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Fabrizio Bottini
Piazzatorre Val Brembana: Parco a Tema Fantozziland?
12 Agosto 2008
Padania
L'assimilazione delle aree alpine all'insediamento diffuso della pianura, e i rischi di un approccio miope alle problematiche dello sviluppo. Scritto per eddyburg, 24 novembre 2007

Ho lagàt la mè cà zo n’del Kentucky

E ma so trasferìt sota Clüsù

E ‘nvece di nisüline a maie i cachi

E ‘nvece di serpencc a go i bisù

Forse basta l’ironia dei versi del Bepi [1] (una specie di Bruce Springsteen delle Valli Orobiche) a riassumere in qualche battuta tanti dei problemi di queste parti, e non solo. L’America è un sogno, quando poi arriva magari è un incubo, e non ci resta che riderci sopra, tanto per non piangere.

E giusto per partire dall’America, lo raccontava benissimo quasi un secolo fa l’ambientalista Benton MacKaye nel progetti di Appalachian Trail, come nel mondo contemporaneo ci sia un rapporto strettissimo, anche direttamente territoriale oltre che sociale ed economico, fra i sistemi montani e gli insediamenti metropolitani delle grandi pianure: acque, poi manodopera, poi puro spazio, in tutte le sue possibili forme [2].

Spazio che, quando smette per ovvi motivi di prossimità fisica di essere relativamente protetto dalla collocazione remota, rischia un destino “esurbano” e in definitiva sostanzialmente suburbano: non certo nell’accezione vagamente poetica a cui ci hanno abituato le promozioni immobiliari, ma in quella assai prosaica di sprawl a colpi di villette, palazzine, centri commerciali e capannoni. E poco importa se sull’orizzonte di questa bella raccolta di scatolame spiccano rocce, pascoli, pinete. La conclusione non cambia: si è di fronte a una schifezza impresentabile, dannosa per l’ambiente, socialmente inutile ed economicamente col fiato corto.

Qualche filologo orobico in vena polemica, potrebbe obiettare qui che i versi del Bepi si riferiscono alla Val Seriana, mentre il titolo parla in effetti di Piazzatorre, che sta nell’adiacente Val Brembana. Niente da obiettare, la geografia almeno a questo livello è una scienza esatta. È anche vero però che, ancora per tirare in ballo sogni americani assortiti, ad esempio già negli anni ’20 la scuola sociologica di Chicago spiegava come si potessero tracciare i confini della metropoli seguendo le tracce della diffusione di stampa locale e relative inserzioni pubblicitarie[3]. Basta fare una passeggiata per il centro di Milano, o per stare oltre l’Adda nei centri commerciali dell’area di Dalmine, Zingonia, Curno, Brembate, per vedere le medesime inserzioni, su manifesti e volantini: tale Tonino, Pierino, Carlino, in camicia a scacchi da travet in libera uscita, decanta il calore del legno e della pietra nelle villette sparse in tutte le valli orobiche, che aspettano la gentile clientela (sia le villette che le valli orobiche sottostanti) complete di mutuo.

Anche per restare ancor più terra terra, dalla linea delle tangenziali di Milano a velocità media, se si evitano le ecatombe serali dei giorni lavorativi, ci vuole un’oretta scarsa per arrivare all’imbocco delle valli, e un’altra mezzora per arrivare, che so, appunto a Piazzatorre. Come canta ancora il Bepi, A ghìe ü pick-up enorme piè de polver; Che ‘nvece i ma dacc ön Ape rot, ma come ben sa chiunque sia uscito su una strada italiana nell’ultimo lustro, ormai anche qui abbondano pick-up enormi (di solito del tutto scarichi), Suv e altre diavolerie. Lo sanno benissimo anche le autorità responsabili di strade e affini, che continuano a sforacchiare le valli con tunnel, bretelle, variantine e rotatorie, appunto per tentare di smistare questo flusso costante di traffico, in cui il tradizionale pendolarismo di lungo corso dei camioncini di muratori che alimenta il mercato metropolitano delle ristrutturazioni, si mescola con le massicce quote dei nuovi commuters di lusso, che mantengono la residenza in città ma usano ormai le valli come prima casa di scorta, più che casa vacanze. Il che si traduce in spazi del tutto identici nella scarsa qualità e assenza di ambienti pubblici, ma più fitti e trafficati su e giù da fuoristrada che non hanno mai calpestato altro che asfalto.

