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Gioacchino Sconamiglio
Glossario del Guarracino
11 Luglio 2004
'O Guarracino
Da La canzone del guarracino, a cura di Gioacchino Scognamiglio, Editore Colombo, edizione fuori commercio, Roma dicembre 1963.

Guarracino: se ne conoscono tre specie: il guarracino di scoglio, che è l'Apogon rex mullorum, perché detto re di triglie dai pescatori di Malta; il guarracino o monacella rossa, cioè l'Anthias sacer e, infine, il guarracino o monacella nera, cioè l'Heliases chromis.

Jéva: andava.

Le venne: gli venne.

De se 'nzorare: di ammogliarsi. Da uxor, moglie. Sarebbe un se inuxorare, ossia se ad uxorem ducere. Il latino ha l'aggettivo inuxorus (non ammogliato, celibe); sol che il prefisso è negativo, mentre nel nostro verbo è di movimento. Questo verbo, come la sua etimologia vuole, si dice solo dell'uomo; della donna si dice 'mmaretarse (maritarsi), dove la prima m non è che lo stesso in di 'nzorarse, lì con aferesi, qui anche con assimilazione (se ad maritum ducere).

Scarde: schegge.

Perucca: parrucca.

'Ngrifata: arruffata, ma qui vale «pomposa».

Ziarèlle,: nastrini.

'Mbrasciolata: imbraciolata, ossia piena come una braciola. Per intendere, si noti che in napoletano braciola (anche e più corrente brasciola) non è la stessa cosa che in lingua. In italiano designa una fetta di carne arrostita sulla brace appunto o cotta in tegame; in napoletano invece è involto di carne ripieno. «De ziaràlle ‘mbrasciolata» significa dunque: piena di nastrini, tutta nastrini.

Sciabò: lattuga, gala. Dal francese jabot.

Scolla: fazzoletto da gola.

Puzine: polsini.

De Ponte angrese fine fine: di punti inglesi finissimi.

Cu li cazune: coi calzoni.

De rezze de funno: di reti di fondo. Credo voglia intendere di reti doppie.

De tunno: di tonno.

Sciammeria. è la vecchia redingote.

Sciammereino: diminutivo della precedente sciammeria. Più comune sciammeriella, ma la rima ha voluto l'altro diminutivo. Potrebbe trattarsi di un farsetto, ma io penso che qui stia ad abundanziam, come quando si dice «nastri e nastrini», «bottoni e bottoncini» per intendere molti nastri, molti bottoni. Il poeta vuol dire che il Guarracino era abbigliato con ogni cura e buon gusto.

D'aleche: di alghe.

Pile: peli.

Voje: bue.

Co buttune e buttunera: letteralmente: con bottoni e bottoniera. Come il precedente sciammeria e sciammereino è modo sovrabbondante per dire con bottoni e bottoncini, con bottoni di ogni specie e grandezza, tutto bottoni. E, s'intende, son bottoni lussuosi che possono anche non abbottonare avendo ufficio decorativo, come chiarisce il verso seguente che ci dice che sono occhi di polipi (purpe), di seppia (secce) e di fiera, naturalmente marina (fera); piccoli i primi due, più grandi gli altri.

Schiocche: ciocche.

De niro de secce: di nero di seppie.

Feíe: fiele.

Achiate. occhiate. Pesci teleostel della famiglia Girellidi, caratterizzati dai grandi occhi (cfr. latino Raia oculata).

Cateniglie: catenelle.

Premmone: polmone.

Cappiello aggallonato: cappello gallonato.

De codarino d'aluzzo salato: di budello di luccio salato. È espressione struinentale dove il de (di) vale con.

Pòsema: amido.

Steratiello: stiratelo. «Tutto pòsema e steratiello» ad litteram sarebbe «tutto amido e stirato»; ma, poiché lo stirato è nel precedente pòsema (amido), io darei a steratiello il significato di impettito. Tale interpretazione è confortata dal verso seguente «ieva facenno lo sbalantieílo», andava facendo lo spacconcello.

