Occupazione giovanile: è la “nuova” parola d’ordine del nuovo governo. Giustissimo...>>>
Occupazione giovanile: è la “nuova” parola d’ordine del nuovo governo. Giustissimo impegno per il quale è giustissimo investire pubblico denaro per incentivare l’assunzione di giovani disoccupati. Un aspetto poco spiegato è, a mio parere, che cosa potranno fare i nuovi occupati nell’agricoltura, nell’industria, nell’edilizia, nei commerci, nei servizi. Si parla di impieghi nell’economia verde, altra parola magica che indica molte attività che vanno dalle fonti di energia alternative e rinnovabili, alla creazione e alla cura di aree protette, alla ristrutturazione degli edifici per renderli capaci di consumare meno energia, o di resistere ai terremoti o alle calamità “naturali”.
Alcune delle proposte di impiego consistono in opportune opere di riparazione dei danni dovuti ad eventi disastrosi come alluvioni o frane, ma credo che grande attenzione i governanti dovrebbero anche rivolgere alla prevenzione di tali eventi, in genere prevedibili. Non a caso Albert Schweitzer (1875-1965), premio Nobel e grande pensatore e profeta della pace e dell’amore per la natura e per la vita, mezzo secolo fa avvertiva che l’uomo ha perso la capacità di prevedere e prevenire e che tale incapacità è la vera causa dei guasti ecologici.
Secondo la mia modesta opinione, una fonte di occupazione giovanile potrebbe essere proprio una campagna di difesa del territorio per evitare l’erosione del suolo e gli ostacoli al moto delle acque nei fossi, torrenti e fiumi, origine delle esondazioni nelle valli, nelle pianure, perfino nelle città. Eventi che ormai in tutte le stagioni dell’anno distruggono edifici, raccolti, campi, case, fabbriche, strade, eventi che costringono le autorità locali a invocare lo “stato di calamità naturale” (che naturale non è) e a chiedere risarcimento allo Stato per miliardi di euro ogni anno. Soldi che potrebbero essere risparmiati in futuro se investiti oggi pagando giovani disoccupati per interventi e opere di prevenzione.
Alcuni potrebbero obiettare che l’organizzazione di un simile servizio giovanile ambientale oggi in Italia comporterebbe immediati costi per lo Stato, le cui finanze sono già dissestate; tali costi di oggi sarebbero però molte volte inferiori a quelli futuri certi, che dovremo affrontare se continueremo a fare niente per la difesa del territorio. Per quanto riguarda gli incentivi con pubblico denaro per chi assume giovani lavoratori nelle attività produttive, agricole e industriali, sempre a mio parere, sarebbe giusto che tali incentivi fossero assegnati dopo una analisi di quello che le imprese si propongono di fare.
Troppe volte sono stati chiesti e ottenuti soldi pubblici per iniziative che sembravano di successo e che si sono presto rivelate fallimentari (ne sa ben qualcosa il nostro Mezzogiorno) perché i mercati erano già saturi o perché tecnicamente sbagliate, operazioni finite con profitti per pochi privati e danni per lo Stato, i lavoratori e l’ambiente. Una nuova politica di incentivi all’occupazione giovanile dovrebbe essere accompagnata da attente indagini per identificare quali processi e produzioni di merci ci consentono di diminuire le importazioni e di aumentare le esportazioni, e da un controllo sulla validità delle iniziative produttive e commerciali.
E’ ben vero che il mercato e le imprese devono essere liberi nelle loro scelte, ma ciò vale quando investono o perdono il denaro dei privati; quando invece le imprese operano con incentivi o contributi di pubblico denaro, qualche controllo pubblico sarebbe pur necessario su quello che viene prodotto, sulla localizzazione degli insediamenti, sulle precauzioni che vengono prese per evitare inquinamenti o discariche nocivi. Al di la delle valutazioni di impatto ambientale, ogni volta che c’entrano soldi di tutti sarebbe opportuno, come talvolta è stato, invano, proposto in passato, un pubblico scrutinio tecnico-scientifico e merceologico di che cosa viene prodotto e dove e come. Proporre lavoro in imprese sbagliate o fallimentari sarebbe un ulteriore tradimento dei nostri giovani concittadini disoccupati.
Lo so che i programmi elettorali sono come le promesse degli amanti che, come ci insegnava Catullo, sono scritte sull’acqua e nel vento.
Però imbattersi, a pag. 47 del programma elettorale di Ignazio Marino, candidato sindaco di Roma, nella riproposizione articolata del progetto Fori, fa tornare a sognare.
Si tratta del progetto nato da un’idea di Leonardo Benevolo, voluto da Adriano La Regina, allora Soprintendente archeologo di Roma, che nel dicembre 1978 lanciò un drammatico appello sul degrado dei monumenti antichi nell’area centrale, dovuto all’inquinamento da traffico. Ciò che si proponeva era, in estrema sintesi, la chiusura al traffico e successiva eliminazione di via dei Fori Imperiali (la mussoliniana via dell’Impero, costruita per le parate militari fasciste) e la creazione di un grandioso parco archeologico che da Piazza Venezia giungesse a collegare Colosseo, Circo Massimo, e tutta l’area dell’Appia Antica. Un cuneo di verde e archeologia, natura e cultura che da Piazza Venezia potesse giungere fino ai piedi dei colli albani. Come l'ha più volte definita Vezio De Lucia, la pagina più straordinaria dell'urbanistica della Roma contemporanea.
L’idea fu subito sostenuta senza riserve da Antonio Cederna, Italia Nostra ed altri intellettuali e sposata, con grande energia, da Luigi Petroselli, divenuto sindaco nel settembre dell’anno successivo, il 1979.
Cederna in particolare la difese in ogni sede e, prima di altri, ne comprese il valore dirompente sul piano urbanistico: quel parco archeologico nel centro della città significava soprattutto dare forma ad un’altra idea di Roma, ripensarla facendo del suo passato archeologico non più solo una sfilata di monumenti per turisti, ma la riappropriazione della storia da parte dei cittadini romani.
Finchè Petroselli fu sindaco, il progetto conobbe progressi entusiasmanti: in pochi mesi l’eliminazione di via della Consolazione che spezzava in due il foro romano e quella del piazzale che separava l’arco di Costantino e il Palatino dal Colosseo. Ma dalla sua morte, nell’ottobre del 1981, cominciò un lento abbandono che neppure la tenacia polemica di Cederna riuscì a ribaltare. Nel 2001 il Ministero dei Beni culturali appose addirittura un vincolo sulla sistemazione littoria di via dei Fori Imperiali.
Eppure, nonostante la vittoria di chi si opponeva, in nome dei diritti degli automobilisti, ad un progetto così innovativo, il progetto Fori ha continuato ad aleggiare fino ai giorni nostri: sia per la suggestione che continua a provocare quell’idea di “sublime spazio pubblico”, come lo definì Leonardo Benevolo, sia perchè i problemi dell’area centrale a Roma si sono, se possibile, aggravati.
Lo spazio archeologico forse più importante al mondo è tuttora spezzato in due monconi incongrui dallo stradone fascista, tutta la zona è congestionata dai cantieri della metropolitana, e continua ad impazzare il suk di gladiatori, guide abusive, venditori di gadgets e souvenirs, camion bar e connessa umanità.
Naturalmente il traffico che ancora circonda il Colosseo non ha mancato di provocare danni sia all’anfiteatro che ai monumenti vicini: i milioni di Della Valle (se mai arriveranno) saranno utilizzati per rimediare soprattutto ai guasti da inquinamento.
L’area centrale è, come sempre, lo specchio della politica culturale e urbanistica del Campidoglio: cinque minuti bastano per avere la sintesi di questi ultimi anni di amministrazione della capitale, connotati dal degrado e dalla mancanza di una qualunque strategia per la città, il suo passato e il suo futuro.
Leggere nel programma di Marino le parole di Benevolo sul progetto Fori, risveglia antichi sogni. E non bastano i mugugni dei vecchi brontoloni – sempre Catullo – che subito hanno ribadito “l’impossibilità” del progetto: perchè mancano le risorse, perchè un parco di tali dimensioni sarebbe ingestibile, perchè altri sono i problemi, oppure semplicemente perchè ormai è passato troppo tempo.
La politica deve poter essere anche lo spazio della speranza.
Ripartire dal progetto Fori, anche se gradatamente, come saggiamente indica Rita Paris, archeologa candidata della lista civica per Marino, significa credere nella possibilità di un diverso destino per Roma. Significa riconquistare ai suoi cittadini, prima che ai turisti, uno spazio pubblico di enorme valore simbolico e sociale.
Significa realizzare il sogno di Cederna e Petroselli nei cui confronti Roma ha un debito enorme che bisogna cominciare ad estinguere.
La storia dettagliata del progetto Fori, la potete leggere oltre che su eddyburg, in due volumi recenti: E.Baffoni, V. De Lucia, La Roma di Petroselli, Roma 2011 e V. De Lucia, Nella città dolente, Roma 2013.
In eddyburg, in particolare:
V. De Lucia, Antonio Cederna, Luigi Petroselli, il progetto ForiV. De Lucia, L'Appia antica e il Progetto Fori
L'articolo è pubblicato contemporaneamente su L'Unità on-line, blog "nessun dorma"
Rifiuti”: poche parole vengono ripetute con maggiore frequenza anche da ciascuno di noi, a proposito delle proteste per i sacchetti di immondizie che si accumulano nelle strade, contro le discariche o gli inceneritori o a proposito della raccolta differenziata. I rifiuti sono il risultato inevitabile di qualsiasi operazione di produzione agricola o industriale e di consumo delle merci. Per limitarci ai rifiuti solidi, in Italia si tratta di circa 180 milioni di tonnellate all’anno. 32 di rifiuti urbani, 50 di rifiuti industriali, 70 di rifiuti delle attività di cave, miniere e residui di costruzioni, 28 di altri rifiuti. Nel complesso la vita quotidiana di ogni italiano comporta la produzione, ogni anno, di circa 500 chili di rifiuti urbani, di circa 3000 chili di rifiuti totali, pari a cinquanta volte il peso di ciascuno di noi.
Ciascuna frazione, abbastanza omogenea, di rifiuti (vetro, plastica, metalli, carta, eccetera) viene venduta (proprio così, esiste un vero commercio come se si trattasse di qualsiasi altra materia prima o merce) alle industrie che trasformano i rifiuti differenziati in nuove merci. Nella Comunità Europea ciascun rifiuto, dalla lampadina bruciata, alla bottiglia della conserva di pomodoro, al camion fuori uso destinato alla rottamazione, è classificato con un codice numerico CER (Catalogo Europeo dei Rifiuti, consultabile nel Testo Unico ambientale, il decreto 152 del 2006). Un rifiuto viene avviato allo smaltimento o al riciclo proprio sulla base di questo codice CER. Il riciclo è effettuato da industrie specializzate di cui sarebbe bene conoscere i processi se si vuole fare una raccolta differenziata veramente efficace.
Proprio in aprile una speciale commissione della Confindustria, l’associazione degli industriali, ha pubblicato lo studio: “Verso un uso più efficiente delle risorse” il cui testo è disponibile in Internet e che potrebbe essere utile in molti corsi universitari, dal momento che molte fasi della caratterizzazione e del riciclo dei rifiuti richiedono controlli chimici e fisici, in qualche caso molto delicati. Dal documento citato appare, per esempio, che nella produzione vitivinicola si forma oltre un milione di tonnellate di sottoprodotti dai quali potrebbero essere ottenuti gas combustibili o alcol etilico. Degli oltre sei milioni di tonnellate della carta e dei cartoni raccolti in maniera differenziata in Italia ogni anno, solo cinque entrano nei processi di produzione di nuova carta e in tali processi di riciclo si formano altri rifiuti: 400 mila tonnellate all’anno: fanghi di disnchiostrazione e di altro tipo, che finiscono nelle discariche o negli inceneritori.
Fra le materie più difficili da riciclare ci sono le materie plastiche; quelle in commercio sono di molti tipi diversi, ciascuna con composizione chimica e ingredienti diversi, per cui una gran parte della plastica, anche raccolta negli appositi cassonetti, finisce nelle discariche (1,6 milioni di tonnellate) o negli inceneritori spesso con effetti inquinanti dell’atmosfera. Le attività di demolizione degli edifici e delle costruzioni producono ogni anno circa 50 milioni di tonnellate di residui che, in gran parte, finiscono nelle discariche. La rottamazione e il riciclo delle varie componenti dei veicoli fuori uso comporta delicati problemi tecnici ed ecologici perché le varie parti dei veicoli delle varie marche hanno composizione chimica differente; comunque, nella rottamazione, oltre il 25 % del peso del veicolo finisce in un rifiuto, detto “fluff”, costituito da una miscela di materiali metallici come ferro e alluminio, materie plastiche, gomma, vetro, fibre tessili, vernici, di difficile smaltimento.
Gli inceneritori/termovalorizzatori dei rifiuti urbani, che tanto piacciono a molte amministrazioni locali, lasciano come residuo circa il 30 % di ceneri, in parte da smaltire in discariche speciali che non esistono in Italia, per cui devono essere esportate in Germania. Per farla breve: qualsiasi processo di trattamento e di riciclo dei rifiuti si lascia dietro inevitabilmente altri rifiuti e inquinamenti: lo stesso riciclo dei rifiuti richiede la soluzione di problemi chimici, tecnici, commerciali, argomenti di una vera e propria “Merceologia del riciclo”, il cui insegnamento e le cui conoscenze consentirebbero agli amministratori e agli imprenditori scelte meno costose e, a loro volta, meno inquinanti, capaci di creare nuova duratura occupazione: infatti, siate certi, la massa dei rifiuti da trattare aumenterà sempre.
