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Si è concluso ieri a Ferrara il XX Salone del restauro, dedicato quest’anno ai problemi della ricostruzione post- terremoto >>>

Si è concluso ieri a Ferrara il XX Salone del restauro, dedicato quest’anno ai problemi della ricostruzione post- terremoto. È stato il momento per fare il punto su quanto fatto per recuperare gli enormi danni subiti dal patrimonio culturale devastato dal sisma emiliano romagnolo dello scorso maggio. Ma si è trattato anche dell’occasione per un confronto con la situazione “gemella” de L’Aquila: una ferita ancora aperta, ma in cui, finalmente, dopo 4 anni, si comincia a intravedere qualche spiraglio di operatività.

Molti i problemi tuttora irrisolti, a partire da quello delle risorse che, proprio per i beni culturali sono fino a questo momento del tutto insufficienti a fronte delle necessità: stime ancora incomplete parlano di un miliardo di danni al patrimonio culturale, di cui 400 per i soli beni ecclesiastici. Purtroppo, a distanza di un anno gli organi di tutela, rigidamente gerarchizzati alle dipendenze della Direzione Regionale, non sono ancora in grado di fornire un quadro completo della situazione, nè tanto meno hanno terminato le operazioni di messa in sicurezza degli edifici. In compenso, una parte del mondo accademico dell’architettura italiana, e in particolare l’Università di Ferrara, ha già proceduto alla quasi totale occupazione degli spazi comunicativi.

Peccato che poi occorrerebbe anche avercelo, qualcosa da dire, mentre lo slogan che ha imperversato in questi ultimi mesi è quel miserevole “dov’era, ma non com’era”, i cui contenuti paiono risolversi, però, nella riaffermazione della supremazia del “progetto”. In nome di quest’ultimo si pretende di archiviare la pratica del restauro filologico quasi che quest’ultima prescinda da ogni progettualità e non implichi invece sempre, a priori, uno studio e una ricerca storico filologica, fondata su una precisa, scientifica metodologia che ne costituisce il tratto distintivo di modernità.

Come dimostra, con esemplare chiarezza, una piccola mostra fotografica di Italia Nostra inaugurata al Salone, su alcuni esempi di restauro che hanno guidato la ricostruzione dei nostri centri storici massacrati dalle guerre e dai sismi. La mostra, che si intitola “La restituzione della memoria” e verrà allestita, dal 5 aprile, a L’Aquila, testimonia come restauro e recupero del patrimonio siano essi stessi innovazione, tanto nell’uso dell’artigianato, quanto nell’uso e nell’evoluzione di metodi e tecnologie.

Al contrario, per i fautori del “progetto”, che sempre implica la visibilità del “segno” dell’architetto di turno (impossibile non ripensare agli “architetti impegnati” sbeffeggiati da Cederna), il restauro filologico è poco più di un arcaico arnese che la contemporaneità deve lasciarsi alle spalle.
Peccato che per questi progetti, appunto, seppure rivestiti dell’apparato tecnologico di inevitabile complemento (ah, i laser scanner!) l’unico criterio discriminante per decidere della qualità di un intervento ricostruttivo (perchè la manica lunga del Castello di Rivoli sì e las Arenas di Barcellona no?) si appiattisce inesorabilmente sul gusto del decisore di turno, criterio che, quanto a metodologia, lascia un po’ a desiderare.

Ma se la naiveté culturale di un approccio di questo genere, dove è palese l’indifferenza al contesto urbano e paesaggistico, può essere per lo meno comprensibile in un orizzonte accademico, soprattutto quello nostrano, diventa colpevole laddove sposata acriticamente dagli organismi di tutela. Il vero dramma del posterremoto diventa allora, ancor più della mancanza di risorse economiche, l’incapacità di una visione coerente del destino e della funzione del nostro patrimonio culturale: triste in ambito accademico, inammissibile da parte di chi è demandato istituzionalmente a tutelare questo stesso patrimonio.

