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Maria Pia Guermandi
Alla ricerca del Rinascimento perduto
2 Aprile 2013
Maria Pia Guermandi
Di ritorno da una straordinaria mostra padovana su Pietro Bembo, ne suggerisco caldamente a tutti i lettori...>>>

Di ritorno da una straordinaria mostra padovana su Pietro Bembo, ne suggerisco caldamente a tutti i lettori...>>>

Di ritorno da una straordinaria mostra padovana su Pietro Bembo, ne suggerisco caldamente a tutti i lettori la visita. Non solo perchè l’esposizione “Pietro Bembo e l’invenzione del Rinascimento” ha rare qualità culturali: rappresenta l’esito di una ricerca scientifica esemplare, restituito con eleganza e sobrietà in un efficace allestimento che si snoda nelle piccole stanze del Palazzo del Monte di Pietà, a Padova. Quest’ultima divenne la città di elezione del veneziano Bembo, uno dei più grandi intellettuali di quell’inquieto, straordinario periodo fra Quattrocento e Cinquecento che vide, anche grazie alla sua attività, l’affermarsi di una civiltà, quella rinascimentale, divenuta modello per tutto l’Occidente.

In questi tempi di mostre strombazzate come “imperdibili” , che si risolvono quasi sempre in sfilate mal organizzate di capolavori veri e presunti, con attribuzioni fantasiose e banalità assortite, nell’iniziativa padovana si percepisce immediatamente lo spessore di una ricerca durata alcuni anni e finalizzata a illustrare, non solo un personaggio, ma attraverso di lui e del suo milieu culturale, una fase di importanza cruciale per la storia europea.

Anche la mostra padovana ospita, in realtà, non pochi capolavori assoluti, dai ritratti di Giorgione, Raffaello, Tiziano, ad aldine di incomparabile nitore tipografico, al sorprendente gessetto di Michelangelo, a gemme e ritratti della Roma imperiale, medaglie rinascimentali di Valerio Belli e Danese Cattaneo, e lo stupefacente arazzo su cartone di Raffaello con la conversione di Saulo, ciascuno dei quali varrebbe di per sè la visita. Ma niente è scelto per il valore intrinseco del singolo pezzo, bensì ognuno degli oggetti rimanda a molteplici altri, presenti e non all’interno del percorso, in una fitta rete di precisi richiami di assoluta coerenza (“proprietà” la chiamano i tre curatori), perfettamente funzionale all’obiettivo complessivo. Attraverso la ricostituzione di una delle più importanti figure del nostro Rinascimento e della sua collezione, museum ante litteram, si rivela, stanza dopo stanza, oggetto dopo oggetto, il progetto del Bembo, di costruzione di una nuova idea dell’Italia a partire dalla cultura, letteraria e artistica.

In un momento di gravissima crisi politica, segnato dalla morte del Magnifico e dall’invasione dell’esercito francese, un gruppo di intellettuali, fra i quali Bembo occupa una posizione di preminenza anche per il prestigio da tutti riconosciutogli, seppe costruire una nuova visione culturale, che a partire da uno studio scientifico del passato potesse fornire alla politica le armi per un “rinascimento”. Anche se sul piano politico il sogno della rinascita si infrangerà, irrimediabilmente e simbolicamente nel 1527 con il disastroso sacco dei lanzichenecchi, su quello culturale, quella visione trionferà in Europa, facendo dell’Italia, delle sue città e dei suoi artisti, il modello di riferimento imprescindibile nei secoli a venire.

Come suggeriscono i curatori, allora, questa mostra apparentemente lontana dalla nostra attualità, molto ci racconta di una crisi profondissima come quella italiana di questi giorni, di queste ore. E ci insinua anche il dubbio che allora come ora, prima che politica, questa crisi sia culturale.

Simbolo spietato di questa eclissi, è l’attuale situazione di degrado del nostro patrimonio culturale,ribadita nei giorni scorsi dalle denunce di alcuni funzionari del Mibac, ormai impossibilitati ad esercitare anche le più elementari funzioni di tutela per mancanza di risorse.

Nella mostra padovana, la lettera manoscritta di Raffaello e Baldassarre Castiglione, reduci da una gita a Tivoli assieme al Bembo e altri amici, ci riporta ad una delle primissime espressioni di quella necessità di cura dei monumenti antichi di cui Raffaello sarà interprete massimo nel ruolo di Soprintendente, creato per lui da Leone X. In quella lettera del 1519 c’è la supplica al papa perchè “quello poco che resta [...] non sii estirpato e guasto dalli maligni et ignoranti”.
Allora come ora.

(questo articolo viene inviato contemporaneamente anche a l'Unità)

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