Questo articolo è inviato contemporaneamente a La Gazzetta del Mezzogiorno
Un Comunicato stampa dell’Istitutonazionale di urbanistica a conclusione della seconda edizione dell’iniziativa. Un evento su cui torneremo presto. 19 maggio2013
In in recente articolo pubblicato sulla rivista online Arcipelago Milano il collega e amico Marco Ponti, nel quale ho moltissima stima per l’onestà intellettuale e la generosità con la quale mette il suo sapere al servizio delle cause giuste, nell'articolo "chi paga è irrilevante: paga il principe"ha sostenuto la necessità di guardare alle proposte in materia di mobilità (è il suo specialismo) in termini massimamente razionali, sforzandosi di superare i luoghi comuni e le apparenze. E’ un atteggiamento che condivido. Però mi sembra criticabile chiudersi nel recinto di un solo settore della realtà. Avrei voluto limitarmi a chiosare l’articolo di Marco con una breve postilla, ma poi la penna mi è sfuggita ed è nato questo articolo
Marco Ponti conclude il suo articolo con queste parole:«Ma già, dimenticavo: cosa importa chi paga? Decide il principe….». D’accordo Marco. Ma su che base deve decidere il principe? Se fossi il principe mi rifiuterei di decidere in relazione a un solo settore senza considerare il resto del mio dominio. Se fossi il principe , e fossi anche saggio, saprei che certi capitoli del mio bilancio saranno in deficit e altri in attivo. Se fossi il principe, e anche un economista, saprei che l’importante è che sia in pareggio il bilancio nel suo complesso. Se fossi il principe saprei anche che una parte dell’attivo del bilancio è costituito dalle tasse. Se fossi un principe che vuole essere equo, quindi privilegiare i più deboli saprei che alcuni capitoli del bilancio saranno in passivo, e non solo parchè bisogna essere buoni e fare beneficenza ai poveri ma perché ci sono determinati diritti che devo rispettare(diritto a un’abitazione adeguata, all’istruzione, alla salute e così via); per tutti, e non solo per chi può ricorrere al “mercato”. Se fossi il principe saprei che nel bilancio che mi propongono i miei contabili ci sono spese che non servono per garantire i diritti della maggioranza dei cittadini. Ernesto Nathan, che prima di essere sindaco di Roma agli inizi del secolo scorso era assessore al bilancio , spulciando i bilanci degli esercizi precedenti scoprì che c'era un cespite troppo oneroso in relazione al resto: le spese per l’alimentazione dei gatti del Campidoglio. da buon politico (di quei tempi) esclamò: non c’è trippa per gatti e depennò la voce relativa. Forse se fosse principe oggi direbbe: “non c’è trippa per gli armamenti”
Infine, se fossi principe saprei che secoli fa, per far quadrare il bilancio, hanno inventato le tasse: cioè il prelievo di una parte della ricchezza che alcuni hanno accumulato. Poiché sono un principe, saprei che posso decidere se prelevare dalla ricchezza dei meno dotato (da cui posso spremere poco, ma sono tanti) o dai più dotati (che sono pochi, ma ciascuno dei quali ha tanto o tantissimo). Insomma, hai capito dove voglio andare a parare. Pensiamo non solo alla tassazione dei grossi patrimoni privati (la nostra Costituzione non parla di “progressività”) ma pensiamo anche che, oltre allatassazione dei redditi da lavoro o da profitto (cioè dall’attività imprenditoriale) ci sono anche i rdedditi che non derivano da nessuna attività socialmente utile. Poiché, sei un economista sai che sto parlando della rendita. Mettiamo anche questa, e la sua tassazione, nelle voci attive del bilancio di un principe equo.
E per finire davvero, caro Marco, poiché sono un urbanista devo fermarmi su un punto particolare del tuo articolo. Tu dici: « A proposito di socialità, come si può ignorare la ricerca del CENSIS sui pendolari, che testimonia che il 10% va in treno, il 20% in bus, e il 70% in auto, ma non solo: gli operai vanno molto di più in auto, gli impiegati e gli studenti, lavorando e studiando in aree più centrali, usano molto di più i mezzi pubblici. L’argomentazione che con i soldi pubblici si potrebbe fornire più servizi anche alla mobilità operaia, e più in generale nelle aree a bassa densità, è indifendibile: per motivi di reddito, infatti gli operai risiedono e lavorano in tanta malora (cioè generano una mobilità estremamente frammentata), che non è servibile dai trasporti collettivi se non in piccola parte». Poiché sono, come dicevo, un urbanista, so anche che il fatto che l’operaio e l’impiegato siano obbigati a utilizzare l’automobile e non il tram o il treno dipende dal fatto che l’insediamento sul territorio è stato organizzato male: certo anche per colpa degli urbanisti, ma anche dai pruncipi succubi di una certa idea dell’economia. Perciò, se fossi un principe mi adopererei perché olti bravi urbanisti lavorassero, con tutti gli altri attori della vita cittadina, perche l’habitat dell’uomo venisse organizzato per il ben-vivere, e non per arricchire gli usurpatori del bene comune chiamato terra.
Il Mibac non aderisce al Museum Day, nessun museo statale è quindi presente. In compenso, molte istituzioni museali parteciperanno alla Notte europea dei Musei: l’appendice più dichiaratamente mirata all’infotainment, versione semplificata e glamour della vecchia didattica.
Non stupisce questa scelta da parte di un ministero che negli ultimi anni ha appiattito il concetto di fruizione del nostro patrimonio culturale sulla logica dell’evento e della valorizzazione turistica.
Senonchè, di fronte a problemi di organico sempre più gravi che limitano le attività quotidiane di musei e siti archeologici, persino quelli più celebrati come Colosseo (aperto, in alcuni giorni, con 8, dicasi 8, custodi in tutto) e Pompei, il Mibac ha annunciato nei giorni scorsi l’intenzione di ricorrere a volontari per garantire l’organizzazione dell’iniziativa.
Di fronte alle proteste subito esplose dei tantissimi professionisti precari del settore culturale, la decisione è poi stata difesa dal sottosegretario Ilaria Borletti Buitoni con l’incredibile giustificazione che, poichè non ci sono le risorse, e in attesa di tempi migliori, non si può che fare così; i volontari diventano quindi, sic stantibus rebus, una necessità. Affermazioni perfettamente allineate con quelle che il successore di Borletti Buitoni al Fai va ripetendo all’unisono con la stampa benpensante e gran parte del mondo politico: la gestione del patrimonio culturale va lasciata ai privati (mentre la tutela, oscura, faticosa e sempre più costosa, rimane ovviamente in capo allo Stato).
Questa vicenda, oltre a ribadire l’approssimazione con cui il Mibac affronta le iniziative di valorizzazione, ne sottolinea anche la colpevole indifferenza nei confronti di chi, in situazioni spesso al limite della dignità, garantisce ormai da anni servizi e attività di primaria importanza nei musei, nelle biblioteche e archivi, sulle centinaia di scavi di archeologia preventiva o di emergenza.
Stiamo parlando delle migliaia di giovani (e spesso non più tali) laureati nell’ambito dei beni culturali, spesso plurispecializzati, costretti, in quanto precari e anche a causa della mancanza di regole dovuta all’inadempienza dell’alta dirigenza ministeriale, ad operare in condizioni professionali che la riforma Fornero ha spinto alle soglie dello sfruttamento: con retribuzioni orarie fra i 5 e i 10 euro lordi e un reddito annuo che non supera, nella maggioranza nei casi, i 10.000 euro lordi l’anno (la soglia di povertà secondo l’ISTAT).
Così, invece di affrontare, sul piano dell’azione politica, quello che è divenuto un vero e proprio problema sociale e in ogni caso una insufficienza di risorse umane interne che non potrà che avere pesanti ripercussioni sul piano della stessa tutela, al Collegio Romano ci si trastulla con gli eventi effimeri della Notte dei Musei.
La protesta dei professionisti precari dei beni culturali, sacrosanta, nei confronti non dei volontari in quanto tali, ma dell’ennesima dimostrazione di arroganza miope di un Ministero incapace di ribellarsi alla propria conclamata irrilevanza politica, è dilagata soprattutto sui social media (#no18maggio). Andatele a leggere quelle ragioni e quelle storie: pur in mezzo a tanta rabbia, prevale la passione per il proprio lavoro e la tenacia a continuare nel percorso intrapreso. Tanto che al posto di “generazione co.co.co.” è spuntata, su twitter, la definizione di “generazione pro.pro.pro.”, come protesta, progetto, proposta.
A questa #generazionepro è affidato l’unico futuro auspicabile per il nostro patrimonio culturale: forza ragazzi!
L'articolo è pubblicato, contemporaneamente, su L'Unità on-line, blog "nessun dorma"
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Beni culturali: tra l'inferno del precariato e l'arroganza della politica
Strada senza uscita
Non è chi non lo veda. Quanto è accaduto con la formazione del governo Letta costituisce un episodio che non ha precedenti nella storia dell'Italia repubblicana >>>
E' noto che, nel tracollo del sistema politico, la posizione del PD è diventata tragica. 101 parlamentari che tradiscono gli accordi del proprio gruppo e che non hanno il coraggio civile di manifestare la propria diserzione, hanno inferto una ferita immedicabile al corpo di un partito già lacerato da innumerevoli conflitti interni. Questo partito, che ha il compito di reggere l'attuale esecutivo, che ha messo docilmente il capo sotto la ghigliottina di Berlusconi, che rischia non solo di perdere le elezioni prossime, ma di esplodere per le proprie faide interne, oltre che per la sconfitta probabile, ha poche strade per uscire dal vicolo cieco costruito zelantemente con le proprie mani. Io credo che il prossimo congresso straordinario sia forse l'ultima occasione perché il Partito democratico mostri alla sinistra e al Paese la propria utilità politica, la propria necessità di esistere.
Ma perché questo accada occorre, a mio avviso, che questo congresso sia davvero straordinario, che non si costruisca e si svolga come al solito, con i signori delle tessere che ridisegnano le vecchie geografie oligarchiche al centro e in periferia. Io credo che ci sia una via d'uscita a tale vetusta prassi, la quale non sanerebbe i conflitti interni e riconsegnerebbe alla fine il partito a questo a o quel gruppo maggioritario, lasciando intatta la sua forma oligarchica.
Credo che costituirebbe non solo un risarcimento politico e morale, ma qualcosa di più, se i tre milioni del cosiddetto “popolo delle primarie” rivendicassero il diritto di partecipare ai congressi preparatori che si svolgeranno in tutti i territori del Paese. In queste sedi potrebbe essere messo alla prova quel progetto di “mobilitazione cognitiva”, di cui parla Fabrizio Barca nel suo recente documento: vale a dire la partecipazione alla vita dei partiti anche di chi non è iscritto, di chi è semplicemente portatore di idee, conoscenze, rivendicazioni, proposte. Un congresso che coinvolga i milioni di uomini e donne, che si sono messi in fila in tutta Italia per eleggere i leader del centro-sinistra, potrebbe immettere nel corpo svuotato del partito un'ondata di fermenti sociali e di conflitti materiali che solo potrebbe rimetterlo in vita. Ma quest'onda potrebbe travolgere utilmente anche i presidi di potere feudale che ancora immobilizzano questo partito non solo nel suo gruppo dirigente centrale, ma anche in periferia. Non bisogna dimenticare che il Partito democratico ha in tutto il Paese centri di potere clientelare detenuti da pochi dirigenti che spadroneggiano nel partito e nelle amministrazioni locali. Sono figure che interpretano la politica come affare, legate ai poteri economici e soprattutto alla rendita fondiaria, che hanno sfigurato l'immagine della sinistra italiana negli ultimi decenni.
Ebbene, hic Rhodus, hic salta, come si diceva una volta. Questo è il momento o forse non ce ne sarà più un altro. Credo che questo passaggio possa costituire un'ultima prova. E' assai probabile che, oltre un congresso in cui non esploda un rinnovamento profondo, non ci sia più né tempo, né spazio per un lavoro di lunga lena, come quello generosamente intrapreso da Fabrizio Barca dentro le maglie organizzative del PD. Temo che la disperazione sociale toglierà a milioni di italiani la capacità di attendere che questo partito diventi capace di intercettarne le angosce e di approntare qualche via d'uscita. Potrebbero rifugiarsi, come in parte hanno fatto, sotto le più varie e disperate insegne. Mentre c'è un arcipelago di forze di sinistra, portatore di idee e senza potere, che attende un vasto e generale sforzo di raccordo e unificazione: il solo, a quel punto, che potrebbe far rinascere quel partito democratico, popolare e riformatore che manca all'Italia da troppi anni.
Gli autori, dichiarandosi completamente d’accordo con l’eddytoriale n.156, ci inviano note su due questioni: l’assenza, nel documento sulle politiche urbane del governo Monti, di una visione territoriale della questione urbana, e le scelte perverse in materia di regime degli immobili.
Considerazioni critiche e proposte, riguardanti il documento:
Comitato Interministeriale per le Politiche Urbane.
Metodi e Contenuti sulle priorità in tema di Agenda Urbana.
Nota dominante del Documento è la volontà di perseguire una politica nazionale delle e per le città, aderendo all’istituzione della “provincia metropolitana”, di cui alla Legge 192/1990, modificata con l'articolo 23, comma 6 della legge 42/2009, in base al quale il Governo è delegato ad adottare, entro 36 mesi dalla data di entrata in vigore della legge (e cioè entro il 21 maggio 2012), un decreto legislativo per l’istituzione delle città metropolitane.E’ certo importante che l’amministrazione centrale, dopo anni di assenza, formuli una politica nazionale di attenzione nei confronti dei centri urbani. L’assenza di qualunque indirizzo in merito ha infatti contribuito al prevalere di una lunga pratica di provvedimenti episodici, di contraddizioni e di sprechi, tutti all’insegna delle politiche urbane, fondate sulla competizione sregolata fra le maggiori città del paese e fra queste e le città dell’Europa.
Il Documento non sembra però voler uscire da detta pratica; in primo luogo si rifà (pagina 4) alla recente istituzione del Comitato Interministeriale per le Politiche Urbane (articolo 12-bis, legge 7 agosto 2012, n. 134). Quel provvedimento è chiaramente ritagliato sulle caratteristiche dei grandi comuni, per i quali sono evidenti sia l’episodicità degli interventi ammessi che l’incentivo alla prosecuzione della destrutturazione degli strumenti urbanistici: ad esempio la legge per le Politiche Urbane ammette come normale la possibilità di avvalersi della “premialità”[1], posta fra i criteri, in base ai quali ha avviato la raccolta delle proposte dei comuni.
Al di là delle modalità, attraverso le quali si preveda di operare, appare discutibile concentrare l'attenzione prevalentemente sui grandi centri, senza chiarire:
(1) cosa si debba intendere oggi per “città”, alla luce di processi di ampia diffusione dell’urbanizzato, documentati da alcune poche ricerche di rilievo nazionale;
(2) quale sia oggi la realtà di numerosi centri urbani, ove da un lato si registra la diffusione degli insediamenti abitativi, la concentrazione delle funzioni direzionali nelle località centrali (spesso coincidenti con i settori storici delle principali città italiane), la distribuzione dei flussi di mobilità, addirittura in ambito regionale, mentre nel contempo si deve prendere atto dell’accantonamento non motivato dei tentativi a suo tempo (anni ’60 e ’70 del secolo scorso) messi in atto in città quali ad esempio Roma o Torino, di innescare assetti regionali, basati su forme di policentrismo dei nodi più rilevanti, sedi auspicate di nuove ubicazioni periferiche, a servizio delle più forti funzioni centrali, di rilievo sia locale che nazionale.
Il documento fa inoltre riferimento (nel capitolo n. 4) al Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (FESR), evidenziando come si stia per esaurire il Fondo 2007-2013, e contemporaneamente si stia per aprire il successivo (2014-2020). Tuttavia mentre il Fondo, per ragioni di ordine istituzionale, dovrebbe operare per «ridurre lo scarto esistente fra i vari livelli di sviluppo delle regioni europee e .. consentire di recuperare il ritardo accumulato dalle regioni meno favorite», il Documento non accenna ad alcun bilancio circa l’eventuale incidenza di tale Fondo (assieme ovviamente ad altre risorse nazionali, che pure furono annunciate) sulla realtà ad esempio del Mezzogiorno d’Italia. Il silenzio del Documento non può far dimenticare che negli ultimi anni il divario[2] fra Nord e Sud d’Italia e fra quest’ultimo e le altre regioni d’Europa appare ingigantito.