Barcone: balcone.

Calascione: colascione, sorta di liuto.

A suono de trommetta: a suono di trombetta, cioè a voce alta.

E llaré lo mare e lena: è una delle tante accozzaglie di parole inconcludenti che abbondano nelle antiche canzoni, riprese e trapiantate nelle sue dal Di Giacomo, messe lì per vezzo o per ironia o soltanto per accompagnamento e dette mottozzi. Se ne trovan tanti e per tutti citerò un «Tubba catubba la tubba gubbella // tubba tubbella, lo chicherichì ». Bravo davvero chi volesse in- dustriarsi a decifrare.

Sia Lena: zia.Lena. In napoletano, vi sono due parole (don, donna; zio, zia) usate, l'una a titolo d'onore o di rispetto, l'altra, più familiare, per esprimere affetto e venerazione. Come don, che è apocope di donno, zio e zia si scorciano in zi' e la parola, apocopata, diventa ambigenere e si dice zi' Giuvannine e zi' Maria.

La forma siè qui ricorrente, che qualcuno vuole derivata da «signora», non è altro invece che il zi' (zi' Lena) con lo zeta addolcito in esse. Anche nel maschile, infatti, si trova, specialmente preceduto dall'articolo, 'o si' Pascale per 'o zi' Pascale. L'aggiunta della e accentata finale, è una delle tante che ricorrono in tutte le lingue per un tal quale bisogno di facilità di pronunzia (cfr. oi' per o), e contrariamente a quanto credono alcuni, questa aggiunta, pur ricorrendo quasi sempre nel femminile, non è niente affatto vero che non ricorra anche nel maschile. Si dice benissimo anche lo sié Pascale, specialmente quando chi parla ironizzando, ha bisogno di strascicare la pronunzia per significare che la parola ha tutt'altro senso che di rispetto. Così, ad esempio, a un zi' Pascale che l'ha fatta grossa, si direbbe: «E bravo! ha fatto sta bella aziona 'o sié.Pascale!». E, soltanto ironicamente, si dice anche a persona non anziana, come si può vedere a pag. 18, dove è dato alla Sardella che è ragazza da marito. La Sardella, ricevendo dalla Vavosa l'imbasciata del Guarracino, arrossisce di vergogna e si nasconde sotto uno scoglio. Ma l'Alosa, sua nonna, la rimbrotta e le fa rilevare il danno che le verrà dalle sue ciance. Allora la nostra eroina stima più conveniente pensare al sodo e si rimette alla finestra aspettando. Qui dunque «la sii Sardella» vuol dire, quella buona lana della Sardella.

Rialato: regalato.

'Nche la guardaie: come, non appena la guardò.

Se ne jette. se ne andò.

Vavosa: bavosa. Pesce della famiglia dei Blennidi (cfr. il greco blennos. muco) così detto dalla copiosa mucosità che ricopre il suo corpo.

La cchiù vecchia maleziosa: la più vecchia maliziosa. E si noti che il cchiù (più) è riferito alla malizia, non alla vecchiaia. La vecchia più maliziosa, la più maliziosa delle vecchie.

Bona rialata: ben regalata. Particolare costrutto napoletano che usa l'aggettivo (bona, buona) in funzione avverbiale. Non è la stessa cosa, ma anche in lingua ricorre l'attributo predicativo (mi rispose fiero e superbo per fieramente e superbamente); sol che, in lingua, l'aggettivo modifica il verbo soltanto col suo significato, ma è tutto del sostantivo, mentre in napoletano concorda col sostantivo, ma è tutto avverbio. Non che in napoletano manchi l'avverbio (cantava appassionatamente me rispunnette - mi rispose - malamente, ecc.) ma l'avverbio bene non c'è e s'usa avverbialmente l'aggettivo (l'ha buono vattuto; l'ha bona strillata: l'ha ben battuto, l'ha bene sgridata).

Pe mannarle la mmasciata: per mandarle l'imbasciata.

Pisse pisse: pissi pissi, ossia zitto zitto.

