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Il fenomeno periurbano si caratterizza oggi per essere una forma territoriale assai diffusa nelle nostre periferie europee, risultato confuso dello sprawl urbano dominante. Non ha più senso parlare di limite città-campagna, ma allo stesso tempo ci si chiede se il periurbano possa essere considerato come una destrutturazione degli assetti insediativi originari, oppure se possegga delle caratteristiche fisiche e morfologiche indipendenti.

E’ importante domandarsi quale sia una possibile definizione di periurbano, ma soprattutto che ruolo abbiano svolto gli strumenti di pianificazione del territorio nel determinare questa forma di organizzazione spaziale. Se il concetto di limite, inteso come linea divisoria, perde importanza, ha senso interrogarsi su come integrare queste aree di transizione, in cui avvengono importanti trasformazioni e si generano forti impatti ambientali sul territorio.

L’esperienza catalana in materia di pianificazione e gestione del territorio ci può servire per analizzare alcuni casi interessanti di trattamento del fenomeno periurbano. Dopo una breve rassegna sugli strumenti previsti dalla legislazione catalana in materia di pianificazione territoriale e urbanistica, analizzeremo gli spazi agricoli periurbani dell’ACTUR di Santa Maria de Gallecs e il Parc Agrari del Baix Llobregat, entrambi ubicati nell’Area Metropolitana di Barcellona. Abbiamo scelto queste due esperienze perché, nonostante facciano parte di una territorio particolarmente soggetto all’espansione urbana, sono sinonimo della volontà politica di controllare le dinamiche territoriali di area vasta e di stabilire un sistema di gestione degli spazi agricoli periurbani.

Pianificazione e governo del territorio

La Catalogna presenta un’interessante traiettoria nella ricerca e produzione di documenti di pianificazione territoriale che risale agli anni Trenta del Novecento. Nel periodo della cosiddetta Generalitat Republicana (1931-1939), si assiste ad una fase di intensa sperimentazione e dibattito sul modello territoriale e sulla relazione tra spazi agricoli e zone urbane. E’ in questi anni che vengono formulate le prime proposte di ordinamento degli spazi agricoli metropolitani: si pensi al Pla de distribució en zones del territori català del 1931 (cosiddetto Regional Planning) che, benché non sia mai stato approvato, aveva tra i propri obiettivi quello di evitare l’industrializzazione integrale secondo il modello inglese e proponeva di mantenere gli spazi agricoli metropolitani. Purtroppo però, dopo il colpo di stato del 1936, le iniziative repubblicane di pianificazione territoriale non hanno séguito e, durante la dittatura franchista, anche la produzione di documenti di pianificazione urbanistica è scarsa, nonostante la crescita urbana sia pronunciata: nel 1981, il 55% dei Comuni catalani non disponeva di quello che per noi è oggi il Piano di Governo del Territorio.

Il Pla General Metropolità (PGM) del 1976 è l’unico strumento di pianificazione territoriale dell’Area Metropolitana di Barcellona (AMB) che viene approvato in quegli anni e che è tutt’ora vigente, benché le sue prescrizioni riguardino solamente ventisette Comuni dell’area.

Nel 1979, con l’Estatut d’Autonomia della Catalogna, le competenze in materia di ordinamento del territorio passano alla Generalitat de Catalunya che, nel 1983, promulga la prima Llei de Política Territorial.

La struttura normativa della legge prevede la formulazione di un Pla Territorial General de Catalunya (PTGC), che si articola attraverso una serie di piani, i cosiddetti Plans Territorials Parcials (PTP) e i Plans Territorials Sectorials (PTS). Il PTGC viene approvato definitivamente soltanto nel 1995 e, nel 2001, a quasi vent’anni dall’entrata in vigore della Llei de Política Territorial, esiste solo un PTP approvato, quello delle Terres de l’Ebre. Per tutto questo tempo, quindi, lo strumento base dell’ordinamento territoriale in Catalogna è risultato essere il Pla d’Ordenació Urbanística Municipal (POUM), che corrisponde al nostro Piano di Governo del Territorio. Il prevalere di una pianificazione a scala comunale conduce necessariamente ad un forte divario tra le dinamiche sovralocali - di crescita e di trasformazione del territorio - e le scelte delle singole amministrazioni. L’incapacità dei Comuni di recepire nelle scelte di piano le trasformazioni che avvengono a livello sovralocale e nazionale genera un’incongruenza di fondo che può soltanto essere superata con una coordinazione a scala maggiore.

E’ solo dalla fine del 2003, con il cambio di governo della Generalitat, che viene dato reale impulso alla politica territoriale e si approva il Programa de Planejament Territorial. L’obiettivo è coordinare le scelte di pianificazione urbanistica dei singoli Comuni e correggere la tendenza alla dispersione urbana e alla segregazione prodotta dall’urbanizzazione, promovendo un modello di territorio policentrico, coerente nelle sue diverse parti. E’ per questo che vengono redatti i Plans Territorials Parcials mancanti, strumenti di governo del territorio a livello di comarca, secondo quanto previsto dalla Legge di politica territoriale del 1983.

Plans Territorials Parcials e Plans Director Urbanístics

I PTP sono strumenti di pianificazione fisica del territorio e non piani strategici, sono vincolanti per la pianificazione urbanistica comunale e di orientamento per la quella settoriale, soprattutto se legata alle infrastrutture di mobilità. Sono in scala 1:50.000 e strutturano il territorio di loro competenza in tre sub-sistemi: espais oberts, assentaments e infraestructures de mobilitat.

Il sistema degli spazi aperti comprende tutto il suolo non edificabile (SNU) classificato dalla pianificazione urbanistica e definisce il territorio che dev’essere preservato dall’urbanizzazione. Per il sistema dell’edificato vengono stabilite delle strategie, ossia delle direttrici per l’ordinamento comunale che devono essere obbligatoriamente recepite nella revisione dei POUM, mentre il sistema delle infrastrutture di mobilità è in diretta relazione con la pianificazione settoriale corrispondente.

Tra il 2006 e il 2010 sono sette i Plans Territorials Parcials approvati in Catalogna: Alt Pirineu i Aran, Ponent, Comarques Centrals, Camp de Tarragona, Metropolitano de Barcelona, Terres de l’Ebre (revisione) e Comarques Gironines.

Parallelamente all’elaborazione dei PTP, viene redatta una serie di Plans Directors Urbanístics (PDU), strumenti di grande importanza per garantire l’applicazione delle linee di pianificazione territoriale, che hanno la funzione di coordinare la pianificazione urbanistica comunale. In totale, tra il 2003 e il 2010, sono trentasette i PDU approvati o in fase di redazione, e si dividono in sei grandi gruppi: protezione del litorale, zone di montagna, tutela e ordinamento del patrimonio e del paesaggio, aree urbane, infrastrutture, aree residenziali strategiche (ARES).

Esempio particolarmente interessante di PDU è il Pla Director Urbanístic del Sistema Costaner (PDUSC) approvato nel 2005, che esclude definitivamente dall’urbanizzazione i suoli siti in prima linea della costa catalana, classificati come SNU dai diversi POUM, e buona parte dei terreni classificati come edificabili ma ancora senza previsione di attuazione urbanistica. Le decisioni del PDUSC devono necessariamente essere recepite nelle scelte di piano di tutti Comuni della costa, cosa che li obbliga a declassare moltissimi terreni ancora considerati edificabili, frenando la pressione urbanistica generata dalle dinamiche metropolitane e legate al turismo. Dal 2003 in poi, sono molteplici le iniziative adottate dal governo catalano al fine di guidare e razionalizzare la crescita urbana e lo sviluppo territoriale: come abbiamo visto, si tratta di una serie di strumenti che si influenzano reciprocamente e che rispondono ad una precisa volontà politica di controllare le dinamiche urbane a livello sovralocale. Secondo Oriol Nel.lo, con l’impulso della pianificazione territoriale dal 2006, anno in cui è entrato in vigore il primo piano territoriale, fino al 2010, è stato possibile orientare la pianificazione urbanistica locale di più di un terzo dei Comuni catalani.

Pla Territorial Metropolità de Barcelona

Il Pla Territorial Metropolità de Barcelona approvato ad aprile del 2010 (PTMB) è uno dei sette PTP previsti dalla legislazione catalana in materia di politica territoriale e si riferisce ad una superficie di 3.236 km2, pari al 10% della Catalogna, dove vive il 70% della popolazione catalana. A differenza del PGM del 1976, che includeva soltanto 27 Comuni dell’AMB, il PTMB è lo strumento di governo del territorio metropolitano per 164 Comuni, distribuiti in 7 comarques. Della sua redazione è stata incaricata la Comisió d’Ordenació Territorial Metropolità (COTMB), formata dai rappresentanti dei diversi dipartimenti della Generalitat de Catalunya, dagli enti locali e da una rappresentanza statale. La COTMB ha sottoposto il Piano ad un doppio procedimento di consultazione pubblica, in modo da generare un più ampio dibattito in merito ai contenuti del Piano e per raggiungere un consenso più vasto da parte di tutti i soggetti coinvolti.

Il PTMB ha come obiettivo l’ordinamento del territorio dell’AMB e si caratterizza per la sua volontà di limitare la dispersione dei centri abitati, potenziare la complessità funzionale e favorire la coesione sociale. L’orizzonte temporale fissato dal Piano è il 2026. A differenza della pianificazione tradizionale, il Piano non intende raggiungere un’immagine-obiettivo finale, bensì intende stabilire il contesto normativo al quale dovranno attenersi gli attori pubblici e privati che partecipano alla costruzione del modello territoriale previsto. Come per i restanti PTP, i tre grandi sub-sistemi territoriali sono: espais oberts, assentaments e infraestructures de mobilitat. Per quanto riguarda i suoli esclusi dall’urbanizzazione, il merito del PTMB è quello di aver incluso nella stessa categoria di SNU tutte le tipologie di Sòl No Urbanitzable, e non soltanto quello di speciale protezione ambientale. Gli spazi aperti vengono divisi in espais de protecció especial, espais de protecció de la vinya e espais de protecció preventiva. I primi due godono di un regime di protezione particolare, mentre gli ultimi rappresentano il SNU ordinario, ma sono comunque terreni che non potranno assolutamente essere trasformati in edificabili dai singoli POUM municipali, senza che lo preveda la strategia territoriale del Piano a scala metropolitana. Pertanto, con l’approvazione del PTMB il 74,8% del territorio dell’AMB risulta essere incluso nella categoria di spazi aperti ed un 70,4% di questo appartiene alle categorie di maggior tutela del SNU.

Regime urbanistico dei suoli. Il Suelo No Urbanizable (SNU) periurbano.

Per entrare nel dettaglio di ciò che viene definito periurbano, è necessario fare riferimento al regime urbanistico dei suoli esistente in Catalogna e, in particolare, ai suoli non edificabili (SNU).

La Legge urbanistica catalana (LU) nel suo art. 24 definisce il regime urbanistico dei suoli come quello determinato dalla classificazione, qualificazione in zone o sistemi, e l’inclusione in settori di pianificazione urbanistica derivata o in poligoni di attuazione urbanistica. Lo strumento designato dalla LU per determinare la classificació, qualificació e ús di un terreno è il POUM, e le possibili classi risultano essere: Sòl Urbà, Sòl Urbanitzable e Sòl No Urbanitzable (SNU). Per poter classificare un terreno come SNU - non edificabile - esistono tre modalità differenti, stabilite nell’art. 32 della LU:

- la prima in base alla normativa di settore, oppure sulla base di strumenti di ordine superiore, quali i Plans Territorials o i Plans Directors. Bisogna ricordare che la normativa catalana sulla protezione degli spazi naturali ha spesso proposto un sistema di protezione per zone isolate (illes), pertanto con scarsa inclusione delle zone periurbane.

- la seconda è una modalità di tipo discrezionale, ossia in base alla volontà del POUM di classificare o meno un terreno come SNU: ciò avviene in base a ragioni di congruenza con la Ley de Suelo statale (LS), oppure per garantire i principi di sviluppo urbanistico sostenibile riassunti all’art. 3 della LU.

- la terza ed ultima modalità per classificare un terreno come SNU include i cosiddetti sistemi urbanistici generali non inclusi nelle categorie di Sòl Urbà né Sòl Urbanitzable, ossia le vie di comunicazione, i servizi comunitari e gli spazi aperti.

Da ciò deriva la difficoltà di considerare i suoli periurbani come non edificabili e, molto frequentemente, sono le prime aree ad essere considerate di espansione, vista la loro prossimità alla città consolidata. Per far sì che un suolo periurbano sia considerato non edificabile (SNU), bisogna quindi attenersi alla discrezionalità del POUM, oppure disporre di un Pla Director Urbanístic.

E’ qui importante, però, fare un inciso e distinguere tra strumenti di pianificazione e di gestione: i primi sono necessari per determinare il modello territoriale, il regime dei suoli e le linee di intervento, ma sono i secondi quelli che permettono di giungere ad un controllo specifico degli usi e delle attività, e rendono attuative le scelte di piano. Il capitolo 1° del Titolo III della LU stabilisce quali sono gli strumenti di pianificazione urbanistica, da quelli generali (PDU, POUM, Normes de planejament) a quelli di attuazione (PE, PMU, PP). Entrambi i livelli di pianificazione influiscono sulla gestione del SNU: i PDU possono stabilire le direttrici per coordinare l’ordinamento di un territorio di ambito supermunicipale e le misure di protezione del SNU, ma sono i PE gli strumenti necessari per una sua gestione specifica.

Il fenomeno periurbano, come l’hanno definito Javier Abadia e Francesc Magrinyà, è costituito da tutte quelle attività, né propriamente urbane né propriamente rurali, che occupano gli spazi liberi e, con particolare intensità, i dintorni delle grandi città. Una localizzazione di tipo isolato rispetto alla città compatta costituisce la sua identità locale e la dispersione urbana dell’insieme ne rappresenta l’identità territoriale. Progressivamente, siamo passati da una centralità dei valori intrinseci del territorio (geomorfologia) a valori estrinseci generati dalle infrastrutture che lo attraversano (localizzazione, accessibilità, prezzo). Spesso mancano veri e propri criteri di localizzazione e, nei processi espropriatori, prevalgono valutazioni esclusivamente legate al prezzo del suolo. Nel giustificare le espropriazioni, infatti, si riscontra un abuso del termine “interesse collettivo”, quando dovrebbe prevalere ben altro interesse collettivo, cioè l’uso razionale del suolo.

Nell’AMB, ed in particolare nell’area costiera del Maresme, quando il suolo periurbano viene classificato come SNU, cioè non edificabile, ci troviamo spesso di fronte ad aree considerate agricole periurbane in cui però le serre ed i capannoni rendono il paesaggio molto più simile ad una zona industriale che non ad un campo coltivato. E’ per questo che Abadia e Megrinyà sostengono che non sia possibile definire il fenomeno periurbano soltanto in base ai parametri tradizionali di ambito geografico, classe di suolo e tipo di attività. E’ necessario considerare i fattori estrinseci, che sono quelli che generano dispersione e determinano una maggiore complessità territoriale. Spesso, inoltre, la maggior parte delle attività periurbane risponde ad un’ottica puramente municipale e sfugge ad una visione di ordinamento territoriale d’insieme.

I due esempi che seguono, legati a due aree agricole periurbane dell’Area Metropolitana di Barcellona, servono per illustrare le differenti scelte urbanistiche adottate, i piani redatti e gli strumenti di gestione utilizzati, sulla base di due modelli territoriali differenti.

ACTUR Santa Maria de Gallecs: la soluzione urbanistica ad un conflitto territoriale durato 35 anni

Lo spazio agricolo di Gallecs si trova nell’area metropolitana di Barcellona, nel cosiddetto Vallès Oriental, ad una ventina di chilometri dal centro di Barcellona. Si tratta di un’area fortemente urbanizzata, con un’elevata concentrazione di attività industriali, dove gli spazi agrari residuali vengono destinati all’agricoltura non irrigata, prevalentemente cerealicola.

Gallecs occupa una superficie di 733 ettari e attualmente la principale attività che si svolge (e che corrisponde al 75% dell’area) è quella agricola, con una progressiva sostituzione delle colture tradizionali con coltivazioni di tipo biologico. Dal punto di vista amministrativo, Gallecs appartiene a differenti Comuni del Vallès Oriental e la sua definizione di spazio agricolo è il risultato di un conflitto territoriale durato 35 anni.

L’instabilità urbanistica di Gallecs inizia negli anni ’70 quando - il 27 giugno del 1970 - Franco firma il Decreto Ley 7/1970, sobre Actuaciones Urbanísticas Urgentes en Madrid y Barcelona (ACTUR) e con il successivo Decreto 3543/1970 si delimita l’ACTUR di Santa Maria de Gallecs: un’area di 1.471 ettari sulla quale è prevista la realizzazione di una nuova città per 132.000 abitanti. L’area comprende sette comuni, tra i quali Mollet del Vallès, dove si trova più del 40% dei terreni interessati dagli espropri. Nel 1973, per ragioni politiche e in seguito alla crisi petrolifera, il Ministerio de la Vivienda blocca il progetto di espropriazione dei terreni dell’ACTUR e, nel 1980, la proprietà dell’area passa alla Generalitat de Catalunya, che li assegna all’INCASSO.

Quest’ultimo, nel 1982, rinuncia definitivamente all’idea di macro-città ed inizia una fase di accordi bilaterali con i Comuni interessati. 
Il primo passo verso la tutela dello spazio agricolo periurbano di Gallecs avviene proprio nel 1982, quando si approva il POUM di Mollet del Vallès, giungendo ad un accordo con l’INCASOL per potervi includere i terreni siti a sud dell’autostrada AP-7. Per la zona a nord, invece, permane la classificazione di suolo urbanizzabile, secondo le prescrizioni dell’ACTUR del 1970.
Nel 1998 il Comune di Mollet del Vallès inizia una fase di revisione del POUM e decide di declassare i terreni di Gallecs da suoli edificabili a non edificabili di speciale protezione. Il DPTOP non autorizza la modifica e il Comune di Mollet del Vallès inizia un ricorso amministrativo, che si concluderà solamente il 20 ottobre del 2004, con un accordo tra la Generalitat de Catalunya e i Comuni interessati alla tutela definitiva dello spazio agricolo periurbano di Gallecs.

La soluzione urbanistica adottata consiste nella sovrapposizione di tre strumenti di pianificazione, il Pla Director Urbanístic (PDU), il Pla d’Ordenació Urbanística Municipal (POUM) e il Pla d’Espais d’Interes Natural (PEIN):

- al PDU spetta il compito di coordinare la pianificazione urbanistica dei sette comuni inclusi nell’ACTUR e il suo compito principale è quello di garantire la tutela dello spazio agricolo centrale di Gallecs (753 ettari, pari al 51% dell’ACTUR). Il PDU stabilisce che lo spazio centrale di Gallecs deve essere qualificato come Sistema d’espais lliures públic e prevede la formazione di un Consorzio, nuovo proprietario dei terreni ed ente responsabile della gestione.

- contemporaneamente, lo spazio agricolo di Gallecs viene inserito nel Pla d’Espais Naturals (PEIN): si tratta di uno strumento di pianificazione territoriale, incluso nella categoria dei Plas Territorials Sectorials che, in quanto tale, ha come ambito d’azione l’intero territorio della Catalogna e regola un solo settore di pianificazione (in questo caso gli spazi naturali).

- il POUM di Mollet del Vallès è il terzo strumento che conferma la classificazione di SNU di Gallecs. Nel rispetto dell’allora vigente Legge Urbanistica, deve indicare le misure necessarie per la tutela “del medi ambient, conservació de la natura i defensa del paisatge i dels elements naturals” e, pertanto, viene dimostrata la legalità del cambio di classificazione del suolo per poter adeguare la normativa urbanistica comunale di Mollet con la condizione fisica di Gallecs. Inoltre, l’allora in vigore Legge del Suolo stabilisce “la necessitat de classificar com a sòl no urbanitzable tots aquells terrenys que el planejament general consideri necessari protegir pel seus valors agrícoles, forestals, ramaders o per les seves riqueses naturals”.

Con l’approvazione definitiva del POUM di Mollet del Vallès (sulla base dei vincoli stabiliti dal PDU e in rispetto del PEIN), viene sancita la volontà politica di investire su un modello di città compatta, metà urbana e metà rurale, dove lo spazio agricolo di Gallecs rappresenta il grande “sistema di spazi liberi pubblici”, con valenza di spazio agricolo di speciale protezione.

E’ importante sottolineare come la conservazione degli spazi naturali sia l’elemento rettore di Gallecs in tutti e tre gli strumenti di pianificazione. Lo spazio agricolo periurbano si trasforma, dunque, in un’area protetta, destinata all’agricoltura biologica di prossimità, importante polmone verde per tutta l’Area Metropolitana di Barcellona. Diventa un punto di riferimento per tutte quelle attività legate all’educazione ambientale e centro sperimentale di formazione, ma dove la produttività agricola passa in secondo piano e diventa un fattore complementare. La scelta di proteggerlo come spazio di protezione ambientale implica notevoli difficoltà per gli agricoltori, perché le condizioni di tutela imposte dal PEIN sono particolarmente restrittive e condizionano l’attività agricola.

Parc Agrari del Baix Llobregat: produzione agricola di prossimità nell’AMB

A differenza di Gallecs, il Parc Agrari del Baix Llobregat costituisce un modello di gestione del periurbano basato sulla produzione agricola e la competitività di un settore che spesso e volentieri viene espulso dalle grandi aree metropolitane. Basti pensare che tra il 1955 e il 2004, la superficie agricola dell’AMB si è ridotta del 61% e, prima del 2000, il Baix Llobregat aveva già perso il 60% delle sue terre coltivabili e la comarca del Barcelonès il 90%.

Il Parc Agrari del Baix Llobregat corrisponde ad una zona orticola pianeggiante, fatta di ritagli e di frammenti agricoli siti in prossimità dell’aeroporto de El Prat. Si tratta di un’area soggetta da sempre ad una fortissima pressione urbana e zona di riserva per le infrastrutture metropolitane, dove, malgrado ciò, la produttività agricola è alta e corrisponde addirittura al 3% del PIL della Catalogna.

Fin dagli anni ’70, con l’approvazione del Pla General Metropolità di Barcellona nel 1976, l’organizzazione dei contadini inizia una forte campagna di sensibilizzazione per proteggere le aree agricole della piana del Baix Llobregat dall’espansione urbana, terre considerate tra le più fertili e produttive della Catalogna. E’ però negli anni ’90 che viene sancita la tutela dell’area che oggi corrisponde al parco agrario, con il progetto Anella Verda della Diputació de Barcelona. Il progetto intende creare una corona di spazi di speciale protezione ambientale nell’AMB e costituisce la Xarxa de Parcs Naturals. Nel 1996 il progetto Life dell’Unione Europea finanzia una ricerca sugli spazi agricoli periurbani nell’AMB e la presentazione al concorso è funzionale alla creazione del Consorci del Parc Agrari del Baix Llobregat, che si costituisce formalmente nel 1998. Fanno parte del Consorzio la Diputació de Barcelona, il Consell Comarcal, i quattordici Comuni coinvolti e la Unió de Pagessos, cioè i rappresentanti del settore agrario locale.

Nel 2002 viene redatto il Pla de Gestió i Desenvolupament del Parc (PGD) e, nel 2004, si approva il Pla Especial de protecció i millora del Parc Agrari del Baix Llobregat (PE). Il Consorci è l’ente gestore del Parco che, dotato di iniziativa, di risorse - umane ed economiche - e di competenze, promuove lo sviluppo economico delle aziende agrarie e il mantenimento e il miglioramento della qualità ambientale del Parco, partendo da una gestione integrale dello spazio agrario, divisa in quattro ambiti: produzione, commercializzazione, risorse e ambiente. Il Pla Especial, come figura urbanistica, delimita l’ambito territoriale del Parco Agrario, ne regola l’utilizzo e ne definisce le infrastrutture generali, mentre il Pla de Gestió i Desenvolupament stabilisce le linee strategiche, gli obiettivi specifici e le misure di intervento per i diversi ambiti di gestione dell’ente, basandosi sull’obiettivo generale del parco e sull’accordo tra i membri dell’ente. Il PE e il PGD hanno lo stesso scenario – il Parco Agrario – nonostante presentino alcune caratteristiche diverse in base alle loro finalità e al loro ambito di competenza. Il primo ha finalità urbanistiche e territoriali e le sue proposte sono “normative” per legge, mentre il secondo ha finalità di gestione, le sue proposte sono “indicative” e diventano “normative” esclusivamente entro i limiti stabiliti dalla volontà dei membri.

L’obiettivo generale del Pla Especial è il mantenimento dello spazio agricolo della bassa valle e del delta del Llobregat come elemento di equilibrio del territorio metropolitano. Alla base del PE vi è il mantenimento della maggior estensione possibile di suolo agricolo, attribuendogli un proprio modello strutturale. Tra gli obiettivi specifici, troviamo il raggiungimento di una produzione agraria competitiva e di qualità, la tutela degli spazi naturali e del patrimonio culturale e paesaggistico. Il PE introduce i cosiddetti Plans Rectors de Desenvolupament (PRD) che costituiscono i progetti tematici di ordinamento e determinano le misure di tipo urbanistico, produttivo, ambientale e paesaggistico. I PRD vengono redatti ed approvati dal Consorci.

La figura del Parc Agrari e gli strumenti di gestione ad esso collegati (Pla de Gestió e Pla Especial de Protecció) sono stati fondamentali per poter tutelare i suoli agricoli del Parco contenendo l’espansione urbana e per far sì che l’agricoltura sia la protagonista indiscussa della zona. E’ importante ricordare che, a differenza della soluzione adottata per lo spazio agricolo di Gallecs (in cui l’obiettivo chiave è la tutela ambientale), nel caso del Parc Agrari del Baix Llobregat l’adozione del PE è funzionale ad una logica prevalentemente produttiva, orientata al mantenimento e miglioramento della produzione agricola locale.

In definitiva, lo scopo del Parco Agrario del Baix Llobregat è consolidare la presenza degli agricoltori sul territorio e rendere possibile il mantenimento di spazi agrari periurbani attivi. E’ necessario inoltre conoscere, condividere le esperienze e partecipare a tutte quelle azioni a livello europeo il cui obiettivo comune sia la difesa, regolamentazione, gestione e sviluppo degli spazi agrari periurbani. Il futuro del Parco Agrario, situato in un territorio soggetto ad una costante pressione urbanistica, dipende dalle azioni volte alla sua preservazione che si sviluppano al suo interno; ma anche dalla loro diffusione esterna, perché possa formar parte di un movimento europeo dell’agricoltura periurbana, senza rimanere un semplice caso isolato.

Conclusioni

La gestione del fenomeno periurbano è un tema appassionante ed estremamente attuale. Le aree periurbane, prive di caratteristiche fisiche specifiche, si definiscono a partire da una serie di fattori condizionanti (accessibilità, prezzo del suolo, etc.) che le espongono costantemente alla pressione urbanistica e le rendono appetibili per l’instaurarsi di tutte quelle attività che la città consolidata rifiuta. Il mancato coordinamento tra pianificazione urbanistica e territoriale ha determinato una nuova forma di organizzazione spaziale, estremamente vulnerabile e precaria. La sovrapposizione degli interessi territoriali dei singoli comuni, senza uno schema direttivo di ambito superiore, si materializza in un’innumerevole quantità di aree, favorendo lo sprawl urbano.

La “linea rossa” che separa città e campagna non è più assimilabile ad un limite definito, bensì ad una frangia di contatto tra due ecosistemi differenti, un’area con caratteristiche ibride che funziona da elemento regolatore. Si tratta di spazi di mediazione e di transizione, sui quali si genera un forte impatto ambientale e che accolgono funzioni strategiche per la città (approvvigionamento idrico, alimentare, trattamento dei rifiuti, etc.). E’ importante essere consapevoli di questo nel momento in cui si realizzano le scelte di piano. Come dimostra l'esempio di Gallecs, per sottrarre queste aree alla progressiva espansione della città e all'espulsione di funzioni urbane, non è sufficiente considerarle come zone di protezione ambientale, bensì è vitale dar loro una funzione produttiva, in questo caso agricola.

Gli strumenti di pianificazione territoriale e urbanistica devono essere accompagnati da un’attenta fase di gestione, che includa progetti, attività e finanziamenti, soprattutto nelle aree ad economia più debole (come nel caso dell’agricoltura biologica). La storia de Baix di Llobregat indica una possibile strada da percorrere: smetterla di pensare al concetto di gestione associandolo necessariamente a quello di gestione urbanistica e provare a coordinare le politiche agrarie con la pianificazione urbanistica, pensando all’interesse collettivo dominante, cioè l’uso razionale del suolo.

Qui di seguito è scaricabile il testo impaginato con le note bibliografiche

Il modello di crescita milanese sta progressivamente scardinando il sistema verde di corona che verrà sostituito da un anello stradale, più funzionale al rilancio della “grande economia lombarda”

Le politiche infrastrutturali in atto nella regione urbana milanese stanno progressivamente portando il limite della città dall’anello verde, la greenbelt metropolitana istituita a questo scopo negli anni ’70 e ’80, verso un nuovo confine, che sarà rappresentato dal nuovo sistema di tangenziali, una nuova cintura nera appunto. Nelle sedi decisionali lombarde i temi infrastrutturali prevalgono così su una più complessiva gestione del territorio ed emerge una drammatica assenza dell’urbanistica nei dibattiti che hanno affrontato questi temi. Le scelte infrastrutturali sembrano essere le uniche in grado di rilanciare lo sviluppo e l’economia nascondendo però, come effetto tutt’altro che secondario, anzi forse cercato, quello di favorire interessi privatistici e spinte speculative. Attualmente la regione urbana milanese conta circa 3.500.000 abitanti, per un’estensione territoriale di circa 1.800 kmq che ospita, giornalmente, un transito di oltre 900.000 veicoli.