Non solo, ma una serie di questioni attendono soluzioni e interventi, mentre si prosegue in direzione di provvedimenti episodici, senza che alcuno, a livello nazionale, operi il bilancio delle scelte compiute e quindi ricerchi indirizzi e politiche equilibrate. Il Fondo europeo citato atterra nelle varie realtà, prevalentemente metropolitane (anche in conseguenza dei criteri con i quali è nato) secondo scelte, che, con il metodo della programmazione, poco o nulla hanno a che vedere.
E’ condivisibile che occorra mobilitare l’intervento dello stato, proposto dal Documento, da svolgere tuttavia in altri termini e per altri fini, rispetto a quelli invocati: privilegiare i grandi centri urbani. Com’è possibile, ad esempio, intervenire sul sistema dei trasporti nelle grandi aree urbane, senza coinvolgere (almeno in termini di ripartizione delle risorse) il sistema dei trasporti nella sua organizzazione complessiva, all’interno, o accanto alla quale, si colloca l’insieme delle reti di trasporto delle grandi città?
La stessa “vexata questio” relativa alla TAV o TAC treno ad alta velocità (o capacità, dilemma per altro mai chiarito), che, previsto e in parte attuato in corrispondenza del “canale cinque”, accompagnato da anni dal travaglio delle forze politiche nazionali e delle popolazioni, di fatto attiene ad una logica di organizzazione dei trasporti, che, per essere correttamente stimata ed eventualmente posta in attuazione, dovrebbe investire la realtà economica, sociale e territoriale, così come le risorse disponibili, di ampi settori della pianura padana. Esempio significativo del comportamento episodico ed improvvisato dello Stato centrale è rappresentato dal fatto clamoroso (per l’entità delle risorse coinvolte e in parte anche spese), relativo alla scelta da tempo compiuta di realizzare il famigerato ponte sullo Stretto di Messina. Per lunghi anni, sempre in modo altalenante, si è deciso, senza il sostegno di alcuna motivazione argomentata, di intraprendere l’avventura (e che avventura!), ora revocata (per sempre?).
In ogni caso, senza ricercare l’elenco completo dei temi e dei problemi, che travagliano il Mezzogiorno d’Italia, l’ambiente, l’economia, la società, non si può tuttavia ignorare che l’esigenza di intervenire e governare con logiche coerenti, attiene a tutte le grandi questioni: il risparmio energetico, come la ricerca di fonti alternative, la stabilità delle terre, il governo delle acque, le grandi dorsali dei trasporti nazionali/europei, l’ammodernamento dei porti, connesso con il potenziamento del trasporto delle merci via terra/via acqua, ecc. Affrontare nell’insieme, questi temi, scegliendo priorità e obiettivi, non conduce forse alla già negletta disciplina della programmazione? Forse non negli stessi termini del passato, quando dal centro pareva soprattutto che ci si dovesse attenere alla allocazione di risorse, i cui effetti erano spesso stimati sulla base di strumenti econometrici, ignorando non di rado le realtà locali, le loro capacità di intervento e di spesa, la presenza eventuale della criminalità organizzata ecc.
Il metodo della programmazione è certo da aggiornare, anche alla luce delle esperienze, condotte per la formazione dei programmi europei. Non pare in ogni caso accettabile che si continui, come operato ormai da circa 25 – 30 anni, a concentrare risorse nei grandi centri urbani, individuati come i luoghi deputati per la ripresa dell’economia nazionale, sollecitati inoltre verso forme immotivate di competizione, nei confronti sia dei centri nazionali, che di quelli d’oltralpe.
La questione della rendita
Una seconda questione percorre il Documento: la rendita urbana, seppure in modi non approfonditi, emergendo in vari punti, incidendo in termini più o meno diretti su molti dei contenuti, esposti nei paragrafi, che articolano le cosiddette “Macro aree di interesse” (di cui alla pagina 10).
In modi espliciti la rendita è invocata principalmente alle pagine 6, 19 (la socializzazione della rendita), 22 (la perequazione) del Documento; ma a ben vedere essa è presente con effetti non marginali, nella trattazione dei seguenti argomenti: la dispersione insediativa (residenziale e industriale), il consumo di suolo, la congestione dei sistemi urbani, il recupero e il rinnovamento del patrimonio edilizio, con particolare attinenza alle “densità”, le politiche abitative per strati sociali a basso reddito, l’integrazione o comunque il controllo del patrimonio edilizio pubblico/privato. Pertanto la seconda parte della presente nota tratta esclusivamente degli argomenti sopra elencati, con riferimento al punto 3.3.1 (Riqualificazione urbana), di cui a pagina 18. Di seguito, si cerca di evidenziare le carenze e le contraddizioni, che paiono emergere, ove non si ponga mano alla acquisizione pubblica dei valori di rendita, in termini radicali.
Riqualificazione urbana, paragrafo 3.3.1
Il consumo di suolo (pag. 18), inteso come bene comune. La definizione dei perimetri, all’interno dei quali concentrare gli interventi, necessari per la riqualificazione degli insediamenti, assume un ruolo importante per porre freno all’espansione illimitata degli abitati ed appunto al consumo dei suoli già agricoli o comunque non urbanizzati. Prescindendo dal fatto che il controllo pubblico della rendita, avrebbe l’effetto dirimente di togliere di mezzo la spinta fondamentale all’occupazione indifferenziata del suolo, da sempre fondata sulla rincorsa alla valorizzazione progressiva, possibilmente di tutti i suoli, anche di quelli marginali, rimane comunque il fatto che in ogni caso, all’interno dei perimetri di contenimento dell’espansione, l’esigenza di rinnovo urbano si fonda di norma su due aspetti fino ad ora irrisolti: la mancanza, ovvero l’estrema difficoltà, di reperire gli spazi necessari per i servizi pubblici (specie negli aggregati già edificati ad alta densità); l’incremento delle densità di edificazione, che a sua volta si traduce in carenza di spazi, ecc. Il controllo della rendita da parte della mano pubblica presenterebbe pertanto il vantaggio di poter progettare gli eventuali interventi sulla base dell’equilibrio fra insediamenti e spazi pubblici, attenuando l’assillo, derivante dalla ricerca degli equilibri economici privati, che, in questi casi, inducono a incrementi di densità con le conseguenze ben note.
Perequazione urbanistica
La socializzazione della rendita (pag. 19), altrimenti denominata perequazione urbanistica (pag. 22). In primo luogo l’argomento appare svolto in termini assai contraddittori. Infatti in parte della trattazione (pag. 19) si direbbe pienamente accolto il principio della cooperazione pubblico privato (“moduli consensuali di cooperazione”), che indurrebbe appunto alla “socializzazione della rendita”, sulla base di iniziative delle amministrazioni pubbliche alla ricerca del consenso dei privati.
A ben vedere le “iniziative”, di norma, sono assunte non dalle amministrazioni pubbliche, in conseguenza di progetti definiti di assetto urbano, ma al contrario a seguito di sollecitazioni private, volte alla valorizzazione delle proprietà immobiliari; in ogni caso pare di capire che qui il Documento faccia riferimento alla ripartizione dei valori di rendita fra la proprietà privata e la mano pubblica, sotto varie forme, ampiamente sperimentate nella realtà amministrativa italiana. La ripartizione si traduce di norma nella cessione di aree, da destinare ai servizi pubblici (gli standard, spesso assai falcidiati nel corso delle trattative) o al versamento di risorse monetarie a favore degli enti locali, o ancora nel mettere a disposizione delle amministrazioni beni, quali quote di alloggi destinati ad affitti concordati per strati sociali disagiati; il tutto in entità e termini di volta in volta determinati con criteri contrattati e variabili, anche sulla base di valori monetari (di rendita), funzione di localizzazioni, più o meno “centrali” (e quindi più o meno remunerative), degli intorni urbani interessati. Questa prassi si direbbe individuata dal Documento in termini positivi, tanto da essere valutata come “la maggiore innovazione che ha interessato l’urbanistica con riferimento al complesso della legislazione nazionale e a quella delle legislazioni regionali”, avendo comportato “la trasformazione del suo (riferito all’urbanistica) carattere fondamentale che è passato da una natura fortemente autoritativa – conformativa alla individuazione di modelli organizzativi basati sulla ricerca di accordi fra pubblico e privati e fra gli stessi soggetti pubblici letti, in alcuni casi, come derogatori della normativa vigente” (pag. 19).
Sulla base del giudizio positivo, espresso nei confronti di tale “maggiore innovazione”, il Documento (pagg. 19-20) sente la necessità di trarre una conclusione “straordinaria”, giungendo perfino a richiedere di abbandonare il termine di “urbanistica contrattata”, battezzando la prassi descritta con i termini innovativi di “urbanistica concertata o consensuale”. Di qui il riconoscimento che il contesto più favorevole per adottare la pratica dell’urbanistica concertata o consensuale appare quello della rigenerazione, della riconversione, della riabilitazione, del recupero, della trasformazione degli ambiti urbani, dando forse per scontato che non si debba più avere a che fare con i processi di espansione urbana (auspicio, a ben vedere, tuttaltro che consolidato).
Quindi, sollevati alcuni quesiti importanti del tipo “come tutelare l’interesse pubblico?”, tenuto conto e della prevalenza della proprietà privata in campo immobiliare e della scarsità marcata delle risorse pubbliche, pare che si pervenga, attraverso ad alcuni passaggi (non tutti consequenziali) al riconoscimento della necessità “di elaborare una politica nazionale delle città e di individuare un luogo di allocazione di tale politica” (pag. 21). Segue l’ipotesi eventuale di mettere mano all’elaborazione di una legge nazionale di governo del territorio, senza che il Documento senta l’opportunità di accennare alla storia ad un tempo gloriosa e dolorosa dell’urbanistica italiana (anni ’60 e 70’ del secolo scorso), entro la quale sono forse da ricercare le ragioni non ultime dell’attuale incertezza e contraddittorietà dell’urbanistica stessa. In ogni caso quella strada sembra doversi accantonare anche per non confliggere con la legislazione delle regioni, la quale, ormai “diffusa e consolidata”, qualora rimessa in discussione, potrebbe innescare un non auspicabile conflitto Stato - Regioni.
A questo punto il Documento (pag. 22) ritiene indispensabile “una legge [...] che determini il contenuto del diritto di proprietà immobiliare sotto il profilo del suo contenuto minimo, ai fini della distinzione tra vincoli espropriativi e semplicemente conformativi, e sotto il profilo dello scorporo della facoltà di edificare, ai fini di dare un fondamento legittimo alle leggi regionali sulla perequazione.” Due sono le questioni che la nuova legge invocata deve affrontare e risolvere: lo scorporo della facoltà di edificare e dare fondamento legittimo alla “perequazione”, praticata dalle regioni. Lo “scorporo della facoltà di edificare” si direbbe trascinarsi dietro il complemento indispensabile: “dal diritto di proprietà immobiliare”. Una questione da poco! Siamo nel bel mezzo del tentativo, operato con la Legge 10/1977, rimasta in vigore per alcuni anni e alla fine colpita al cuore dalla Corte Costituzionale con la nota Sentenza n. 5 del gennaio 1980. Quella Sentenza sancì che, malgrado la buona intenzione, la legge 10 non aveva operato alcuno scorporo e di conseguenza introduceva nel comportamento degli enti pubblici (Stato, Regioni, Comuni) disparità di trattamento fra proprietà interessate da esproprio o comunque dalle conseguenze dello scorporo presunto, e proprietà, libere di disporre del proprio bene.
La questione, come tutte le questioni di incidenza reale, ha la testa dura e quindi è tuttora lì, in attesa della risoluzione, ove si persegua quella finalità (scorporare ecc.). Il Documento però non accenna a quale sia la strada da seguire per un compito tanto impegnativo. Al contrario, invoca tale nuova legge per dare “fondamento legittimo alla perequazione”, aprendo così alcune contraddizioni.
In primo luogo non si capisce quale possa essere la differenza fra la “perequazione”, qui invocata, e la “socializzazione della rendita”, di cui a pag. 19. Si tratta in entrambi i casi, senza operare scorporo alcuno, di «contrattare», o meglio di «concertare» al fine di attribuire alla proprietà privata la rendita, in cambio della cessione di aree per servizi pubblici o di altre entità (come sopra accennato), a favore della collettività, così come esposto alla stessa pagina 22, ove si ricorda che «la perequazione è pratica diffusissima sia con finalità di incentivo alla qualità ambientale e architettonica e ancor più con finalità di compensazione, cioè come mezzo di acquisizione di aree senza esproprio, mediante cessione gratuita ottenuta attribuendo nuova cubatura (o nuova superficie di pavimento) da utilizzare su altra area». In secondo luogo, appena valutata positivamente, la perequazione è subito investita da dubbi di legittimità (nella stessa pagina 22).
Alla fine non si comprende quale sia la strada da battere, se non «la sperimentazione di strumenti di intervento che sappiano coniugare… le valenze e i contenuti di una urbanistica conformativa con quelli propri degli strumenti strategici: da una parte, i criteri e le regole per la qualificazione fisica, dall’altra le condizioni per possibili obiettivi di rilancio economico e sociale dei centri urbani oggetto di intervento». In sostanza la questione sopra esposta sfuma rapidamente in altre questioni tuttaltro che limpide, difficilmente riconducibili al nodo centrale.
A conclusione di quanto osservato sulla “perequazione”, si ritiene di dover esprimere un giudizio assolutamente contrario in termini definitivi e inappellabili. La perequazione è nata come estensione della possibilità/opportunità, contenuta nell’articolo 23 (Comparti edificatori) della Legge urbanistica del 1942, successivamente abrogato. Il significato originario della logica pianificatoria, prendendo le mosse dal piano regolatore, progetto di assetto del territorio comunale, di totale responsabilità della pubblica amministrazione, individuava i piani particolareggiati quali strumenti unici di attuazione del piano, a loro volta oggetto dell’intervento coordinato delle proprietà. Queste, rette in consorzio, potevano avvalersi del comparto edificatorio per giungere all’attuazione del piano, anche attraverso l’esproprio delle proprietà non aderenti, se minoritarie, rispetto all’imponibile catastale dell’intero comparto. In sostanza le scelte di piano (nelle quantità, nelle destinazioni, nel corredo dei pubblici servizi), erano attribuite totalmente al Comune, il quale aveva l’obbligo di ordinarle in un progetto del territorio, da attuare eventualmente con il concorso delle proprietà o attraverso la loro piena assunzione di responsabilità mediante lo strumento del comparto. Questa logica pianificatoria nel tempo, in particolare dai terribili anni ’80 è stata progressivamente destrutturata. Oggi si giunge alla conclusione: la perequazione urbanistica svolge un ruolo totalmente rovesciato, rispetto alla logica sopra sintetizzata. Essa, soprattutto nei casi, nei quali è applicata ad estensioni territoriali consistenti, rappresenta il potere della proprietà di determinare il contenuto del piano, sulla base dello scambio fra interventi edificatori ed aree (oppure valori monetari, oppure altro ancora), mettendo a tacere la ricerca più efficace del disegno della città (vale a dire le destinazioni, il tracciato del sistema delle comunicazioni, la distribuzione più efficace delle aree pubbliche, ecc.), scaduto a componente marginale, funzione dell’interesse privato, concentrato esclusivamente sulla valorizzazione massima della rendita fondiaria.