Gravissimo infine, che a questo ossimoro della ricostruzione senza restauro gli amministratori regionali abbiano prontamente fornito le armi giuridiche: quella legge sulla ricostruzione (n.16/2012) frutto di micidiale, ma non casuale, amnesia storica nei confronti di una tradizione di tutela dei centri storici della Regione Emilia – Romagna. La legge cancellando, nei comuni colpiti dal sisma, la vigente e gloriosa normativa dei piani regolatori, “svincola” dalla regola del ripristino filologico gli edifici crollati o gravemente danneggiati dal terremoto e addirittura affida a “piani di ricostruzione” la facoltà di riprogettare radicalmente gli insediamenti urbani storici.

In questo contesto, la salvaguardia dell’identità civica dei centri colpiti dal terremoto rimane affidata alla responsabilità degli amministratori comunali. Segnale di speranza è allora la passione cocciuta del giovane sindaco di Finale Emilia, che, proprio al Salone di Ferrara, ha ribadito la volontà sua e di tutti i concittadini di ricostruire la torre dei Modenesi, il simbolo di Finale, com’era e dov’era.

Un’ultima considerazione: trasformare l’opera di ricostruzione di monumenti e centri storici in un’operazione di recupero e riqualificazione territoriale fondato sui criteri del restauro filologico, significherebbe anche affidarsi a manodopera di elevata competenza, ad un artigianato specializzato che niente ha a che spartire con un’imprenditoria edile largamente infiltrata dalle cosche calabresi, com’è ormai anche nelle zone terremotate (cfr. G. Tizian, Le mani sul terremoto, L’Espresso, 22 novembre 2012).

Si toglierebbero insomma spazi di manovra alle ‘ndrine dominanti nelle attività connesse all’edilizia e al movimento terra, anche grazie ai prezzi “stracciati” proposti per queste attività e possibili solo a chi si pone soprattutto obiettivi di riciclaggio e di infiltrazione.
Una sorta di presidio di legalità che, anche in questo, contribuisce alla rinascita di un territorio.

(questo post è inviato contemporaneamente a l'Unità)

Qualche giorno fa Eddyburg ha pubblicato una riflessione sulla fine della stagione urbanistica che ha avuto nel “modello Roma” il suo punto di riferimento. L’esperienza del suo PRG, avviata dalle giunte Rutelli e Veltroni a partire dagli anni ’90, viene ora valutata alla luce delle criticità emerse ancor prima che il piano venisse definitivamente approvato. (Cfr. J. Bufalini, Il PRG di Roma, un esempio da non seguire )
La novità introdotta nella prassi urbanistica nazionale dal piano per la Capitale sono i diritti edificatori e loro successiva trasformazione in volumi edilizi attraverso il meccanismo della compensazione perequativa. Il “modello Roma” ha fatto scuola, sia nelle grandi città che nei piccoli centri, tanto che questa sembra ormai essere l’unica strategia percorribile per la pianificazione urbanistica, anche se non sono mancate le voci critiche puntualmente registrate da Eddyburg. Qui ne presento una breve rassegna.

Diritti edificatori

Cerchiamo innanzitutto di capire da cosa discende l’invenzione di questo meccanismo pensato, come si evince dal caso di Roma, per superare i limiti della costruzione della città pubblica che, ricorda Campos Venuti, è fortemente condizionata dai meccanismi della rendita fondiaria. L’assunto è semplice: i vecchi piani “dirigistici” pensati per la crescita demografica e socio-economica della stagione del boom economico ed oltre, prevedevano incrementi di popolazione e, conseguentemente di volumetrie, che non hanno trovato riscontro in ciò che poi è veramente successo. I centri urbani si sono infatti svuotati di abitanti a beneficio dell’hinterland, cresciuto sia in abitanti che in edificazioni mentre la città vera è propria diventava sempre di meno il luogo in cui si vive e sempre di più la destinazione degli spostamenti casa-lavoro-scuola-ecc.

