stanchi delle sue infinite promesse non mantenute. Sono arrivati puntualmente i contestatissimi varchi in alcuni punti nevralgici della città.

Personalmente, sono il primo a sostenere che siano necessari interventi forti per salvare la città lagunare dalla monocultura turistica. Infatti, serve urgentemente una politica turistica dirompente che ridimensioni drasticamente le rendite di posizione dell'industria turistica allargata e che dia dignità alla venezianità. I varchi che sono stati installati questo weekend, tuttavia, sono la risposta più demenziale che si potesse trovare per ridare fiato alla residenzialità e alle attività economiche non turistiche. Innanzi tutto, il presupposto dei varchi è sbagliato. Il problema turistico di Venezia non è affatto un problema di sicurezza, come vuole farci credere il capetto dei vigili, ma un problema socio-economico.
Insomma, interventi che mirano a risolvere un inesistente problema di sicurezza non risolveranno mai i problemi socio-economici che affliggono Venezia e quindi non riporteranno mai il turismo alla sostenibilità, ma rischiano solo di infastidire tutti gli utenti del centro storico, pendolari e abitanti in primis.In secondo luogo, e questo si sta dicendo ormai da decenni, qualunque intervento che abbia come punto di partenza i punti d'ingresso, in particolare Piazzale Roma e la Stazione, o peggio ancora Piazza San Marco, è destinato a fallire miseramente. I turisti e ancora di più i visitatori "mordi e fuggi" vanno fermati molto prima con l'aiuto di un sistema di terminal in terraferma che intercetti tutti i flussi di visitatori, inclusi i turisti che arrivano in treno. In questi terminal verrebbero informati e smistati, evitando così un accumularsi di abitanti, pendolari e visitatori in alcuni luoghi e momenti precisi, con tutto ciò che ne consegue. Inoltre, va finalmente messo a punto quel famoso sistema di prenotazione della visita a Venezia, che, abbinato ad una city card, renderà una visita a Venezia per chi prenota economica e facile, e cara e difficile per chi continuerà ad improvvisare.
Gestire i flussi evidentemente non basta. Bisogna anche aiutare Venezia a ripopolarsi e a tornare un'importante localizzazione di attività economiche competitive e produttive, contrastando naturalmente l'esodo di residenti e di imprese che non riescono più a resistere alla pressione turistica sullo spazio pubblico. E siccome siamo ormai arrivati ai tempi supplementari, vanno evitate azioni simboliche e ridicole come l'accensione di qualche altro faro, ma occorre dare una serie di incentivi concreti a persone e imprenditori che credono ancora che Venezia abbia un futuro anche al di fuori del turismo. Credo fermamente che questo sia anche nell'interesse della parte più "nobile" dell'industria turistica stessa. In un disegno come questo non c'è spazio per i controproducenti varchi di Brugnaro.

L'ASSALTO DEL TURSIMO » IL BILANCIO DEL SINDACO
intervista di Enrico Tantucci a Luigi Brugnaro

«Siamo soddisfatti, e andremo avanti. Stileremo un calendario di giornate da bollino nero per i flussi turistici - che non saranno comunque molte - e in cui ripristineremo i varchi. Bisognava pur cominciare a fare qualcosa per affrontare il problema e le critiche da parte di qualcuno erano messe nel conto. Ma Venezia è e resterà comunque una città aperta a tutti, quello che vogliamo è solo "spalmare" diversamente i flussi per evitare gli intasamenti e allargarli all'intera area della città metropolitana».
Se l'introduzione per la prima volta dei varchi all'ingresso della città - ai piedi del ponte di Calatrava per chi arriva da Piazzale Roma e all'imbocco di Lista di Spagna per chi sbarca alla Stazione ferroviaria di Santa Lucia - ha «spaccato» l'opinione pubblica in favorevoli e contrari, il sindaco di Venezia Luigi Brugnaro - che ha tracciato ieri un primo bilancio della sperimentazione - ha sicuramente ottenuto un primo risultato. Del problema dell'accesso a Venezia, delle possibili difficoltà per chi arrivi nei giorni più "caldi" si è cominciato a parlare anche sui giornali stranieri - con l'introduzione dei varchi: un modo «plastico» per diffondere comunque l'idea di fragilità e di possibile collasso della città.
Sindaco, come pensa di andare avanti?
«Ricollocheremo i varchi, che non è stato tra l'altro neppure necessario chiudere, solo quando riterremo ci siano le condizioni per il sovraffollamento della città: anche perché li affittiamo di volta in volta. Studieremo anche come renderli meno impattanti dal punto di vista visivo, ma li manterremo».
Pensate di estenderli anche a Piazza San Marco, in caso di necessità?
«No, per Piazza San Marco stiamo piuttosto pensando ad altre misure, ad esempio per le lunghe e disordinate code di turisti che si formano per l'ingresso in Basilica, che pensiamo di delimitare e intercludere, anche qui smistando se possibile i vari flussi di entrata».
Dell'introduzione dei varchi a Venezia stanno parlando tutti. Giornali stranieri, come il Financial Time, hanno addirittura invitati i lettori ad andare a Treviso, anziché a Venezia, viste le difficoltà.
«Tutto sommato, la cosa non mi dispiace, visto che l'idea è esattamente questa. Vogliamo cercare di distribuire i flussi turistici su tutta la città metropolitana e oltre, senza concentrarli solo su Venezia».
Cosa risponde a chi la accusa poi di muoversi in direzione opposta con le nuove aperture alberghiere previste a Mestre che "scaricheranno" altri turisti giornalieri su Venezia?
«Che invece per me non è così. Vogliamo aiutare l'economia di Mestre e di Marghera in aree che erano desolate e dismesse e che diventeranno sedi di alberghi ma anche di ostelli per i giovani, considerando il potenziamento delle università veneziane in corso in terraferma. Ma se i turisti pernotteranno a Mestre, sarà per loro più facile anche spostarsi verso l'entroterra e le spiagge di Jesolo, senza venire necessariamente tutti e sempre a Venezia».
Si aspettava questa «copertura» mediatica dell'iniziativa?
«In parte, e questo è un aspetto fondamentale, perché dobbiamo raggiungere e informare i turisti prima che arrivino a Venezia e del fatto che dell'introduzione dei varchi si discuta sui giornali di tutto il mondo è un modo per favorire la conoscenza del problema dell'affollamento della città. Che comunque, ripeto, vogliamo mantenere aperta per tutti. Abbiamo studiato questa iniziativa tenendo ben presenti le leggi vigenti».
L'ha stupita che anche il sottosegretario ai Beni Culturali Ilaria Borletti Buitoni, spesso critica sul modo con cui il Comune affronta il problema turismo, stavolta sia stata d'accordo?
«No, perché stiamo cercando di adottare misure di buon sensi che vanno anche in direzione di quanto ci ha già chiesto l'Unesco. Confrontiamoci sui problemi, non sugli schieramenti ideologici».
Il Pd però ha giudicato negativamente l'adozione dei varchi d'ingresso.
«Io non voglio polemizzare sulla situazione precedente e su ciò che è stato o non è stato fatto sul turismo da chi mi ha preceduto, ma solo alcuni esponenti del Pd sono contrari. So che il ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini è d'accordo e anche il capogruppo del Pd in Consiglio regionale Alessandra Moretti si è detta favorevole. Stiamo cercando di agire per affrontare i problemi, anche se non tutti possono essere d'accordo».
Non lo è, ad esempio, il critico d'arte Philippe Daverio, che ha detto che lei vuole trasformare Venezia in un turistodromo» e in un «luna park per cretini».
«Ho visto che se la prendeva con i consulenti del Comune per i varchi. Chissà, forse il consulente del Comune voleva farlo lui».

la Repubblica, 30 aprile 2018. La decisione preliminare è se Venezia debba soccombere alla peste della turistificazione, e quindi diventare compiutamente un "parco a tema", oppure essere un modello del rapporto tra società e ambiente

Sui tornelli di Venezia hanno ragione i no-global del centro sociale Morion. Hanno ragione quando dicono che non c’è bisogno di cancelli, ma di case. La morte della città, infatti, non si ferma con misure estemporanee dal sapore poliziesco e propagandistico, ma solo tornando a governarla, tornando a dire e a pensare la cosa più ovvia, e insieme più negata e più rivoluzionaria: Venezia è una città. Non una location, non un grande resort o una colossale seconda casa per ricchi, non lo sfondo per le micidiali Grandi Navi. Non tutto questo, ma una città.

Il problema di Venezia non si risolve se si parte dai numeri in entrata (i turisti): bisogna cambiare quelli in uscita ( i residenti). Al tempo di Tiziano la città, delle stesse dimensioni di quella di oggi, aveva quasi 170.000 abitanti: oggi non si arriva a 50.000. Questo è il problema. E la soluzione è invertire la rotta delle politiche che hanno causato questo esodo di massa. Tornare a governare i prezzi del mercato immobiliare, il proliferare di strutture ricettive, reimpiantare i servizi necessari a chi ci vive ogni giorno, fare manutenzione della città. Bisogna far «convivere insieme il monumento artistico e la bottega artigiana, il palazzo del ricco e le case di chi in quei quartieri è nato e vive, la festa popolare e la festa d’arte con i suoi ospiti e i turisti che le fanno corona. Si tratta d’una politica attenta, dimensionata sui contesti specifici, differenziata luogo per luogo, quartiere per quartiere; accettabile e comprensibile in primo luogo dalle singole comunità, da coloro infine che sono i soli depositari dell’identità storica e umana dei luoghi». Sono parole di Eugenio Scalfari, scritte su questo giornale in un illuminato articolo del 1989 che denunciava, all’indomani del distruttivo concerto dei Pink Floyd, «l’uso scellerato che una classe politica inetta e incolta fa di Venezia in particolare e delle città d’arte italiane in generale». Parole tutte vere ancora oggi: anzi, oggi rese più gravi e urgenti da altri trent’anni di errori gravi. L’articolo si intitolava “I vandali in Comune”: e bisogna riconoscere che la distruzione di Venezia come città è una grave responsabilità delle amministrazioni degli ultimi decenni.
Oggi siamo arrivati al bivio finale: o si lasciano perdere gli imbarazzanti diversivi dei tornelli e dei numeri chiusi, e si ricomincia a governare Venezia con in mente un progetto di città, o non ci sarà nulla da fare.
In St. Mark’s Rest, l’ultimo suo grande tributo a Venezia (1877-84), John Ruskin si lascia andare a un fulminante gioco di parole: la decadenza della città era iniziata quando le autorità veneziane avevano iniziato a credere al «regno di San Petrolio invece che a quello di San Pietro » . Ruskin vedeva che la religione del mercato soppiantava la religione civile del bene comune. E non poteva scegliere parola più profetica: il petrolio. Quello delle Grandi Navi, ma soprattutto quello metaforico della rendita del patrimonio culturale, che distrugge anche Firenze e tante altre “città d’arte” che non sono più governate, e vivono alla giornata dei frutti di un turismo che le svuota e le consuma. Città ridotte a una somma di interessi privati il cui risultato è lontanissimo dal bene pubblico.
Piero Bevilacqua ha scritto che «la storia di Venezia è la storia di un successo nel governo dell’ambiente che ha le sue fondamenta in un agire statale severo e lungimirante, nello sforzo severo e secolare di assoggettamento degli interessi privati e individuali al bene pubblico delle acque e della città». La lezione è chiara: non serve la polizia all’ingresso del luna park, bisogna ritrasformare quel luna park in una città.

Tratto dalla pagina qui raggiungibile.

la Stampa, 30 aprile 2018. Ragazzi veneziani contro lo sfruttamento turistico del territorio. Sradicano il recinto nel quali gli sfruttatori vogliono rinchiudere la città ex Serenissima, e trasformarla in un "parco a tema". Chissà se domani, 1° maggio, i sindacati scenderanno in campo al loro fianco.

«Il blitz di una trentina di giovani ai piedi del Ponte di Calatrava, a Piazzale Roma: "La città non è un parco giochi"»

Al grido di «Venezia libera» hanno messo le mani sui tornelli, sradicandoli dai masegni su cui venerdì pomeriggio sono stati piazzati, in uno dei principali ponti d’accesso alla città: il controverso ponte della Costituzione disegnato da Santiago Calatrava. A difendere le barriere mobili provando a trattenerle al loro posto, con un vero e proprio scontro sul piano fisico, sono stati gli agenti della polizia municipale. Sul posto era presente anche il comandante Marco Agostini che ha garantito che la struttura sarà ripristinata quanto prima. Cento cinquanta gli agenti schierati nel fine settimana a presidio dei varchi. Una trentina invece gli attivisti, aderenti al Laboratorio occupato Morion, al Centro Sociale Rivolta, al Sale Docks e al Collettivo Lisc, che hanno messo in atto la manifestazione.

