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Adriano Sofri
Il 25 aprile sulle magliette per i ragazzi di oggi
21 Maggio 2004
Articoli del 2003
Adriano Sofri, su Repubblica del 25 aprile 2003, ricorda la Resistenza ai ragazzi di oggi. E anche a quelli di ieri.

CHISSÀ perché bisogna interrogarsi ogni volta sull’"attualità" delle cose. Le cose valgono anche se sono inattuali, a volte perché sono inattuali. Per esempio gli anniversari. Il 25 aprile è una data bellissima, e basta. Anche il 1° maggio. E ora parlerò dell’attualità di questo 25 aprile. Ai miei tempi, un ragazzo che avesse deciso di essere antifascista aveva due scelte. Di aderire al racconto della Resistenza, alla sua commemorazione, e anche alla sua ufficialità. Oppure di diffidare del racconto ufficiale e disertare le cerimonie, e rintracciare un’altra verità, un altro 25 aprile. La Resistenza come mito fondante della democrazia repubblicana, o come mito ispiratore della rivoluzione sociale. I protagonisti erano a portata di mano, coi loro racconti diversi, l’acquisto della democrazia e della Costituzione repubblicana e dei partiti dell’arco costituzionale, oppure della Resistenza tradita o mutilata, dell’epurazione mancata, della scintilla custodita del comunismo. Un racconto era insidiato dalla retorica istituzionale e dal quieto vivere politico, l’altro dal culto della vita combattente e della violenza liberatrice. Non ce n’è più bisogno, grazie al cielo. I testimoni si fanno rari, e questo è un gran rischio per la verità e la memoria.

PERÒ un ragazzo che pensi oggi all’antifascismo non ha bisogno di scegliere fra una versione ufficiale e una storia sotterranea da disseppellire, fra un racconto o l’altro degli avi. Può fare in modo di sapere che cosa successe, sessant’anni fa. Che cosa significò la liberazione, dopo una guerra terrificante, costata alla terra cinquanta milioni di morti. Nella nostra parte di mondo la guerra è stata risparmiata da allora: fortuna pressoché senza eguali. Può ignorare, un ragazzo, le controversie sui revisionismi, alcune superflue, altre incomprensibili. La storia si lascia reinterrogare ogni giorno, e da ogni luogo. E però ci sono evidenze che nessun nuovo paio di occhiali può mutare. L’Italia fu tenuta da un regime squadrista e illiberale, nazionalista e virilista, che diventò violentemente colonialista e razzista, entrò vilmente e tronfiamente in guerra, rovinò nella dissoluzione delle forze armate e nell’occupazione nazista, aggrumò clientele e feudi e brigate nella Repubblica sociale e collaborò alla caccia agli ebrei e alle stragi di civili. La sua parte era una tirannia sterminatrice e schiavista. Dall’altra parte la Resistenza dei partigiani, dei militari, dei civili, aveva in comune l’impulso a liberare l’Italia dagli occupanti nazisti e dai suoi complici fascisti. Ci riuscì, grazie alla vittoria degli Alleati americani e inglesi. Dalla vittoria fascista e di Salò sarebbe risultata una ripugnante schiavitù. Da quella degli Alleati e dell’antifascismo risultò una libertà. Questo segna la differenza, una volta per tutte. La comprensione storica e la compassione umana dei destini delle persone, delle loro vite e delle loro morti, comincia da qui. Altri nodi di dispute che furono accanite e fin cruente, sono finalmente ricondotti a una loro condivisibile misura, e spesso quasi incomprensibili nel loro accanimento passato. Incomprensibile la calunnia o la reticenza sulle foibe, che pure è durata così a lungo, e così penosamente. Lo strascico di violenze, vendette politiche e personali, crimini comuni, che insanguinarono ancora per anni certe regioni, e specialmente il "triangolo rosso", è stato raccontato dai testimoni e ricostruito dagli studiosi così da offrire a tutti la verità, e alla sinistra uno specchio deformante e rivelatore. Le parole trasformate in trincee e in tabù hanno ripreso il loro corso comune e ragionevole: la "guerra civile", il consenso popolare al fascismo... Certo, i venti mesi della Resistenza furono "anche" una guerra civile fra italiani: non furono "soltanto", né "soprattutto" una guerra civile, bensì di liberazione nazionale e di ribellione sociale. Certo, il regime fascista ebbe un vasto consenso di massa, e l’antifascismo fu il fatto di una minoranza, e anche la lotta partigiana, benché di una minoranza ingente e anche militarmente efficace, oltre che civilmente decisiva. È facile oggi vedere in Iraq che cosa voglia dire per il riscatto di un popolo e per l’inaugurazione di una democrazia una partecipazione nazionale combattente e politica. Altrettanto evidente è ormai il punto in cui riletture "nuove" della storia si allontanano da ogni documentazione e da ogni ragionevolezza per trasformarsi in oltraggi al pudore, o in rivalse faziose. Qualcuno propone di cancellare il 25 aprile, per sostituirlo magari con il 18. Il 18 aprile ci fu un voto: quel voto, e il suo risultato lodato ora come fatidico, fu una delle scelte rese possibili dal 25 aprile. Bisogna guardarsi dallo zelo nel rifare i calendari. I giorni scritti in rosso e costati cari meritano riguardo e discrezione. Vorrei dire a Sandro Bondi, del quale conosco un desiderio di dialogo e una curiosità per le ragioni altrui, che la frase su Marzabotto è un triste errore. Anche su questo tema – del rapporto fra azioni partigiane e rappresaglie naziste, della paura, dell’opposizione o del risentimento che a volte le azioni partigiane suscitarono fra le popolazioni - studi seri e senza pregiudizi si sono moltiplicati, e spesso i loro autori hanno una carta d’identità di sinistra. Ma il riferimento a Marzabotto è una caricatura di quel drammatico problema, e suona quasi feroce di fronte a quel massacro, che il presidente Rau seppe onorare così umanamente.