Tuttavia, malgrado un po’ delle città da dentro i loro confini amministrativi si fossero spostate all’interno dei territori dei comuni confinanti, le previsioni insediative rimanevano vigenti anche se non realizzate, poiché, appunto, risucchiate dalle migliori condizioni di mercato offerte, sia per la domanda, che per l’offerta, dagli abbondanti terreni ex agricoli dei comuni di cintura. Quindi che farne di quel potenziale edificatorio inespresso ma computato dai vecchi PRG? E’ possibile far tornare a destinazione agricola dei terreni dove magari si coltiva qualcosa ma per i quali il piano urbanistico prevede un’edificabilità? Di primo acchito viene da rispondere sì ma questo ragionamento lineare si contra con lo scoglio della controversa questione dei vincoli urbanistici, cioè della possibilità di separare la proprietà del suolo dalla sua edificabilità.
In sostanza vincolare un terreno ad una destinazione che preveda solo marginalmente l’edificazione, come quella agricola, va di pari passo con il riconoscimento della sua funzione intrinseca, che non è quella di ospitare volumi edilizi ma di consentire la produzione di beni primari ed anche di preservarne valori paesaggistici che sono intrinsecamente connessi. Ai proprietari del suolo non edificato, secondo la giurisprudenza vigente nulla è dovuto in termini d’indennizzo per la sua mancata urbanizzazione, ci ricordano Edoardo Salzano e Vincenzo Cerulli Irelli. (Cfr. E. Salzano, Forse che il diritto impone di compensare i vincoli sul territorio? e E’ confermato: non esistono “diritti edificatori” né “vocazioni edificatorie” di suoli non ancora edificati, oltre al parere di V. Cerulli Irelli ).

Il problema però si pone quando la non edificabilità di un suolo è determinata dalla sua destinazione ad una funzione di pubblico interesse, come ospitare una scuola, un parco, o un campo sportivo. Ed è qui che s’insinua il dispositivo pensato per aggirare l’ostacolo più grosso fino ad oggi incontrato dall’attuazione delle previsioni urbanistiche: il dover procedere all’esproprio delle aree vincolate per la realizzazione di servizi pubblici indennizzandole a prezzi di mercato. La distanza tra la città pubblica pensata dalla pianificazione urbanistica e quella realizzata dalle scelte della rendita immobiliare è incolmabile: tanto vale venire a patti con chi non si può battere per manifesta superiorità. E’ dalla presa d’atto della sostanziale impossibilità di regolare il mercato che si fanno avanti proposte tese, appunto, ad utilizzarne gli strumenti.

Perequazione

Se si devono realizzare quelle dotazioni di attrezzature collettive delle quali le città italiane sono cronicamente sottodotate, in confronto a quanto avviene nel resto del mondo sviluppato, meglio quindi mettersi d’accordo con la rendita immobiliare, invece di contrastarla a colpi di vincoli sui quali si blocca l’attuazione delle previsioni di piano. Se gli indennizzi non si vogliono pagare a prezzi di mercato e se si vogliono evitare i conteziosi che spesso accompagnano la cancellazione di previsioni edificatorie, se non si vuole premiare i pochi fortunati che possiedono un terreno già edificato o di confermata edificabilità, si può tentare di distribuire equamente i vantaggi economici connessi ai cambi di destinazione d’uso. Poco e a tutti è in teoria concesso di edificare, salvo poi mettersi d’accordo sul dove e sul che cosa. E’ il principio del pianificar facendo assunto dal PRG di Roma come prassi consolidata, dopo anni di programmazione negoziata che ha consentito agli operatori di avere ampi margini di trattativa con l’amministrazione comunale.

Il maggiore problema della Capitale sono le estese periferie prive di qualità urbana e mal servite dal trasporto pubblico; da lì discende l’idea del piano approvato nel 2003 della creazione di 18 nuove centralità nei settori del vastissimo territorio comunale urbanizzati senza un disegno urbanistico. Lì si concentreranno, attraverso il meccanismo della compensazione perequativa, i diritti edificatori ereditati dalle previsioni non realizzate dal PGR del 1962, equivalenti ad un indennizzo per la parziale riconferma delle precedenti previsioni edificatorie. Si costruisce meno di quanto avrebbe consentito il vecchio piano, si salva quello che resta dell’Agro Romano e si concentrano i nuovi volumi nei settori urbani cresciuti senza servizi e, questi ultimi, saranno realizzati proprio in virtù della cessione gratuita di aree a fronte della possibilità di edificare lasciata ai privati.