«Questi check point sono la dimostrazione della volontà di questa amministrazione di trasformare definitivamente Venezia in un parco a tema. Sono il simbolo della decisione di pensare alla nostra città come a uno spazio inabitato, solamente a uso turistico, da sfruttare e mettere a valore» è il messaggio scandito dal megafono e rilanciato in rete gli attivisti.

Ieri, sabato 28 aprile, il primo giorno in cui l’ordinanza avrebbe permesso alla polizia locale di far scattare la chiusura e le conseguenti deviazioni su percorsi alternativi la temuta serrata non c’è stata. Il dispositivo rimane però in vigore fino al prossimo martedì, insomma, per l’intero lungo ponte in cui a Venezia è previsto il tutto esaurito non è escluso che scattino le deviazioni. Per scongiurare il pericolo ressa e «tutelare l’incolumità pubblica» il sindaco Luigi Brugnaro ha firmato il 24 aprile l’ordinanza che per la prima volta mira a contenere la calca e indirizzare i turisti su percorsi alternativi con sistemi meccanici. Come previsto questa mattina c’è stato l’assalto dei turisti. Già dalle prime ore è scattato il “tutto esaurito” nei parcheggi privati di Piazzale Roma imponendo la deviazione obbligatoria verso il Tronchetto delle auto provenienti da Mestre.

Due i varchi presidiati dai tornelli: il ponte di Calatrava a Piazzale Roma e quello degli Scalzi ai piedi della Ferrovia. Nel caso di chiusura costringerebbero i turisti ad effettuare un giro più ampio per raggiungere il cuore della città. Via libera invece per i residenti a cui l’accesso è sempre consentito. «Questi tornelli non c’entrano nulla con il controllo dei flussi - hanno ribadito i manifestanti - se questa giunta volesse contenere il turismo di massa avrebbe dovuto iniziare una vera politica per la città e per la residenza».

che Fare, 12 aprile 2018. «Una partita che si muove su più campi: quello degli spazi cittadini, della turistificazione, della vendita del patrimonio pubblico, degli standard urbanistici». (m.p.r.) con riferimenti

Venezia, campo San Giacomo da l’Orio. Dove, a detta di molti, ci giocano ancora i bambini. A garanzia di qualità della vita, di insediamento abitato, di quartiere (inteso come porzione del più ampio sestiere di Santa Croce) autentico. Lo sottolinea anche il noto portale Airbnb che definisce campo San Giacomo, “sicuramente una delle piazze più vive e vere della città”. I bambini qui ci giocano davvero perché escono da alcune delle numerose sedi delle scuole (primarie o di primo grado) che insistono nelle calle (vie) adiacenti. E per le sue dimensioni e la sua forma: una sorta di U allargata che abbraccia il perimetro dell’omonima chiesa. Così i più grandi giocano verso il lato sud e i più piccoli giocano verso il lat nord dove è meno rischioso che il pallone finisca in acqua o sui balconi delle case.

In una città iper turistificata il “campo dove giocano i bambini” diventa metafora di molte cose: di luogo di resistenza, di controtendenza, quasi di unicità. Un pezzo della città in cui gli abitanti sembrano semplicemente esserci: a fronte di una Venezia schiacciata dal peso delle migliaia di visitatori che ogni giorno si riversano al suo interno (per aria, per terra e per mare), che ne influenzano inevitabilmente l’aspetto e l’economia, trasformandola in un enorme museo a cielo aperto corredata di bar e ristoranti, terrazze nei campi e nelle fondamenta, alberghi nei palazzi storici o nelle stesse abitazioni.

Un destino che accomuna i centri storici di molte città e che qui si amplifica perché siamo in un’isola. In alcuni fine settimana l’accesso per via terra alla città lagunare risulta impossibile a causa dell’eccessivo numero di persone che via automobile o mezzi pubblici tentano di raggiungere questo luogo “unico al mondo” restando bloccati sul Ponte della Libertà.

Attorno a Campo San Giacomo insistono, oltre alle scuole, una sede universitaria, un ferramenta, una cartoleria, alcuni laboratori di giovani artigiani e ancora dei piccoli alimentari e alcuni bar di quartiere. Non è un caso che proprio qui si stia giocando la partita de La Vida.

L’immobile che si affaccia sulla parte orientale del campo ospita al pianterreno l’edificio che in città è conosciuto come La Vida. Il nome lo deve al pergolato di viti che ombreggiava i tavolini di una rinomata trattoria che ha accompagnato pasti e aperitivi fino a circa la metà degli anni ’70. Fino ad allora in campo c’era solo un altro ristorante, ancora oggi aperto, dalla parte opposta, anzi un po’ più in là ancora, dopo Palazzo Pemma, una volta sede dell’Università, oggi albergo, accanto alla abitazione del poeta Mario Stefani, che ha accompagnato con i suoi versi il grido di dolore di questa città.

Sulla targa in pietra sopra alla porta d’entrata dell’edificio - oggi chiusa - si legge chiaramente la sua antica origine: si tratta di un Teatro Stabile per la sezione anatomica, voluto e costruito a metà del Seicento dal Senato della Repubblica, anche grazie a una donazione privata. L’edificio, che si estendeva dal piano terra ai piani superiori (oggi appartamenti), e del tutto simile al più noto Teatro Anatomico di Padova, per oltre un secolo e mezzo ha quindi ospitato il luogo in cui si sezionavano cadaveri a fini di studio. Ma anche: il Collegio dei Medici Fisici e dei Chirurghi, la Scuola per i dottorati in medicina e chirurgia con relativi archivi e biblioteche e per qualche decennio la prima scuola di Ostetricia. Inserito nel contesto urbano, visibile, quindi e riconoscibile a testimoniare il progresso scientifico e la lungimiranza delle istituzioni veneziane.

Ma torniamo alla partita che oggi si sta giocando qui. Una partita che si muove su più campi: quello degli spazi cittadini, della turistificazione, della vendita del patrimonio pubblico, degli standard urbanistici. Da una parte un ente pubblico e un piano di dismissione (in questo caso la Regione Veneto, proprietaria di tutti i locali al pianterreno dagli anni ’80), un imprenditore privato, che quei locali acquista (siamo nel 2017) e che vorrebbe trasformare in un ristorante (l’ennesimo sul campo che dalla metà degli anni ’70 ad oggi qualche trasformazione ha vissuto), dall’altra un gruppo di abitanti che ne contesta vendita e cambio di destinazione d’uso.

Nel 1996 infatti l’amministrazione comunale vincola l’immobile a tipo SU: “Unità edilizia speciale preottocentesca a struttura unitaria, compatibile con attività museali, sedi espositive, biblioteche, archivi, attrezzature associative, teatri, sale di ritrovo e attrezzature religiose”.

La Regione in questi decenni lo sotto-utilizza in questo senso: ne fa un archivio, la sede dell’Organismo Culturale Ricreativo Assistenza Dipendenti regionali e poi lo chiude.

Affacciato com’è sul campo, sono in molti a chiederne l’utilizzo: per farne sede per le associazioni, realizzare una ludoteca per bambini, un museo etnografico. Negli anni ’90 nel mezzo di una manifestazione promossa dall’arcigay viene occupato e ne diventa per qualche anno la sede. Nuovamente chiuso. Ospita per qualche anno le sporadiche iniziative ricreative dell’OCRAD del Veneto e infine viene messo all’asta e venduto.

È il settembre 2017. Il progetto presentato alla Regione da alcune associazioni e le firme dei cittadini raccolte contro la vendita si rivelano inutili. Il giorno della notizia dell’acquisto, gli abitanti entrano nell’immobile e lo riaprono: La Vida diventa per oltre cinque mesi un luogo in cui succedono molte cose. Attività ricreative e momenti di confronto sulle funzioni e il destino dello spazio pubblico, il suo utilizzo le regole e la sostenibilità di quell’utilizzo.

Attorno alla Vida nasce, cresce e si forma una comunità che è fatta di uomini e donne di ogni età, di diversa estrazione sociale e con esperienze e appartenenze politiche e sociali molto diversificate, accomunati, tutti, da obiettivi chiari: lo spazio, amministrato per conto dei cittadini, dalla Regione deve restare pubblico e utilizzato in modo collettivo. In questi mesi si affaccia all’interno delle assemblee l’esigenza di un linguaggio condiviso che definisca chi sono i cittadini, cosa vuole dire “collettivo”, quali sono le regole della partecipazione e della condivisione.

Una riflessione che mette al centro di tutto, il tempo. In una città unica come Venezia, che favorisce le relazioni umane, in cui il tempo è ancora un tempo lento e umanizzato, in cui le distanze sono percorribili e i percorsi a piedi invitano all’incontro, in una città così fortunata si avverte comunque la perdita dello spazio pubblico come spazio collettivo. Il recupero dei laboratori in campo, dei pranzi domenicali in tavolate conviviali in cui “ognuno porta quello che vorrebbe trovare”, la proposta di letture per bambini, del cinema per ragazzi domenicale, delle presentazioni… rappresentano una forma di riappropriazione non solo dello spazio ma anche del tempo collettivo. Il tempo dei cittadini di prendersi cura di un pezzo della loro città: che è fatto di pareti, di proposte e di persone.

Al momento dello sgombero (6 marzo 2018) con un ingente e inspiegabile dispiegamento di forze dell’ordine, la comunità si raccoglie sotto un tendone in campo per riprendersi lo spazio e soprattutto non perdere quanto conquistato e costruito.

La vendita del patrimonio pubblico accomuna tutto il territorio nazionale, diversi soggetti (Demanio, Regioni, Comuni), alcuni provvedimenti legislativi e la medesima ragione: i conti del bilancio. La gestione della città diventa pratica di ragioneria ed esercizio contabile.

L’operazione inizia più di qualche anno fa (già nel 1991 con la privatizzazione degli Enti Pubblici) e subisce una serie di accelerazioni: la più forte, forse, nel 2008 con le “Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica” che permettono agli Enti Locali di programmare “piani di alienazione” in cui inserire la lista degli immobili pubblici in vendita e poi allegarli al bilancio.

In questa ottica palazzi, scuole, caserme, terreni, isole vengono alienate (privatizzate) e monetizzate. Se guardiamo la cosa dall’altra parte vediamo che interi pezzi di città e di territorio vengono privati e preclusi ai cittadini. Bilancio ed erosione del patrimonio. Profitto immediato e definitiva perdita dei beni pubblici. Quadratura dei conti e mancata progettualità. In mezzo la città o quel che ne rimane: un’isola trasformata in albergo di lusso ne preclude l’accesso ai cittadini, cambia funzione, impedisce ogni progettualità futura. Un edificio “a caratteristiche ricreative e associative” che diventa ristorante toglie agli abitanti 200 metri quadri di spazio di aggregazione, di condivisione e di “vissuto”. Il futuro plateatico di quel ristorante, divorerà un altro pezzo di suolo.

L’alienazione del patrimonio pubblico di fatto depaupera la città dei suoi spazi e spossessa i suoi abitanti dei luoghi del ambiente di vita e quindi delle prospettive a questo legate.

La riappropriazione di uno spazio cittadino (sia esso un’isola, un terreno agricolo, una caserma, una scuola, un palazzo) assume un’importanza strategica in termini di presa di coscienza collettiva delle esigenze della vita civica per chi quelle città vive e abita. Ma anche in termini di governance: di ruolo attivo dei cittadini nel tessere relazioni, nel prendersi cura degli spazi del vivere comune e su queste operare delle scelte condivise. Ha, cioè a che fare con il concetto stesso di comunità.

A Venezia in questa straordinaria e quasi futuristica dimensione urbana che nel suo policentrismo vede nel “campo”, nella piazza che si moltiplica in ogni quartiere, il cuore pulsante della vita sociale e relazionale cittadina (qui si affacciavano le case, i canali, la chiesa, il cimitero, il mercato, il pozzo per l’acqua), si riparte dallo spazio collettivo, dalla piazza appunto e dai beni pubblici che in quel campo si affacciano.