Milano ha un assetto urbano radiocentrico, con tre anelli di circonvallazioni e una serie di assi radiali sui quali vengono convogliati i flussi di traffico in entrata e in uscita dalla città. Questa struttura, nel corso del tempo, ha contribuito al radicarsi di alcune criticità quali l’accentramento di funzioni di qualità all’interno dei confini municipali e il traffico crescente dato dagli spostamenti periferia-centro che, oltre a creare congestione, hanno pesanti ripercussioni in termini di inquinamento atmosferico ed acustico. Alcune di queste questioni erano già state affrontate durante la prima esperienza di pianificazione intercomunale del milanese, che risale alla fine degli anni ’60. Gli studi elaborati in merito dal PIM prevedevano la formazione di una corona di verde metropolitano, una greenbelt, che aveva lo scopo di aumentare la dotazione ambientale della regione e di limitare la dispersione insediativa, fenomeno iniziato nell’hinterland con il processo di industrializzazione e le conseguenti migrazioni del Dopoguerra, che avevano fatto crescere le periferie. La cintura verde di scala metropolitana ha preso progressivamente forma nei successivi piani territoriali comprensoriali degli anni ’80 e nelle due leggi regionali con le quali sono stati istituiti i parchi regionali e di cintura, che sono soggetti a una disciplina improntata alla tutela e alla valorizzazione.

A distanza di qualche decennio però le politiche territoriali e amministrative perseguite non hanno saputo rispondere in modo adeguato alle nuove questioni emerse in campo economico e sociale, contribuendo a generare nuove criticità:

- Degrado del sistema ambientale. Ampie aree non edificate, in ambito urbano e periurbano, sono abbandonate e trascurate, hanno una scarsa qualità ambientale e appaiono come delle “no-man’s land”, delle terre di nessuno che, senza previsione di valorizzazione e/o riutilizzo, sembrano solo attendere l’ennesima operazione immobiliare;

- Sfaldamento del tessuto produttivo. I processi di dismissione e delocalizzazione industriale, che hanno interessato Milano e il suo hinterland a partire dagli anni ’70, hanno lasciato in eredità ampi recinti industriali che, in assenza di politiche di recupero e riqualificazione, appaiono in stato di degrado e abbandono;

- I diversi livelli di governance locale hanno molte difficoltà a elaborare piani coerenti e politiche unitarie, rivelando una difficoltà di comunicazione che si tramuta in un continuo tentativo di scaricare ad altri competenze e responsabilità;

- Il modello insediativo per isole monofunzionali è diventato l’elemento base del processo di dispersione e crescita suburbana dell’hinterland,con quanto ne consegue in termini di segregazione spaziale e sociale, ma anche di sperpero di risorse quali il territorio;

- Assenza di una visione strategica capace di guidare un processo con un obiettivo di sviluppo e non unicamente di crescita. Percorso non certamente favorito dall’impianto normativo vigente in Lombardia, sempre più imperniato sull’urbanistica contrattata e negoziata;

- Dipendenza dall’automobile. Il sistema attuale dei trasporti pubblici milanese appare all’incirca lo stesso di quello degli anni ’70, non sono stati realizzati nuovi progetti per aumentare le linee delle metropolitane o i tram, solo il progetto Passante, a oltre 40 anni dalla sua elaborazione, è stato attivato lo scorso anno, peraltro con molte contraddizioni. Questo spinge molti pendolari a ricorrere all’auto privata per accedere e per spostarsi in città.

L’attuale assetto stradale risente ancora oggi dell’impianto urbano radiocentrico, orientato verso il centro, che penalizza le potenziali connessioni trasversali tra i poli di maggiore importanza. Questo anello di tangenziali (Est, Ovest e Nord) delimita, sempre più a stento, il sistema insediativo dell’area milanese che appare sempre più congestionata ed ingolfata dal transito dei 900.000 veicoli giornalieri.Mettendo in relazione l’attuale assetto infrastrutturale con i dati sulla densità insediativa si può rilevare come l’espansione dell’area metropolitana abbia raggiunto l’anello delle tangenziali grazie a un processo espansivo della metropoli che ha generato una “crescita senza qualità”, la cui forma fisica forse più rappresentativa è la successione interminabile di capannoni sull’autostrada A4, Milano-Bergamo. Di fronte a questi processi incontrollati di espansione urbana, che hanno progressivamente aumentato la congestione della regione metropolitana, non sono stati elaborati modelli di sviluppo territoriale; piuttosto si è optato per delle scelte infrastrutturali che, seppure compaiono unitariamente in qualche studio commissionato dalla Regione Lombardia più di 20 anni fa, sono oggetto di annunci frammentati, nei quali si cerca di persuadere l’opinione pubblica che la realizzazione di una tangenziale esterna risolverà il problema del traffico e rilancerà la “grande economia lombarda”.

Il primo progetto, in ordine cronologico, è quello per la realizzazione della Pedemontana, seguita dall’autostrada Bre.Be.Mi., dalla nuova tangenziale Est Esterna e infine dalla nuova Tangenziale Ovest Esterna. Questa che abbiamo chiamato la “cintura nera” di Milano si chiude sulla Statale 336, già realizzata e in uso da qualche anno quale opera di collegamento all’aeroporto di Malpensa.

Il progetto della Pedemontana prende forma, dopo discussioni durate 50 anni, all’inizio degli anni 2000. Per la sua realizzazione la Regione Lombardia ha dovuto richiedere una deroga al blocco statale per l’apertura di nuove autostrade, ottenuta a metà degli anni ’80. Da qui prende forma la nuova società Autostrada Pedemontana Lombarda S.p.A. con il compito di gestire l’opera che, nel 2003, viene inserita nelle procedure della Legge Obiettivo. Il lavoro di progettazione si conclude nel 2009 con l’approvazione del CIPE e all’inizio del 2010 aprono i primi cantieri in provincia di Varese.L’obiettivo della Pedemontana è quello di decongestionare il traffico stradale a nord di Milano tramite la realizzazione di 90 Km di autostrada e 70 Km di nuova viabilità provinciale e comunale connessa: oltre 160 km di strade che collegheranno Bergamo, Monza e Brianza, Milano, Como e Varese entro il 2015.

Il Progetto Brebemi alla fine degli anni '90 per collegare in modo più efficiente e veloce (tanto che è chiamata la Direttissima) le città di Milano, Bergamo e Brescia, in quanto si ritiene l’esistente autostrada A4 non più sufficiente. Nella fase di progettazione vengono coinvolti diversi attori: le Camere di Commercio, le Province e le Associazioni Industriali di Brescia, Bergamo, Cremona e Milano, insieme a Banca Intesa, che costituiscono la società Brebemi S.p.A., a cui hanno poi aderito i maggiori concessionari lombardi ed enti locali interessati. La nuova Società ha promosso l'attuazione dell'opera redigendo e presentando all'ANAS il progetto dell'autostrada in totale autofinanziamento, secondo la formula del project financing. In un annuncio per la stampa si legge che: “La realizzazione della Brebemi è innovativa anche sotto il profilo finanziario. Si tratta della prima infrastruttura stradale ed autostradale italiana realizzata in completo autofinanziamento senza oneri per i contribuenti e lo Stato. Tutte le risorse necessarie per la realizzazione del progetto saranno ottenute attraverso il ricorso al finanziamento bancario ed ai mezzi finanziari messi a disposizione dai Soci. L'investimento pertanto verrà ripagato esclusivamente attraverso i ricavi dei pedaggi.” (operazioni finanziarie successive evidenziano una diversa realtà, come il coinvolgimento della Cassa Depositi e Prestiti). Il progetto definitivo, approvato dal CIPE nel giugno 2009, consente di avviare i lavori nei mesi successivi in quanto la sua entrata in esercizio è prevista per il 2013.

Il progetto per una nuova arteria autostradale che raccordi i flussi veicolari provenienti dall’autostrada A4 (Milano-Venezia) e dalla nuova Direttissima Bre.Be.Mi. con l’autostrada A1 (Milano-Bologna) risale all’anno 2003 e fu presentato dalla giunta provinciale presieduta da Ombretta Colli, che già aveva fortissimamente voluto Bre.Be.Mi. In questo caso però, a partire dal processo di progettazione, c’è da rilevare un’importante variante: la nascita dell’Associazione dei Comuni per la mobilità, composta dai Sindaci di quei comuni interessati dal tracciato, che ha obbligato la nuova Giunta Provinciale di Penati, appena insediata, a ragionare insieme sulle sorti della nuova infrastruttura. Incontri e mediazioni che hanno consentito di raggiungere un’intesa, apportando alcune integrazioni al progetto presentato. Le richieste dei Comuni avevano l’obiettivo di promuovere un modello di sviluppo territoriale condiviso, basato su un sistema di mobilità pubblico/privata integrato e sostenibile e sulla gestione di un modello insediativo non più esclusivamente legato alla crescita e alla diffusione urbana. Il lavoro delle amministrazioni del territorio ha portato alla sottoscrizione dell’Accordo di programma (2007), dal titolo: “la realizzazione della tangenziale est esterna e il potenziamento del sistema di mobilità dell’est milanese e del nord lodigiano” che comprende, (o meglio, comprendeva), oltre al progetto della nuova tangenziale, importanti opere di riqualificazione e di integrazione delle strade esistenti oltre al potenziamento delle reti di trasporto pubblico su gomma e su ferro.

Nel frattempo è stata fondata la società Tangenziale Esterna spa, creata ad hoc per questa infrastruttura, che ricorrerà allo strumento del project financing per l’esecuzione del progetto, cioè si accollerà il costo della tangenziale e delle opere di riqualificazione sulle strade esistenti a fronte della concessione autostradale per i prossimi 50 anni, mentre i costi per il trasporto pubblico sono in capo alle amministrazioni pubbliche. La sgradita sorpresa è giunta con la presentazione del progetto definitivo, nello scorso mese di febbraio, che abbandona molte delle condizioni presenti nell’Accordo di Programma sottoscritto nel 2007. Nell’evoluzione del progetto, infatti, i costi dell’opera sono aumentati di circa 300 milioni di euro, cifra che impone alla società di effettuare dei tagli per rientrare nel proprio piano finanziario e, ovviamente, le opere a rischio sono proprio quelle per l’integrazione del sistema di mobilità, senza le quali un nuovo ramo di tangenziale genererà la saturazione delle strade esistenti. Ad aggravare questo scenario si aggiungono i tagli di quei fondi statali che avrebbero dovuto finanziare i prolungamenti di alcune linee della metropolitana.

Le principali criticità del mancato rispetto dell’Accordo di Programma della TEEM servono per comprendere alcune ricadute negative indotte da tutte le precedenti scelte infrastrutturali, che si possono sintetizzare in:

- mancata elaborazione di un sistema di mobilità coerente ed integrato, di primaria importanza per rispondere alle differenti e rilevanti esigenze infrastrutturali dell’intero comparto territoriale;

- le scelte localizzative de tracciati sono in forte contrasto con la vocazione agricola dei territori attraversati, che verrà fortemente compromessa. In un territorio dotato di un tessuto agricolo ancora attivo, l’inserimento del tracciato della nuova autostrada determinerà una forte frammentazione dei fondi coltivati, con conseguenti problemi di discontinuità delle aziende agricole, che quindi subiranno ingenti danni. E ancora, la localizzazione di molte delle cave estrattive, che saranno al servizio dei nuovi cantieri, sembra non considerare adeguatamente il precario e delicato equilibrio di questo territorio, nel quale la presenza di numerosi fontanili e di un livello di falda piuttosto superficiale possono causare seri problemi al suo assetto idrogeologico;

- in assenza di strumenti e di organi sovra locali con specifiche competenze di pianificazione sarà impossibile prevedere uno sviluppo territoriale complessivo da attuare attraverso il coordinamento e la programmazione delle scelte urbanistiche dei singoli enti locali. Strumenti di concertazione e negoziazione sperimentale, come ad esempio i sistemi di compensazione e perequazione territoriale, che potrebbero promuovere un modello di sviluppo sostenibile ispirato ad un sistema insediativo capace di andare oltre la logica della crescita, non possono essere demandati esclusivamente al livello di governo locale. Nuove politiche localizzative dettate da maggiori livelli di accessibilità, garantiti dal nuovo assetto infrastrutturale, dovrebbero essere compensate con altrettante azioni di salvaguardia ambientale e di tutela del territorio, al fine di minimizzare il consumo di suolo diffuso e generalizzato, dettato da interessi esclusivamente finanziari, che non trovano giustificazione nelle valutazioni relative ai fabbisogni abitativi.

L’Associazione dei Comuni nata con il progetto TEEM è nel frattempo naufragata, a causa dei numerosi cambi di Amministrazioni in molti dei Comuni coinvolti, che hanno agevolato la scelta della società concessionaria di trattare con le singole Amministrazioni Comunali anziché interfacciarsi con l’Associazione firmataria dell’Accordo di Programma. Molte Amministrazioni Locali, seppur per motivazioni diverse, chi per ragioni di appartenenza politica e chi per dare un po’ di sollievo ai propri bilanci comunali, hanno accettato le offerte economiche proposte dalla società a titolo di risarcimento per la mancata realizzazione delle opere di compensazione in precedenza concordate. In questo modo gli interessi di una classe di amministratori miopi e orientati a politiche fortemente localistiche stanno soffocando quella che si era dimostrata una valida e propositiva iniziativa di coordinamento istituzionale volontario.

Ed infine, per completare la cintura metropolitana, nella proposta di adeguamento del PTCP della Provincia di Milano, presentata nei primi mesi del 2011, mentre ancora si discuteva dei tagli per la realizzazione della TEEM, ecco l’annuncio per la nuova Tangenziale Ovest Esterna: l’ennesimo progetto stradale calato dall’alto, realizzato senza il coinvolgimento delle comunità locali né dei suoi rappresentanti, che attraverserà un territorio pregiato di forte valenza agricola. La nuova infrastruttura stradale attraverserà il Parco Agricolo Sud Milano e collegherà Melegnano a Magenta, completando così la “cintura nera” metropolitana. Qui, ancora di più che negli altri ambiti della regione, è evidente il forte impatto che la nuova tangenziale avrà sul sistema ambientale e paesaggistico esistente.

Pedemontana + Bre.Be.Mi e Tangenziale Est esterna + Tangenziale Ovest Esterna + l’esistente SS 336 tracciano il nuovo "anello" esterno di tangenziali, con un diametro medio di 45/50 chilometri circa (una cosa tipo l'anello autostradale che circonda Londra).

Questo nuovo anello stradale, che abbiamo chiamato “cintura nera”, sconfigge nettamente l’dea di greenbelt metropolitana elaborata negli anni e delimiterà i nuovi confini metropolitani di Milano. E’ facile prevedere, in assenza di politiche territoriali di scala vasta, uno “scenario tendenziale” per questo territorio composto da due differenti fenomeni: un processo di densificazione privo però di indirizzi e di funzioni qualificanti per il margine interno della cintura stradale e un processo di sprawl diffuso e massacrante (peraltro già in atto) nel margine esterno, che vede una diffusione soprattutto di capannoni e strutture per la logistica.

Sono molte le esperienze nazionali e internazionali che testimoniano come l’anello stradale sia un presupposto, quasi una pre-condizione, del processo di crescita e dispersione urbana difficilmente governabile e controllabile. Questo appare ancora più evidente per un territorio, come quello dell’hinterland milanese, dove il governo del territorio si traduce quasi unicamente in valorizzazione fondiaria del suolo, dimenticando che la pianificazione urbanistica non è data dalla somma algebrica di operazioni immobiliari e i problemi della città non si risolvono aumentando le capacità edificatorie dei piani e neppure realizzando nuove superstrade che innescano perversi meccanismi speculativi dettati da un aumento della rendita di terreni a vocazione agricola che progressivamente vengono resi edificabili. Se esistesse un livello di governance sovra-locale si potrebbe pensare a un’accorta strategia di “perequazione territoriale” che guiderebbe un processo di densificazione supportato però da logiche localizzative per alcune funzioni di qualità da “strappare” a Milano città e dalla valorizzazione delle funzioni agricole e delle risorse ambientali che si stanno perdendo.

L’unico livello istituzionale esistente in grado di poter affrontare e supportare un tale indirizzo strategico è quello provinciale ma, nel caso di Milano, la Provincia, guidata da Podestà, non sembra per nulla interessata ad assumersi tale ruolo. Anzi, nei documenti elaborati in preparazione dell’adeguamento del PTCP vigente, viene rimarcata la necessità di potenziare il sistema infrastrutturale che, così com’è, è un limite allo sviluppo dell’economia milanese, per il rilancio della quale si propone il tracciato TOEM, l’ultimo arco che mancava per chiudere il cerchio. Nonostante, sempre nei documenti si legga: “Il PTCP non esprime una propria visione infrastrutturale ma si limita ad un ruolo di registrazione delle previsioni.” Nel PTCP, a fronte del nuovo assetto infrastrutturale, non viene citata alcuna strategia volta a decongestionare l’area urbana di Milano e indirizzare uno sviluppo qualificante dell’hinterland.

Ed ecco che la gestione del territorio rimane in capo alle Amministrazioni Comunali e ai loro Piani di Governo del Territorio che, per quanto virtuosi, sono inadeguati per affrontare processi sovralocali di ordine economico oltre che sociale, che travalicano i tradizionali confini amministrativi. Questo approccio, strettamente localistico e miope, non solo porta alla frammentarietà territoriale ma risulta anche non idoneo per formulare una visione del futuro all’altezza delle sfide a cui questa città è chiamata a rispondere.Del resto non si può che prendere atto dei forti limiti che hanno condizionato negativamente l’esito delle esperienze di pianificazione intercomunale avvenute nella regione milanese, che, seppure per motivi diversi, sono fallite. È sempre più urgente ragionare in termini di “territori”, (ad es. le Unioni dei Comuni) a cui corrispondano dei livelli di governo istituzionale riconosciuti, con compiti di governo del territorio che vadano dalla pianificazione territoriale alla gestione dei servizi pubblici.

Solo in questo modo si può istaurare un dialogo potenzialmente virtuoso tra politiche territoriali e scelte infrastrutturali che, insieme, possono portare all’elaborazione di scenari di sviluppo per il futuro.

Un esperienza che presenta un maggiore livello di conoscenza e approfondimento proprio sul tema del limite dell’area urbana, che per noi può essere considerata una good practice, è quelladella regione di Portland, in Oregon, dove lo spostamento del margine dell’urbanizzato è un’occasione per attivare un processo di partecipazione e di discussione sul futuro della regione metropolitana. In Oregon la normativa vigente prevede che il Consiglio metropolitano verifichi, ogni 5 anni, l’espansione della regione urbanizzata, in relazione alle previsioni di popolazione e attività produttive previste nell’arco temporale dei 20 anni. L’ultimo report, che risale al dicembre 2009, evidenzia come gli attuali confini siano sufficienti per contenere le previsioni fino al 2011, dopodiché occorrerà ampliarsi, urbanizzando le “aree di riserva urbana”.Da qui ha inizio un dibattito, che coinvolge istituzioni e cittadini, nel quale il “dove e come” spostare la linea di confine si tramuta in una riflessione sullo sviluppo territoriale e sociale dell’intera regione.

Nel 2010 l’ente che rappresenta l’area metropolitana di Portland elabora un rapporto, che, già dal titolo, “costruire una sostenibile, prospera ed equa regione”, propone un innovativo approccio integrato alle questioni di governo del territorio: investimento di risorse pubbliche, politiche per il lavoro e per l’accesso alla casa, indirizzi di tutela per le risorse agricole e valorizzazioni di quelle forestali sono solo alcuni dei temi affrontati. Il rapporto contiene, inoltre, differenti proposte su quali aree di riserva urbanizzare analizzando, per ogni alternativa, le relative conseguenze e ricadute. Anche le diverse amministrazioni hanno elaborato osservazioni e proposte al riguardo, che contribuiscono a definire i contenuti dei provvedimenti conclusivi. Tra il 2010 e il 2011 il Consiglio metropolitano approva due provvedimenti che si orientano verso politiche di riuso dell’esistente e verso potenziamento dei poli già consolidati, all’interno quindi del limite urbano esistente,almeno per quanto possibile.

Nell’agosto del 2011 è infine approvato dall’Agenzia per lo sviluppo e la tutela del territorio dell’Oregon il provvedimento con il quale il Consiglio Metropolitano aumenta la dotazione di aree di riserva urbana e rurali: sono previsti 13.500 acri per le future espansioni urbane in prossimità al tessuto esistente e oltre 151.000 acri di riserva rurale attorno a tutta la regione. Come è possibile vedere dalla mappa, le aree per i nuovi insediamenti non snaturano la forma compatta dell’urbanizzato, incentivando così politiche di riqualificazione e investimento per aumentare la qualità degli ambiti urbani esistenti.

Appare evidente che le differenze tra i contesti di Portland e di Milano sono molto forti, ma altrettanto evidente appare il diverso approccio ai temi della pianificazione, e in particolare alla capacità di saper progettare il proprio futuro.Nell’area milanese l’esistente cintura verde è interpretata come un “terreno di conquista” da sacrificare per accontentare qualche interesse forte, di tipo strettamente speculativo. Il nuovo anello di autostrade non solo comprometterà la dotazione ambientale esistente ma innescherà processi di crescita immobiliare slegati dai reali fabbisogni abitativi e produttivi, che saranno difficilmente governabili ma che contribuiranno a consolidare pratiche di sfruttamento e sperpero delle risorse territoriale ed ambientali, che genereranno degrado nel contesto milanese. A Portland invece si riconosce il ruolo fondamentale della corona verde metropolitana per migliorare la qualità della vita dell’intera comunità insediata. Il tema dell’ampliamento della città è un’occasione di partecipazione e di collaborazione interistituzionale, un esercizio di progettazione per la “città del futuro” che coinvolge differenti settori e smuove risorse plurali. In Italia, e a Milano in particolare, dove le questioni territoriali sono affrontate in modo settario e frammentato e dove molto spesso l’urbanistica è utilizzata solo in chiave infrastrutturale ed ambientale, è quanto mai urgente ricomporre un fronte istituzionale in grado di elaborare uno scenario di sviluppo di scala metropolitana, all’interno del quale selezionare i necessari supporti infrastrutturali e le idonee compensazioni ambientali per la sua attuazione.

In calce una nota e il link al testo scaricabile, con la formattazione completa

1. Premessa. Il potere delle parole



Come nelle precedenti edizioni, apriamo i lavori della scuola con una riflessione su parole che toccano da vicino la città nel tentativo di comprendere la loro ambiguità e il loro uso da parte dell’ideologia dominante, ma anche la loro potenzialità ai fini della rinascita di un pensiero critico e della loro utilizzazione come strumento di resistenza e di costruzione di pratiche contro-egemoniche.

L’interesse per le parole, la necessità di chiarirne significati, interpretazioni, slittamenti e la strumentalità che spesso ne caratterizza l’impiego, hanno caratterizzato la scuola di eddyburg fin dal suo inizio. La convinzione della centralità del loro ruolo e della necessità di rivelarne i significati e svelarne le ambiguità si è consolidata nel tempo. Man mano, ci siamo accorti come gran parte delle malefatte che avvenivano nel territorio e nella società derivavano da un pensiero comune finalizzato alla diffusione di un’ideologia perversa che orientava gli avvenimenti e foggiava gli strumenti necessari per la trasformazione della realtà.

Questa prima giornata ha un duplice obiettivo.

Primo. A partire dall’analisi delle parole e dei discorsi, vogliamo fornire alcuni strumenti critici per comprendere meglio gli avvenimenti e i fenomeni urbani e territoriali di questi ultimi decenni che saranno illustrati nella II e III giornata della scuola. Dopo parole come benessere, vivibilità, povertà, competizione , spazio pubblico , potere , che abbiamo affrontato nelle passate edizioni della scuola, eccoci ad affrontare la parola che forse più di ogni altra è stata capace di plasmare un’epoca. Per oltre sessant’anni il concetto di “sviluppo” come sinonimo di progresso, civilizzazione, e positività a priori (senza il bisogno di qualificare lo sviluppo con un attributo) non solo ha orientato le politiche di tutti i paesi del mondo, ma ha colonizzato le menti, impedendo ad altre concezioni di crescere, di essere approfondite e discusse. Attraverso l’analisi critica alla parola “sviluppo” sosterremo la tesi che questo concetto è inadeguato sia a comprendere i fenomeni che a dare risposta ai bisogni e alle questioni che il genere umano esprime in questa fase della sua storia.

Secondo obiettivo. Vogliamo alimentare la discussione intorno a paradigmi alternativi che esprimono un’idea di società diverso e profondamente in antitesi a quella implicita nell’ideologia dello ”sviluppo”. Proponiamo il concetto di “beni comuni” come alternativa, concettuale e politica, per trasformare la società e l’habitat dell’uomo in funzione del benessere degli abitanti di oggi e di quelli che devono venire, tendendo conto della limitatezza delle risorse naturali e della conoscenza umana, della diversità delle culture e della dignità che ognuna di queste possiede e della prevalenza dei valori di rispetto, uguaglianza e pace.

In entrambi i casi il fulcro di questa giornata è sulle parole, sui concetti e i discorsi ad esse legate, spiegati nel contesto socio-economico, politico e culturale in cui essi si formano. Perché, è importante sottolineare che il linguaggio è una pratica sociale. Ciò significa che esiste una relazione dialettica, reciproca, tra linguaggio e società. Quando parliamo, scriviamo, ascoltiamo, leggiamo lo facciamo in un modo che dipende dalla società, dall’insieme delle relazioni e delle contingenze socio-economiche, politiche e culturali in cui la nostra società si trova.

Nello stesso tempo le parole hanno degli effetti, delle ricadute sulla società, non ultimo il potere di modificare la realtà materiale. Con le parole produciamo concetti, categorie, teorie attraverso cui rappresentiamo, comprendiamo e progettiamo il mondo, diamo un significato al mondo che ci circonda e con il quale ci rapportiamo, dalle relazioni sociali agli oggetti fisici.

Il discorso comprende il testo (scritto, parlato, visivo) e tutti i processi che consentono di interpretarlo, produrlo e riprodurlo. Nell’affrontare questi processi noi attingiamo ad una serie di risorse nella nostra mente: quelle linguistiche, la grammatica, la sintassi ma anche quelle legate ai valori, alle credenze che si formano via via nel corso della vita, attraverso le relazioni con le altre persone, il lavoro, la scuola ecc. e dipendono da una serie di convenzioni che la società impianta attraverso le istituzioni, i comportamenti, le pratiche.

Questo insieme di convenzioni è determinato dalle relazioni di potere. I discorsi, scritti e parlati, sono un ottimo veicolo per il potere perché attraverso essi si può affermare una certa idea del mondo, e attraverso questa idea si possono quindi affermare certe pratiche, certi modi di fare piuttosto che altri. Il potere che si esercita attraverso il discorso, attraverso la parola non è un potere coercitivo, ma un potere che si acquisisce attraverso il consenso, sia attraverso la comunicazione con la quale si convince, sia attraverso l’inculcazione, cioè una sorta di persuasione che avviene in maniera recondita, non consapevole. Parliamo quindi del potere in termini di egemonia.

Due sono i concetti principali che analizzeremo oggi. Da una parte il concetto di “sviluppo” una parola che ha conquistato un potere immenso, è diventata egemonica; lo dimostra il fatto che essa ha acquisito uno stato di “senso comune”, ovvero di verità indiscussa. Come sosterrò più avanti, riprendendo la metafora di Gilbert Rist, lo sviluppo è una vera e propria credenza egemonica. Dall’altra parte abbiamo il concetto di “beni comuni” che si pone come paradigma alternativo e profondamente in contestazione a quello esistente e presuppone un cambiamento radicale del sistema socio-economico esistente; siamo quindi in presenza di un concetto contro-egemonico.

Il rapporto tra queste due parole e i diversi mondi che esse prefigurano è quello che Gramsci chiama “lotta per l’egemonia”, poichè essa è combattuta innanzitutto a livello dei discorsi e delle idee. E’ una lotta per ottenere il consenso, in cui le parole diventano armi potenti per affermare un’ideologia e un progetto di società in contrapposizione.

L’egemonia è appunto il potere essenzialmente (ma non esclusivamente) esercitato attraverso il discorso e basato sul consenso anziché per via coercitiva (in maniera esplicitamente violenta, o anche più subdola), cioè attraverso l’acquisizione di un’acquiescenza più o meno generalizzata. Analizzare criticamente le parole significa individuare le relazioni di potere nella loro connessione ai processi di formazione del sapere e di formulazione delle politiche, significa comprendere chi ha conferito autorità ed efficacia performativa alle parole, e quindi comprendere chi tira i fili e quali interessi vengono difesi e quali no.

Il potere del linguaggio può esercitarsi attraverso tre principali pratiche :

• l’adozione di pratiche e discorsi universalmente accettati e seguiti perché nessuna alternativa possibile sembra concepibile, immaginabile;

• l’imposizione di pratiche attraverso un esercizio del potere ‘nascosto’, non esplicito ( l’inculcare);

• l’adozione di pratiche che vengono adottate attraverso un processo di comunicazione razionale e di dibattito (il comunicare).

Questi tre meccanismi sono tutti presenti nella società contemporanea, ma l’inculcare e il comunicare sono i più diffusi.

Generalmente l’inculcare viene adottato per ricreare, artificiosamente, l’universalità del primo meccanismo, ed è usato da chi detiene il potere (e vuole mantenerlo) poiché dipende strettamente dall’autorità. Questo è il modo in cui l’ideologia dello “sviluppo” si è affermata ed è diventata egemonica. Nel caso dello “sviluppo”, come vedremo più avanti, il linguaggio è diventato strumento di potere e di legittimazione di politiche, decisioni, provvedimenti, leggi, decreti, conquiste e guerre per affermare, diffondere, rafforzare e difendere lo status quo, il sistema capitalistico.

La comunicazione razionale e il dibattito costituiscono invece soprattutto meccanismi di emancipazione, generalmente usati nella lotta contro il potere dominante. É insomma quello che faremo questa settimana qui alla scuola di eddyburg. Infatti il linguaggio può essere anche uno strumento di potere a favore del cambiamento, per trasformare la società verso un percorso diverso, che esca dal progetto di sviluppo e crescita illimitata. Per fare ciò occorre innanzitutto superare l’acquisizione acritica di supposizioni, “credenze”, che altri elaborano e inculcano come verità assolute (“senso comune”, secondo Gramsci) e connettere la vita concreta ad una profonda e critica comprensione di ciò che avviene intorno a noi, vicino e lontano, attivando invece il “buon senso”. Il buon senso non è altro che una consapevolezza critica, che ci consente di reagire ai discorsi attivamente e non passivamente, crearndo un legame con la vita reale e le difficoltà che viviamo ogni giorno. Senza questa consapevolezza non può esserci un’effettiva cittadinanza democratica, ed non è possibile promuovere un qualsiasi progetto di cambiamento sociale alternativo.

