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La provincia di Catania decide di stanziare un milione, distogliendo la somma da altre utilizzazioni, per acquisire quote di una futura società costituita per la costruzione del Ponte sullo Stretto. Quasi in un ideale dialogo, il sindaco di Venezia, Cacciari, lamenta che il Ponte di Messina sottrae risorse preziose al programma d'interventi pubblici nel Nordest, dal Mose al passante di Mestre. Detto con brutalità, ci troviamo di fronte a due tentativi ben studiati di conquistare spazio nella comunicazione. Con obiettivi opposti. Da un lato c'è l'affermazione di un improbabile sicilianismo «fai da te» in grado di eccitare velleitari conati autonomisti, facendo dimenticare le emergenze quotidiane di una regione come la Sicilia, che giorno per giorno vede accrescere i suoi divari rispetto ai parametri europei. E dall’altro lato il vellicamento di una mai sopita passione "per la «questione settentrionale», alibi fortunato per tutti coloro che esitano nell'affrontare la simmetrica (ma le cose stanno davvero così?) questione meridionale.

Possiamo provare per qualche mese in Sicilia a dimenticare il Ponte e a concentrarsi su criticità più immediate? Non sarà facile. Il Ponte sullo Stretto è infatti al quarto ciclo di attenzione dal dopoguerra a oggi. Alla prima fase che vide il fiorire di fantasie progettuali ne seguì una seconda di attesa, nella quale l'ipotesi Ponte, che allora contava su un numero notevole di estimatori, bloccava di fatto scelte fondamentali per lo sviluppo dei trasporti in Sicilia. C'è stata poi, relativamente breve, ma intensa, la stagione del progetto, inaugurata da una precisa volontà politica sostanzialmente bipartisan, verdi e sinistra radicale a parte, che non trovava però, salvo nobili e disinteressate eccezioni, alcuna eco ideologica né sul piano regionale né su quello locale. Stagione esauritasi quando Prodi si presentò alle elezioni (e vinse) con un programma che teneva conto dei risultati di un ampio dibattito che attestavano una carenza di consenso nei riguardi dell'opera e precise istanze, invece per infrastrutture di maggior urgenza. Val la pena sottolineare che nel corso di quel dibattito, elevatosi di tono alla vigilia delle regionali in Calabria e delle amministrative per Messina, si contarono sulle dita di una mano le voci del centrodestra dissonanti con un corale rifiuto espresso dalla cosiddetta società civile e dai partiti di centrosinistra.

Ed eccoci al quarto ciclo: il Ponte come bandiera di un movimento che ripesca modelli di colpevolizzazione nei confronti dello Stato e pretese riparazioniste a fronte di ripetuti, torti e vessazioni. Con lo stesso ragionamento ci si potrebbe lamentare dell'assenza di una normale velocità nella rete ferroviaria, della mancata chiusura dell'anello autostradale, dell'inesistenza di un sistema aeroportuale non limitato a due poli e dell'insufficienza dei porti isolani. Invece è sul Ponte che appare più facile suscitare orgoglio e desiderio di vendetta. Ad Agrigento una popolazione si solleva al pensiero che la possibile costruzione di un aeroporto distrugga paesaggio e tradizioni. La stessa popolazione probabilmente voterebbe compatta per il sì in un referendum pro o contro il Ponte, indifferente al fatto che in questo caso vengano messi a rischio altri paesaggi e tradizioni. Il famoso complesso del Nimby (not in my back-yard).

Assistiamo dunque a un fiorire di iniziative che non producono alcunché sul piano concreto ma tengono accesa la passione. Perché solo un milione, verrebbe da chiedere all'amministrazione provinciale di Catania, da destinare al Ponte? Stanziate un miliardo. Trovate, e non sarà difficile un'entrata virtuale per non compromettere equilibri di bilancio e il gioco è fatto: si ritorna alla fase del ciclo del «ponte in cartolina», una struttura cioè fatta di parole che però si sovrappone per chiasso mediatico, annullandole, ad altre problematicità addirittura emergenziali.

Getta benzina sul fuoco l'incauta e scorretta dichiarazione di Cacciari, ignaro (ma come è possibile?) che la finanziaria 2007, salvo sorprese, ha di fatto — piaccia o meno, sia giusto o sbagliato — cancellato il Ponte. Anche lui evidentemente ha bisogno di evocare modelli riparazionisti. E menomale che il famoso federalismo fiscale, al momento, è solo tema di convegni sussieguosi e soporiferi.

I problemi del presente, le soluzioni del futuro. Per la prima volta istituzioni e cittadini si sono confrontate sull’articolato «nodo» aeroporto. L’occasione è stata offerta dall’assemblea pubblica promossa dalla Provincia per discutere dell’iter della Vas, acronimo di «Valutazione ambientale strategica» dell’area che circonda lo scalo di Montichiari. Al «Tartaglia» di Brescia rappresentanti delle associazioni di cittadini e i sindaci dei paesi coinvolti direttamente o indirettamente dal «D’Annunzio» hanno ascoltato le relazioni dei tre assessori provinciali responsabili del progetto: Mauro Parolini si è occupato di Viabilità, Valerio Prignachi di trasporto e Aristide Peli che ha curato il riassetto territoriale.

La Vas coinvolge a vario titolo Montichiari, Ghedi, Castenedolo e Montirone ed ha una dimensione di 49 chilometri quadrati. Programmare uno sviluppo armonico della zona oltre che a tutelare la vivibilità delle aree urbane rappresenta la condizione essenziale per accedere ai fondi dell’Unione Europea. L’efficacia del Via è direttamente proporzionale alla precisione con cui vengono fissati gli obiettivi strategici in materia ambientale. urbanistica, economici e sociali. «Questi indici devono essere compilati con la vostra collaborazione - ha spiegato Peli rivolgendosi alle associazioni ambientaliste ed agli amministratori comunali presenti -: senza il rispetto dei parametri della Vas non si va da nessuna parte». Alcune associazioni presenti hanno fatto sentire la loro voce e gli argomenti sollevati sono piuttosto allarmanti.

L’area sottoposta al Vas riguarda l’aeroporto ma influisce inevitabilmente sullo sviluppo della Fascia d’oro snodo di sviluppo economico provinciale. «Le attuali rotte minano la vivibilità di troppi cittadini - ha ribadito Sergio Perini presidente di Cambiarotta, associazione di Carpenedolo -: e la situazione è destinata a peggiorare da gennaio quando inizieranno i voli notturni per le Poste Italiane. Nessuno ci ha mai contattati e noi siamo contrari ad uno sviluppo insostenibile. Ne abbiamo avuto la prova nel ’99 quando ci passavano sulla testa centinaia di voli al giorno. Non vogliamo più rivivere quella situazione».

Preoccupata anche Legambiente che per bocca di Pietro Garbarino ha proposto di «rinunciare all’Alta capacità. Abbiamo già la linea per Parma che possiamo sviluppare». Il pericolo di contaminazione delle falde è stato invece paventato dagli ambientalisti di Montirone che hanno rimarcato: «Siamo il Comune più massacrato da questo piano incredibile di sviluppo. Non solo ci tolgono terreni, ci inquinano l’aria, ci tolgono il respiro, ci impediscono di costruire e ci assediano con i rumori. Rischiamo anche la distruzione delle nostre falde acquifere che si trovano a bassa profondità, se non erro a 25-30 metri ed anche meno. Che futuro daremo ai nostri figli?».

Sul tavolo sono finiti anche i problemi legati a cave e discariche. Oltretutto nell’area interessata dalla Vas non esiste ancora nessuna centralina per il rilevamento dei dati d’inquinamento.

Sul piede di guerra anche gli agricoltori che per bocca di Alberto Giovanardi della Coldiretti hanno chiesto a gran voce un «immediato programma di rimborso per le potenzialità agricole e di allevamento che ogni giorno vanno perse in un’area tra le più sviluppate, per stalle e raccolto, dell’intera provincia. Non deve accadere la fuga dalle campagne».

Il tempo intanto incalza. I sindaci dell’area si ritroveranno con la Provincia il 16 ottobre, ed entro fine novembre i primi dati della Vas dovranno essere pronti per l’Unione Europea.

Postilla

Apparentemente tutto sembrerebbe filare relativamente liscio e “istituzionale”, pur con le gravi preoccupazioni espresse da molti, in questa prima esperienza di Valutazione Ambientale Strategica. Salvo che strategica non lo è affatto, visto che tanto per cominciare il Piano d’Area è del tutto sottodimensionato rispetto ai problemi effettivamente sollevati da questo HUB. Un complesso aeroportuale che, sotto sotto, da un lato si affianca con poderose dimensioni a Malpensa (e sappiamo quanti e quali effetti ha avuto in pochi lustri lo sviluppo dell’Hub varesino), dall’altro calamita una serie di interessi e spinte molto più ampia: a partire dal sistema dell’alta capacità ferroviaria, che qui il rappresentante di Legambiente sembra mettere in discussione. Ma non per colpa sua il giornalista, e conseguentemente il dibattito e la percezione, continua a volare bassissimo. Perché la stampa nazionale tace? Perché, come osservava Maria Pia Guermandi, sappiamo tutto delle casalinghe della Valsusa contro il tunnel ferroviario, ma questa assemblea bresciana sembra parlare di un progetto di nuovi giardini pubblici, anziché di un enorme magnete di traffico e aspettative? Che la giunta regionale lombarda (e la cultura che la sostiene, non solo a destra) dopo aver avocato a sé i piani d’area, voglia anche farlo per il dibattito relativo? (f.b.)

vedi anche HUB? BURP!(con PDF illustrato scaricabile)

Titolo originale: Livingstone promises green Olympics – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

Il sindaco di Londra, Ken Livingstone, oggi ha promesso che le Olimpiadi del 2012 saranno i giochi più orientati all’ambiente che si siano mai tenuti.

Presentando una bozza di linee guida da seguirsi nella realizzazione delle strutture olimpiche, Livingstone ha fissato una serie di ambiziosi obiettivi riguardo alla rigenerazione che l’evento porterà nella zona orientale di Londra.

Ha affermato che tra gli impegni dei contractors ci sarà molto più che non assicurare il completamento in tempo utile ed entro i limiti di bilancio delle opere previste.

”I Giochi di Londra dovranno essere i più sostenibili di tutti i tempi: lasciare un’eredità in termini di posti di lavoro stabili, abitazioni, miglioramenti ambientali per l’est di Londra, il resto della città e tutta la Gran Bretagna” ha detto.

Le linee guida si soffermano sul fatto che le strutture abbiano le migliori caratteristiche progettuali possibili. Verranno utilizzati i concorsi di architettura per scegliere i progettisti degli stadi e degli altri edifici principali del complesso di Stratford.

L’intero documento di intenti mira ad assicurare che le strutture olimpiche possano essere utilizzate anche dopo i giochi. Si afferma che le Olimpiadi non devono creare “ elefanti bianchi”.

Si ammette che la rigenerazione della città sede dei giochi non è conseguenza automatica del fatto di ospitarli. Letteralmente: “La storia delle scorse edizioni mostra chiaramente che questo risultato non si verifica come naturale effetto dei Giochi”.

Si afferma che gli organizzatori sono intenzionati a unire risultati ambientali come quelli dell’edizione di Sydney, ad una rigenerazione urbana come quella realizzata a Barcellona.

Secondo le proposte nuove regole, i potenziali contractors devono dimostrare il proprio impegno a rapporti di lavoro etici, o all’uso di materiali riciclati. Si ricorda anche che l’intero processo sarà sottoposto alle nuove norme sulla libertà di informazione.

Si suggerisce anche, che nel quadro dei posti di lavoro generati dai Giochi, si dia la precedenza ai residenti locali. Sarà sviluppato un programma di formazione professionale, per dare maggior possibilità di inserirsi ai vari livelli dell’offerta.

Livingstone ha aggiunto: “Una delle priorità dei prossimi setta anni sarà quella di assicurare a popolazione e imprese locali i massimi benefici”.

Il sindaco ha anche annunciato l’avvio di un progetto da 70 milioni di sterline per interrare le linee elettriche nell’area del Villaggio Olimpico.

Nota: il testo originale al sito del Guardian; di un certo interesse anche il discorso programmatico del Sindaco sulle Olimpiadi, di oltre due anni fa ; su Eddyburg vari articoli sull’argomento, come questo sul problema della trasparenza negli appalti (f.b.)

Titolo originale: Urban design: the issue explained – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

Della progettazione urbana [ urban design] quasi nessuno aveva sentito parlare, fino a dieci anni fa. Ora è considerata un aspetto centrale dell’iniziativa del governo per le città sostenibili: creazione di vitali quartieri popolari con buoni servizi pubblici e una specifica identità spaziale [ sense of place]. Ma restano parecchi dubbi su quanto la realtà possa corrispondere alla retorica.

La progettazione urbana, a cui talvolta ci si riferisce definendola “arte di costruire luoghi” coinvolge molte professioni, come architetti, urbanisti, paesaggisti, e anche ingegneri stradali. Si occupa dello spazio pubblico, degli interstizi fra gli edifici, e contemporaneamente anche dell’aspetto degli edifici stessi.

Uno dei suoi obiettivi principali è la pianificazione generale: una supervisione delle caratteristiche fisiche dei grandi spazi destinati per il futuro a urbanizzazione o trasformazione. I masterplans mostrano in che modo i nuovi interventi si adattino agli edifici esistenti e offrono una cornice alla progettazione di quelli nuovi nell’area.

La prestigiosa Urban Task Force, presieduta dall’architetto Lord Rogers, afferma nel suo rapporto del 1999 che le città britanniche sono “molto indietro” rispetto a quelle dell’Olanda, della Germania, della Scandinavia, in termini di qualità della vita urbana e dell’ambiente costruito.

Si afferma, nel rapporto, che un miglioramento delle forme di progetto è vitale per un “rinascimento urbano” che inverta la tendenza all’abbandono delle zone più interne e tuteli la campagna dall’insediamento diffuso.

Il governo ha risposto dando il proprio sostegno ufficiale allo urban design nel 2003, con la pubblicazione del piano Sustainable Communities del vice primo ministro John Prescott, e il suo impegno a costruire centinaia di migliaia di nuove abitazioni entro il 2016.

Si afferma: “Desideriamo vedere un cambiamento netto nella qualità della progettazione. Ad essa si deve affiancare e integrare un appropriato masterplanning per tutti i principali insediamenti”.

In molti dei suoi discorsi, Prescott ha anche auspicato ripetutamente una maggior quantità di edifici che possiedano quello che lui chiama “ fattore WOW”.

Questo auspicio ovviamente è molto sostenuto dall’ambiente degli architetti, ma molti di loro sottolineano come le politiche pubbliche stiano rendendo sempre più difficile realizzare una buona progettazione. La maggior parte degli edifici pubblici si realizzano tramite i progetti di iniziativa privata, che tendono ad emarginare architetti e architettura.

La qualità media di molte realizzazioni finanziate privatamente, in particolare gli ospedali, è stata criticata dall’osservatorio governativo della Commission for Architecture and the Built Environment.

C’è anche la preoccupazione che in Gran Bretagna non esistano le competenze per creare create nuovi quartieri ben progettati, soprattutto negli enti locali. Per affrontare il problema, è stata istituita una nuova “ academy for sustainable communities” a Leeds.

Si teme che la realizzazione di abitazioni di iniziativa pubblica sacrifichi la qualità per la quantità, come già accaduto nel boom edilizio degli anni ’60 e ‘70. Queste paure sono aumentate dalla volontà del governo di costruire case con sole 60.000 sterline.

Ma i ministri insistono sul fatto che si può ottenere qualità anche a basso costo. Nel tentativo di fissare standards migliori, hanno sostenuto i discussi criteri progettuali utilizzati a Poundbury, il villaggio finto del Principe Carlo, e a Seaside in Florida, lo sfondo del film satirico The Truman Show.

Questi criteri sono proposti dall’influente movimento del new urbanism, un gruppo anti- sprawl nato in America a difendere un tipo di vita urbana orientato alla pedonalità e alle zone centrali.

Ma molti, negli ambienti della progettazione, sostengono che questi criteri soffocano l’innovazione, e impongono uno stile.

Il gruppo coordinato da Lord Rogers afferma che entro il 2021 si spera l’Inghilterra possa “godere di una fama mondiale nel campo dell’innovazione nel progetto urbano sostenibile ad alta qualità”. Un obiettivo che pare piuttosto lontano, ma almeno è nato un dibattito, in Gran Bretagna, sulla progettazione urbana.

Nota: il testo originale al sito del Guardian (f.b.)

Nel 2001, appena insediatosi, il governo Berlusconi cercò in tutti i modi di dare attuazione ad una scelta, quella relativa alla realizzazione del Mo.SE., già condivisa da tutti Una scelta già supportata da tutti i processi autorizzativi; una scelta che, proprio su richiesta del mondo ambientalista fu verificata ed approvata dai massimi esperti internazionali del settore. Il governo Berlusconi cercò, riuscendoci, di mettere fine ad un assurdo itinerario che dal 1963 al 2001 non aveva avviato concretamente nessuna iniziativa per la salvaguardia della laguna veneta e della città di Venezia. Dopo l'alluvione del 1963, cioè dopo 37 anni, i governi che si erano succeduti avevano affrontato questo reale dramma per il patrimonio del pianeta solo cercando di approfondire studi, di ottenere autorizzazioni, ma mai avevano dato avvio ai lavori, mai avevano trovato le risorse necessarie per porre fine al tragico e sistematico evento dell’acqua alta. Un evento che negli anni ‘60 si verificava circa 8-10 volte l'anno con una soglia di 30 centimetri e che oggi si verifica oltre 70 volte con soglie che superano i 100 centimetri. Questa urgenza nell'avvio concreto delle opere relative al Mo.SE era, d'altra parte, supportata dal fatto che il Governo Amato, in data 15.03.2001, concluse e approvò definitivamente tutte le questioni afferenti alla Valutazione di lmpatto Ambientale. Se esaminiamo tutte le date successive e tutti gli impegni assunti da un apposito organismo istituzionale, presso la presidenza del Consiglio, scopriamo quanto sia stata capillare e diffusa la fase legata alla approvazione definitiva del progetto. In proposito è utile ricordare che: - in data 6.12.2001 il Comitato Misto si è espresso, analogamente a quanto deciso dal consiglio dei Ministri del 15.3.2001 prima richiamato, in merito alla compatibilità delle opere sotto il profilo ambientale; - in data 3.04.2003 il Comitato di lndirizzo Coordinamento e Controllo ha deliberato all'unanimità che si procedesse allo sviluppo della progettazione esecutiva ed alla conseguente realizzazione delle opere, e ciò sulla base dei pareri dei Comuni interessati e della Regione Veneto, espressi ai sensi dell'art. 3 comma 4 della L. 139/1992; - in data 26.01.2004 la Commissione per la salvaguardia di Venezia ha approvato il progetto definitivo, anche tenendo conto del positivo parere del ministero per i Beni e le Attività Cultarali del3.12.2003.