Chiatto e tunno: grosso e tondo, cioè senza ambagi, chiaro e tondo.

'Nce lo disse: glielo disse.

'Nch'a sentette: come la sentì.

Se 'mpizzaje: si ficcò.

Vava: ava, nonna.

Alosa: cheppia, laccia. Genere di pesci teleostei.

Schefenzosa: sozza, sporcacciona. Ma qui vale schifiltosa.

'Ncanna: in canna, cioè in gola, per dire: te ne resterà perenne la voglia, senza possibilità di soddisfarla. È modo proverbiale napoletano, che si dice di cosa assai desiderata e vaga, non con- seguita. Per esempio: Aggio fatto tanto pe ll'avé, ma m'è rimasto 'ncanna: Ho fatto tanto per averlo ma mi è rimasto in gola.

Aje: hai.

De t'allocà: di allogarti, di collocarti.

Fora: fuori, via.

Le zeze: le ciance.

Sié Sardella: cfr. il Sií Lena della strofa 4 (a pagina 16). Fenestrella: finestrella. Ma in napoletano è assai più corrente la forma Fenestella senza r, che è latina schietta.

Fece n'uocchio a zennariello: fece l'occhiolino. Zennariello letteralmente è cennerello, piccolo cenno. Si noti che, mentre correntemente si dice le faceste ll'uocchio a zennariello col determinativo (le fece o gli fece l'occhiolino), il poeta usa il numerale uno (la enne apostrofata è qui nurnerale) per dire «fece un piccolo cenno con un occhio», facendoci vedere la strizzatina civettuola di un occhio solo. Sappiamo, e lo sapeva anche l'autore, che il cenno non può farsi con tutt'e due gli occhi; ma qui, con espressione bellamente icastica, il poeta ha detto «un occhio» e ha fatto un vivo ritratto! Anche in napoletano, come in italiano, oltre la frase, c'è il verbo zennïà (aninliccare), apocopato come tutti gli infiniti non sdruccioli, da zenniare (la forma intera degl'infmiti na- poletani non sdruccioli è arcaica e poetica). Zennïà risponde quasi a capello all'italiano cennare per accennare, sol che l'italiano designa un cenno fatto anche con la mano o col capo, mentre in napoletano significa cenno soltanto dell'occhio. (Cfr. E zenniavano ll'uocchie d"e lemmene: Di Giacomo, A Capemonte). Il napoletano zennïà interpone un'i prima della desinenza, che l'italiano cennare non ha e che va pronunziato con dieresi come nell'italiano smaniare. Questa i compare in tutti i verbi frequentativi. Son tutti di prima anche quando, come in latino, derivano da altra coniugazione. (Il napoletano correre di seconda diventa currettià di prima coniugazione, quando vuol designare il correre a brevi tratti qua e là). Così, mentre a turnare, cantare, parlare e simili, esprimenti azione intera e, dirò, non frazionata, rispondono turnà, canta, partìí senza la i, passeggiare si dice passïà, tastare tastïà, scherzare pazzïà (all'italiano scherzo risponde in napoletano pazzia), infastidire o prendere in giro sfruculïà e simili. Tutto ciò s'è detto per rilevare l'efficacia della desinenza frequentativa del nostro zennïa che rende a meraviglia il frequente strizzar dell'occhio, che l'italiano «ammiccare», derivando dal latino micare (palpitare, brillare), rende soltanto per l'etimologia. Oltre al costrutto avverbiale a zennariello, c'è, poi, anche un zennariello sostantivo, come si legge nel libretto de Lo Frato nnammurato dei Pergolesi (Passa ninno de cca rente // e me la lo zennariello: Passa il mio damo qui davanti e mi fa l'occhiolino).

Per finire ricorderò il tardo latino cinnare (ammiccare) e cinnus (occhiolino).

Speruto: desideroso.

Patella: nome di vari molluschi. Patella coerulea, Patella lusitanica, Patella tarentina; sono molto comuni nel Mediterraneo.

Steva de posta: stava alla posta.