Il limite di questa che sembra la soluzione di tutti i mali della pianificazione urbanistica è che la strategia si consuma solo all’interno dei confini comunali, come se lì si esaurisse la capacità degli operatori di trovare condizioni migliori per fare il loro mestiere. Non è affatto detto che del tal servizio, ceduto in cambio di una certa quantità di volumi costruiti, potrà finalmente beneficiare il tal quartiere periferico se appena più in là, nel comune limitrofo, lo strumento urbanistico consente di fare affari migliori. In sostanza il meccanismo della compensazione perequativa subordina i bisogni dei cittadini alle convenienze degli operatori immobiliari, liberi di investire dove le condizioni sono per loro più vantaggiose. Se il dimensionamento delle previsioni di piano non è fatto alla scala dell’area metropolitana, che ha assorbito negli ultimi decenni parte della popolazione precedentemente insediata dentro i confini amministrativi della città, e se ad esso non sono collegate precise strategie che riguardano la mobilità, visto che coloro che oggi vivono nei comuni limitrofi continuano in grandissima parte ad entrare in città per lavorare, studiare, fare acquisti, ecc., si rischia di regalare alla rendita immobiliare diritti edificatori in cambio di nulla.

Questi sono gli argomenti utilizzati da Vezio De Lucia e Paolo Berdini contro le strategie messe a punto dal piano di Roma ed introiettate dalla prassi urbanistica corrente. (Cfr. V. De Lucia, Il nuovo piano regolatore di Roma e la dissipazione del paesaggio romano, e P. Berdini, I numeri, i diritti acquisiti e la compensazione, e Roma. Definitivamente approvato il PRG della rendita immobiliare).
Anche le strategie del Piano di Governo del Territorio di Milano, vuoi per la natura dello strumento urbanistico, vuoi per una precisa scelta dell’amministrazione comunale, sono pensate per esaurirsi dentro i confini comunali. Il piano adottato nel 2010 è il punto di arrivo di un percorso di ridisegno della ex Capitale morale iniziato nel 2002 con il Documento di inquadramento delle politiche urbanistiche comunali intitolato Costruire la grande Milano, funzionale alla gestione delle trasformazioni della città per parti, in deroga al piano generale e secondo la nuova versione della programmazione negoziata introdotta con i Programmi Integrati d’Intervento.
L’impostazione del documento, che subordina le strategie del piano alle iniziative del mercato, da una parte - sostiene Edoardo Salzano – ricostruisce correttamente la necessità di modificare la legislazione urbanistica in relazione ai cambiamenti avvenuti, dall’altra però apre la strada all’idea che interesse pubblico ed iniziativa privata siano sullo stesso piano, idea poi effettivamente assunta dalla riforma della legge urbanistica della Lombardia. (Cfr. E. Salzano Il modello flessibile a Milano).
Nel piano del 2010 la grande Milano avrebbe dovuto riguadagnare gli oltre 250.000 abitanti persi nei precedenti 30 anni e, appunto, acquisiti dall’area metropolitana, ma il meccanismo flessibile con il quale si sarebbe dovuto incentivare l’iniziativa privata, cioè la possibilità di utilizzare i diritti edificatori su tutto il territorio comunale, avrebbe determinato la possibilità di incrementare la popolazione per quasi il 50% di quella insediata attualmente (circa 1.300.000 abitanti).
Tutta la superficie comunale, anche i parchi pubblici ed i servizi come gli ospedali, secondo il PGT di Milano approvato dalla giunta Moratti, generano diritti edificatori da utilizzarsi all’interno degli ambiti di trasformazione urbana. Il meccanismo viene regolato dall’istituzione di una “borsa” che consente il loro scambio tra detentori ed acquirenti. Questo meccanismo di valorizzazione immobiliare si sarebbe applicato anche ai suoli agricoli che a sud ancora cingono Milano, secondo quella proposta di piano sulla quale si sono concentrate le critiche di Giuseppe Boatti, Fabrizio Bottini e Maria Cristina Gibelli. (Cfr. G. Boatti, Milano PGT: Privati Gestiscono Tutto, F. Bottini, M.C. Gibelli, Milano: rilanciare la metropoli è possibile!).