La riappropriazione del campo dopo lo sgombero è al tempo stesso necessaria e simbolica, materiale e metaforica: se da una parte guarda all’edificio pubblico che non si vuole e non si deve lasciare priv[atizz]are, dall’altra guarda proprio alla dimensione dello spazio urbano e della sua riconquista da parte di chi, nuovi e vecchi abitanti, non accetta di vivere in una città condannata alla monocultura turistica e, per questo, quello spazio pubblico, intende riprendersi e vivere.

Al centro della battaglia per la Vida, che sta assumendo i caratteri di una rivendicazione e dibattito anche emblematici, ci stanno non solo l’idea di stare insieme e di fare delle cose insieme ma anche una lettura attenta delle trasformazioni della città, della pericolosità della sottrazione dello spazio pubblico, della necessità di poter usufruire e saper governare quegli spazi. Di rimettere al centro gli abitanti e recuperare le funzioni che la città ha in quanto tale. Di prendersi cura della città che deve essere il luogo in cui se i bambini ci giocano non è una cosa straordinaria.

riferimenti
Su eddyburg i provvedimenti legislativi che hanno accompagnato lo svuotamento di senso delle politiche urbane nell'articolo di Ilaria Agostini Alienazioni a Firenze. Sulla vicenda della Vida altri articoli sono raggiungibili su eddyburg utilizzando il "cerca"

Articolo tratto dalla pagina qui raggiungibile
la Nuova Venezia, 25 marzo 2018. Dagli atti sembra che non ci sia altro destino. La giustizia formale rende possibile una trasformazione non voluta dalla comunità attuale né dallo strumento urbanistico del 1999. (m.p.r.) con riferimenti

La Vida di campo San Giacomo da l'Orio potrà diventare un ristorante, senza dover passare dal voto (incerto) del Consiglio comunale per il cambio di destinazione d'uso dell'immobile. Lo rivela l'accesso agli atti richiesto dai consiglieri comunali Maurizio Crovato (Lista Brugnaro) e Rocco Fiano (Lista Casson): «La dirigente del Commercio Stefania Battaggia e l'architetto Emanuele Ferronato, responsabile della pratica, ci hanno confermato che la Vida può aprire come ristorante, senza bisogno del nullaosta del Consiglio», commenta Crovato.

L'esperienza spontanea, stimolante e vivacissima che l'ex Vida è stata per cinque mesi - "liberata" da comitati e associazioni di cittadini, che ne hanno fatto un animato centro civico - pare così segnata, anche se dopo lo sgombero dei locali è ancora attivo un presidio, sventola lo striscione «No ste cavarne ea Vida», ci si ritrova per le "colazioni condivise in campo" si annuncia un nuovo calendario di appuntamenti cultural-ricreativi. Non tutto è ancora autorizzato, ma la porta al nuovo ristorante è spalancata. Il 6 marzo l'avvocato Bartolomeo Suppiej, per conto dell'imprenditore Alberto Bastianello - che ha comprato l'immobile dalla Regione per 911 mila euro - ha protocollato allo Sportello unico per l'edilizia l'atto con il quale «ritiene che possano essere autorizzate opere di manutenzione straordinaria volte alla riapertura della storica trattoria alla Vida, compatibilmente con la destinazione d'uso C1 commerciale risultante dall'atto di acquisto».
Ma come è possibile, stante il vincolo contenuto nella scheda 20 della variante urbanistica al piano regolatore per la città antica - che per la Vida prevede come «destinazione d'uso compatibili: musei, sedi espositive, biblioteche, archivi, attrezzature associative, teatri, attrezzature religiose»? La risposta ufficiale è che in un secolo l'ex trattoria non ha mai perso i requisiti igienico-sanitari concessi dal Comune sin dal 1914 per farne un locale pubblico, tanto che quando la Regione Veneto l'acquistò ottenne l'autorizzazione sanitaria a farne sede della mensa aziendale. L'asso giocato dalla nuova proprietà sta nella missiva del gennaio 2005, con la quale il Comune - rispondendo a una richiesta di chiarimenti avanzata dalla Regione, per sapere quali fossero le destinazioni d'uso compatibili per la Vida - citava l'art. 21.2 della norma per la città storica, che per gli immobili preottocenteschi di tipo "Su" prevede sì le destinazioni cultural-artistico-religiose delle quali si sa, specificando (però) che «ove la destinazione d'uso in atto (prima del 31 maggio 1996, ndr) non sia tra quelle consentite o prescritte, nessun intervento, eccedente la manutenzione ordinaria e straordinaria, può essere realizzato se non volto ad attivare una destinazione d'uso consentita».
Proprio quella manutenzione straordinaria che chiede ora la proprietà. E qui sta il punto, perché se è vero che la trattoria a la Vida aveva aperto i battenti nel 1914 - sostiene la nuova proprietà, atti alla mano - una volta passata in mano pubblica, la Regione ha ottenuto nel 1978 e nel 1980 l'autorizzazione sanitaria a "esercizio di tipo A (mensa aziendale) per i soli dipendenti regionali. Sono passati 37 anni, la Vida è stata più volte occupata, poi è diventata un archivio, ma tanto basta all'attuale proprietà per rivendicare come tuttora vigente la secolare destinazione commerciale scritta nell'atto notarile di compravendita dei 200 metri quadrati con affaccio su campo San Giacomo da l'Orio, chiedendone, perciò, la semplice manutenzione per riaprire l'antica trattoria. «La dirigente Battaggia mi ha confermato che le cose stanno così», chiosa Crovato. Intanto, pende ancora il sequestro preventivo deciso dal giudice di pace, per far sgomberare l'immobile dopo l'occupazione. Nuovo ristorante, ma senza pergola. Nel "pianino" del campo non sono previsti tavoli, né sedie, né vigne davanti alla Vida. Se ne riparlerà tra 5 anni: un atto al voto del Consiglio comunale.

L'articolo originale lo trovate qui.

riferimenti
Sulla vicenda del bene pubblico ex Teatro dell'anatomia chiamato Vida si vedano su eddybur Giù le mani dai luoghi pubblici di Vera Mantegoli, A Venezia la Vida torna in strada di Giacomo Maria Salerno.

la Nuova Venezia, 11 marzo 2018. Intervista di Vera Mantengoli a Ugo Mattei. La sentenza del Tar su Poveglia spiana la strada per la riforma dei beni comuni. E sullo sgombero della Vida, la distinzione tra legale e legittimo. (m.p.r.) con riferimenti

La sentenza del Tar su Poveglia farà scuola nell'ambito giuridico e spianerà la strada alla riforma legislativa che la Commissione Rodotà sui beni pubblici auspica da anni. Lo conferma il docente Ugo Mattei, giurista torinese, autore di Beni comuni. Un manifesto, professore di Diritto internazionale a San Francisco e di Diritto civile a Torino. Mattei segue dall'inizio la storia dell'isola e ha letto con soddisfazione le parole del Tar.

Professore, cosa pensa della sentenza?
«È molto positiva. È un segno che il Tar si è messo in sintonia con un'evoluzione culturale molto avanzata che noi giuristi dei beni comuni e della Commissione Rodotà, nominata nel 2007, portiamo avanti da anni. Non c'è stata ancora una riforma, ma in tutta Italia qua e là si stanno facendo piccoli passi che dimostrano che, quando la cittadinanza è attiva e si rivela capace di prendersi cura di un bene, lo può gestire».
Conosceva il caso Poveglia?
«Certo, la laguna nella storia dei beni comuni inizia a essere un luogo molto interessante, a partire dalla sentenza nel 2011 sulle valli da pesca che ha proprio introdotto il concetto di bene comune, parlando di interesse della collettività. A maggior ragione adesso con Poveglia parliamo di un bene prezioso che è all'interno di un altro bene prezioso come la laguna. L'interesse collettivo mi sembra evidente».
Il Demanio dice che la parte edificata crolla e c'è bisogno di un intervento.
«La mancanza dei soldi che spesso viene tirata in ballo dalle istituzioni non può diventare una scusa per arrendersi a politiche di estrazione di valore dei beni comuni».
Che differenza c'è tra bene demaniale e bene comune?
«Il bene demaniale è quando il proprietario è l'apparato dello Stato che lo gestisce in totale libertà, magari vendendolo per usare i soldi a fini pubblici, ma quel bene è come se fosse suo. Si dice invece bene comune quando il bene è assegnato alla cittadinanza e lo Stato apparato, in nome dell'interesse delle generazioni future, non persegue l'interesse proprio. In questo caso lo Stato è servitore del popolo, in particolare quando viene dimostrato l'interesse pubblico e l'impatto sociale. Ecco, la sentenza del Tar su Poveglia pone le basi per questo ragionamento ed è per questo che il Demanio dovrebbe ritirare subito il bando e lasciarlo ai cittadini».
Ci sono altri casi simili in Italia?
«Certo, la battaglia dei cittadini per Poveglia non è solo veneziana, ma è nazionale e per questo è importante. Potrebbe creare un precedente o rafforzare delle situazioni analoghe dove i cittadini si sono dimostrati capaci di gestire e rendere fruibile un bene. Poveglia è in linea con quello che avviene in tanti altri posti in Italia, come la "Fattoria senza padroni" di Mondeggi a Firenze, la "Cavallerizza Irreale" di Torino o l'"Asilo Filangeri" di Napoli».
Quando si parla di bene comune?
«Un bene comune lo diventa una qualsiasi proprietà nel momento in cui si costituisce una comunità attorno che dimostra di essere attiva e si obbliga a renderlo aperto a tutti, senza l'esclusione di nessuno, rendendo quindi difficile qualsiasi alienazione. Mi viene in mente il Teatro Valle, un'occupazione che ha messo in luce una cittadinanza molto attiva. Ed è proprio su quell'onda che al Lido venne occupato il Teatro Marinoni che, con le numerose attività, contribuì a mantenere pubblico il teatro del vecchio Ospedale al Mare, dimostrandone l'interesse collettivo».
A proposito, in questi giorni a Venezia si parla anche del caso La Vida. Lei era intervenuto su Radio Tre, qual è il suo punto di vista?
«Ero intervenuto per spiegare la differenza tra legale e legittimo. Viviamo nel culto del principio di legalità, in particolare le amministrazioni si trincerano dietro a ciò, ma quando si porta avanti un interesse più alto, l'atto di resistenza è legittimo e il diritto piano piano si adatta. Pensiamo a Rosa Parks. Lei, non cedendo il posto in autobus a un bianco, ha compiuto un atto illegale, ma lo ha fatto in nome di un principio superiore, quello dell'uguaglianza, quindi è stata un'azione legittima. Il diritto non è rigido e la sentenza lo dimostra. Dal 15 al 18 marzo a Torino parleremo di beni comuni a "Legacy", in memoria di Rodotà che conosceva il caso Poveglia. Ora i cittadini non devono abbassare la guardia e, a mio parere, l'isola non dovrà mai diventare un albergo».

Riferimenti


In eddyburg abbiamo raccolto una serie di articoli su Poveglia. Qui vi segnaliamo i più rilevanti: l'articolo di Vera Mantengoli sulla sentenza del TAR, che da ragione all'associazione riconoscendo immotivato il diniego del Demanio e l'utilità sociale della proposta dell'associazione; la nota Poveglia per tutti: una ricchezza da non perdere e il dossier realizzato dall'associazione "Poveglia per tutti" sulle vicende dell'isola.

la Nuova Venezia, Poveglia per tutti, 9 marzo 2018. La positiva conclusione di una vicenda che ha visto prevalere un gruppo di cittadini, utilizzatori di un bene pubblico che il demanio statale si proponeva di alienare, con postilla


la Nuova Venezia
IL TAR BOCCIA IL DEMANIO

POVEGLIA, NUOVE SPERANZE
di Vera Mantengoli

«Per i giudici amministrativi il diniego dello Stato è stato immotivato alla richiesta dell'associazione di gestire per sei anni parte dell'isola»

Colpo di scena nell'infinita storia di Poveglia che ieri si è improvvisamente riavvicinata ai cittadini, aprendo uno spiraglio sulla futura gestione dell'isola. Il Tar ha infatti considerato immotivato il no che il Demanio diede a «Poveglia per Tutti» nel 2015 quando, dopo l'asta andata a male del 2014, l'associazione chiese una concessione di sei anni per poter investire i soldi raccolti dalla colletta e sistemare l'isola verde. Una sentenza che ha rimesso in moto l'entusiasmo dell'associazione. Lo scenario attuale è infatti quello di una riapertura delle trattative tra «Poveglia per tutti» e il Demanio che dovrà tenere presente le osservazioni del Tar. Grande la gioia dei quasi cinquemila soci che stavano perdendo le speranze dopo l'ennesimo no dello scorso novembre, il provvedimento di non avvicinarsi a Poveglia per presunti problemi di buche ed eventuali crolli e l'avvicinarsi inesorabile della seconda asta, prevista per giugno.