Ce lo raccontano eloquentemente anche i nuovissimi studi di Richard Florida, o quelli promossi dalla RPA newyorkese e dalla rete europea GAWK, sulle “megaregioni”: l’area metropolitana come sistema territoriale integrato ha da tempo ceduto il passo a formazioni più articolate e vaste, e tentare di ricondurre forzosamente studi e interpretazioni a categorie di epoca industriale, per non parlare di divisioni amministrative, risulta del tutto fuorviante [4].

Insomma non solo la mitica Padania proposta da alcuni tristi figuri come semplicistico bacino elettorale esiste davvero, ma in certi casi (se calcoliamo ad esempio l’isocrona delle due ore in macchina e il quadro delle relazioni di lavoro e altri spostamenti) le valli orobiche sono a tutti gli effetti dei quartieri di Milano.

E concentrandosi sul caso di Piazzatorre, lo raccontano anche i pieghevoli della promozione turistica, che qui l’alba del nuovo secolo inizia a sorgere quando i milanesi negli anni ’20 della prima ondata - elitaria ma non esclusiva - di automobilismo si accorgono di quanto sia bello e facile ritagliarsi un pezzo di natura alpina quasi sulla porta di casa. Più precisamente, sulla porta di seconda casa.

Qui da subito turismo significa in prima e seconda battuta occupazione costante dello spazio: alberghi, alloggi, ecc. quasi niente. Case private, rigorosamente vuote per la maggior parte del tempo, quasi il 100%. E quindi, in zone che erano pochissimo popolate, con un’agricoltura povera, si tratta di una crescita che più che mai si appoggia soprattutto sull’edilizia, da cui dipende qualunque altra cosa. Valga, ad esempio, il confronto con lo sfruttamento della montagna per l’attività apparentemente più vantaggiosa, ovvero lo sci alpino:

la gestione degli impianti di risalita è scarsamente remunerativa, se non addirittura in perdita. Ciò in quanto la gestione di tali attività è caratterizzata da altissimi costi di installazione, che incidono pesantemente nei bilanci come ammortamenti, da ingenti spese per personale ed energia elettrica, ed i ricavi sono concentrati quasi esclusivamente in brevi periodi di tempo, principalmente nei week end e nelle festività natalizie[5].

In altre parole, ogni cosa sembra dipendere dall’unica risorsa del territorio, a cui si attinge nel modo più impattante e definitivo, ovvero con la trasformazione edilizia, le relative infrastrutture, e parallelamente (secondario dal punto di vista economico, non necessariamente di effetti ambientali) gli interventi diretti sul contesto della montagna per le piste, gli impianti di risalita, i cannoni sparaneve ecc.

E basta leggere le nude cifre sugli edifici realizzati a Piazzatorre nelle varie epoche, accostando in parallelo qualunque aspetto delle relative fasi di sviluppo socioeconomico dell’Italia settentrionale, per capire meglio questa realtà: dal 1919 al 1945, si costruiscono 38 edifici, che si aggiungono ai 62 preesistenti; fra il 1946 e il 1971, su un arco di tempo simile ma in epoca automobilistica, gli edifici nuovi sono 115; solo fra il 1972 e il 1981, ovvero quando nelle pianure iniziano a dilagare insediamento diffuso, mobilità automobilistica, decentramento produttivo, gli edifici nuovi di Piazzatorre sono ben 130. E naturalmente alla quantità si affianca la “qualità” dell’insediamento.

Il toponimo spiega abbastanza bene l’organizzazione fisica di questa terrazza inclinata, piccola diramazione dal tracciato della strada della Val Brembana che sale verso il Mezzoldo e Passo San Marco, e che dopo un percorso di alcune centinaia di metri in pendenza anche abbastanza notevole si interrompe in corrispondenza dei primi impianti di risalita. È su questo fazzoletto di prati e primi ciuffi di alberi ai piedi delle montagne, che si sono posati senza alcun piano complessivo diverso dalla semplice relativa prossimità all’asse naturale centrale, tutti gli edifici. Si distinguono una zona più bassa, corrispondente all’esiguo nucleo storico principale, poi spazi più radi e sfrangiati che si concludono circa a metà dello sviluppo lineare verso nord-est, in corrispondenza di una ex colonia elioterapica. Poi l’insediamento prosegue discontinuo nella zona più elevata fino ai piedi delle piste da sci, ma l’aggettivo “discontinuo” forse non rende benissimo l’idea. Come sempre accade quando la crescita è pezzo per pezzo, accorpamento di fettine di mondo alla sacralità del privato e del focolare familiare (cosa quasi istintiva in ambiente montano, specie per un foresto), l’effetto suburbio è comunque massiccio. Vale a dire che con rare eccezioni il grande ambiente aperto della “piazza” originaria, così come doveva presentarsi fino alla prima metà del ‘900, coi pascoli che salgono gradatamente a confondersi nei pendii boscosi e roccioso della montagna, è solo un ricordo da cartolina. Ah: i residenti totali del comune, non arrivano a 500 anime.