2. Le origini: il sermone di Truman (1949). Dallo sviluppo come concezione, all’affermarsi dello sviluppo come credenza

Il progresso è un ideologia, il divenire è una concezione filosofica. Il “progresso” dipende da una determinata mentalità, a costruire la quale entrano certi elementi culturali storicamente determinati; il “divenire” è un concetto filosofico, da cui può essere assente il “progresso”. Nell’idea di progresso è sottintesa la possibilità di una misurazione quantitativa e qualitativa: più è meglio. Si suppone quindi una misura fissa o fissabile, ma questa misura è data dal passato, da una certa fase del passato, o da certi aspetti misurabili…” [Antonio Gramsci, Quaderni del carcere]

Il termine sviluppare deriva da “viluppare” “togliere dal viluppo” o “sciogliere un viluppo” ovvero sciogliere un groviglio, dipanare una matassa, liberare da qualcosa che avvolge. Per analogia svolgere, distendere del tutto. In quest’ultima accezione è già presente l’altro significato essenziale del verbo, che diverrà predominate: svolgere nelle varie parti, rilasciare quelle potenzialità dell’oggetto o organismo in questione sino a che questo raggiunge la sua naturale forma finale.

Etimologicamente è importante fare riferimento al significato inglese della parola, perché è proprio in ambito anglosassone che avverrà il più importante slittamento del termine. Nel primo inglese moderno, la parola sviluppo, nell’accezione di svolgimento, derivava dal développer francese. Nel periodo delle rivoluzioni francese e inglese, la parola sviluppo entrò nella sfera dell'economia per indicare i cambiamenti economici e l'idea di progresso. Nel XVIII secolo è stato esteso metaforicamente alla facoltà della mente umana. La connotazione di evoluzione, che ha permesso l'uso metaforico del termine per spiegare il processo attraverso il quale l'organismo raggiunge la sua forma più appropriata e completa, si è compiuta alla metà del XVIII secolo con Darwin.

Il cambiamento più significativo è venuto dopo il 1945, quando è entrato in uso il concetto sottosviluppo, e lo sviluppo è stato associato all'idea che le economie e le società avrebbero dovuto passare attraverso prevedibili “fasi di sviluppo”. Espressioni come “retrogradi”, o “sottosviluppati”, divenne il modo per definire in modo permanente i paesi dell'Africa, dell'America Latina e Asia. Di conseguenza, lo sviluppo è diventato un progetto di dominazione in quanto mina la fiducia delle altre culture in esprimersi e portare avanti altri modi di pensare, di scegliere altri percorsi e progetti, riducendo i loro destini ad un modo essenzialmente occidentale di concepire, percepire e plasmare il mondo. Il discorso sullo sviluppo, che descrive lo sviluppo come un necessario, desiderabile, auspicabile, diventa quindi un potente strumento di potere dell'Occidente per plasmare l'immaginazione della gente, le loro speranze e progetti, nonché di gestire, controllare e persino inventare economicamente, politicamente, sociologicamente e culturalmente il “Terzo Mondo” .

Nel tempo vi è stata una riduzione del termine di sviluppo allo “sviluppo economico” compiendo una forte riduzione dei significati complessi e variegati che il termine sviluppo può esprimere. Sviluppo in se è un termine neutrale. Esso assume un significato compiuto se è qualificato, riferito ad un’altra parola, ed è a seconda della qualificazione che può avere un senso positivo o negativo. Così lo sviluppo di una malattia è certamente negativo; lo sviluppo della capacità di comprender o lo sviluppo di un’idea ha un significato positivo. La riduzione del termine di sviluppo al solo sviluppo economico è una prima mistificazione che è stata compiuta.

Ritorniamo alla storia. Vorrei soffermarmi su questo passaggio perché ci permette di comprendere l’arbitrario operato nell’assumere quella parola come sinonimo di progresso e di attribuirle così positività a priori, e vorrei mettere in evidenza come lo sviluppo sia stato un abile strumento di potere per orientare e plasmare la società in una determinata direzione. Il discorso di Truman del 1949 è un evento fondamentale che ha segnato la storia di questo concetto e ha dato inizio all’era dello sviluppo.

Vediamo di sintetizzare il contesto storico. Dalla fine della seconda guerra mondiale grandi eventi avevano cambiato la scena politica globale e trasformato profondamente i rapporti tra paesi ricchi e quelli poveri. I paesi asiatici e africani avevano contestato il sistema di sfruttamento e controllo del colonialismo mentre un forte nazionalismo stava crescendo nei paesi dell'America Latina. Gli Stati Uniti emersero come la prima potenza economica e militare nel sistema capitalistico mondiale, anche se la loro posizione era contestata dai regimi socialisti.

La guerra fredda veniva a modellare le relazioni internazionali e il “Terzo Mondo” diventava uno dei più importanti nuovi teatri di battaglia. La comunità internazionale guidata dagli Stati Uniti volgeva crescente attenzione ai paesi del “Terzo Mondo”. Demograficamente rappresentavano la più grande maggioranza del genere umano ed erano in crescita. Economicamente contenevano la maggior parte della crescente forza lavoro, erano fonti di grande quantità e varietà di materie prime e rappresentavano il più grande mercato del futuro per i prodotti industriali. Politicamente, con l’indipendenza stavano programmando il loro destino e quindi potevano diventare o nemici o alleati di sostegno nella lotta contro il comunismo.

In questo scenario di opportunità e minacce, con la dottrina Truman - introdotta nel 1949 dall'allora presidente degli Stati Uniti Harry Truman - si afferma il progetto di sviluppo e un efficace apparato, ha iniziato a prendere forma. Questo progetto di sviluppo era (ed è tuttora) destinato a replicare nel “Terzo Mondo” le caratteristiche della società occidentali capitalistiche avanzate: la democrazia, un alto livello di industrializzazione e urbanizzazione, la meccanizzazione dell'agricoltura, la rapida crescita della produzione materiale e dello standard di vita, così come l'adozione diffusa di valori tipici della cultura americana e anti-comunista.

Prima di tutto Truman ha inventato nel suo discorso un’identità nuova: i “sottosviluppati”, raggruppando in una sola categoria tutta la diversità inestimabile delle persone che vivono in Africa, Asia e l'America Latina. Quella stessa parola ha anche indicato la posizione dello “sviluppato” a cui tutte le persone e paesi del mondo dovevano aspirare. Una nuova era nella rappresentazione e controllo del “Terzo Mondo” cominciò e avrà conseguenze importanti anche sull’Occidente. Si afferma e diventa egemonico quello che Boaventura de Sousa Santos definisce come il pensiero abissale:

«una disposizione intellettuale, filosofica e politica, che si traduce nella capacità di tracciare linee attraverso le quali istituire divisioni radicali all'interno della realtà, rendendone una parte «riconoscibile», rispettata, rilevante, e condannando tutto il resto all'irrilevanza e all'inesistenza.» [B. de Sousa Santos, Beyond abyssal thinking. From global lines to ecologies of knowledges]

Prosperità e pace sono state le due giustificazioni principali addotte da Truman per diffondere lo sviluppo, e intraprendere crociate, mentre il cambiamento necessario doveva essere indotto dalla combinazione appropriata di tre ingredienti fondamentali: la produzione capitalistica - più cibo, più vestiti, più materiali per l'edilizia etc. - la scienza e la tecnologia. Tutto ciò che di importante nella vita sociale ed economica dei paesi poveri (la loro popolazione, le loro economie, risorse naturali, agricoltura e commercio, amministrazione, valori culturali, ecc) divenne così l'oggetto di calcolo da parte di esperti formati nella nuova scienza dello sviluppato.

Un altro elemento fondamentale di questa crociata è “l’aiuto allo sviluppo” o quello che oggi chiamiamo “cooperazione allo sviluppo” o “cooperazione internazionale”. In forma di assistenza scientifica e tecnica, conferiti per alleggerire il fardello dei poveri, l’aiuto è diventato la maschera dell'interesse e tornaconto degli Stati Uniti e dei paesi occidentali in generale .

Due procedure sono stati fondamentali per l’affermarsi di questo credenza e di tutte le pratiche necessaria alla sua implementazione: la professionalizzazione e l’ istituzionalizzazione dello sviluppo .

La “professionalizzazione” dello sviluppo consente ad alcune forme di conoscenza - generati e convalidati da un insieme di tecniche, strategie e pratiche disciplinari - e non altre di raggiungere e mantenere lo status di verità. Nel caso dello sviluppo questo è stato ottenuto con l'applicazione di discipline già esistenti, dalla demografia alla pianificazione, ai problemi di “Terzo Mondo” e con la creazione dell’economia dello sviluppo, che ha permesso l'inserimento progressivo di problemi, dalla povertà alla urbanizzazione, nel discorso dello sviluppo in modo congruente con il sistema eurocentrico e nord centrico di conoscenza e potere. L'intero processo di rappresentazione dei problemi e di costruzione delle sue soluzioni passa attraverso un sistema di misurazione, teorizzazione e normalizzazione basato e funzionale al progetto di sviluppo. In questo processo l’economista e il tecnico pianificatore/progettista svolgono un ruolo particolare nella nuova era dello sviluppo. L'economista è diventato l’esperto per eccellenza chiamato a decretare le verità più elementari. Il tecnico pianificatore/progettista è stato quello che ha applicato le conoscenze teoriche attraverso la pianificazione, lo strumento attraverso il quale l'economia è diventata utile ed è stata legata alla politica e allo Stato.

L’ istituzionalizzazione dello sviluppo si riferisce a quel complesso sistema di rapporti, programmi, conferenze, pratiche locali e così via attraverso le quale vengono prodotti e diffusi i discorsi, le tecniche e le procedure.

Il discorso dello sviluppo è cambiato molto nel corso dei decenni. L’evoluzione delle teorie sul capitale (umano, sociale, istituzionale, conoscitivo, ambientale) hanno arricchito di nuove dimensioni l’interpretazione dei processi di crescita e fornito nuove indicazioni strategiche. Queste si sono tradotte da una parte in nuove pratiche dall’altra in nuovi discorsi, che hanno visto emergere nuove parole, o vecchie parole con nuovi significati: come empowerment, capacity building e istitution building (cioè le competenze, i saperi e le capacità progettuali), accountability (capacità manageriale e l’efficienza) sustainability, governance e tutte le sue declinazioni, urban, local good, etc., che acquisiscono una notevole rilevanza anche nei confronti delle politiche urbane. Di conseguenza, nuove strategie, in nome dello sviluppo sono state invocate e nuove pratiche hanno avuto luogo.

Tuttavia, si è continuato a produrre lo stesso tipo di relazioni tra i donatori (l’occidente) e i beneficiari (“Terzo Mondo”), confermando lo stesso meccanismo di produzione di conoscenza e di esercizio del potere.

“… una linea abissale divide i «selvaggi», gli indigeni dal resto. Nelle colonie dunque non è mai valsa la tensione tra regolamentazione ed emancipazione sociale, che caratterizza invece il nord globale, ma soltanto quella tra appropriazione e violenza. E questa divisione continua ad operare ancora oggi: il colonialismo infatti non è cessato con la fine del colonialismo politico, ma prosegue, insieme al razzismo, che si definisce proprio per la capacità di disegnare linee abissali dichiarando irrilevante chi si trova «al di là» della linea. D'altra parte, la dicotomia appropriazione-violenza sta contaminando anche l'altro paradigma socio-politico. Negli ultimi anni l'emancipazione, che ha sempre rappresentato il polo opposto della regolamentazione, è diventata l'«altro» della regolamentazione, il suo doppio. La «democrazia sociale», come la intendiamo in Europa, lo testimonia: originariamente intesa come orizzonte di emancipazione, è divenuta una forma di regolamentazione sociale per il capitalismo, e dopo il 1989 ha perso anche il suo volto umanitario, dimenticando le politiche sociali.”

3. I pilastri della credenza



Nel dibattito sullo sviluppo la scienza e la tecnologia hanno avuto un ruolo fondamentale nei valori impliciti nello sviluppo di progresso e modernizzazione. Il riconoscere l'importanza del “Terzo Mondo” per l'economia e la politica internazionale ha incoraggiato la raccolta di sempre più accurate conoscenze scientifiche sui paesi in via di sviluppo, mentre la crescita economica - elemento chiave per il passaggio da una fase di sottosviluppo a uno di sviluppo - richiedeva capacità tecnologica per assicurare il progresso. Le idee degli scienziati divennero poi operative attraverso la ricerca applicata. Un rapporto dal titolo "La scienza, la frontiera senza fine" aveva affermato che le conoscenze essenziali non potevano essere ottenute se non attraverso la ricerca scientifica di base, assumendo questo come metodo infallibile di raccolta delle informazioni. L'apparente neutralità di queste informazioni sembrava una caratteristica positiva per quasi tutti gli studiosi di diverse religioni, cultura e nazionalità. Da qui proviene la potente influenza della scienza nella fantasia e il pensiero degli esseri umani nei secoli. Solo le opere di sociologia della conoscenza e della storia e filosofia della scienza hanno esposto il pregiudizio ideologico e culturale della scienza. Santos (2007) ci ricorda che l'epistemologia è essa stessa contestuale, legata alle condizioni storiche in cui prende corpo e a particolari agenti, e dietro una certa concezione epistemologica molto spesso ci sono idee promosse con la forza. Questa sovrastruttura è stata ereditata dallo sviluppo e, al tempo stesso lo sviluppo è diventato l'ultimo alleato delle scienze moderne nell'esercizio della sua egemonia politica.

Con lo sviluppo una nuova disciplina è entra nel regno della scienza. L’economia dello sviluppo è diventata lo strumento per analizzare lo sviluppo economico e sociale e studiare l’arretratezza' dei paesi del “Terzo Mondo”, e dei percorsi che questi paesi avrebbero dovuto prendere per raggiungere la crescita economica. Il progresso diventa un valore imprescindibil e la modernizzazione il nuovo paradigma, profondamente radicato nella concreta esperienza della storia economica occidentale, endogeno nel suo modo di concepire e caratterizzato da evoluzionismo. La teoria tradizionale della crescita economica in voga in quei primi anni dell’era sviluppista invocava: intensità di capitale e cambiamento tecnologico. W.A. Lewis scrisse nel 1946 che era "chiaro come il sole" che l'industrializzazione era stata la chiave dello sviluppo.

Per Escobar il discorso economico ha ricevuto grande attenzione ed è stato altamente performativo, a confronto con altre forme di conoscenza, perché oltre a fare affidamento su un corpus teorico (sviluppo economico) è stato sostenuto da una serie di pratiche e da organizzazioni internazionali e nazionali che hanno conferito autorità alla scienza economica e gli scienziati. A loro volta queste organizzazioni – siccome erano esse stesse parte dei cambiamenti economici, politici e istituzionali - formavano le coscienze e le percezione degli economisti. Per Milberg il potere persuasivo della metafora dello sviluppo poggia su tre aspetti: metodologico, ideologico e sociologico.

ll punto di forza da un punto di vista metodologico è l’individualismo dell’economia, la precisione assiomatica, il rigore deduttivo, e un approccio che si approssima ai metodi della fisica. La seconda fonte di energia è ideologica, in quanto fornisce il supporto scientifico al capitalismo del libero mercato nella sua forma più pura. La spiegazione sociologica è che gli economisti sono in posizioni di potere, con un ruolo consultivo presso l'ufficio esecutivo della maggior parte dei paesi e un ruolo dominante nella politica di sviluppo economico attraverso il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale.

Inoltre il pensiero economico dell'immediato periodo secondo dopoguerra ha funzionato a livello psicologico, fornendo un senso di ordine sistemico e benevolenza in un mondo che appare spesso casuale, volatili e ingiusto. Il fatto che una certa visione e la pratica dell'economia è divenuta dominante nella storia europea è un passo fondamentale nella storia della modernità, in quanto è il fatto che gli ingredienti principali di questa economia - mercato, produzione, lavoro - sono stati raramente in discussione.

L'industrializzazione non solo poteva aprire la strada per la crescita e la modernizzazione delle economie arretrate, ma serviva anche per diffondere fra le popolazioni locali la razionalità appropriata, colmare la mancanza dei risparmi e portare le tecnologie necessarie. Alcuni economisti ritenevano che un grande sforzo iniziale era necessario per spezzare il circolo vizioso della povertà, bassa produttività, mancanza di capitale. Tuttavia, tutti erano d'accordo che il compito era gestibile. La maggior parte degli studiosi degli anni ‘50 e ‘60 credevano fermamente in uno scenario di sviluppo del “Terzo Mondo” paragonabile a quello del ‘Primo Mondo’ a patto di trasferire soluzioni ed esperienze dal mondo occidentale ai paesi arretrati. Le industrie erano associate con le città, quindi era prevista una redistribuzione fisica della popolazione dalle campagne ai centri urbani che ha legato indissolubilmente insieme urbanizzazione, l'industrializzazione e sviluppo. In questo modello, la città ha assunto un ruolo importante per l'integrazione e stimolo socio-economico delle trasformazioni necessarie per lo sviluppo.

La pianificazione, intesa come la formulazione di un piano o programma, specialmente di carattere economico, è stata fondamentale per lo sviluppo fin dalla sua nascita, perché era l'applicazione di conoscenze scientifiche e tecniche al pubblico dominio. Il concetto di pianificazione incarna la convinzione che il cambiamento sociale può essere progettato, prodotto e diretto secondo volontà. Tra il 1800 e il 1950, ci fu una regolazione progressiva della società, dello spazio urbano e dell'economia, che ha portato alla creazione dello stato sociale, la professionalizzazione delle opere sociali e della pianificazione. La pianificazione “scientifica” era iniziata in relazione con la prima guerra mondiale e divenne molto popolare in anni 1920 e 1930 in diversi contesti: dalla pianificazione economica nel sistema sovietico, alla pianificazione urbanistica comunale degli Stati Uniti. Il percorso di questa idea non è rettilineo. Ci sono diversi significati del termine che vanno da concezioni radicali a quelle conservatrici. Come verrà spiegato nell’ultima giornata, dedicata alla pianificazione urbanistica, è fondamentale qualificare la pianificazione. Perché la pianificazione può essere progressista così come conservatrice e reazionaria.

La rete delle organizzazioni per lo sviluppo responsabili della produzione e la circolazione dei discorsi dello sviluppo si estende dalle organizzazioni internazionali, bilaterali a quelle non governative, e ai diversi livelli nazionale, regionale ed enti locali. Il discorso circola attraverso programmi, progetti, conferenze, riunioni di esperti, consulenze, pubblicazioni, think tanks, e così via. Istituzioni internazionali come le Nazioni Unite sono riconosciute avere l'autorità di produrre politiche e strategie; agenzie di prestito, come la Banca Mondiale, portato il simbolo del capitale e del potere, gli esperti hanno conoscenza e competenze, mentre i governi hanno l'autorità legale di intervenire sul popolo delle loro nazioni. La creazione della Nazioni Unite Per il Soccorso e l'Amministrazione della Riabilitazione (che ha preceduto la costituzione delle Nazioni Unite) operante tra il 1943 e il 1946, ha segnato un passaggio chiave dalla vecchia concezione degli aiuti, intesa come occasionale all’aiuto come strumento dello sviluppo. Il Piano Marshall è il diretto precedente della cooperazione allo sviluppo in termini moderni, in quanto ha soddisfatto sia l'obiettivo di promuovere la ricostruzione economica che l'obiettivo politico di prevenire la diffusione del sistema comunista in Europa. Tuttavia, è stato Truman che ha completato il processo di ri-concettualizzazione dell’aiuto e dello sviluppo.

4. Le metamorfosi del concetto:

alla ricerca della sostenibilità delle credenza



Il discorso dello sviluppo è cambiato molto nei decenni. L’evoluzione delle teorie sul capitale (umano, sociale, istituzionale, conoscitivo, ambientale) ha arricchito di nuove dimensioni l’interpretazione dei processi di crescita e fornito nuove indicazioni strategiche. Queste si sono tradotte da una parte in nuovi discorsi e dall’altra in nuove pratiche che hanno visto emergere nuove parole, o vecchie parole con nuovi significati per legittimare il vecchio paradigma dello sviluppo, di decennio in decennio sempre più contestato, e per difendere lo status quo.

Parole come empowerment, capacity building e istitution building (cioè le competenze, i saperi e le capacità progettuali), accountability (capacità manageriale e l’efficienza) sustainability, governance in tutte le sue declinazioni, urban, local good, etc. Vediamo di ripercorrere brevemente alcuni passaggi che segnano l’emergere di questi nuovi alleati discorsivi. Una caratteristica comune è che ciascun concetto viene depoliticizzato e interpretato in maniera tale da eludere la sua valenza politica e le implicazioni riguardanti il dominio e il potere. Essi vengono invocati come elementi tecnici miranti per lo più a aumentare il senso di auto-stima, sfruttare le reti di solidarietà ed auto-aiuto al fine di aumentare il capitale sociale oppure come soluzioni tecniche e/o scientifiche.

All’indomani del discorso di Truman era convinzione condivisa che in un ragionevole lasso di tempo la crescita economica avrebbe sensibilmente migliorato le condizioni di vita delle popolazioni in generale. Come le goccioline d’acqua che zampillano dalla fontana, il benessere avrebbe bagnato un po´ tutti, dominati e dominatori. La formula “trickle-down”, che descrive le politiche economiche che vanno a beneficio dei ricchi, con l'obiettivo di incoraggiare gli individui più ricchi a investire nell'economia, fornendo in tal modo i vantaggi per le classi inferiori, era la teoria in cui si poggiava lo sviluppo come credenza nel primo decennio della sua storia. La crescita era considerata un mandatario affidabile per lo sviluppo.

Tuttavia, questo scenario non si è verificato nei fatti. Nei paesi del Sud del mondo l’industrializzazione non ha accompagnato l’urbanizzazione. Il previsto passaggio dall'agricoltura all'industria non sembra più fattibile, mentre la crescita della popolazione e la subordinazione dell'agricoltura alla monocultura per esigenze del mercato mondiale ha portato ad una massiccia migrazione dalle aree rurali, senza un’ adeguata espansione delle opportunità di lavoro nelle città. Il ruolo della città come un generatore di cambiamento e come fonte feconda di idee e di innovazione non si è concretizzato. Infatti, essi tendevano a un ruolo opposto: le principali città servite principalmente per drenare le risorse della campagna.

«Poco più di cinquant’anni fa, per i nuovi «dannati della terra», i popoli del Terzo mondo, è nata un’altra speranza paragonabile a ciò che era stato il socialismo per il proletariato dei paesi occidentali. Una speranza forse più sospetta nelle sue origini e nei suoi fondamenti, in quanto erano stati i bianchi a portarne i semi, che avevano piantato prima di lasciare i paesi che avevano duramente colonizzato. Questa speranza era lo sviluppo. Comunque sia, i responsabili, i dirigenti e le élite dei paesi di nuova indipendenza presentavano ai loro popoli lo sviluppo come la soluzione di tutti i problemi. I nuovi Stati indipendenti hanno tentato l’avventura dello sviluppo. Forse l’hanno fatto in modo maldestro, e spesso con una violenza e un’energia disperate, ma non si può dire che non l’abbiano tentata. Il progetto sviluppista costituiva anzi la sola legittimità delle élite al potere. Sicuramente si potrebbe discettare all’infinito per stabilire se esistevano o meno le condizioni oggettive per il successo dell’avventura modernista. […] I responsabili dei giovani Stati si trovavano di fronte a contraddizioni insolubili. Non potevano né rifiutare di introdurre né riuscire a radicare nelle loro realtà i diversi elementi che costituiscono la modernizzazione: l’educazione, la medicina, la giustizia, l’amministrazione, la tecnica occidentali. […] Lo sviluppo, per quanto teoricamente riproducibile, non è universalizzabile»

Di fronte al “mancato sviluppo” negli anni ’60 nuove definizioni emersero. Hans Singer nel 1965 dichiarò che “lo sviluppo è la crescita più cambiamento” e il cambiamento non è solo economico ma anche sociale e culturale. Il punto principale era che la crescita non aveva risolto il problema della povertà dei paesi in “via di sviluppo”. Ma ciò che veniva messo in dubbio non era la validità dello sviluppo in sé come paradigma, ma piuttosto le teorie che ne predicevano l’affermarsi e le ricette che stabilivano gli ingredienti per il suo raggiungimento. La fede nello sviluppo era ancora molto forte.

La politica degli aiuti allo sviluppo degli anni sessanta era influenzata sia dalla contrapposizione dei due blocchi Est-Ovest nella guerra fredda, che rendevano i paesi in via di sviluppo pedine strategiche nella scacchiera internazionale, sia da forti interessi commerciali dei paesi donatori, che spingevano verso i cosiddetti “aiuti legati”.

Voci fuori dal coro cominciarono a emergere e un importante cambiamento intellettuale ebbe luogo. La visione eurocentrica sullo sviluppo e il paradigma della modernizzazione venivano fortemente contestati da un gruppo di studiosi di scienze sociali dell'America Latina e la teoria della dipendenza si affermava in contrapposizione all'idea convenzionale che lo sviluppo è una mera ripetizione della storia economica dei paesi industrializzati.

L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite del 1970, che apriva il decennio, auspicava un approccio che integrasse le componenti economiche e quelle sociali. Il paradigma neoclassico dello sviluppo veniva messo in discussione dalle ricerche sulla popolazione, l’occupazione, la distribuzione dei redditi, il settore informale e le migrazioni dalla campagna alla città della Banca Mondiale e dell’ILO (International Labour Organization), che mostrarono come ad una crescita economica dei PVS, che pure c’era stata non era corrisposta un effettiva diminuzione della povertà. L’anticipato “trickle down effect” non si era materializzato e il divario tra Nord e Sud stava crescendo ancora.. Nuove teorie hanno assunto rilievo.

Il dibattito sullo sviluppo a fine anni ’60 e inizi anni ‘70 è stato caratterizzato nei paesi occidentali da una forte enfasi sull’equità e la giustizia sociale. Sono gli anni delle prime lotte urbane in atto in quasi tutti i paesi europei e animate da movimenti sociali, sindacati, studenti, volte alla conquista del diritto alla casa (accesso ad un’abitazione dignitosa ad un prezzo commisurato alla capacità di spesa) e ad una serie di servizi pubblici indispensabili per la vita sia individuale che collettiva. In quegli anni i discorsi attorno a questi temi erano centrali sia nell’opinione pubblica che nel dibattito politico e scientifico, ed erano accompagnati dagli scioperi contro gli affitti troppo alti, le campagne per l’ottenimento di trasporti pubblici accessibili a tutti, marce per il riscatto di aree e strade delle città e occupazioni. Anche in Italia alla fine degli anni Sessanta espressioni come “diritto alla città” (Convegno PCI 1969), “casa come servizio sociale” (Ceccarelli 1972), “consumi collettivi” (Salzano, 1969), animavano il dibattito e hanno costitutio la base di tante rivendicazioni popolari, contrattazioni sindacali.

Queste lotte si sono tradotte negli anni successivi nell’affermarsi del welfare state (un importante compromesso tra capitale e lavoro) e nel raggiungimento di una serie di conquiste fondamentali da parte dei cittadini. Si assiste in quegli anni alla creazione di strutture fisiche e sociali in grado di sostenere la riproduzione sia del capitale che della forza lavoro, e di servire come contesti efficienti in cui organizzare la produzione, il consumo e lo scambio. L’antagonismo di classe si accentua, ma in qualche modo è gestito e assorbito nel governo delle città, attraverso l’assunzione di responsabilità sotto vari aspetti della riproduzione della forza lavoro (sanità, educazione…), nonché attraverso controlli sociali di vario genere: polizia, controllo ideologico tramite le chiese e gli organi di comunicazione di massa, manipolazione dello spazio come forma di potere sociale. Occorre qui ricordare che la città industriale è un’unità instabile: da una parte è un ordinamento razionale capace di coordinare la produzione del capitale e di costituire gli spazi sociali adatti alla riproduzione dei lavoratori, dall’altra è assillata dalla crisi dell’accumulazione, dal cambiamento tecnologico, dalla disoccupazione, dalla dequalificazione del lavoro, dall’immigrazione, dagli antagonismi tra classi.

Nei paesi in via di sviluppo l’influenza progressista si è meramente tradotta nella formulazione di strategie incentrate sull'occupazione, sull’approccio dei bisogni fondamentali - basato sul raggiungimento di un livello minimo di vita per gli strati più poveri della popolazione, che si ponevano come ‘stampelle’ al paradigma dello sviluppo. Negli anni Settanta l’obiettivo della lotta alla povertà divenne il nuovo discorso egemonico legittimante gli interventi di “aiuto allo sviluppo”. Sembrava, sotto l’influenza delle riforme progressiste e discorsi sulla giustizia sociale che avvenivano nel Primo mondo, che ci fosse un’inversione delle priorità: dalla formula “sviluppo e ridistribuzione” a “ridistribuzione con sviluppo”. Tuttavia, l'obiettivo principale rimaneva lo sviluppo e l’allargamento del sistema capitalistico ai paesi del Sud del mondo, con il miglioramento del reddito assoluto di questi paesi, piuttosto che ridurre le disuguaglianze nella distribuzione del benessere.

Negli anni Settanta si avvertono però già i germi del cambiamento del sistema socio-economico. Nei paesi occidentali l'età di prosperità stava per finire, l'industrializzazione si spostava verso nuove regioni, e il welfare keynesiano nazionale cominciava sul finire del decennio a dover affrontare problemi consistenti per il suo mantenimento.

Nei paesi in via di sviluppo al contrario, la crescita e l'industrializzazione hanno continuato a procedere, e il reddito ha continuato ad aumentare in termini assoluti, anche se il benessere della popolazione migliorava assai lentamente, quando migliorava. La guerra fredda continuava a influenzare le sfide poste dal processo di decolonizzazione e lo sviluppo economico dei paesi emergenti. Negli anni ’60 questi paesi erano riusciti ad ottenere un certo controllo sugli affari internazionali attraverso per esempio l'adozione del Nuovo Ordine Economico Internazionale (NIEO) dalla Sessione speciale dell'Assemblea delle Nazioni Unite. Ma le tensioni tra i paesi del Nord e del Sud si erano di conseguenza aggravate nel decennio successivo perché i paesi del Nord temevano che i paesi esportatori di materie prime avrebbero replicato l’embargo petrologico del 1973 e che si affermasse un cartello petrolifero attorno a un blocco unitario del Sud.