Sbrevognata: svergognata.

'Nchiantato: piantato.

Alletterato: nome di un pesce della famiglia dei tonni (Euthynnus alletteralus) così detto per- ché la sua pelle ha macchie che paiono lettere.

De carrera: di carriera.

Da chisto: da costui.

Jette: andò.

'Lle dicette: gli disse.

Lo 'ntise: lo sentì.

Se lo pigliaie Farfariello: se lo Prese Farfarello, ossia il diavolo, montò in bestia. Farfarello è uno dei diavoli danteschi della bolgia dei barattieri.

S'armaie a fasulo: si armò di tutto punto.

Se carrocaie: si caricò.

Scoppette: schioppi, fucili.

Pòvere: polvere (da sparo, s'intende).

Scarde (sottinteso 'e scoppette): pietre focaie.

Dint’a sacca: in tasca.

'Ncopp'a li spalle: sulle spalle.

Pistune: pistoni, specie di pesante archibugio.

Guappo: è il camorrista che non si lascia passare le mosche sul naso e al quale si ubbidisce senza discutere, non superato da alcuno in forza e coraggio. Ma questo sostantivo s'usa anche aggettivamente per designare bravura. È ‘nu jucatore guappo, (è un giocatore guappo), si dice per significare che nessuno lo supera, e simili. Qui è usato appunto aggettivamente e guappo Pallarino (guappo paladino) significa strenuo paladino, il paladino dei paladini!

La disgazia a chisto portaie: la disgrazia portò a costui; disgrazia volle per costui.

Chiazza: piazza.

Po crovattino: per la golétta. È modo comunissimo e ci rappresenta l'aggressore che, invece di afferrare violentemente la persona con cui ha da dire, le ficca le dita nel colletto e la tira a sé con sarcastica repressa delicatezza, per dargliele poi di santa ragione.

Lieve: togli.

Mazziata: bastonatura, da mazza.

Tùffete e tàffete, onomatopeico, per indicare il suono delle percosse e il loro susseguirsi.

A meliune: a milioni.

Pàccare: pacche, colpi dati a mano aperta, ma in napoletano solo sulla faccia. In napoletano, poi, si chiama schiaffo, come in italiano, il manrovescio, che é la percossa data col dorso della mano, mentre quella data sul viso col palmo della mano, ossia con tutta la mano, si chiama pàccaro, dal greco pas, pasa, pan (tutto) e cheir, cheiròs (mano).

Secuzzuno: sergozzoni.

Ponie: pugni.

Perepesse: percosse in genere.

Scoppolune: scoppoloni, scapaccioni.

Fecozzo: pugni dati di panta.

Conesse: colpi alla nuca. Differisce dai precedenti scoppoloni, perchè quelli son dati a mano aperta, queste col pugno.

Scerevecchiune: scappellotti.

Sicutennosse: pugno in faccia.

Osse e pilosse: altra espressione sovrabbondante come le precedenti «sciammeria e sciammereino» e « buttune e buttunera» della seconda strofe, per dire «gli ammacca ben bene le ossa».

Venimmoncenne: venianiocene. Modo usato per riprendere il racconto o per allacciarvi un episodio. È l'italiano «venendo a noi».

Ascettero fore: uscirono fuori. Il pleonasmo è quasi normale in napoletano e mentre ricorre anche il semplice ascettero (uscirono), come trasettero (entrarono), il popolo dice sempre jesce fora (esci fuori) e trase dinto (entra dentro).

Cortielle: coltelli.

Cortelle: coltelle.

Spate, spatune e spatelle: spade, spadoni, spadini.

Spite: spiedi.

Ammènnole e antrite: Ammènnola significa mandorla e antrita è la nocciola cotta al forno e infilzata a un filo. Il poeta le usa traslatamente come fa anche l'italiano, per esempio, con la parola nespola. Gli diede certe nespole, si dice per mazzate.