Ebbene la progettazione esecutiva e la realizzazione degli interventi è stata attuata secondo il programma approvato all'unanimità dal Comitato Misto in data 6.06.2003, che prevedeva lo sviluppo della progettazione e dei lavori per stralci esecutivi. Il progetto, inserito nel 1° Programma delle lnfrastrutture Strategiche di cui alla L. 443/2001, è stato altresì valutato dal CIPE in data 29.11.2002 e supportato finanziariamente,finora, per circa 1.700 milioni di euro. La conferma della validità della intera operazione e della legittimità di tutti gli atti è fornita da sentenze del TAR del Veneto (Sentenze nn. 2480/2004, 2481/2004, 2482/2004 e2483/2004) e del Consiglio di Stato (Sentenza n. 1102/2005).

Ieri la VIII Commissione della Camera dei Deputati ha approvato un ordine del giorno in cui, tra l'altro, impegna il Governo “a prendere immediatamente tutte le necessarie iniziative volte ad evitare che siano realizzate quelle parti del progetto che prevedono lavori non coerenti con eventuali modifiche o che portino il Mo.SE ad uno stadio di irreversibilità». Cioè la Commissione, Ambiente, Territorio e lavori Pubblici della Camera, pur di bloccare una scelta approvata dal governo Berlusconi, è disposta a ridiscutere e quindi a compromettere in modo irreversibile il futuro della città di Venezia. Questa follia, che caratterizza un numero limitato di parlamentari, diventa un vero ricatto per l'attuale Governo, propinato da minoranze che approfittano della loro indispensabilità per diventare interlocutori forti.

Di fronte a simili azioni non è sufficiente una immediata presa di posizione della Casa delle Libertà, ma è necessario ed urgente un approfondimento concettuale su cosa sia la democrazia in un Paese civile. Occorre cioè che i cittadini siano informati di quanto sia vincolante il ricatto delle frange interne all'attuale maggioranza nella gestione del potere. Sono sicuro che l'Unione Europea chiederà ai governo i motivi di un simile comportamento. Noi non possiamo e non dobbiamo rimanere indifferenti di fronte a questo atto di irresponsabilità, non ce lo perdonerebbero le generazioni future.

Una puntuale replica di Luigi Scano alle piccole verità e grandi bugie di Lunardi

A Roma accadono cose strane: ci sono realtà di cui nessuno parla (il disagio sociale esploso al Trullo, per esempio) e presenze meramente virtuali (la «Nuvola» di Fuksas, altro esempio) di cui si continua a parlare quasi esistessero davvero. Il Museo dell'arte contemporanea (Maxxi): citato di continuo, è però solo un cantiere in grave ritardo sui tempi. Ora rischia perfino di chiudere per mancanza di soldi, nonostante gli impegni del ministro Rutelli. Che però promette: «Io lo salverò».

La Finanziaria ha ridimensionato, quasi cancellandolo, ogni impegno di spesa per dare al Paese un adeguato Museo del contemporaneo, finora inesistente. Cinghia stretta, niente da fare. Eppure solo due settimane fa il ministro dei Beni culturali aveva trionfalmente annunciato i finanziamenti necessari per fissare al dicembre del 2008 la consegna alla città dell'opera di via Guido Reni, al Flaminio, arditamente progettata dalla famosa architetto Zana Hadid. Rutelli aveva anche indicato i ratei di una somma che avrebbe raggiunto i 70 milioni necessari a completare il Museo.

In sostanza, il governo ha concesso al Maxxi solo 5 milioni per ciascuno dei prossimi tre anni: appena un po’ di più di quelli utili a tenere il grande cantiere aperto ma fermo. «Il ministro competente, Di Pietro - chiarisce Rutelli - non è riuscito a trovare i soldi per il museo. È un fatto negativo, certo, ma è così. Il finanziamento tocca alle Opere pubbliche, non ai Beni culturali ma io tengo molto al Maxxi al quale ho già assicurato 7 milioni. I 15 previsti - continua Rutelli- li metterà il mio dicastero, pur non essendo quello a cui spetta l'investimento». Lo scorso anno, nel corso di una visita al cantiere-matusalemme (sta cominciando ad avere l'età di un anziano) il predecessore di Rutelli. Buttiglione disse cose analoghe indicando nel collega Lunardi il solo responsabile della realizzazione dell'opera.

«Fin d'ora mi sto impegnando a cercare i soldi per finire il Maxxi entro il 2008. È un impegno - assicura il ministro dei Beni culturali - che intendo assolutamente mantenere». Pio Baldi, direttore generale del Dipartimento per le arti contemporanee, si dice «molto dispiaciuto» del «buco» della Finanziaria. «Al Maxxi Roma e la cultura del Paese tengono molto. Non resta che confidare nell'impegno di Rutelli. Speriamo che vada a buon fine».

Altra musica da Claudio Cerasi, che con la società Navarra costruisce il museo: «Le notizie della Finanziaria ci annichiliscono. Siamo già esposti per 15 milioni, non possiamo continuare a lavorare senza essere pagati. Cinquemilioni l'anno sono ridicoli. Finiremo per chiudere il cantiere».

Maxxi e Nuvola, basta: o li facciamo o non parliamone più.

Giulia Maria Mozzoni Crespi, “Caro presidente, su Mediapolis sbagli”, lettera aperta al presidente del consiglio Provinciale di Torino Antonio Saitta, La Stampa, 4 ottobre 2006

Gentile Presidente, ci spiace che si sia creato questo difficile passaggio nella vita dell'Ente da lei presieduto. Tutto ciò avrebbe potuto essere evitato se più per tempo, a cominciare dagli Stati Generali del Canavese, si fosse dato spazio istituzionale ad un nostro intervento e si fossero affrontate le tante obiezioni che con serietà e rispetto abbiamo da anni presentato.

E' vero, come è stato ribadito, che il comportamento della Provincia nello sviluppo dell'iter autorizzativo è sempre stato legittimo e corretto, ma è proprio questa «continuità » che costituisce in qualche modo la causa del contrasto e del dissenso.

Quando il progetto Mediapolis è stato incluso nel Patto Territoriale è prevalsa l'impazienza di presentare delle alternative di sviluppo, la suggestione dei posti di lavoro, la prospettiva di convogliare fondi sul territorio, e in questo scenario tutte le istituzioni e le forze politiche si sono schierate a favore. Gli unici a dissentire da subito siamo stati noi, dapprima con la contestazione del sito soprattutto per incompatibilità idrogeologica, poi con argomenti più articolati e complessi: il saldo occupazionale, il beneficio collettivo degli investimenti pubblici, la trasparenza sui capitali privati, le garanzie economiche, etc.

Intanto, riguardo a Mediapolis aumentava l'incertezza: sui contenuti di progetto, da città della comunicazione a Rockland, da Tivoli a Futuroscope (l’ultima novità); sulla valutazione dell'impegno finanziario pubblico e privato; sull'adeguatezza del capitale; sulle modalità esecutive, compreso il project financing, ecc. Unica costante, la rilevante presenza di uno o più Centri Commerciali con un bacino di utenza sostanzialmente locale.

Non c'è quindi da sorprendersi che qualcuno abbia colto l'insufficienza delle analisi sin qui correttezza formale delle decisioni, abbia considerata opportuna una più approfondita e documentata valutazione sugli interrogativi da noi sollevati che, lo ribadiamo ancora una volta, non è mai stata fornita.

Quanto al citato modello di Futuroscope in Francia, si badi che quella realizzazione del 1985 è stata ripetutamente in perdita, che ha richiesto e richiede costanti e rilevantissimi investimenti pubblici (288 milioni) e che vive grazie ad una società mista a prevalente capitale pubblico, sulla convenienza della quale ci si incomincia a porre domande.

Non ci sembra responsabile, oggi, confermare le decisioni prese con la tautologica affermazione che di decisioni si tratta: ci sembra invece che riconoscere il cambiamento degli scenari e la possibilità di alcuni errori di stima, debba far parte delle prerogative e dei doveri del governare. Ci auguriamo quindi che questa consapevolezza presieda a tutto l'iter della Valutazione di Impatto Ambientale perché, almeno sotto quel profilo, non ci siano né dubbi né rischi ignorati. Noi siamo infatti convinti che proprio l'area di Albiano, tra le altre possibili in Canavese e nella Provincia di Torino, presenti caratteristiche seriamente incompatibili con l'insediamento di Mediapolis e vorremmo almeno evitare che, prevalendo la logica delle decisioni già prese, si comprometta seriamente un equilibrio vitale per un'area così di pregio, il cui valore ambientale e perciò economico è una ricchezza di noi tutti

La Stampa, 5 Ottobre 2006

Antonio Saitta, Gentile signora Crespi,

La ringrazio per aver riconosciuto alla Provincia sul progetto Mediapolis la continuità di un comportamento legittimo e corretto nello sviluppo dell'iter autorizzativo; non ci siamo però limitati a questo.

L'azione dell'ente presieduto prima da Mercedes Bresso e dal 2004 da me è stata fondamentale per modificare come Lei sa il progetto iniziale, riducendone l'impatto ambientale (ricordo a solo titolo di esempio le osservazioni della Provincia alla variante del Piano regolatore del Comune di Albiano).

Il progetto Mediapolis è nato nel 1997, quasi dieci anni fa, ma in questo lungo periodo di approfondimenti e di dibattiti il pressoché unanime consenso da parte di amministrazioni locali, forze politiche bipartisan, forze sociali ed economiche non si è certo esaurito. Così come non si è mai esaurita la serietà delle Istituzioni nel procedere con attenzione e scrupolo: in particolare voglio ricordare al Fai e alle altre associazioni ambientaliste che la Provincia di Torino ha scelto di mantenere in capo ai suoi uffici la delicata e determinante procedura tecnica di VIA, l'impatto ambientale, perché riteniamo indispensabile procedere a queste valutazioni tecniche assumendoci la responsabilità delle verifiche prima, delle scelte poi.

Le confermo che le procedure di impatto ambientale saranno svolte dagli uffici preposti con tutta la doverosa trasparenza, serietà professionale e onestà intellettuale che mi auguro Lei continui a riconoscerci.

Con la stessa serietà e professionalità i nostri tecnici si comporteranno all'interno della Conferenza dei Servizi, che la Regione Piemonte convocherà quale sede idonea per quantificare in modo definitivo le opere infrastrutturali necessarie.

Il Suo appello affinché chi governa sappia poter riconoscere errori di valutazione mi trova assolutamente concorde, ma voglio sottolineare che chi amministra un territorio deve saper fare sintesi in situazioni delicate, con il coraggio di scelte anche impopolari: preferisco comunque percorrere la strada difficile del confronto che attira critiche, piuttosto che essere accusato al termine del mio mandato di essere stato spettatore impassibile della crisi di un territorio importante come il Canavese.

* Presidente della Provincia

Nota: per qualche particolare in più sul discutibile e discusso insediamento nelle basse della Dora ad Albiano di Ivrea (TO) qui anche una breve descrizione del progetto di Mediapolis e altri aggiornamenti sugli sviluppi dell'operazione (f.b.)

Ci siamo dati sette mesi, scadenza fine aprile 2007. Sette mesi per riuscire a convincere il governo Prodi di fare del vivere insieme, della promozione dei beni comuni, l'orientamento nuovo, marcante, dell'agenda politica italiana e - se possibile - europea dei prossimi cinque anni. Per questo, i sette mesi serviranno per far prendere le decisioni di principio che consentiranno la realizzazione dell'obiettivo res publica sull'arco di tempo 2006-2010. L'obiettivo è quello di far sì che il governo Prodi si impegni ad operare per l'inversione dei processi attuali di mercificazione della vita, di finanziarizzazione dell'economia e di privatizzazione del politico, ridando la priorità alla giustizia sociale fondata sui diritti umani e sulla sicurezza, ad una vita umanamente degna per tutti i cittadini, attraverso la promozione (e finanziamento) dei beni comuni essenziali ed insostituibili alla vita, al vivere insieme, al miglioramento qualitativo delle condizioni di esistenza, anche nell'interesse delle generazioni future.

In che modo? Cercheremo di ottenere entro aprile 2007 la creazione di un Segretariato di coordinamento nazionale dei beni comuni sotto la responsabilità della Presidenza del Consiglio, come primo passo fondatore - sul piano politico-istituzionale e simbolico - del cammino di reinvenzione della res publica. Il compito del segretariato sarà quello di stimolare e coordinare le iniziative delle istituzioni pubbliche (governo, regioni, province e comuni) e degli operatori economici e sociali (imprese pubbliche, terzo settore, sindacati, movimenti ed associazioni) rivolte a promuovere i beni comuni, al fine di identificare, valutare e proporre gli strumenti giuridici, istituzionali e finanziari più idonei alla loro realizzazione e sviluppo. Si pensa, fra altre azioni che dovrebbero essere promosse dal Segretariato, all'organizzazione di Conferenze programmatiche regionali sui Beni comuni e ad Ateliers di progettazione.

Considerato lo stato attuale delle cose, proponiamo di concentrare i percorsi da compiere sul cammino della nuova res publica su quattro direttrici: 1) l'acqua, valorizzando l'eccezionalità conferitale dal governo Prodi nell'escludere i servizi idrici dai processi di liberalizzazione e far sì che non passi la sua privatizzazione e mercificazione attraverso altre disposizioni. Quel che è in gioco, attraverso l'acqua, è la sacralità della vita; 2) l'energia e l'ambiente, i due grandi campi del vivere insieme sui quali si sta giocando il futuro delle nostre economie e della civiltà urbana; 3) la conoscenza, «spirito» dell'essere umano e cultura di ogni comunità, non essendo più accettabile la sua attuale appropriazione privata e mercificazione. Ne va dell'educazione. L'università sta diventando, anche in Italia, una impresa di produzione, vendita e distribuzione di saperi mercificati. La mercificazione della conoscenza significa quella della salute e, quindi, la sparizione del diritto alla salute; 4) la bellezza, o quel che resta del Bel Paese che non è stato ancora fagocitato da una logica finanziaria di valorizzazione turistica puramente commerciale, sia di lusso che di massa.

Due i nostri alleati principali. I membri oggi al Governo ed in Parlamento. Non è saggio né giustificato pensare che i nostri amici al governo ed in parlamento siano oramai dall'altra parte. Anzi, queste settimane dimostrano il contrario, malgrado certi limiti e certe contraddizioni. Sta anche a noi non abbassare la guardia e fornire proposte e contenuti innovativi nonché sostegno popolare, mantenendo una forte capacità critica costruttiva. L'altro alleato sono le reti dei movimenti impegnati in particolare lungo le direttrici menzionate (acqua, energia/ambiente, conoscenza/educazione/salute, bellezza). Si continuerà nei prossimi giorni a promuovere l'iniziativa res publica già lanciata grazie a il manifesto e a Carta.

Titolo originale: Road to Progress, or End of a Rural Lifestyle? Scelto e tradotto per Eddyburg da Fabrizio Bottini

COMPRATI un pezzetto di West Virginia!” strilla un cartello su una strada a due corsie serpeggiante, qui nell’area rurale della contea di Hardy, 170 chilometri a ovest di Washington. Campi ondulati e belle tenute coltivate che risalgono ai primi dell’800, condividono sempre più da vicino il paesaggio degli Appalachi con tratti del Corridoio H, strada federale a quattro corsie progettata a metà anni ’60, ma che si sta costruendo soltanto adesso.

Parte del piano nazionale autostradale legato alla difesa nel periodo della guerra fredda, il Corridoio H era pensato per offrire una via di fuga dalla capitale nazionale in caso di emergenza. Ai nostri giorni, alcuni abitanti della ancora sonnacchiosa cittadina di Moorefield, capoluogo di contea, giudicano la strada più un collettore di sprawl urbano che un percorso di fuga.

Come indica quel cartellone, nella contea di Hardy sono lottizzati e in vendita pezzi di ex piantagioni, a prezzi che si rivolgono a diversi interessati: abitanti di Washington e della Virginia settentrionale che cercano uno spazio che si possano permettere fuori dall’area metropolitana; catene commerciali come Wal-Mart, che di recente ha aperto uno dei suoi negozi super discount in un campo di fieno; attività economiche locali, come un’impresa per la lavorazione del pollame e un produttore di arredi in legno.

Renick Williams, 71 anni, coltivatore i cui antenati sono stati fra i primi coloni europei in West Virginia, dice di credere nelle cose che cambiano col tempo. Ha venduto il campo di fieno alla Wal-Mart e ha costruito un albergo e cinema multisala a Moorefield.

“Mi piace coltivare, ma le cose stanno cambiando qui” racconta Williams, “E se non ne trae vantaggio la mia famiglia, lo farà qualcun altro”.

Williams, insieme ai due figli e a un nipote, è proprietario della RCS Land Company, che controlla circa 2.000 ettari di terreno inedificato, che lottizza e vende ai costruttori o investitori 5.000 metri quadrati o più alla volta, a 30.000 dollari. In uno di questi spazi da 24 porzioni messo a disposizione due anni fa, ne sono state vendute oltre la metà, racconta.

Ma per chi vuole mantenere un tipo di vita rurale nella contea di Hardy, con le sue distese di spazi aperti ondulati che arrivano fino alle montagne, la nuova spinta edilizia non è benvenuta. Su una superficie di oltre 1.500 chilometri quadrati vive una popolazione di circa 13.000 abitanti, ovvero circa 8,5 abitanti al chilometro quadrato, secondo gli ultimi dati censuari. “É una zona davvero bella, una delle poche ancora intatte che sono rimaste, e sarà rovinata, come tutto il resto” giudica Diane Hypes, responsabile editoriale del Moorefield Examiner and Hardy County News, notiziario settimanale.

La signora Hypes abita in un appezzamento da 32 ettari in cima a un’altura, che ha comprato 18 anni fa per 46.000 dollari. Racconta che di recente glie ne hanno offerti 250.000 per la proprietà, ma che ha rifiutato di vendere.

Si oppone al progetto da 2 miliardi e quattro corsie del Corridoio H, e si astiene dallo scrivere qualunque articolo a proposito nel giornale, incaricando un corrispondente di coprire l’argomento.

Tim Ramsey, proprietario della Lost River Real Estate, dice che c’è stata “quasi una corsa alla terra” nell’area della contea di Hardy, dopo gli attacchi terroristici del 2001. Il suoi clienti – fra cui proprietari di seconde case, pensionati e persone che lavorano a distanza dalla contea di Hardy per parte della settimana, passando solo un paio di giorni a Washington – comprano i terreni come rifugio sicuro. Case in legno di montagna su due ettari di terreno si vendono a 200.000-300.000 dollari, dice.

Un anno dopo gli attacchi, lo stesso Ramsey si è trasferito da Washington aprendo il suo ufficio immobiliare, insieme a un ristorante e un motel, a Lost River, centro che prende il nome da un fiume che scompare nel terreno, per riemergere parecchi chilometri a valle.

Neda Akbarzadeh, 33 anni, vive a Fairfax, Virginia, ed è project manager per un’impresa che lavora per il governo a Washington. È proprietaria di 8 ettari nella contea di Hardy, comprati di recente a 70.000 dollari. Pensa di costruirci una piccola casa in legno fra gli alberi.