Il Tar, con la sentenza 273/2018, sostiene che il diniego nasconde una presa di tempo non motivata, che davanti a una proposta concreta le motivazioni date all'epoca, secondo cui c'erano possibili altri investitori, non giustificano un no, ma soprattutto il Tar sottolinea l'importante finalità sociale della proposta dei cittadini. «Oggi il Tar dopo tre anni dalla nostra richiesta temporanea di avere l'isola per sei anni, ci ha dato ragione» ha dichiarato Lorenzo Pesola, presidente dell'associazione Poveglia per tutti. «Già all'epoca avevamo fatto un lavoro dettagliato, frutto della collaborazione di centinaia di persone, a cui il Demanio aveva dato una risposta insensata. Questa sentenza ci ridà un po'di fiducia e ci permetterà di tornare a negoziare al tavolo con uno Stato che speriamo che sia più attento alle istanze di sussidiarietà orizzontale di cui questa nostra associazione si fa così chiaramente portavoce».
E ora, un passo indietro. All'asta senza vincitori del maggio 2014 avevano partecipato l'associazione Poveglia per tutti con 160 mila euro raccolti da oltre 3.000 cittadini e Luigi Brugnaro, a quel tempo imprenditore e non sindaco, con 513 mila euro. Il Demanio aveva considerato l'offerta dell'attuale sindaco troppo bassa, mentre quella di Poveglia per tutti non era nemmeno passata perché di molto inferiore. I cittadini non si erano comunque dati per vinti e avevano proposto al Demanio di utilizzare tutti i soldi ricavati dalla colletta che sfioravano i 400 mila euro. A fine 2014 l'associazione aveva quindi chiesto una concessione, presentando un progetto, ma dopo qualche mese si era sentita dire di no. A quel punto i legali Francesco Mason e Raffaele Volante avevano fatto ricorso. Ieri, dopo tre anni, la sentenza. «Siamo molto soddisfatti, soprattutto delle motivazioni» spiegano gli avvocati.
«Il Tar afferma dei principi importanti perché spiega al Demanio non solo come deve amministrare il bene pubblico, ma anche come si deve rapportare con la società civile, ricordandone l'importanza». Andando più nel dettaglio, per prima cosa il Tar dice che l'atto di diniego del demanio nasconde una presa di tempo e un'inerzia da parte del demanio non giustificata: «Il demanio aveva detto che c'erano altre manifestazioni d'interesse e che doveva parlare con l'amministrazione comunale» spiega Mason. «Il Tar dice che non si può dire di no perché potenzialmente ci sono altri investitori. Poi dice che se il demanio avesse voluto rimetterla all'asta, davanti a una proposta concreta, avrebbe potuto concederla con una clausola. In una parola, se c'è una comunità che ci mette i soldi per preservare il proprio bene non puoi dire di no e lasciare un bene allo sfacelo». Adesso il Demanio dovrà anche pagare all'associazione e le spese legali e riaprire il tavolo. L'intenzione infatti è quella di attendere che il demanio convochi Poveglia per tutti per mettere un punto su quanto è passato e ricominciare di nuovo. Questa volta mettendo in primo piano i cittadini.

Poveglia per tutti
TAR E POVEGLIA

UNA IMPORTANTE SENTENZA

Sono passati ben tre anni dalla nostra prima richiesta di concessione dell'isola di Poveglia, isola che giace abbandonata dal 1968. Più che di una “concessione” si trattava di un vero regalo da parte dei 4378 associati alla comunità tutta; una proposta dettagliata, fin nei minimi particolari. La sentenza del TAR del Veneto di ieri ha confermato che quel misero diniego con cui ci rispose l'Agenzia del Demanio, con cui si tentò un vero “seppellimento burocratico” del lavoro volontario di decine di professionisti, rappresentò "un eccesso di potere" immotivato ed arbitrario.

La nostra associazione allora non si arrese, e continuò con pazienza e coraggio a cercare di mantenere aperto un tavolo negoziale, non volevamo certo che questo pezzo di città divenisse un nuovo albergo ma che fosse fruibile agli abitanti. Tre anni. Tre anni che sono stati segnati purtroppo da un aleatorio quanto immotivato dilazionare, in cui il nostro interlocutore cercava, come il TAR oggi denuncia, di “rallentare per non decidere”, disconoscendo quelle che persino il tribunale oggi definisce “finalità di indubbia rilevanza sociale e collettiva”.

Fu una vera odissea di incontri. Ci siamo recati negli uffici veneti e romani per ben 21 volte, offrendo ogni volta proposte e soluzioni per superare ostacoli via via più pretestuosi. Finchè, ultimo in ordine di tempo, quello decisivo, nell’incontro del 16 novembre 2017, quando l'attuale direttore del Veneto Ing. Di Girolamo si e' unilateralmente ritirato dall'accordo il giorno stesso della firma, accordo su cui si era già espressa positivamente l'Avvocatura dello Stato.

Fortunatamente i nostri volontari hanno avuto la tenacia di chi sente con sé la ragione, il principio di sussidiarietà costituzionale, il calore della comunità. Leggere questa sentenza, oggi, ci dona un po' di respiro. Non sarà più possibile dire che 5000 cittadini, un veneziano per famiglia, non abbiano espresso un “sentire diffuso”. Per questo colpevole ritardo del Demanio, per una politica sostanzialmente dilatoria di questa agenzia, abbiamo perso altri anni. Anni segnati da un apparato che si è comportato con l’atteggiamento di un sovrano indispettito e non come amministratore della cosa pubblica. Ora il Tar costringe moralmente (e di fatto) l’agenzia a tornare ad un tavolo negoziale, a dare delle risposte serie alla comunità.

Il Demanio ha compiuto due errori madornali: non ha assegnato l’isola ai cittadini ed ora ha spinto il provveditorato a circondarla con un “filo spinato invisibile”; un’ordinanza suggerita al provveditorato dalla stessa Agenzia infatti, vieta oggi finanche l’accosto all'isola. Non ne commetta un terzo, fatale. Il terzo errore sarebbe utilizzare per Poveglia un bando solitamente utilizzato per i “fari”. Poveglia non è un faro. Questo bando ha assegnato negli ultimi anni 22 strutture su 24 ad un destino ricettivo-turistico, e non è perciò, palesemente, il contenitore giusto per una città così turistificata. Ascolti i cittadini. Un doveroso grazie ai nostri avvocati per questo successo.

Postilla
La vicenda di Poveglia dimostra quanto sia difficile affermare i diritti dei cittadini sui beni comuni. «Il Tar afferma dei principi importanti perché spiega al Demanio non solo come deve amministrare il bene pubblico, ma anche come si deve rapportare con la società civile, ricordandone l'importanza». (m.p.r.)

Qui la sentenza

dinamoPress, 6 marzo 2018. Lo sgombero del bene pubblico occupato per impedirne la svendita avviene a elezioni fatte. Le forze dell'ordine «ammassano per strada i giochi della ludoteca autogestita, i disegni dei bambini, i libri, le installazioni artistiche, le stufe con cui ci si riscaldava da quando erano stati tagliati luce e gas». (m.p.r.)

Sgomberato questa mattina l’Antico Teatro di Anatomia a Venezia, bene pubblico occupato 5 mesi fa per impedirne la svendita. Ora i cittadini sono per strada, ma promettono: “Non diventerà un ristorante”.

A due giorni dalla chiusura delle urne, e mentre ancora si finiscono di ripartire i seggi conteggiando gli ultimi decimali, va in scena a Venezia il primo sgombero post-elettorale. Ora che non c’è più da racimolare qualche consenso, il disprezzo della classe politico-amministrativa nei confronti della cittadinanza si può mostrare in tutta la sua limpidezza, senza preoccuparsi di provare almeno un po’ di vergogna.

È un risveglio brusco quello della città lagunare: l’Antico Teatro di Anatomia, conosciuto da tutti come La Vida, viene circondato da uno schieramento spropositato di forze dell’ordine e i suoi locali sgomberati. Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza occupano militarmente Campo San Giacomo, e ammassano in strada i materiali di cinque mesi di liberazione di uno spazio pubblico svenduto dalla Regione in ossequio agli appetiti della speculazione turistica: sotto una pioggerella fine, vengono portati in campo i giochi della ludoteca autogestita, i disegni dei bambini, i manifesti e gli striscioni, i libri, le installazioni artistiche, le stufe con cui ci si riscaldava da quando erano stati tagliati – in pieno inverno – luce e gas. Una folla sempre più numerosa accorre a montare gazebo e tendoni per salvare i materiali e per presidiare un campo che proprio grazie alla riapertura della Vida era ormai diventato un punto di riferimento per il quartiere e per la città. Spunta anche qualche tenda, e il presidio inizia a dare l’idea di un’acampada improvvisata.

La storia recente dell’Antico Teatro di Anatomia è esemplare di ciò che succede nelle nostre città, strette tra dismissione del patrimonio pubblico, interessi speculativi e tentativi di riappropriazione pubblica e partecipazione cittadina. Si tratta di un edificio di proprietà regionale, sede di alcuni uffici sottoutilizzati e in passato sempre praticamente chiuso. Un comitato locale lo reclama da oltre un anno all’uso pubblico, presentando alle istituzioni un progetto di apertura e gestione elaborato di concerto tra diverse associazioni locali. La risposta della Regione a guida Zaia è quella a cui ci hanno abituato le istituzioni pubbliche di troppe città e regioni: un muro di gomma fatto di silenzio e – quando andava bene – promesse a mezza bocca subito smentite dai fatti. Il 25 settembre infatti l’amministrazione regionale perfezionava la vendita dello stabile all’imprenditore Alberto Bastianello (della famiglia di soci fondatori Pam e Panorama) per 911mila euro, con il progetto di realizzare l’ennesimo ristorante.

Gli abitanti della zona non stanno però a guardare. In una città dove quotidianamente chiudono i negozi destinati ai residenti ed aprono di continuo bar e locali, che occupano lo spazio pubblico con plateatici sempre più invadenti che sottraggono l’uso dello spazio pubblico ad una fruizione libera e non commerciale, in cui gli spazi per l’abitare si restringono sempre più e in cui è ormai un’impresa trovare una casa o una stanza in locazione, tanto è più conveniente l’affitto turistico, un folto gruppo di cittadini riesce ad aprire, due giorni dopo, la porta dell’Antico Teatro e restituirlo alla città. Sei di loro sono tutt’ora sotto processo per occupazione.

Nei cinque mesi che sono seguiti La Vida è diventata un luogo di nuovo vivo. Presidiato giorno e notte da persone di tutte le età, animato quotidianamente da presentazioni di libri, mostre, concerti, discussioni pubbliche, laboratori, ha costituito un prezioso luogo di aggregazione per residenti, studenti, famiglie, tutti determinati a non vedersi sottratto l’ennesimo bene comune cittadino. Entrarci era sempre una festa e una sorpresa: un’occupazione che era a tutti gli effetti una liberazione, un luogo in cui i bambini la facevano da veri padroni, scorrazzando tra la ludoteca e il campo, potendosi sentire a casa loro in una città che sembra ormai non contemplarli più, presa com’è nella morsa della monocoltura turistica che la sta trasformando in un museo a cielo aperto o, peggio, in un parco giochi per visitatori mordi e fuggi.

Ora le istituzioni fanno quello che sembrano fare meglio: tentano di sbarazzarsi della città viva per meglio poter sfruttare il suo patrimonio ai fini della speculazione privata. Non hanno però fatto i conti con la tenacia della comunità che attorno alla Vida aveva trovato una nuova casa, aperta e inclusiva. Mentre sotto la pioggia continua ad affluire gente, che porta la sua solidarietà e la sua indignazione, viene lanciata in Campo San Giacomo un’assemblea cittadina per questo pomeriggio alle 5. E dal campo fanno sapere che la storia della Vida non è finita qui: non basta la polizia in assetto antisommossa per mandare a casa chi ancora testardamente si ostina a voler abitare la propria città. L’Antico Teatro non diventerà mai un ristorante. Togliete alla comunità la sua casa e ve la ritroverete per le strade, in questo caso per calli e campielli.

L'articolo originale è qui raggiungibile

il manifesto, 1 marzo 2018. L'inchiesta di Fanpage.it evidenzia come "il sistema Veneto", incapace a contrastare la criminalità organizzata, sia stato accogliente e a porte aperte con le mafie «in alcuni ambiti dell’economia, della politica e delle pubbliche amministrazioni». (m.p.r.)