Torrone e sosamielle: altre armi gastronomiche! Il torrone è quello che ricorre a San Martino e il sosamiello (moderno susamiello, plurale susamielle), è una ciambella in forma di S, fatta con farina di castagne e miele e cosparsa di pezzetti di mandorle. Ricorre a Natale ed è dolce napoletano che si offre agli zampognari che si recano a Napoli dal loro paese per la novena.

Fère: fiere.

A strisce: in fila.

De sto partito e de chiamo li pisce: pesci parteggianti o per l'uno o per l'altro. Da notare che pisci è plurale di pesce. 'Nu pesce: un pesce; tre pisce: tre pesci. A il plurale interno assai corrente nel dialetto napoletano ('Nu prèvete: un prete; tre prievete: tre preti) che a volte s'accoppia col plurale normale ('Nu mònecro: un monaco: tre muònece: tre monaci).

Dediste: vedesti.

Palaie: sogliole. Dal catalano palaya, tardo latino pelaica dal greco pelagihós «del pelago marino».

Raio petrose: razze chiodate (cfr. latino Raia clavata). Genere di pesci selaci.

Sàrache: sarghi (cfr. latino Sargus, greco sargòs), genere di Teleostei acantotteri del Mediterraneo. Al singolare saraco.

Diéntece: dentici, pesci teleostei caratterizzati dai canini molto sporgenti (latino Dentex, derivato di dens, dentis). Si noti il plurale interno; al singolare dèntece.

Scurme: scombri, maccarelli.

Pisce palumme: palombi (Mustelus vulgaris). Singolare pesce palummo.

Pescatrice: rana pescatrice, lofio (latino Lophius Piscatorius).

Scorpene: scorfani o scrofani (latino Scorpeana scrofa).

Mucchie: pastinache (latino Trygon pastinaca). Pesci cartilaginei dei gruppo Selaci.

Ricciòle: nome usato, nel Mezzogiorno, per varie specie di pesci del genere Scymnorrinus.

Musdee: motelle, genere di pesci teleostei della famiglia Gadidi (latino Mustela vulgaris).

Mazzune: ghiozzi 'nome divari pesci del genere Gobitts.

Stelle: cioè pesce-stella, leccia, ha le scaglie disposte

in forma di stella e perciò detto dagli ittiologi Astroclormus.

Aluzze: lucci di mare (latino Sphyraena sphyracna).

Ruongolo: gronghi o gòngori. Specie (Conger conger) di pesci teleostei dell'ordine Apodi.

Capodoglie: capodogli o capidogli. Cetacco odontoceto della famiglia Fiseteridi (latino Physeter) così chiamato per il grasso che si ricava dalla sua testa (capo d'olio).

Orche: orche. Specie di cetaceo odontoceto (latino Orcinus orca) della famiglia Delfinidi.

Vallene: balene.

Capitune: nome delle anguille di grandi dimensioni (latino Capito,-onis «che ha la testa grossa», derivato di caput «capo»). Nota il plurale interno; al singolare capitone.

Aùglie: aguglie. Nome comune di alcuni pesci teleostei (latino Belone) della famiglia Belonidi.

Arenghe: aringhe, specie di pesci telcostei dell'ordine Isospondili, famiglia Clupeidi. (Dal germanico haring, cfr. tedesco Hering; latino Clupea harengus).

Ciàfere: cefali, altro nome italiano di vari pesci dei genere Mugil. Nota il plurale interno, al singolare cèfaro.

Cuocco: aterine, genere di pesci telcostei dell'ordine Percomorfi, detto anche latterino, crognolo o lavone.

Tràccene: pesci ragno, genere (latino Trachinus) di pesci teleostei acantotterigi dell'ordine Giugnulari, famiglia Tradúnidi. Con lo stesso nome si indica anche il pesce spigola.

Tenghe: tinche, pesci teleostei (latino Tinca tinca) della famiglia Ciprinidi.

Treglie: triglie, nome comune dei pesci del genere Mullus, teleostei della famiglia Mullidi.

Trèmmole: torpedini (dal latino Torpedo, -dinis, derivato di torpàre, con allusione all'effetto delle scariche elettriche prodotte da questi pesci che inducono torpore alla mano che li tocca).