La signora Akbarzadeh ha venduto la sua proprietà, molto più a ovest in Virginia, perché con la realizzazione del Corridoio H si sono ridotti i tempi di spostamento dal nord dello stato a meno di due ore, rendendolo così un posto molto desiderabile per una seconda casa, racconta. E anche se non ha niente contro le lottizzazioni, dice, si oppone ai nuovi venuti che sradicano gli alberi.

Per rappresentanti della contea di Hardy come Harold K. Michael, eletto alla West Virginia House of Delegates, il grande potenziale del Corridoio H alla fine sarà lo sviluppo economico dell’area rurale degli Appalachi, a partire da Wardensville nel West Virginia fino a 170 km più a ovest, a Elkins.

Il corridoio ha molti tratti già realizzati, ma non è ancora completo, e gli oppositori lottano contro la prosecuzione dei lavori, affermandone l’invasività ambientale, definendolo “la strada verso il nulla” dato che non collega direttamente alla Virginia.

Michael la vede in modo diverso. “La strada dà accesso alle appendici più settentrionali della West Virginia” sostiene. “E anche se per il momento può anche andare verso il nulla, arriverà da qualche parte. Per ora, ha suscitato molto interesse nel settore immobiliare, e cambiato il sistema degli spostamenti pendolari interni della contea. La gente per lavorare e fare acquisti andava verso la Virginia, adesso per queste cose sta all’interno della contea”.

Altro vantaggio, sostiene Michael, è il fatto che la strada abbia alleggerito dal traffico le arterie locali che si snodano lungo il corso dei fiumi. Queste spesso sono teatro di gravi incidenti fra auto e camion che trasportano merci dalle fabbriche della contea di Hardy, come i prodotti da pollame della Pilgrim’s Pride, o della American Woodmark, che costruisce componenti per la cucina e il bagno.

“La cosa ironica” aggiunge “è che il Corridoio H può essere ancora chiamato in qualche modo una via di fuga in caso di grave emergenza, por spostare 6-8 milioni di persone fuori dall’area del District of Columbia verso la West Virginia.”

A parte tutto l’ottimismo economico, la questione dello sprawl urbano pesa parecchio secondo gli urbanisti, come Mallie J. Combs-Snider, direttrice operativa della Rural Development Authority della contea di Hardy, responsabile per lo sviluppo economico dell’area.

Un problema è che con l’aumento dei costi degli immobili residenziali, possano essere allontanati dall’area i lavoratori delle fabbriche, che no riescono più ad acquistare, dice. Uno dei principali temi in agenda, racconta, è proprio quello di inserire nell’offerta di case anche quelle per lavoratori.

Altra questione, la tutela dei terreni agricoli, anche se qui si tratta di un obiettivo più difficile, dato che si tratta di una scelta volontaria.

“Il nostro obiettivo è di incoraggiare i proprietari a risparmiare quanto più territorio agricolo possibile, e a questo fine offriamo incentivi fiscali” dice. “Ma si tratta di semplici programmi discrezionali: possiamo soltanto incoraggiare il land-banking”.

La strada, che si snoda come una stretta striscia attraverso le line brumose dei crinali montani, per qualcuno è una visione magnifica, un modello di moderna ingegneria stradale.

La vede in questo modo Kenneth W. Dyche, direttore esecutivo del Region 8 Planning and Development Council, organizzazione statale creata per sostenere la crescita economica.

“Sì, onestamente lo sprawl urbano è una preoccupazione” racconta Dyche. “Ma d’altra parte, la strada ha dato accesso a una serie di panorami che non sapevo esistessero, e io abito qui da trent’anni”.

Nota: sul ruolo del sistema autostradale nello sviluppo insediativo USA, vedi anche questi articoli di Micheal Cabanatuan, e di Robert Sullivan (f.b.)

here English version

Milano, la capitale della deregulation urbanistica, fucina di immensi livori nei confronti di qualsiasi forma di pianificazione, la «città del pragmatismo» che ha gestito la trasformazione postindustriale degli ultimi decenni giustapponendo allegramente i progetti parziali man mano che venivano proposti, comincia improvvisamente a emettere segnali sovversivi. Con il progetto di una cintura di bosco intorno a Milano, promosso da provincia, regione e comune Stefano Boeri sdogana un modo di pensare la città, fondato su una visione unitaria a lungo termine e sulla comprensione della complessità, oramai desueto tra gli intellettuali e gli amministratori milanesi e più in generale italiani.

Dopo anni di muro contro muro, le rivendicazioni dei facinorosi abitanti dell'Isola, il quartiere simbolo delle battaglie civiche contro la speculazione e il fenomeno della gentrification, vengono accolte nell'insperata revisione del progetto originale Isola-De Castilla, anch'essa affidata allo Studio Boeri. E il nuovo sindaco (Letizia Moratti! Tant'è) assesta un colpo ferale alla monocultura dell'automobile, associata inevitabilmente alla sete di parcheggi e alla fuga nelle villette in campagna, lottando per l'introduzione del ticket anti-inquinamento per i mezzi di trasporto dei non residenti. A questo punto diventa lecito chiedersi che cosa stia succedendo, se gli elementi di questo puzzle rappresentino i germi plausibili di una rivoluzione copernicana o una triste apertura al politically correct.

Nonostante l'evocativa analogia con la Congestion Charge e la Green Belt, il paragone con le felici vicende urbanistiche di Londra non è pertinente, perché le soluzioni inglesi fanno parte di una strategia complessa enunciata nel London Plan, a sua volta espressione di una volontà politica ben precisa, mentre quelle lombarde sono di fatto episodi concepiti in momenti e contesti diversi, frutto di istanze eterogenee e persino contraddittorie.

Il Metrobosco progettato da Boeri è una fascia boschiva di profondità variabile che non si limita a collegare il sistema di parchi e cascine localizzato nelle aree perimetrali della città - Parco Nord, Parco Lambro, Forlanini e a ovest Bosco in città, parco delle Cave, Cascina di Prezzano e Parco dei Fontanili, fino a Parco Sud - ma prevede l'integrazione di aree agricole e soprattutto un'imponente opera di riforestazione, in parte anche da destinare a bosco produttivo, per un totale di 3 milioni di alberi su un'estensione di 30.000 ettari. La sua realizzazione comporterebbe, oltre ai prevedibili benefici nei termini di quantità di ossigeno, qualità paesaggistica, tutela del territorio, un grande vantaggio strategico: «Guardare Milano dal punto di vista degli spazi aperti - afferma Boeri - significa capovolgere la prospettiva del policentrismo edilizio e delle concentrazioni funzionali, puntare l'attenzione sulle relazioni sociali e sui flussi vitali di una metropoli. Significa ragionare sul senso di una città progettandone prima di tutto gli spazi collettivi, i luoghi di incontro, i punti di condensazione della vita sociale e i nodi di scorrimento delle folle metropolitane».

Si tratta dunque di un piano sviluppato a partire dai vuoti invece che dai blocchi edilizi, una novità assoluta nella prassi milanese e al tempo stesso un'idea che ha ossessionato a lungo Giancarlo De Carlo - e del resto il suo modello della città-turbina, elaborato negli anni '60 nel contesto dei dibattiti sul Piano Intercomunale Milanese è uno degli archetipi del Metrobosco. Tuttavia l'aspetto più dirompente dell'anello verde è costituito dal fatto che la sua presenza assume di necessità lo status di confine: «È un confine poroso, naturalmente, permeabile, da attraversare lentamente a piedi o in bicicletta o a tutta velocità percorrendo le arterie radiali di Milano», aggiunge Boeri. Il suo valore è soprattutto simbolico, rappresenta un argine contro il continuo urbano esteso da Torino a Venezia, e una discontinuità rispetto a quel filone di pensiero, finora dominante, che ne elogia la produttività.

L'eliminazione di una barriera reale è invece uno dei punti fondamentali della revisione del progetto Isola-Lunetta, parte della ricchissima opera di sistemazione dell'area Garibaldi-Repubblica con annessi Giardini di Porta Nuova, Città della moda e nuova sede della regione. Il popolare quartiere Isola, tuttora circondato da infrastrutture e aree abbandonate che lo rendono poco accessibile dall'esterno, è sempre stato considerato la pecora nera del piano. Tutti i progetti e i concorsi che si sono avvicendati sull'area (il masterplan, redatto da Pierluigi Nicolin, risale a vent'anni fa) hanno mantenuto il quartiere rigorosamente separato dal prestigioso parco per mezzo di una nuova strada a scorrimento veloce e di un'enorme quantità di cubature date in permuta ai proprietari dei terreni su cui sorgerà lo stesso parco. Gli abitanti hanno ricambiato con una mobilitazione accanita che ha prodotto un caso «scomodo».

La revisione dello Studio Boeri prevede un pesante ridimensionamento e la redistribuzione delle cubature, la soppressione della strada-barriera e la creazione di un nuovo giardino pubblico contiguo al parco, oltre alla conservazione di alcuni edifici del tessuto storico: un buon risultato, ottenuto anche grazie al recupero dello straordinario lavoro di progettazione partecipata svolto dal gruppo coordinato da Giancarlo De Carlo per il concorso (perso) dei Giardini di Porta Nuova (documentato nel libro La costruzione di un progetto, Alinea editrice, 2004).

Verrebbe naturale pensare che il committente della revisione sia l'amministrazione pubblica, decisa a porre rimedio - seppure tardivamente - allo scempio programmato e a farsi carico delle esigenze di un esasperato gruppo di cittadini. Invece a chiamare Boeri è stato Manfredi Catella, amministratore delegato dell'immobiliare Hines, e per giunta, con un totale ribaltamento dei ruoli, è toccato a lui porre dei vincoli qualitativi all'indifferente Comune. Non è stato un oscuro progetto di riforma sociale a indurre una società immobiliare a un comportamento apparentemente tanto anomalo, ma la constatazione che la qualità di un progetto del genere doveva necessariamente tenere conto dell'aspetto sociale, oltre che delle soluzioni tecniche ed estetiche. In altri casi, per ragioni più o meno legate alla promozione d'immagine, le società offrono tecnologie ecosostenibili o spazi pubblici, ma la committenza pubblica sembra sempre più confinata al ruolo di passacarte.

Gli abitanti delle villette brianzole e gli sviluppatori possono dormire sonni tranquilli, per ora non ci sono elementi sufficienti per una svolta radicale: la rendita fondiaria resta il motore principale della trasformazione e la conurbazione Milano-Torino è oggi considerata uno degli agglomerati economicamente più efficienti d'Europa, e come tale è rappresentata anche in Biennale. Tuttavia il fatto stesso che questi progetti abbiano potuto essere concepiti e diffusi e che raccolgano consensi è tutt'altro che irrilevante. Sono i primi, importanti colpi inferti a un mondo culturale che per anni ha sostenuto le ragioni del buonsenso ambrosiano, della prospettiva a breve termine, della «mancanza di visione».

Nota: su Mall anche un breve dibattito sugli aspetti effettivamente " ambientali" di Metrobosco (f.b.)

Il consumo di suolo è la misura dell’espansione delle aree urbanizzate a scapito dei terreni agricoli e naturali. Il suo monitoraggio è un tema di estremo interesse per l’urbanistica, poiché investe appieno alcune tra le principali questioni che la pianificazione è chiamata ad affrontare: la forma della città, la distribuzione sul territorio delle funzioni, il conflitto tra usi alternativi del suolo. Attraverso numerosi articoli che la redazione di eddyburg.it ha raccolto da tutto il mondo, è possibile compiere un vero e proprio itinerario di riflessione sui fattori che alimentano il consumo di suolo, sulle modalità di crescita delle aree urbanizzate, sui costi collettivi procurati dalla mancata regolazione dello sviluppo urbano, sui rimedi che possono essere apportati attraverso la pianificazione territoriale e urbanistica.

1. Cause

Una prima serie di articoli indagano il rapporto tra consumo di suolo, economia e stili di vita. Edoardo Salzano ( Consumo e città) sottolinea le patologie di questo rapporto e vede nell’esasperazione del consumo di suolo uno degli effetti di un modello socio-economico che tende a disgregare progressivamente polis e urbs. Due articoli dall’America ( La città densa, Se non ci piace lo sprawl) forniscono alcuni spunti di riflessione sul legame tra modelli insediativi e preferenze delle famiglie e sul modo attraverso cui si alimenta il motore della crescita urbana (urban gowth machine, secondo la definizione del Sustainability Institute).

2. Sostegni

Una lucida analisi del giornalista Francesco Erbani inquadra il mancato controllo del consumo di suolo in un contesto nazionale di preoccupante regressione dell’urbanistica. ( L’Italia maltrattata). Alcuni meccanismi di pianificazione contrattata favoriscono l’espansione urbana: ad esempio, quando la “compensazione” viene utilizzata come metro per giudicare le proposte di edificazione e si baratta la possibilità di urbanizzare nuove aree con opere o contribuiti monetari, in America ( Ettari per Wal-Mart), come in Italia ( I numeri, i diritti e la compensazione). Il caso esemplare del PRG di Roma testimonia l’incidenza elevata dell’espansione urbana all’interno dei piani regolatori. ( Troppo consumo di suolo nel nuovo PRG). Talvolta, anche la pianificazione territoriale alimenta l’espansione, come accade in Campania ( Raffinate strategie verso l’ignoto) o come viene auspicato in Friuli Venezia Giulia ( Ragionando di terre a nord-est), regioni entrambe amministrate dal Centro-Sinistra.

3. Modelli

Sprawl, diffusione, dispersione insediativa: il consumo di suolo si accompagna ad un uso sempre più estensivo dello spazio, alla perdita dei confini della città, alla progressiva formazione di un magma di costruzioni, infrastrutture e aree relitte ( Come si sfascia una città; Diffusione, dispersione e anarchia urbanistica; Allarme. Il Veneto scoppierà), per descrivere il quale si ricorre a nuove parole ( Oltre Suburbia_ ascesa del Tecnoburbio; Punti di crescita - Esurbio). Il legame tra espansione e crescita di popolazione sembra essersi spezzato: il fabbisogno di spazi per infrastrutture e aree urbanizzate non diminuisce anche laddove la popolazione è stabile o in calo, in Italia ( Roma Sempre meno residenti nei centri storici) come in Germania ( Crescita e decrescita). Il territorio rurale è protagonista di un cambiamento epocale, schiacciato da un lato dalla pressione della città, dall’altro dalle modificazioni indotte dall’abbandono delle coltivazioni e dalle politiche agricole, come dimostrano gli studi condotti da Antonio Di Gennaro ( Prefazione). Un rapporto pubblicato sulla rivista Science conferma la drammatica portata ambientale del consumo di suolo ( Un rapporto rivela).

4. Misure

Quali sono le misure principali del consumo di suolo? Quali aspetti, oltre all’entità delle superfici urbanizzate, conviene misurare e mettere in relazione? Un articolo di Frisch illustra come questo tema viene trattato in Germania ( Trenta ettari al giorno). Altri articoli segnalano diversi studi prodotti in Europa ( Da campo coltivato a supermercato, Immagini europee delo sprawl; Lo sprawl visto dall’Olanda).

5. Costi

Il mancato controllo del consumo di suolo e la dispersione degli insediamenti generano una serie di costi collettivila cui entità è stata stimata, in Italia, per la prima volta in una ricerca condotta da Camagni, Gibelli e Rigamonti, della quale Salzano presenta gli esiti ( A proposito della città dispersa). Uno studio americano ci porta a riflettere anche sui costi sostenuti dalle famiglie ( Comparazione dei costi).

6. Rimedi

Il rimedio più semplice ed efficace, e forse per questo difficile da introdurre, consiste nel porre un limite alla crescita della città, un confine invalicabile che possa essere superato solamente quando tutte le alternative possibili sono state praticate. Tuttavia, stabilire un confine duraturo tra territorio urbano e rurale è un’operazione ardua da imporre e difficile da mantenere anche in paesi tradizionalmente più sensibili alla protezione del paesaggio, come testimonia la cattiva salute delle green-belt in Gran Bretagna, ( Sotto la cintura).

Una serie di articoli mostrano come sia necessario sostenere la regolazione della crescita attraverso un “pacchetto” di misure i cui pilastri sembrano essere: iniziativa intercomunale o sovracomunale, riequilibrio dei costi-benefici attraverso la fiscalità, integrazione e interscalarità delle politiche urbanistiche, coniugando visioni generali e soluzioni dettagliate.

Tale impostazione accomuna diverse proposte in Gran Bretagna ( Come fermare lo sprawl), negli Stati Uniti ( A lezione di matematica, L'urbanizzazione diffusa e i danni per l'ambiente costiero negli USA; Stato dello sprawl; Il piano della contea di Charles), in Germania ( Trenta ettari al giorno) e in Italia ( A proposito della città dispersa).

Il percorso è assai arduo. In America, paese notoriamente avverso alla pianificazione pubblica, i tentativi di imporre forme di “Smart growth” in alcune contee hanno incontrato opposizioni tenaci: consultati con un referendum, i cittadini dell’Oregon hanno chiesto il risarcimento dei vincoli all’edificazione imposti dal governo statale (Smart growth). Seguiremo questo esempio, con la nuova legge nazionale?

Infine, un articolo di Caudo sulle Green Belt Town (Politiche pubbliche e sviluppo economico), pianificate in America negli anni ’30 – all’epoca del New Deal - ci rammenta quanto difficile sia sempre stata la strada della pianificazione e di quanti viaggiano in direzione ostinatamente contraria...