L’area “ex Abibes” a Fusina: sulla carta, aspetta fin dal 2002 di accogliere rifiuti. Sono 84 ettari giusto accanto agli impianti Vesta, la società dei servizi ambientali del Comune di Venezia. È il business che Maria Grazia Canuto (56 anni, moglie di un colonnello dell’esercito) propone in cambio di 2,8 milioni di euro con cui “ripulire” i profitti della camorra. Tutto documentato nel video della quarta puntata dell’inchiesta di Sacha Biazzo e Francesco Piccinini che Fanpage.it dedica a «Bloody Money».

Anche se alla fine nel trolley ci sono pacchi di paccheri al posto delle mazzette, l’ex boss Nunzio Perrella contribuisce a rivelare l’altra faccia del progetto insieme ai «legami diretti», più o meno millantati, con le istituzioni. In gioco, un mega-investimento nel settore dello smaltimento: si chiama Venice Europe Gate e riguarda il terreno di cui è proprietario Giuseppe Severin di Paese (Treviso), amministratore unico del Consorzio Tecnologico Veneziano. Insomma, criminalità organizzata fra laguna e Marghera.

Scandisce Giulio Marcon, deputato uscente e candidato di LeU: «La magistratura è chiamata a procedere per far piena luce su quanto emerge dalla video-inchiesta. Marghera, e non solo, è già stata al centro delle iniziative parlamentari che abbiamo messo in campo per denunciare il fenomeno delle ecomafie. Ma in questo caso deve dimostrarsi capace di assoluta chiarezza soprattutto il Comune, chiamato in causa dai protagonisti della “trattativa”. Tanto più che nell’intera area di Portomarghera si prevede una rigenerazione e occorre che la trasformazione sia indenne da qualsiasi rischio o pericolo di contaminazione con interessi criminali».

E Gianfranco Bettin, presidente della municipalità di Marghera, evidenzia con forza proprio la preoccupazione: «Sono due gli elementi più significativi e inquietanti. Il primo, è la conferma della sconcertante e allarmante dimestichezza che la presunta procacciatrice di fondi camorristi rivela, e anzi ostenta, con importanti ambienti istituzionali, burocratici e imprenditoriali, sulla quale bisogna sia fatta urgentemente la massima chiarezza, con piena trasparenza. Il secondo è invece forse più nuovo e preoccupante: sembra di essere di fronte all’ingresso di capitali sporchi di origine criminale (e apertamente dichiarata come tale, nel filmato, ai “mediatori” e “utilizzatori finali”) in un progetto di per sé, almeno all’apparenza regolare».

Così Venezia deve fare i conti, fino in fondo, con le mafie. C’è l’inquietante precedente del Tronchetto, il terminal del turismo e delle Grandi Navi, dove proprio grazie al riciclaggio un gruppo criminale si è incistato nell’economia della città da cartolina. Ma il “monitoraggio” - garantito dall’Osservatorio ecomafie, ambiente e legalità, nato dalla collaborazione fra Comune e Legambiente - è saltato, perché il sindaco Luigi Brugnaro appena insediato ha chiuso i rubinetti in modo da provocare la chiusura dell’esperienza.

D’altro canto, nelle 800 pagine dell’ultima relazione prodotta dalla Commissione Antimafia si legge un’implicita critica nei confronti della magistratura e delle forze dell’ordine: «Le organizzazioni criminali in Veneto hanno approfittato di un’insufficiente attività di prevenzione e contrasto per mimetizzarsi nel tessuto economico attraverso un rapporto di convergenza di interessi con il mondo delle professioni e dell’impresa».

Certifica Rocco Sciarrone, professore di Sociologia dei processi economici e del lavoro all’Università di Torino: «Quando parliamo di mafie, anche a Nord Est, non siamo di fronte al contagio di un organismo sano né all’invasione di un esercito. Conta molto di più l’accoglienza: trovano territori ospitali e porte aperte. Utilizzano varchi in alcuni ambiti dell’economia, della politica e delle pubbliche amministrazioni. Le mafie trovano un tessuto già pronto. Se mai, lo amplificano e lo mettono a sistema».

E soprattutto nel Veneto sembra riprodursi lo stesso “contagio” già registrato in Emilia nell’edilizia, nel commercio e nella sanità. Con le nuove frontiere delle mafie che contano sulla “consulenza” di professionisti e amministratori locali: grande distribuzione, energie rinnovabili, servizi sociali e accoglienza dei migranti.

Il manifesto, 25 febbraio2018. Tutto giusto e condivisibile: l’obiettivo è fuori le grandi navi dalla Laguna. Ma questo è solo un aspetto del problema: l’altro è la non sopportabilità, per Venezia, della quantità e la qualità della massa di visitatori. Ne riparleremo


«Venezia. La vicenda delle grandi navi a Venezia sembra una telenovela infinita, una soap opera in cui la fanno da protagonisti e comprimari dilettanti che non sanno di che parlano, “ponzio pilati” che scappano di fronte alle responsabilità e furbetti che vogliono che resti tutto così com'è»
Ormai siamo al ridicolo. La vicenda delle grandi navi a Venezia sembra una telenovela infinita, una soap opera in cui la fanno da protagonisti e comprimari dilettanti che non sanno di che parlano, “ponzio pilati” che scappano di fronte alle responsabilità e furbetti che vogliono che resti tutto così com’è. Ricordiamo ancora una volta come sono andate le cose. Nel marzo del 2012 (dopo la tragedia di gennaio della Concordia all’isola del Giglio), il governo Monti emanava un decreto (il Clini- Passera) in cui si vietava la navigazione delle imbarcazioni di stazza superiore alle 40mila tonnellate per il bacino di San Marco e il canale della Giudecca. Da tempo i “grattacieli del mare” lunghi 300metri e alti come palazzi di 12-13 piani passano o sostano a pochi metri da Piazza San Marco e solcano il canale della Giudecca, sballottando le piccole imbarcazioni e mettendo a dura prova canali e fondamenta. Ma c’è un “ma”. Qualche riga dopo aver posto il divieto, il decreto ne stabiliva… la sospensione fino a quando non sarebbe stata trovata una soluzione alternativa.

Sono trascorsi sei anni (e quattro governi: Monti, Letta, Renzi e Gentiloni) e la soluzione non è stata trovata. Così i ”grattacieli del mare” hanno continuato a navigare per il canale della Giudecca e davanti San Marco, anche se con delle limitazioni più stringenti introdotte nel frattempo dall’autorità marittima di Venezia. Ma nei mesi scorsi c’è stata una novità: a novembre si è riunito il cosiddetto “comitatone” (che riunisce ministeri, enti locali, ecc) e – a quanto si è appreso dalla stampa- avrebbe trovato la soluzione alternativa: ovvero il transito delle grandi navi per il “canale dei petroli” che dalla bocca di Malamocco, dopo più di 25 chilometri arriva a Marghera. Si tratta di una ipotesi totalmente sbagliata e impraticabile (e a quanto ci ha detto Galletti, nemmeno sottoposta alla Valutazione di Impatto Ambientale), e per un semplice motivo: comporta altri scavi in laguna, per allargare o raddoppiare addirittura il canale. Soluzione dunque inaccettabile, che sconvolgerebbe un ecosistema delicatissimo che non può sopportare più altre devastazioni.

Il condizionale comunque è d’obbligo. Infatti di quella riunione di tre mesi fa non esiste nessun documento: né un “atto di indirizzo” (chi l’ha visto?), né un verbale, che pure dovrebbe pur esserci.

Tutto questo sta rendendo impossibile all’autorità marittima l’emanazione di una nuova ordinanza con l’indicazione del consolidamento delle limitazioni per il 2018 e gli anni a venire. L’omissione del governo sta aggravando la situazione in laguna ancora di più, soprattutto nell’imminenza della nuova stagione crocieristica in cui riprenderà alla grande il flusso delle grandi navi. Basta. Il governo sta facendo “melina”: prima sei anni di latitanza, poi la prospettiva di una soluzione, quella di Marghera (tutta campata in aria, senza progetto e valutazione di impatto ambientale, comunque sbagliata), che sembra fatta apposta per lasciare le cose così come sono e permettere alle grandi navi di continuare a passare indisturbate per il canale della Giudecca e il bacino di San Marco.

Ci sono tre condizioni irrinunciabili per trovare una soluzione “alternativa” alla navigazione delle grandi navi in laguna: a) il coinvolgimento dei cittadini delle comunità locali interessate, attraverso una consultazione vincolante sulle soluzione definitiva, b) un confronto tra le proposte presentate, che ovviamente devono superare pienamente la Valutazione di Impatto Ambientale: nessuna soluzione può essere imposta da Roma, c) il rispetto di un vincolo fondamentale: nessun altro scavo in laguna.

Alla fine si arriverà a questa conclusione: l’unica soluzione possibile per le grandi navi è di portarle fuori, non solo dal canale della Giudecca e da San Marco, ma dalla laguna.

Leggere in proposito l'articolo di Clara Zanardi, Oltre la nave

la Nuova Venezia, 16 febbraio 2018. Articoli di Vera Mantegoli e Carlo Mion. Se il potere pubblico non fa il suo dovere, o lo disattende, i cittadini mugugnano, ma poi cominciano ad organizzarsi. A Venezia le associazioni sottoscrivono un comune documento e i cittadini si organizzano per costituire presidi antifascisti. (m.p.r.)

«GIÙ LE MANI DAI LUOGHI PUBBLICI»
di Vera Mantegoli

La rabbia delle associazioni cittadine contro l'impoverimento del tessuto cittadino.

Sottrarre un luogo pubblico per darlo ai privati è un crimine. È questa una delle tre dichiarazioni sottoscritte dalle prime associazioni cittadine (oltre una quindicina) che ieri pomeriggio si sono riunite nella Sala San Leonardo per condividere i diversi percorsi avviati negli ultimi anni. Le altre sono che «chiunque sterilizzi per mezzo di ruoli amministrativi il ricco tessuto civico della città per ignavia o inerzia, con dolo e colpa, viola il suo mandato e abusa delle sue funzioni» e che «le comunità che riscoprono la loro città e ne ambiscono la gestione partecipata (. . .) hanno più credibilità di chi opera dall'alto» . Rabbia e orgoglio si sono fatti sentire nella voce dei rappresentanti che hanno ribadito che non ci sono giustificazioni per chi sfrutta la laguna (da Italia Nostra al Comitato Altro Lido), per chi vuole sottrarre gli spazi pubblici (dagli studenti del Comitato Gasometri che hanno voluto dire al sindaco che non sono stati strumentalizzati alle famiglie dell'ex Teatro Anatomico), per chi continua a trovare il modo di svendere spazi che in gran parte sono già di tutti. Insomma, percorsi diversi, ma accomunati dallo stesso obiettivo: tutelare gli spazi pubblici, dalle isole ai palazzi, dai privati e da quella politica che stanno togliendo ai residenti il ruolo di protagonisti nella loro città. L'incontro, moderato dagli autori del programma Frullatorio, Davide Angeli e Matteo Tonini, si è svolto dando cinque minuti di intervento a tutti, pena il rimprovero (ironico) di uno dei conduttori che, con una maschera da Batman, sgridava il portavoce. Il filo conduttore è stato la "Carta sul patrimonio pubblico e collettivo" scritta dalle associazioni che hanno partecipato, ma aperta anche a chi vuole unirsi (associazionepoveglia@gmail.com). Nel testo si parla del rischio che sempre di più corre la città, dallo spopolamento all'omologazione del tessuto del tessuto urbano e commerciale, e del ruolo dell'amministrazione che «non ha nessun freno normativo di fronte a questo appiattimento». Davanti a questo pericolo di rottura della comunità di veneziani, le associazioni hanno delle soluzioni che chiedono di essere ascoltate e messe in pratica. (v.m.)