Negli anni Ottanta, furono la crisi economica dei paesi ad alto reddito, la crescita vertiginosa del petrolio e l’emergere della prassi neoliberista che influirono maggiormente sulle politiche di aiuto allo sviluppo. E la crisi del debito dei paesi del Sud del mondo si tramutò da possibile crisi finanziaria internazionale nell’occasione di imporre un’unica politica economica favorevole al Primo mondo e agli USA in particolare alla grande maggioranza dei paesi attraverso i programmi di aggiustamento strutturale. Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale erano i maggiori sostenitori e artefici. Avviarono programmi di aggiustamento, che si traducevano nell’attuazione di riforme istituzionali quali: tagli alle spese pubbliche, privatizzazioni, flessibilità del lavoro, in cambio di una re-negoziazione del debito . Questo finì con lo schiacciare la forza politica di visioni antagoniste e alternative dello sviluppo economico e delle politiche per promuoverlo.

In quegli anni l’evoluzione della teoria sul capitale umano, che considerava l’investimento nella qualità delle risorse umane una fonte importante per accelerare il cambiamento tecnologico, essenziale per accrescere la produttività totale dei fattori, aveva ripercussioni importanti nelle politiche di aiuto allo sviluppo. Nel 1987 il Comitato per la pianificazione dello sviluppo delle Nazioni Unite ha ritenuto che le risorse umane erano state trascurate in molti paesi ed era il momento di indagare sulla situazione. Amartya Sen (1990) ha fornito il quadro teorico per la nozione di 'capacità umane', che divenne il riferimento concettuale per l'approccio dello sviluppo umano.

Certo, l'approccio dello sviluppo umano avuto alcuni meriti e ha introdotto alcuni cambiamenti importanti. In generale, ha contribuito a riguadagnare l'attenzione sulle idee associate ai bisogni fondamentale e scappare dalla tirannia del PIL per costruire un indice del benessere molto più complesso che comprende non solo indicatori economici, ma anche sociali. Inoltre ha permesso di valutare l'allocazione delle risorse disponibili e verificare se queste hanno contribuito al raggiungimento degli obiettivi prioritari. Invece di definire i "bisogni" e quindi tentare di quantificare i mezzi per soddisfarli il nuovo approccio definiva alcune priorità sociali (come l'istruzione primaria, assistenza sanitaria di base, ecc) e il loro peso nella spesa nazionale. È stato fissato che il totale del "costo per lo sviluppo umano" dovrebbe essere tra il 5 e il 10% della spesa totale, nel caso in cui la cifra è inferiore una revisione della spesa totale è necessaria e tagli alle spese applicata ad esempio per spese militari, infrastrutture o di ordine pubblico.

Vorrei sottolineare che il paradigma comparve nel dibattito pubblico e nei rapporti delle agenzie internazioni in un momento di crisi dello sviluppo così come era stato definito nei decenni precedenti e in momento di crisi della crociata dello sviluppo. Ma lo sviluppo umano non è in contrapposizione al paradigma dello sviluppo o al progetto egemonico di sviluppo, ma introduce elementi di innovazione per attutire le ricadute negative dello sviluppo sulle popolazioni povere indotte soprattutto dai programmi di aggiustamento strutturale. E’ un termine assai accattivante e dà l'impressione che è un nuovo tipo di sviluppo, conferendo un aspetto ‘umano’ all'approccio neoliberale.

Alla fine degli anni Ottanta si andava affermando una nuova dottrina, con l’obiettivo di promuovere un modello di governo dello sviluppo, che legasse assieme la lotta alla povertà e l’efficacia della gestione urbana; ciò perché la riflessione sugli effetti sociali dei programmi di aggiustamento aveva messo in luce che era necessario includere alcune misure compensative per aiutare i poveri nell’attesa che questi raggiungessero lo sviluppo previsto. Veniva così inserita la gestione sociale urbana nei programmi di aggiustamento, sollevando gli Stati dall’ affrontare politiche di lotta alla povertà originali e adatte alle singole specificità .

La promozione dello sviluppo municipale e delle riforme istituzionali nella gestione urbana costituivano un’ingerenza nella sfera politica degli stati ma ciò non era ammissibile dagli statuti internazionali. Gli organismi internazionali come la Banca Mondiale e il Fondo Monetario, e le stesse agenzie di sviluppo dei singoli stati del Primo mondo avevano bisogno di escogitare uno stratagemma per aggirare evitare l’accusa di ingerenza negli affari dei paesi beneficiari. Occorreva perciò un discorso strategico capace di de-politicizzare il campo “politicamente” sensibile della gestione urbana e di trasferire le questioni sociali e politiche verso il solo campo della tecnica, cioè trasformare quelle che erano scelte meramente politiche in scelte apparentemente tecniche da affidare agli esperti e specialisti.

L’introduzione della “governance” nel discorso sullo sviluppo serviva proprio a sbarazzarsi del rischio di venir accusati di ingerenza; dovevano influenzare gli assetti istituzionali dei paesi poveri e indirizzarli verso programmi di aggiustamento strutturale che implicavano riforme neoliberiste, ma senza nominare esplicitamente le riforme.

Le implicazione della “good governance” nel discorso per la costruzione, giustificazione e diffusione del concetto di sviluppo sono importantissime, perché è l’espressione usata per fare riferimento al funzionamento delle istituzioni. Ad essa corrisponde: la capacità ed efficienza della gestione pubblica; la responsabilità d’azione di chi opera nel settore pubblico; un quadro normativo chiaro e stabile; l’accesso alle informazioni. Nel lavoro di disseminazione che ha seguito il momento fondativo del lancio del “concetto”, ci sono due importanti passaggi: entrare innanzitutto nel campo della politica, e quindi del potere, utilizzando una parola come governance; e poi definendola good governance, associando a questa i requisiti diremmo ‘oggettivi’, articolati con il linguaggio della teoria economica, quindi legittimati dalla razionalità scientifica Il tutto avente come obiettivo la lotta alla povertà.

Negli anni Novanta lo sviluppo è teso a rafforzare le economie di mercato in tutti i paesi del mondo, promovendo l’espansione delle imprese private e la privatizzare delle imprese pubbliche. Nei paesi del Sud del mondo queste divennero un importante mezzo attraverso il quale i paesi poveri acquisivano capitale straniero attraverso la vendita diretta, fusioni e acquisizioni con aziende multinazionali straniere. Tant’è che agli inizi del decennio gli investimenti privati di capitali divennero la primaria fonte di trasferimento finanziario dai paesi ricchi a più poveri, superando quelli dell’assistenza ufficiale. Le politiche urbane erano tese a migliorare, ancor prima delle capacità produttive della città (infrastrutture, edilizia, servizi) le capacità gestionali delle autorità locali per una migliore mobilitazione delle risorse e controllo dei meccanismi che presiedevano alle complesse dinamiche economiche, come la fiscalità, la regolamentazione del lavoro, delle finanze e degli scambi commerciali.

Sul finire degli anni Novanta si sviluppa anche il tema relativo alla creazione di una piattaforma di politiche globali, che riflette l’interesse per le interconnessioni a livello mondiale, soprattutto in termini economici. I piani d’azione che ne escono da una parte allargano lo scopo dell’aiuto per comprendere settori come l’assistenza per lo sviluppo democratico, la partecipazione nelle operazioni di peace-keeping, e sempre più ampi aiuti umanitari; e dall’altra miravano a raggiungere un consenso globale sulle priorità da affrontare. Con i Millenium Development Goals sembra infatti emergere una convergenza delle varie agenzie sui “valori fondamentali” da perseguire definendo un quadro di riferimento condiviso sulle priorità da adottare. I Goals, ambiziosi da una parte, e riduttivi dall’altra, riflettono una tendenza alla semplificazione della complessità delle problematiche coinvolte e una preoccupazione eccessiva al raggiungimento di risultati misurabili quantitativamente.

L’introduzione del concetto di sviluppo sostenibile, utilizzato per ridare forza e credibilità a una fede che stava scemando, rappresenta una delle metamorfosi più emblematiche del concetto sviluppo e meno compresa.

5. Sviluppo sostenibile:

una parola d’ordine per aprire molte porte



'Sviluppo sostenibile' è l'espressione che forse più di ogni altra ha ri-conferito allo sviluppo un prestigio mondiale, e lo ha fatto dandogli una ‘tonalità ambientalista’. Il termine è stato portato all’attenzione mondiale con la relazione della commissione per l'ambiente e lo sviluppo del 1987(Commissione Bruntland) e reso popolare con la Conferenza di Rio delle Nazioni Unite sull'ambiente e lo sviluppo nel 1992.

Il Rapporto Brundtland affermava che lo sviluppo sostenibile è quello che "soddisfa i bisogni del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri". Questa espressione che ha acquistato un larghissimo consenso è in realtà uno strumento discorsivo efficace per affrontare, almeno retoricamente, i problemi ambientali, ma senza minacciare lo sviluppo economico e la crescita illimitata. Secondo W.M. Adams la concezione di sostenibile ha ereditato le tensioni tra tecnocentrismo ed ecocentrismo, e tra riformismo e radicalismo, contenute nel ambientalismo, proponendo un espressione che si pone come compromesso politico tra la lobby della non-crescita, che sosteneva che il pianeta era a corto di risorse e minacciato dal crescente inquinamento, e la lobby pro-crescita degli economisti.

Quando la parola si è affermata essa è stata più uno slogan che una nuova teoria dello sviluppo. La letteratura in merito non aveva compiuto grandi sforzi per analizzare criticamente i significati impliciti e confrontare il termine “sostenibile” con altre espressioni che richiamavano ad una coscienza ambientale, come “ecodevelopment” , o per esplorare le diverse tradizioni di pensiero che si erano già affermate da qualche anno. Infatti, una coscienza ambientale era già emersa negli anni 1970 insieme a una preoccupazione per la scarsità di risorse e lo sfruttamento sfrenato della natura. Questa preoccupazione ha introdotto l’importante concetto di “limite alla crescita” nel dibattito sullo sviluppo. Al contrario il discorso ambientalista associato alla nozione di sostenibilità ha matrici diverse; è avvolto da una “modernizzazione ecologica”, cioè l'innovazione tecnologica riveste un ruolo centrale. Si riconosce una crisi ecologica, ma a differenza del movimento radicale degli anni 1970, si crede fermamente che l'attuale politica, sociale e le istituzioni economiche possano interiorizzare la cura per l'ambiente.

Bisogna riconoscere che il termine è emerso al momento giusto, per dare allo sviluppo, che conosceva in quegli anni un calo di fiducia, uno scopo relativamente nuovo e soprattutto una rinnovata legittimazione.

Con i preparativi per il Vertice della Terra di Rio de Janeiro (UNCED)nel 1992, il concetto si è evoluto. La Conferenza di Rio, che forniva i principi fondamentali per il raggiungimento dello sviluppo sostenibile, ha promosso l'integrazione di altre questioni interdipendenti nel concetto di sostenibilità. Lo sradicamento della povertà, il cambiamento dei modelli insostenibili di produzione e consumo e protezione e gestione delle risorse naturali alla base dello sviluppo economico e sociale sono diventati gli obiettivi di portata globale e i requisiti essenziali per lo sviluppo sostenibile. L’ Agenda 21 dichiarava che la povertà dei paesi in via di sviluppo può essere ridotta dando alle persone l'accesso alle risorse di cui hanno bisogno per sostenersi, mentre i paesi sviluppati avrebbero dovuto ridurre l'inquinamento, le emissioni, l'uso di preziose risorse naturali e aiutare gli altri paesi a svilupparsi in modo tale da minimizzare l'impatto ambientale. L'agenda UNCED aveva sottolineato le questioni relative alle risorse naturali e l'ambiente naturale ponendo particolare attenzione alla cosiddetta seconda generazione di problemi ambientali, quali le piogge acide, i cambiamenti climatici, la deforestazione, la desertificazione e la distruzione della biodiversità.

Negli anni successivi i governi hanno iniziato a compiere sforzi per integrare gli obiettivi ambientali, economici e sociali, sia elaborando nuove politiche e strategie dirette allo sviluppo sostenibile, che adattando politiche esistenti. Tuttavia, l'approccio integrato auspicato dal vertice di Rio non ha trovato un grande riscontro nella realtà. Il conflitto tra la salvaguardia degli ecosistemi ai cambiamenti rapidi da una parte e la soddisfazione dei bisogni fondamentali e la lotta alla povertà dall’altra sono stati rafforzati con la diffusa tendenza ad affrontare queste due questioni in modo indipendente utilizzando gli strumenti della politica settoriale.

Il successo, in termine di consenso sullo sviluppo sostenibile è dovuto al fatto che è compatibile con il capitalismo tecnocratico manageriale e l'ideologia modernista. Dall'inizio degli anni 1990 sono state avanzate numerose interpretazioni dello sviluppo sostenibile - sono state identificate oltre 200 definizioni - ma la maggior parte di esse si basano su considerazioni del Rapporto Brundtland e di Agenda 21, che hanno in comune la preoccupazione per la qualità dei l'ambiente, il miglioramento delle condizioni di vita all'interno della 'capacità di carico' degli ecosistemi, e la necessità di ridurre l'impatto dei problemi ambientali, sia delle generazioni presenti che di quelle future. Un altro motivo del successo è che la parola sostenibile si presta a tante interpretazioni e questa duttilità è una caratteristica piuttosto conveniente perché permette ad ogni attore, agenzia, governo o gruppo di interessi di selezionare la propria, ma nello stesso tempo di lasciarla implicita e accodarsi alla grande massa dei sostenitori dello sviluppo sostenibile - la prima coalizione globale nella politica ambientale.

l rapporto Bruntland raggiunse un ampio consenso e riuscì a portare a bordo istituzioni come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale. Tutti questi attori possono interpretare diversamente il senso dello sviluppo sostenibile dando priorità ai loro interessi specifici ed elaborando narrazioni tra loro anche contraddittore, una serie di questioni rimangono irrisolte o emarginate, mentre altre acquisiscono posizioni di privilegio. E’ per questa ragione che autori come Wolfgang Sachs e Serge Latouche hanno definito l’invenzione della sostenibilità un 'escamotage retorico', che nasconde una strategia per sostenere e rafforzare il discorso e le pratiche di sviluppo piuttosto che affrontare le cause della crisi ecologica .

L’ipotesi principale dello sviluppo sostenibile è che crescita economica e soluzione del problema ecologico possono, in linea di principio, essere conciliati, mentre il principale ostacolo è visto nella azione, incapace di metter in atto tutte le misure necessarie. Infatti, le Nazioni Unite esortano a riconoscere, valorizzare e sfruttare le conoscenze e le competenze e sostengono che occorrono azioni di cooperazione e complementarità tra le parti interessate. Ma il concetto stesso di sviluppo, sostenibile o no, non è minimamente messo in discussione. Lo sviluppo sostenibile incorpora il credere che il cambiamento sociale può essere progettato e diretto a volontà per "esorcizzare magicamente gli effetti negativi dello sviluppismo" . La narrazione della pianificazione e gestione insita nei discorsi sullo sviluppo sostenibile ha lo scopo di presentare come "razionale" e "oggettivi" l’introduzione di progetti ambientalisti, regolare i processi decisionali, introdurre nuove pratiche e, soprattutto, fornire un senso di sforzo collettivo e di partecipazione verso obiettivi comuni, al fine di acquisire la collaborazione di tutti.

L’adozione del concetto di sostenibilità nell’ambito delle politiche che ha portato ad una maggiore consapevolezza circa i limiti delle risorse e degli ecosistemi che li riproducono al riconoscimento, a riconoscere che i costi ambientali dell’ urbanizzazione non possono essere trasferiti alle generazioni future, e che esiste una limitata capacità di smaltire i rifiuti prodotti, vede la città come un “metabolismo urbano”, un ecosistema fatto di movimenti interattive di circolazione, scambio e trasformazione delle risorse in transito. In questo contesto sono stati definiti una serie di principi e strumenti che comprendono l'uso efficiente delle risorse, il supporto a progetti, tecnologie, materiali e mezzi che permettono il risparmio energetico, riduzione dei rifiuti e l'eliminazione delle uscite pericolosi, il riciclaggio dei rifiuti e così via. Da qui nasce la preoccupazione per l’eco-efficienza energetica e l’equilibrio metabolico della struttura materiale della città - che pone l'accento sulla gestione dei flussi di energia e materie connesse con la crescita urbana.

Ma la negazione di qualsiasi conflitto tra obiettivi economici, lo sviluppo e l'obiettivo di una migliore qualità ambientale e il riconoscimento dei limiti di risorse riduce la ricerca della sostenibilità urbana alla ricerca di innovazioni di matrice tecnica, all'introduzione di tecnologie per il risparmio delle risorse urbane, e alla redistribuzione spaziale della popolazione e delle attività.

L'articolazione del discorso sullo sviluppo sostenibile ha influenzato anche il dibattito sulla vivibilità e la qualità urbana, dove queste sono motivate anche da ragioni specificamente economiche. La qualità urbana viene definita come “una precondizione per lo sviluppo economico”, e una necessità. Di conseguenza emergono sistemi di valutazione della qualità urbana finalizzati a misurare e monitorare non solo la vivibilità in relazione al benessere del cittadino, ma soprattutto la capacità di una città a sostenere i processi di sviluppo, consentire l’inserimento nella rete mondiale degli interessi economici, salire nella graduatoria della rilevanza economica.

Una caratteristica sorprendente del discorso sullo sviluppo urbano sostenibile è l'assenza di un serio impegno con la problematica ambientale, che porta ad affrontare la questione ambientale come un problema tecnico-manageriale, che lo riduce a un elenco di qualità fisiche. Tra l'ambiente e l'urbanizzazione vi è un rapporto dialettico e le trasformazioni ecologiche sono prodotti di relazioni di potere. La città (nella sua dimensione sociale, fisica e politica) è il risultato di un processo storico-geografico di urbanizzazione della natura e delle relazioni sociali inscritte in queste trasformazioni; perciò città, cultura e natura sono indissolubilmente legati tra loro. Ma questa dialettica nei discorsi dello sviluppo urbano sostenibile è ignorata, innanzitutto per non mettere in discussione né lo sviluppo né l’urbanizzazione visti dal pensiero dominante come in dissolutamente uniti.

6. Concludendo



La problematica dello sviluppo è parte dell’immaginario occidentale. La caratteristica peculiare di questo immaginario è che la crescita e il progresso possano svilupparsi all’infinito. Questa anticipazione di un futuro migliore grazie all’aumento costante dei beni prodotti è diffusa ovunque. Ma come dice Rist l’egemonia dello sviluppo si è potuta affermare solo grazie ad un illusione semantica, attraverso la creazione del sottosviluppo, cioè creando uno “pseudo contrario” che ha trasformato una credenza in senso comune e verità assoluta facendo credere nella possibilità di trasformare l’intero mondo ad immagine e somiglianza dell’occidente. Questa illusione di prosperità materiale infinita si è rafforzata ulteriormente quando i paesi sottosviluppati sono diventati “in via di sviluppo” così che una anticipazione si è trasformata in promessa!

Ho parlato di credenza, seguendo il ragionamento e spiegazione di Rist proprio perché ci comportiamo nei confronti dello sviluppo come nei confronti di una qualsiasi altra credenza. Magari nel privato qualcuno di noi ha avuto qualche dubbio su questo mito, ma questo “non impedisce di pregare all’unisono” – dai capi di stato, ai tecnocrati dell’economia, ai cittadini, alle organizzazioni internazionali, e persino gli intellettuali, di destra e di sinistra, atei e religiosi, bianchi e neri. “da questa credenza condivisa nasce il vincolo sociale, che si esprime sotto forma di pratiche obbligatorie che rafforzano le adesioni”. Come tutte le credenze è il presupposto che fonda il credo iniziale e plasma la risposta al problema posto. E’ un circolo chiuso che non prevede una verifica esterna, o una prova della sua veridicità. Le credenze sono tali – proprio perché è sulla fede, sulla fede sola – sulla quale si basa l’adesione, condivisione di questa.

Non si spiegherebbe altrimenti quello che è accaduto e accade. I libri sono pieni di racconti, testimonianze, statistiche analisi qualitative e quantitative della sovrabbondanza di merci da una parte e della povertà, diseguaglianza, esclusione dall’altra. Il divario tra nord e sud, così come tra classi sociali, aumenta. Per una civiltà che si proclama avanzata, accettare che ancora ogni anno muoiano di fame almeno 26,000 mila bambini e continuare a perseguire lo sviluppo , non può che essere la conseguenza di una credenza almeno pari a quella delle grandi religioni del mondo.

Eppure, i teorici, gli studiosi, i pensatori, gli esperti non ammetterebbero che lo sviluppo è una credenza, anzi parte della grande credibilità di questo mito è proprio averlo spacciato per sapere scientifico, oggettivo.

Nota

Inseriremo i testi di Ricoveri, Bevilacqua, Dall'Olio, Mattei appena disponibili. Salzano, che è intervenuto al posto di Loris Campetti, ha esposto i contenuti dell'Eddytoriale n. 144, cui si rinvia.

Per i riferimenti bibliografici si rinvia al documento Letture introduttive.

Lungo la “linea rossa”. L'attenzione delle due giornate centrali si rivolge all’ideale “linea rossa” che segna il margine urbano, il luogo dove si manifestano in modo più evidente le contraddizioni e i conflitti sui diversi modi di uso del territorio. Abbiamo selezionato due casi italiani - Milano e Firenze – perché li riteniamo rappresentativi dei problemi da affrontare, del grado di autorevolezza dei poteri pubblici, del ventaglio di politiche territoriali messe in campo, del contenuto e dell’efficacia di piani urbanistici e territoriali, del ruolo svolto da abitanti, terzo settore, soggetti economici. Due città governate in modo continuativo per oltre vent’anni ciascuna dalla stessa maggioranza politica, tra loro antitetiche. Possiamo, oggi, leggere criticamente quanto è successo non solo e non tanto a partire da astratti modelli di piano e di urbanistica contrapposti tra loro, quanto piuttosto dai caratteri - fisici, funzionali, sociali - delle parti di città investite dalle trasformazioni e dalle diverse opzioni, economiche e sociali, sottese alle decisioni.

Attorno a Milano. Milano è un esempio paradigmatico di "cattura del regolatore" da parte dei percettori di rendite e del "nuovo parastato". I primi, come noto, costituiscono il blocco dominante, in grado di condizionare le decisioni pubbliche sull'uso del territorio, piegandole alle proprie convenienze. Ma non va sottovalutato il peso dell'universo di società che si muove a cavallo tra il mondo pubblico e quello privato (concessionari e gestori delle reti, agenzie di servizi, ecc.), prendendo - ci si perdoni la semplificazione - il peggio di entrambi. Le distorsioni sull'uso e sull'assetto del territorio determinate da questo secondo blocco di soggetti sono altrettanto rilevanti, con l’ulteriore complicazione dovuta al fatto che - formalmente - essi agiscono in nome e per conto delle amministrazioni pubbliche.

Entrambe queste categorie hanno dato impulso ad una congerie di progetti, promossi da attori singoli secondo logiche parziali e difficilmente riconducibili a una qualsivoglia strategia territoriale complessiva (se non nelle vuote retoriche dello sviluppo), pesantemente condizionati da aspettative di valorizzazione immobiliare e da una ragnatela di interessi consociativi, non di rado illeciti. Un grumo di interessi che ha trovato la sua legittimazione formale tanto nei piani urbanistici, quanto nelle cosiddette opere infrastrutturali strategiche.

Affidiamo a Giuseppe Boatti il compito di spiegare perché il PGT di Milano, adottato dalla giunta Moratti, è un micidale strumento per la moltiplicazione parossistica delle possibilità di valorizzazione immobiliare, e a Serena Righini il compito di descrivere perché anche la bulimia infrastrutturale milanese è funzionale allo stesso scopo.

Attorno a Firenze. La Toscana è una regione opulenta, socialmente pacificata, soddisfatta di sé, stretta ai propri miti e di consolidata tradizione politica. Ed è, soprattutto, una regione nella quale si è sperimentata con successo la possibile convivenza tra economia di mercato e protezioni dello stato sociale . Rappresenta quindi un luogo ideale per ragionare attorno all’efficacia e ai limiti delle politiche pubbliche e, in particolare, per riflettere sull’eredità delle scelte compiute nel passato (relative all’industria, alla residenza e alle infrastrutture) e per comprendere ragioni e conseguenze delle scelte promosse dagli amministratori attuali, soggetti protagonisti sulla scena regionale.

Dalla Toscana provengono anche alcuni contributi significativi per la costruzione di un immaginario alternativo, riguardante il modello di insediamento, il contenuto dei piani, i comportamenti delle amministrazioni locali, le forme di coinvolgimento della cittadinanza attiva.

In questa differente prospettiva, i caratteri del territorio e le relazioni fra quest’ultimo e i suoi abitanti rivestono un ruolo cruciale. Al contrario, nell’idea di sviluppo economico che ancora domina le politiche pubbliche regionali e locali, questo aspetto non è compreso o è giudicato secondario. Il terreno dove si confrontano e si scontrano con maggior forza le visioni alternative è la piana fiorentina, un’area investita da una trasformazione tanto intensa quanto problematica. Che si tratti delle decisioni riguardanti il destino delle aree urbane (come ci spiegherà Roberto Vezzosi) o quello dei brandelli di territorio rurale scampati, per ora, all’urbanizzazione (come ci spiegherà Lorenzo Venturini), le prospettive complessivamente delineate dai piani e dalle politiche pubbliche appaiono oggi ricche di contrasti. Conviene dunque esaminarle per capire compiere una salutare verifica dei limiti e delle contraddizioni possibili in seno all’azione pubblica.

Lontano dall’Italia. L'illustrazione dei casi italiani è affiancata da due comunicazioni rigurdanti alcune esperienze europee, potenzialmente virtuose. Vogliamo proseguire e idealmente concludere la trattazione di casi europei che negli anni passati ha riguardato il contenimento dello sprawl, la promozione dell’intercomunalità, la riqualificazione urbana e gli spazi pubblici, la realizzazione di insediamenti ad elevata vivibilità. Vogliamo sottolineare una volta di più l’importanza che rivestono oltre confine le politiche pubbliche per le città, non solo nel caso di governi particolarmente attenti alle questioni ambientali e sociali, ma persino nel caso di governi più sensibili alle sirene liberiste (seppure con una connotazione market-oriented). I casi illustrati dimostrano la possibilità di concepire strategie di lungo respiro, non ripiegate sulla composizione di interessi contingenti, di formalizzarle attraverso strumenti di piano prescrittivi, di indirizzo e di valutazione, e di promuoverne l’attuazione attraverso iniziative mirate, sui luoghi e con le persone.

Maria Cristina GIbelli partirà dal caso milanese (riprendendo le considerazioni sviluppate da Giuseppe Boatti, in particolare sull'utilizzo della perequazione urbanistica) per poi approfondire modelli di pianificazione all'opera (sia prescrittivi, sia condizionali) alternativi a quello lombardo, facendo cenno ad alcune esperienze significative: il programma VINEX, in Olanda, e lo SDAU della regione Ile de France. Francesca Blanc, dopo un inquadramento relativo alle leggi catalane e ai piani vigenti nell’area metropolitana di Barcellona, illustrerà nel dettaglio due esempi di gestione dello spazio periurbano: i parchi agrari del Baix Llobregat e de Gallecs, Mollet del Vallès.

Per chi volesse documentarsi, su eddyburg sono raccolti numerosi articoli sulle vicende milanesi e toscane. Qui di seguito una selezione di quelli più recenti.

Sul dibattito che ha preceduto l’elezione del sindaco Pisapia

- Maria Cristina Gibelli, Fabrizio Bottini, Milano: rilanciare la metropoli è possibile

- Sergio Brenna, Ciò per cui vorremmo che Pisapia lottasse

Sul PGT

- Giuseppe Boatti, Milano PGT: I privati gestiscono tutto

Sull’Expo

- Gallione e altri, Expo 2015: innovazione o solo trasformazioni urbane?

Sui programmi integrati di intervento

- Bottini, Gibelli, Programmi di Dequalificazione Urbana

Sulle critiche alle politiche urbanistiche toscane

- Paolo Baldeschi, L’itinerario regressivo dell’urbanistica fiorentina.

- Paolo Baldeschi, Fiato corto della politica in Toscana

- Paolo Baldeschi, Analisi critica del PIT

- Marco Massa, Progetto di città e analisi critica della legge urbanistica

Sulle riflessioni nell’ambito della “scuola territorialista”

- Alberto Magnaghi, Una ricerca sul processo storico di formazione del territorio della piana di Firenze

- Alberto Magnaghi, L’arte degli scenari nella costruzione del progetto locale

Beni comuni e bene comune

Beni comuni è una espressione inflazionata, riemersa dalla notte dei tempi agli inizi del Terzo Millennio nella crisi del neoliberismo, come uno strumento utile a contrastare la privatizzazione e l’appropriazione del mondo da parte del capitale nelle sue due espressioni storiche – Stato e Mercato: come uno strumento capace di evitare che beni, servizi e rapporti sociali cessino di essere valori d’uso e siano mercificati, e cioè trasformati in valori di scambio per il profitto da realizzare sul mercato capitalistico degli equivalenti. Ovviamente i beni comuni esistevano anche quando non se ne parlava, nei due-tre secoli dopo la loro cancellazione con la Rivoluzione industriale che li ha considerati come un ostacolo al progresso e allo sviluppo, un lascito indesiderato del passato da superare più in fretta possibile – come è accaduto all’agricoltura contadina nel secolo scorso. La loro riemersione è segno di una vitalità nuova di opposizione diffusa alla distruttività del capitalismo, ma soffre di un vuoto di conoscenza e di memoria storica, e questo favorisce il fiorire di interpretazioni diverse e talvolta opposte, che possono creare confusione e ritardare l’affermarsi dell’alternativa. Una di queste confusioni è quella tra “il bene comune”, che non è il singolare di beni comuni ed esprime invece l’interesse generale o il benessere; ma non una struttura materiale, come una risorsa naturale o uno spazio fisico, come sono i beni comuni.