Le politiche abitative
Le politiche abitative per strati sociali a basso reddito (pag. 23) Prescindendo dall’eventuale applicazione della socializzazione della rendita, ovvero della perequazione urbanistica, trattata nel punto precedente, con la quale fra altri beni le amministrazioni pubbliche talvolta contrattano disponibilità di alloggi per periodi definiti, la disponibilità di abitazioni per strati sociali a basso reddito da sempre ha comportato l’esborso di risorse pubbliche, per coprire in tutto o in parte (a suo tempo edilizia sovvenzionata o edilizia agevolata) il divario fra costo calmierato dell’affitto o dell’acquisto e costo di mercato.
La scelta di intervenire in favore dell’edilizia sovvenzionata in Italia, a differenza di altri paesi europei, ha da sempre riguardato una quota molto contenuta, rispetto al totale della produzione edilizia. Tuttavia fino ai terribili anni ’80 l’intervento in questo settore, seppure modesto, mobilitava risorse pubbliche in misura prevista e continuativa (tipico l’intervento Gescal), mentre oggi provvedere all’edilizia a basso costo consegue a scelte saltuarie, nel tempo e nello spazio. Dal punto di vista della sostanza, nulla pare mutato, rispetto al passato. La differenza è data dal fatto che, nel periodo precedente, caratterizzato dall’espansione degli abitati, l’edilizia popolare spesso era collocata in località marginali delle città, per ragioni di contenimento del costo delle aree, dando luogo così non di rado alla mancanza delle urbanizzazioni (di varia entità), tanto da rendere assai disagiate le condizioni dell’edilizia popolare, rispetto all’edilizia sita nelle zone centrali delle città. Oggi, volendo/dovendo contrastare il consumo di suolo, intervenendo perciò esclusivamente all’interno delle fasce urbanizzate, il costo del suolo tende ad incidere maggiormente, rispetto al passato, sia nei casi di nuova edificazione sia nei casi di recupero, trasformazione ecc..
Si possono ricercare forme diverse per affrontare tale nodo, rimanendo tuttavia la rendita al centro della questione. Non per nulla, nel passato, forze politiche e sindacali, preoccupate per il costo della casa, esorbitante rispetto ai livelli di reddito di ampie fasce sociali, ricorsero (1969) anche allo sciopero per abbattere il costo delle aree edificabili, componente fra le più rilevanti, fra quelle concorrenti al costo complessivo delle abitazioni.
Il controllo del patrimonio edilizio pubblico/privato
Il tema è trattato (p. 24) prescindendo da un fatto sostanziale, che di norma caratterizza il comportamento degli enti locali, in accordo con il demanio dello Stato o comunque degli enti (oggi aziende) collegati: la formazione di varianti degli strumenti urbanistici, finalizzati alla valorizzazione immobiliare del patrimonio eventualmente smobilizzato. Si tratta di un comportamento a logica privatistica; esso, anziché concorrere alla risoluzione delle esigenze della città, evidenziate dalla pianificazione, mediante l’uso del patrimonio pubblico, interviene con il fine di garantire la rendita urbana, più elevata possibile, a favore degli enti, che in tal caso, solo nominalmente, rappresentano l’interesse generale.
In conclusione
Con la presente nota ci si è limitati ad osservare su due questioni emergenti dal Documento: l’opportunità/necessità e di una nuova programmazione nazionale e della definizione di un nuovo regime di controllo sulla formazione e sulla appropriazione della rendita urbana. Ove si riconosca la centralità di tale valore nel rendere effettivo il governo delle città, prevalentemente sotto la direzione della mano pubblica, si dovrebbe passare a discutere dei modi e delle forme, attraverso le quali si formano e si acquisiscono i valori della rendita, con il fine ovviamente di riservare alla collettività il ruolo dominante su entrambe i versanti.
Torino maggio 2013
E’ un percorso, quello nel centro storico, che dovrebbe essere reso obbligatorio a tutti i nostri rappresentanti politici e ai giornalisti: a quattro anni dal sisma, L’Aquila è una città deserta e abbandonata. Le migliaia di impalcature che la rivestono, ossessivamente, implacabilmente, sono ancora là, più che a proteggere, a congelare in un abbraccio che si è fatto mortale. I timidi segnali di ripresa che consistono in qualche cantiere di restauro attivato negli ultimi mesi, sono ancora ben lontani dall’aver raggiunto una massa critica tale da innescare un processo virtuoso di rinascita.
D’altronde lo stesso sindaco Cialente, il giorno seguente, restituendo la fascia tricolore, ha scritto, al Capo dello Stato: «Ieri, 5 maggio, mille storici dell’arte italiani, si sono incontrati a L’Aquila per denunciare lo stato di abbandono del centro storico ed il fallimento della ricostruzione. Mi sono sentito mortificato come Sindaco, mortificato di dover mostrare ancora le nostre piaghe».
Al primo cittadino, come a tutta la classe politica locale, possono, in realtà, essere imputate molte responsabilità, ma è soprattutto sulle cause di questo fallimento che è opportuno interrogarsi.
Per quanto riguarda la ricostruzione del centro storico, certamente, uno dei problemi principali è quello dei soldi, che mancano, per i restauri e le ricostruzioni.
Ma forse ancora più grave è l’incapacità dimostrata sino a questo momento dagli organi di tutela di imporre politicamente la ricostruzione del centro storico – uno dei più importanti, dal punto di vista monumentale, in Italia - come l’elemento guida per la rinascita della città.
Così si è lasciato spazio e risorse all’esperimento delle new towns, prima, e recentemente si sono sostenute le avventurose affermazioni del documento OCSE che in sostanza ammette, con qualche restrizione di facciata (in senso anche letterale), ogni genere di trasformazione per il tessuto edilizio non monumentale.
E’ il ribaltamento di quanto la Carta di Gubbio, nel 1960, aveva affermato, ovvero sia il “carattere unitariamente monumentale dei centri storici”, all’interno del quale non esistono trasformazioni fra monumenti di pregio ed edilizia minore e per questo l’unica modalità d’intervento consentita è il restauro. Il centro storico non può essere perciò il luogo dove si realizzano nuove architetture (come si è fatto invece con l’Auditorium di Renzo Piano). Le nuove architetture sono destinate, come ci aveva insegnato Cederna fin da I vandali in casa, a riqualificare la periferia, anche a L’Aquila di pessima qualità edilizia ed architettonica.
Leonardo Benevolo ha recentemente definito la pratica del restauro conservativo nei centri storici come il più importante contributo della scuola italiana all’urbanistica del Novecento: questa lezione ha fatto scuola in Europa, ed è ormai un’acquisizione consolidata.
Non in Italia, dove, al contrario, viene continuamente rimessa in discussione in nome della “modernità”. E’ di queste ultime settimane lo slogan “dov’era, ma non com’era” che in sostanza oppone alla pratica del restauro filologico il 'progetto' del nuovo, come soluzione per la ricostruzione posterremoto di centri storici e monumenti in Emilia.
Quest’ossimoro della ricostruzione senza restauro è purtroppo appoggiato dalla stessa Direzione Regionale dell’Emilia Romagna, l’organo del Mibac che coordina le operazioni per quanto riguarda l’insieme del patrimonio culturale, che pare favorevole a consentire che molti dei monumenti danneggiati dal sisma di un anno fa, soprattutto se gravemente danneggiati, possano essere ricostruiti con forme e tecniche del tutto differenti da quelle precedenti.
Il caso emiliano rischia di non essere isolato: ancora qualche anno, forse qualche mese e gran parte degli edifici del centro storico aquilano non potranno più essere recuperati se non con operazioni di consolidamento e restauro costosissime, troppo costose per non far riemergere la tentazione del “dov’era, ma non com’era”.
La ricostruzione e rinascita del centro storico aquilano, non è solo una questione culturale nel senso settoriale del termine; come è stato ribadito da Vezio De Lucia nel convegno del 5 aprile, il centro storico deve tornare ad essere il perno territoriale per contrastare la tendenza dell’Aquila allo sparpagliamento e alla dissipazione del territorio, tendenza esplosa con le new towns e che rischia di trasformare L’Aquila in una sterminata periferia, per di più priva di servizi.
Anche per questo, come hanno scritto sui loro cartelli i tantissimi studenti di storia dell’arte presenti alla manifestazione del 5 maggio “non c’è più tempo per aspettare domani”.
Gira, il marketing, come un nastro-software. Avete presente il finale de "l'Eclisse" di Antonioni? Rimangono semafori indifferenti che segnalano in strade vuote e lampioni che si accendono e spengono secondo un tempo automatico. Gli esseri umani sono andati via. Loro continuano anche senza di noi. Cominciarono con la cultura...poi vennero a prendere i contenuti...rimase la pubblicità.
Il "Carosello" ritrovato di questa sera sembra un esercizio con poche idee e senza troppa convinzione. A chi nella Rai è scampato all'ecatombe suggerisco senza ironia di riproporre piuttosto l' "Almanacco del Giorno dopo". Il sole sorge alle sette...la luna tramonta... compendio di cultura e umanità indimenticabile, nella bella lingua italiana.
L'uscita dalla crisi economica che attanaglia il continente e soprattutto l'Europa meridionale sarà lunga e dolorosa senza l'allentamento dell'isteria del rigore a livello continentale e senza una più espansiva politica monetaria. Su quest'ultimo punto, il graduale cambio di rotta della Banca Centrale Europea inaugurato dal governatore Mario Draghi sta dando i suoi frutti: la meno equivoca riaffermazione della funzione della Bce come prestatore di ultima istanza ha domato gli spread, e nel processo ha peraltro mostrato che la loro impennata era dovuta più alla percezione del rischio di crisi di liquidità, piuttosto che un problema di solvibilità dei bilanci (tant'è che i tassi sul debito sono scesi sia per la Spagna che ha un rapporto debito/PIL comparativamente più basso, sia per l'Italia cui rapporto era già alto ed è persino salito nell'ultimo anno).
L'allentamento del rigore dei bilanci, specie attraverso le politiche fiscali da parte del nucleo economico dell'Europa settentrionale, assieme ad una ancora più attiva politica monetaria che innalzi gli obiettivi di inflazione, specie nel nord Europa, sarebbe quindi una possibile ricetta per l'uscita della stagnazione economica del continente e della depressione del sud europeo.
C'è in tutto questo una storia più grande da raccontare. C'è sempre qualcosa di iper-ideologico negli inviti di abbandonare discussioni "ideologiche" e di fare "cose concrete". In genere, è un modo per anestetizzare e squalificare la possibilità di discutere e di ragionare sulle cose che davvero contano, e tali squalifiche sono per loro natura iper-ideologiche: dietro l'invito alla concretezza si cela l'idea che non c'è niente da fare, che è meglio rivolgersi all'omeopatia, perché tanto un cambio di rotta non è possibile, perché non ci sono alternative. "Non ci sono alternative" ("There is no alternative") lo diceva Margareth Thatcher, ed era appunto un esempio di ideologia allo stato puro.
Cari amici 5 Stelle, ho compreso in maniera definitiva che il vostro movimento correva verso il precipizio allorché Beppe Grillo auspicò un'alleanza di governo PD-PDL >>>
Cari amici 5 Stelle,
Ora, poiché con la formazione del nuovo governo, si è realizzato quanto Grillo sperava ( insieme a Berlusconi e a parte del PD, ma guarda un po'!) si apre per voi non la prospettiva di crescita che speravate, ma l' avvio di un accelerato declino. Vi spiego perché. La tentazione di credere che il governo in carica rinfocolerà i risentimenti degli italiani contro il sistema politico, accrescendo il consenso al vostro movimento, solo sulla base dalla vostra assenza dai giochi del potere, è un'illusione nefasta. Gli italiani chiedono certo trasparenza, ma anche qualcos'altro. Se voi spenderete i prossimi mesi di vita parlamentare solo per criticare le iniziative governative e le mosse dei partiti, alle prossime elezioni ( che possono essere decise a ogni momento da Berlusconi) sarete severamente ridimensionati. Tutto possono oggi tollerare gli italiani, tranne che lo spettacolo di 163 parlamentari impegnati a testimoniare la loro inutilità.
Articolo inviato contemporaneamente a il manifesto
www.amigi.org
Fra tutti i compagni di viaggio che si potevano auspicare per il nostro disastrato patrimonio culturale, quello del turismo è sicuramente il più scontato. E il più pericoloso. Già in passato avevamo rilevato come un abbinamento di questo genere tende ad appiattire, inesorabilmente, la funzione dei beni culturali e paesaggio a quella di strumento al servizio delle rendite economiche derivate dai flussi turistici. Non solo: il turismo, prima industria a livello mondiale, ha un’impronta ecologica pesantissima e, se non governata, è causa di pesanti ricadute su monumenti, città e paesaggi, in termini di pressione antropica, degrado dei centri storici, speculazione edilizia: fenomeni ormai ben noti al Bel Paese. Insomma rischia di essere l’attività che vampirizza e distrugge la risorsa che la alimenta.
Intendiamoci, la legittimità e opportunità di un uso turistico del nostro patrimonio culturale non è in discussione. Il problema è piuttosto di governare un fenomeno con strumenti più efficaci di quelli finora adottati, considerate le caratteristiche quantitativamente espansive che lo connotano. L’uso a fini turistici del nostro patrimonio culturale è invece tuttora caratterizzato da elementi di improvvisazione e superficialità di analisi che tendono ad appiattirsi su di uno sfruttamento acritico, in cui una “valorizzazione” improvvisata sforna eventi e attività senza innovazione e senza strategia.
L’insieme di questi problemi può essere però ricondotto ad una causa fondamentale: ciò che manca da troppo tempo al Collegio Romano è la capacità di elaborazione di una strategia complessiva che parta da una visione finalmente aggiornata e democratica della funzione sociale del nostro patrimonio culturale. Insomma, una politica dei beni culturali e del paesaggio degna di questo nome che sappia restituire al Ministero un ruolo di rilevanza primaria all’interno delle dinamiche governative.