«NO AL COMIZIO DEI FASCISTI A SAN GEREMIA»
di Carlo Mion


Cresce la mobilitazione contro l'iniziativa di Forza Nuova. Raccolta di firme, appelli e lettere al prefetto

Venezia. Mentre polizia e Prefettura cercano una soluzione per evitare che domenica ci siano disordini in occasione del comizio elettorale di Forza Nuova in campo San Geremia, aumentano le adesioni al presidio antifascista organizzato dai Centri sociali e gli appelli al Prefetto Carlo Boffi perché vieti il comizio. Ieri il presidente della Municipalità di Venezia Andrea Martini ha scritto al Prefetto: «Non posso non trasferirle il sentimento diffuso in città di sdegno e incredulità per il fatto che una formazione, nei saluti romani e nei proclami, di fatto neofascista possa trovare spazio per diffondere i propri slogan di violenza e razzismo nei nostri campi» prosegue Martini. «Al sentire diffuso sta crescendo esponenzialmente la convinzione, in città, che, se non viene bloccato il comizio, si debba creare un presidio di cittadini che pacificamente testimoni, con la sua presenza, il no a quello che viene avvertito come un attacco diretto alla città. Il rischio, dunque, che persone, comuni cittadini, possano trovarsi in situazione di pericolo per la propria incolumità è molto alto» conclude il presidente Martini. «Le chiedo, quindi, per tutelare la sicurezza dei cittadini, di non autorizzare il comizio di Forza Nuova».
Ipotesi non praticabile in quanto il Prefetto non può vietare un comizio elettorale. Si cerca quindi una soluzione per impedire che i partecipanti al presidio, previsto per le 14 davanti alla stazione, vengano in contatto con in partecipanti al comizio che inizierò alle 16.Un gruppo di cittadini, nel frattempo, ha organizzato una raccolta di firme in rete per chiedere di impedire il comizio. Raccolta che si prefigge di arrivare a 2500 firme e che in poche ore ha superato quota 1500. Anche questa raccolta di firme è indirizzata al Prefetto. Scrivono i promotori: «Come cittadini veneziani chiediamo al Prefetto di Venezia di vietare il comizio di Forza Nuova. Lo chiediamo perché Forza Nuova è un movimento, sia a parole che nei fatti, apertamente e dichiaratamente neofascista».
Un appello è arrivato anche da parte dell'Associazione nazionale partigiani d'Italia, sezione Sette Martiri di Venezia. «La Sezione Anpi "Sette Martiri" apprezza e condivide ogni iniziativa di militanza antifascista soprattutto se proveniente da giovani cittadini», spiega l'Anpi. «Il richiamo allo spirito di Macerata dell'appello del Centro sociale Morion e quindi a comportamenti ispirati alla legalità, ci è sembrata una garanzia di rispetto dei principi democratici che devono esserci nella fermezza delle rivendicazioni contro le presenze sempre più arroganti delle formazioni fasciste. Chiediamo che Prefetto e sindaco dimostrino che gli atti delle istituzioni sono motivati, più che da contingenze di ordine pubblico, da una salda fedeltà all'antifascismo della Costituzione».

Laboratoriooccupato Morion, 13 febbraio 2018. I motivi e le ragioni della chiamata a raccolta per il presidio cittadino antifascista di oggi. Parole di equilibrio dal centro sociale di Venezia. Solo tutti assieme si sconfigge la violenza. (m.p.r.)

Chiudiamo una volta per tutte le porte della città all'odio.


CI VEDIAMO DOMENICA 18 ALLE 14 DAVANTI ALLA STAZIONE per dar vita a una grande piazza antifascista e antirazzista e allontanare Forza Nuova dalla nostra città.


Sabato scorso a Macerata è andata in scena una grande manifestazione, dove 30.000 persone hanno dato la migliore risposta possibile ad un attentato terroristico di matrice fascista, razzista e sessista. Lo hanno fatto da donne e uomini liberi, non solo contro la destra, ma nonostante tanti partiti, sindacati ed associazioni del centrosinistra abbiano tentato di boicottare quella piazza per mero calcolo elettorale. Sono stati sconfessati dalla loro stessa base che, assieme ai movimenti, ha invaso pacificamente Macerata, regalando gioia, energia ed una boccata d'ossigeno per chi cominciava a sentirsi stretto tra l'odio neofascista e l'indecenza delle istituzioni.

E' necessario che lo spirito di Macerata viva in ogni città, compresa la nostra. Dire no al terrorismo fascista a Venezia significa prima di tutto non accettare che la nostra città venga utilizzata come sfondo dalla propaganda di chi proclama l'odio razziale, la soppressione violenta di ogni diversità etnica, culturale, di genere e auspica il ritorno dei pogrom.

Luca Traini non è, come tutto l'arco istituzionale si è affrettato ad indicare, un folle. Se i partiti balbettano per calcolo elettorale, per timore di perdere consensi nella "pancia del paese", a tutte e tutti noi, tocca invece il compito di dire la verità. Luca Traini è un terrorista fascista. Se, di fronte a questa evidenza, Berlusconi e Salvini soffiano sul fuoco dando la colpa all'immigrazione, c'è addirittura un partito che ha apertamente dichiarato di stare dalla parte dello sparatore, di sposarne le ragioni, di voler sostenere le sue spese legali, di avvallare l'inaccettabile sessismo implicito nel volere presentare quell'azione come reazione al probabile omicidio di Pamela. Pamela che così è offesa due volte, prima da chi l'ha uccisa e martoriata, poi da chi la usa come scusa per un'aggressione razzista nel confronti di persone totalmente innocenti.

Il partito in questione è Forza Nuova che ha così definitivamente gettato la maschera rivelandosi per quello che è, un'organizzazione in nulla differente da quei gruppi di fanatici islamisti che si felicitano quanto un terrorista radicalizzato si lancia con un camion sulla folla del lungomare. Forza Nuova sarebbe felice di una strage in una moschea a firma di un gruppo neofascista, tanto quanto lo Stato Islamico si felicita di un omicidio di massa in una sala da concerto nel cuore dell'Europa.

Purtroppo non stiamo drammatizzando, l'ondata neofascista non è più un fenomeno minoritario, ma avanza in tutta Europa con ambizioni di governo. E' molto probabile che dopo il quattro marzo siederanno al Parlamento, per la prima volta dalla Liberazione, dei deputati apertamente fascisti.

Di fronte a questa follia l'argine istituzionale è saltato, il rifiuto del fascismo non è più una precondizione alla vita democratica, ma una variabile da giocarsi a seconda del calcolo elettorale. Ciò significa che l'antifascismo non è più delegabile alle autorità, non basta richiamarsi alla carta costituzionale, nessun democratico può sentirsi dispensato dalla necessità di ricostruire una cultura di un nuovo antifascismo all'altezza dei tempi.

Un nuovo antifascismo popolare, questo deve nascere, e può nascere a partire dalle città. Può nascere da quei luoghi che più di altri hanno fondato le loro fortune sull'apertura verso il mondo, che hanno creato le proprie ricchezze economiche e culturali sul meticciato, che hanno costruito modelli sociali vincenti a partire dal confronto continuo tra differenze, tramutando la paura dell'altro in forza comune.

Eppure oggi la risposta più semplice alla crisi è il razzismo, è la guerra tra poveri. Nessuna città è più al sicuro e questo vale anche per Venezia. Non basta più la sua storia cosmopolita a tenerla al riparo. Sono anni che le formazioni neofasciste provano a radicarsi qui, già forti di un consenso storico in alcune aree della regione. Da anni i movimenti sono impegnati nella lotta per impedire che questo radicamento avvenga, che la cultura dell'odio trovi uno spazietto, magari piccolo, ma prezioso, per attecchire anche da noi.

Dunque noi proponiamo di aprire una campagna permanente per riaffermare il primato dell'antifascismo. Una campagna aperta ai singoli e alle organizzazioni dove ognuno, secondo la proprie possibilità e sensibilità, si impegni nella promozione di una cultura democratica e nella vigilanza contro le manifestazioni di fascismo nel nostro territorio. C'è bisogno di tutti e a tutti dobbiamo parlare, abbandonando le nostre certezze, ripensando pratiche, linguaggi, immaginari.
C'è bisogno dei giovani che in troppi casi incominciano ad incanalare la rabbia generazionale in pulsioni razziste ed identitarie. C'è bisogno delle donne e dei generi non conformi che oggi devono battersi contro rigurgiti di sessismo e patriarcato. C'è bisogno dei migranti che sono il capro espiatorio di una crisi che ha a che fare non tanto con loro, ma con la mancanza di giustizia sociale e con l'aumento del divario di reddito tra ricchi e poveri.

C'è bisogno degli antirazzisti che fanno un lavoro incredibile su territori (geografici e digitali) spazzati dal vento della xenofobia. C'è bisogno del mondo della cultura e della ricerca, in parte destrutturato dal pensiero unico neoliberale, in parte assopito e autoreferenziale, spesso solerte nel fornire lezioni di politicamente corretto, raramente pronto a mettere in discussione le proprie certezze e dunque a ritrovare un ruolo sociale oltre l'autoconservazione. C'è bisogno persino di quelle organizzazioni e di quei sindacati che non hanno svenduto la propria azione al mero calcolo elettorale, la crisi della rappresentanza dipende anche dal prolungato e sistematico abbandono del terreno dell'antifascismo. C'è bisogno dei ceti popolari, impoveriti e invitati a scagliarsi contro altri poveri piuttosto che contro i responsabili effettivi delle loro condizioni.
C'è bisogno dei ceti medi democratici e dei lavoratori autonomi, impoveriti anch'essi, individualizzati e a volte intrappolati in una sindrome da "anime belle", involontari favoreggiatori dei neofascismi a colpi di citazione di Voltaire. C'è bisogno degli imprenditori, non certo di quelli che sfruttano e dequalificano il lavoro o di quelli che hanno deciso di giocare sui tavoli della finanza globale, ma di quelli intenzionati (come un tempo) a coniugare profitto e giustizia sociale, impresa e cultura democratica, investimento e filantropia. C'è bisogno di quelle organizzazioni religiose che fanno dell'ecumenismo, della pace e dell'accoglienza degna altrettanti pilastri della loro fede.
Crediamo, infine che ci sia anche bisogno di noi, dei centri sociali, dei comitati, dei collettivi, di noi che non abbiamo mai abbandonato l'antifascismo, ma che oggi dobbiamo certamente ripensarlo alla luce di una critica delle nostre convinzioni. Non vogliamo rinunciare alla radicalità, ma questa non vive se non inserita all'interno di un tessuto rinnovato di relazioni, di dialogo e di pratiche con chi è diverso da noi, ma che con noi condivide un'impostazione antifascista.
Cominciamo da Venezia, facciamo circolare questo appello per costruire una campagna permanente che prima di tutto dica no all'accoglienza di manifestazioni favorevoli al terrorismo fascista e che poi sfoci in momenti pubblici, costituenti di un nuovo tessuto di antifascismo culturale e popolare.
Riaffermare la connotazione di Venezia come città democratica dipende da tutte e tutti noi!

Domenica 18 Forza Nuova sarà a Venezia. È compito nostro far sì che ciò non avvenga mettendo in campo tutte le anime antifasciste di questa città.

Qui la versione originale dell'appello con tutte le adesioni alla manifestazione

Le molte ragioni per cui la decisione dell'immobiliarista-sindaco Brugnaro di collocare un palasport e un albergo all'imbocco del ponte per Venezia è un errore strategico

La necessità di localizzare, progettare e costruire un nuovo palazzetto sportivo per 5.000 persone (minimo richiesto dalla federazione della pallacanestro) e per eventi ripropone la necessità della pianificazione urbanistica a Mestre. Una grande attrezzatura pubblica che polarizza le funzioni urbane si deve localizzare avendo una visione territoriale strategica. Il problema era stato posto in passato e affrontato in modo corretto, a proposito di un analoga infrastruttura: il nuovo ospedale di Mestre.

Già nel 1988 la localizzazione del nuovo ospedale - prima progettato dalla giunta di sinistra sopra e al posto del Bosco di Mestre (l’ultimo residuo della foresta planiziale), poi riproposto dalla giunta di centro destra presso il margine della Laguna) - fu decisa dalla giunta rosso-verde valutando tre alternative (a nord presso il Bosco, a est verso la Laguna e a ovest verso l’entroterra con una nuova fermata lungo la linea ferroviaria): quest’ultima venne approvata all’unanimità dal consiglio comunale e i terreni acquistati a prezzo agricolo e successiva variante urbanistica.

Ora si pone un problema analogo, ma la proposta dell’amministrazione ha una natura, una logica e dei moventi radicalmente diversi. L’imprenditore Brugnaro (poi diventato sindaco) aveva acquistato nel 2006 un grande terreno prodotto da un imbonimento di una porzione consistente (42 ettari) della Laguna denominato “ai Pili”, che era stato dismesso dal demanio statale e acquisito dall’allora imprenditore Brugnaro per una cifra molto contenuta (5 mln €), proprio perché gravemente inquinato da residui industriali). Il sindaco di allora Cacciari, non capì l’importanza di acquisire la “Porta di Venezia” e rinunciò ad esercitare, come avrebbe potuto, il diritto di prelazione.