Si sta portando a termine la soluzione finale di quelle che erano le più splendide coste del Mediterraneo, grazie a un radicato analfabetismo urbanistico che va sostituendo spietatamente alla crosta terrestre la crosta della speculazione edilizia. Il quadro è impressionante. Negli strumenti per così dire urbanistici dei 64 comuni costieri della Sardegna è prevista la costruzione di ben settanta milioni di metri cubi di edilizia cosiddetta turistica (un terzo già costruita) con la prospettiva che i 1600 chilometri di litorali sardi verranno privatizzati, inquinati, cancellati e sommersi sotto un ininterrotto tavoliere di cemento, a esclusivo arbitrio delle società immobiliari, capace di ospitare (per i nove decimi in seconde case, già ne sono state costruite settantamila) oltre un milione e mezzo di persone, praticamente raddoppiando l’attuale popolazione dell’isola. L’ultimo colpo all’integrità delle coste sarde è stato inferto mercoledì scorso dal Consiglio comunale di Olbia, che a poche ore dal suo scioglimento in vista delle prossime elezioni amministrative, ha ceduto (con l'opposizione dei comunisti) all’arroganza del consorzio Costa Smeralda Aga Khan: approvando un piano che prevede in dieci anni la costruzione di seicentomila metri cubi di ville, alberghi, campi di golf, approdi turistici, eccetera. Il primo intervento sarà la costruzione di 157 mila metri cubi nella zona intatta di Razza di Juncu a pochi passi dal mare. Il che non potrebbe avvenire se si applicasse la legge sull’uso e la tutela del territorio che la Regione sarda ha tre mesi fa approvato, superando gli ostacoli insensatamente frapposti sul suo cammino dal governo. È una legge che giustamente pone un vincolo di inedificabilità graduata e temporanea su una fascia di 500 metri e di due chilometri dal mare, in attesa che vengano approvati i piani paesistici. Una legge che in questo caso è stata aggirata con una scappatoia predisposta fin dal 1983 da un protocollo fra Regione e consorzio, col quale la zona in questione è stata classificata come zona di espansione residenziale, mentre è completamente deserta e distante decine di chilometri dal centro abitato. Dunque appena fatta la legge è stata violata e volta in burletta. E quel mucchio di metri cubi viene ad aggiungersi a tutto quanto è già stato costruito a Olbia (che si badi è senza piano regolatore) occupando le aree costiere tramite singole licenze, di fatto lottizzazioni, quindi in buona parte illegali. MA SE l’Aga Khan attacca il fronte nord del comune di Olbia un altro potentato sferra un rovinoso attacco a Sud. È l'Edilnord di Silvio Berlusconi, che ha da gran tempo acquistato 500 ettari sui quali intende costruire villaggi marini e villaggi collinari, ville, residence, alberghi, porticciolo eccetera, per 570 mila metri cubi, per 5-6 mila persone, facendo tra l'altro sparire magnifiche zone umide che da sempre i naturalisti considerano biotopi intoccabili. Per aggirare la legge si troveranno altre scappatoie, si ricorrerà alla facoltà di deroga prevista dall'articolo 12 comma 3 della legge, che il sindaco può accordare previo nulla osta della giunta regionale. E si sa che in Italia, nel governo del territorio le deroghe diventano la regola. Per il momento tuttavia il progetto Berlusconi sembra segnare il passo, si vede che ha meno carte da giocare dell'Aga Khan: tornerà alla carica con la nuova amministrazione che uscirà dalle prossime elezioni. Ma intanto, scrive Roberto Badas responsabile regionale dell’istituto nazionale di urbanistica, si va formando un regime parallelo a quello della legge, che approfitta delle maglie lasciate aperte dalla legge stessa (così capita a Gonnesa nella Sardegna sud-occidentale, a Chia al sud, a Tortoli sulla costa orientale eccetera). In sostanza anziché l’urbanistica di iniziativa pubblica viene praticata, come nel resto d’Italia, l'urbanistica contrattata, tipica della deregulation che ci affligge da anni. E urbanistica contrattata (il caso più clamoroso di tutti è stato il progetto Fiat-Fondiaria di Firenze poi felicemente mandato a monte) significa rinuncia al controllo pubblico delle trasformazioni territoriali, significa assegnare il ruolo decisionale agli operatori privati, aumentare la discrezionalità degli amministratori e dei partiti a discapito dei consigli comunali, relegando il piano regolatore in posizione marginale e ininfluente. Con la conseguenza in Sardegna di dare il via ad uno sviluppo edilizio distorto e con effetti economici negativi: il prezzo di case e terreni che aumenta assai più del tasso di inflazione, un'edilizia turistica fatta quasi tutta di seconde case che offrono posti di lavoro dieci volte inferiori a quelli offerti dagli alberghi, dipendenza dall’esterno per i materiali da costruzione e per il fabbisogno alimentare, e via dicendo. Infine un fatto inquietante successo da poco: negli anni scorsi per iniziativa di un assessore coraggioso era stato istituito un servizio di vigilanza in materia edilizia, e si era riusciti a demolire 380 mila metri cubi tra case villette insediamenti precari abusivi eccetera, recuperando una settantina di chilometri di litorale. Ora la giunta di pentapartito, anziché premiarlo, ha allontanato da quel servizio il funzionario responsabile.

Si può ben dire che dalle elezioni regionali sarde di oggi dipende la sorte di quanto resta delle più splendide coste del Mediterraneo. Oltre ai 26 milioni di metri cubi già costruiti negli ultimi decenni, ce ne sono altri 50 previsti dagli strumenti urbanistici dei 68 Comuni costieri che - se non si interverrà con decisione - cementificheranno spietatamente i litorali, fino a formare una specie di città lineare lunga 1.560 chilometri. E' una prospettiva funesta: per sventarla, il Consiglio regionale sardo (maggioranza: Pci, sardisti, Psi, Pri, Psdi) aveva approvato il 5 aprile una legge urbanistica che prescriveva l'inedificabilità delle coste per due anni (per una profondità di 500 metri e in alcuni casi di 2 mila), in attesa dell' approvazione dei piani territoriali paesistici. Era una legge oltremodo ragionevole, che però il Consiglio dei ministri il 6 maggio ha pensato bene di bocciare con motivazioni assurde e rinviare al mittente, dando prova, come ha detto il presidente dell' Istituto nazionale di urbanistica, di proterva insipienza. Per parare il colpo, il 31 maggio la giunta regionale ha deliberato, in base alla legge Galasso, l' inedificabilità delle coste per 300 metri dalla battigia per sei mesi, in attesa di rielaborare la legge bocciata. È una soluzione interlocutoria (sono valide le opere già iniziate e, previa verifica, le concessioni che abbiano avuto il nullaosta della soprintendenza) che tuttavia blocca temporaneamente la cementificazione selvaggia. Vengono così rimesse in discussione le pretese abnormi di innumerevoli società immobiliari e quelle del consorzio Costa Smeralda e del progetto Costa Turchese di Berlusconi a Olbia, per milioni di metri cubi: e la Regione sarda impartisce una lezione al resto d' Italia, se appena consideriamo che oltre un terzo dei 7.500 chilometri di litorali italiani sono ormai da considerarsi perduti perché trasformati in sudici e congestionati agglomerati semi-urbani. E se mai avremo un nuovo governo bisognerà far di tutto perché esso prescriva per legge l’inedificabilità permanente anche mediante esproprio delle coste: come fanno da tempo la Francia per il litorale Languedoc-Roussillon e la Gran Bretagna che con l'operazione Nettuno ha espropriato centinaia di chilometri per tramandarli intatti alle generazioni future. La tutela dei valori paesistici e naturali è stata definita dalla Corte costituzionale un interesse primario, prioritario su ogni altro interesse, compresi quelli economici: ed è apprezzabile che il segretario di un grande partito, Achille Occhetto, abbia insistito su questo tema centrale della politica italiana fino a poco tempo fa considerato impopolare. Dunque lo sviluppo costiero della Sardegna dovrà in avvenire seguire criteri tutti diversi da quelli che finora l'hanno devastata. È urgente una drastica revisione degli sgangherati programmi edilizi dei Comuni, riportando in onore una politica di pianificazione che subordini severamente ogni eventuale sviluppo alla salvaguardia di territorio, paesaggio, natura, beni culturali: senza naturalmente dimenticare di intervenire contro quanto è stato costruito abusivamente (alcune centinaia di migliaia di metri cubi fuorilegge sono stati demoliti negli ultimi anni). La battaglia sarà dura: già una parte dei Comuni in una pubblica dichiarazione si sono rivoltati contro ogni norma intesa a contenere l'urbanizzazione indiscriminata. Tra tutti spicca il sindaco democristiano di Bosa, che smania perché le sue coste ancora intatte scompaiano sotto 250 mila metri cubi di cemento, in nome naturalmente dell' autonomia comunale. Un'autonomia rivendicata per fare il male anziché il bene della collettività.

Antonio Cederna per quarantacinque anni si è occupato dell’urbanistica romana e ne ha seguito, giorno per giorno, le vicende. Ma la sua azione non fu solo, come molti sono indotti a credere, di accusa, di critica e di disapprovazione. Egli fu anche propositivo e operativo, fino a impegnarsi nella costruzione di una diversa idea di Roma. Francesco Erbani, nella prefazione alla nuova edizione a I vandali in casa (Laterza, pp. 279, euro 18,00), conferma la propensione di Cederna per l’urbanistica, e scrive che si sbaglierebbe a ridurre il suo atteggiamento alla sola “componente conservativa”. E nella postfazione, non a caso titolata “L’Italia possibile di Antonio Cederna”, ricorda la “storia moderna dell’Appia Antica”, che parte dal decreto di approvazione del piano regolatore di Roma, del 1965, a firma di Giacomo Mancini, ministro socialista ai Lavori pubblici (non operavano ancora le regioni), decreto con il quale furono destinati a parco pubblico i duemila e cinquecento ettari di territorio a cavallo della regina viarum.

Fu una vittoria alla quale Cederna contribuì in modo decisivo con i suoi articoli sul Mondo (molti sono raccolti nel libro su I vandali). «Viste nei tempi lunghi le battaglie di Cederna hanno prodotto risultati inimmaginabili cinquant’anni fa», commenta Erbani. Ancor più percepibile è l’impegno urbanistico di Cederna a proposito del progetto Fori, il gran parco storico-archeologico che lui immagina di realizzare con l’eliminazione di via dei Fori Imperiali, che dal Colosseo giunge a piazza Venezia, e di farne la prosecuzione intra moenia dell’Appia Antica. In forza della sua attitudine a disegnare concretamente il futuro di Roma, Erbani consacra Cederna “urbanista ad honorem”. Ma, a differenza dell’Appia Antica, come vediamo qui di seguito, il progetto Fori, non è andato a buon fine. Sono assolutamente d’accordo, lo ripeto, con il riconoscimento di Cederna urbanista, e il tema merita di essere approfondito.

L’idea che aveva di Roma la illustrò più volte, ma il testo nel quale è sviluppata compiutamente è la sua Proposta di legge per Roma capitale, dell'aprile 1989, quand'era deputato indipendente del Pci. La relazione alla proposta di legge raccoglie alcune delle più convincenti pagine dell’urbanistica moderna, una vera e propria lezione di urbanistica che dovrebbe essere utilizzata nelle scuole e nell'università. Cederna propose, tra l’altro, due operazioni fondamentali. In primo luogo, il trasferimento dei ministeri dal centro della città nelle aree della prima periferia, il cosiddetto Sistema direzionale orientale. Lo Sdo, inventato per primo da Luigi Piccinato, per tutto il dopoguerra, è stato l’idea forza dell’urbanistica romana; fu al centro di infinite discussioni, soprattutto nell’ambito della sinistra; era considerato il presupposto e la condizione per la costruzione della città moderna e per la salvezza della città antica.

La seconda operazione che propone Cederna nel suo disegno di legge, è il parco storico-archeologico dell'area centrale, dei Fori e dell'Appia Antica. L’obiettivo essenziale che Cederna intendeva perseguire per i Fori era – non lo dimentichiamo – “l'eliminazione dello stradone che negli anni Trenta ha spianato un intero quartiere” e “l'incompatibilità del traffico con il centro storico e con la salute dei monumenti”.

Che ne è oggi del disegno e della strategia per Roma di Antonio Cederna? A parte l’istituzione del parco regionale dell’Appia Antica, che peraltro ha sempre operato stentatamente, il resto è rimasto sulla carta. Dei due obiettivi del suo disegno di legge, lo Sdo è stato silenziosamente cancellato. Non sono riuscito a capire che cosa lo ha sostituito. Anche il progetto Fori, che pure raccolse vastissime ed entusiastiche adesioni in Italia e all’estero, è stato cancellato e contraffatto.

In effetti, il progetto Fori cominciò a essere accantonato il 7 ottobre 1981, quando morì improvvisamente Luigi Petroselli che, con Adriano La Regina eAntonio Cederna, era stato protagonista del progetto Fori. Lo capì subito Cederna che, a pochi giorni dalla morte, scrisse su “Rinascita” dello “scandalo” di Petroselli: lo scandalo di un sindaco comunista che aveva capito l’importanza della storia nella costruzione del futuro di Roma; che non voleva lasciare a nostalgici e reazionari il tema della romanità.

Nella postfazione a I vandali, Erbani scrive che, a poco a poco, “il grande parco che avrebbe immesso verde e archeologia fin nel cuore di Roma, strutturando la città su ritmi diversi da quelli dettati dalla rendita immobiliare e dalle macchine, viene lasciato cadere. È prima sistemato nell’orizzonte lontano delle utopie, […] poi fatto completamente sparire dall’orizzonte della città”.

Ma la pietra tombale sul progetto Fori è stata posta nel 2001 con il decreto ministeriale di vincolo monumentale proprio sulla via dei Fori e dintorni, fino alle terme di Caracalla, congelando la situazione attuale. La relazione storico-artistica che giustifica il vincolo rappresenta un radicale cambiamento rispetto al progetto concepito da La Regina, Cederna, Petroselli, Insolera, Benevolo e tanti altri. La sistemazione patrocinata da Benito Mussolini non è più contestata, diventa anzi “un’immagine storicamente determinata che rappresenta il volto della Capitale laica per tanti anni ricercato e finalmente, come sempre e ovunque, nel bene e nel male, raggiunto”.

Il contrasto con il pensiero di Cederna è assoluto. In Mussolini urbanista (colgo l’occasione per segnalare il ritorno anche di questo libro, grazie alla nuova edizione della Corte del Fontego, con interventi di Adriano La Regina eMauro Baioni) si legge che “i Fori imperiali sulla sinistra di chi va verso il Colosseo sono stati sprofondati in catini, come in seguito a un errore di calcolo o a uno sconquasso sismico; mentre i monumenti sulla destra presentano tutti al passeggero il di dietro, per di più gravemente mutilato e rappezzato. Una cosa davvero straordinaria che le guide turistiche trascurano di segnalare”.

Viceversa, nella relazione ministeriale, alla soluzione fascista si riconosce il merito di aver conseguito una compiuta immagine urbana di Roma Capitale. “Quella visione d’insieme, che aveva caratterizzato le capitali moderne nell’Otto e Novecento, ma che non era emersa dai modesti piani regolatori del 1873 e del 1883, limitati a un adeguamento della struttura viaria ai bisogni primari di uso della città, né dal Piano del Sanjust del 1909, più interessato agli aspetti dello sviluppo funzionale che non a quelli rappresentativi, e nemmeno dal Piano del 1931, che raccoglie maldestramente idee precedenti senza dar loro un’unità d’immagini, di forme, di contenuti, ebbene quella visione d’insieme si viene realizzando […] proprio nel corso degli anni Trenta, quando via dei Fori Imperiali (con anche la simmetrica via del Mare) diviene l’elemento centrale di un sistema complesso, che si snoda da nord (oltre il Flaminio) al sud (oltre l’Eur, fino al mare)”.

Infine, la relazione che giustifica il vincolo rinnega il progetto Fori. Il gran parco urbano che avrebbe dovuto estendersi, lungo l’Appia Antica, dai Castelli Romani al Campidoglio, formando la struttura principale dell’area metropolitana e, insieme allo Sdo, il punto di partenza per un radicale rinnovamento dell’assetto di Roma: tutto ciò è ignorato nelle motivazioni del vincolo, che contesta la valenza generale del disegno proposto da Cederna, riducendolo a un insieme di singoli interventi puntuali, svincolati da ogni problematica urbanistica, con l’unico obiettivo di eliminare la via dei Fori Imperiali, “senza porsi il problema della sua storia, della sua funzione urbanistica, della sua immagine consolidata”.

Leonardo Benevolo – cui si deve, nel 1971, la prima formulazione del progetto che prevedeva l’eliminazione dello stradone – è stato fra i pochi che non ha ceduto alla sirena del revisionismo, e così ha commentato sul Corriere della Sera il decreto di vincolo: “è diventato illegale il disseppellimento degli invasi dei Fori di Cesare, Augusto, Vespasiano, Nerva e Traiano, che renderebbe percepibile ai cittadini di oggi uno dei più grandiosi paesaggi architettonici del passato. […] si è preferito Antonio Muñoz (lo sprovveduto autore di quelle sistemazioni) ad Apollodoro di Damasco, l’architetto dell’imperatore Traiano”.

Concludo con due sole rapidissime considerazioni. In primo luogo, si deve riconoscere che ha vinto il revisionismo. Anche in urbanistica. L’immagine di Roma moderna è insomma quella definita negli anni Trenta, quella di Benito Mussolini. È “il fascismo perenne” di cui scriveva Cederna. L’Italia repubblicana non ha dato nessun contributo a definire la sua capitale. Sta scritto in un decreto della repubblica che non ha suscitato proteste né indignazioni, che io sappia.

In secondo luogo, abbiamo verificato che l’idea di Cederna (e di Petroselli, La Regina, Insolera, eccetera) è “sparita dall’orizzonte della città”. È ovviamente fuori discussione che si possa cambiare idea, e che l’amministrazione capitolina e quella dei Beni culturali abbiano il diritto di confermare l’impianto urbano degli anni Trenta. Nessuno può pretendere il rispetto di un progetto alternativo, non più condiviso. Non di questo si discute. Mi sembra invece che non si possa non discutere del modo in cui è avvenuto e sta avvenendo il ribaltamento del fronte, senza aver mai formalmente dichiarato che il progetto Fori è stato archiviato. Si continua invece a evocarlo, solo che con quel medesimo nome si indicano oggi soluzioni ben diverse da quella sostenuta da Cederna.

Ripetiamo allora che Antonio Cederna, di Via dei Fori voleva cancellare la memoria. Ha scritto cose feroci contro la via dei Fori (“operazione antistorica, antiurbanistica, antisociale, antiarcheologica per eccellenza”). Viceversa, che succede? Succede che ci capita di leggere sul Corriere della Sera, sulle stesse pagine sulle quali Cederna aveva iniziato la sua battaglia per il progetto Fori nientemeno che, “l’antico sogno di Antonio Cederna” sta per realizzarsi. E come? Grazie a un progetto di attraversamento della via dei Fori, senza nemmeno interrompere il traffico, senza “nessuna demonizzazione del traffico, come si conviene a una metropoli”.

Questo sarebbe il sogno di Antonio Cederna? Che devo dire? Dovremmo essere sopraffatti dalla costernazione.

Però, proprio da Cederna abbiamo imparato che non bisogna arrendersi, ma continuare con ostinazione a sostenere le idee che ci sembrano giuste. “Questa è una città dove può succedere di tutto”, diceva Tonino. Anche che, nonostante il vincolo, anzi, proprio per contrastare quel vincolo, e il revisionismo delle sue motivazioni, si rimetta nuovamente in discussione la via dei Fori Imperiali.

Città. Architettura e società è il bellicoso titolo prescelto dal direttore Richard Burdett per la X Biennale di Architettura di Venezia: un manifesto contro le archistar e l’estetismo imperante nella disciplina, è stato detto, un monito a dare priorità al contesto fisico e sociale degli edifici progettati rispetto all’ossessione di lasciare un “segno” tangibile del proprio genio in ogni centro abitato.

Tanto è bastato, in un contesto come quello italiano, per scatenare la piccata reazione di quanti rivendicano il primato dell’estetico e la potenza simbolica dei grandi oggetti architettonici. Massimiliano Fuksas, peraltro presente con un saggio nel catalogo, ha immediatamente dichiarato che musei, memoriali, biblioteche, teatri, stadi, grattacieli e palazzi monumentali sono catalizzatori della rinascita urbana di incomparabile efficacia di fronte allo squallore degli interventi di edilizia popolare e alla piattezza degli strumenti urbanistici.