E pare del tutto consequenziale a queste – lunghe ma necessarie – premesse, il corrente manifestarsi di “crisi” nel sistema di sviluppo dal fiato corto: per esaurimento di spazio, per degrado ambientale, per grandi trasformazioni esterne. Trasformazioni ad esempio di carattere socioeconomico e della mobilità, che vedono evolvere le modalità d’uso di queste valli da centri vacanze veri e propri, relativamente autonomi, a esurbio di “prime case e mezza”. Trasformazioni nell’uso del tempo libero, coi consumi dello sci alpino forse più sensibili alle mode e/o ad attrazioni sempre meno collaterali di carattere spettacolare e di intrattenimento. Trasformazioni infine in qualche modo legate al cambiamento climatico, in questo caso molto più tangibile che nelle cronache dei convegni scientifici, verificabile quotidianamente fra scarsità delle precipitazioni nevose, calo delle presenze sulle piste, uso dell’innevamento artificiale e relativi, ulteriori impatti ambientali.

E l’ultima “strategia” - più o meno obbligata – dell’amministrazione locale per rilanciare Piazzatorre ancora una volta si rivolge alla trasformazione edilizia, combinata alla riorganizzazione ed estensione nell’uso delle piste da sci.

Nel marzo del 2007 il consiglio comunale approva un piano di indirizzo che vede da un lato il rilancio delle piste con l’unificazione dei “comprensori” (ovvero dei sistemi di percorsi e risalite utilizzati come spazio unitario dallo sciatore) e interventi tecnici e gestionali sugli impianti, dall’altro la cessione del complesso dell’ex Colonia Genovese nella zona medio-alta dell’insediamento, che privatizzata, con forti aumenti di cubature e riorganizzazione “attrezzata” degli spazi liberi circostanti, “potrà rappresentare un tassello importante nell'operazione di rilancio della stazione invernale” [6]. In questo voto consiliare primaverile, le uniche opposizioni riguardano la sostenibilità finanziaria dell’operazione.

Finalmente la seconda settimana di novembre, alle porte dell’inverno e dell’attesa/temuta stagione sciistica, “per Piazzatorre è arrivata la tanto agognata svolta storica, sottolineata l’altra sera, in una sala consigliare mai così affollata, dall’applauso dei cittadini” [7]. Basta la cifra, di oltre cinquanta milioni di Euro investiti, e la promessa di 100 (cento) posti di lavoro, a spiega ampiamente quell’applauso liberatorio, quel sospiro di sollievo collettivo per l’atteso ritorno alla normalità della vita. Si, ma quale normalità della vita? E per chi?

Anche lasciando perdere l’aspetto, pure rilevantissimo, di rilancio nel consumo di territorio e ambiente rappresentato dall’uso intensivo degli spazi per lo sci alpino, proviamo a concentrarci solo sul proseguimento dell’attività edilizia in paese. Gli interventi sono due: uno nel centro storico, col recupero dell’ex Colonia Opera Bergamasca, trasformata in appartamenti privati da offrire sul mercato; uno decisamente più rilevante, nella zona alta ancora a insediamento più rado verso gli impianti di risalita, con l’ex Colonia Genovese che “sarà trasformata per il 75% in albergo, centro wellness, bed & breakfast e alloggi residenziali da affittare; il restante 25% in appartamenti da vendere” [8].

Quantitativamente, si tratta anche di realizzare una superficie di pavimento di 16.000 (sedicimila) metri quadrati, distribuiti su due-tre piani, il tutto come recita la convenzione a patto di “utilizzare personale e aziende della Valle Brembana, a parità di prezzo e di qualità delle controprestazioni, di guisa da garantire la tutela della manodopera e dell’economia locale” [9].