Non sarà facile, ma mentre scrivo queste righe si rincorrono ancora le notizie relative all’attacco compiuto davanti a Montecitorio. L’autore è un operaio edile rimasto disoccupato. Una delle tante vittime del crollo di un settore che nel nostro paese è stato, negli ultimidecenni, al servizio soprattutto della speculazione e della rendita edilizia. Eppure il nostro paese avrebbe immediato, urgentissimo bisogno di quelle opere di manutenzione del territorio e riqualificazione edilizia che costituirebbero la prima e più importante opera di tutela di paesaggi e città. Insomma un filone in cui il Ministero dei beni culturali e quello dei lavori pubblici e infrastrutture potrebbero collaborare su di un piano non di contrapposizione o sudditanza (del primo nei confronti del secondo), come avvenuto finora, ma di reale parità. A vantaggio del patrimonio culturale, del paesaggio, della chimerica “crescita”. E di tutti i cittadini.
E' difficile intervenire sul documento di Fabrizio Barca Un partito nuovo per un buon governo, in un momento nel quale il partito oggetto del disegno riformatore è andato in frantumi. E mentre quello speciale sopramondo che è la vita politica italiana è precipitato nel caos. Anche se non si può fare a meno di pensare che proprio in momenti drammatici come questi si possono generare gli ardimenti delle svolte risolutive. D'altra parte, quello di Barca vuole essere un progetto di medio-lungo periodo, com'è giusto, perciò la discussione può riguardare aspetti progettuali per cosi dire fondativi della sua proposta, lasciando sullo sfondo – ma solo fino a un certo punto – le spinosissime questioni immediate.
Di tali aspetti progettuali io privilegerei, per brevità, l'idea di separare nettamente il partito dallo Stato. Un “Partito-palestra”, scrive Barca, radicato localmente, fondato sul volontariato, «sfidante dello Stato stesso» e in grado di procurarsi dal basso le risorse necessarie alle sue attività. Si tratta di un punto di portata strategica. Come da tempo ha messo in evidenza la politologia internazionale, in quasi tutti i paesi avanzati il sistema politico si è andato configurando come un meccanismo di cartel party, un cartello controllato da due partiti dominanti. Nelle democrazie inglese e americana il bipartismo perfetto incarna pienamente tale modello, con due organizzazioni che fanno la stessa politica e competono per il controllo del potere. Questi partiti sono diventati nei decenni i gate keepers, come li chiamano Y. Meny e Y Surel. In Populismo e democrazia, «i guardiani che vietano l'accesso ai nuovi arrivati», impedendo loro l' accesso alle risorse pubbliche e tenendo lontane tutte le forze, i movimenti, le culture politiche minoritarie che vogliono entrare nelle istituzioni. Il PD è nato per incarnare questo modello in una fase storica in cui esso mostrava tutta la sua grave usura storica, il deficit crescente di democrazia che imponeva negli stessi paesi in cui era nato, dove pure aveva garantito, con alti e bassi, un qualche tasso di rappresentatività. Dunque la nascita del PD costituisce un tentativo tardivo e involutivo di “modernizzazione” del sistema politico, che ha creato molti più problemi di quanto non ne abbia risolti. Intanto, anche grazie al sistema elettorale maggioritario, ha finito con l'emarginare e cacciare dal Parlamento le varie culture politiche disseminate nel Paese che non trovano più rappresentanza. La sinistra radicale – formazione anche tatticamente utile in un Parlamento nel quale si vogliono vincere resistenze conservatrici - è stata messa in un angolo. Non senza responsabilità – questo è ovvio – da parte della medesima.
Un partito siffatto, nella fase storica in cui le risorse da distribuire con il welfare diminuiscono costantemente, che ha abbandonato gli ancoraggi con le realtà locali e dunque il supporto della militanza diffusa, vede nelle risorse finanziarie pubbliche (ma anche private!) lo strumento fondamentale per la competizione con il partito avverso. Diventate sempre più ristrette le basi del consenso popolare, anche per effetto delle scelte neoliberiste – promotrici delle virtù del mercato su quelle del governo dei fenomeni sociali – il PD diventa un partito che non promuove più azione sociale, ma produce messaggi e ha perciò bisogno di televisione e di tutti i costosi strumenti del marketing elettorale. Ma ha bisogno anche di potere e di danaro per tutti i suoi dirigenti a livello centrale e periferico. E tale necessità diventa, a sua volta, inevitabilmente, il fine dell'agire politico di un numero crescente di figure sociali, sempre più svincolate da obblighi di appartenenze ideologiche. Il lettore può agevolmente riempire tale schema con la cronaca politica e giudiziaria degli ultimi anni. Quanto la trasformazione di un partito di massa in una macchina elettoral-clientelare abbia devastato lo spirito pubblico nazionale, specie nel Sud, e favorito la crescita della criminalità, è intuibile. Senza dimenticare che tale partito competeva con una forza politica che faceva e fa della violazione delle regole dello Stato di diritto il suo marchio d'origine.
Si comprende, dunque, come la proposta di Barca va a colpire una struttura fondamentale della degenerazione di un potenziale partito di massa. Una questione normativa – dunque eminentemente tecnica - che ha riflessi politici e perfino morali di grande rilevanza. Io credo molto in questo approccio “tecnico” di Barca per una ragione fondamentale. I partiti e soprattutto i partiti della sinistra, hanno perduto ovunque il loro più straordinario collante interno: la religiosità del fine da raggiungere, che metteva a tacere gli egoismi e la riottosità dei singoli, e rendeva il collettivo sufficientemente coeso da reggere agli urti della lotta. Oggi questa coesione si è dissolta, anche per motivi storici generali e positivi. Le società occidentali si sono secolarizzate, la religione ha cessato di essere istrumentum regni – salvo nelle goffe sette sopravvissute nei partiti italiani – il pluralismo delle fedi costituisce la stoffa della soggettività delle grandi masse. Occorre che un partito di sinistra ritrovi il collante capace di surrogare la vecchia religiosità militante. E a tale fine le prediche morali servono a poco.
Ciò che è utile – oltre alla rappresentanza dell'interesse collettivo - sono le norme, la sapienza dei vincoli e delle sanzioni, il coinvolgimento partecipativo. Perciò la questione del finanziamento – affrontato da Barca - diventa rilevante. Io credo, ad esempio, che l'imposizione di un tetto egalitario di spesa a tutti i candidati, nella competizione elettorale, costituisca uno strumento fondativo per separare i partiti dai poteri economici dominanti. Per renderli autonomi e più legati agli interessi popolari, obbligati a cercarsi il consenso con la presenza militante nei territori. Non per nulla negli USA i due maggiori partiti, che raccolgono danaro per faraoniche campagne elettorali, sono alle dipendenze del potere economico-finanziario e la politica dei presidenti è una mediazione faticosa (nel migliore dei casi) che lascia intatti gerarchie e privilegi. Oggi possediamo la strumentazione tecnica - la rete - utile non solo per un monitoraggio costante degli eletti da parte dei cittadini militanti, ma anche per la veicolazione dei saperi, che si producono nei territori, all'interno del partito.
Quali sono questi saperi? Sono un impasto di conoscenze, valori, passioni che si esprimono nella cura dell'ambiente, nella difesa del paesaggio, dei beni culturali e monumentali, nella tutela dei beni comuni dell'acqua, dell'aria e della terra fertile,nella volontà di accesso al sapere, nella critica alle forme devastanti dell'urbanesimo neoliberista, nella ricerca del cibo senza da contaminazioni, nella rivendicazione dell'eguaglianza sociale, nella difesa dei diritti, dei valori dell'accoglienza e del dialogo con gli altri, nella difesa della pace e dei popoli sotto dittatura e privi di cibo, nella rivendicazione del ruolo protagonista delle donne, nella volontà di avere ascolto, di controllare chi detiene il potere e di squarciarne le opacità, di mantenersi costantemente informati sulle cose del mondo.
E' a questa cultura, che fa la sostanza più profonda di una nuova sinistra diffusa e maggioritaria nel Paese, che occorre dare forma organizzata e capacità di partecipazione. Nel gruppo dirigente PD non c'è quasi nulla di tutto ciò. Potrà entrarci con un lavoro sia pure di lunga lena? Qui la prospettiva deve fare i conti con il presente. Il PD è un partito impotente. Una delle ragioni non dette della mancata scelta di andare alle urne nel novembre 2011 è che esso non avrebbe retto alla prova per le proprie divisioni interne e sarebbe esploso, come un areo in volo.
Nessuno si è accorto, in questi ultimi anni, del silenzio fragoroso dei dirigenti di questo partito su episodi anche gravi della vita nazionale? La ragione è semplice: se qualcuno prende posizione si scatena la canea delle contrapposizioni. Ed è il caos. Ciò che è accaduto con l'elezione del capo dello Stato è l'ultimo suggello. Nel frattempo, questo partito fa mancare al paese una reale opposizione, una forza di sinistra, un rappresentanza degli interessi popolari sempre più colpiti dalle politiche recessive, esattamente ciò che sarebbe più vitalmente necessario per trovare uno sbocco alla crisi. La quale nasce, com'è noto, dalla iniqua distribuzione delle ricchezze. E' Grillo che ha supplito a questa assenza clamorosa. E allora? Non sappiamo se la collera popolare ci darà il tempo. Forse Barca potrebbe tentare una vasta ricognizione nelle periferie del PD per verificare se, almeno qui, il partito è ancora vivo e se può essere utilizzato, almeno in parte. Perché il suo gruppo dirigente, in quanto dirigente, è morto da un pezzo.
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E sono verità che non si possono rivelare dalla ragione – la ragione è tortuosa, pervertita e ha bisogno delle fantasie che da sola si crea per campare. In questi casi, la verità non è un prodotto della ragione, ma si rivela attraverso questi fatti singolari che produce e che la producono.
Il quadro del Partito democratico era appeso a un chiodo logoro da molto tempo. Possiamo dire dalla nascita? Certo da molto tempo. Certamente da quando era diventato una semplice coalizione elettorale, da quando è diventato "una organizzazione in franchising", come scrisse Walter Tocci nel 2010. In una sua "opinione" su eddyburg Piero Bevilacqua argomentò in modo convincente il fallimento del PD, nel 2012. Il fatto è che non può esistere un partito, una parte di società finalizzata alla proposta di un suoi progetto di futuro, se questa "parte" non ha una sua ideologia: un sistema di principi e di convinzioni condivise, che si pongono in contrasto dialettico con altri principi e convinzioni nel tentativo di cstruire una sintesi attraverso gli strumenti e i metodi della democrazia. Quando la politica si riduce a una lotta per il potere in nome del solo potere chi la pratica non regge a lungo l'urto con la realtà. tanto più quando, smarrita una ideologia senza rinnovarla sulle antiche radici, si fa conquistare da quella ormai divenuta egemonica sull'intero pianeta. Indurrebbe a riflettere il fatto che l'ideologia della Tatcher e di Reagan, di Pinochet e di Deng Xao Ping abbiano avuto come propri portavoce, in Italia, proprio uomini della sinistra non comunista, come Bettino Craxi. Il potere di questa ideologia e delle politiche che ne derivano in risposta alla crisi nella quale ci dibattiamo è oggi più forte che mai, se pensiamo alle corrrenti nelle quali il PD si divide: le principali sembrano essere quella che definirei berlusconiana, che ha il suo leader in Renzi, e quella che può essere legittimamente definita "montiana di sinistra", rappresentata da Barca. Tra i due vedo, sul proscenio il segretario battuto, che un partenopeo descriverebbe come "un asino in mezzo ai suoni"; e vedo infine dietro le quinte, gli abili tessitori delle "larghe intese", che hanno ridotto il ostro paese a essere il zimbello dei popoli. (es)
Gentile Sindaco di Tertenia, le Amministrazioni che si sono succedute da molti anni alla guida di Tertenia hanno contribuito vigorosamente, senza tregua e senza rimedio ad annientare sia l’abitato che il territorio. E lo hanno fatto, indipendentemente dalla fede politica, con spaventosa ostinazione, sostenuti tristemente da gran parte della comunità. Insomma, le vicende del suo paese dimostrano ancora una volta come siano gli elettori, e non solo gli eletti, a determinare la fortuna o la sfortuna dei luoghi e della stessa comunità.
Possiedo varie foto, anche aeree, del territorio di Tertenia. Sono demoralizzanti. Dimostrano prima di tutto l’incapacità di sostituire un mondo felicemente legato al proprio passato con un mondo felicemente moderno. Quella che si vede oggi a Tertenia è una malattia della modernità che, oltretutto, si aggrava ogni giorno di più. Si vede nelle fotografie impietose la disseminazione metastatica – in un territorio e una costa un tempo bellissimi – di costruzioni orrende (ma se fossero belle sarebbe ugualmente uno sfregio), vuote, devastanti. Il paese ha perso ogni traccia della sua fisionomia. Robaccia che trasmette l’idea di un’infezione e ha spogliato la collettività della sua unica ricchezza. Paragoni, gentile Sindaco, le condizioni del suo territorio con quelle di altre zone dove il rispetto dei luoghi ha conservato campagne, monti e coste. Vedrà che, specialmente in altre regioni europee, ma anche in alcune parti della Nazione, le campagne sono campagne, i paesi sono paesi. Vedrà che non si dissemina la propria terra di costruzioni in anarchia. Vedrà che si restaura e conserva con amore e orgoglio. E vedrà che le costruzioni, nei luoghi civili, cercano l’armonia con i luoghi.
Tertenia e il suo territorio sono diventati irriconoscibili e intollerabilmente brutti. Eppure qualcuno si meraviglia oggi a Tertenia (ma anche in tanti luoghi violentati dell’isola) della diminuzione del turismo, di meno gente, di poche “presenze”. Qualcuno invoca la crisi come causa maligna e non ammette che la ragione dell’impoverimento economico – e non solo economico – è nell’atroce bruttezza di quello che anche lei, signor Sindaco, ha favorito.
E per rimediare qualcuno propone ancora più mattoni. Come se un intossicato pretendesse di guarire assumendo altro veleno. Qualcuno è perfino un fiero antiambientalista. La parola ambientalista, apparsa da pochi decenni nel vocabolario, è stata talmente mutata e svuotata di senso che è oggi difficile attribuirle un significato univoco. Così si sente parlare di ambientalismo isterico, di ambientalismo che fa stragi, di lobby ambientaliste (cito una sua dichiarazione, gentile Sindaco, che sarebbe umoristica se non fosse preoccupante), di ambientalisti affamatori, di ambientalismo terrorista e di ogni forma di depravazione ambientalista. Sempre con una nuova accezione negativa.
Mai, di ambientalismo come elementare dovere di chi sta al mondo. Mai, di ambientalismo come normale esercizio di civiltà e coscienza. Addirittura, capovolgendo la realtà, l’ambientalismo sarebbe responsabile della perdita del lavoro e dell’indigenza delle famiglie. L’ambientalismo e non l’uso folle della bellezza dei luoghi, delle risorse dissipate in nome di un feticcio della modernità.