Oggi il sindaco Brugnaro propone di costruire proprio sui terreni da lui stesso acquisiti come imprenditore al prezzo surriportato un Palazzo per lo sport e per eventi per 15.000 persone con altre lucrose attività connesse.

L’area dei Pili è collocata a Sud-Ovest dell’ingresso del Ponte della Libertà. A Nord-Ovest, in margine della Laguna. Nell’area di gronda a fianco nel 1990 la giunta rosso-verde ha avviato la realizzazione del grande parco di S.Giuliano affacciato sulla laguna; il Piano paesaggistico ambientale (PALAV), con norme in salvaguardia dal 1986 approvate nel 1995, ha vincolato l’area della “Porta di Venezia” come “Area di interesse paesistico ambientale con previsioni urbanistiche vigenti confermate” dove deve essere “verificata la compatibilità delle nuove realizzazioni con l’ambiente naturale”.

Ma una variante al PRG adottata nel 1999 (giunta Cacciari, ass. D’Agostino) approvata nel 2004 destina l’area a Verde Urbano Attrezzato con moltissime funzioni (anche ricettive) e un indice di edificabilità territoriale molto alto (0,5 mq/mq).

Il Piano di Assetto del Territorio (PAT) adottato nel 2012 e approvato nel 2014 (Giunta Orsoni ass. Micelli) conferma queste funzioni e questi indici (respingendone la riduzione proposta dal M5S).

L’associazione Venezia Cambia ha proposto per il nuovo Piano degli Interventi la destinazione dell’area dei Pili a “parco di servizio pubblico, ad elevata caratterizzazione naturale … nelle aree di affaccio sulla laguna va ammessa la possibilità di inserimento di funzioni aggiuntive sportive-ricreative, ma solo all'aria aperta (senza volumi)” ma la discussione in Consiglio Comunale dal settembre 2017 ad oggi è stata sempre rinviata.

Sulla proposta del sindaco Brugnaro di realizzare il Palazzo da 15.000 utenti con altri edifici annessi sui suoi terreni è ovviamente divampata una accesa polemica, che innanzitutto evidenzia il suo conflitto di interessi.

Ma sulla proposta non possono bastare le sole verifiche specifiche:

1) verifica del coinvolgimento dell’area sul vincolo di rischio rilevante (legge Seveso)

2) verifica della mancata messa in sicurezza del suolo con dilavamento delle acque radioattive e di mancato trattamento delle falde sotterranee, (deve intervenire il Ministero dell’Ambiente che però non risponde alle interpellanze e l’Avvocatura di stato per dirimere il contenzioso economico), necessità di una bonifica complessa e molto onerosa.

3) verifica della incompatibilità urbanistica e paesaggistica (con PAT e PALAV); nel verde urbano (sia pur attrezzato) non si può fare un palazzo per sport ed eventi per 10.000-15.000 persone: occorrerebbe una variante urbanistica, approvata dalla maggioranza, che moltiplicherebbe il valore del terreno del sindaco di 30-40 volte legalizzando una enorme speculazione (a meno che il sindaco non ceda i terreni al Comune al prezzo di acquisto).

4) comunque è assurdo variare proprio l’affaccio alla gronda lagunare previsto a Verde fin dal progetto del Parco di S.Giuliano portandovi una grande attrezzatura con altre strutture a fianco: in rispetto del PALAV comunque occorre avere l’approvazione della Soprintendenza per gli aspetti paesaggistici e ambientali.

5) un ulteriore grave problema da affrontare è l’accessibilità: non si può congestionare al massimo proprio l’accesso a Venezia, oltre a tutto il PAT prevede a fianco anche un terminal.

Se si vuol affrontare in fretta il problema occorre che l’amministrazione comunale elabori e compari al più presto tutte le “ragionevoli alternative” di localizzazione: nel 1988 è stata decisione volontaria ma ora, per le grandi opere di interesse pubblico, è norma di legge ( V.I.A. e nuovo Codice degli appalti).

Occorre inoltre verificare le proposte in rapporto alla recente applicazione della legge regionale sulla riduzione del consumo di suolo: bisogna individuare una scelta territoriale strategica senza nuovo consumo di suolo agricolo.

In particolare le aree di Marghera sud già urbanizzate (alcune già disponibili, altre dismesse da tempo) possono essere integrate con nuovi insediamenti di riqualificazione urbana, anche con una attrezzatura che richiede una grande accessibilità, che andrebbe quindi connessa al massimo con i trasporti pubblici, con il tram (prolungato) e con le grandi arterie stradali extraurbane (per i mezzi privati).

Ma di tutte queste problematiche non c’è traccia nell’ordine del giorno approvato dalla maggioranza (e, sbagliando, anche da due consiglieri del M5S) che esprime un parere preventivo positivo “per la realizzazione di un Palasport e servizi nell’area dei Pili viste le destinazioni e le potenzialità urbanistiche dell’area”.

C’è solo da sperare che gli organi tecnici comunali, regionali e della soprintendenza sappiano svolgere il proprio compito correttamente nel rispetto delle norme vigenti.

Corriere della Sera on line, 5 febbraio 2018. Gli azzeccagarbugli della legalità formale. Il sindaco che "cede" le sue proprietà ad un blind trust ed ecco che formalmente è autorizzato a sponsorizzare gli investimenti sulle sue ex(?)aree. (m.p.r.)

«L’acquisto nel 2006, quei 44 ettari erano dello Stato. Il sindaco li ha acquistato per la cifra di cinque milioni. «Su quell’area non farò nulla», prometteva parlando dei suoi terreni. Ora spinge per costruire un palasport. Show in Consiglio tra lacrime e coppe».


«Su quell’area non farò nulla. Perché è giusto. Sarebbe un conflitto di interessi. Questo lo chiariamo subito. Molto chiaro». Manco il tempo che la consigliera pd Monica Sambo diffonda la registrazione del solenne giuramento fatto in campagna elettorale dal sindaco Luigi Brugnaro e si leva tra i «brugnariani» una cagnara tale da coprire un fracasso di trombe, oboe e sassofoni. Impossibile risentire quell’imbarazzante impegno. Quanto a lui, se ne è già andato. Lasciando al suo posto, sulla poltrona di primo cittadino al centro del consiglio comunale, un suo totem: la coppa del campionato di basket vinto dalla Reyer. La sua squadra. Che vorrebbe giocare nel suo palazzetto. Costruito sul suo terreno (inquinato). Col suo via libera. Lungo il ponte che porta alla sua Venezia.

Un conflitto di interessi che spacca la città, invelenisce le opposizioni e pare al contrario un banale dettaglio ai tifosi locali, compatti nello spellarsi le mani a ogni passaggio del sindaco col groppo in gola («abbiamo portato qui lo scudetto dopo 74 anni!») e nel coprire di «buuuu» ogni contestazione. Resta il tema: è opportuna, ammesso sia legale, la spinta d’un sindaco a costruire sul suo terreno un palasport che dovrebbe aprire un varco per costruire poi nei dintorni, accusano i nemici del progetto, «un albergo da 700 camere, un centro commerciale, una casa di riposo di lusso per anziani, villette e il casino spostato da Tessera»?

Sì, risponde lui. Non dicevano forse Vittorio Valletta e Gianni Agnelli che «quel che fa bene alla Fiat fa bene anche all’Italia» o Silvio Berlusconi che «quel che fa bene a Mediaset fa bene anche al Paese»? Lui, il figlio di un operaio di sinistra e di una maestra, laureato in architettura e capace di strappare due anni e mezzo fa la città alla sinistra, pare convinto: gli interessi suoi e quelli di Venezia, vedi coincidenza!, coincidono. Al centro della polemica, come è noto, ci sono 44 ettari di terreno abbandonato a destra del Ponte della Libertà andando verso Venezia. Un terreno che apparteneva allo Stato e che lo stesso Brugnaro comprò nel 2006, quando faceva solo l’imprenditore e pareva non avere mire politiche, per cinque milioni. Unica offerta: «Ma i soldi bisognava averli». In origine doveva essere destinata a «Verde Urbano Attrezzato», come le vicine aree del Parco San Giuliano. Poi hanno cominciato a farsi largo altre ipotesi. Più ambiziose. Come quelle esposte nello studio dell’architetto Luciano Parenti. Le cui proiezioni futuristiche hanno entusiasmato gli «sviluppisti» e gelato il sangue agli ambientalisti.

Rovente già in campagna elettorale, quando il futuro sindaco spiegava d’aver comprato quegli ettari «perché non finissero in mano ai soliti speculatori milanesi o romani (li gestirò quando avrò finito di fare il sindaco») il tema è diventato sempre più rovente. Fino a deflagrare un mese fa quando Nicola Pellicani e Andrea Ferrazzi, del Pd, nella scia d’una dura opposizione e di una serie di «voci» sugli appetiti lagunari di Ching Chiat Kwong, chiesero in un’interrogazione se questo celebre magnate di Singapore avesse fatto davvero un’offerta per l’acquisto dell’area per una cifra esorbitante: da 150 a 200 milioni di euro. O addirittura, sospettano Giovanni Pelizzato (lista civica Casson) ed Elena La Rocca (M5S), oltre 360. Un affarone, per un terreno che ne era costati cinque. «Vergognatevi! È un modo oltraggioso e diffamatorio di affrontare le questioni!», tuona «Gigio» Brugnaro nel consiglio comunale convocato dagli oppositori (13 contro 23 a destra) raccogliendo le firme. E accusa: «Sono cose che fanno scappare gli investitori». Giura: «Bastava una telefonata! Non occorrevano le firme! Comunque è l’occasione per dare un parere pubblico e un’indicazione chiara in primis ai proprietari dell’area». Voce dal pubblico: «Ma se el paron ti xe ti!»

Ah, sospira il sindaco, che bello se tutti collaborassero come ai tempi di John Adams e «i rancorosi e gli invidiosi la smettessero»! Ironie a sinistra, entusiasmo a destra: «Siiiiii! Così!». «Quali conflitti d’interessi, accidenti! Quali? Perdere soldi ogni anno per difendere il futuro, per quel che si riesce, del vetro di Murano? La Reyer? Ecco: la Reyer, il mio cuore e la mia passione, costa milioni di euro all’anno senza alcun contributo pubblico, ha fatto sognare generazioni di veneziani!». Ma come: rinuncia allo stipendio, non chiede rimborsi spese, paga i parcheggi «come i normali cittadini» e gli tirano fuori sempre i conflitti di interessi? «Ho costituito, per primo, un “blind trust” dove sono state fatte confluire tutte le azioni delle aziende che possedevo e che saranno gestite da un trustee newyorkese, l’avvocato Ivan A. Sacks». Il tutto «per distaccarmi completamente dalle mie aziende». Pensava che le «cattiverie» finissero. Macché: ancora lì, Felice Casson e i grillini e gli altri a dirgli che un «fondo cieco» può andar bene «per la gestione di azioni ma lui, il sindaco-padrone, sa benissimo che qualunque cosa faccia quei terreni sono suoi».

Del resto, lo sa anche lui: «ad oggi, che mi sia dato sapere, non è stato siglato alcun accordo con investitori nazionali o internazionali». Ha saputo infatti «da notizie pubbliche» che la «società proprietaria» («cioè sempre ti!», ridono in fondo alla sala) «non ha conferito incarichi a chicchessia». Però, spiega tra i sospiri dei tifosi, la Federazione del basket ha comunicato che d’ora in avanti gli impianti sportivi devono contenere almeno 15.000 spettatori. Va fatto. Altrimenti, addio… Quindi? «Credo sia giunto il momento che il gruppo proprietario dell’area si senta libero, anzi si senta obbligato, ad agire per dare una prospettiva di rilancio dell’area in questione anche nell’interesse di tutta la comunità». Tombola! Parla proprio della terra sua». E non gli chiedano, come sindaco, di requisire l’area che possiede: «Costerebbe al Comune decine di milioni…». Conclusione: «Mi auguro che da questa discussione si confermi l’intenzione di presentare progetti e piani di valorizzazione per il recupero dell’area dei Pili, al fine di un suo disinquinamento e di un suo sviluppo all’interno del quale, io spero vogliano inserirci il nuovo palazzo dello sport, il più bello e moderno possibile». E lui, il padrone, se proprio il consiglio comunale insistesse per fare il palazzetto lì? Ma basta, non ha più tempo per ‘ste cose. Mette a sedere la coppa, si gira e se ne va.

la Nuova Venezia, 30 gennaio 2018. Un po' più di folla del solito, qualche timore in più di cadere sul selciato ed essere calpestati: così è iniziato il Carnevale veneziano. c'è chi si lamenta, e qualche pagliaccio che ride. Articoli di Alberto Vitucci, Carlo Mion e Enrico Tantucci

«BISOGNA RIPENSARE LA FESTA
E DISINCENTIVARE I PENDOLARI»
di Alberto Vitucci

«Il prefetto Boffi: “Tutti possono venire a Venezia, ma non tutti assieme”»

«Così non va». Il prefetto Carlo Boffi ha appena partecipato all'inaugurazione dei mosaici di San Marco. E terminato un lungo colloquio a quattr'occhi con il patriarca Moraglia sulla porta della Basilica. Risponde secco alla domanda se il primo sabato di Carnevale sia passato senza problemi. «Possiamo dire che all'interno dell'area controllata è andato tutto bene», scandisce, «questo sì. Ma i problemi ci sono stati altrove».