Una tutela della manodopera locale che, cumulativamente, come si è visto, comporta l’erosione del territorio su cui la medesima manodopera locale poggia i piedi. Detto in termini più vicini alla percezione corrente di questi spazi montani, per accedere a un rapporto più o meno diretto con gli ambiti aperti e naturali, occorre quasi sempre infilarsi su per gli impianti di risalita, visto che la “piazza” volge ormai alla trasformazione in quartiere urbano a bassa densità e privatizzazione quasi completa. Perché la trasformazione d’uso delle due colonie (anche escludendo i 16.000 mq in più) significa anche questo: edificato e verde assumono i contorni usuali dell’abitazione privata, ovvero esclusione dei non residenti ed eventuali ospiti autorizzati.

Nell’immediato e in particolare, come commenta una villeggiante abituale, si trasforma tutto lo spazio alle “spalle della vecchia colonia genovese, radendo al suolo un bosco molto bello ed eliminando quella residua soluzione di continuità tra la località Rossanella e l'edificato a sud”. In generale, si accentua l’effetto corridoio caratteristico di questi insediamenti turistici, e che li distingue spesso anche planimetricamente da quelli storici: è con poche varianti la logica auto-oriented della città diffusa, che qui si nota ancora di più, visto che i piazzali dei parcheggi restano per gran parte del tempo desolatamente vuoti, e le recinzioni dei giardini privati risultano se possibile ancora più incongrue nei lunghi momenti di “morta”.

Insomma questa tendenza di medio-lungo periodo all’uso massiccio della trasformazione edilizia (ad alto consumo di spazio e impatto ambientale) come elemento trainante dello sviluppo locale, tendenzialmente svuota il territorio dei suoi caratteri, delle sue risorse specifiche, e nel caso in questione sommato alla relativa vicinanza all’area metropolitana ne appiattisce sempre di più le qualità, livellandole (altitudine s.l.m. e pendenze escluse) a quelle di qualunque borgo delle periferie diffuse, cresciuto a cerchi concentrici larghi attorno al campanile, e dove i campi e prati residui sono solo, appunto, residui, e non strutturanti.

Caratteri che valgono per Piazzatorre così come per tutte le valli prealpine e alpine prossime alla metropoli diffusa. E dunque problema non certo risolvibile affrontando “quella residua soluzione di continuità tra la località Rossanella e l'edificato a sud”, pure senza dubbio rilevante, ma a cui in effetti una buona progettazione e una riduzione concordata dei volumi previsti forse potrebbero porre almeno parziale rimedio.

La questione è che, come scrive una lettrice di eddyburg in un articolo riportato recentemente dal sito: “Reti rosse che delimitano un prato, pochi giorni e via una ruspa scava nel terreno che l’agricoltore ha per anni curato,concimato,irrigato,troncando in pochi attimi quel rapporto che si crea tra la terra,chi la abita e la coltiva” [10]. Una scena che si ripete ovunque, e si replica nei cantieri connessi delle trasformazioni stradali che a quelle edilizie sono complementari, nel ciclo ben riassunto dal numero di edifici realizzati a Piazzatorre nei vari periodi storici, e che come ripetuto rappresenta la base di ogni altra attività economica, su cui poggia la società locale.

È possibile uscire da questa spirale? Come è stato osservato, “Spesso è molto semplice urlare contro “ l’invasione del cemento” o magari rivendicare uno “ sviluppo sostenibile“, ma questi sono termini che innanzitutto devono essere spiegati chiaramente” [11]. Una “chiarezza” che appartiene quasi sempre all’ambito delle decisioni politiche, certamente non locali, soprattutto quando ciò significa come nel caso specifico reagire ad una sorta di ricatto, e farlo nella prospettiva inevitabile del proprio mandato, e in un territorio i cui “cittadini” evidentemente e per svariati motivi vanno assai oltre il numero degli aventi diritto al voto.

Lo riconosce anche il piano per lo sviluppo socioeconomico territoriale locale, che “L’organizzazione dell’offerta turistica non è riuscita a strutturarsi in modo confacente con le sue potenzialità … ad incidere positivamente in ordine alla valorizzazione del settore. In analoga situazione di marginalità si pone il sistema dell’accoglienza specie in ordine allo sviluppo di sistemi alternativi …” [12]. Del resto salta abbastanza agli occhi, ad esempio col “rilancio” contemporaneo della vicina e più famosa San Pellegrino da parte di un magnate dei centri commerciali e affini, come la tendenza per questo esurbio metropolitano sembri essere, in assenza di decisioni fortemente orientate in senso diverso, quella di trasformarsi in un parco tematico diffuso, a cui si intrecciano da un lato il mai risolto problema di un’occupazione mediamente qualificata, dall’altro appunto la caratteristica sempre più marcata di suburbio esterno residenziale, per quanto anomalo, strettamente legato all’area metropolitana.