Così, a sentire le sue dichiarazioni, tra i “colpevoli” ci sarebbero, oltre le “lobby ambientaliste”, anche i giudici che ordinano la demolizione di qualche casa. Dimenticando che abusive sono le costruzioni e non i magistrati che ne ordinano l’abbattimento.
Intere regioni sono in mano agli ayatollah del cemento che consumano ferocemente i suoli con la bugia del lavoro che esiste solo nelle promesse. Intere regioni sono state distrutte prima culturalmente, poi materialmente e moralmente. La cultura locale isolana è stata stravolta e confinata nel mirto e nel capretto arrosto mentre si vendeva il suolo dove si era nati. E lei ci racconta di lobby ambientaliste. Sono estremisti o lobbisti in Germania dove puntano a zero consumo di suolo? Estremisti in Francia dove il permesso di costruire è una faccenda seria – più semplice che in Italia, forse, ma incrollabilmente seria – mentre da noi è spesso un patto a due, tra chi amministra e chi imprende? Estremista il Piano paesaggistico sardo che resiste al vano tentativo dei pasdaran del mattone di indebolirlo?
Sarebbero, invece, “saggi mediatori” quelli che decidono di annientare un territorio perfetto cospargendolo di case orribili, di villaggi fantasma, di mattoni e cemento? Quella che si vede a Tertenia sarebbe “urbanistica a misura d’uomo”? Sarebbe “moderato“ chi ha permesso, in cambio di un po’ di lavoro mai ottenuto o durato quanto un sospiro, che venisse dissipata l’unica grande ricchezza del suo paese, ossia le sue campagne e le sue coste, favorendo, oltretutto, l’interesse di pochissimi? “Moderati” sarebbero i masanielli locali che attribuiscono sorprendentemente colpe ai giudici i quali applicano la legge e tutelano la comunità ordinando la demolizione di costruzioni abusive (e non prime case di giovani coppie), una piaga che vede la Sardegna ai primi posti in Italia? I magistrati sarebbero dei prevaricatori?
Sono pagine malinconiche e vergognose quelle della storia recente di Tertenia. E quando il rispetto del Creato viene considerato un nemico da chi governa una comunità, le pagine oscure sono di certo destinate a moltiplicarsi. Mi auguro sinceramente che una riflessione profonda muti radicalmente l’orientamento suicida della comunità terteniese. A Tertenia c’è ancora molto da distruggere. Ma si può capovolgere il senso di questa affermazione e sostenere che a Tertenia c’è ancora molto da salvare.
L'Unità on line, dal blog"Nessun dorma", 13 aprile 2013
Fra una settimana si voterà in Friuli Venezia Giulia per il rinnovo del Presidente e del Consiglio regionale.Questi sono quindi i giorni in cui i vari candidati sparano le loro cartucce più roboanti. È il momento, per intenderci, del “meno tasse per tutti”. Ma l’attuale presidente, Renzo Tondo, candidato del centrodestra, ha deciso di andare oltre: così, accanto alla quasi scontata proposta dell’abolizione della Tares (balzello sul quale la Regione non ha alcun ruolo, ma, si sa, tutto fa brodo), troviamo addirittura l’istigazione alla “disobbedienza civile”.
Scordatevi Dossetti e il suo tentativo di introdurre in sede costituente il diritto-dovere di ogni cittadino alla resistenza agli atti dei pubblici poteri che violino le libertà fondamentali e i diritti garantiti dalla Costituzione stessa. Con Tondo voliamo ben più in basso: secondo i programmi elettorali del nostro, la Regione dovrebbe farsi carico “dell’assistenza legale ai cittadini e alle imprese che decidessero di contravvenire a precise indicazioni di leggi o decreti amministrativi palesemente contrari al buon senso” (sic! Virgolettato sul Quotidiano del Friuli, 11 aprile 2013)
E fra queste leggi contro il buon senso – udite, udite – Tondo cita quel Decreto n. 42 del 2004 che altro non è se non il Codice dei beni culturali e del paesaggio: il caposaldo su cui ruota il nostro sistema di tutela di cui, in particolare, si stigmatizza il provvedimento di autorizzazione paesaggistica. Naturalmente la cornice entro la quale queste inaudite affermazioni si inquadrano è quella di una maggiore semplificazione della macchina amministrativa e di una riduzione dell’odiata burocrazia, radice di tutte le nequizie.
In un precedente post di “nessun dorma”, avevo richiamato la recente vicenda della rivolta degli amministratori e politici friulani contro la locale Soprintendenza ai beni architettonici e al paesaggio, accusata di frapporre troppi vincoli e prescrizioni alle autorizzazioni paesaggistiche. Si noti bene che l’accusa nei confronti dell’organo di tutela non era quella di eccessiva burocrazia o di lentezza nell’espletamento delle pratiche, ma piuttosto del contrasto opposto allo “sviluppo” e quindi, in sostanza, di un esercizio “senza sconti” del proprio ruolo. Insomma, di fare il proprio mestiere a tutela del paesaggio in nome di tutti i cittadini italiani.
Non sorprende questa avversione alle regole della tutela paesaggistica in una Regione che, è notiziadi questi giorni, ha approvato l’ennesima variante urbanistica proposta dal comune di Osoppo per l’aumento della zona produttiva e quindi la costruzione di decine di capannoni, in barba all’opposizione di ampi strati della popolazione e di associazioni locali che la giudicano devastante per il territorio. Ma in questo caso l’aspetto più grave della vicenda è costituito dal vulnus inferto alle più elementari regole della democrazia: attraverso le sue dichiarazioni, Tondo prefigura una società dove le regole sono adattate e adattabili in base alle esigenze, preferenze, necessità dei singoli cittadini e da loro modificabili secondo l’ “oggettivo” criterio del buon senso (dei cittadini? dei vincitori delle elezioni? dei portatori di qualsivoglia interesse?) Chi parla non è solo un candidato fra gli altri, ma l’attuale Presidente della Regione Friuli Venezia Giulia in carica che ha giurato fedeltà alla Costituzione di cui il Codice rappresenta l’espressione sancita dal Parlamento.
Nessuna giustificazione può esserci per un tale livello di degrado civile e politico: è evidente che si possano mettere in discussione leggi e norme, ma per sostituirvi altre norme e leggi che si ritengano più adeguate. In nessun caso un rappresentante delle Istituzioni, al più alto livello, può neanche immaginare di istigare i propri concittadini all’illegalità.
La mutazione genetica di matrice berlusconiana del “ciascuno padrone a casa propria” è arrivata all’ultimo stadio: non c’è neanche bisogno di creare leggi ad hoc, perchè è la legge stessa a diventare un optional trascurabile e ignorabile ogni qualvolta ostacoli il percorso verso l’affermazione degli interessi del singolo. Purtroppo è questo un atteggiamento condiviso, in pectore, da ampi settori dei nostri rappresentanti istituzionali, come si può leggere in queste affermazioni contenute in un documento dell’attuale governo: «E' possibile affermare che la maggiore innovazione che ha interessato l’urbanistica con riferimento al complesso della legislazione nazionale e a quella delle legislazioni regionali (caratterizzate da profonde diversità fra di loro) è la trasformazione del suo carattere fondamentale che è passato da una natura fortemente autoritativa-conformativa alla individuazione di modelli organizzativi basati sulla ricerca di accordi fra pubblico e privati e fra gli stessi soggetti pubblici letti, in alcuni casi, come derogatori della normativa vigente». (Comitato Interministeriale per le politiche urbane, Metodi e contenuti sulle priorità in tema di Agenda urbana, Roma, 20 marzo 2013, p. 19). Insomma, siamo allo “sdoganamento” ufficiale della deregulation come pratica innovativa. Dove l’innovazione diventa aristocratico sinonimo del buon senso.
Questo articolo è inviato contemporaneamente a l'Unità
Sono quasi 5 anni dall'inizio della crisi che i vertici politico-finanziari d'Italia e d'Europa inseguono previsioni smentite dai fatti con sistematica cadenza >>>
Facciamo un po' di storia. Disporre gli eventi in profondità prospettica illumina di più chiara luce la scena del presente. Nel 2009, il presidente della BCE, Trichet, prevedeva una « ripresa graduale » dell'economia nel 2010 (Il Sole 8.11.2009). Ad aprile del 2011 Mario Draghi, prossimo presidente BCE, annunciava la sua « fiducia nella ripresa» per l'anno in corso, dal momento che nel 2010 nessuno l'aveva avvistata.(Corriere della Sera 18 .4. 2011).Nel gennaio 2012, Mario Monti preannunciò una crescita del 10% del Pil italiano per effetto delle liberalizzazioni del suo governo. Qualcuno se ne ricorda? E nell'estate predisse: « l'economia riparte nel 2013» (Il Sole, 21.9.2012). Oggi Mario Draghi promette «Ripresa nel 2014» ( La Repubblica 7.3.2013).Vedremo quali saranno i prossimi vaticini.
Le cronache recenti hanno tuttavia mostrato un aspetto inquietante dell'economia, un tempo regina delle scienze sociali e oggi ridotta al rango di tecnologia della crescita: vale a dire un puro dispositivo di calcolo, privo di pensiero, svuotato di cultura e valori, che tende a replicare dei meccanismi. Com'è noto, ai primi di quest'anno, il capo economista del FMI, Olivier Blanchard – confermando uno studio del World Economic Outlook dell ' ottobre 2012 – ha scritto in Errori previsionali di crescita e moltiplicatori fiscali, che i modelli della troika per i programmi di aggiustamento dei paesi UE si fondavano su un moltiplicatore sbagliato. E' straordinario! « Uno sbalorditivo mea culpa», l'ha definito il Washington Post. Qui tuttavia non si tratta semplicemente di stupirsi dell'errore. L'errore fa parte del procedimento scientifico, così come la sua onesta ammissione.
Ebbene, il bivio che nessuna acrobazia ideologica e nessuna menzogna può più occultare è davanti ai nostri occhi. Dovrebbe essere chiaro anche ai ciechi istitupidi che ci hanno condotto fin qui: o spezziamo tali vincoli o l'Italia si avvierà in un sentiero di immiserimento e di ingovernabile disgregazione sociale. E' molto probabile che essa sarà accompagnata in questa deriva da altri paesi e che l'Europa si frantumi in un caos esplosivo di nazionalismi xenofobi. Le capacità di governo delle attuali oligarchie hanno dato tali prove, da autorizzare le più fosche previsioni. Possiamo accettare che un grande paese industriale venga messo in ginocchio dall'ottusa ortodossia di un pugno di tecnocrati? Ci rassegniamo alla fine del grande progetto dell'Unione?
Ebbene, io credo che ci sia una sola e obbligata strada per evitare questo scenario. Può apparire la via più estrema, ed è la via più ragionevole. Perché i creditori stranieri, che posseggono circa il 50% del nostro debito, hanno più possibilità di essere ripagati da un 'Italia che riavvi i propri meccanismi economici, che non da un paese che affonda. Un paese fallito cancella i suoi debiti, o li rinegozia al ribasso. Personalmente non credo che abbiamo oggi la forza di imporre un audit, una revisione storica della composizione del debito. Ma occorrerà una qualche forma di rinegoziazione, perché il debito è un problema mondiale. Abbiamo tuttavia la forza per imporre la violazione del patto di stabilità in tutti i comuni per spese indirizzate agli investimenti. Ricordo che, con singolare ottusità e protervia, si è finora impedito anche ai comuni senza debiti di utilizzare le proprie risorse.
Chi oggi vuol salvare ciò che di storicamente importante rappresenta ancora l'Unione deve far leva sulla rabbia democratica e sull'orgoglio nazionale per sconfiggere una politica suicida. Un'onda di popolo incontenibile deve sollevarsi contro le mura della cittadella oligarchica. Ma questa è anche l'occasione perché la sinistra smetta di fare politica al vecchio modo, come accordo fra gruppi e si metta alla testa delle iniziative popolari. La sinistra radicale, i movimenti, potrebbero trovare una nuova carica di energia politica guidando la ribellione, trovando consenso nei ceti più vari, e cooperando con le amministrazioni per rimettere in moto le languenti economie locali. O questo grande compito di riscatto nazionale l'assume la sinistra o lo faranno i populisti a modo loro, e probabilmente l'Europa si disintegrerà. E nessuno può prevedere ciò che accadrà alla democrazia. Ricordo che, per una volta, una politica di sinistra contro l'austerità godrebbe dell'occhio benevolo degli USA.
(articolo inviato contemporaneamente a il manifesto)
L’enciclica “Pacem in terris”, appariva cinquant’anni fa, in un periodo di grandi tensioni internazionali...>>>
Fra l’agosto e il settembre 1962, prima della crisi cubana dell’ottobre, l’Unione Sovietica aveva fatto esplodere nell’atmosfera ben sette bombe H di potenza fra 20 e 10 megaton. Nel corso del 1962 erano state fatte detonare nell’atmosfera complessivamente 100 bombe nucleari, circa metà americane e metà sovietiche. Missili intercontinentali avrebbero potuto portare tali bombe su qualsiasi città del mondo e in quegli anni gli arsenali mondiali contenevano circa 40.000 bombe nucleari. Nelle grandi città americane gli abitanti costruivano rifugi antiatomici, anche se era ben chiaro che sarebbero serviti a poco in caso di un bombardamento reale; lo mostravano alcuni film che circolavano in quegli anni sessanta. In tutto il mondo si stavano moltiplicando dei movimenti che chiedevano la pace e il disarmo nucleare, inascoltati dai governanti americani e sovietici per cui la pace poteva essere assicurata soltanto facendo sapere all’avversario che un attacco nucleare sarebbe stato seguito da un contro-attacco ben più disastroso. La chiamavano deterrenza.
L’appello del Papa alla pace seguiva di pochi mesi il momento forse più alto della tensione internazionale, quell’ottobre 1962 nel quale l’umanità è stata alla soglia della III guerra mondiale, questa volta nucleare. L’Unione Sovietica aveva inviato dei missili con testata nucleare nell’isola di Cuba, a pochi chilometri dal territorio degli Stati Uniti. In un frenetico scambio di messaggi il presidente americano Kennedy cercò di convincere il segretario generale sovietico Krusciov a ritirare tali missili, minacciando come ritorsione una guerra nucleare. In quelle ore il Papa Giovanni XXIII ebbe un ruolo fondamentale (peraltro omesso nel film “Tredici giorni” che racconta tali eventi), Attraverso contatti segreti fu deciso che la tensione si sarebbe allentata se il Papa lo avesse chiesto pubblicamente. Il 25 ottobre 1962, a mezzogiorno, Giovanni XXIII inviò attraverso la radio un messaggio in francese che fu ripreso da tutti i giornali anche nell’Unione Sovietica; un bellissimo appello di poche righe che si chiudeva con l’appassionata invocazione “Pace ! Pace !”.