Per afferrare pienamente il carattere grottesco di questa polemica basta mettere piede nelle Corderie dell’Arsenale, dove è allestita la mostra di Burdett sulle sedici megalopoli globali in trasformazione (San Paolo, Caracas, Bogotà, Città del Messico, Los Angeles, New York, Cairo, Istanbul, Johannesburg, Milano-Torino, Barcellona, Berlino, Londra, Mumbai, Tokyo, Shanghai): tutti i timori e le aspettative riguardo a un’esposizione che si preannunciava pesante, dura, ad altissima densità di contenuti, si dissolvono nello spazio di un momento. La presenza dei dati, delle statistiche, dei grafici che avrebbero dovuto condensare anni di ricerche condotte dallo stesso Burdett con Saskia Sassen, Richard Sennet e altri alla London School of Economics è ridotta al minimo, come supporto ai grandi slogan formulati per ogni città, mentre una messe di fotografie, video e proiezioni comunica senza soluzione di continuità una sola idea: la città è bella.

Il “mostro” indigeribile, destinato con l’autorevolezza della scienza a imporre una svolta concettuale al sempre più hollywoodiano mondo dell’architettura, si rivela a sua volta un trionfo dell’estetica, un lunghissimo spot sulle “magnifiche sorti e progressive” delle metropoli contemporanee. Nulla a che vedere, tuttavia, con le scenografie barocche di Italo Rota in Good N.E.W.S. alla Triennale, o con la visualizzazione “sporca” dei designer nordeuropei: le splendide immagini – quasi tutte a volo d’uccello o addirittura fotopiani, rese più seducenti da luci dorate o biancori diffusi o morbidi bianchi e neri – allignano ordinate in un allestimento quasi inesistente, limitato alla composizione di grossi pannelli parietali. È una mostra ampiamente didascalica, in cui a fare la parte del leone è la grafica chiara ed elegante dell’art director Mario Trimarchi, a capo dello studio Fragile.

Il primo obbiettivo di Burdett è quello di ribaltare l’aura negativa associata al dato della popolazione urbana mondiale, cresciuta nello spazio di un secolo dal 10 al 50% e destinata a raggiungere il 75% entro il 2050. Gli scenari catastrofici comunemente evocati da queste cifre – espansione ad infinitum degli agglomerati urbani, traffico ingovernabile, emissioni, consumo energetico, barriere sempre più alte tra ricchi e poveri – non incrinano minimamente la ferrea convinzione che le città globali offrano soprattutto un «enorme potenziale democratico», e addirittura che «la loro forma può determinare il futuro del pianeta».

Un ottimismo fondato sul presupposto che l’intensificazione dei flussi globali di persone, merci e capitali che attraversano le grandi metropoli sia sempre e comunque una risorsa, che può e deve poi essere “gestita”, se non dominata, per mezzo di politiche locali sostenibili.

In questa ottica Londra, che grazie alla densificazione dei tessuti urbani compresi all’interno della green belt potrà accogliere 700000 nuovi abitanti stranieri nei prossimi dieci anni, è accomunata a Bogotà, che in dieci anni di buongoverno locale – partecipazione, nuove scuole, il miracoloso sistema di autobus e navette pubblici Transmilenio, le oramai notissime piste ciclabili – ha più che dimezzato il tasso di criminalità e sensibilmente migliorato la qualità di vita degli abitanti. Tokyo, la più grande megalopoli del mondo (35 milioni di abitanti) ad alta densità, è riuscita con una politica lungimirante a ottenere che l’80% della popolazione usi i mezzi pubblici, mentre a New York, dove vige la “maggioranza delle minoranze” (i bianchi non ispanici ammontano solo al 30%) dopo più di vent’anni si ricomincia a costruire case popolari.

L’entusiasmo per questi modelli di sostenibilità cede il passo a un senso di inquietudine quando l’ennesimo progetto di metropolitana o di realizzazione di scuole e palestre viene trionfalmente annunciato per città disperse come Los Angeles o per i barrios di Caracas, oppure quando Mumbai, con i suoi milioni di lavoratori informali, viene definita “Porto di opportunità?” e il Cairo “Caos e armonia”. A un tratto la percezione confusa individua con certezza l’oggetto della propria insofferenza: la totale rimozione del conflitto operata da Burdett.

Qua e là compaiono un grafico estemporaneo sulla criminalità o l’abusivismo a Città del Messico o una didascalia sull’urbanistica della segregazione a Johannesburg, ma la loro presenza non interferisce con l’incredibile equazione stabilita dal curatore tra crescita economica e sostenibilità urbana e sociale, tra le forze della globalizzazione e le politiche democratiche del welfare. Nel mondo dipinto da Burdett l’eterna contrapposizione tra interessi pubblici e privati, e tra i modelli urbani che ne discendono, viene completamente cancellata. Gli attori dell’economia globale, del tutto alieni da quelle meschine logiche speculative che determinavano in passato un atteggiamento di vorace appropriazione di beni e servizi della collettività, contribuiscono zelanti ai programmi di sviluppo delle amministrazioni locali, elaborando con architetti e sociologi le migliori strategie per creare spazi pubblici, trasporti pubblici, istituzioni e manifestazioni culturali e favorire il più alto tasso di coesione e giustizia sociale.

Fin dall’enorme fotografia di uno svincolo di Shanghai (Site Specific, 2004,di Olivo Barbieri) stampata sull’intera facciata del Padiglione Italia ai Giardini, colonne comprese, appare chiaro che la seconda parte della mostra, affidata a una dozzina di prestigiosissimi centri di ricerca internazionali, è organizzata secondo criteri di frammentarietà, problematicità e densità completamente estranei alla sezione delle Corderie.

Alcune delle ricerche trattano argomenti perfettamente complementari alla mostra di Burdett, dedicata alle sole città in crescita: come Shrinking Cities, un progetto coordinato da Philipp Oswalt sulle numerosissime città (alcune decine nella sola Italia) interessate da un processo di spopolamento e contrazione, oppure Fiction Pyongyang, di Domus, che si interroga sul destino di una città comunista concepita dai sogni deliranti del dittatore Kim Il Sung, oppure una riflessione sulle città del golfo arabo, di OMA (Office for Metropolitan Architecture, di Rem Koolhaas). Tre progetti di cui è facile riconoscere la comune matrice culturale grazie alla natura incalzante dei quesiti che pongono e al rilievo geopolitico delle trasformazioni urbane e territoriali che analizzano: l’evoluzione (solo in parte dissoluzione) dei paesi postcomunisti, il surreale uso dello spazio in un regime totalitario per molti aspetti misterioso, le reazioni dell’Occidente di fronte all’atteggiamento misto di emulazione e disprezzo per la cultura architettonica modernista manifestato dai ricchissimi paesi arabi a Dubai.

Il padiglione irlandese, infine, è l’unico che pone il problema del consumo di suolo, mettendo l’accento su una questione fondamentale: con ogni probabilità non c’è niente di più futile che affidare le sorti del mondo a una rete, seppure popolosa, di venti città. Il territorio è di gran lunga più importante.

John Ochieng ha perso il conto delle persone che bussano alla porta della sua baracca di una stanza nello slum di Kibera, nella capitale kenyana Nairobi, cercando un posto dove stare. Attirati dal sogno di una vita migliore, centinaia arrivano ogni mese in questo ammasso di baracche dai tetti di lamiera che già ospita 600mila persone in un corridoio di tre chilometri, probabilmente il più grande slum africano. «A volte quattro persone in una sola settimana bussano alla mia porta chiedendo se ho spazio o se so di qualche altro posto», dice Ochieng, 26 anni, macellaio, che in quella baracca vive con la moglie e quattro figli. Ogni giorno nuove persone arrivano portando i propri averi, traversano rigagnoli di fogna e montagne di spazzatura e si sistemano in qualche modo. Molti resteranno senza elettricità, dovranno pagare per qualche secchio d'acqua e useranno buche straripanti come latrine. Slums come Kibera solo il volto orribile dell'urbanizzazione dell'Africa, le cui città sono sopraffatte dalla crisi degli alloggi, dalla criminalità, e da infrastrutture inadeguate alla crescita tumultuosa di questi anni. «Negli anni '70 Nairobi era una città verde. Era tranquilla, andare in giro era sicuro, non c'erano buche per strada né mercati selvaggi», spiega un libraio che si presenta come Chan.

La pianificazione urbana sarà al centro di un vertice di 5 giorni, la settimana prossima a Nairobi: « Africities», organizzato dall'unione Panafricana dei governi locali in collaborazione con il governo del Kenya, metterà a confronto enti locali, imprenditoria pubblica e privata, forze sociali, Ong, università, sui problemi delle grandi città del continente. Anche perché il trend di crescita continua. Mentre alcune grandi città hanno visto l'immigrazione stabilizzarsi, molte continuano a ricevere ondate di persone che abbandonano la tradizionale agricoltura di sussistenza a causa di conflitti, o degrado ambientale, o per il collasso delle strutture familiari provocato dall'Aids. Secondo le Nazioni unite l'Africa subsahariana, dove il 72% della popolazione urbana vive in slums (baraccopoli, bidonvilles), ha il più alto tasso di crescita urbana al mondo. A questo ritmo si calcola che nel 2030 oltre metà degli africani vivranno in città - una popolazione urbana superiore a quella di tutta Europa.

Lagos, la metropoli nigeriana, con una popolazione stimata di 17 milioni di abitanti, è la più grande città africana e continua a crescere tra il 6 e l'8 percento annuo: ovvero, 600mila persone ogni anno si aggiungono alla popolazione urbana, provenienti da un po' tutta la Nigeria e dall'intera Africa occidentale. Ma la sordida realtà della città fa beffe del motto ufficiale di Lagos, «terra di acquatico splendore». L'intera città ha appena 67 camion funzionanti per la raccolta della spazzatura. Poliziotti e gangster gestiscono checkpoints dove estorcono soldi ai passanti, e la vista di cadaveri scaricati in pubblico è frequente. Milioni di abitanti di Lagos cucinano su fuochi di legna, non hanno acqua corrente e trascorrono le serate nell'oscurità in mancanza di luce elettrica. Circa due terzi degli abitanti della città vivono in estrema povertà in un centinaio di slum, ma anche gli alloggi per i benestanti sono scarsi, non tengono dietro alla domanda. Così i danarosi expat arrivano a pagare 60mila dollari all'anno per un appartamento di tre stanze nelle zone residenziali del centro.

Anche Algeri, capitale di un relativamente ricco paese produttore di petrolio, ha penuria di spazio, con i suoi oltre tre milioni di persone e un milione di automobili; anni di conflitto in terno nelle zone rurali e suburbane hanno spinto milioni di persone a emigrare nelle città sulla costa. «Nessuno può essere orgoglioso di Algeri», dice il ministro dell'interno Noureddine Yazid Zerhouni, lamentando il declino della città famosa per i suoi edifici bianchissimi sulla collina, una vista che conserva ancora un po' del suo antico fascino. «Con i problemi dell'acqua, la nettezza urbana, i trasporti, l'insicurezza... con tutto questo, non possiamo dirci una delle capitali mondiali». Certo, ci sono in vista investimenti che potrebbero migliorare le cose. Ad Algeri alcune società straniere hanno firmato contratti per costruire una linea di tram e la prima metropolitana. All'altro capo del continente la capitale angolana Luanda, costruita per una popolazione di circa 400mila persone, ora conta 5 milioni di abitanti, in gran parte arrivati dalle regioni rurali a causa della guerra civile durata 27 anni e finita solo nel 2002. «A Luanda pochissimi sono tornati indietro nelle campagne (alla fine della guerra), e pochissimi lo faranno», dice l'architetto Allan Cain.

Nota: per chi fosse interessato, qui di seguito anche scaricabili direttamente il programma e il fascicolo stampa di Africities (f.b.)

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Corriere della sera

Soru compra le coste sarde: a Berlusconi le chiedo gratis

di Alberto Pinna

CAGLIARI — A Tom Barrack, proprietario della Costa Smeralda, lo ha già chiesto, con garbo: «Saremmo felici di accettare in donazione i terreni fra Cala di Volpe e Portisco». Renato Soru sentirà anche Silvio Berlusconi; spera di convincerlo a regalare Costa Turchese alla Regione. Di argomenti ne ha soprattutto uno; sui 2600 ettari a Razza di Juncu in Costa Smeralda e sui 450 della famiglia Berlusconi a sud di Olbia, dopo l'approvazione del piano paesaggistico regionale, non si può più costruire nulla. «Con i terreni dei privati e con quelli regionali e comunali — spiega il governatore della Sardegna — vorremmo far nascere un grande parco costiero pubblico, disponibile per sempre ad usi civici».

La Sardegna ha 1800 chilometri di litorali, la Regione possiede più di 20 mila ettari, direttamente o attraverso società controllate, oltre all'isola dell'Asinara. I Comuni ne hanno più di 60 mila, il solo Baunei (costa est, cala Luna, Sisine, Mariolu, Goloritzè) 20 mila. Barrack e Berlusconi sono gli imprenditori più noti, ma Soru si appella a tutti i proprietari e li invita a cedere gratuitamente i terreni alla Conservatoria delle coste, istituita nel 2005 per acquisire i siti di maggior pregio naturalistico, sull'esempio di quanto in Gran Bretagna fa il National Trust e in Francia il Conservatoire du Littoral.

E se Barrack, Berlusconi e gli altri proprietari rispondessero no alla donazione? Soru ha una proposta: la Regione è pronta ad acquistare pagando 2 euro e 22 centesimi al metro quadro, cioè al prezzo previsto per i terreni agricoli. E per i siti di particolare pregio anche a far scattare l'esproprio motivato — e sarebbe un caso con nessuno o pochissimi precedenti — da pubblica utilità per tutela ambientale. C'è chi ha già fatto i conti: i Berlusconi incasserebbero quasi 10 milioni di euro, Barrack e i suoi soci più di 55 milioni. Briciole in rapporto a quanto a suo tempo hanno speso per acquisto dei terreni, progettazioni e, soprattutto, alle attese di ricavi e utili. Fra gli altri imprenditori a rischio "donazione", acquisto o esproprio ci sono anche operatori sardi: Sergio Zuncheddu (costa sud est), le famiglie Molinas (Porto Rotondo e Marinella), Tamponi (Golfo Aranci e isola di Molara) e gruppi internazionali come la Palau Golf spa che avrebbe dovuto realizzare su 300 ettari di fronte all'isola di Caprera un grande campo di golf, alberghi e residenze.

Il centrodestra innalza barricate: i terreni costieri sui quali non si può costruire saranno facile preda di speculatori internazionali; potranno acquistarli per pochi euro e, passata la "tempesta Soru", aspettare che si modifichi il piano paesaggistico. «Inaudito, si vuole fare della Regione un'agenzia immobiliare — protesta Pier Giorgio Massidda, coordinatore di Forza Italia — e si torna agli espropri proletari». Settimo Nizzi, sindaco di Olbia, medico e amico di Berlusconi rincara: «È pura follia. E poi, dia l'esempio: perché non regala la sua villa sul mare e i suoi terreni alla Conservatoria delle coste?».

Renato Soru non si scompone: «Se i terreni sono quelli di Scivu (Sardegna sud ovest,

ndr), li ho acquistati ben prima di entrare in politica e comunque sono pronto a donarli alla Conservatoria. Quanto alle risorse, i soldi verranno dalla tassa su seconde case, imbarcazioni e aerei. Sì, la cosiddetta e tanto contestata tassa sul lusso: incasseremo più di 200 milioni di euro l'anno; e ne bastano 300 per comprare tutte le coste scampate al cemento».

La Nuova Sardegna

Il custode dei gioielli costieri. Troppi nemici, la Conservatoria non è ancora decollata

di Piero Mannironi

CAGLIARI. La filosofia che la ispira è simile a quella del Conservatoire du littoral francese e del National Trust inglese. E cioé, in estrema sintesi, un intelligente equilibrio nella gestione delle coste tra tutela e sfruttamento dolce dell’ambiente. La Conservatoria del litorale della Sardegna è uscita dal limbo delle buone intenzioni e ha cominciato a muovere i primi, incerti, passi. Ma la sua gestazione è stata finora lunga e difficile, anche perché sono state molte le resistenze politiche, anche in senso alla maggioranza, che hanno rallentato il cammino verso un’agenzia pensata soprattutto sul modello francese.

Nata ufficialmente il 9 marzo 2005 con una delibera della giunta regionale, la Conservatoria ha come obiettivo la gestione dei “gioielli” delle coste sarde. Attualmente vive in una sorta di animazione sospesa, tra due delibere della giunta (una che la istituisce e l’altra che definisce la fase di studio e organizzazione) e una legge per farla camminare che non è ancora nata. Insomma, per ora è come una costola amministrativa della giunta regionale, senza un’anima giuridica autonoma.

E che la Conservatoria abbia molti nemici lo si è visto la scorsa primavera, durante la discussione sul maxicollegato alla legge finanziaria. L’agenzia è stata infatti prima anemizzata in Commissione come disponibilità di risorse, approdando così in Consiglio solo come un’entità che ha a disposizione appena 500 mila euro per «studi e ricerche sulla valorizzazione delle coste».

Non è difficile intuire che dietro scetticismi e ostacoli politici si muovano ambienti imprenditoriali e finanziari che temono un ulteriore indebolimento di progetti speculativi fondati sul mattone. Una volta diventata adulta e messa a regime, infatti, la Conservatoria delle coste non solo avrà il compito di gestire i siti costieri di maggiore pregio ambientale che entreranno nel patrimonio regionale, ma anche il potere di acquisire terreni e immobili considerati degni di tutela.

Eppure l’esperienza francese, alla quale la giunta Soru si è ispirata, ha dimostrato che il modello può funzionare. Non solo, ma che il modello può essere perfino condiviso e difeso dalla gente e dalle amministrazioni locali. L’esempio più clamoroso è quello della vicina Corsica, dove il Conservatoire du littoral controlla ormai direttamente il 20% delle coste e, al termine di un programma di interventi in corso, arriverà addirittura a gestire il 40% dei litorali dell’Isola di Bellezza. Alla radice di questo consenso diffuso dei comuni, c’è il coinvolgimento diretto nella gestione del patrimonio. Forniscono infatti personale, ma anche progetti di sviluppo turistico sostenibile.

Il Conservatoire du littoral francese è un istituto pubblico sotto la tutela del ministro dell’Ecologia. Creato nel 1975, ha il compito statutario di garantire la «protezione definitiva di spazi naturali e paesaggisticamente rilevanti sulle coste marittime e lacustri», sulle foci dei fiumi e sui rioni periferici delle aree metropolitane rivierasche.

