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Non mi ritrovo nell'Ulivo dei trasformisti
21 Maggio 2004
Articoli del 2003
Uno delle vie per riabilitare la politica (indispensabile, ma oggi discreditata) è quello di parlar chiaro. Rosy Bindi ci riesce: come in questa intervista, su l’Unità del 17 aprile 2003. Poi si può essere d’accrdo o meno (io sono d’accordo), ma intanto si capisce.

Quando Rutelli mercoledì sera, dopo il voto, ha detto che era emersa una maggioranza riformista nell’Ulivo, Rosy Bindi ha replicato: «Una maggioranza trasformista, non riformista». Proprio non ci sta Rosy Bindi: «Basta continuare a parlare di riformisti. Vorrei che si cominciasse a parlare di Ulivo riformatore ispirato a valori e principi. Il riformista è chi accetta la gradualità del cambiamento senza rinunciare ai valori di fondo».

Perché ha parlato di trasformismo?

«Non ho capito il cambiamento delle posizioni. Fino a qualche ora prima i leader dell’Ulivo, Rutelli, D’Alema, Fassino, ripetevano che saremmo stati contrari all’invio di militari in assenza di una legalità internazionale, dunque delle Nazioni Unite o di una presenza multilaterale... Credo che la collaborazione con il governo su questo punto fosse da evitare. Del resto il commento del Presidente del Consiglio è stato illuminante. Ha detto: non avevamo bisogno del vostro voto. Abbiamo avuto un atteggiamento di fatto subalterno nei confronti del governo. E questa, a mio avviso, non è una operazione riformista ma trasformista».

Nel merito, perché ha ritenuto di votare contro la mozione del governo invece di astenersi?

«Perché fosse chiaro che noi eravamo a favore degli aiuti umanitari e contrari all’invio di militari senza la presenza delle Nazioni Unite. Di militari che possano scortare gli aiuti umanitari in Iraq ce ne sono tantissimi. 500mila soldati angloamericani credo che siano più che sufficienti ad accompagnare le scorte di cibi. Ritengo l’astensione un atteggiamento ambiguo. Siccome non c’è stato cambiamento di rotta, né da parte del governo, né da parte degli alleati angloamericani ma c’è stata una sostanziale continuità fra la fase della guerra e quella della ricostruzione non si capisce perché dovevamo cambiare posizione».

Non è stata positiva l’astensione della maggioranza su due passaggi della mozione dell’Ulivo che si richiamavano, appunto, all’esigenza del ritorno al multilateralismo?

«Indubbiamente è stato un risultato importante quello di impegnare il governo perché si adoperi per il ritorno di una politica multilaterale. Mi chiedo però per quale motivo non l’hanno scritto nella loro mozione. Quanto al discorso di Frattini è stato abile e furbo, ma certamente non vero, sincero. Non dovevamo cadere nella trappola. Ci è venuto a dire che c’erano i bambini da aiutare e i ponti da ricostruire, facendo intendere che il governo era impegnato solo in aiuti umanitari, mentre il governo è impegnato nell’invio di truppe militari».

Per lo Sdi con questo voto si è fatta finalmente chiarezza, si sono fatti i conti con i girotondini e il radicalismo, ha vinto la faccia riformista dell’Ulivo. Lei ci sta ad essere annoverata fra i massimalisti radicali?

«Non ritengo di essere massimalista. E neppure credo che lo siano i girotondi perché in maniera radicale ci chiedono di ispirare la nostra alternativa al governo della destra ai valori della pace. Dire che si è massimalisti quando, anziché affidarsi alla guerra preventiva, si chiede alla politica di assumersi la responsabilità di risolvere le controversie internazionali senza ricorso alle armi, fa pensare che il rischio di un certo riformismo è proprio il trasformismo, il cedimento dei valori, il compromesso, un sistema poco chiaro di dividere maggioranza e opposizione. Un Ulivo così non vincerà mai nel nostro paese».

Secondo lei c’è una operazione politica mirata al restringimento dell’Ulivo all’area riformista?

«Quello che mi è più dispiaciuto è che il voto di ieri, più che essere commentato nel merito è stato commentato come l’alba, la nascita di un nuovo Ulivo, fatto da una parte dei Ds e da una parte della Margherita. All’ideologia di questo Ulivo non sono disponibile. Anzi, respingo il cinismo di chi ha voluto usare o comunque strumentalizzare una questione importante come la guerra e la pace per imporre una certa operazione politica. Il cinismo non appartiene al riformismo».

Il gioco delle astensioni incrociate faceva parte di una operazione politica?

«Se non lo è stato certo ci si è buttati perché lo diventasse. Si è fatto di tutto per commentare l’astensione incrociata in questo senso. La si è usata. Si è voluto incassare questo risultato come un risultato politico. Non mi ritrovo in questa ideologia dell’Ulivo riformista, che serve più a dividere le componenti che a individuare le questioni programmatiche. Non mi iscrivo all’Ulivo del partito unico. L’Ulivo è una coalizione con una soggettività politica capace di operare una sintesi fra le varie componenti culturali e tra le varie anime. Capace poi di allearsi con altre componenti politiche. Prc non potrà fare mai parte dell’Ulivo. Ma l’operazione di chi, anziché lavorare per una coalizione grande, si preoccupa di dividere i riformisti dai massimalisti è sbagliata: dovrà fare la fatica di costruire un nuovo partito e poi quella di allearsi con una parte importante dell’Ulivo che nel frattempo è stato rigettata nella zona della sinistra antagonista. Il piccolo Ulivo è una operazione inversa a quella che facevano De Gasperi e Aldo Moro che lavoravano per allargare l’area di governo, del riformismo e della democrazia».

C’è un problema di gruppo dirigente dell’Ulivo?

«Certamente. Adesso è costituito dai segretari dei partiti mentre l’Ulivo-coalizione deve avere una propria soggettività politica autonoma rispetto ai partiti, perché non è fatto solo dai partiti. Bisogna fare quanto prima la conferenza programmatica, la scelta di una classe dirigente nuova, l’individuazione di un percorso per la scelta del premier. Chi ha impedito finora l’assemblea ha sbagliato. Quando ho avuto l’onore di ospitare Cofferati nel mio collegio gli ho detto che lui doveva continuare a essere punto di riferimento dei movimenti, della battaglia per i diritti, che però doveva sedersi al tavolo dell’Ulivo, del programma, della nuova classe dirigente della coalizione, altrimenti anche lui avrebbe rischiato di diventare vittima del gioco di chi vuole separare i buoni dai cattivi».

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