L’intervento del Papa fu determinante per la decisione di Krusciov di ritirare i suoi missili da Cuba in cambio dell’impegno americano di ritirare i propri missili dalla Turchia e dalla Puglia. Si proprio: la Puglia fu inconsapevole parte in quella tensione, con i trenta missili Jupiter con testate nucleari puntati, dalle campagne murgiane, verso i paesi comunisti. Passata la crisi cubana, tuttavia, le esplosioni di bombe nucleari nell’atmosfera continuarono anche nei primi mesi del 1963 e questo spinse Giovanni XXIII a scrivere l’enciclica di mezzo secolo fa, l’invocazione della pace, il bene che tutti gli uomini di buona volontà chiedono, o almeno dovrebbero chiedere.
Fra questi il diritto di consentire ai poveri, nei paesi industrializzati e in quelli sottosviluppati, di migrare verso condizioni migliori, di non essere oggetto di discriminazioni razziali, quelle che allora sopravvivevano perfino nei civilissimi Stati Uniti, i diritti di parità delle donne e il diritto delle classi lavoratrici a progredire. L’enciclica continuava elencando “i segni dei tempi”: diritti dei deboli ma anche doveri dei governanti e dei poteri pubblici di soddisfare i bisogni fondamentali dei loro cittadini secondo il fine del “bene comune”, la ragion d‘essere dei poteri pubblici. Poiché tutti gli esseri umani sono uguali e non esistono esseri inferiori e superiori per natura, i poteri pubblici hanno il dovere di assicurare servizi esenziali, trasporti, comunicazioni, acqua potabile, abitazioni, assistenza sanitaria, istruzione. E giustizia: a questo proposito il Papa cita la frase di Sant’Agostino: “Abbandonata la giustizia, a che si riducono i regni se non a grandi latrocini ?”.
Un lungo capitolo dell’enciclica “Pacem in terris” è dedicata al disarmo e ai pericoli della moltiplicazione delle armi di distruzione di massa, specialmente nucleari; se alcuni paesi le hanno, altri possono essere tentati a possederne anch’essi, con pericoli concreti per la sopravvivenza della vita sulla Terra. Da qui il fermo invito dell’enciclica alla messa al bando delle armi nucleari. Quanto è stato ascoltato l’invito alla pace fra le persone e i popoli, dopo cinquant’anni ?
Come conseguenza dell’appello di Giovanni XXIII e della grande paura che cominciava a pervadere il mondo, nell’autunno dello stesso anno 1963 Kennedy e Krusciov firmarono un accordo che vietava le esplosioni di bombe nucleari nell’atmosfera; quelle esplosioni che da quindici anni stavano immettendo nell’aria e nelle acque una quantità insopportabile di elementi radioattivi a vita lunga che entravano nelle catene alimentari e finivano nelle ossa e nel corpo di tutti i terrestri, amici o nemici. Secondo l’accordo le esplosioni sperimentali avrebbero potuto continuare soltanto nel sottosuolo (ma la Francia continuò le esplosioni di bombe nell’atmosfera nel deserto del Sahara fino al 1975), poi vennero altri accordi per diminuire io numero delle bombe nucleari esistenti nel mondo, ma nel frattempo altri paesi si sono dotati di armi atomiche: Cina, Israele, India, Pakistan, fino alla piccola Corea del Nord, al punto che oggi gli arsenali mondiali contengono ancora 20.000 bombe nucleari. Altro che “bandite le armi atomiche” !
Quanto agli altri inviti alla giustizia, all’equa distribuzione dei beni e dell’uso della terra, in questo mezzo secolo sono aumentati le produzioni e i consumi dei popoli ricchi ma anche lo sfruttamento delle risorse naturali, della “terra”, dei paesi poveri che sono diventati ancora più poveri; molti poveri premono alle frontiere dei paesi ricchi e vengono respinti; aumenta la discriminazione etnica e anche questo fa aumentare le tensioni internazionali. In mezzo secolo non c’è stata una nuova “grande guerra”, ma soldati in armi sono diffusi in tutti i continenti per reprimere, con guerriglie e conflitti infiniti, nell’interesse delle grandi potenze o delle società multinazionali, le ribellioni locali ispirate alla domanda di maggiori diritti e di giustizia. Quanto lontana la pace sulla Terra !
Si è cominciato tre decenni fa con i parcheggi sotterranei, inventati da un’amministrazione di sinistra, e si è continuato intensamente >>>
3 – Ultimo attacco alla bellezza urbana. Un ordine del giorno proposto in Consiglio comunale dalla minoranza di centrodestra, condiviso dal sindaco, da tutto il centrosinistra e dai Consigli di zona vuole imporre la sostituzione con l’asfalto delle antiche pavimentazioni in grossi masselli di pietra (pavé) e mette in discussione persino le strade in cubetti di porfido oltre a quelle, poche e magnifiche, ancora dotate dei ciottoli di fiume e delle grandi lastre di granito per il trottatoio e i marciapiedi non rialzati. Riguardo ai masselli, largamente predominanti, i giunti fra le lastre e le frequenti sconnessioni sarebbero un grave pericolo per le biciclette e soprattutto per le motociclette che, come ho già segnalato in Eddyburg, sfrecciano a sciami dappertutto a forte velocità e invadono anche ogni spazio improprio come i marciapiedi e i portici. L’abolizione delle lastre sembrava inizialmente limitata alle zone fuori dal centro storico per il quale esiste un vincolo della soprintendenza.
Sapete di che parlo: Gangnam Style è quello stupido brano techno sudcoreano su questo quartiere alla moda di Seul. Una faccenda oscena assai: un uomo grassoccio di mezz'età che pare inneggiare alla ragazza che – suprema fantasia maschilista – di giorno fa la vita composta e di virtù, ma di notte diventa calda, slega i cappelli – si trasforma in ragazza-Gangnam.
Come ha fatto una spazzatura del genere a diffondersi a fenomeno globale? Come accade che una roba, iniziata come uno stupido brano, viene poi avvolta da un'aura quasi sacrale e cattura folle immense, stadi interi al ritmo di Gangnam e Youtube con il botto di un miliardo e mezzo (un miliardo e mezzo!) di hit?
Come spiega Slavoj Žižek, è un bel esempio dell'odierna meccanica dell'ideologia, e la ragione è che il tutto è spudoratamente autoironico: è così ridicolo ed osceno che chi inscena la danza Gangnam Style ovviamente crede, pensa e fa capire di farlo solo per prendersi un po' in giro, che si metta a ballarlo per strada, in discoteca, o alle inaugurazioni presidenziali.
E precisamente qui sta il punto: puoi prenderlo e prenderti in giro, sai (credi di sapere) che non è da prendere sul serio, eppure ti cattura lo stesso, ti entra in testa, lo canticchi e lo balli, funziona. Funziona quando prende in giro sé stesso, o meglio: funziona precisamente perché si prende in giro. È efficace perché il nostro grado di cinismo è tale che per essere catturati ci serve quest'alibi, questa scappatoia del distacco dell'autoironia: "so bene che ballare è da idioti; sì sto ballando Gangnam Style, però qui ballo (posso sempre dire e dirmi) per scherzo e non per davvero", e intanto funziona, lo ballo per davvero.
E così pure in politica, il regnante cinismo, quasi nichilismo, popolare rende impraticabili e non-credibili (nel senso stretto della possibilità di "credere") le ideologie convenzionali "crude e pure", anche se fossero zeppe di ragioni da vendere. Per acquiescere (o ingannare) quel cinismo, e dunque per diffondersi, esse devono invece già in sé prevedere la possibilità di quel distacco, quell'autoironia, per funzionare devono poter prendere in giro la loro stessa ideologia, e così però nel medesimo tempo catturare e funzionare lo stesso, come ideologie.
Il fenomeno del Movimento 5 Stelle è una rivoluzione Gangnam Style in questo preciso senso.
Partiamo da alcuni fondamentali, prima di tutto questo: non si capisce come diavolo nelle nostre democrazie televisive e mass-mediatiche possa esistere una politica non populista. (E non è necessariamente un male, dopotutto, "populismo" potrebbe essere un termine da recuperare: almeno nella l'accezione politica americana esso ha saputo avanzare l'agenda progressista, a sostegno dei diritti e degli interessi economici dei lavoratori e dei piccoli coltivatori contro quelli del grande capitale, specie dai due Roosevelt in poi.)
Qui il comico serve allo scopo alla perfezione. In un suo comizio, tutto ciò che dice Grillo funziona perché può essere preso sul serio e allo stesso tempo sul faceto. Anzi, in perfetto Gangnam Style, è serio precisamente quando è faceto. Questo doppio gioco è peraltro l'impeccabile soluzione al dilemma di ogni politico a caccia del consenso popolare: come sovraesporsi senza sovradefinirsi: "devo essere in vista il più possibile, ma se mi sovraespongo rischio di far capire con sempre maggiore precisione le mie posizioni politiche, anche su temi controversi: tasse, IMU patrimoniale, matrimoni gay, … E così chi non è d'accordo con me non mi voterà."
Entra il comico: una perfetta macchina della libido politica: dice quel che gli pare e le persone si scelgono à là carte che cosa prendere sul serio e che cosa invece per battuta, proiettando su Grillo i loro desideri. Un altro esempio di un'altra caratteristica della moderna meccanica dell'ideologia, Gangnam Style.
La mossa è questa, ragiona Grillo&C.: è da idioti autodefinirsi, specie di "sinistra" se la parola ha un gigantesco problema di public relations, e non solo perché c'è in Italia ancora chi per sensibilità sociale è di sinistra, ma non la voterebbe mai perché "sono tutti comunisti" (un retaggio del voto di appartenenza che continua a sopravvivere come ha sempre sopravvissuto, tramandandosi da generazione a generazione – chiedere ai markettari di Berlusconi per credere!). Quindi, ragiona il nostro, piuttosto che sbattere la testa contro il muro, la mossa migliore – e populisterrima – per avanzare l'agenda politica è rifiutare di autodefinirsi. (Tant'è, la destra in giro per il mondo usa questo trucco da decenni.)
Ma leggiamo per un momento al valor facciale quest'agenda politica del M5S. Oppa!, non ditelo in giro, ma a me pare l'unico programma con una dignitosa dose di radicalità, quasi un ritorno alla radice etimologica del "comunismo": avere cose in comune, difesa dei beni comuni.
OK, non è strettamente un programma comunista (non si chiede ad esempio l'abolizione della proprietà privata sui mezzi di produzione), e per risolvergli il problema di PR chiamiamola invece un'agenda "commonista" (dall'inglese commons, beni comuni): che cos'è la richiesta del reddito incondizionato di cittadinanza se non l'idea che almeno una parte del prodotto sociale sia un bene comune che si può usare per avanzare le libertà reali per tutti? che cos'è la battaglia contro l'attuale sistema di brevetti e copyright se non l'idea che la conoscenza sia un bene comune (e perbacco, sono gli unici che ospitano interventi di Richard Stallman!), che cos'è la strenua difesa dell'ambiente e del paesaggio se non l'idea che il valore di questi vada oltre al profitto che potrebbero rendere? e la lotta alle lobby e al potere del capitalismo finanziario? o robette come la statalizzazione delle dorsali telematiche? Ma insomma, varrebbe la pena chiamarli rivoluzionari anche solo per il fatto di essere l'unica forza parlamentare che in chiaro e tondo scrive nel suo programma "abolizione della legge Gelmini" sull'università.
Ma non è tanto il programma, il vero spettacolo è che senza che quasi nessuno se ne accorgesse, Grillo è riuscito con questo programma a farsi votare da quasi un terzo degli italiani: oppa oppa Gangnam Style! E c'è di più: i parlamentari M5S paiono testardamente ostinati a volerlo realizzare (e perciò chi gliela fa a fare a sostenere un governo Bersani?).
In questo sta un'importante differenza tra il M5S e la Syriza in Grecia. La povera Syriza si autodichiara di sinistra e così si fa accerchiare in quell'angolo lì senza tante possibilità di crescere più elettoralmente, mentre Grillo, per non dirsi né di destra né di sinistra ma con una piattaforma politica simile, può invece crescere ad libitum; arrivare, come dice, al 100%, ovviamente Gangnam Style.
Gli è che Syriza non sa ballare Gangnam Style. Ma c'è una cosa che li accomuna: se prendessero il potere, Syriza in Grecia e M5S in Italia, state certi che gli austeriani europei darebbero vendetta senza pietà orchestrando per i due paesi una punizione esemplare.
Potevano mai le nostre varietà domestiche di teorici della rivoluzione cogliere che si trattasse di una rivoluzione? Qui il gioco è facile: ovviamente no, per due semplici motivi.
Due, a rivoluzione fallita, sono bravissimi a spiegarti le ineluttabili ragioni del suo fallimento. E questa expertise li rende oltremodo choosy: quando c'è l'hanno una sotto il naso fanno gli schizzinosi, non c'è verso che qualcosa gli vada a genio, e ti spiegano con docenza e perizia perché questa non è né può essere una vera rivoluzione e che cosa le manca perché lo sia: che il leader è un autocrata, che manca un chiaro programma, che il popolo non è pronto (oppure, secondo una scuola molto avanzata, che il popolo è poco istituito o semplicemente rincoglionito), che questa o quest'altra cosa.
Era inevitabile che si perdessero la rivoluzione Gangnam Style.
Peraltro, su quest'ultima linea di obiezioni, ultimamente circolano due memi. Il primo non merita attenzioni perché conferma solo la ferrea validità della legge di Godwin (in Latino da canile nota anche come reductio ad Hitlerum). L'altro meme è che il M5S non è "democratico". Su questo, senza scomodare l'antico dibattito sulla legge dell'oligarchia di Robert Michels, avrei due brevissimi appunti da offrire. Primo: ho visto invece parlamentari di M5S riunirsi e discutere, come non ho visto altrove, e mi pare una bella cosa. Secondo appunto: non fosse democratico, e allora? Che obiezione idiota, qualcuno ha forse mai sostenuto che una rivoluzione debba passare per vie strettamente democratiche? E comunque, dopotutto, non risulta che il M5S voglia prendere il potere in modi diversi da quelli strettamente previsti dell'ordine istituzionale costituito (e qui la questione Michels ci sarebbe di nuovo utile, ma desistiamo).
E per concludere non ci resta che la grande domandona: il fenomeno-Grillo si sgonfierà? Certo che sì, come sempre si sgonfiano le rivoluzioni, e in un certo senso sempre falliscono.
Quando? e quali effetti produrrà nel frattempo? Come rispose Mao Tse-tung, uno che di rivoluzioni si intendeva, quando gli chiesero degli effetti che ha prodotto la Rivoluzione Francese: "È troppo presto per dirlo". Pare sia un aneddoto un po' apocrifo, ma è delizioso lo stesso.
È troppo presto per dirlo. Benvenuti in tempi interessanti.