Al primo gennaio, il Conservatoire du littoral assicurava in Francia la protezione di 70.100 ettari di terreno, divisi su trecento siti. Il tutto per uno sviluppo costiero di oltre 800 chilometri. Alla fine del 2005 il ministro dell’Ecologia francese ha concesso un aumento del budget annuale dell’istituto, passato così da 30 a 38 milioni di euro. Il 75% di queste risorse è destinata all’acquisizione di aree e alla loro sistemazione.

Colpisce l’eseguità del personale del Conservatoire du littoral, ma, di contro colpisce anche la sua spaventosa efficienza. In tutto, tra la sede centrale di Parigi e le delegazioni regionali, si arriva a malappena a un centinaio di funzionari. Ma questa piccola équipe è, come dicono i francesi, «particulièrement performante». Solo alcune cifre per capire meglio: ogni anno questo minuscolo gruppo riesce a portare nel patrimonio del Conservatoire dai 2mila ai 3mila ettari, riuscendo a negoziare e a sottoscrivere un atto di acquisizione al giorno. Esiste poi un sistema di monitoraggio continuo, che viene affidato a 150 “guardie del litorale”, assunte tra le comunità locali. Ci sono infine circa 300 impiegati che curano l’amministrazione e i contratti.

Il sistema di tutela ambientale del Conservatoire si integra perfettamente con la Loi littoral. Una legge che, negli ultimi anni, alcuni autorevoli esponenti della maggioranza di destra stanno cercando di modificare (senza riuscirci) per allargare le maglie dei divieti. I cardini di questa norma sono: il divieto assoluto e inderogabile di costruire, in una fascia di rispetto di cento metri dalla battigia e la continuità urbanistica. Che cos’è questa continuità? Semplicemente questo: è possibile costruire sulla costa solo in aree contigue ai centri abitati esistenti.

Mentre la Conservatoria in Sardegna stenta a compiere i primi passi, l’idea della giunta Soru è invece guardata con grande attenzione da organismi internazionali come l’Unep (il Programma per l’ambiente delle Nazioni Unite). Tanto che, insieme al piano paesistico, il modello della Conservatoria è stato inserito nel Blue Plan, il dossier del Map (Piano d’azione per il Mediterraneo) dell’Unep.

Per il maltese Paul Mifsud, coordinatore del dossier, la Sardegna sta insomma diventando un modello da imitare in tutta l’area mediterranea, considerata ad altissimo rischio ambientale. Se infatti il trend non sarà invertito, entro il 2025 oltre il 50% dell coste mediterranee sarà cementificato.

“…Accumulazione capitalista da espropriazione è espropriare qualcuno dei suoi beni o dei suoi diritti. Tradizionalmente ci sono stati diritti che erano proprietà comune e uno dei modi in cui vengono espropriati questi diritti è attraverso la privatizzazione…” (David Harvey)

La legge sul governo del territorio della Regione Toscana (LR1/2005) afferma nel primo articolo al Capo I principi generali, che lo svolgimento delle attività pubbliche e private che incidono sul territorio e “l’utilizzazione delle risorse territoriali ed ambientali deve avvenire garantendo la salvaguardia e il mantenimento dei beni comuni e l’uguaglianza di diritti all’uso e al godimento dei beni comuni, nel rispetto delle esigenze legate alla migliore qualità della vita delle generazioni presenti e future”.

Viene quindi da chiedersi come pensa la Regione Toscana di garantire salvaguardia, mantenimento, uguaglianza all’uso e godimento dei beni comuni, in un regime di proprietà privata che da sempre ostacola ogni forma di pianificazione territoriale e urbana, che non sia succube della logica immobiliare, e limita la fruizione della maggior parte dei cittadini. Ma qui vogliamo trattare non del tema di rendere collettivo quello che è privato ma di fermare chi vuole privatizzare quello che è bene comune.

Infatti la proprietà privata dei suoli, da sempre grosso limite alla libertà (dei non immobiliaristi) nella fruizione del territorio, è stata attutita dal fatto che le amministrazione pubbliche ai vari livelli hanno ereditato dalla storia e talvolta hanno contribuito a mantenere un patrimonio pubblico di immobili sia nella aree urbane che nelle aree agricole forestali. Queste ultime molto cospicue in Toscana.

Ora avviene che la Giunta Regionale con la Decisione n.3 del 29/5/2006 “LR 27/12/2004 n.77 Demanio e Patrimonio Regione Toscana. Adozione schema di deliberazione della Giunta Regionale recante approvazione degli elenchi di cui all’articolo 20 della LR 77/2004 per l’invio preventivo al Consiglio Regionale previsto dalla LR 77/2004” abbia proposto una delibera che contiene un elenco di numerosi immobili da alienare con allarmanti motivazioni:“beni allegato D che si intende alienare in quanto non più necessari alle esigenze organizzative dell’ente, né strumentali ai fini dell’attività, né capaci di produrre conveniente reddito”. Che solo ciò che produce reddito abbia valore costituisce una affermazione di una gravità inaudita, che presuppone uno scadimento culturale e sociale che non verrà mai abbastanza denunciato. Da rilevare che non è la prima volta che la Regione agisce in questo modo e altre vendite simili sono già avvenute negli anni passati.

Si tratta di due elenchi. Il primo contiene ben 52 beni localizzati in tutte le province, molti dei quali sono alloggi. Fra di essi anche quelli dove si trova la “sede delle Regione Toscana da trasferire, di via Gustavo Modena 13/1 R”. Trasferimento previsto probabilmente in relazione al grosso affare Ligresti Fondiaria a Castello, in cui la Regione è riuscita a farsi fare un prezzo delle aree aumentato in base alla valorizzazione dovuta alla propria scelta di localizzazione dei propri uffici in un’area con gravi problemi idro –geo-morfologici, detto in modo più semplice è un’area esondabile e soggetta a subsidenza (vi ricordate i lavori al vicino aeroporto Vespucci di questa estate?). Una cosa è certa, anche senza ricorrere a dietrologia, appare chiaro e incontrovertibile che gli interessi collettivi non li sanno fare. Vista la carenza di abitazioni con prezzi “calmierati” perché non utilizzarle per questo? Spesso derivano da donazioni di persone che erano convinte di dare i propri beni perché fossero a beneficio di tutti e non perché finissero nel buco senza fondo di una privatizzazione di tutto quanto è pubblico.

Ma c’è anche il secondo elenco, l’allegato D paf (patrimonio agricolo forestale) e qui si tratta dell’alienazione di centinaia di appezzamenti agricoli, la gran parte dei quali appartenenti al demanio civico inalienabili, in quanto da sempre beni collettivi, aree che devono continuare ad esistere al di fuori dalla devastante e ignorante logica di “produrre reddito”. Anche per la loro importanza strutturale e funzionale dal punto di vista delle relazioni ecologiche, della biodiversità, della tutela delle acque, dei boschi, del suolo. Non tutte le attività producono reddito. Anzi, alcune come quelle culturali o ambientali vengono sminuite e distrutte dal reddito.

Ogni risorsa collettiva (bene comune) va conservata, protetta, consentendo gli usi che ne garantiscono la riproduzione e impedendo quelli che le distruggerebbero. Niente va venduto e privatizzato.

Se la proprietà pubblica ha garantito che nessuno realizzasse i soliti interventi distruttivi e degradanti ed escludenti, cosa capiterà se questi immobili (terre ed edifici)verranno venduti? Ci diranno che i proprietari hanno il diritto di costruire sempre e comunque? Quanti degli immobili a Firenze e in altre parti del territorio toscano rischiano di diventare l’ennesimo albergo? Quante colline e pianure ancora dovranno essere devastate da inutili e scadenti (ma molto redditizie) lottizzazioni? Quante aree agricole saranno ancora trasformate in campi da golf? Quante coste in porticcioli turistici o sedi di pericolosi e incoerenti impianti di rigassificazione offshore? Anche le coste e il mare che sono area demaniale rischiano la privatizzazione. Sarebbe questa l’eccellenza di cui parla la Regione? Il governo del territorio, deve garantire e incrementare il mantenimento dei beni comuni non come astrazione ma come concreta realtà. Sono aree necessarie anche ai fini della manutenzione del territorio, dei suoli e del sistema insediativo, della conservazione dinamica degli ecosistemi naturali e seminaturali, della tutela e dell’ incremento della biodiversità.

Come afferma Fabrizio Bertini del “Coordinamento dei comitati tosco liguri per la difesa dell’ambiente”: “Il regime della proprietà privata e i processi di espropriazione delle proprietà collettive, dei diritti di uso civico, dei beni in proprietà delle comunità locali, hanno avviato e accompagnato il passaggio – quasi sempre violento - da forme di produzione con al centro le esigenze primarie delle popolazioni insediate a forme di produzione con al centro le logiche del mercato e il profitto della classe dei proprietari privati. Questo è ciò che è sempre accaduto nella storia del capitalismo: dalle prime forme di accumulazione originaria alla attuale globalizzazione neoliberista”.

La Giunta Regionale Toscana, su proposta dell’assessore Bertolucci, (PCdI) ha approvato tutto il piano di vendita il 4 settembre con Delibera (DGR n.612 del 4/9/2006) “considerato che è decorso il termine ... e non sono state presentate osservazioni o proposte da parte del Consiglio Regionale " ai sensi della legge regionale 77/2004. Infatti questa legge prevede che "La proposta di deliberazione di cui al comma 1 è preventivamente inviata al Consiglio regionale. Nel termine di sessanta giorni dal ricevimento, il Consiglio regionale trasmette alla Giunta eventuali osservazioni e proposte".

Quindi, nonostante le sollecitazioni ricevute, nessuno in Consiglio regionale si è opposto (almeno per il momento) a questa ennesima alienazione di patrimonio pubblico.

Marvi Maggio (dell'International Network for Urban Research and Action)

Maria Novella De Luca "Allarme abusivismo e incuria" l´Unesco boccia i siti italiani

Vedremo qualche segno di civiltà dal centrosinistra al centro e in periferia, oppure continueranno a cercare le grandi firme? Da la Repubblica del 13 settembre 2006

ROMA - «Sapete quale è l´ultima beffa? Case costruite su terreni vincolati, in aree definite patrimonio dell´umanità, e poi vendute con il marchio Unesco come valore aggiunto. Senza vergogna...». Scherza amaro il professor Giovanni Puglisi, presidente della commissione italiana per l´Unesco, riferendosi alle nuove speculazioni edilizie della Val D´Orcia, alla fine di un´estate dove gli allarmi sul degrado dei siti inseriti nelle liste del world heritage, sono diventati una vera e propria emergenza. Dai centri storici snaturati dal turismo di massa come San Gimignano, che ad agosto ha registrato un tale incremento di presenze "mordi e fuggi"da far temere per la sopravvivenza del borgo stesso, alle 42 villette con piscina pronte ad essere edificate a Corniglia, nelle Cinque Terre, in quel fragile lembo di Liguria ancora immune (quasi) dagli sfregi del cemento, l´intera lista italiana dei 41 siti che vantano il marchio di patrimonio dell´umanità gode di cattiva salute. L´ultima notizia, in ordine di tempo, arriva da Matera, dove Legambiente ha denunciato la costruzione di un parcheggio sotto i Sassi, inseriti nella lista Unesco nel 1993, recuperati, restaurati, ora di nuovo in pericolo.

Ma questi sono solo gli ultimi esempi, perché ricorda Giovanni Puglisi, «ci sono luoghi non soltanto a rischio ma che potrebbero essere espulsi dalle liste del patrimonio mondiale, come Lipari, dove tuttora non è risolta l´annosa questione delle cave di pomice, o l´area delle Ville Palladiane, se verrà approvato il progetto di un´autostrada che dovrebbe tagliare in due tutta la zona, e quindi distruggere giardini e paesaggi». E perdere il "marchio" Unesco non è cosa da poco se si pensa che poter scrivere su un depliant che quel borgo, quel castello, quel centro storico, quell´isola fanno parte del world heritage, fa aumentare del 30% i flussi turistici. E invece è proprio a ridosso di quei siti che si concentra la corsa al mattone, si continua a costruire attorno, vicino, a ridosso all´opera d´arte, per riuscire a portare il turismo dei pullman e dei grandi numeri proprio sul luogo, quasi dentro l´area archeologica, incuranti di vincoli e bellezza, come è avvenuto nella Valle dei Templi ad Agrigento. Ma che cosa può fare l´Unesco? Puglisi è realista: «Io sono sommerso da un martellamento costante di segnalazioni di abusi e violazioni, che possono portare anche all´espulsione dalle liste. Eppure questo non sembra essere un deterrente abbastanza forte, perché in realtà si continua a costruire dappertutto, ad ogni condono edilizio c´è un pezzo di Italia che scompare. Attenzione, non è giusto museificare i luoghi artistici e storici, ma so deve fare una tutela vera, a cominciare da un turismo di flussi programmati, quella che io chiamo versione omeopatica del numero chiuso».

In realtà quello che sta succedendo è che si cominciano a vedere gli effetti del condono approvato dal governo Berlusconi, l´edilizia sembra avere un nuovo boom, una valanga di cemento che non risparmia neppure, appunto, i siti patrimonio dell´umanità. Ma l´attacco al Belpaese non è appannaggio soltanto del centrodestra. A Monticchiello è un sindaco Ds a difendere il nuovo insediamento abitativo di 95 villette già in costruzione alle porte del minuscolo borgo di 150 abitanti, affermando che si tratta di case per le giovani coppie del paese, altrimenti costrette ad emigrare. E forse era questo il progetto iniziale, eppure le vendite sul mercato locale sono state pochissime, e le abitazioni vengono invece cedute a stranieri e forestieri anche, come raccontava Giovanni Puglisi, con la segnalazione che si tratta di appartamenti che «sorgono in una zona definita patrimonio dell´umanità». A Corniglia la battaglia sui seimilacinquecento metri quadrati di villaggio turistico che dovrebbe essere costruito su un pezzo di costa a ridosso di una collina franosa, è tutta interna alla sinistra, che difende il progetto, e gli ambientalisti che, in parte, cercano di impedirne l´attuazione.

Sono soltanto alcuni casi. Perché si dovrebbe parlare di Ercolano, del Cilento, della Costiera Amalfitana... «Il marchio dell´Unesco - conclude Puglisi - ha una forte valenza culturale e simbolica, e la commissione può decidere di espellere dalla lista i siti non adeguatamente tutelati, ma sugli abusi devono intervenire le soprintendenze e le procure della Repubblica, e ci vogliono sanzioni forti». Chissà. Per adesso tra le "vestigia" dell´umanità spuntano residence, alberghi, casette a schiera e campi da tennis.

Nella sfortunata ipotesi che non si riuscisse a costruire l'auditorium, sarebbe un danno per tutta l'Italia e la Campania. La magica Ravello sopravviverebbe, ma avrebbe perso un'occasione per essere all'altezza della sua storia e puntare su un futuro ancora migliore».

Parole di un ambientalista doc, Ermete Realacci, deputato della Margherita e presidente della commissione Ambiente della Camera. Realacci, ex presidente nazionale di Legambiente, è tra i firmatari del documento a sostegno dell'auditorium, e componente del Consiglio generale di indirizzo della Fondazione Ravello.

Sarà strano per un ambientalista trovarsi dall'altra parte della barricata? Lei a favore dell'auditorium, contro il Comune e un gruppo di intellettuali e ambientalisti.

«L'auditorium progettato da Oscar Niemeyer, stiamo parlando di uno dei più importanti architetti viventi - non è la stessa cosa del mostro del Fuenti o di Punta Perotti, contro i quali io e tanti altri ci siamo battuti per decenni. L'auditorium è un'opera delicata, un gioiello che si integra con il gioiello ambientale che è Ravello. Un progetto che ha la massima attenzione alla particolarità del territorio».

Allora, perché s'è scatenata tanta contrarietà?

«Essere ambientalisti non vuol dire essere contro tutta l'opera dell'uomo e pensare che nulla deve cambiare. L'Italia non sarebbe quella che è se nei secoli passati l'enorme fatica dell'uomo non avesse messo mano a Venezia o ai tanti borghi che ci sono nei parchi italiani, che sono un tesoro proprio perché hanno consentito alla natura e alle realizzazioni dell'uomo di convivere senza turbare gli equilibri che noi dobbiamo tutelare. Anche Ravello non sarebbe quel che è se l'uomo non si fosse integrato con la bellezza di Villa Cimbrone o Villa Rufolo. Certe opposizioni all'auditorium agitano problemi validi in altre sedi, infondati e con strumentalizzazioni retoriche assurde nel caso di Ravello».

È di queste ore il ricorso da parte del Comune contro il commissariamento. Lei perché dice opposizioni infondate se anche la nuova amministrazione è contraria?

«Non entro negli aspetti formali e giudiziari, non so che possibilità ha il ricorso del Comune di essere accolto dal Tribunale amministrativo regionale. Mi riferisco piuttosto alle opposizioni di chi lo fa nel nome di un ambientalismo che tale non è. Devo dire che in questi mesi ho più volte avuto occasione di constatare che tra chi contesta c'è chi non sa neppure dove viene realizzata l'opera, dimentica che si tratta di una struttura alta appena undici metri. C'è chi ignora che quella stessa area sarebbe stata destinata a parcheggio, pensate un po' che alternativa. Ricordo un dibattito radiofonico, il mio interlocutore dall'altra parte diceva che l'auditorium danneggiava la Penisola sorrentina mentre siamo sulla Costiera amalfitana. Insomma, è molto più facile impedire che le cose si facciano piuttosto che farle e controllare che si facciano senza toccare gli equilibri ambientali».

E lei è più che convinto che a Ravello si debba fare nonostante le opposizioni?

«È il peggiore di tutti l'ambientalismo che ritiene tutto immutabile e che la natura non possa essere in alcun modo toccata. Penso a Ravello e ricordo le tante polemiche sull'auditorium di Roma, gli attacchi che dovette subire l'allora sindaco Francesco Rutelli, anche se poi a inaugurarlo fu Walter Veltroni. Mi chiedo quanti, di quelli che si opposero, oggi avrebbero il coraggio di fare la stessa cosa alla luce della riuscita dell'opera sia dal punto di vista dell'architettura di qualità che di gestione. Insomma, dobbiamo combattere gli scempi, non si possono fare assurde battaglie contro i progetti che puntano al bello».

e dovesse prevalere la volontà di chi è contrario?

«Mi auguro proprio di no. Già si rischia di perdere le risorse disponibili per quest'opera particolare e importante per il futuro di Ravello. Io ricordo sempre le parole di Niemeyer, me le sono scritte e le porto con me: ciò che conta non è l'architettura, ma la vita, gli amici e questo mondo ingiusto che dobbiamo cambiare».

Postilla

Apprendiamo che ci sono legislatori per i quali la legittimità è un argomento così marginale da non essere neppure citato.

In eddyburg su Ravello.