Il neoliberismo e la privatizzazione dei beni comuni

Storicamente, la ripresa di interesse per i beni comuni risale alla crisi del neoliberismo, che ha fatto fare un ulteriore e significativo salto di scala alla distruttività del sistema capitalistico, dopo i precedenti salti di scala come quello del consumismo o consumo di massa del secondo dopoguerra che ha promesso la società dell’abbondanza nascondendone il lato oscuro – dall’aumento incontrollato dei rifiuti o scarti, al depauperamento delle risorse naturali usate oltre la loro “capacità di carico”, alla separazione sempre più marcata tra produzione per il soddisfacimento dei bisogni e produzione per l’aumento del profitto, allo spreco di risorse incluso quelle essenziali alla vita sul pianeta, alla rottura dei rapporti sociali, alla de-responsabilizzazione sociale dell’impresa (che ha delocalizzato nel mondo il ciclo di produzione di merci e servizi, rendendo possibile licenziare per email i lavoratori delle aziende del ciclo catena quando il loro profitto scende al di sotto del target prefissato dall’azienda madre).

Il capitalismo finanziario

Nella fase di attuale crisi del capitalismo finanziario, la proposta dei beni comuni come ordine sociale e istituzionale alternativo a quello del capitalismo non è più solo l’auspicio di studiosi e attivisti ma una necessità storica per arginare il saccheggio della natura e l’imbarbarimento sociale: il cambiamento climatico, la fame e la morte per fame di oltre un miliardo di persone, l’insicurezza alimentare, le malattie causate dall’uso di sostanze nocive in agricoltura e nell’industria, le leucemie e malformazioni causate dall’energia nucleare civile e militare, l’inquinamento dell’acqua, dell’aria e delle catene trofiche, le nuove povertà, la disoccupazione specie dei giovani, l’esclusione e la marginalità sociale. Il finanzcapitalismo, come il sociologo Luciano Gallino ha definito questa fase della crisi, è una megamacchina (nel senso definito a suo tempo da Lewis Munford) sviluppata per “massimizzare e accumulare, sotto forma di capitale e di potere, il valore estraibile sia dal maggior numero possibile di esseri umani sia dagli ecosistemi”. In questo, essa supera tutte le precedenti megamacchine perché “si estende sull’intero pianeta e penetra in modo capillare in tutti gli strati della società, della natura e della persona”. La deriva finanziaria del capitalismo appare ancora più gravida di conseguenze negative quando si osserva che i paesi emergenti del Sud del mondo – India, Cina, Brasile e Sudafrica – seguono lo stesso percorso di sviluppo del Nord, incuranti sia del suo fallimento sia del prezzo che così addossano sulle popolazioni locali, in lotta contro la loro spoliazione.

Cause e soluzioni della crisi finanziaria globale

Nella discussione pubblica, le cause della crisi finanziaria sono attribuite all’eccesso di spesa pubblica, alla scarsa produttività del lavoro, e soprattutto alla “mancata crescita” capitalistica, così come le soluzioni proposte vanno dalla privatizzazione delle utilities e dei servizi locali, alle grandi infrastrutture, alla svendita del patrimonio culturale, agli eurobonds – tutto a sostegno della crescita senza precisare di che cosa: la crescita è infatti l’imperativo degli economisti keynesiani e liberisti, così come dei politici, anche (soi disant) di opposizione. Tutti sappiamo che la verità è un’altra: in Occidente gli Stati non riescono più a pagare gli interessi sui debiti contratti per la loro politica di potenza (le guerre, l’esportazione del modello occidentale di sviluppo, le politiche razziste e xenofobe di immigrazione dal Sud), per la rete di corruzione sempre più estesa del settore pubblico oltre che di quello privato, per le scelte sbagliate e per le mancate scelte di politica economica e di politica ambientale, che provocano entrambe disastri naturali, sociali ed economici, indennizzati a posteriori senza mai affrontarne le cause di fondo. I governi dell’Occidente hanno consegnato l’economia prima alle multinazionali prima e dopo alla finanza e ai mercati: grandi patrimoni, grandi banche, fondi di investimento, fondi pensione, assicurazioni – speculatori di professione, come li chiamava Keynes - 10 milioni di persone, secondo stime recenti delle Nazioni unite, che decidono le sorti di 7 miliardi di persone. Gli Stati di tutti i paesi occidentali, e soprattutto europei, tentano ora di scaricare il prezzo dei loro errori sui pensionati e sui lavoratori a reddito fisso, sugli studenti, sui malati e sui Comuni, che dovrebbero essere il presidio della democrazia: ma la democrazia è da tempo incompatibile con le richieste dei mercati e con il capitalismo.

Di che parliamo quando parliamo di beni comuni

I beni comuni sono innanzitutto quelli legati alle risorse naturali necessarie alla sopravvivenza di tutti gli esseri viventi sulla terra, umani e non, e cioè all’acqua, all’aria, alla terra e al fuoco-energia, i quattro elementi vitali di Empedocle, il filosofo vissuto nel quarto secolo a.C. Ciascuno di questi elementi è molte cose insieme, in particolare la terra è terra fertile da coltivare, biodiversità, pascoli e foreste, ma anche suolo su cui costruire, risorse del sottosuolo, etc.; l’acqua è indispensabile alla vita e in quanto tale è un diritto umano ma è anche necessaria a tutte le produzioni agricole e industriali, oltre ad essere la linfa vitale della terra. Vi sono poi anche altri beni comuni come quelli culturali che non sono legati direttamente alle risorse naturali e sono invece il frutto della interazione tra l’uomo e la natura come il paesaggio, i beni artistici e il patrimonio culturale. Altri beni comuni sono i servizi pubblici e quelli di welfare – l’acqua potabile e i servizi igienici nelle abitazioni, i trasporti collettivi, la scuola e gli ospedali, costruiti nel corso del tempo con il risparmio e il lavoro dei cittadini. Esistono infine altri beni comuni detti della conoscenza, che includono i saperi, internet, i creative commons e wikipedia, il variegato mondo digitale e non della comunicazione.

La sussistenza

Nel mio libro recente, Beni vs Merci, che è alla base della mia riflessione anche in questa sede, mi occupo soprattutto dei beni comuni di sussistenza, quelli legati alla natura non perché penso che gli altri beni comuni sono meno importanti ma perché sono convinta che ogni categoria di beni comuni ha una sua specificità e deve essere analizzata a partire dal suo statuto, evitando semplificazioni che non aiutano né a capire né a favorire il cambiamento di paradigma da tutti auspicato a fronte della distruttività del capitalismo nella sua fase di sistema finanziario, che produce ricchezza di carta. Una seconda ragione di questa scelta sta nel fatto che i beni comuni naturali o di sussistenza riguardano tutti – ricchi e poveri, nei paesi del Nord e in quelli del Sud. Per vivere (e stare in buona salute) tutti abbiamo o avremmo bisogno di aria pura e di acqua non inquinata, di una porzione anche se piccola di terra su cui vivere e costruirsi una casa, di energia e di fuoco per cucinare e accedere agli altri beni comuni come i trasporti o internet. Ma acqua, aria, terra e fuoco non si producono in laboratorio perché sono la vita stessa, un dono gratuito della natura a tutti noi. Se l’attività degli uomini distrugge questo dono, cessa la vita sulla Terra come è già successo a molte comunità e civiltà in passato. La sussistenza cambia nel tempo e nello spazio perché è storicamente determinata: ma la base cu cui si fonda non è opera dell’uomo bensì della natura. Si può dunque affermare che “Nessuno può fare a meno della natura”.

Un po’ di storia

In passato in Europa, e ancora oggi in molte parti del Sud del mondo e in alcune parti dell’Europa - come racconta Elinor Ostrom, la studiosa americana premio Nobel per l’economia nel 2009 - i beni comuni di sussistenza sono risorse naturali come ad esempio un campo che una comunità coltiva in regime di autogestione senza averne la proprietà; la comunità ne è solo usufruttuaria, e proprio per questo usa il bene in modo sostenibile senza esaurirlo, contrariamente a quel che accade nel regno delle merci; i beni comuni di sussistenza possono essere anche diritti d’uso collettivi sui frutti derivanti da un bene naturale come gli usi civici in Italia. In entrambi i casi, i beni comuni di sussistenza esprimono una forma di organizzazione sociale e produttiva basata sulla comunità, diversa e alternativa a quella del mercato capitalistico perché nell’ambito della comunità le persone tendono a prendere decisioni che non mirano solo al profitto, come dimostrano gli studi di caso condotti dalla Ostrom. Questa forma di organizzazione sociale e produttiva si fonda sulla partecipazione dal basso alla cosa pubblica mette in discussione la democrazia di mandato la dicotomia Stato-Mercato e il potere burocratico e parassitario di questi due soggetti. Questa forma di organizzazione è stata la norma in Europa per diversi secoli ed è ancora una realtà importante nei paesi in ritardo di sviluppo del Sud, dove 1/3 circa della popolazione mondiale vive e sopravvive grazie ad essa, secondo stime delle Nazioni Unite.

I beni comuni oggi: una proposta

Noi cittadini del Nord non ne siamo consapevoli, ma i beni comuni e le comunità esistono anche nelle città e nelle metropoli del Nord, non certo nella forma delle comunità di villaggio medievali ma come movimenti/comitati che si organizzano e lottano per la difesa del territorio e della salute, per la scuola pubblica e per una corretta gestione dei rifiuti, per l’acqua pubblica e per i servizi pubblici locali come si è visto nei recenti referendum su acqua, servizi pubblici locali, energia nucleare, che hanno mobilitato il paese per mesi, e hanno conquistato il consenso di quasi 28 milioni di elettori. La battaglia non è certo vinta una volta per tutte, e del resto nessuno si illude che la gestione “pubblica” dell’acqua trasformi l’acqua in bene comune, autogestito dagli utilizzatori. E’ una vittoria che rischia di essere svuotata di significato già il giorno dopo le votazioni, perché i cittadini non hanno più potere dopo il voto, quando la realizzazione dei risultati del voto passa nelle mani delle burocrazie di partito. Per evitare che ciò accada, occorre riconoscere ai cittadini, organizzati in comitati e movimenti, la sovranità di co-decidere – insieme alle altre istanze come i governi locali – sulla destinazione della risorsa in tutto il suo ciclo di vita, a monte e a valle. L’esempio del comitato della Val di Susa, che da vent’anni lotta contro la costruzione di una linea ferroviaria ad altra velocità, è un caso emblematico di questo problema: occorre cambiare le leggi in modo che i comitati come quello della Val di Susao possano sedersi al tavolo della trattativa avendo lo stesso potere delle autorità locali, nazionali ed europee. E’ questa la proposta che nel mio libro ho definito “il ritorno dei beni comuni”, che va ben oltre la loro riappropriazione, rivendicata in tutte le parti del Sud del mondo dalle popolazioni locali. Come dice Boaventura de Sousa Santos al punto quattro della “Lettera alle sinistre” allegata alla presente, “L’esperienza dimostra che nel mondo esistono numerosissime realtà non capitalistiche, che chiedono di essere riconosciute come il futuro dentro il presente”.

Lo “sviluppo” locale

Un aspetto particolarmente importante a favore del paradigma dei beni comuni riguarda la valorizzazione del locale, che il capitalismo svilisce e distrugge. Il relatore speciale per il diritto al cibo delle Nazioni Unite, Oliver De Schutter, ha sostenuto nel suo rapporto all’Assemblea generale del dicembre 2010 che l’agricoltura organica locale permetterebbe di raddoppiare la produzione agroalimentare dell’Africa in un periodo compreso tre 3 e 10 anni. L’agricoltura è un esempio emblematico di questa questione: rispetto all’agricoltura monoculturale delle multinazionali, l’agricoltura locale riduce la distanza tra produzione e consumo facendo, riduce sensibilmente la produzione di CO2, garantisce il valore nutritivo dei cibi, contribuisce alla difesa idrogeologica del territorio e al mantenimento della fertilità dei suoli, alla sicurezza e alla sovranità alimentare e alla conservazione della biodiversità, che è alla base della vita sul pianeta. La produzione locale valorizza inoltre l’intelligenza, l’energia e i saperi delle popolazioni locali che conoscono meglio di qualsiasi tecnico della Banca mondiale le potenzialità produttive del loro territorio e le attitudini delle comunità locali. La maggior parte dei fallimenti dei programmi di sviluppo e cooperazione verso i paesi del Sud dipende proprio dal dirigismo astratto e predatorio con cui i tecnici si rapportano alla popolazioni locali, come se esse fossero “ignoranti” e inferiori. Quei programmi esprimono solo gli interessi delle multinazionali e dei governi del Nord, non quello delle popolazioni locali: dicono di valorizzare i beni comuni locali, e invece li distruggono.

Paradigmi a confronto

Il primo paradigma – quello dei beni comuni - permette di riunificare produzione e consumo, che il mercato capitalistico ha drammaticamente separato;

- permette di produrre beni e servizi che non sono merci;

- non distrugge le risorse naturali ma le usa in modo sostenibile;

- è basato sulla cooperazione e non sulla competitività

- misura la produttività in base al soddisfacimento dei bisogni e non alla max del profitto;

- non produce scarsità, neanche quando le risorse sono finite e non riproducibili;

- nella comunità, le persone tendono a prendere decisioni che non mirano solo al profitto

- opera in regime di autogoverno, e permette quindi la partecipazione dei cittadini alla formazione delle scelte politiche che li riguardano;

- rompe pertanto la dicotomia soffocante Stato-Mercato.

Nessuno è tuttavia tanto ingenuo da pensare che la gestione delle risorse naturali da parte delle popolazioni locali sia di per sé sufficiente a far funzionare un società complessa come quella oggi prevalente, rendendolo il paradigma dei beni comuni totalmente alternativo al paradigma del capitalismo: vi sono scelte politiche che richiedono un livello decisionale superiore a quello locale, e al momento non è chiaro come sarà risolto questo problema. Oggi non lo sappiamo. Quel che sappiamo è che la forze, le idee e la determinazione per avviare la transizione non possono venire che dal movimento carsico che in tutto il mondo impegna milioni di persone alla ricerca di un mondo diverso. Se il processo avrà un seguito, è possibile che spezzoni delle attuali classi dirigenti siano disponibili a sostenerlo – ma non saranno loro ad innescare il processo (Guido Viale su il manifesto, 17 agosto 2011)

La riconversione ecologica della società e la riterritorializzazione dei mercati

Il cambiamento di paradigma si realizzerà in molti modi, primo tra tutti – specie nei paesi industrializzati dell’Occidente – attraverso la riconversione ecologica dei settori più sensibili come quelli in crisi perché producono beni obsoleti com’è l’automobile nel quadro attuale della mobilità; le energie rinnovabili non inquinanti e decentrate sul territorio; l’agricoltura organica e contadina; la cura e la manutenzione del territorio, oggi ridotto a merce edificatoria. Ma la riconversione non va intesa come un progetto deciso a monte dallo Stato (la pianificazione), ma come un processo dal basso, avviato fabbrica per fabbrica, territorio per territorio, campo per campo. La riterritorializzazionde dei mercati non è un obiettivo deciso da qualche autorità centrale o locale, ma una scelta consapevole dei cittadini che si difendono dalla distruttività del capitale e dei mercati. I beni comuni di sussistenza sono locali per definizione; la loro forza e capacità di resistere nel tempo, nonostante tutti i tentativi di eliminarli, sta proprio nella loro diversità e nella flessibilità con cui le comunità sono capaci di adattarsi al contesto in cui operano. I soggetti del cambiamento, da cui trarre le idee e la forza per innescare il cambiamento, vanno identificati paese per paese, vista la diversità esistente tra di essi. Nel caso dell’Italia, i soggetti che animano i movimenti sono gli operai delle fabbriche in crisi, gli studenti, i giovani disoccupati, le donne, i cittadini in lotta contro i rifiuti e l’alta velocità ferroviaria, quelli colpiti oggi dalla manovra economica decisa dal governo per “salvare” il paese.

Bibliografia minima

Zygmunt Barman, Voglia di comunità, Roma-Bari, Laterza 2001

Piero Bevilacqua, Il grande saccheggio. L’età del capitalismo distruttivo, Roma-Bari, Laterza 2011

Boaventura de Souza Santos, Lettera alle Sinistre, Carta Maior, 29 agosto 2011

Luciano Gallino, Finazcapitalismo. La civiltà del denaro in crisi, Torino, Einaudi 2011

Elinor Ostrom, Governare I beni collettivi, Venezia, Marsilio 1990 e 2006

- Cooperating for the Public Good: Self-Governance, Polyentricity and the Commons, ciclostilato

Giovanna Ricoveri, Beni comuni vs Merci, Milano, Jaca Book 2010

- a cura di, Beni comuni tra tradizione e futuro, Bologna, Emi 2005

Guido Viale, Vari saggi sul suo blog (guidoviale.blogspot.com) e sul quotidiano il manifesto

Premessa. La crisi

Non è più solo dalla sponda più radicale che si parla della situazione attuale come di una crisi DEL sistema, e non di una crisi NEL sistema. Sebbene il sistema capitalistico abbia conosciuto altre crisi e ne sia sempre uscito (è stato paragonato a Proteo, il dio marino che continuamente sfugge agli importuni trasformandosi), ci sembra che la crisi attuale abbia alcuni connotati particolari:

- il sistema sopravvive solo bruciando risorse ormai vicine all’esaurimento, da quelle ambientali a quelle umane;

- le sue contraddizioni non sono esportabili all’esterno del suo core (la società nord-atlantica), ma colpiscono il suo stesso bacino sociale;

- le misure adottate dai governanti attuali sono tali da aggravare la crisi anziché mitigarne gli effetti.

A noi questa crisi non c’interesse solo in quanto cittadini (dell’Italia, dell’Europa e del mondo), ma anche per le fortissime connessioni che ha con il territorio: con l’habitat dell’uomo, che è il nostro riferimento culturale e pratico. Così come è in riferimento al territorio e alle sue trasformazioni che ci hanno interessato gli altri temi che abbiamo discusso nelle sette edizioni della scuola, che Mauro Baioni ha riepilogato nel suo di apertura di questa edizione.

Il nostro riferimento è il territorio: l’habitat dell’uomo

Credo che sia utile precisare che cosa intendiamo per città e per territorio. Noi consideriamo la città – una delle più significative invenzioni della storia dell’uomo – l’habitat che l’uomo si è costruito nel corso di millenni di storia. L’habitat dell’uomo, anzi – e la precisazione è importante – della società. La “città è la casa della società”, ho insegnato per un paio di decenni ai miei studenti.

É un habitat del quale individuiamo un triplice aspetto, cui alludono le tre parole connesse alla sua definizione: urbs, civitas, polis. La città come insieme di spazi fisici organizzati. La citta come società che ha costruito la sua “casa”. La città come governo sociale delle sue trasformazioni fisiche e funzionali.

Nei secoli a noi più vicini questo habitat ha cambiato configurazione. Città e campagna erano stati fino ad allora due realtà separate, quasi contrapposte. Con la rivoluzione borghese e l’affermazione del sistema capitalistico la configurazione è cambiata. Le esigenze he la città soddisfaceva, le sue funzioni, hanno interessato parti via via più consistenti della superficie del pianeta. Per varie ragioni e con vari strumenti le caratteristiche della vita urbana si sono estese via via all’intero territorio. E oggi possiamo dire che è l’intero territorio che è divenuto “la casa della società”.

Naturalmente questo non è l’unico modo in cui si può vedere il territorio, non è l’unico punto di vista necessario. Ma direi che è quello proprio a chi si occupa di urbanistica.

Sette edizioni della scuola di eddyburg

Nella sua introduzione alla VII edizione della scuola Mauro Baioni ne ha ricordato le intenzioni, i temi e lo svolgimento. É stata una ricapitolazione utilissima, anche perché per noi la storia (anche quella minima delle nostre vicende) è sempre il punto di partenza per vivere consapevolmente il presente e guardare il futuro. E per il nostro lavoro questo è vero soprattutto oggi, dato che questa è l’ultima edizione della Scuola di eddyburg così come l’avete conosciuta: è troppo impegnative e costosa per quei pochi che ci lavorano perché si possa continuare così. Dovremo cambiare formato – ma di questo parleremo più avanti.

Non posso però mancare di ringraziare, a nome di voi tutti, i due cirenei di questa vicenda: Mauro Baioni e Ilaria Boniburini, che con il loro lavoro, sacrificando molto della loro vita privata e di quella professionale, hanno consentito di condurre questa esperienza sforzandosi continuamente di migliorare la qualità del servizio che la scuola rende ai suoi utenti e di contenerne i prezzi.

Insieme a loro, devo ringraziare i numerosi docenti che ci hanno aiutato nell’ambito delle loro competenze, rinunciando a ogni compenso e donandoci il tempo prezioso dei loro saperi.

Infine, a nome di tutti quelli che hanno lavorato per produrre le 7 edizioni della scuola di eddyburg, vorrei ringraziare gli studenti che con il loro interesse, i loro interventi, i loro multiformi apporti hanno arricchito ciascuno di noi.

Dall’analisi alla proposta

Tutto il percorso settennale della scuola ci ha fatto lavorare nel campo della condizione attuale della città, svelando le caratteristiche di fondo di quella che abbiamo definito “la città del neoliberismo”. É questa città che costituisce oggi il problema, il nostro problema. E oggi vogliamo guardarla secondo un approccio polarizzato non tanto sul comprendere che cosa essa è per denunciarlo, ma sul ragionare come, su quali basi, è possibile costruire un’alternativa alla “città della rendita”: costruire una “città dei cittadini”, un habitat per gli abitanti del mondo di oggi e di domani.

Come urbanisti ci siamo posti una domanda che mi sembra cruciale. Sono trent’anni almeno che il neoliberismo è diventato l’ideologia dominante e ispira le politiche economiche, sociali e urbane in tutto il mondo. Sono vent’anni almeno che in Italia, dopo aver dileggiato l’”urbanistica autoritativa”, la si è sostituita con le pratiche dell’”urbanistica contrattata”.

Sono trascorsi insomma alcuni decenni da quando si è abbandonata la pianificazione pubblica, esercitata in funzione dell’interesse generale, sostituendola con modalità inventate in nome della liberalizzazione, della privatizzazione, dell’aziendalizzazione dei processi di decisione e attuazione delle trasformazioni del territorio.

Sono trascorsi alcuni decenni, eppure il disagio delle cittadine e dei cittadini è aumentato, i problemi nodali (la casa, i trasporti, l’ambiente e la salute, l’equità) sono diventati via via più gravi. E accanto a questo, mentre si intravede un fiume di ricchezza scorrere nei canali degli interessi privati leciti e illeciti, si scoprono deficit impensabili nelle risorse da destinare alle esigenze collettive.

Un nuovo paradigma

Il nostro campo di lavoro (il territorio) ci è sembrato rappresentare con rara efficacia i danni provocati dal neoliberismo all’insieme delle condizioni di vita e alle prospettive della società planetaria. Occorreva analizzarlo ancora meglio, poiché solo da un’analisi corretta (che non si fermi alla denuncia, ma sappia individuare ed esplorare le cause profonde) può nascere un insieme efficace di proposte.

Il lavoro che abbiamo compiuto in questi mesi è stato quello di comprendere meglio qual è il paradigma, qual è l’insieme di valori, principi, regole, interessi, condizioni che determina la configurazione attuale della città. Era ed è – lo abbiamo compreso ancora meglio in questa giornate – il paradigma della crescita indefinita della produzione di merci indipendentemente da ogni valutazione delle loro qualità intrinseche in funzione del miglioramento dell’uomo e della società, il paradigma che ha assunto come parametro di valutazione dominante lo “sviluppo”, in quel suo significato schiacciato sulla dimensione economica, propria a questa particolare economia nella quale viviamo.

Mi riferisco spesso alla “economia data”, per alludere al fatto che questa non è né l’unica economia storicamente esistita né l’unica possibile. A mio parere è un’economia che va radicalmente trasformata, come molte altre cose ad essa legata. Ma è quella nel cui ambito viviamo, e che dobbiamo conoscere nelle sue caratteristiche, conseguenze, mutazioni. Se almeno vogliamo comprendere ciò che accade e in che modo possiamo agire per comprendere il mondo e contribuire a trasformarlo.

Questa economia (l’economia del capitale) ha avuto una profonda mutazione negli ultimi decenni. Noi abbiamo cominciato a registrarne gli effetti nella seconda edizione della scuola, quando Giovanni Caudo ci parlò delle trasformazioni sottese alla questione della casa. Se ascoltiamo le analisi più acute del capitalismo di oggi (mi riferisco ad esempio a quella di Luciano Gallino, riassunta nel suo Finanzcapitalismo) scopriamo siamo passati a una finalizzazione dell’economia ancora più devastante per l’uomo di quanto quel sistema non fosse già nelle sue precedenti mutazioni. Dopo la fase che possiamo sintetizzare nella riduzione dei “beni” a “merci”, siamo passati dall’assunzione delle ricchezza monetaria come unica finalità dello “sviluppo”. Il ciclo dell’economia non è più Merce1>Danaro>Merce2, (dove Merce2 è maggiore di Merce1 e Danaro è l’intermediario), ma Danaro1>Danaro2, dove la ricchezza e il potere dei più ricchi e potenti è l’unica finalità dell’economia, dunque della politica, dunque della società.

In altri termini, il meccanismo economico che governa le nostre vite non ha più, come centro del suo ciclo, la produzione industriale di oggetti e servizi utili, o resi utili mediante i meccanismi dell’induzione del consumo. Il danaro non è più l’intermediario per la trasformazione delle merci in un nuovo insieme di merci vendibili a un prezzo più alto di quello delle merci acquistate, ma è la finalità dell’esercizio del potere economico. Poiché attraverso la finanza si è scoperto, e largamente praticato il sistema di trasformare il denaro in più-danaro semplicemente attraverso due strumenti: il saccheggio delle risorse disponibili (dai beni comuni a tutto ciò che è trasformabile in merce), e l’incremento forzoso dell’indebitamento delle famiglie e degli stati.

L’urbanistica finanziarizzata

Nell’ambito in questa mutazione del sistema capitalistico anche il modo di sfruttare il territorio è modificato.

Una volta il territorio era adoperato per le utilizzazioni agro-silvo-pastorali e per quelle urbane. Poi è stato adoperato per queste, cui si è aggiunta la produzione di incrementi della rendita fondiaria (poi immobiliare). Poi è diventata centrale la produzione di incrementi della rendita immobiliare derivante dalla urbanizzazione e costruzione di edifici: è la fase nella quale i poteri dominanti hanno avuto come loro strumento l’ urbanistica contrattata.

Oggi siamo passati a una fase ulteriore. Il suolo è diventato portatore di qualcosa – chiamiamoli “crediti edificatori” – che è qualcosa di simile a un titolo di credito: un certificato corrispondente a un valore commerciabile. Non importa se su quel terreno verrà realmente edificato quell’edificio cui il titolo allude: intanto ha un valore di scambio corrispondente alle rendita percepibile dall’utilizzazione edilizia di quel suolo. Ti dicono che crescerà di valore. Tu aspetti che aumenti e lo rivendi. Il nuovo acquirente aspetterà un po’ anche lui, e lo rivende a sua volta. Finchè il valore della rendita sale.

Se si guarda agli incrementi di valore delle aree negli ultimi si scopre l’entità degli affari che sono stati fatti. Il mercato dei “crediti edificatori” è più attivo che mai. Richiama Investimenti da canali spesso oscuri. L’utilizzazione edilizia non è negli obiettivi concreti degli utilizzatori odierni dei “crediti edilizi”, ma lo diventerà quando si sarà giunti all’utilizzatore finale, quando la bolla sarà esplosa.

La settima edizione della scuola

Sulla base del lavoro svolto, l’obiettivo che ci siamo proposti nella VII edizione della scuola (nella sua preparazione e nel suo svolgimento) è stato in primo luogo quello di individuare un paradigma alternativo, capace di costituire l’insieme di riferimenti sulla cui base definire il progetto di una nuova città. Lo abbiamo individuato nel paradigma dei beni comuni, come alternativa concettuale e politica a quello, oggi dominante, della crescita indefinita e dello “sviluppo”, e come parola d’ordine potenzialmente egemonica «per trasformare la società e l’habitat dell’uomo in funzione del benessere materiale e immateriale degli abitanti di oggi e di quelli che devono venire, tendendo conto della limitatezza delle risorse naturali e della conoscenza umana, della diversità delle culture e della dignità che ognuna di queste possiede e della prevalenza dei valori di rispetto, uguaglianza e pace».

A questo tema questo è stata dedicata la prima giornata, in cui Ilaria Boniburini ha introdotto e coordinato gli apporti di studiosi di varie discipline, che hanno gettato sul campo del territorio fasci di luce provenienti da altre sorgenti.

Nella seconda e nella terza giornata Mauro Baioni ha esaaminato, con la collaborazioni di altri amici vecchi e nuovi della scuola di eddyburg, alcune esperienze concrete per verificare quali problemi, esigenze, soluzioni possibili nascano nella realtà e possano fornire indicazioni per il futuro.

Punti fermi

Sulla base del lavoro svolto nelle prime tre giornate della scuola credo che possiamo convenire su alcuni punti fermi, che riassumo molto sinteticamente:

- la crisi che attraversiamo è davvero profonda, non se ne esce con i pannicelli caldi, essa investe pienamente la città quale la intendiamo (l’habitat dell’uomo, la sintesi tra spazi, società e politica) in tutte le sue dimensioni: dall’organizzazione complessiva della società e della città, ai modi di pensare e di vivere;

- la crisi è il prodotto del dominio di un paradigma (quello della crescita indefinita e di uno “sviluppo” ridotto all’accumulazione di danaro e di potere), ormai divenuto mortifero;

- uscire durevolmente dalla crisi comporta la laboriosa costruzione dell’egemonia di un nuovo paradigma, che possiamo riconoscere in quello del “bene comune” e – per quanto riguarda il nostro specifico campo – del “diritto alla città” e della “città come bene comune”.

Possiamo anche affermare che la crisi ha accentuato un disagio umano e sociale che già esisteva, che è generato dalle pratiche trentennali del neoliberismo, e che ha provocato migliaia di episodi di resistenza e di contrasto ancora frammentati e dispersi, ma estesi in moltissime parti del mondo, anche in quelle che sono state storicamente privilegiate dal paradigma della crescita. E che dalla presa di coscienza di tale disagio si può partire per un futuro migliore.