Il risultato delle elezioni politiche sancisce non solo il trionfo del movimento Cinque Stelle, ma anche l'ennesima sconfitta della linea politica di D'Alema che per decenni ha inseguito la destra sul suo terreno, cercano di posizionare il partito appena un po' alla sinistra del presunto avversario (ma in realtà confondendo e condividendo ampiamente la materia). Una linea che nei fatti si è incarnata nel Monte dei Paschi, nei fondi gestiti da Gamberale, nelle varie leghe delle cooperative affamate di grandi opere, nelle autostrade tirreniche colluse con Mattioli, nello sviluppo inteso come tanti soldi per le infrastrutture e niente per Università e ricerca. Una linea che alla Camera ha trionfalmente portato il Pd a un 25% di voti dal 37% del bistrattato Veltroni.
Il movimento Cinque Stelle fa capo a un leader che spesso esprime idee deliranti, come l'uscita dell'Italia dall'euro, è rappresentata da una serie di dirigenti nazionali di qualità mediocre, tutti a ripetere la giaculatoria che incalzeranno i partiti affinché mantengano le loro promesse... ( anche quelle più bieche e contraddittorie?). Ma la base è un altra cosa. Oltre agli elettori inferociti e disgustati da partiti che navigano negli scandali, nella corruzione e nel malaffare, ci sono tanti giovani impegnati per una diversa politica. Ci sono i No Tav della Valle Susa e in no Tav in generale; ci sono gli antagonisti alle grandi opere distruttive; i protagonisti del referendum sull'acqua; la gente che si batte contro le lobby degli affari, contro una politica dei rifiuti fatta di inceneritori e discariche; contro la cementificazione; a favore di un ambiente vivibile; ci sono gli studenti impegnati a sostenere un'Università migliore e a chiedere occasioni qualificate per chi entra nel modo del lavoro. C'è, una parte di quel 20% di cittadini che fanno società locale, che difendono il territorio, che si associano in comitati e che non sono rappresentati dai partiti di sinistra, spesso antagonisti nelle amministrazioni locali. Una potenzialità sociale e anche elettorale snobbata dagli strateghi del Pd; a parole perché esprime valori 'nimby', ma in realtà perché è antagonista al potere della casta: alimentato e collegato agli interessi delle banche grandi finanziatrici di opere pubbliche mai realizzate o realizzate solo in parte, con gran spreco di denaro pubblico per progetti affidati ad amici. (si veda il buon documento in proposito nel sito di Legambiente)..
Le proteste e le rivendicazioni sacrosante della base grillina sapranno tradursi in programmi e in politica a livello nazionale? Questa è la grande incognita, perché il rischio è che i neo deputati e i neosenatori, del tutto impreparati rispetto ai compiti parlamentari, perdano la bussola e non riescano a darsi una politica a prescindere da urla e schiamazzi. Ma se il movimento Cinque Stelle saprà darsi veramente una politica ambientalista e proporre un modello di sviluppo alternativo a quello delle 'grandi opere finanziate dalle banche', se ciò avverrà, si aprirebbe per il PD una scelta fondamentale. Con Berlusconi e Monti, per un governo di neoliberismo all'italiana e una spartizione di risorse fra potentati di varia natura: il mondo del project financing in salsa nostrale. Oppure con tutto ciò che di nuovo e progressivo può (ripeto: può) rappresentare il movimento Cinque Stelle, nelle sue articolazioni e nel suo vero significato di innovazione (il nuovo tanto evocato come slogan elettorale, tanto temuto nei fatti).
La vittoria del movimento Cinque Stelle non è solo di Grillo, ma anche di un'Italia impegnata e molto migliore di quella che ci ha finora governato. Un'occasione anche per una parte del PD, più giovane, inserita nella società e non solo nelle amministrazioni, per dare una svolta radicale alla politica del partito; e forse anche per far sì che la sinistra risalga la china dopo la batosta elettorale.
Di ritorno da una straordinaria mostra padovana su Pietro Bembo, ne suggerisco caldamente a tutti i lettori...>>>
Di ritorno da una straordinaria mostra padovana su Pietro Bembo, ne suggerisco caldamente a tutti i lettori la visita. Non solo perchè l’esposizione “Pietro Bembo e l’invenzione del Rinascimento” ha rare qualità culturali: rappresenta l’esito di una ricerca scientifica esemplare, restituito con eleganza e sobrietà in un efficace allestimento che si snoda nelle piccole stanze del Palazzo del Monte di Pietà, a Padova. Quest’ultima divenne la città di elezione del veneziano Bembo, uno dei più grandi intellettuali di quell’inquieto, straordinario periodo fra Quattrocento e Cinquecento che vide, anche grazie alla sua attività, l’affermarsi di una civiltà, quella rinascimentale, divenuta modello per tutto l’Occidente.
In questi tempi di mostre strombazzate come “imperdibili” , che si risolvono quasi sempre in sfilate mal organizzate di capolavori veri e presunti, con attribuzioni fantasiose e banalità assortite, nell’iniziativa padovana si percepisce immediatamente lo spessore di una ricerca durata alcuni anni e finalizzata a illustrare, non solo un personaggio, ma attraverso di lui e del suo milieu culturale, una fase di importanza cruciale per la storia europea.
Anche la mostra padovana ospita, in realtà, non pochi capolavori assoluti, dai ritratti di Giorgione, Raffaello, Tiziano, ad aldine di incomparabile nitore tipografico, al sorprendente gessetto di Michelangelo, a gemme e ritratti della Roma imperiale, medaglie rinascimentali di Valerio Belli e Danese Cattaneo, e lo stupefacente arazzo su cartone di Raffaello con la conversione di Saulo, ciascuno dei quali varrebbe di per sè la visita. Ma niente è scelto per il valore intrinseco del singolo pezzo, bensì ognuno degli oggetti rimanda a molteplici altri, presenti e non all’interno del percorso, in una fitta rete di precisi richiami di assoluta coerenza (“proprietà” la chiamano i tre curatori), perfettamente funzionale all’obiettivo complessivo. Attraverso la ricostituzione di una delle più importanti figure del nostro Rinascimento e della sua collezione, museum ante litteram, si rivela, stanza dopo stanza, oggetto dopo oggetto, il progetto del Bembo, di costruzione di una nuova idea dell’Italia a partire dalla cultura, letteraria e artistica.
In un momento di gravissima crisi politica, segnato dalla morte del Magnifico e dall’invasione dell’esercito francese, un gruppo di intellettuali, fra i quali Bembo occupa una posizione di preminenza anche per il prestigio da tutti riconosciutogli, seppe costruire una nuova visione culturale, che a partire da uno studio scientifico del passato potesse fornire alla politica le armi per un “rinascimento”. Anche se sul piano politico il sogno della rinascita si infrangerà, irrimediabilmente e simbolicamente nel 1527 con il disastroso sacco dei lanzichenecchi, su quello culturale, quella visione trionferà in Europa, facendo dell’Italia, delle sue città e dei suoi artisti, il modello di riferimento imprescindibile nei secoli a venire.
Come suggeriscono i curatori, allora, questa mostra apparentemente lontana dalla nostra attualità, molto ci racconta di una crisi profondissima come quella italiana di questi giorni, di queste ore. E ci insinua anche il dubbio che allora come ora, prima che politica, questa crisi sia culturale.
Simbolo spietato di questa eclissi, è l’attuale situazione di degrado del nostro patrimonio culturale,ribadita nei giorni scorsi dalle denunce di alcuni funzionari del Mibac, ormai impossibilitati ad esercitare anche le più elementari funzioni di tutela per mancanza di risorse.
Nella mostra padovana, la lettera manoscritta di Raffaello e Baldassarre Castiglione, reduci da una gita a Tivoli assieme al Bembo e altri amici, ci riporta ad una delle primissime espressioni di quella necessità di cura dei monumenti antichi di cui Raffaello sarà interprete massimo nel ruolo di Soprintendente, creato per lui da Leone X. In quella lettera del 1519 c’è la supplica al papa perchè “quello poco che resta [...] non sii estirpato e guasto dalli maligni et ignoranti”.
Allora come ora.
(questo articolo viene inviato contemporaneamente anche a l'Unità)
Da noi si discute se tutelare o meno la Via Gluck di Celentano: che ne dite del paesaggio deturpato nella New Lanark culla del socialismo pre-marxista ottocentesco di Robert Owen? The Observer, 31 marzo 2013 (f.b.)
Titolo originale: Scottish town that changed the world fights for its rights – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini
Secondo tantissimi orgogliosi scozzesi il sogno di un nuovo ordine mondiale non è certo nato nella sala di lettura del British Museum, dove Karl Marx a metà '800 elaborava le sue teorie, ma mezzo secolo prima, in una cittadina industriale del Clydeside. Fu a New Lanark, nei primissimi anni del XIX secolo, che Robert Owen espose la sua visione di società industriale, nella quale il lavoro delle donne e degli uomini, per la prima volta in Gran Bretagna, doveva essere valorizzato e rispettato. Basta col lavoro infantile, fondo di assistenza malattia e istruzione per tutti. Un vero terremoto fra gli industriali contemporanei di Owen, ma la vicenda di New Lanark divenne una delle più gloriose pagine della storia economica scozzese. Oltre due secoli più tardi, oggi di terremoto se ne sta preparando un altro, che riguarda stavolta il rapporto fra l'industria, la storia, il paesaggio.
New Lanark è cambiata poco, dai tempi in cui le idee di Owen iniziavano a cambiare il mondo. C'è il lindo splendore degli antichi edifici industriali, sottolineato dal contesto in cui si collocano, fatto di bellissimi boschi e cascate d'acqua. Per fortuna, qui la maledetta tirannia di certe trasformazioni che quasi sempre paiono coincidere con il concetto di “archeologia industriale” on si è vista. Nel 2001 l'Unesco ha riconosciuto a New Lanark lo stato di patrimonio dell'umanità, uno dei quattro siti scozzesi assurti a questo onore mondiale. Ma negli ultimi mesi migliaia di abitanti hanno però firmato una petizione in cui si esprime il timore che quel riconoscimento possa presto essere ritirato.
La Cemex, multinazionale delle estrazioni, vuole aprire nei paraggi una cava a cielo aperto. Ma quanto esattamente nei paraggi? Di questo, stanno discutendo assai animatamente e clamorosamente il consiglio del South Lanarkshire, il governo scozzese e Historic Scotland, l'ente nazionale incaricato di tutelare l'integrità del luogo. La richiesta della Cemex ha diviso l'amministrazione locale, ma la contraddizione principale nella vicenda riguarda Historic Scotland. L'ente, per motivi che non sono ancora chiarissimi, non si è affatto opposto alla domanda della Cemex, dichiarando che: “Dal nostro punto di vista il progetto non solleva questioni di carattere nazionale che confliggano con la storicità del luogo, ergo non abbiamo nulla in contrario. New Lanark si trova a oltre due chilometri dal punto più vicino dell'intervento proposto. Appare evidente che non ci sarà alcuna interferenza visiva della cava su nessuna parte del villaggio”.
Gli ambientalisti locali – sostenuti dalla rappresentante eletta Joan McAlpine – sono di altro avviso. Se fosse concesso il via libera alla Cemex ci sarebbero 3,6 milioni di tonnellate di sabbia e ghiaia sottratte al territorio delle cascate della Clyde in sei anni. Una profonda ferita che, secondo gli ambientalisti, cambierebbe la topografia naturale con una enorme cicatrice visibile a chilometri di distanza, violando anche l'integrità della fascia di interposizione verde progettata ad hoc.
La McAlpine, dello Scottish National Party, è riuscita a coinvolgere anche tutto il suo gruppo a sostegno di una petizione che accusa Historic Scotland di non essersi opposta al progetto Cemex. Ieri ha dichiarato: “Spero sinceramente che il consiglio del South Lanarkshire respinga la proposta. Siamo molto fieri di New Lanark patrimonio dell'umanità, e non ho alcun dubbio che con sei anni di estrazione a cielo aperto quel riconoscimento sia a rischio”.
Non è difficile capire anche la posizione di Historic Scotland, chiusa tra l'incudine e il martello e a rischio di esserne schiacciata. Chiarisce di aver valutato diversi elementi, e che non è nei suoi poteri opporsi in assoluto a trasformazioni industriali. Insomma sono un organismo di tutela, e non un'associazione ambientalista alternativa.
New Lanark nasce nel 1785, 14 anni prima dell'arrivo di Owen, come villaggio industriale di fondazione che sfrutta l'energia naturale delle cascate della Clyde, da quella maggiore della Corra Linn di oltre 25 metri alle tre minori. I progettisti, Richard Arkwright e David Dale, capivano che imbrigliare l'energia di ben quattro cascate tanto vicine poteva alimentare non solo i soliti telai domestici, ma intere fabbriche. Quando Owen rileva gli impianti grazie al matrimonio con la figlia di Dale, nel villaggio già esiste un approccio avanzato alle relazioni industriali, che Owen svilupperà ulteriormente, codificandolo e facendone la base della propria filosofia. Sostenendo che esiste uno strettissimo rapporto fra economia e una classe operaia sana e consapevole, idee che impiegarono però almeno un secolo per affermarsi. Owen pose fine al lavoro infantile, introdusse l'assistenza sanitaria per gli operai, ottime scuole, un fondo malattie, illuminazione pubblica, e i profitti aumentavano.
Il valore dell'impresa crebbe dalle 60.000 sterline del 1799 alle 114.000 del 1813: oggi sarebbero circa otto milioni e mezzo di euro. Ma il vero valore era sociale. Certo la forte resistenza degli industriali a trattare i dipendenti come esseri umani avrebbe impiegato parecchi decenni a sparire, ma poi si sarebbero affermati un po' di buon senso e umanità. Oggi l'ampliamento della cava sarebbe visibile dall'area attorno alla cascata Corra Linn qualche chilometro a monte di New Lanark, un territorio dove il fiume Clyde è ancora magnifico e intatto, prima di essere così strattonato da Glasgow. Quando il poeta William Wordsworth venne qui nel 1802 insieme alla sorella Dorothy e a Samuel Coleridge, definì la cascata “maestosa figlia della Clyde”. Il solo pensare alla terra scavata lì vicino evoca un sacrilegio, ambientale e culturale, anche senza vederlo direttamente.
BREVE SCHEDA BIOGRAFICA DI ROBERT OWEN
Nato a Newtown, Galles, il 14 maggio 1771, Owen ha sei fratelli due dei quali morti bambini, il padre è fabbro e sellaio.
Da giovane va a Londra a cercar fortuna, impara l'arte della tessitura, delle stoffe, della contabilità da un imprenditore scozzese.
Si sposa con Caroline Dale nel 1799, avrà sette figli. Lo stesso anno del matrimonio rileva dal suocero David Dale gli impianti tessili di New Lanark.
Continuerà a pagare gli operai anche durante la guerra commerciale con l'America del 1807 che blocca per mesi la produzione. Convinto del ruolo essenziale dell'istruzione per una società più giusta e senza crimini. Nel gennaio del 1816 apre a New Lanark la sua New Institution for the Formation of Character.
Morirà nel 1858.