Un ragazzo può dunque leggere, studiare, ascoltare - lo faccia! - e però lasciare agli anziani più risentiti, agli accademici rivali e agli uomini del partito preso le dispute antiche. Può invece riguardare attraverso il 25 aprile le proprie canzoni e i propri slogan di oggi. C’è appena stata una guerra detestata e una liberazione benvenuta. Quel ragazzo ha forse agitato una bandiera della pace, ha sfilato in corteo scongiurando la barbarie della guerra: anzi, l’ha fatto senz’altro. È di un ragazzo o una ragazza così, che sto parlando. Quando proclamava di essere contro la guerra senza se e senza ma, si è abituato a sentirsi obiettare: e allora, gli Alleati nella guerra contro fascismo e nazismo, e i partigiani? Ha risposto con fastidio: che il nazismo era un’altra cosa, che è successo tanto tempo fa, che allora si trattava di difendersi a casa propria da un invasore, un occupante... Risposte elusive, frettolose. Il nazismo fu senz’altro un’altra cosa: ma la sua fine non ha posto fine a tirannidi genocidi e stragi. Poco fa, a due bracciate da noi, nella ex Jugoslavia, le guerre sono tornate, sterminii nazionalistici e ideologici, stupri "etnici", deportazioni di massa, fosse comuni, città torturate... Non era proprio casa nostra, però casa dei nostri vicini, e se ne sentiva a orecchio nudo l’invocazione al soccorso. La contraddizione invade l’amore per la pace, la voglia di metterlo in pratica già nella propria vita personale, di esigerlo nei rapporti fra i popoli e gli Stati: la contraddizione è nelle cose. Quel ragazzo aveva magari la maglietta con un bel "Che" Guevara. Eroe di una vita di armi e di un corteggiamento della morte – morto presto, e nel luogo più distante dal potere di una nuova dinastia "rivoluzionaria" - agli antipodi della speranza pacifista. Si può volergli bene, dunque, senza immaginare di emularlo, salvo che nella passione e nel coraggio, se si pensa a un tempo nuovo di pace e di nonviolenza. Prendete un’altra fotografia, quella delle tre donne del 25 aprile di Milano, col trench e il mitra, giovani e belle da far tremare. (Erano forse allieve delle Belle Arti, se non sbaglio: una delle tre sarebbe morta fra poco). Si smette forse di voler bene alle ragazze di quella fotografia, di quella Liberazione, perché imbracciavano il mitra, e noi ci vogliamo oggi pacifisti e nonviolenti? E pensate solo un momento alla rivolta del ghetto di Varsavia, sessant’anni fa fra pochi giorni, armata di qualche pistola scassata, e votata dall’inizio alla disfatta. Sulla mia maglietta abita per sempre la faccia scorbutica di Marek Edelman.