Di quale “pianificazione” parliamo

Affermare, come fatto poc’anzi, che l’abbandono della pianificazione territoriale e urbanistica come l’abbiamo conosciuta ha generato mostri non significa necessariamente affermate che quella pianificazione sia oggi sufficiente, né tanto meno che ogni pianificazione sia idonea a realizzare la “città dei cittadini”.

In termini abbastanza neutrali possiamo dire che la pianificazione territoriale ed urbanistica è quel metodo, e quell’insieme di strumenti, capaci di garantire - in funzione di determinati obiettivi - coerenza, nello spazio e nel tempo, alle trasformazioni territoriali, ragionevole flessibilità alle scelte che tali trasformazioni determinano o condizionano, trasparenza del processo di formazione delle scelte e delle loro motivazioni.

In funzione di determinati obiettivi: qui è il nodo della questione. Poiché gli obiettivi sociali della pianificazione sono mutevoli nel tempo, e lo sono stati nella storia che è alle nostre spalle.

La pianificazione urbanistica moderna è nata per mettere ordine nelle città e per regolare, secondo un disegno unitario, la loro espansione e trasformazione. è nata, agli albori del XIX secolo, per affrontare problemi che la somma delle decisioni individuali non poteva risolvere. è nata per costituire un contrappeso all’invadenza dell’individualismo e correggerne taluni effetti. Fin dall’inizio del suo percorso, essa è stata finalizzata al raggiungimento di obiettivi d’interesse generale: naturalmente, d’interesse generale dei gruppi sociali, delle “classi”, che governavano la città o ne influenzavano il governo.

All’inizio della vicenda della pianificazione la società ha chiesto ai suoi tecnici di risolvere tre problemi: rendere più efficiente il funzionamento cinematica della macchina urbana, migliorare le condizioni igieniche, e regolare i valori immobiliari in modo da dare certezza di lucro agli investimenti patrimoniali. Questi obiettivi erano perseguiti in modi differenziati nelle diverse parti della città, con una vera “zonizzazione sociale”: qui i ricchi e i potenti, là i benestanti, altrove gli operai e l’”esercito di riserva”.

I risultati delle lotte sociali e i margini di ricchezza consentiti dallo sfruttamento (in patria e nelle colonie) condussero al manifestarsi di altri obiettivi. Diventarono obiettivi della pianificazione i diversi elementi del welfare state: l’edilizia civile a basso costo, le attrezzature sociali e sportive, quelle assistenziali e scolastiche, i collegamenti efficienti casa-lavoro.

In questo quadro in Italia, riprendendo nel secondo dopoguerra alcuni dei germi gettati nel primi decenni del secolo XX e sviluppandone altri, si giunse a porre al centro della pianificazione urbana le grandi questioni del diritto alla casa come servizio sociale e delle adeguate dotazioni di aree da destinare a spazi e attrezzature pubbliche, gli standard urbanistici.

Negli anni a noi più vicini si è manifestato, come nuovo obiettivo sociale, quello della tutela del territorio nelle sue caratteristiche fisiche e culturali e nei suoi equilibri ecologici. Ciò ha dato luogo a un accentuato interesse sia al funzionamento della città sia, e soprattutto, alle condizioni dei territori extraurbani.

Io credo che è da qui che occorre ripartire: dagli obiettivi del welfare state e dell’ambientalismo. Per interrogarsi poi su quali siano gli ulteriori obiettivi che, integrando o modificando quelli della nostra tradizione, possano qualificare oggi e domani una pianificazione adeguata al compito di costruire la città del bene comune.

Alla nostra ulteriore riflessione devo allora porre allora alcune domande, sulle quali avanzerò risposte che sono del tutto personali ed esplorative, e che vogliono stimolare a un dibattito che proseguirà oggi e in futuro, in ulteriori iniziative di eddyburg e della sua scuola.

1a domanda.

Possiamo affermare che sta emergendo

una nuova domanda di pianificazione?

Mi domando e vi domando (la mia risposta è abbastanza ottimistica) se possiamo affermare che in strati sempre più vasti della “società critica” si sta comprendendo che non ci si oppone ai mille episodi di sfruttamento, deterioramento, degradazione, distruzione delle diverse componenti del “bene comune città”, se non si riesce

- a definire un progetto alternativo,

- a individuare attori, metodi e strumenti che siano capaci di realizzarlo tenendo conto del carattere olistico del territorio.

Mi domando ancora se si sta comprendendo anche che il dispositivo necessario per progettare e realizzare la “città dei cittadini” deve essere necessariamente manovrato da un potere che sia democratico nel senso di esprimere la priorità dell’interesse generale su quello dei singoli interessi coinvolti, di esprimere la volontà e le esigenze della stragrande maggioranza della popolazione attuale e futura del pianeta e non quelle dei portatori d’interessi specifici e parziali.

Mi domando infine se la cultura urbanistica (cui indubbiamente va il merito di aver “inventato” la pianificazione come strumento olistico dell’interesse generale) abbia fatto tutto il lavoro necessario per far comprendere:

- a che cosa la pianificazione possa e debba servire,

- in che modo si riconosca quali siano i gruppi sociali premiati e quelli penalizzati dalle scelte

- quali siano i reali avversari di una pianificazione nell’interesse comune e come vadano combattuti.

2a domanda.

Possiamo affermare che sta nascendo

un nuovo progetto di città

alternativo rispetto alla “città della rendita”?

A me sembra che, sebbene non siano ancora chiari i lineamenti della “città dei cittadini”, comincino forse a precisarsi i principi che dovrebbero alimentarne la costruzione, le esigenze che l’habitat dell’uomo deve assicurare.

Sforzi significativi (naturalmente suscettibili di valutazioni critiche ma condivisibili nelle linee di tendenza che indicano) sono rinvenibili in altri territori culturali (come quello del movimento di “Decrescita”) o in esperienze disciplinarmente più vicine a noi (come la scuola territorialista). Esigenze ed esperienze interessanti sono anche quelle emerse nelle due ultime giornate di questa scuola.

Per contribuire a una loro definizione esporrò una mia ipotesi, riassumendoli in 5 questioni: il rapporto città-campagna, gli spazi per la collettività, l’abitazione, l’equità, la partecipazione.

Il rapporto città-campagna.

Le rivendicazioni che nascono dalla società civile costituiscono una critica al modo in cui si è trasformato il rapporto tra città e campagna, tra territorio urbano e territorio rurale, e una pressante richiesta di ricostituire un equilibrio (meglio, di costituire un nuovo equilibrio) tra i due termini.

Il modello di città la cui domanda nasce da quella critica deve consentire la vicinanza, alle varie scale (di paese e quartiere, di città, di area vasta, di regione…), tra l’urbanizzato (=prevalentemente artificializzato) e il rurale (=prevalentemente naturale).

Deve consentire un’alimentazione sana e una filiera corta tra la produzione e il consumo, aria pulita, luce e sole, libera fruizione di spazi di ricreazione e distensione, di bellezza, di storia, d’identità.

Ma è la stessa quantificazione e localizzazione delle eventuali nuove aree da urbanizzare che deve tener conto di un corretto rapporto con la natura.

Se la terra non è solo l’habitat dell’uomo di oggi ma anche di quello di domani e di dopodomani; se la terra ha, come sua funzione essenziale, quella di garantire un’alimentazione sana degli abitanti del pianeta, allora la terra libera, integrata nel ciclo biologico del pianeta, è di per sé un valore.

Sacrificarne una porzione è una perdita per la qualità complessiva della vita dell’umanità. Quindi ciò va evitato per quanto possibile (ove non lo sia in vista di altri e superiori valori) e va compensato con equivalenti restituzioni di naturalità.

Ridurre il consumo di suolo non significa quindi soltanto organizzare meglio le nuove espansioni sul territorio. Significa innanzitutto misurare rigorosamente quali siano le eventuale nuovi espansioni del suolo già sottratto al ciclo biologico che sono necessarie per fini non soddisfacibili altrimenti.

E’ certamente un portato dell’urbanistica del neoliberismo, dell’urbanistica contrattata e poi dell’urbanistica finanziarizzata, il fatto che dai corsi di progettazione urbanistica sia scomparso l’argomento del “calcolo del fabbisogno”, magari sostituito da corsi di perequazione

La città pubblica.

Gli spazi, i servizi e le funzioni comuni attorno ai quali è nata e si è organizzata la città nella storia hanno ricevuto, nei decenni dell’affermazione del welfare state, un consistente accrescimento qualitativo e quantitativo. Ai luoghi classici della città premoderna si sono aggiunti quelli destinati alle esigenze della salute, dello sport e della ricreazione, della cultura, realizzati per una cittadinanza sempre più vasta e sempre più cosciente dei propri diritti.

É cresciuta insomma la consapevolezza della necessità di una vasto e articolato insieme di spazi, servizi, attrezzature, indispensabili integrazioni della vita che si svolge nell’ambito dell’alloggio (e del luogo di lavoro).

Nella “città della rendita” stiamo vivendo la riduzione degli spazi pubblici, la loro privatizzazione, la risposta con servizi privati (a pagamento) di esigenze che nella città del welfare erano soddisfatte con servizi pubblici: dalla salute alla scuola, dallo sport all’assistenza.

É anche dal disagio provocato dalla perdita di una dotazione urbana sentita come un bene essenziale, che nasce la domanda di una più ricca presenza di attrezzature e servizi, spazi e reti, agevolmente raggiungibili mediante modalità amichevoli. E alle esigenze del passato nuove esigenze si aggiungono, completandole e integrandole: che le dotazioni comuni e pubbliche non solo siano funzionali alle esigenze che devono soddisfare, ma posseggano almeno tre ulteriori requisiti: che siano risparmiatrici d’energia e di altre risorse naturali e non peggiorino la qualità di quelle impiegate; che siano dotate di una riconoscibile bellezza, ottenuta come risultato dell’insieme e non dal singolo oggetto; che siano utilizzabili da tutti, senza discriminazioni tra ricchi e poveri, giovani e anziani e bambini, uomini e donne, cittadini e forestieri. Che siano, insomma, ecologiche, belle, eque.

L’abitazione.

Nell’ambito della “citta pubblica” un ruolo particolare ha svolto l’abitazione: perché la forma, e lo stesso funzionamento, degli spazi pubblici sono definiti dal modo in cui gli edifici destinati alla residenza sono organizzati sul territorio; perché, da quando la polis ha applicato una dose di giustizia sociale nell’amministrazione urbana, il “pubblico” si è fatto carico di fornire un alloggio a chi non aveva i mezzi per ricorrere al mercato .

Nei tempi più vicini, soprattutto in Italia, l’abnorme lievitazione della rendita urbana ha reso i prezzi delle abitazioni incompatibili con i redditi di un numero crescente di famiglie. Ecco allora che è rinata in questi anni una vertenza che aveva divampato negli anni 60: quella della “casa come servizio sociale”. Con questo slogan non si chiedeva allora, e non si chiede oggi, che l’uso degli alloggi sia garantito a tutti come lo è un servizio pubblico, come ad esempio il servizio sanitario o quello scolastico, ma che il prezzo per l’uso delle abitazioni sia regolato da attori diversi dal mercato, incidendo sulla rendita e garantendo un equilibrio tra prezzo dell’alloggio e redditi delle famiglie.

Oggi la questione della residenza si pone sotto un quadruplice aspetto: quelli del costo, della localizzazione, della tipologia d’uso, dell’espulsione. É vasta la consapevolezza (almeno nella “società critica” della necessità: di ridurre fortemente l’incidenza della rendita urbana sul costo complessivo dell’alloggio; di realizzare alloggi solo là dove esiste una domanda reale non soddisfacibile utilizzando il patrimonio edilizio esistente; di localizzarli solo là dove un efficiente sistema di servizi pubblici può collegare la residenza alle altre funzioni della vita quotidiana; di offrire un ampio stock di alloggi in affitto; di ostacolare gli interventi di “riqualificazione” che comportino modifiche nelle condizioni economiche d’accesso.

Una città equa.

Nella città l’eguaglianza è sempre stata l’obiettivo di una dialettica mai placata. Sempre vi sono state differenze, più o meno profonde, tra i soggetti che l’abitavano. Differenze tra le diverse categorie di soggetti in relazione alla produzione della città (basta pensare a quelle tra i proprietari di fondi e di edifici e i non proprietari), e differenze in relazione all’uso della città (nell’accesso alle sue diverse parti e componenti, nella scelta tra usi alternativi delle risorse destinate al suo governo). Perciò la città è stata sempre anche il luogo dei conflitti, nei quali le categorie più svantaggiate hanno tentato di raggiungere un livello accettabile di soddisfacimento delle loro esigenze.

Possiamo dire che una città giusta è quella nella quale vi è un ragionevole equilibrio delle condizioni offerte ai diversi gruppi sociali, e nelle quali tendenzialmente a ciascuno è dato di partecipare in modo equo all’uso del bene città e delle sue componenti, e a concorrere in condizioni d’eguaglianza al suo governo.

Questo obiettivo non è mai stato raggiunto in modo compiuto. Sembrava che vi si fosse vicini nell’età del welfare, almeno in quella parte del mondo nella quale le virtù del sistema capitalistico borghese avevano condotto a un ragionevole equilibrio tra le forze antagoniste presenti al suo interno, esportando nel mondo dello sfruttamento coloniale le contraddizioni.

Oggi sembra che il mondo se ne stia allontanando sempre più. Forse è per questo che i conflitti che nascono nella società per la realizzazione di un assetto migliore, più vivibile e amichevole del territorio, sembrano intrecciarsi strettamente quelli che si pongono in modo esplicito l’obiettivo di una migliore equità

La partecipazione.

Il “diritto alla città”è uno slogan e un’esigenza storicamente legato alla stagione del 1968, oggi è riemerso nei movimenti urbani, in Italia come negli altri paesi. In un contesto per molti aspetti diverso.

Ma già nell’impostazione di Lucien Lefebvre è un diritto che si concreta in due aspetti: 1) il diritto a fruire di tutto ciò che la città può dare (a partire dalla possibilità di incontro e di scambio, di utilizzare le dotazioni comuni, di abitare e muoversi destinando a queste funzioni risorse commisurate ai redditi), ed è di questo aspetto ci siamo finora riferiti; e 2) il diritto a partecipare al governo della città, ad esprimere, orientare, verificare, correggere, momento per momento, le azioni di chi è preposto all’amministrazione ed i loro risultati.

Non contesto della città di oggi questo secondo aspetto del diritto alla città esso assume una valenza diversa. Si accompagna – nella percezione della “società critica – alla consapevolezza del fallimento della politica dei partiti e delle istituzioni nel loro ruolo di interpreti della società nel suo insieme, e del suo appiattimento a mero strumento del potere del finanzcapitalismo.

Come ormai chi frequenta la scuola da qualche tempo sa bene, e come Ilaria ha ricordato all’inizio di queste giornate, le parole della contestazione vengono catturate da chi della contestazione è oggetto: vengono interpretate in un significato capovolto o travisato, e così restituite al popolo perché tutto sembri cambiato mentre tutto è rimasto come prima. Anche “partecipazione” è una parola da adoperare con attenzione: una parola da qualificare, come del resto moltissime altre.

Ciò che voglio sottolineare è che la possibilità di costruire una “città dei cittadini” è fondata sulla possibilità di coinvolgere la cittadinanza attiva (ma tendenzialmente tutti gli abitanti) a partecipare al governo della città fin dai primo momenti della sua progettazione, ad esprimere le esigenze ed esprimersi sulle scelte, per orientare, verificare, correggere, momento per momento, le azioni di chi è preposto all’amministrazione ed i loro risultati.

Questa esigenza pone problemi complessi. Due mi sembrano particolarmente rilevanti: la capacità delle persone di scegliere tra alternative diverse, la capacità di pensare e agire (quindi partecipare) alle diverse scale alle quali i problemi del territorio si pongono.

La prima. Il “cittadino governante” (per richiamare il nome di una bella esperienza dei cittadini del comune di Giulianova) deve comprendere che c’è un conflitto tra l’avere l’automobile sotto casa e vivere in un quartiere sano e bello; deve comprendere che, nella distribuzione delle risorse comunali, le sue esigenze come maschio adulto e dotato di un reddito adeguato sono diverse da quelle della donna o del bambino o dell’anziano o del povero, ma che fra tutte bisogna stabilire delle priorità. E deve saper scegliere.

La seconda. Mille ragioni militano a favore del “locale” come punto di partenza di un’azione di rinnovamento profondo della città e della società. Ma sarebbe assolutamente da perdenti chiudersi nel localismo. I fenomeni che accadono nell’habitat dell’uomo rispondono ad azioni e a poteri che si sviluppano a scale diverse, e la democrazia – la nuova democrazia – deve saper pensare agire, partecipare, a tutte le scale

3a domanda.

Quali attori e quali risorse

per costruire la “città dei cittadini”?

Se vogliamo contribuire a modificare la realtà che non ci piace, è certamente necessario tracciare immaginari, scenari, visioni, definire principi e indirizzi, disegnare o raccontare progetti. É necessario, ma non è sufficiente. Costruire un habitat dell’uomo adeguato alle necessità e alle esigenze di oggi richiede attori e risorse. Su che cosa possiamo contare, oggi che gli attori tradizionali (i partiti, le istituzioni, la stessa società) sembrano ingoiati dal ventre possente dell’ideologia e dalla prassi del neoliberismo?

Discorso arduo, reso ancora più arduo per noi dal fatto che è radicalmente mutato il rapporto, essenziale per la pianificazione anche su questo terreno, tra pubblico e privato. Il “pubblico”, una volta sperata espressione dell’interesse generale, è stato colonizzato dal “privato”, di cui è divenuto strumento. Testimonianze sempre più ricche ne troviamo guardando alla realtà (come abbiamo fatto nell’analizzare le vicende dell’area milanese e di quella fiorentina).

Sempre più vasto appare il ruolo di quello che una volta si chiamava “parastato”, una volta costituito dalle appendici ed emanazioni del potere pubblico, Oggi il “parastato” è rappresentato da una miriade di strutture pagate dal “pubblico”, che decidono per conto del “pubblico”, e che esprimono interessi non solo criticabili perché settoriali, ma perché sono ormai divenuti espliciti strumenti degli interessi privati. I loro principali campi d’azione sono le infrastrutture, gli appalti pubblici, le operazioni immobiliari. Uno degli strumenti più efficacemente perversi è quello del “commissario straordinario”, che eddyburg ha puntualmente denunciato in tutte le occasioni in cui questa fattispecie si è manifestata: dal dopoterremoto all’Aquila allo scandalo del Lido di Venezia.

Quali attori

Anche a proposito di questa domanda espongo qualche idea da discutere. Ma soprattutto qualche problema sul quale è necessario riflettere e discutere.

Primo problema relativo agli attori. Rilevante è certo il ruolo del “terzo settore”, quello che da qualche decennio si colloca tra le due dimensioni (e poteri) dello Stato e del Mercato. É lo spazio sociale nel quale si colloca quell’insieme di forze disperse che ho definito “società critica”. Ma nel Terzo settore non ci sono solo i comitati e le reti: ci sono anche i cavalli di Troia del Mercato, e i raccomandati dello Stato.

Secondo problema. Restando nell’ambito della “società critica”. É noto il dibattito sulla necessità e sulla difficoltà di superare la dispersione e frammentazione dei gruppi e delle iniziative, e di far emergere una realtà pienamente politica, capace di strutturarsi e agire con continuità a tutti i livelli necessari. Problema aperto, quanti altri mai.

Terzo problema. In che modo è possibile riconquistare il terreno delle istituzioni – a partire da quelle del potere locale, ma aspirando ad una dimensione più vasta. Secondo me è un passaggio necessario per riacquistare la capacità di avere una visione (e uno strumentario) multiscalare, entrambi indispensabili per contrastare efficacemente quelli del neoliberalismo.

La debolezza delle reazioni critiche suscitate dalla decisione di abolire sic et simpliciter le province senza aver prima costruito una sufficiente proposta per la dimensione territoriale dell’area vasta è indicativo dei ritardi, delle incomprensioni (e dell’ignoranza diffusa) sulle questioni concrete del governo del territorio.

Le risorse

Anche per riconquistare le istituzioni una questione decisiva è: quali risorse? La città pubblica, componente essenziale della “città dei cittadini”, costa. É necessario molto lavoro per costruirla, e forse ancora di più – nel nostro disgraziato paese – per partire dalla trasformazione della città esistente. E il lavoro va retribuito. Dove prendere le risorse necessarie, in primo luogo per liberare i comuni tendenzialmente virtuosi dal ricatto “o ci aiuti a fare affari o crepi”.

Su questo terreno ci sono molte risposte, la maggior parte delle quali ragionevoli e percorribili da una volontà poliitica finalizzata al bene comune. Mi limito a elencare i temi, le voci delle entrate di un possibile bilancio virtuoso.

In primo luogo, le spese per la guerra. Le proposte del governo italiano (e degli altri paesi nordatlantici) alla crisi avrebbero richiesto un forte rilancio della tensione del pacifismo. La partecipazione anticostituzionali dell’Italia alle guerre in corso nel mondo non genera benefici e determina spese colossali. Abbiamo registrato subito, su eddyburg, la proposta di Alex Zanotelli e chiesto l’intervento di Carla Ravaioli, storica sostenitrice della necessità del disarmo proprio per ragioni di riduzione del danno ambientale e di recupero di risorse impiegabili per una società migliore.

Seconda voce, il risparmio delle risorse impiegate male per iniziative pubbliche (a tutti i livelli) non prioritarie, oppure inutili e dannose, oppure affaristiche, oppure addirittura ruffaldine. Paolo Berdini ne ha fatto un sommario elenco sul manifesto di domenica scorsa (lo trovate anche su eddyburg). Quante spese inutili genera l’ideologia della “competizione tre città”, e quante la pratica degli appalti all’italiana, ivi compresa la “finanza di progetto”?

Terza voce, l’acquisizione degli incrementi delle rendite immobiliari derivanti da scelte e investimenti pubblici. La rendita immobiliare non si può eliminare dal calcolo economico, ma si può certamente sia ridurne l’incidenza (Vezio De Lucia lo ricorda spesso) sia spostarne i benefici dal privato al pubblico. Nella discussione sulla crisi è stata avanzata da più parti la proposta di una tassa patrimoniale, destinata a colpire le rendite finanziarie e quelle immobiliari, ma mi sembra che l’esito sia stato modestissimo: nella quantità del prelievo e nell’eccezionalità dell’imposizione.

La città, e anche…

Spero che il dibattito di oggi, e quello che proseguirà dopo la scuola, permetterà di dare risposte più convincenti e ricche alle tre domande che ponevo. Per concludere vorrei innanzitutto porre a noi tutti (e in particolare a noi urbanisti) un’avvertenza.

Incorreremmo nell’errore tipico delle discipline separate dagli altri saperi e rinchiuse nella propria tecnicità se trascurassimo il fatto che la nuova domanda di pianificazione dell’habitat dell’uomo non nasce sola. Essa è componente di una più ricca domanda di cambiamento, che concerne tutti gli aspetti della vita sociale: dalla politica all’etica, dall’economia all’antropologia.

In effetti, affrontare in modo risolutivo quei temi che ho indicato presuppone o postula la costruzione di una società interamente diversa da quella attuale, a partire dalla sua dimensione strutturale, dalla sua economia. Non possono essere risolti nell’ambito di un’economia (e di una società) che riesce a sopravvivere, da una crisi all’altra, solo erodendo ancora di più gli scarsi margini delle risorse naturali del pianeta, accrescendo le diseguaglianze, cancellando via via le conquiste raggiunte nell’evoluzione di una civiltà. Non possono essere risolti nell’ambito di un’economia (e di una società) nella quale il lavoro – lo strumento che l’uomo ha per conoscere e governare il mondo – sia ridotto a componente marginale della vita economica e sociale. Non possono essere risolte nell’ambito di una società nella quale la formazione sia diretta all’apprendimento delle tecniche necessarie per far andare avanti un sistema economico obsoleto, divenuto disumano, anziché nell’esplorare le vie dell’ancora sconosciuto e del possibile.

É in relazione a questi temi che dobbiamo secondo me domandarci che cosa possiamo fare per contribuire alla formazione di una società e una città costruite sulla base del paradigma dei beni comuni. Sono convinto che abbia affermato una grande verità Giovanna Ricoveri quando ha detto che occorre essere utopici nel progettare il futuro e realisti nell’agire. Sono convinto che la trasformazione deve essere profonda, e cambiare nella sua radice la struttura della società attuale. Occorre una rivoluzione, cioè un cambiamento profondo e radicale del sistema dato.

Ma rivoluzione non significa necessariamente sommovimento violento, né conquista di bastiglie o palazzi d’inverno. Significa anche conquistare progressivamente e gradualmente trasformazioni parziali collocate in una strategia unitaria, ciascuna delle quali contribuisca a modificare non solo le condizioni della società, ma anche i rapporti di potere. Le modifiche che la realtà ci consente di compiere oggi sono modifiche parziali. Ma un conto è considerarle una tappa in un percorso verso un’utopia, un altro conto considerarle come traguardi sufficienti in se stesse.

Che fare?

Una domanda circola – mi sembra – tra i diligenti e appassionati frequentatori della scuola, dopo i tre giorni in cui si è ragionato su grandi cose e grandi problemi: molto più grandi di noi. Che cosa possiamo fare noi, in che direzione dobbiamo spingere il nostro impegno di cittadini e di operatori o studiosi della città? In che modo possiamo contribuire a far sì che anche le nostre azioni concrete spingano nella direzione giusta – concorrano alla costruzione della “città dei cittadini” e all’inveramento del paradigma dei beni comuni?

Io parto da una considerazione. Il compito di assumere le decisioni sul destino del territorio, di formare e trasformare l’habitat dell’uomo, è responsabilità della politica.

Abbiamo visto che i due elementi su cui sembra reggersi la politica oggi siano in crisi profonda. Non hanno giustamente più credito i partiti politici (quale più e quale meno, ma tutti), quasi senza eccezione asserviti all’ideologia della crescita e dello “sviluppo”, schiacciati sugli interessi del sistema economico dato. Vivono vita per molti aspetti precaria la maggior parte delle istituzioni, e in particolare quelle cui spetta la responsabilità di decidere sul territorio: colonizzate dagli stessi virus che hanno inquinato la politica dei partiti, travolte dalla “città della rendita” (spesso realizzata con la loro diretta complicità) o strangolate dalla crisi della finanza locale.

Continuo a sostenere che gli unici elementi di speranza li vedo in quella parte della società civile che ho definito la “società critica”: il mondo dei comitati, delle associazioni e dei gruppi di cittadinanza attiva che contrastano il saccheggio del territorio e degli altri beni comuni, il popolo delle “onde” che si sollevano per protestare contro le condizioni cui è ridotta la scuola, per il ruolo cui sono sempre più condannate le donne, per l’annientamento cui si sta procedendo nei confronti dei diritti del lavoro, il bacino ancora più vasto costituito da quelle decine di milioni di persone che hanno votato per combattere la privatizzazione dell’acqua e la minaccia nucleare alla salute del genere umano.

«Restituire lo scettro al principe»

Credo che per conquistare la politica si debba operare un rovesciamento: partire dal basso anziché dall’alto, dal cittadino anziché dal Palazzo. Nelle costituzioni dei paesi democratici la sovranità è del popolo. Un libro del politologo Gianfranco Pasquini si chiama «Restituire lo scettro al principe». Il “principe” non ha più fiducia su chi ha delegato ad utilizzare in suo nome lo scettro, il potere. Occorre ripartire dal principe, dal cittadino. Del resto, cito spesso il pensiero di Lorenzo Milani secondo il quale affrontare insieme un problema comune è la politica.

Partiamo dal cittadino. Ma il cittadino non conosce tutto. I problemi di oggi – e in particolare i problemi del territorio, le soluzioni possibili, i vantaggi e gli svantaggi di ciascuna delle soluzioni (e i danni provocati dalle soluzioni proposte nell’ambito del mainstream) – non solo sono complessi in sé, e richiedono spesso apporti specialistici per essere compresi, ma sono anche nascosti, dissimulati, travisati dalle parole adoperate da chi li espone e ne propone le soluzioni.

Ecco allora un grande campo di lavoro per chiunque sia un intellettuale e abbia le conoscenze specialistiche uili a comprendere, criticare, proporre. Noi che sappiamo, dobbiamo spiegare. Imparare a usare un linguaggio semplice, abbandonare il gergo delle nostre “discipline” per spiegare, argomentare, convincere. É quello che tentiamo di fare con la scuole di eddyburg. E giustamente Ilaria diceva: è necessario che nascano 1000 scuole di eddyburg.

Dobbiamo aiutare – con il sapere e il saper fare che deriva dal nostro mestiere, dei nostri mestieri – chi vuole cambiare.

Naturalmente non solo con l’esercitare una sorta di “assistenza tecnica” alle componenti della “società critica” e aiutandoli a comprendere che cosa c’è dietro alle scelte sbagliate e ad opporvisi, ma anche tentando operazioni mirate a formulare progetti capaci di camminare nella concretezza delle trasformazioni del territorio, e costruendoli insieme agli attori sociali interessati. Per esempio, quale campo di lavoro si aprirebbe se volessimo affrontare i problemi della mobilità, o quelli dell’organizzazione territoriale dei servizi e degli spazi pubblici, o quelli della riduzione del consumo di suolo e della difesa dell’agricoltura, trovando alleanze nel mondo del lavoro, o in quello della scuola e delle donne, o in quello degli agricoltori, e magari trovando il sostegno di gruppi di cittadinanza attiva aiutandoli a trovare risposte “in positivo” sugli argomenti delle loro proteste.

Ho accennato ad alcune di queste possibilità in un eddytoriale (il n. 144) che è tra le carte che vi abbiamo distribuito. Continuiamo a ragionarci insieme, e orientiamo anche in questa direzione le prossime iniziative che proporremo come Scuola di eddyburg. Proporremo un nuovo formato, più flessibile, più snello, e più continuo. Forse, dalla scuola estiva alla scuola permanente.