Trotte: trote.

Fiche: pesce fica, lampuga, fiatola dorata. Pesce teleosteo della famiglia Brauidi (latino Stromateus fiatola).

Cepolle: cepole rosseggianti, nome comune del pesce Cepola rubescens.

Laune: lagoni, nome napoletano del pesce Atherina hepsetus.

Retunne: menole, varie specie dei genere Smaris.

Purpe: polpi (latino Octopus vulgaris).

Secce: seppie.

Pisce prattielle: non meglio identificati, nonostante le più accurate ricerche, anche presso i pescatori del porticciolo di Mergellina.

Voccadoro: boccadoro, ombrina leccia (latino Sciaena aquila), così denominato perché produce suoni variamente modulati.

Cecenielle: bianchetti, i neonati delle alici di colore biancastro.

Capochiuove: piccole seppie (.Sepiota Rondeletii).

Cannolicchie: nome di varie specie di molluschi bivalvi del genere Solon.

Ostreche: ostriche (latino Ostrea edulis).

Ancine: ricci di mare (latino Ech-nus lividus).

Cucciole: nome di vari molluschi bivalvi del genere Cardium.

Grancetielle: diminutivo di grancio: granchio marino.

Marvizze: tordi di mare, varie specie del genere Labrus e Crenilabrus.

Màrmure: pagello mòrmora (latino Pagellus mormyrus).

Vope: boghe (latino Box boops) pesce teleosteo della famiglia Girellidi.

Prene: incinte (cfr. il latino praegnus).

Spìnole: spigole (Labraxt lupus).

Spuonole: è lo Spondylus gaederopus, volgarmente detto ostrica spinosa.

Sierpo: Non è chiaro se si allude alla vipera di mare (latino Ophisurus serpens) o al serpe di mare (latino Sphagebranchus Spallanzani),

Sarpe: salpe, pesce teleosteo della famiglia Girellidi (Boops salpa).

Scàuze, 'nzuoccole, e co le scarpe: scalzi, con gli zoccoli e con le scarpe. Accorsero così come si trova- vano.

Sconciglie: mùrici, molluschi gasteropodi del genere murex di cui alcune specie forniscono la porpora.

Gàmmere: gamberi.

Vennero 'nfino co le posto: vennero perfino di lontano, con le diligenze.

Saure: sgrombri bastardi sorelli, sugherelli (latino Trachurus trachurus).

Tantille, tante, cchiù tsante e tantone: graziosissimo verso che designa col diminutivo e con l'accrescitivo dell'aggettivo tanto, le varie dimensioni dei pesci in lotta. Essi sono, dunque, non soltanto di ogni ceto e nazionalità, ma anche di ogni grandezza: tantini (tantille), tanti, più tanti (più grossi) e tantoni!

Arrassosia: lontano sia. Arrasso è avverbio che vale «da parte» (Fatt'arrasso: fatti in là, scansati).

Muorze: morsi.

Beliune: bilioni.

A deljuvio li secuzzune: a diluvio i sergozzoni.

Bivo: vivo.

Ttè, ttè, ttè, ecc.: onomatopeico per indicare i colpi delle pistole, degli schioppi, degli archibugi e dei cannoni.

So già stracquato: sono già stanco.

Scriato: fiato.

'Nfì che sorchio: fin che sorbisco, il solo tempo di bere.

Na meza de seie: sottinteso presa, ossia bicchierino. Mezza designa la quantità e sei forse il prezzo o la misura o la composizione dei liquore. Il cantore vuol dire: «datemi soltanto il tempo di sorbire non più di mezzo bicchierino dei più modesto liquore».

Co salute de luie e de leve: con salute, ossia alla salute, di lui e di lei, ossia dei signori e delle signore che mi stanno ascoltando.

Ca: perché.

Cannarone: la gola, sede delle canne, che nel sostantivo napoletano vengono unificate e accresciute!

Sbacantànnose lo premmone: svuotandosi (mentre si svuota) il polmone.

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