Un'ala sul mare è solitaria. Ondeggia come pallido rottame. E le sue penne, senza più legame, sparse tremano ad ogni soffio d'aria. … Chi la raccoglierà? Chi con più forte lega saprà rigiugnere le penne sparse per ritentare il folle volo?[1]

Niente meglio delle parole, più “alate” che mai, del Vate per antonomasia, per introdurre questa dolente nota (un intero spartito, direi) di vicende padane. Niente di meglio: sia perché idealmente il poeta dall’alto del suo Vittoriale scruta l’immensa pianura dal Chiese al Mella; sia perché a Gabriele D’Annunzio è dedicato l’attuale aeroporto di Montichiari, una ventina di chilometri a sud di Brescia, nell’angolo fra la SS 236 Goitese e la trasversale di media pianura verso Orzinuovi-Crema-Pavia. Una pista, qualche edificio di servizio, una strada che ci passa davanti, e a ovest oltre una larga striscia di campagna altre piste e altri edifici, stavolta verniciati a chiazze marrone-mimetico: l’aeroporto militare di Ghedi. Spazi che sono saliti agli altari della cronaca solo occasionalmente, ad esempio quando un altro più moderno esperto parole alate, il sublime romanziere Aldo Busi, si è speso a favore dell’uso civile (prima del 2000 era militare) e modernizzazione dello scalo di Montichiari. Ma come ben sa chiunque si occupa di territorio, la calma più appare piatta più è foriera di rapidi sommovimenti. O, per usare le parole del Vate, di chi vuole “ con più forte lega … rigiugnere le penne sparse per ritentare il folle volo”. E figuriamoci quanto è salda la lega, quando ha pure la “L” maiuscola!

Del resto il ricongiungimento da queste parti è fatto quasi naturale e spontaneo. Lo osservava già alla fine degli anni ’60 l’ingegner Matteo Maternini, come la striscia più o meno continua di pianura immediatamente a sud degli sbocchi di valle alpini, con la sua forte e consolidata urbanizzazione e infrastrutturazione, presentasse caratteristiche di potenziale nucleo portante, corridoio di mobilità, in tutto e per tutto assimilabile all’allora emergente modello megalopolitano “ Bos-Wash”. E la pianura a sud di Brescia, è contigua a quella a sud di Bergamo, e prima di quella a sud di Verona … beh, avete indovinato: ai giorni nostri questa cosa si chiama istituzionalmente Corridoio Europeo 5.

Contemporaneamente alle ricerche del professor Maternini, e a quanto pare ignorandone in buona o mala fede il portato, si sviluppavano studi e opere per la conversione di altro aeroporto militare a civile, e successivamente a Hub internazionale. E anche qui avete ovviamente indovinato: sull’alta pianura varesina, parallelamente al corso dell’azzurro Ticino, iniziavano a rombare sulle teste dei residenti i primi Caravelle e DC8 di Malpensa. Il problema era duplice. Da un lato i nuclei abitati in relativa crescita che circondavano l’area di sviluppo dello scalo e delle reti di accesso. Dall’altro la nuova coscienza ambientalista e di partecipazione che faceva nascere (accidenti a loro!) proprio attorno alle piste una delle più interessanti esperienze di parco naturale regionale in area ad alta urbanizzazione d’Europa. Insomma una bella rogna per “ ritentare il folle volo”. Senza contare che, nella prospettiva di una integrazione dei sistemi aeroportuali col resto delle grandi reti di trasporto, Malpensa si colloca decisamente fuori da qualunque stiracchiamento del corridoio padano. E concludo questo lungo preludio con una bella e lunga citazione:

Significative sono le risultanze di (quasi) recenti studi che individuerebbero il futuro padano del trasporto aereo intercontinentale in Montichiari, presso Brescia. È questa una imponente infrastruttura militare da poco dismessa, integrabile con quella adiacente di Ghedi, in fase di dismissione. Le aree disponibili sono enormi. Pure enormi sono le aree adiacenti libere da costruzioni, da sempre salvaguardate dal vincolo militare. La localizzazione nel baricentro del corridoio padano (e proprio su una direttrice dell’alta velocità ferroviaria) è ottimale. Qui potrebbe, insomma, essere localizzato quanto in futuro necessario nell’area padana e non ulteriormente localizzabile in Malpensa. O addirittura: anche quanto già è (e sarà) in Malpensa, ma con inconvenienti, potrà proficuamente trovar miglior posto qui. Ma questa è un’altra storia.”[2]

Già, un’altra storia.

Una storia che vede improvvisamente incrociarsi qui, tra i campi a mezza strada fra le Prealpi e le basse di pianura fa le anse dei corsi d’acqua, tutti i flussi di interessi che prendono via via il nome di alta capacità ferroviaria, corridoi e opere autostradali varie (Bre.Be.Mi; Ti-Bre; Cremona Mantova) più cose “locali” che vanno dalla connessa stazione ferroviaria Montichiari (intermedia fra Lisbona e Kiev, no?), ad altri collegamenti metropolitani e ferroviari minori, al completamento della “Corda Molle” provinciale 19 (il bypass metropolitano meridionale di Brescia), agli insediamenti della logistica, dei servizi aeroportuali diretti e di quelli che il mitico “mercato” si trascina appresso. Ovvero commercio, intrattenimento (a partire dal nuovo complesso dello stadio bresciano), servizi vari. E questo per fermarsi solo al nucleo centrale aeroportuale e linee di alimentazione e deflusso principali. Ci sarebbero poi gli effetti indotti, ma per ora lasciamo perdere.

Per capire le dimensioni e la potenza di questo magnete insediativo, basta riassumere brevemente l’idea di scalo: prima potenziare e riorganizzare quello esistente, poi realizzare una seconda pista parallela, poi su tempi più lunghi (ma si tratta di lustri, non di secoli) gestire la dismissione pianificata dello scalo militare di Ghedi e procedere a un riuso anche di quelle piste. Previsione a tempi medi di potenzialità passeggeri, attorno ai 10 milioni l’anno. Su quelli lunghi anche 20 milioni.

Non si tratta di speculazioni teoriche. I convegni coi sociofagi che urlano da un palco l’ineluttabilità dello sviluppo locale a colpi di metri cubi e strisce d’asfalto li hanno già fatti e archiviati. Lo Schema di Piano d’Area per l’Aeroporto Gabriele D’Annunzio di Montichiari è pubblicato da qualche settimana, e racconta esattamente queste cose.

Scorrendolo, il Piano d’Area (che come estensione diretta riguarda un piccolo spicchio di pianura padana comprendente tre ancor più piccoli comuni), in particolare si scoprono gli “scenari”, il grande respiro territoriale che ci sballotterà da una parte all’altra nel futuro prossimo e sino all’ineluttabile serena vecchiaia.

C’è il breve termine, ovvero i prossimi cinque anni che dovrebbero vedere completato il bypass metropolitano della Corda Molle, raccordata alla “direttissima Brescia-Milano”. Se queste sono considerate opere completate, la pianura secondo il documento dovrebbe anche essere già solcata dalle terre smosse dei cantieri della Cremona-Mantova, e “ la cosiddetta TIBRE che collegherà Parma con Nogarole Rocca”.

Nel medio termine, dei dieci anni, già sfreccia nelle ex campagne, verso il pedecollina di Castenedolo, la Lisbona-Kiev, con la sua bella stazione che “ caratterizzerà lo scalo di Montichiari rendendolo complementare a quello di Malpensa”. Col nuovo treno siamo a mezz’ora da Milano e a un’ora da Venezia. I passeggeri sono dieci milioni l’anno (nel 2005 ne ha gestiti 400.000), ma per fortuna si può comodamente “ effettuare il check-in di accesso all’aeroporto anche presso la stazione AC/AV”. Nel frattempo è anche cresciuta moltissimo, in termini di merci movimentate e di dimensione dei servizi a terra e insediamenti complementari, l’attività logistica.

Infine, nel lungo termine (solo del primo ciclo di sviluppo, neh?), fino a vent’anni, costruzione della seconda pista e assunzione del ruolo di potenziale “ secondo Hub regionale” sino a incorporare il modernizzato e demilitarizzato aeroporto di Ghedi. Il tutto in “collegamento ferroviario metropolitano con il sistema urbano di Brescia” [3], il che implicitamente significa, pur con tutte le cautele e corridoi di rispetto del caso, una sostanziale saldatura almeno fra la linea della trasversale di pianura e il pedemonte metropolitano, in un unico sistema ad urbanizzazione compatta. Cosa che suonerebbe superficialmente gioiosa per chi si oppone da sempre alla proliferazione dello sprawl padano, ma che ad un solo sguardo appena più ravvicinato appare inquietante, almeno rispetto allo scenario attuale.

Concludo questa brevissima rassegna dei cicli di sviluppo dell’aeroporto e del suo contesto osservando marginalmente che tutto si svolge sull’arco di vent’anni: circa la metà dell’intero arco di crescita (e devastazione locale) che ha portato Malpensa dallo stadio di pista appena demilitarizzata immersa nei boschi di fianco al Ticino, a quello che più o meno conosciamo tutti, e che continua tuttora a trasformarsi, ad esempio col nuovo raccordo di tipo autostradale da decine di chilometri (e relativi svincoli, bretelle, varianti …) verso le tangenziali di Milano, la A4 e la Padana Superiore, o con la crescita qui e là di grumi di scatoloni che inalberano il vessillo di Malpensa seguito o preceduto da specifiche varie, tipo “polo fieristico”, “nucleo direzionale” “parco qualcos’altro” ecc. Un futuro che evidentemente molti friggono dalla voglia di veder replicato nella pianura bresciana.

Forse i promotori di tutto questo popò di materiali e flussi, che siano legaioli, berluschi, riformisti o riformati, non si sono mai fatti un giro ad esempio nell’alta pianura vercellese o biellese. A vedere come è facile, con molto meno (“solo” la linea AV/AC e adeguamenti di contorno) letteralmente ribaltare un paesaggio e un assetto territoriale. O forse sì, ci sono stati e gli piace moltissimo quella collana di scatoloni sparsi, svincoli degni di un fumetto alla Flash Gordon per collegare due estremità di strada poderale sui lati opposti del corridoio, perversi appetiti locali scatenati, come l’idea di “Autodromo Nazionale di Buronzo” (sic). È certo comunque che qui sulle sponde del Chiese, appena a sud del famoso quartiere nazionalpopolare di San Polo a Brescia, tutti si aspettano sfracelli dal punto di vista della crescita economica, con la creazione di decine e decine di migliaia di posti di lavoro, naturalmente con relativa creazione di spazi e contenitori. Significativo il titolo di un articolo sulla stampa locale all’epoca della prima discussione del Piano d’Area all’inizio di quest’anno: “Nella Fascia d’Oro il nuovo Eldorado della Lombardia”.[4]

Fascia d’Oro è tra l’altro il nome dell’attuale zona industriale a cavallo della Statale 236 Goitese, una striscia continua di corsie complanari larga parecchie decine di metri, e che si sviluppa quasi senza soluzione di continuità dai margini orientali del sistema autostradale-tangenziale di Brescia, fino all’ingresso dell’abitato e alla Fiera di Montichiari. Naturalmente il paesaggio lunare (consiglio di percorrerlo a piedi o in bicicletta in un pomeriggio di agosto, magari ascoltandosi in cuffia Paris Texas di Ry Cooder) si completa con gli scatoloni precompressi, le trasversali a cul-de-sac, e infine i mucchi di ghiaia delle cave, che qui abbondano. Magari un Eldorado per chi ci investe, sicuramente non per chi sta tutto il giorno da quelle parti, e che appare potenzialmente peggiore, forse perché più “pianificato”, del suo omologo un centinaio di chilometri più a ovest: la superstrada 336 Autolaghi-Malpensa. E se dobbiamo dar retta alle aspettative degli sviluppisti locali, certamente qui dobbiamo aspettarci qualcosa che sarà “ Altro che Malpensa!”. [5]

E se è vero che proprio il Piano d’Area ha come scopo fondamentale il coordinamento degli interventi e scelte ai fini di un miglior assetto del territorio, quando si arriva alle prospettive di sviluppo economico le indicazioni sembrano orientate soprattutto a tutelare l’ambito dell’Hub, e soltanto quello [6], anche nella prospettiva (come più di uno lascia intendere almeno sulla stampa) di un “sorpasso” dello scalo di Montichiari rispetto a Malpensa, ridimensionata sui tempi lunghi al ruolo di “ Virtual Hub[7].

Virtualità naturalmente relativa, che secondo gli esegeti dell’Eldorado si declina soprattutto a colpi di concretissimi movimenti terra, pose cementizie, catramose colate. E lascerei perdere per il momento le preoccupazioni di “medio termine” per il prolungarsi del serpentone modello Fascia d’Oro giù per la 236 Goitese fino a saldarsi alla zona industriale di Mantova; o di traverso in direzione della 235 Orzinuovi-Lombardia Occidentale, dove già iniziano ad affollarsi – ignorati altezzosamente dalla Relazione del Piano – tutti i segni dello sviluppo commercial-industriale a nastro. Per non parlare delle futuribili Bre.Be.Mi. e correlato bypass Corda Molle …

Lasciando perdere appunto anche tutto questo, si può restare anche soltanto a scavare un po’ il futuro della piana lì sotto la collina di Castenedolo, praticamente appena sbucati dal budello del centro storico ed ex tracciato della statale per Mantova. Tanto per cominciare, c’è la stazione AV/AC con annessi e connessi, per scendere, sgranchirsi le gambe e fare pipì nella lunga traversata Lisbona-Kiev, se proprio non si vuole prendere l’aereo. Poi come ha spiegato l’assessore leghista Aristide Peli « Nell’area dell’aeroporto sono compatibili delle attività commerciali. Gli oneri di urbanizzazione che saranno versati non dovranno necessariamente ricadere nel Comune che ospiterà le attività commerciali, ma dovranno andare a beneficio dell’intera area. È una delle novità più importanti, una sperimentazione a livello regionale» [8].

Messi così tutti d’accordo sulla distribuzione degli “onori”, si può procedere all’elenco degli oneri, che ad esempio comportano l’insediamento da qualche parte e coordinato con quello stradale, ferroviario, aeroportuale, del nuovo “Stadio di Brescia”. Virgolette di rigore, perché come ormai tutto quanto anche il pallone deve avere la sua bella appendice (e che appendice) turistica, commerciale, di accoglienza, a partire dal nome: Stadium Global Center; e dalla “location”, che come ci spiegano nel sito dello studio global consulting responsabile, è per filo e per segno identica a quella aeroportuale i quanto ad inserimento nella rete infrastrutturale, da quella locale in su [9].

I numeri: lo stadio, fatalmente “uno degli impianti da gioco più moderni d'Europa” può ospitare 25-30.000 persone, e 5.500 posti auto; per lo shopping e servizi vari “un edificio con una pianta di 70.000mq articolato su due piani”, con ad esempio 12.000 mq di ipermercato, una multisala e dei misteriosi “bar tematici”; l’albergo si riassume in 12.000 mq, 200 camere, 500 posti auto, e non è finita; c’è pure un’area direzionale con un complesso su circa 35.000 mq, 5.000 (!) posti auto, e “uffici intelligenti collegati con la banda larga”. Intelligenza e banda larga che evidentemente non servono allo scopo principale, di tenere a distanza almeno qualcuna delle auto previste. E se vi pare già troppo, “ vi sono altre idee nel cassetto. Ad esempio una facoltà universitaria destinata al Food & Beverage e un eventuale centro servizi per l'intermodalità logistica[10].

E mi fermo per ora a questa fantomatica facoltà universitaria Food & Beverage, che da sola farebbe esclamare, a proposito di tutta l’operazione Montichiari: Hub? Burp! Del resto in linea con la scorpacciata di metri quadri e cubi di cui sommariamente fatto cenno nei paragrafi precedenti.

Resta una modesta domanda: e Malpensa? Quella desolazione di erbacce, scatoloni e cantieri eterni a cui è stata ridotta una fetta considerevole di Parco Ticino, serviva e servirà davvero a qualcosa?

Mah!

Se non altro, sarà servita a mettere in guardia preventivamente contro il manifesto destino della crescita coatta, a colpi di inestricabili tabelle, dietro cui stanno sempre ben nascosti i committenti.

Alla prossima puntata. Altro che That’s all Folks!

Una postilla di Maria Pia Guermandi

Alla prima lettura di questo intervento, la sensazione immediata è stata di sconcerto. Stiamo parlando di un'opera che con annessi e connessi (reti ferroviarie e metropolitane, insediamenti logistici, ecc.) è destinata a cambiare il volto di una bella fetta della Padania centro orientale in tempi tutto sommato accelerati e non ne sappiamo quasi nulla. Conosciamo persino i gusti alimentari di ogni valligiano che in Val di Susa ha preso parte alla lotta dei NO TAV e di quello che sta per succedere nel triangolo Bergamo - Brescia - Verona siamo tenuti all'oscuro. Soprattutto oscure appaiono le ragioni strutturali che presiedono ad una scelta che appare in netta controtendenza con l'affannoso sciupio di risorse - economiche - logistiche - politiche - rovesciato sull'Hub di Malpensa, considerato fino a ieri operazione di prima necessità. Poi ho letto gli articoli su Vema, la futuribile città ideale ed ecco chiarito il mistero: con perfetta prevenzione stanno già costruendo le infrastrutture per la città del futuro: quando si dice avere l'occhio avanti...(m.p.g.)

(dopo le note bibliografiche, un PDF scaricabile di questo articolo con qualche illustrazione; è disponibile anche una Galleria di foto dell'area attorno agli aeroporti)

[1] Gabriele D’Annunzio, L’Ala sul Mare (Alcyone), strofa prima e terza.

[2] Roberto Busi, Giovanna Fossa, “Il piano d'area di Malpensa. Nodo hub tra parco e conurbazione”, Area Vasta, n. 6-7 2003

[3] Informazioni e citazioni da: Provincia di Brescia, Settore Assetto Territoriale, Parchi, V.I.A, Schema di Piano d’Area dell’Aeroporto G. D’Annunzio di Montichiari, in adempimento della delega funzionale dalla Regione Lombardia alla Provincia di Brescia, 2006, Relazione, 3. Quadro Progettuale, pp. 65-67

[4] Articolo firmato Zana, pubblicato dal Giornale di Brescia il 10 gennaio 2006, sottotitolo: “Dalla vocazione agricola allo sviluppo commerciale”. Dove si sottolinea tra l’altro entusiasticamente che “ Parliamo di un’area preziosa come il platino, stabilito che essa ruota attorno ad un aeroporto destinato a diventare un hub da 10 milioni di passeggeri, immaginando la possibilità di una seconda pista di decollo, a tempi medi e lunghi, una volta recuperata una parte del patrimonio delle piste di Ghedi. Un’area di assoluto valore socio-economico, attraversata dall’Alta Velocità della Lione-Kiev, Corridoio 5, con stazione a Castenedolo, dalla corda molle, come è definita la strada provinciale 19, da Concesio a Castenedolo con entrata nel casello di Brescia Est, prevedendo gli innesti Brebemi e autostrada Valtrompia.

Un punto, cioè, in cui tutto convergerà e da cui tutto si sgancerà. Un’area, la cui fortuna viene determinata da quel capolavoro di piattezza, che è storicamente la brughiera, ieri secca e desolata, oggi appetita da mille finanze”.