Questa è la vera attualità del 25 aprile di quest’anno, a ridosso di un grande e generoso innamoramento per la pace e la nonviolenza. I partigiani combattenti non furono "i migliori" dell’umanità loro contemporanea (magari, in certe commemorazioni di oggi, accostati senz’altro ai loro coetanei nemici saloini, in nome di una somiglianza e di una superiorità fra combattenti, un po’ come quella fra gli ultras delle curve opposte degli stadi). Non occorre far classifiche morali, fra persone che il destino ha messo a occupare posti diversi, e li hanno diversamente onorati: i militari che rifiutarono la resa a Cefalonia, o l’arruolamento per scampare ai lager tedeschi; o i civili, donne e uomini, che difesero le proprie famiglie e la propria comunità a costo di sacrifici e coraggio; i parroci che stettero fino all’estremo con le persone affidate loro. Però i combattenti, poco più che ragazzi per lo più anche loro, sono i figli per i quali un paese e la sua gente provano più amore e trepidazione, e dei quali si sentono più orgogliosi. Erano anche loro diversi e divisi, a volte scagliati gli uni contro gli altri, fedeli di religioni e illusioni diverse. Alcuni erano alieni dalla violenza, e presero le armi col cuore pesante: minoranze religiose, cattolici, valdesi, o laiche. Altri sentivano un legame necessario fra le armi e l’onore, appreso nel culto del Risorgimento o nell’educazione militare. Altri ancora erano persuasi che ci sia una violenza giusta e redentrice, e che il riscatto degli individui e delle collettività passi attraverso la sua scelta. Alcuni veneravano Stalingrado, altri veneravano Stalin. Alcuni, di quella lotta armata, fecero un dogma e un mito e un’abitudine, e stentarono a smetterla una volta venuta la Liberazione, e anzi se la portarono addosso a lungo, appena nascosta in una doppiezza rivoluzionaria, finché arrivò una nuova generazione che ne rivendicò l’eredità. La nonviolenza dei ragazzi del mese scorso – convinta quanto fragile: è così esposta la nonviolenza, a ogni emergenza! - può trattare il 25 aprile così: come la prova nobile della necessità estrema di battersi anche con le armi, e insieme come la lezione della necessità di non amarla, la violenza, né le armi, di non abituarsi loro, di relegarle all’estremo ricorso al quale un’umanità impegnata a prevenire servitù e ingiustizia, confina la chirurgia da campo. (il radicato equivoco ha appena indotto all’augurio di strenua durata di una Resistenza irachena, ahimè). In uno scenario non tanto antico – garibaldino e partigiano e zapatista e olpista e che altro ancora - c’è, alla fine di un’epopea popolare e irregolare, la deposizione delle armi dei combattenti, magari ai piedi dell’armata regolare: scena che commuove e fa indignare lo spettatore ogni volta di nuovo, di fronte all’espropriazione del valore schietto da parte del potere costituito. Bisognerà imparare a considerare quella scena come la più consolante e rallegrante: e i combattenti che depongono le armi abbiano facce ridenti, come per una compiuta Liberazione. Avrebbe potuto capitare, chissà, al "Che" Guevara, se fosse stato meno caro agli esosi dèi. Capitò alle due belle ragazze che vissero, ed ebbero per la prima volta il diritto di votare, di quelle tre della fotografia di Milano, che oggi riguardo come un innamorato.

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