NotaGli altri materiali del corso sono inseriti nelle due cartelle qui. I testi delle lezioni saranno aggiunte via via che saranno pronte

Quest'anno Mauro e Ilaria hanno scelto, come gadget per gli studenti e docenti, una maglietta con il logo della scuola. Paula De Jesus ha fotografato chi è pazientemente rimasto fino alla fine. Qui sotto potete scaricare un file .pdf nel quale vedete le immagini un po' meglio che nel web. In fondo anche la maglietta a distanza ravvicinata, con un modello (senza testa) raccattato il giorno dopo.

Intanto Giorgia Boca sta raccogliendo le foto per inserirle in picasa, il cui indirizzo sarà comunicato a chi è indirizzato. E Paula sta preparando un filmato.

1. Sette anni di scuola

La scuola di eddyburg è nata nel 2005 come estensione concreta del sito, con l'intenzione di coagulare e condividere le riflessioni sulla città e la società, sull'urbanistica e la politica.

La sua prima ideazione è scaturita dalla constatazione che, tanto nei corsi professionali, quanto nella formazione universitaria, mancasse qualcosa. Che fosse possibile e necessario:

- proporre un'analisi critica, non limitata ad una mera e compiaciuta descrizione del mondo e dei suoi cambiamenti, ma intesa come la necessaria premessa per agire attivamente;

- esprimere un punto di vista motivatamente orientato, senza paura di apparire schierati e rifuggendo ogni atteggiamento pseudo-neutrale (nei fatti, conformista o complice), dedicando la necessaria attenzione alle parole, alle storie, alle descrizioni;

- proporre una decisa azione di contrasto alle tendenze dominanti, fondata sulla riaffermazione del perimetro di valori, concetti e strumenti che, a nostro avviso, concorrono a sostanziare la pianificazione territoriale e urbanistica.

Per sostanziare le argomentazioni e per arricchirle, abbiamo fatto della scuola un luogo di ascolto e di confronto con un ampio gruppo di persone, diventate amici e frequentatori duraturi: storici ed esperti delle discipline umanistiche e delle scienze sociali (economisti, sociologi, antropologi, letterati), esperti delle discipline scientifiche (geologi, agronomi, ingegneri ambientali) animatori e aderenti di associazioni e movimenti, funzionari della pubblica amministrazione, politici e amministratori fuori dal coro.

Ma soprattutto, abbiamo dedicato uno spazio e un’attenzione specifica, nelle prime giornate della scuola, alle “parole della città”, per comprendere la loro ambiguità, per disvelare l’appropriazione e l’uso distorto dei termini da parte dell’ideologia dominante, le potenzialità di un diverso impiego a fini della rinascita di un pensiero critico e della costruzione di prospettive alternative.

Nel nostro specifico, ci è sembrato necessario:

- denunciare lo snaturamento dell'urbanistica, determinato dall'assunzione di una punto di vista prettamente mercantilistico nella definizione delle scelte;

- evidenziare la degenerazione determinata nell’ultimo quindicennio dalle iniziative del governo e di molte amministrazioni regionali, nel loro complesso convergenti verso lo smembramento e smantellamento del ruolo e degli strumenti pianificazione territoriale e urbanistica;

- riportare l'attenzione sul lato oscuro delle trasformazioni della città e del territorio, sottaciuto o sottovalutato da una parte non trascurabile degli urbanisti, dedicando le giornate centrali all’illustrazione di “casi” finalizzata a capire perché e sotto quali aspetti ‘i conti non tornano’, valutando e comparando tra loro non tanto modelli astratti, quanto piuttosto le opzioni in gioco e gli esiti delle trasformazioni;

- allo stesso tempo, illustrare una serie di buone pratiche che, per quanto minoritarie e precarie, restituiscono un ventaglio d’iniziative possibili, molto più ampio di quanto solitamente si ritiene. Piani e politiche di gestione dei parchi (in particolare di parchi agricoli e periurbani), di recupero e cura del paesaggio, piani regolatori, piani per la mobilità e l’ambiente urbano, politiche per la casa e per i servizi coniugate alla rigenerazione di aree dismesse, pratiche di difesa, riconquista e gestione degli spazi pubblici: il catalogo di iniziative mostrato alla scuola è più ampio di quanto si potrebbe pensare.

2. I temi trattati

Ogni anno la scuola è stata organizzata attorno ad un tema specifico. Tuttavia, rilette in prospettiva, le sette edizioni costituiscono altrettanti passaggi di un ragionamento che si è ampliato, fino a investire, nelle ultime due edizioni, i “fattori strutturali”, ovverosia il rapporto tra economia e territorio. Può essere utile riepilogare, molto brevemente i temi delle sei edizioni precedenti.

2005. Lo sprawl urbano e il consumo di suolo sono stati il primo argomento trattato, nel 2005. Da lì è nata una proposta di legge urbanistica, fortemente centrata su questo obiettivo, che è stata ripresa nel lavoro parlamentare e politico. Ed è da quella proposta che è nato un interesse per la questione che ha connotato il dibattito anche in altre sedi. Abbiamo insomma contribuito a far emergere una questione centrale, per la qualità del territorio e della vita che su di esso si svolge, fino ad allora largamente trascurata in ogni sede.

2006. Il governo pubblico della città è stato il tema dell’anno successivo: le sue finalità, i suoi strumenti, i suoi modi. Le domande che hanno costituito la traccia della Scuola sono state: come costruire una città vivibile, una città amica delle donne e degli uomini, dei deboli e dei forti? Come implementare le politiche pubbliche necessarie? Quali risorse mettere in campo, a quali modelli economici fare riferimento? A queste domande si è tentato di rispondere concentrando l’attenzione su quei temi “caldi” che costituiscono un evidente legame tra l’urbanistica e l’esperienza quotidiana: la casa, la mobilità, l’ambiente urbano.

2007 La terza edizione della scuola è stata dedicata a un tema già da tempo all’ordine del giorno: il paesaggio. A differenza delle numerose iniziative che altri, in questi stessi anni, hanno dedicato all’argomento, nella scuola ci siamo riferiti a un aspetto secondo noi particolarmente rilevante: il paesaggio e i cittadini - parole, istituzioni, società. Non esiste infatti speranza di mantenere viva (e per ciò in primo luogo far sopravvivere) le qualità e le testimonianze che i nostri progenitori, la loro cultura, la loro azione hanno sedimentato nel territorio se non si individuano in modo corretto i soggetti che a tale compito devono accingersi. E se in primo luogo non ci si mette d’accordo sulle parole attraverso le quali essi si esprimono.

2008. Il tema della quarta edizione è stato che fare per rendere le città più vivibili. Partendo dalla riflessione sulle parole della città abbiamo compreso meglio in che modo le nostre piccole storie si pongano nell’ambito del conflitto tra due concezioni e due strategie: quella della città come merce, tipica del neoliberalismo e caratterizzata dal vedere la città come una macchina fatta per arricchire, e quella della città come bene comune, come costruzione collettiva finalizzata ai bisogni delle persone che vi abitano e lavorano.

2009. Città e spazi pubblici: declino, difesa, riconquista è stato il titolo della quinta edizione. Abbiamo ragionato sui cambiamenti che nella società e nella città hanno determinato il declino dello spazio pubblico, abbiamo posto il tema del “diritto alla città”, e abbiamo discusso su alcuni momenti della storia del nostro paese in cui urbs, civitas e polis si sono incontrate attorno ai temi della “città pubblica”. Comprendere le ragioni fondamentali del declino ci ha aiutato a precisare il senso delle vertenze aperte per resistere e difendere lo spazio comune e i temi da affrontare per riconquistarlo.

2010-2011. Infine, è sembrato necessario affrontare da vicino il rapporto tra urbanistica ed economia, tema al quale abbiamo dedicato le due ultime edizioni. Nella sesta ci siamo focalizzati sulla questione dell’appropriazione della rendita immobiliare: un problema cruciale dell’urbanistica moderna da quando essa è nata, e cioè dalla rivoluzione liberale e dall’affermazione del sistema capitalistico-borghese. Problema che da sempre costituisce il cruccio degli operatori della città in nome dell’interesse generale, che ha assunto nella società neoliberista connotazioni del tutto particolari. Quest’anno affrontiamo il nodo cruciale di questa fase storica, individuato appunto titolo: “Oltre la crescita, dopo lo ‘sviluppo’”. Sviluppo è un termine che adoperiamo sempre tra virgolette, quando vogliamo rilevare la deformazione del concetto che è stata compiuta schiacciandolo sull’unica dimensione dello sviluppo economico finalizzato alla produzione di merci.

Assieme a Edoardo Salzano (cui sono affidate, nella quarta giornata, le conclusioni di questa edizione e del ciclo settennale sopra descritto) e a Ilaria Boniburini, con i quali ho condiviso lo sforzo di ideazione e di organizzazione materiale della scuola, voglio:

- ringraziare, non senza commozione, i sessanta docenti che ci hanno donato il loro apporto (in senso letterale, poiché non hanno percepito alcun compenso), e i circa 200 partecipanti (provenienti da tutte le regioni d’Italia, con la sola esclusione della piccola Valle d’Aosta) che con la loro presenza hanno reso viva e vitale la scuola;

- confermare sin d’ora il nostro impegno a proseguire, seppure con modi e strumenti differenti, la riflessione critica sulle trasformazioni in atto e la paziente ricerca di proposte utili per fare della città e del territorio un buon posto per vivere.

In allegato la presentazione, in formato ridotto (immagini a bassa risoluzione).

In allegato i file della presentazione, in formato ridotto (immagini a bassa risoluzione).

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In allegato la presentazione, in formato ridotto (immagini a bassa risoluzione) e il testo della lezione.

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In allegato la presentazione della lezione.

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In allegato la presentazione, curata da Vezio De Lucia e Maria Naccarato, in formato ridotto (immagini a bassa risoluzione).

Un mondo di cose in comune

di Giovanni Caudo

Per affrontare il tema di quest’anno vorrei partire dal racconto di un lavoro fatto insieme agli studenti lo scorso anno: la lettura di cosa tiene insieme le persone in alcune parti della città di Roma. Proverò prima a restituire i luoghi e gli esiti di questa lettura poi proverò a individuare alcuni fili di ragionamento trasversale mettendo in evidenza come cambia il significato di spazio pubblico.

Cominciare dal racconto delle cose:

1. Porta di Roma, centro commerciale: lì si trova ciò che il quartiere non offre. La sicurezza: addentrandosi nel centro commerciale aumenta la sensazione di sicurezza ma si accetta la diminuzione della libertà di agire.

Spazio limitato, confinato. Spazio condizionato. Spazio recintato. Qui c'è la strutturazione e la definizione funzionale degli spazi. Città come infrastruttura: pronta all'uso

2. Vigne Nuove. Grandi strade incorniciate da anonimi edifici, piazze vuote e grigie, poca gente per le strade. della terra come occasione di appropriazione e caratterizzazione dello spazio. , all’apparenza vaghe ed incolte ma in realtà proprio in quanto tali vissute dagli abitanti, per arrivare infine al margine della città in cui gli abitanti ritagliano il proprio spazio di verde fuori dalla corte stessa, appropriandosi di pezzi di campagna. La vaghezza e l'appropriazione. Costruzione sociale della città

3. Muri parlanti. Lo spazio pubblico come espressione della memoria e del riscatto sociale: quel che le persone hanno in comune, li abbiamo invece trovati sui muri dove elaborati graffiti descrivono sentimenti popolari, come quello che festeggia lo scudetto della Roma del 2001, dolore come quello commemorativo per la morte di un amico o di un genitore, o conflitti e lotte sociali, come le facciate dell’oratorio e del centro sociale Astra. Questi dipinti parlano di solidarietà, memoria, condivisione di una condizione di emarginazione e, allo stesso tempo, voglia di riscatto.

4. Parco delle Valli. Questi venti ettari di conche verdeggianti, sentieri di ghiaia, piante ed alberi rigogliosi sono fatti, a ben guardare, di parole. Parole di persone che hanno desiderato condividere i valori fondamentali che costituivano la loro idea di città per lasciarli impressi sulla città reale. Il racconto che dà vita a questo parco non è politico o ideologico, non è una storia autobiografica, ma un mito di fondazione scritto da una comunità che scopre di essere tale attraverso una battaglia. Quello che tiene in comune le persone qui è una narrazione.

5. Infra tempo. Quel tempo senza utilità, il tempo dell’attesa, quello in cui ci si ferma per forza ad aspettare, il tempo che sta tra le cose fatte e quelle ancora da fare, quello spazio di tempo che si spera duri il meno possibile perché è solo un ritaglio tra un qualcosa e un qualcos’altro. Un tempo sospeso, fuori dalla routine che scandisce le nostre giornate, trascorso in luoghi in cui incontriamo altri che aspettano come noi, anche loro sospesi tra un andare o un tornare. E l’interazione si crea grazie alla prossimità fisica, al dover trascorrere quel tempo insieme ad altri, con i quali abbiamo in comune solamente l’attesa.

6. Termini. In uno sviluppo della città in cui la dimensione pubblica tende a ridursi, chi si ferma si pone in contrasto con la “normalità”. Ciò svela una sorta di meccanicizzazione ben rodata e una ritualità imposta. L’assenza di gerarchie e la molteplicità di funzioni indeterminate portano il fruitore alla confusione. Nello smarrimento ci si orienta grazie a riferimenti riconoscibili e condivisi: i segni. Questi producono una lettura dello spazio che determina relazioni simbolico-visive immediate tra persone e oggetti, azzerando le potenziali relazioni interpersonali.

7. Colosseo. Eventi che raccontano micro-realtà vissute attraverso percorsi e attraversamenti. Micro-realtà collettive e private fatte di azioni di svago, di incontro e di solitudine. Ognuna di queste azioni sembra inscritta nella traccia visiva del Colosseo, in modo da creare un filo narrativo continuo, un testo composto dagli usi prodotti e dalle loro tracce temporanee. Ogni luogo connesso al Colosseo vive di una linfa di significato assunta dalla sua imprescindibile presenza. La diramazione di strade che lo vedono come fulcro diventa la diramazione di tanti eventi di vita quotidiana.

8. Piazzale Ostiense. La comunità polacca, che da lungo tempo si ritrova al quartiere Ostiense, improvvisa ogni domenica un pic-nic in quella che, per la città, sembrerebbe solo un’aiuola che fa da rotatoria per le auto e il tram; al capolinea degli autobus della stazione Ostiense, si ritrovano, invece, alcuni nordafricani, che utilizzano la griglia di aerazione dei garage sottostanti come fosse un enorme sofà dove incontrarsi, fermarsi a chiacchiere, a volte mangiare insieme. In entrambi i casi ciò che per la cittadinanza è un mero spazio di passaggio, si trasforma, per queste comunità in uno spazio di incontro e ritrovo, grazie allo spostamento negli spazi pubblici di attività tipiche di luoghi domestici.

9. Garbatella. Garbatella, le corti interne e i giardini, i parchetti pubblici, molti rigorosamente recintati, alcuni attrezzati, finemente arredati. Sono gli spazi “sicuri”, a volte controllati, lontani dal pericolo della strada. Spazi in cui la comunità si riunisce al sicuro e lascia un segno. La continua ricerca della domesticità sta negli oggetti posti in quello spazio. Gli oggetti come simbolo della libertà dell’individuo, dell’utente, che ricerca in questi luoghi il suo spazio. Intorno all’oggetto posto, con il tentativo di a-propriazione, attraverso l’oggetto posto, accadono eventi naturali: la comunità di anziani si riunisce, quella dei bambini gioca.

10. Giardino dell'EUR. dall’altro quella che, esplorando il deserto dell'anonimato della società contemporanea, ne scopre gli aspetti più positivi. Arrivando all'estremo, quest'ultima strada rappresenta addirittura lo stare insieme in senso assoluto, il bene disinteressato, non solo verso il singolo, ma verso tutta la comunità. Nella città è difficile scovare questo tipo di stare insieme, poiché normalmente l'anonimato si mostra con la sua faccia più negativa. A modificare il nostro punto di vista entrano in gioco gli spazi marginali, e le pratiche sociali al limite (il cruising). In queste condizioni estreme traspare la possibilità di un modo nuovo di stare assieme nella metropoli o nel suburbio.

11. Spinaceto.

Lo spazio architettonico della metropoli romana nelle sue recenti espansioni è stato spesso disegnato e concepito come un macrocosmo, organizzatore a grande scala dei territori coinvolti. Spinaceto costituisce uno dei primi rami dell’espansione della città dentro l’agro romano. All’interno di questo macrocosmo, gli abitanti, unità elementari della città, hanno costruito nel tempo dei microcosmi urbani, spazi misurati e vivibili, luoghi propri della relazione, dell’incontro nell’esperienza quotidiana, unificando le esperienze individuali in percorsi collettivi. Le differenti destinazioni d’uso standardizzate: RESIDENZA-VERDE-SERVIZI sono state concepite, concentrate e separate in ambiti specifici, costruendo così una lineare omogeneità distributiva del sistema residenze-attrezzature. Nel corso del tempo gli abitanti hanno costruito vari percorsi comunitari, fondati su necessità e obiettivi differenti: POLITICA-AMBIENTE-CULTURA-QUOTIDIANO ridefinendo l’uso degli spazi.

Temi trasversali: domesticità, appropriazione, tempo, infra, memoria, anonimato, socialità

Spazi pubblici: costruzione sociale (vaghezza)

Spazi pubblici: infrastruttura pronta per l’uso (ridondanza)

In allegato la presentazione, in formato ridotto (immagini a bassa risoluzione).

In allegato la presentazione, in formato ridotto (immagini a bassa risoluzione).

L’ingiustizia sociale, di cui la localizzazione e condizione abitativa è solo una manifestazione, è sempre esistita. In passato, però, si raccontava che compito delle istituzioni era di lavorare per mitigarla, adesso accentuare le differenze e racchiuderle spazialmente, recintarle, è un obiettivo dichiaratamente perseguito e teorizzato.

Parlare di città sconnessa dovrebbe essere considerato un ossimoro. Per definizione, la città è un sistema il cui buon funzionamento dipende dalla reciproca relazione tra le sue componenti fisiche e sociali. In realtà, sempre più i progetti e gli interventi di trasformazione del territorio, a tutte le scale, sono esplicitamente finalizzati alla frammentazione e sconnessione. Nelle dichiarazioni d’intenti prevale l’acritico riferimento a metafore che, descrivendo la struttura dello spazio urbano e territoriale attraverso l’immagine dei nodi e della rete, trascurano i meccanismi di formazione dei nodi - ad esempio l’inclusione o l’espulsione di attività e abitanti - e ignorano quel che avviene al di fuori degli stessi. Nello stesso tempo, si mettono a punto e si attuano misure che inducono e/o accelerano lo spostamento dei vari gruppi di popolazione nelle zone ritenute più appropriate alle rispettive caratteristiche. Il riequilibrio territoriale è una voce desueta del vocabolario urbanistico, sostituita dalla esaltazione delle differenza che si traducono in diisparità. Più che chiederci dove si vive bene, quindi, dovremmo cominciare il ragionamento sulla vivibilità chiedendoci chi vive bene e perché.

1.Dove si vive bene o chi vive bene?

era una gran bella cittadina… la gente che vi abitava era di questa idea… non ci voleva molto per amarla, bastava non perder tempo a meditare sulle catapecchie dei negri e dei messicani ammucchiati nelle squallide distese di là delle vecchie carraie interurbane(Raymond Chandler, La signora nel lago,1943)

era una zona in rovina che dieci anni prima era stata in condizioni piuttosto buone perché si trovava a confini della comunità bianca, prima che la comunità bianca si trasferisse più a ovest e la manutenzione del posto venisse abbandonata, a favore di altre vie dove stanno i veri soldi e il vero potere, nei quartieri dei visi pallidi col portafoglio grasso (Joe R. Landsdale, Mucho Mojo, 1994)

era uno di quei quartieri pretenziosi spuntati in città dopo la seconda guerra mondiale, con case accessibili ai militari in congedo. Adesso probabilmente ci sarebbe voluta la paga di un generale per comprarne una. A questo avevano pensato gli anni Ottanta. L’esercito di occupazione degli yuppies aveva ormai assunto il controllo dell’area. Ogni prato esibiva un piccolo cartello metallico piantato nell’erba. Erano di tre o quattro diverse società specializzate in impianti di sicurezza, ma dicevano tutti la stessa cosa RISPOSTA ARMATA. Era l’epitaffio della città (Michael Connelly, La bionda di cemento, 1994)

Mezzo secolo separa i succitati noir americani che continuano ad essere fonti di informazioni probabilmente più attendibili di quelle fornite dalla miriade di esercizi di rating fra le città, commissionati da amministratori ansiosi di pubblicizzare la propria posizione nella graduatoria dei luoghi dove si vive bene per attirare investitori e abitanti pregiati, e che fanno abituale riferimento alla vivibilità e/o alla qualità di vita.

I due termini non sono sinonimi - la qualità di vita viene misurata in base ad una serie di indicatori prestabiliti, mentre per la vivibilità prevale il giudizio soggettivo circa il livello di soddisfazione individuale rispetto alle caratteristiche dell’ambiente - ma in entrambi i casi è scomparso il criterio che buone condizioni di vita urbana siano legate alla disponibilità di un livello minimo di spazi, di servizi, di risorse per tutti i cittadini. Al contrario, luoghi senza servizi, attrezzature e spazi pubblici vengono considerati buoni, proprio in quanto la loro mancanza è un segnale della assenza degli individui o gruppi sgraditi ai quali vengono associati.

Se il significato attribuito alla vivibilità dipende dagli obiettivi e dal sistema di valori di chi effettua la valutazione, il determinismo spaziale che comunque permea il discorso sulla città vivibile e che, non solo fa corrispondere a determinate condizioni fisiche determinati comportamenti sociali, ma stabilisce l’equazione pubblico = deviante, ha effetti devastanti per le nostre città.

Da una lato, alimenta il consenso attorno alla sistematica distruzione delle case e degli spazi pubblici, dall’altro contribuisce all’affermazione del principio secondo il quale, dal momento che non tutti i luoghi hanno la stessa qualità e amenità, e quindi lo stesso valore/costo, è giusto che l’insediamento di un individuo o di un gruppo di popolazione in una determinata parte di territorio e di città dipenda dalla sua capacità a pagare.

A differenza dei "vecchi standards", quindi, la vivibilità non è un diritto, ma una merce con un prezzo che non tutti si possono permettere.

Di fonte a questo prevalente e pervasivo orientamento, al quale ben si adattano le dichiarazioni del signor Swart, ministro della giustizia del Sud Africa che, nel 1953, spiegava in a country we have civilised people, we have semicivilised people and we have uncivilised people. The Government gives each section facilities according to the circumstances of each (dove circumstances significa financial conditions), è necessario ricondurre il tema della vivibilità accanto a quello della spazializzazione- territorializzazione dell’iniquità sociale perseguita, attuata e sancita dalle istituzioni pubbliche.

2. Luoghi di qualità per abitanti di qualità

ci hanno detto di sognare come il quartiere sarebbe potuto essere bello... non ci hanno detto che il sogno significava che noi non ne saremmo più stati parte (dichiarazione di un abitante cacciato nel corso del programma di rigenerazione urbana HOPE VI, The Baltimore Sun, 2004)

senza gli immigrati, Castelvolturno potrebbe diventare la Malibu d’Italia (dichiarazione del sindaco, Corriere della Sera, settembre 2008)

In qualsiasi città esistono, e sono facilmente individuabili, zone con migliori o peggiori condizioni ambientali rispetto a quelle contermini, che sono riservate, di diritto o di fatto, a ben determinati gruppi di abitanti, e il cui pregio relativo è in gran parte il risultato di iniziative delle pubbliche istituzioni.

La gamma dei possibili interventi è ampia, ma sia che si riduca la fornitura di servizi pubblici per accelerare il declino e lo svuotamento dell’area prima di procedere alla sua revitalizzazione (1), o che si attuino progetti per migliorarne la vivibilità - progetti che spesso consistono in una banale barcellonizzazione degli spazi pubblici e accelerano l’allontanamento forzato degli abitanti e la loro sostituzione con altri più desiderabili - l’obiettivo più o meno esplicito è di far corrispondere la qualità degli abitanti, cioè il loro reddito e/o potere, alla qualità dei luoghi.

Collocare i piani e le iniziative per la vivibilità all’interno del ciclico succedersi di fasi di investimento-disinvestimento-reinvestimento (Smith, 1996) aiuta a capire la complementarità e l’interdipendenza degli interventi il cui intento dichiarato è di accrescere la qualità urbana e di quelli punitivi nei confronti degli abitanti dei cosiddetti ghetti, cioè di quartieri o zone con le seguenti caratteristiche:

confini riconoscibili e riconosciuti,

strade che segnano il limite tra il quartiere e il resto della città o, nel caso di insediamenti periferici, un isolamento fisico segnalato dalla presenza di barriere difficilmente valicabili - autostrada, linea ferroviaria, fabbriche, zone "speciali" - e aggravato dalla carenza di trasporti pubblici;.

condizioni ambientali mediamente peggiori rispetto al territorio circostante,

minore dotazione di servizi, mancanza di manutenzione degli immobili, abbandono e degrado degli spazi pubblici, presenza di attività inquinanti;

omogeneità della popolazione al suo interno e eterogeneità rispetto al contesto,

la popolazione può essere composta da gruppi diversi e talvolta in conflitto fra loro - autoctoni e immigrati, immigrati di diversa provenienza - ma condivide una condizione di debolezza, per reddito, occupazione, età, a causa delle quali è considerata una comunità "a parte"; la concentrazione del disagio è un fenomeno cumulativo ed è spesso aggravata dai criteri di assegnazione degli alloggi pubblici;

limitate possibilità di effettiva "partecipazione",

gli immigrati non possono votare, gli autoctoni non sono proprietari o le loro proprietà valgono così poco che la vendita non consentirebbe il trasferimento ad altra zona;

localizzazione appetibile per l’investimento- reinvestimento immobiliare,

il valore potenziale del terreno e le aspettative di sviluppo immobiliare sono condizione indispensabile per assurgere alla cronaca, prima come quartiere problema, zona a rischio, ghetto e poi come laboratorio, quartiere risorsa, area da rivalorizzare e "restituire alla città"; la rimozione degli abitanti, almeno parziale e selettiva, è uno degli ingredienti della valorizzazione (bonifica!) del quartiere, perché la terra su cui sorgono i ghetti vale molto, e potrà valere molto di più se "liberata" dagli attuali abitanti. (2)

3. Enclosure e recinzione, parole chiave dell’urbanistica

il primo, che recintato un terreno, ebbe l’idea di dire: Questo è mio, e trovò persone così ingenue da credergli, fu il vero fondatore della società civile (Jean Jacques Rousseau, Discorso sulle origini ed i fondamenti dell’ineguaglianza, 1754)

Nel testo da cui è tratta l’abusata citazione, Rousseau individua nell’atto di chi si impadronisce, delimitandola, di una porzione di terra, l’origine della proprietà privata e della organizzazione sociale che su questa si basa. Ma oltre che strumento e indicatore dell’appropriazione individuale, la recinzione è anche una pratica abitualmente utilizzata dalle pubbliche istituzioni per sottrarre alla collettività beni comuni e quindi cederli a singoli privati.

La questione è particolarmente rilevante nel momento attuale, perché gli interventi per aumentare la vivibilità urbana vengono attuati contestualmente - quando non ne sono un prerequisito - alla privatizzazione o riprivatizzazione di tutto quello che è/era pubblico e a cui può essere attribuito un prezzo. Questo elemento costitutivo della trasformazione della società, e quindi delle città (Blomley, 2004), renderebbe necessaria una adeguata riflessione sulle sue conseguenze nella attività professionale degli urbanisti e nella codificazione della natura stessa della disciplina.

Presentate come uno strumento indispensabile per far aumentare la produttività dei beni di volta in volta tolti alla collettività (Hardin, 1968), le enclosures ritornano regolarmente nel corso dell’accumulazione capitalista, con particolare intensità e diffusione nei momenti di più radicale riorganizzazione della struttura economica e sociale.

Nella seconda metà del settecento, la recinzione delle terre comuni, e la loro privatizzazione, fu uno degli elementi che contribuirono all’affermazione della rivoluzione industriale e, quindi, alla nascita dell’urbanistica moderna. La necessità di mitigare gli effetti dannosi della industrializzazione e urbanizzazione sulla salute e sulle condizioni di vita, infatti, portò all’affermazione del principio che è compito delle pubbliche istituzioni regolare l’uso del suolo e che in ogni città deve esistere una adeguata dotazione di spazi comuni utilizzabili da tutti i cittadini.

Anche oggi, la recinzione e la privatizzazione degli spazi pubblici concorrono alla realizzazione della cosiddetta rivoluzione postindustriale, ma esattamente opposto è il ruolo assunto dall’urbanistica (dagli urbanisti) postmoderna che partecipa attivamente alla spartizione di questo enorme bottino e alla sua giustificazione teorica: propaganda la città per parti, individua le aree pubbliche da destinare alla valorizzazione o al degrado, progetta gli interventi necessari ad aumentarne la redditività prima di cederle ai privati.

Improvement, termine con il quale, nel secolo scorso, si definivano e reclamavano gli interventi necessari a migliorare le condizioni dell’ambiente urbano, è diventato mero sinonimo di incremento della appetibilità di un’area per gli investitori immobiliari e cercare the highest and best use, il più alto e miglior uso di ogni bene, incluso il suolo, non è più solo un’aspettativa del mercato, ma una sorta di imperativo morale per le amministrazioni.

In questa logica, la gentrification perde qualsiasi connotazione di fenomeno socialmente distruttivo, non essendo altro che un’evoluzione naturale e benefica verso un uso più redditizio del suolo, mentre tutto quello che può ostacolarla (lacci e laccioli) viene bollato come dannoso per lo sviluppo e la competizione tra le città.

Le enclosures, sono un elemento decisivo di questa trasformazione del paradigma disciplinare, sia come concetto guida attorno al quale costruire piani e progetti di valorizzazione, che nelle speciifiche forme nelle quali si possono concretare: zone economiche speciali, distretti e entrerprise zones; siti per eventi speciali, manifestazioni sportive, grandi esposizioni commerciali; zone industriali inquinate, da bonificare e poi restituire ai privati,; zone riservate alla residenza di gruppi di popolazione omogenei per preferenze e stili di vita ai quali si concede la facoltà di governarsi privatamente; isolati urbani e complessi residenziali di proprietà pubblica da demolire e privatizzare.