Prima prova generale fallita, dunque. I controlli per limitare l'afflusso in rio di Cannaregio e nelle aree limitrofe hanno paralizzato mezza Cannaregio. Transenne e masse di gente accalcata in Lista di Spagna, all'Anconeta, in Ghetto. Qualche situazione di pericolo reale. Veneziani che non riuscivano nemmeno ad andare a casa. Ospiti degli alberghi bloccati, così come gli studenti che abitano in città che non potevano mostrare una carta d'identità. E la sicurezza li fermava.

Controllare i flussi una volta che i visitatori sono già arrivati dentro la città ha provocato disagi e contraccolpi. Anche se il Comune dice di avere «avvisato tutti per tempo».Signor prefetto, forse il problema va affrontato a monte.«Non abbiamo norme che ci consentano di fermare le persone e non farle entrare in città».Ma se mettiamo il semaforo dentro la città, si blocca tutto.«Infatti. Il problema c'è, e stiamo cercando di affrontarlo in queste ore. Abbiamo anticipato a mercoledì la riunione del Comitato per l'Ordine e la Sicurezza pubblica.

Controllare i flussi dentro questa città è complicato, le calli sono strette».Domenica c'è il volo dell'Angelo, prima vera domenica di Carnevale.«Il Comune ha accettato la nostra proposta di anticipare la manifestazione di un'ora, alle 11 e non più a mezzogiorno. Cerchiamo di disincentivare, questa è la parola giusta. Cioè di ridurre l'afflusso di pendolari giornalieri che vengono da distanze medio lunghe e arrivano in auto o in treno. All'inizio il Comune ha fatto qualche resistenza, la tradizione parla del Volo dell'Angelo sempre alla stessa ora, a mezzogiorno. Poi hanno capito».

Quante persone saranno ammesse in Piazza domenica?«I vigili del fuoco stanno lavorando per le ultime stime. Ma credo che il numero non potrà essere molto superiore alle 20 mila unità. Dunque, una capienza di molto ridotta rispetto allo scorso anno».Cosa ci dobbiamo aspettare?«Stiamo cercando di informare per bene, dovremo controllare bene i flussi. Tutti vogliono venire a Venezia, ma devono capire che non possono venirci tutti insieme, possono farlo anche in altri periodi più tranquilli dell'anno se vogliono godere la città. È importante che ci sia la consapevolezza che Venezia, città meravigliosa, la più bella del mondo, è vivibile in tanti altri giorni e non solo in occasione di questi grandi eventi».

Certo se si invitano gli ospiti con un programma nutrito e si fanno spettacoli nel cuore della città antica, la gente arriva in massa.«La gente vuol venire a Venezia, certo. Ma forse è ora di ripensare a qualcosa. Ripeto, la capienza della Piazza San Marco per questioni di sicurezza sarà quest'anno molto più ridotta, molto lontana dalle decine di migliaia di persone che arrivavano negli anni scorsi. Forse gli spettacoli in Piazza non hanno più molto senso e vanno ripensati».Ci sono altri provvedimenti in arrivo per domenica?«Le decisioni che saranno prese sono legate al controllo degli accessi e al contingentamento del numero di turisti che potranno essere presenti contemporaneamente in Piazza San Marco».A farne le spese saranno ancora una volta i residenti?«Ne parleremo nella riunione del Comitato per la sicurezza, convocato per mercoledì»

«A CANNAREGIO
TUTTO È ANDATO PER IL MEGLIO»

di Carlo Mion

«Il questore soddisfatto per come è stata gestita la festa lungo il rio. Il nodo della pubblicità agli eventi»

«Le manifestazioni di sabato e domenica a Cannaregio sono andate bene. All'interno dell'area dove avvenivano gli eventi gli spettatori si potevano muovere tranquillamente e c'erano tutti gli spazi per garantire, in caso di necessità, gli interventi dei soccorritori» sottolinea il questore Vito Danilo Gagliardi «I deflussi sono avvenuti regolarmente senza incidenti in considerazione anche del numero delle persone arrivate. Oggi (ieri ndr) ho in programma una riunione con i miei collaboratori per valutare tutti gli aspetti della manifestazione in vista del prossimo fine settimana. Il numero di spettatori che potranno entrare in piazza San Marco sarà stabilito in base ai criteri previsti dal decreto Minniti. Gli stessi usati per consentire l'accesso agli 11 mila sulle rive di Cannaregio.

Sarà tutto in proporzione».La proporzione vuole che quel numero per domenica, calcolate le varie uscite e corridoi di sicurezza, arrivi al massimo a 20mila spettatori per il volo dell'Angelo. Uno strappo alle regole sarà quello di portare quei 20mila a quota 25mila. Ma nessuna persona in più. Numeri ben lontani dagli 80mila degli anni scorsi, con punte che arrivarono anche a 90mila presenze alle 12 per il volo che tutti vogliono vedere. E che consentirono al Carnevale di Venezia di diventare la notizia di apertura dei telegiornali nazionali. E anche in tempo di terrorismo. Domani, durante la riunione del Comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza pubblica, saranno individuate le strategie per arrivare a quota 20mila.

Mentre gli anni passati si studiavano strategie per portare più gente possibile in centro storico, organizzando treni speciali. Domani diventerà ufficiale la decisione, studiata con Vela, di anticipare di un'ora il volo dell'Angelo. Questo per scoraggiare gli spettatori che arrivano all'ultimo momento per assistere in piazza allo spettacolo. Considerato che molti utilizzano i treni questo, sperano al Cospa, scoraggerà i meno "convinti" dell'alzataccia. In considerazione che ci potranno essere anche altri momenti in cui la piazza sarà off-limits, si stanno studiando spettacoli alternativi sparsi in altri luoghi della città. Abbozzo di un Carnevale diffuso che potrebbe essere la filosofia della festa del prossimo anno. Al Cospa, tutti, sono convinti che sia arrivato il momento di cambiare e anche Vela e il regista del Carnevale dovranno adeguarsi alle nuove misure di sicurezza considerato il periodo in cui viviamo. Sempre nella riunione di domani sarà deciso se reclamizzare in maniera forte i nuovi spettacoli oppure no. Questo perché c'è qualcuno, tra i responsabili della sicurezza e dell'ordine pubblico, che teme l'effetto contrario e che in città arrivino più spettatori in considerazione dei nuovi pro grammi. Altri invece sostengono che pubblicizzare al massimo le iniziative servirà a far allontanare un maggior numero di persone da Piazza San Marco.

«ANDATEVENE IN CAMPAGNA»
di Enrico Tantucci
«Il sindaco: non ho visto il caos, chi non vuole la folla non havoglia di divertirsi»

Carnevale: niente caos e tutto bene. È il bilancio tutto in positivo del sindaco Luigi Brugnaro del primo week-end della festa, tracciato ieri a Ca'Farsetti, ridimensionando a «mugugni» di chi non sa divertirsi, le proteste di chi si è trovato bloccato tra la folla dei turisti, soprattutto per l'apertura di sabato con la festa sull'acqua a Cannaregio. «Non ho visto il caos» ha esordito Brugnaro «e non ritengo disastroso se qualcuno è rimasto per qualche minuto intrappolato tra la gente.

È da quando sono ragazzo che durante il Carnevale c'è sempre grande affollamento: se uno non vuole la confusione, vada ad abitare in campagna e non a Rialto o in altre zone centrali di Venezia». E lui - che ricorda compiaciuto il suo travestimento di sabato da Batman - "affonda" ancora contro i "seriosi" contestatori: «Forse manca solo un po'di voglia di prendersi in giro, di voglia di divertimento, di coraggio di prendere iniziative trasversali. Perché a lamentarsi non sono stati tutti, ma sempre i soliti, che sanno benissimo che, tanto più se vivono in quelle zone, nei trenta minuti della manifestazione si può fare fatica a passare.

Personalmente siamo contenti, perché credo che abbiamo gestito benissimo gli eventi: non si era mai sentito lo speaker spiegare le vie di fuga prima dell'evento. Grazie alla collaborazione nell'organizzazione con la prefettura, la questura, i vigili urbani e tutte le forze di polizia abbiamo ottenuto l'obiettivo di avere la massima sicurezza. Le polemiche non sono vere e il Carnevale, è bello e ce lo teniamo ben stretto, cercando di diffonderlo sempre più in tutta la città metropolitana».

Brugnaro rivendica anche l'esperimento sul controllo dei flussi turistici appena avviato. «Siamo i primi che provano a intervenire» ricorda «ed è chiaro che ci possono essere anche errori e che evidente che andremo avanti con miglioramenti continui.

Stiamo sperimentando queste regolamentazioni. Non c'è un numero chiuso ma per certe aree c'è un limite alle persone. Stiamo, con un certo coraggio, iniziando un percorso nuovo di regolamentazione dei flussi. L'anticipo di un'ora - alle 11 - del Volo dell'Angelo in Piazza San Marco di domenica prossima è dovuto a motivi di sicurezza e premia anche chi risiede in città o negli alberghi cittadini. Se poi prevediamo solo 20 mila persone in Piazza è per trovare i giusti numeri affinché chi viene a vedere lo spettacolo stia anche comodo: non possiamo pensare di limitare i numeri della gente che viene al Carnevale, ma anche l'anticipo dell'orario aiuterà ad impedire un massiccio afflusso in Piazza San Marco e ulteriori intasamenti». Anche a un concerto di Vasco Rossi, ha aggiunto il sindaco, «quando sono finiti i biglietti non si accettano ulteriori ingressi. E noi facciamo manifestazioni gratis per i turisti e per chi vive la città, perché il Carnevale è una tradizione centenaria, un fatto culturale di Venezia, in cui è bello perdersi». Confermata anche l'entrata in servizio di 40 nuovi vigili urbani, che saranno utilizzati in pattuglia in servizio notturno, dalle 19 all'una.



FLUSSI, IL MONITO DEL PATRIARCA MORAGLIA
«ATTENZIONE A NON PENALIZZARE I PIÙ FRAGILI»

I flussi turistici a Venezia negli ultimi decenni hanno avuto «proporzioni inimmaginabili» e sarà necessario, sul fronte delle possibili soluzioni, «alla fine pensare in termini di sicurezza non penalizzando i cittadini più fragili», come può essere una famiglia che organizza una gita per portare i figli a vedere il Carnevale. Nel dibattito riaperto in città dalla massiccia presenza di turisti sabato scorso per il prologo della manifestazione è intervenuto ieri anche il Patriarca Francesco Moraglia . Una questione, quella del numero eccessivo di presenze, da contemperare con il tema della sicurezza, che investe anche la Basilica di San Marco. «La Basilica» ha aggiunto Moraglia «è certamente un obiettivo sensibile, è sotto gli occhi di tutti più di altre realtà, anche se tutta Venezia è sotto l'occhio ingigantito del mondo. La Basilica cerca di fare il possibile, di attrezzarsi. Certe cose vengono studiate, non vengono dichiarate, e poi si cercano soluzioni che garantiscano sicurezza». Questioni che sono da tempo all'attenzione della Procuratoria di San Marco che sta studiando specifiche opzioni sul piano delle nuove tecnologie che possano garantire nel contempo la sicurezza e una presenza di persone che non sia penalizzante. «Anche noi» ha concluso il Patriarca «dobbiamo stare a quelli che vengono dichiarati i parametri di vivibilità di una piazza o di una struttura».

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