[5] È la conclusione, a suo modo ragionevole e documentata, di un lungo intervento del dicembre 2005 sul noto bloghttp://skyscrapercity.com L’articolo, presumibilmente ripreso da un comunicato della Provincia, elenca in sommario: Importante passo avanti per il raccordo autostradale tra il casello di Ospitaletto (A4), quello nuovo di Poncarale (A21) e l’aeroporto di Montichiari; Corda Molle, ok del Cipe al progetto definitivo; Un’opera da 296 milioni di euro strategica per la viabilità bresciana.

[6]La prospettiva della speculazione immobiliare induce a sottolineare un secondo aspetto, che la Pubblica Amministrazione deve adeguatamente considerare nel suo sforzo di salvaguardare l’integrità del sedime. Si dovrebbe, infatti, rafforzare il più possibile l’efficacia degli strumenti urbanistici attualmente in vigore”. Provincia di Brescia, cit., Relazione sull’impatto socio-economico dell’insediamento aeroportuale di Montichiari sul sistema produttivo provinciale; La salvaguardia del sedime nella sua dimensione più ampia possibile, p. 197

[7] Per il ruolo di Montichiari come “Virtual Hub” di Malpensa, è stato osservato tra l’altro che “Brescia Montichiari airport has a high developing potential. Due to the vicinity to Ghedi airport, it could develop into a hub with two parallel, 3 km apart, 3 km long runways, thanks to the low population density in the area … a future Montichiari-Ghedi airport could manage major airlines intercontinental traffic. The high speed rail link between Milano and Verona could widen the area serviced”. Renato Picardi, “The Virtual Hub”, Economic Research Center, Round Table 126: Airports and Multimodal Interchange Nodes, 2003 (PDF), p. 29; sulla complementarità Montichiari/ Malpensa, ancora, si ritiene “indispensabile definire una oculata strategia di medio-lungo periodo (2010) … attraverso una lungimirante scelta di sviluppo di un hub secondario con funzioni complementari a Malpensa, oggi esclusivamente individuabile nell’aeroporto di Montichiari che detiene caratteristiche tecniche ed ambientali-territoriali uniche per l’intera Lombardia”, Roberto Zucchetti, Sintesi dello Studio sul Sistema Aeroportuale Lombardo, sulla Rete degli Aeroporti Minori e sui Servizi di Elitrasporto, IReR, Istituto Regionale di Ricerca della Lombardia, Milano, maggio 2001, p. 8.

[8] Massimo Tedeschi, “Montichiari, avanti … il piano”, Bresciaoggi, 14 gennaio 2006.

[9] Le informazioni sul progetto Stadium Global Center, salvo indicazione diversa, sono desunte dal sito della B. Consulting http://www.bconsulting.it

[10] Alessandro Cheula, “Castenedolo: Un Centro di terza generazione: lo Stadium Global Center”, articolo comparso nel gennaio 2006 sui siti http://www.europaconcorsi.com e http://skyscrapercity.com

Hub_Montichiari_Mall

SALTI sulla sedia chi credeva che col centrosinistra si cambiasse musica in tema di beni culturali: fra le idee "nuove" che il governo Prodi avanza sulla "modernizzazione" del Paese (nel disegno di legge presentato dal ministro Nicolais il 5 settembre), rispunta, impudicamente scopiazzata dal peggior Tremonti d’annata, l’idea sgangherata e perversa del silenzio-assenso in materia di beni culturali.

Sarà bene ricordare che negli anni del centrodestra il principio del silenzio-assenso fu introdotto, calpestando la Costituzione, prima a proposito delle alienazioni di beni culturali pubblici, e poi per favorire i costruttori privati. Ripercorriamo quei due momenti prima di valutare la brillante idea (si fa per dire) del ministro della Funzione pubblica.

Nella scorsa legislatura si cominciò con il D. L. 269/2003, affiancato dall’emendamento Tarolli alla Finanziaria 2004. Il Codice dei Beni Culturali era allora in dirittura d’arrivo, e prevedeva in caso di vendita di beni pubblici la prevalenza dell’accertamento dell’interesse culturale senza iugulatori limiti di tempo; ma prima ancora dell’approvazione del Codice quel principio fu vergognosamente capovolto in silenzio-assenso, secondo cui se di qualcosa non si dichiara velocissimamente l’interesse culturale, vuol dire che non ne ha affatto, che non ne avrà mai più, che si può vendere impunemente. Sia la Commissione Cultura del Senato che quella della Camera, entrambe con maggioranza di centrodestra, osservarono l’incoerenza fra il dettato della Finanziaria e quello del Codice, raccomandando al governo che avesse la meglio il Codice in quanto rispondente ai principi della Costituzione; ma il Consiglio dei ministri fece l’opposto, e secondo il dikat di Tremonti inserì il silenzio-assenso nel Codice. Cominciò allora una battaglia contro il silenzio-assenso, universalmente deprecato dalla sinistra allora all’opposizione. Alla fine, su proposta di una commissione insediata dal ministro Buttiglione, il governo cancellò il silenzio-assenso dal Codice con un decreto di fine legislatura (156/2006).

Nasceva però intanto un’altra applicazione del silenzio-assenso, stavolta in beneficio di chi voglia edificare presentando una DIA ("dichiarazione di inizio attività"), e cioè un’autocertificazione che sostituisce il nullaosta amministrativo (a meno che l’amministrazione competente non vi si opponga entro 90 giorni). La legge 537/1993, in ossequio alla Costituzione, escludeva espressamente i beni culturali dall’ambito di applicazione, ma nel febbraio 2005 il centrodestra, contrabbandando il provvedimento come "semplificazione della regolamentazione", provò a sopprimere l’eccezione: per la prima volta nella storia d’Italia, in tal modo, l’intero sistema della tutela non sarebbe stato governato né dalla Costituzione né dalle apposite leggi, bensì da autocertificazioni e dal pessimo principio del silenzio-assenso. Anche allora, grande mobilitazione della sinistra, delle associazioni, dell’opinione pubblica contro quella proposta, caldeggiata dall’allora ministro della Funzione pubblica, Baccini. E anche quella volta, il governo Berlusconi dovette fare marcia indietro: secondo la L. 80/2005 furono esclusi dal silenzio-assenso «gli atti e i procedimenti riguardanti il patrimonio culturale e paesaggistico e l’ambiente», oltre a quelli sulla sicurezza nazionale, la difesa, la sanità.

Inutile battaglia. Inutile cambiare governo e colore politico, visto che il "silenzio-assenso" proposto da Nicolais è identico a quello di Baccini: ora come allora, vuol dire che se la risposta all’autocertificazione di un costruttore non giunge "entro il termine perentorio di 90 giorni dal ricevimento della richiesta", la richiesta si intende accolta. Anche se comporta la distruzione (ovviamente irreversibile) di un’area archeologica o di un paesaggio, lo sventramento di un palazzo barocco, la riconversione di una chiesa medievale in discoteca, l’edificazione di un condominio su una spiaggia protetta. E questo mentre le Soprintendenze sono ormai coperte per circa il 40% per reggenza a causa della cronica mancanza di assunzioni; mentre l’età media del personale è intorno ai 55 anni; mentre mancano in musei e soprintendenze il tempo per l’ordinaria amministrazione, i soldi per pagare la luce e il telefono. La ridicola foglia di fico della proposta Nicolais, secondo cui in un indeterminato futuro si potrà forse stabilire (con regolamenti di là da venire) quali atti sul patrimonio culturale e paesaggistico potrebbero sfuggire al silenzio-assenso, non ingannerà nemmeno i più ingenui.

Scopriamo adesso, grazie al ministro Nicolais, che il silenzio-assenso sui beni culturali, pessima barbarie se fatta dal centrodestra (che peraltro lo ha, seppur tardivamente, abolito), in mano al centrosinistra diventa modernizzazione progressista. Andando avanti di questo passo, diventerà di sinistra vendere i beni del demanio culturale, cosa orripilante quando voleva farlo la destra? Ci convinceremo che i tagli ai beni culturali, ma anche alla ricerca, all’università, al teatro e alla musica, se fatti dalla destra sono deplorevoli, se li fa la sinistra vanno accolti con giubilo? Che i musei di Stato vanno privatizzati, purché sia la sinistra a farlo? Che il saccheggio del territorio e la distruzione del patrimonio culturale e del paesaggio sono diventati "di sinistra"?

Il silenzio-assenso in tema di beni culturali è contrario all’art. 9 della Costituzione, come espressamente dichiarato dalla Corte Costituzionale in almeno cinque sentenze: in questa materia "il silenzio dell’Amministrazione preposta non può avere valore di assenso" (sentenza 404/1997). Come ha ben spiegato un eccellente giurista, Silvio Martuccelli, sul Sole-24 ore del 9 maggio 2004, è questo uno strano modo di utilizzare il silenzio-assenso. Nato per tutelare il cittadino dinanzi all’inerzia della pubblica amministrazione, per una sorta di eterogenesi dei fini diventa un espediente tecnico attraverso il quale lo Stato, a danno della collettività, elude i vincoli della tutela dei beni culturali. Il silenzio, continua Martuccelli, non ha di per sé alcun significato giuridico. È il legislatore che sceglie se attribuirgli un significato, e quale. Se (nel caso della tutela dei beni culturali, paesaggistici, ambientali) il legislatore vuol privilegiare l’interesse a tutelarli, allora attribuirà all’eventuale silenzio dell’amministrazione il valore di un diniego; se - come vuole Nicolais in piena sintonia con Tremonti e Baccini - gli dà invece valore di assenso, è chiaro che ritiene secondario l’interesse pubblico della tutela rispetto a quello privato di chi voglia spianare dune, devastare boschi e coste, annientare zone monumentali e archeologiche. Perciò va denunciata con forza, col centrosinistra proprio come col centrodestra, l’assoluta illegittimità costituzionale di questa norma, scritta in totale spregio dell’art. 9 della Costituzione.

Contro il silenzio-assenso di Tremonti e contro quello di Baccini, l’allora ministro Urbani provò a battersi, perdendo la prima battaglia ma vincendo la seconda; l’allora presidente Berlusconi non rispose nemmeno alle proteste di associazioni, stampa, società civile. In questo che rischia di essere il primo atto significativo del governo Prodi sui beni culturali, sia lecito sperare che il presidente del Consiglio blocchi una manovra indegna della sua cultura e del suo governo; e che il ministro Rutelli (che è anche vicepresidente del Consiglio) voglia battersi con decisione, e sappia vincere.

Occorre una buona dose di immaginazione per far credere di fondare una città tra Verona e Mantova, nominarla «Vema» e pensare che lì possano andare a vivere trentamila persone. Tra quelle due città, dove ancora l'agricoltura convive con un'industria aspramente ristrutturata, chi lì investe i proventi delle sue attività imprenditoriali nella rendita immobiliare, lo fa senza troppa enfasi e «Vema» sarebbe considerata semplicemente un'estesa lottizzazione. Purtroppo una parte della cultura architettonica italiana sembra preferire questi mezzi per affermare la sua vitalità, quando non è in difesa e grida sui giornali allo scandalo per i troppi incarichi assegnati agli architetti d'oltralpe o all'attacco del ministro Bersani per opporsi alla concorrenzialità dei loro servizi professionali.

Di «speranze progettuali» se ne producono molte, ogni giorno di inutili, e passerebbe inosservata anche quest'ultima se a promuoverla non fossero il ministero dei beni per le attività culturali, attraverso il Darc, la Direzione generale per le arti e l'architettura contemporanee, e la Biennale di Venezia che espone in una parte dell'Arsenale questo anacronistico quanto sterile esercizio accademico. Un'operazione vuota di significato che però contribuisce ad avvalorare la tesi che si può fare a meno di tutta la cultura urbanistica che fino ad oggi è stata prodotta per assegnare all'opera di un architetto-fondatore la costruzione in vitro di un luogo-modello per il nostro abitare prescindendo da qualsivoglia fattibilità sia tecnica sia economica. Nessun interesse ha la storia della città che può essere facilmente sintetizzata e svolgersi in schemi planimetrici sulla lunga parete davanti al plastico e agli stands dei giovani architetti selezionati per elaborare ognuno una porzione o funzione di «Vema». Dalla città futurista di Sant'Elia a quella «analoga» di Rossi, dalle «città nuove» del fascismo a quella megastrutturale del gruppo romano Metamorph (1963), dagli insediamenti dell'edilizia popolare del dopoguerra alle prove dell'urbanistica razionalista, la storia si riduce ecletticamente a un inventario indifferente di figure e modelli oppure a evocazione mitica, come nel caso della celebrazione del centenario del «Gruppo 7» da far coincidere tra vent'anni con l'esecuzione di «Vema». Tutto a un tratto è come se fossero transitate invano in questo mondo figure come Piccinato o Astengo, Michelucci o Rogers, evaporate nel nulla le indagini storico-critiche sulla metropoli compiute proprio nell'università del capoluogo lagunare da Tafuri, Cacciari, Manieri-Elia, Dal Co, in una stagione felicissima di studi intorno il pensiero filosofico e sociologico di Benjamin, Simmel, Sombart, Endell. Insomma sembra che il progetto urbanistico, fatto di riflessioni, studi, analisi, redatte per i numerosi piani regolatori delle più importanti città italiane, da Campos Venuti, Secchi, Indovina, Benevolo, non sia mai esistito, che la storia urbana e urbanistica del nostro paese si sia occultata, suggestionati dalle parodie del moderno, per dare spazio allo shock mediatico della città-ideale.

Eppure ci aveva già avvertito alla fine degli anni trenta Lewis Mumford che la «salvezza» delle nostre città risiede, allora come oggi, nello «spalancare un nuovo campo di vita e di attività nelle stesse aree metropolitane» e non di «progettare unità chiuse» perché è un «compito senza speranze di riuscita». Invece di riflettere per dare soluzioni immediate agli errori causati da programmi urbanistici sbagliati che hanno prodotto periferie con tipologie edilizie banali, scarne di funzioni sociali e assenti di ogni interesse estetico, c'è chi preferisce allontanarsi dalla città pensando di ricreare dall'origine le condizioni di un abitare migliore, più idoneo di quello prodotto anche dalle più recenti generazioni di piani urbanistici. Del quartiere «Lunetta» a Mantova o delle aree di Verona-sud è bene che se ne occupino gli assessorati per riqualificarli, nei casi di più alto disagio sociale, l'assistenza pubblica, se c'è qualche possibilità di profitto il mercato. Per i giovani gruppi di architetti italiani scelti da Purini per progettare «Vema» - di alcuni ne seguiremo con interesse il percorso - l'architettura non ha necessità di confrontarsi con un programma e un committente, se non con l'autoreferenzialità di un tema, non possiede finalità di risultato, né intende misurarsi con la società e la storia: è «architettura per l'architettura» per usare una definizione di Ernesto N. Rogers e come tale «non ha senso, come non ha senso nessuna azione umana che si chiude in una tautologia».

Cos'è restato del progetto di Aldo Rossi per l'area mantovana di «Fiera Catena» e di quelli dei partecipanti al concorso internazionale del 1982? In una delle poche aree pregiate della città è stata edificata una «insensata» lottizzazione eseguita pragmaticamente da alcune società immobiliari a dispetto dell'architettura e delle sue scuole. Forse, sarebbe stato utile in quegli anni avere investito meno in poetica e un po' di più nel mestiere. Oggi non assisteremo a questo mediocre spettacolo sul Mincio. Conosciamo bene il paesaggio agrario industrializzato e i centri minori che si dispiegano lì dove «Vema» si vuole fondare e non possiamo che augurarci che la riflessione degli architetti si orienti, dopo la kermesse veneziana, alle questioni urgenti di quei luoghi evitando le inutili e ambigue prove di estetizzazione che già omologano e pervadono le città e il territorio.

L'immagine è di Giuseppe Scalarini: "Un braccio per dare, cento per prendere". Ecco una biografia del mantovano Scalarini

RAVELLO e non solo. Sotto la guida del presidente della quarta commissione, Pasquale Sommese della Margherita, il Consiglio regionale piazza di fatto un altolà alla giunta sulla intera questione urbanistica. La commissione consiliare, riunita ieri, ha infatti approvato all´unanimità la proposta di presentare una mozione in Consiglio, già nella seduta del 13 settembre, per discutere dei contratti di programma e delle conferenze dei servizi che procedono in deroga ai piani urbanistici territoriali. La proposta è stata avanzata da An, ma è stata fatta subito propria dallo stesso Sommese, che da tempo lancia l´allarme sul fatto che molti progetti e finanziamenti - dai porti agli insediamenti turistici e produttivi nell´area della Tess - rischiano il blocco, con conseguente perdita dei fondi europei, per la mancata conformità ai Put.

È la stessa casistica della polemica sull´auditorium di Ravello, da cui infatti è nata l´intera questione. «Il caso-Ravello – spiega Sommese – è solo la punta di un iceberg rispetto ai tanti progetti, anche di grande rilevanza sociale e occupazionale, che ricadono in aree vincolate sul piano paesaggistico-ambientale». La mossa di ieri punta a convincere la giunta a venire in aula per ridisegnare gli strumenti urbanistici, piuttosto che puntare a procedure che li scavalchino. Richiesta condivisa da molti gruppi. Non solo An, che si schiera anche col sindaco diessino di Ravello, Paolo Imperato, contro la Regione che gli ha mandato un commissario ad acta per l´auditorium, vicenda sulla quale Salvatore Gagliano proporrà una interrogazione nel "question time" del 13 prossimo. Anche Gerardo Rosania (Prc) critica il commissariamento di Ravello. Fausto Corace dello Sdi chiede che il tema vada in Consiglio. Intanto il Consiglio generale d´indirizzo della Fondazione Ravello ha confermato Domenico De Masi alla guida dell´ente, mentre sono stati nominati nel Cda Ciro Castaldo (Provincia di Salerno), Lauro Mariani (Fondazione Monte dei Paschi di Siena) e Mario Rusciano (Regione). Mancano tuttavia i rappresentanti del Comune.

(r.f.)

Postilla

Non vorremmo proprio che il programma fosse quello di modificare i presenti atti di pianificazione (il Piano urbanistico territoriale della Penisola Sorrentino-Amalfitana) per consentire di rendere legittimi progetti in contrasto con la tutela, certo perfettibile, garantita da quello strumento! Ma le scarne informazioni della nota qui riportata lasciano temere che la direzione di marcia sia proprio quella. Troppe volte abbiamo visto e vediamo, soprattutto nel Mezzogiorno (ma non solo qui) addurre la “grande rilevanza sociale e occupazionale” adoperati come grimaldelli (anzi, come piedi di porco) per scardinare la grande risorsa del mezzogiorno (e dell’Italia), costituita dalle residue qualità del suo territorio.

Se fosse come temiamo, se l’intenzione fosse quella di allentare i “vincoli” sul territorio, allora si dovrebbe ricordare, tra l’altro, che gran parte della penisola campana è qualificata Patrimonio dell’umanità dall’Unesco, e che questa qualifica – che a suo tempo fu ottenuta con qualche difficoltà e qualche limitazione - può essere persa.

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