Si tratta solo di pochi esempi, molti altri ne esistono, tutti caratterizzati dalla complementarietà fra le richieste degli investitori privati e le iniziative delle pubbliche istituzioni che ad esse si adeguano - effettuando importanti interventi infrastrutturali e sopprimendo o rilassando regole e leggi normali - per garantire una sorta di extraterritorialità normativa e fiscale che si traduce, sulle mappe, in una configurazione a macchie.

Enclosure e recinzione non sono sinonimi; si possono recintare porzioni di territorio senza che ne venga ceduta la proprietà ai privati, ad esempio per delimitare le zone da lasciare all’abbandono e al degrado, dove le condizioni di vita variano seguono una gerarchia qualitativa che va dalla povertà meritevole fino al vero e proprio modello concentrazionario. Ma, qualunque sia loro condizione dal punto di vista giuridico, tutte queste linee chiuse danno origine a una configurazione del territorio come sfondo indefinito, sul quale figure ben delimitate vengono messe in risalto o relegate in secondo piano.

Che racchiudano opulenza o disperazione, la separatezza di questi recinti dal contesto fisico e sociale, sempre più accentuata e segnalata dalla presenza di barriere fisiche, è diversa da quella che si poteva realizzare con la zonizzazione ed altre pratiche di suddivisione territoriale - circoscrizioni elettorali, distretti scolastici e sanitari - che pure venivano utilizzate con finalità discriminatorie, ma che non negavano la continuità fra le zone confinanti.

La recinzione ha un significato molto diverso. A differenza della linea di confine, che presuppone l’esistenza di due soggetti che tracciano una divisione fra i rispettivi territori, sulla base di un compromesso o d un accordo che può essere modificato nel corso del tempo, e che lo controllano dai rispettivi lati, la recinzione è un atto unilaterale. Spesso imposto con la violenza e la prevaricazione, a qualunque scala territoriale- dalle homelands del Sud Africa alle barriere costruite dallo stato di Israele attorno ai villaggi palestinesi, dai muri attorno ai quartieri a rischio perché etnicamente connotati alle gated communities con le cancellate che bloccano l’accesso e il transito lungo le strade privatizzate, la recinzione è frutto di decisioni finalizzate alla separazione e alla discriminazione.

Di fronte all’affermazione di atteggiamenti e comportamenti che teorizzano la città disconnessa e ne progettano la frammentazione, manca una adeguata consapevolezza delle conseguenze che l’enclosure dei commons (l’uso di termini arcaici è adatto in attesa di compilare un vocabolario per definire il furto e all’appropriazione dei beni comuni), avrà sulla/e città.

Rendere coscienti i cittadini - che "non tollerano che si mettano le mani nel loro portafoglio", ma accettano passivamente di essere rapinati dei beni comuni - dell’impoverimento collettivo e delle conseguenze a lungo termine provocate da questo fenomeno, associato alla distribuzione degli uomini in spazi chiusi disegnati secondo il criterio che ciascuno deve stare nella porzione di territorio che si merita, può essere il punto d’inizio per una mobilitazione per la inappropriabilità e incommerciabilità dei commons e, quindi, per una vivibilità diffusa.

Note

(1) E’ grazie al benign neglect, il disinteresse benigno! spiegava il sindaco di New York, alla fine degli anni ’70, che nel Bronx, la chiusura di alcune scuole e stazioni della metropolitana e di alcune scuole, la eliminazione degli idranti antincendio e altri tagli nella ordinaria manutenzione, hanno accelerato l’auspicato drenaggio degli abitanti.

In Italia, dichiarazioni così esplicite non vengono rilasciate dai pubblici amministratori, o almeno non ancora, né sono disponibili inchieste sistematiche sul legame tra i meccanismi di concentrazione di cittadini immigrati o comunque sfavoriti, le proteste degli indigeni ed i piani di rigenerazione urbana. E’, però, interessante notare che alcuni studiosi attribuiscono un ruolo sostanzialmente positivo ai conflitti etnici in quanto potenti "fattori di cambiamento" . Il caso emblematico di "crisi urbana" che ha accelerato le trasformazioni sarebbe Torino, nei cui due quartieri, San Salvario e Porta Palazzo, a lungo dipinti come ghetti, "5 anni dopo lo scoppio dei conflitti risultano aperti due tra i più importanti cantieri della città" (Allasino, Bobbio, Neri, 2000).

(2) Lo slogan renewal=removal coniato negli anni ’60 per denunciare gli effetti degli interventi di rinnovo edilizio sugli abitanti è ancora attuale, come dimostra tra gli altri il programma Hope VI, "grazie" al quale, tra il 1993 ed il 2003, sono stati demoliti negli Stati Uniti decine di migliaia di alloggi di proprietà pubblica. Molti degli edifici e dei complessi distrutti erano più che "decenti", ma il valore del suolo sul quale erano collocati era potenzialmente così alto, che non si poteva continuare a sprecarlo per tenervi "parcheggiati dei poveri". Il programma federale, quindi, ha "liberato" le aree necessarie ai privati per la costruzione di liveable communities secondo i dettami del cosiddetto new urbanism (Somma, 2007).

Riferimenti bibliografici:

Enrico Allasino, Luigi Bobbio, Stefano Neri, 2000, Crisi urbane: che cosa succede dopo?, Ires

Nicholas Blomley, 2004, Unsettling the city. Urban land and the politics of property, Routledge

Garrett Hardin, 1968, The tragedy of the commons, "Science", n. 162, p. 1243-48

Neil Smith, 1996, The frontier city, Routledge

Paola Somma, 2007, The destruction of American historic housing projects, Open House International, vol. 32,

n. 1

Bologna per molti anni è stata un esempio di buona amministrazione, capace di produrre modelli urbanistici di eco internazionale (come il PRU del centro storico), tanto da diventare la città simbolo della qualità della vita.

Questa tradizione, amministrativa e sociale, ad un certo punto si è interrotta . Da allora la città stessa ha subito un declino che si misura di anno in anno, di giorno in giorno, nella sempre più dominante “fatica urbana” che chi vive la città subisce.

Il processo è frutto di una serie complessa di mutamenti sociali, economici, politici ed anche urbanistici. Per questi ultimi il momento spartiacque si può individuare nella approvazione del PRG del 1989. Costruito con una sostanziale coerenza di strategie nel passaggio tra l’adozione e l’approvazione il PRG subisce una frettolosa e sostanziale modifica nei suoi aspetti tecnici che gonfia spropositatamente il dimensionamento e ne inficia di fatto l’attuazione. Le grandi aree strategiche di ampliamento faticano ad attivarsi, mentre il mercato si concentra su altre occasioni e di più modesta dimensione e marginali rispetto alla progettualità del piano. La mancanza di fondi blocca la realizzazione delle infrastrutture e larga parte delle aree destinate a standard è minacciata dalla prospettiva della scadenza dei vincoli preordinati all’esproprio.

In linea con la tendenza nazionale, la risposta che le amministrazioni successive forniscono purtroppo aggrava anziché risolvere il problema: si abbandona l’idea del piano – della pianificazione – e si procede per programmi “di riqualificazione”, quasi sempre in variante. La trasformazione della città si polverizza in una serie di piccoli interventi di per sé non impattanti quanto quelli di altre grandi città come Milano e Roma, ma nel loro complesso rilevanti rispetto al contesto urbano bolognese e alla sua tradizione di buon governo.

Gli interventi promossi seguono la logica della “valorizzazione”, come la conversione delle aree a standard non attuate in edificabili, mentre l’obiettivo della riqualificazione si perde in astratte valutazioni. Nonostante le dichiarazioni d’intenti, le contropartite pubbliche ottenute sono scarse ma soprattutto “casuali” ed incoerenti rispetto alle reali esigenze delle parti di città in cui si inseriscono gli interventi. La saturazione dei preziosi spazi liberi nel territorio urbanizzato di fatto non contribuisce al miglioramento della costruzione della città pubblica, favorisce invece il lievitare della rendita.

Il bilancio di questa esperienza documenta il fallimento dell’urbanistica “caso per caso”. Solo una visione completa della città permette infatti di comprenderne le reali necessità: le carenze strutturali, le problematiche emergenti, le opportunità di miglioramento. Quindi solo all’interno di un disegno unitario possono essere formulari obiettivi coerenti e rispondenti alle necessità, e strumenti adeguati per attuarli tenendo conto di tutti i possibili effetti, anche inattesi.

Il ritorno al piano ed alla pianificazione è quindi una condizione necessaria, ma non sufficiente per il buon governo della città. Affinché le strategie del piano possano efficacemente dispiegarsi è necessario che il piano sia attuato e gestito correttamente. La sempre maggiore complessità e velocità di cambiamento delle dinamiche socio-spaziali delle nostra società, impongono inoltre oggi un coinvolgimento diretto dei cittadini per la condivisione degli interventi e dei loro esiti attesi.

E’ questa la sfida che si apre oggi nella nostra città con la formazione del nuovo piano urbanistico comunale. Cogliendo le opportunità del nuovo sistema di pianificazione dettato dalla legge regionale urbanistica 20/2000, l’amministrazione ha delineato nel Piano Strutturale Comunale (approvato nel mese di luglio) le strategie di trasformazione urbana, integrandovi in un insieme coerente quelle di riqualificazione. E’ ora impegnata nella elaborazione del Piano Operativo in cui definirà la prima fase di attuazione del piano.

Mi è stato chiesto di riflettere con voi sul difficile rapporto tra i bambini e la città contemporanea; sulle ragioni che la rendono invivibile per loro, come del resto per molte altre categorie sociali ‘deboli’, e su cosa fare per rendere il contesto urbano un luogo del ben-essere per tutti e della con-vivenza.

In effetti, i bambini rappresentano una sintesi sia delle debolezze sociali che toccano in vari modi altre categorie di cittadini sia delle intolleranze che i gruppi dominanti manifestano nei confronti del ‘diverso’ .

Come ampiamente dimostrato dagli studi Piagetiani in avanti, la condizione infantile è caratterizzata da limiti (seppur temporanei) di tipo percettivo, motorio e cognitivo dovuti alla gradualità dello sviluppo di certe facoltà psico-fisiche. Ciò li rende tanto vulnerabili ad una città organizzata intorno al sistema del trasporto automobilistico privato di massa quanto altri soggetti portatori di vari handicap; non controllano per niente, o male, mezzi comunicativi quali il linguaggio, la lettura e la scrittura, come molti soggetti che giungono nel paese/città di immigrazione parlando solo la propria lingua o dialetto e come le persone semi-analfabete di ritorno; sono guardati come ‘diversi’ e considerati ‘indesiderati’ o ‘fuori posto’ in molti spazi pubblici, allo stesso modo dei mendicanti e degli homeless (negli USA ci sono ristoranti che esibiscono il cartello “ingresso vietato ai cani e ai bambini”, mentre i mendicanti sono tenuti alla larga mettendo i lucchetti ai bidoni della spazzatura per evitare ai clienti la ‘disgustosa’ scena del frugale pasto a base di avanzi recuperati); e perfino laddove lo spazio pubblico sembrerebbe orientato ad accoglierli, le recinzioni entro le quali è loro consentito muoversi e giocare fanno più pensare a strategie di contenimento, come quelle riservate ai cani (trovo singolare che nei giardini e parchi urbani ci siano comunque più recinti per bambini che per cani: non dovrebbe essere il contrario?). In effetti, non ha torto la madre di una bambina che ho intervistato, quando afferma indignata che: “sono più considerati i cani dei bambini”. Della recinzione come atto violento, finalizzato al contenimento dei poveri ci parla anche nel suo intervento l’urbanista Paola Somma e tornerò tra breve sul tema.

Nelle nostre città adultocentriche, tutto quello che disturba ciò che è stato definito il “normale ordine del consumo” e che viene percepito come un rischio genera intolleranza e panico. Sui mezzi pubblici, l’arrembaggio di un gruppo di ragazzini un po’ chiassosi è visto con profonda irritazione o timore dai passeggeri adulti, e soprattutto anziani, e in strade pedonali dello shopping quali la storica via Garibaldi a Torino, se i vigili urbani colgono in flagrante due ragazzini a giocare a pallone, gli sequestrano il ‘corpo del reato’, essendo vietato dal regolamento urbano giocare a palla per strada, mentre giocare a spruzzarsi addosso l’acqua della fontana di Piazza Statuto è costato ad un altro bambino che ho intervistato un calcio nel sedere da parte di un passante. Stesso discorso proibizionista vale per i ragazzini che usano gli skate-boards, in una teoricamente felice combinazione di gioco e mezzo di trasporto, e che vengono invece sanzionati dagli agenti del traffico..

Molte delle giustificazioni degli adulti e delle istituzioni alle misure di contenimento sopra esemplificate (così come molte altre, quali l’accompagnamento sistematico, preferibilmente in auto, dei bambini a scuola e alle attività extra-scolastiche sempre sotto il controllo di adulti, oppure la predilezione per la TV e il Videogame ‘baby-sitter’ entro le protettive mura domestiche) suonano poco convincenti se non addirittura false. Tipico esempio di ciò che il sociologo norvegese Johan Galtung, autorevole studioso di conflitti e di non violenza, chiama ‘violenza culturale’. Così come il proibire l’uso della strada ai bambini o il centellinare risorse pubbliche alla riqualificazione dei quartieri degradati rappresentano esempi calzanti di violenza ‘strutturale’

Ritengo che i primi due insiemi di parole-chiave proposti da Ilaria Boniburini come traccia concettuale da seguire per analizzare la invivibilità urbana collimino perfettamente con quanto sto provando ad argomentare attraverso le teorie galtunghiane .

La triade ‘povertà, disagio, degrado’, riassume adeguatamente l’esito della ‘violenza strutturale’ , intesa come quella violenza che non necessariamente è causata dall’azione ‘diretta’ di una persona ma che è invece “insita nella struttura e manifestatesi sotto forma di potere diseguale e, di conseguenza, di disuguali opportunità di vita” (Galtung, 1969, p. 114). E’ quella che fa dire ad una madre nera di un quartiere-ghetto di Chicago: “qui non ci sono bambini. Hanno visto troppo per essere bambini” (Forni, 2002, p.96).

La seconda triade di parole-chiave cui si riferisce Ilaria Boniburini - linguaggio, discorso, potere – introduce alla perfezione il concetto di violenza ‘culturale’, intesa come “quegli aspetti della cultura…che servono a giustificare e legittimare la violenza diretta e la violenza strutturale” (Galtung, 1990, p.291).

La città contemporanea viene insomma associata ad arte al senso di insicurezza e paura provocato dalla microcriminalità presentata come dilagante e spietata, anche quando i dati ufficiali indicano trend decrescenti dei delitti più gravi. Le conseguenti politiche di contenimento, recinzione e repressione vengono giustificate come necessarie ed efficaci, quando invece hanno ben poca forza deterrente e non fanno altro che riempire all’inverosimile le carceri di disgraziati senza speranza di riscatto sociale, una volta scontata la pena.

La ‘cultura della paura’ ha dunque la capacità di dirottare l’attenzione e la preoccupazione dell’opinione pubblica lontano dalle vere cause dell’ insicurezza e della invivibilità urbana, evitando conflitti sociali intollerabili per l’ordine economico dominante e perdita di consenso da parte dei gruppi politici espressi da tali forze economiche.

La società flessibile o ‘liquida’, per usare l’ormai famosa espressione coniata da Zigmunt Bauman, prodotta dalla violenza strutturale di un liberismo senza freni e senso etico, ha infatti tolto a molti la certezza di poter contare sia su un lavoro sicuro e giustamente remunerato sia su una con-vivenza urbana degna di questo nome. Ciò che da sempre ha segnato la superiorità della città rispetto ad altre forme di occupazione territoriale è stato la sua varietà, di persone, attività, luoghi. È il concetto di città ‘open minded’ , che rimanda alla dimensione pubblica dello spazio urbano, al sistema delle piazze e delle vie che tali piazze connettevano, in una trama che includeva tutti e che faceva vivere di profonda umanità e bellezza anche i luoghi più lontani dal centro storico.

La città fordista e poi il suo declino, lo sprawl urbano e la crisi attuale, sono le tappe che hanno segnato il declino di quel modello. Ed è così che oggi i centri urbani , piccoli e grandi, sempre più divisi tra zone affluenti e zone emarginate, svenduti alla speculazione immobiliare in cambio del piatto di lenticchie degli oneri di urbanizzazione e sempre più ossessionati da esagerate paure, stanno svendendo il basilare principio della democrazia: la con-vivenza .

Anche la necessità di cambiare radicalmente modello di sviluppo, o addirittura di adottare i principii della ‘decrescita serena’ proposti da Serge Latouche (2008) per evitare la catastrofe ambientale, viene continuamente affermata senza però che Città, Regioni e Stato prendano misure veramente adeguate all’urgenza del caso.

In compenso, si continua ciclicamente a denunciare la invivibilità delle nostre città prodotta da vecchi e nuovi capri espiatori, facili da additare e demonizzare : prostitute, zingari, homeless, tossicodipendenti e spacciatori, baby-gangs, pedofili, immigrati, etc. E tanto più basso il livello culturale, sociale ed economico di una società che produce crescenti disuguaglianze, nuove povertà e ingiustizie, tanto maggiore sarà l’efficacia della violenza culturale. Quella violenza che viene esercitata quando, ad esempio, si giustifica la schedatura delle impronte digitali dei soli bambini zingari (guarda caso) per, si dice, tutelarli rispetto a violenze ed abusi.

C’è un libro recentemente pubblicato, La città fragile (Rosso e Taricco, 2008), i cui interpreti rientrano tutti senza scampo nella categoria che i sociologi hanno denominato del capro espiatorio, o ‘nemico appropriato’. Nel leggerlo ho pensato a Georges Pelecanos, il famoso giallista, che in una recente intervista ci ammoniva a “non guardare mai dall’alto in basso un uomo, a meno che tu non lo stia aiutando a rialzarsi”.

Ed è esattamente questo che gli autori hanno fatto con prostitute, zingari, senza fissa dimora di una città italiana come tante, Torino: li hanno aiutati a rialzarsi per farceli incontrare, guardare negli occhi (magari anche in quelli strappati dalle orbite e messi sott’alcool dell’albanese Munira), riconoscere come non-altri rispetto a noi, ossia come persone. Sono loro i più appropriati ad incarnare i nostri ‘nemici’ perché sono indifendibili e ingiustificabili. Minacciano i nostri valori, la nostra sicurezza quotidiana prodotta dai comportamenti devianti, predatori, immorali che ci infliggono quasi mai direttamente, più spesso per sentito dire dal vicino di casa, dal collega di lavoro o dall’amico, dalla televisione. E sono comportamenti ingiustificabili, in quanto, si pensa, dettati sostanzialmente dal rifiuto di integrarsi e ‘rimboccarsi le maniche’ in una società come la nostra dove il mito del self-made man integerrimo continua ad avere la sua presa e si alimenta delle ceneri del Welfare State. A poco servono i richiami dei sociologi alla ben più costosa (per la collettività) criminalità detta dei ‘colletti bianchi’(vedi il caso Parmalat o le morti sul lavoro) o di rari illuminati amministratori pubblici sul rischio di strumentalizzazione politica di queste paure per mantenere o conquistare consensi elettorali facili. Di fronte alla forza mediatica e alla strumentalizzazione politica del disagio generalizzato, prodotto da un futuro economico, sociale ambientale sempre più incerto, è difficile far passare argomenti convincenti sugli interventi complessi su scala urbana necessari per contrastare più efficacemente la micro-criminalità.

Le micro-storie narrate in prima persona dai loro protagonisti ci aiutano anche ad entrare in quei vuoti urbani che generalmente temiamo di avvicinare e che troviamo ben descritti attraverso l’efficace metafora della lettura della mano, della quale le donne zingare sono grandi esperte:

Noi li chiamiamo zingari, e con lo stesso disprezzo loro ci chiamano gaje. Secondo loro, sulla mano c’è tutto, strade e sentieri. Ogni mano è una mappa e racconta una storia. Immaginate che la linea della vita sia una tangenziale su cui corrono i TIR. Di fronte, cè una via che comincia e finisce nel nulla: via della Fortuna. Siamo al confine tra una piccola e una grande città. La periferia della prima - il quartiere Promontorio – si trova sul rilievo tra il pollice e la tangenziale . Nel palmo, un pianoro con capannoni industriali, posteggi, ipermercati, stadio e supercarcere. Sul polso volano gabbiani. Sotto, c’è una grande discarica. Fra la tangenziale e la via della Fortuna, proprio dove corre il confine, c’è uno spiazo d’asfalto ed erba stentata, ove si vedono uomini, fili da stendere, auto scrostate, sedie da campeggio, stufe a legna, poltrone sfondate e roulotte disposte a ferro di cavallo. I rom sono lì: a tre km dal supercarcere , dove hanno certamente un cugino, a due dallo stadio, dove prendono l’acqua e a meno di uno dalla grande discarica, che per loro è una specie di hard discount” (Ibid., p.12).

Il modo semplice e diretto adottato per entrare a contatto con questo mondo altro-da-noi, è il ‘viaggio’ in tram, dall’atollo lucente del centro urbano, gentrificato e videosorvegliato al capolinea perso nel nulla. Ma il capolinea di questo testo, scarno e denso insieme, è tutt’altro che un punto di arrivo: apre scenari, ci aiuta a sperimentare uno sguardo diverso su un mondo che ci spaventa anche perché dentro di noi sappiamo quanto sottile e rapida da oltrepassare sia la ‘linea d’ombra’ oltre la quale il nostro ‘esserci nel mondo’ potrebbe subire quella “crisi della presenza” di cui parlava Ernesto De Martino e che riprenderò tra breve. A ricordarcelo è l’uomo senza casa e senza nome, soprannominato Sandokan, che ci congeda dall’ultimo racconto (non a caso intitolato Senza) . Lo trovarono morto assiderato su una panchina dove si era fermato una notte per riposarsi dicendo a sé stesso :”Due minuti, non uno di più. Invece si assopì”.

Ma forse la città fragile può nascondere anche qualità preziose e insostituibili, come ci suggerisce Patrick Chamoiseau : “Texaco era ciò che la città conservava dell’umanità della campagna. E l’umanità è quel che c’è di più prezioso per una città. E di più fragile” (Chamoiseau, 1994, p.287). Per provare allora a descrivere la città vivibile che abbiamo perduto e che dovremmo ricreare, e con ciò affrontare il terzo e ultimo insieme di parole-chiave: benessere, vivibilità, urbanité , mi verranno in aiuto altri frammenti di testi. Li ho scelti tra autori che, pur avendo affrontato il tema da differenti punti di vista disciplinari e generi di scrittura –antropologico, letterario, urbanistico, architettonico, psicanalitico - esprimono a mio parere visioni stupendamente accattivanti del benessere prodotto dal con-vivere lo spazio , e in particolare da tre aspetti che ritengo essenziali : l’appaesamento, la sacralità e la bellezza.

Ciò che fa sentire al riparo dalla crisi del ‘non esserci nel mondo’ è parte di quello che è stato chiamato da Leroi-Gourhan ‘appaesamento’ (1977):

“La pratica dell’appaesamento, vale a dire il processo di modellamento dello spazio della vita, è per la specie umana un processo fondamentale, radicale proprio nel senso di costitutivo di radici” (Signorelli, 1983).

Lo individuiamo grazie agli abitanti del Rione Terra nel centro storico di Pozzuoli, evacuati (o deportati?) a Monterusciello :

Le porte del Rione Terra erano sempre aperte e ci stavano un sacco di entrate! Il Rione Terra era fatto come…un monte” Signorelli, 1989, p.18)

Mia nonna aveva la casa proprio vicino al Tempio di Se rapide, ci stava un fabbricato con la finestrella e lei mi spiegava che anticamente c’era il mercato degli schiavi….che poi là vedevi pure gente che passeggiava e si riunivano pure i vecchierelli, che si facevano la chiacchierata (Antonio C,, 27 anni, pescatore)” (ibid., 1983, p.19)

Ne troviamo tracce significative anche nella storia del contadino calabrese che Ernesto De Martino convince a salire sulla sua auto per farsi indicare come raggiungere un luogo non segnato sulla mappa : “la sua diffidenza si andò via via tramutando in angoscia, perché ora, da finestrino da cui sempre guardava, aveva perduto la vista del campanile di Marcellinara, punto di riferimento del suo spazio domestico. Per quel campanile scomparso, il povero vecchio si sentiva completamente spaesato: e solo a fatica potemmo condurlo sino al bivio giusto e ottenere quel che ci occorreva sapere. Lo riportammo poi indietro in fretta , secondo l’accordo: e sempre stava con la testa fuori dal finestrino, scrutando l’orizzonte, per veder riapparire il suo campanile. Finché quando finalmente lo vide, il suo volto si distese e il suo vecchio cuore si andò pacificando, come per la riconquista di una patria perduta. Giunti al punto dell’incontro, si precipitò fuori dall’auto senza neppure attendere che fosse completamente ferma , scomparendo selvaggiamente senza salutarci, ormai fuori dalla tragica avventura che lo aveva strappato dallo spazio esistenziale del campanile di Marcellinara” (De Martino, 2002, 480-481).

Lo ritroviamo nello slum di Fort-de-France chiamato Texaco, descritto nell’omonimo romanzo, in cui si narra di un urbanista incaricato di progettarne la distruzione, ma poi convinto a conservarlo dai suoi abitanti, e in particolare dalla carismatica ‘fondatrice’ Marie-Sophie:

Lei mi insegnò a rileggere i due spazi della nostra città creola: il centro storico, che vive delle esigenze nuove del consumo, e la cortina di occupazione popolare, ricca della profondità della nostra storia. Fra quei luoghi, il palpito umano che circola. Al centro si distrugge il ricordo, per ispirarsi alla città d’Occidente e rinnovare. Nella corona si sopravvive di memorie. Al centro ci si perde nel moderno del mondo; qui si portano alla luce vecchissime radici, non profonde e rigide ma diffuse, profuse, sparse nei tempi con quella leggerezza conferita dalla parola. Questi poli, collegati alla volontà delle forze sociali, strutturarono coi loro conflitti i volti della città” (Chamoiseau, 1994, p.174).

Per il richiamo alla sacralità della città, vi invito alla lettura integrale delle bellissime pagine che vi dedica Enzo Scandurra e mi limito qui a riprenderne un breve passo:

In un certo senso la città è già di per sé un luogo sacro, in quanto oikos, casa, dimora. Questo ‘sacro’ non è quello che viene conferito alla città dall’essere luogo delegato e privilegiato di una religione…. Il sacro di cui parlo è - per dirla con Lévy-Strauss – ciò che attiene all’ordine del mondo, ciò che garantisce questo ordine. Sacro è ciò che ci difende dal rischio del caos, dall’angoscia del nulla… e custodisce, o perpetua, un ordine antico e inviolabile” (Scandurra, 2007, p. 130)

Infine, la bellezza, alla quale lo psicanalista James è una politica che si sottrae ‘alle battaglie di un realizzarsi finalistico’ e recupera ‘i criteri dell’estetica – unità, linea, ritmo, tensione, eleganza- che possono …offrirci un nuovo insieme di qualità’. Come fanno quelle creature degli abissi marini nascoste alla vista, mai percepite eppure dotate di colori scintillanti e di una bellezza senza scopo, cioè della vera bellezza. Che non ha un fine, non ha intenzionalitàHillman ha dedicato un volume (2002) e della quale dialoga con l’architetto Truppi in un altro libro dedicato all’anima dei luoghi.

La politica della bellezza “” (Truppi, 2004, p.139).

E a proposito della voracità di massa che ha fatto man bassa degli spazi pubblici, Franco Cassano ha auspicato che : ”quando avremo restituito a tutti le strade, le spiagge e i giardini, quando saremo guariti dalla ricerca ossessiva della separazione e della distinzione…allora la bellezza tornerà a visitarci” (Cassano, 1996)

Se è vero, come sostiene Truppi, che il malessere che l’individuo sta vivendo dipende molto dall’esterno, ebbene la ‘politica della bellezza’, con la sua enfasi sulla qualità e cura dei luoghi suggerisce una risposta positiva e convincente al male di vivere. E l’attenzione per l’esterno è anche garanzia della sostenibilità (ambientale e perciò anche urbana), ossia della trasmissione alle generazioni future dei saperi e delle pratiche necessarie al con-vivere.

L’ultima parola ad un bambino di Torino, abitante dell’estrema periferia nord-est, chiamata non a caso Barriera di Milano e molto vicina al campo nomadi descritto ne La città fragile. Quando gli abbiamo chiesto cosa pensa della zona dove vive, la sua risposta è stata tanto breve quanto incisiva, un piccolo capolavoro di saggezza, come spesso solo i bambini sanno fare. Ha detto:

Mi piacerebbe che ci fossero più cose e che l’ambiente fosse bello”.

Bibliografia

Cassano F.,1996, Il pensiero meridiano, Laterza, Roma-Bari;

Chamoiseau P, 1994, Texaco, Einaudi, Torino;

De Martino E., La fine del mondo. Contributo all’analisi delle apocalissi culturali, Einaudi, Torino;

Forni E., 2002, La città di Batman. Bambini, conflitti, sicurezza urbana, Bollati Boringhieri, Torino;

Galtung J., 1969, “Violence, Peace and Peace Research”, in “Journal of Peace Research”, 6 (3);

Galtung J., 1990,”Cultural Violence”, in “Journal of Peace Research”, 27 (3);

Hillman J., 2002, Politica della bellezza, Moretti & Vitale, Bergamo;

Hillman J. e Truppi C., 2004, L’anima dei luoghi. Conversazione con Carlo Truppi, Rizzoli, Milano;

Latouche S., 2007, Breve trattato sulla decrescita serena, Bollati Boringhieri, Torino;

Leroi-Gourhan, A. , 1977, Il gesto e la parola, Einaudi, Torino;

Rosso B. e Taricco F., 2008, La città fragile, Bollati Boringhieri, Torino;

Piccolomini M., 1993, “Lo sviluppo sostenibile: una sfida per le città”, in “ReS”, ,n.7;

Scandurra E., 2007, Un paese ci vuole, Città Aperta, Troina;

Signorelli A., 1989, “Spazio concreto e spazio astratto. Divario culturale e squilibrio di potere tra pianificatori ed abitanti dei quartieri di edilizia popolare”, in “La ricerca folklorica”, n.20.

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