Come si vede in qualunque serata di giorno feriale quando dalla A4, o dallo stradone di Dalmine, dai ponti sull’Adda o dalle basse dell’Oglio, risalgono in coda per dirla col Bepi pick-up enormi piè de polver dai cantieri della terziarizzazione strisciante, mescolati ai Suv delle “prime case e mezzo”. Come direbbe il Boss Springsteen, quello vero, “ the highway is alive tonight: where it’s headed, everybody knows”. Quello che nessuno sa, è dove se ne andranno a finire, di questo passo, con la neve che non cade più e i prati che stanno per sparire sotto i parcheggi, tutte le Piazzatorre, e i boschi dietro le ex colonie elioterapiche.

N.B: si noti che le aree attono alla diramazione di valle urbanizzata descritta sopra sono tutelate da un parco, e che l'assessore leghista lombardo sostiene la necessità di ridimensionare lo "strapotere" dei parchi consentendo ai comuni di espandersi attraverso un ridisego dei confini; è facile immaginare cosa succederebbe in casi simili a quello di Piazzatorre. Aderite all' Appello per scongiurare questa criminale idiozia! Alla fine delle note e links, scaricabile il pdf dell'articolo con qualche immagine in più (f.b.)

[1] La canzone è “Kentucky”: Ho lagàt la mè cà zo n’del Kentucky, E ma so trasferìt sota Clüsù, E ‘nvece di nisüline a maie i cachi, E ‘nvece di serpencc a go i bisù. Ho lasciato la mia casa là nel Kentucky, E mi sono trasferito sotto Clusone, E invece delle noccioline mangio i cachi, E invece dei serpenti ho i biscioni. A ghìe ü pick-up enorme piè de polver. Che ‘nvece i ma dacc ön Ape rot. Avevo un pick up enorme pieno di polvere, E qui m’hanno dato un Ape rotto […] Ma mè sto bè po a chè, Semper inàcc e ‘ndrè, E ‘nvece de des miglia, Rìe fo al bar a pè. Ma mè sto bè po a là, E mpo’ per ol parlà, A mè i ma ciàma amò l’Americà. Ma io sto bene anche qui, Sempre avanti e indietro, E invece di dieci miglia arrivo al bar a piedi, Ma io stavo bene anche là, E un po’ per l’accento, Mi chiamano ancora l’Americano. Forse per capire meglio il senso di questa stravagante canzone, conviene ascoltarla interamente nella versione disponibile su Youtube, filmata al raduno di Pontida della Lega Nord

[2] Cfr. Benton MacKaye, Appalachian Trail, un progetto di pianificazione regionale, 1921, disponibile anche in italiano su eddyburg, sezione Urbanistica / Glossario /Città.

[3] Cfr. Roderick McKenzie, The Metropolitan Community, McGraw Hill, New York 1933; ampi estratti in italiano in tre puntate, disponibili su eddyburg, sezione Urbanistica / Glossario / Città

[4] Faccio riferimento qui in particolare a: Richard Florida, Tim Golden, Charlotta Mellander, The Rise of the Mega-Region, rapporto novembre 2007; Regional Plan Association, New York, North East Mega-Region 2050: a Common Future, rapporto novembre 2007; Northern California Megaregion, numero monografico di Urbanist, periodico della San Francisco Urban Research Association, novembre-dicembre 2007; disponibili anche estratti in italiano su eddyburg_Mall.

[5] Luca Urbani, Lo sviluppo edilizio di Piazzatorre, Val Brembana News, 11 ottobre 2007, anche per i dati successivi sull’edilizia.

[6] Giovanni Ghisalberti, “Ex colonia in vendita per rilanciare le piste”, l’Eco di Bergamo, 20 marzo 2007.

[7] Giovanni Ghisalberti, “Piazzatorre in pista: rilancio dal 55 milioni”, l’Eco di Bergamo, 14 novembre 2007.

[8] Idem.

[9] Dal documento votato in Consiglio comunale di Piazzatorre, punto “H” degli adempimenti previsti per la società “Alta Quota” Srl.

[10]Renata Lovati, Fiordalisi e papaveri contro il consumo di suolo, novembre 2007.

[11]Luca Urbani, Lo sviluppo edilizio … cit.

[12] Comunità Montana Valle Brembana, Piano Integrato di Sviluppo Locale, dicembre 2006, 1.3.5. L’analisi SWOT, p. 99

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