Il piano di Milano tuttavia non ha abbandonato, anche dopo la revisione voluta dalla giunta Pisapia, lo strumento della perequazione come via maestra della sua attuazione, così come non è riuscito ad introiettare la visione dell’area metropolitana come riferimento delle scelte insediative. Sono queste le criticità del piano adottato nel 2012 sottolineate da Boatti e Gibelli. (Cfr. G. Boatti, PGT: il piano che non serve a Milano, e M.C. Gibelli, Ma Pisapia si sta (pre)occupando dell’urbanistica milanese?, e PGT di Milano: manca il coraggio o manca la sinistra?).

La dimensione dell’area vasta e le sue relazioni con le strategie per la mobilità, ampiamente sottovalutate dal piano milanese, sono gli aspetti verso i quali si indirizzano le critiche di Giorgio Goggi, il quale sottolinea inoltre come il PGT dimentichi la tradizione milanese nel campo dell’edilizia sociale, che ha supportato la crescita demografica della città costruendone interi settori, e rinunci alla previsione chiara del sistema dei servizi proprio in nome di quella flessibilità dell’attuazione del piano determinata dai meccanismi scarsamente controllabili dello scambio dei diritti volumetrici e della loro distribuzione perequativa. (Cfr. G. Goggi, Criticità del PGT 2012: mobilità, edilizia sociale, regole e servizi).

Nel pubblicare la sintesi del rapporto "Benessere eco-sostenibile" dell'Istat abbiamo invitato i collaboratori e i frequentatori di eddyburg di esprimere il loro parere. Risponde Giovanna Ricoveri, autrice, tra l'altro, di "Beni comuni non merci".

Caro Eddyburg,
ho visto il rapporto Istat-Cnel sul Benessere Equo e Sostenibile: è una raccolta di dati statistici già noti, ma il limite principale non è questo visto che la statistica è comunque una cosa seria. Quel che mi lascia perplessa è che questo rapporto parla di "benessere" oggi in Italia nonostante certifichi esso stesso le condizioni del profondo malessere in tutti i settori della vita sociale.
Mi pare un controsenso, un ossimoro, anche perché si colloca dentro il paradigma maintream, senza domandarsi il perché dei disastri che denuncia. Sono infatti d'accordo con quel che dici nella tua lettera, di fermarsi a riflettere perché "le nostre azioni sono state il proseguimento dei paradigmi che hanno costituito il nostro retroterra: a partire dalle speranze degli anni Sessanta del secolo scorso".
Io sono su questa lunghezza d'onda, e credo che il cambiamento sarà complicato, nonlineare né indolore: richiederà molte pause di riflessione, senza fughe in avanti. Pertanto solidarizzo con la tua decisione di fermarti per un pò, anche perché eddyburg resta vivo - almeno così a me è sembrato dalla ultima verifica fatta ieri.Del resto ha un ricco retroterra, che gli permette di restare vivo anche se in forma ridotta.
Io sto completando il mio libro inglese sui beni comuni, che sotto la consulenza degli inglesi (Pluto Press) è diventato un'altra cosa: più ricco e più preciso nell'analisi e nelle proposte. Si chiama "Nature for Sale" e uscirà nel prossimo giugno.
Goditi la città dalle mille colline, e cari saluti, Giovanna

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Mentre continua la partita a scacchi sulla costituzione del nuovo governo, già si affacciano altre scadenze non di poco conto che mai come in questo caso avranno ripercussioni sul complicatissimo puzzle politico nazionale. Il 26 e 27 maggio si voterà a Roma per il nuovo Sindaco e il rinnovo del Consiglio comunale.

Il bilancio del governo di Alemanno è così disastroso, sotto tutti i punti di vista (ritorneremo sui beni culturali, presto), che parrebbe scontato un ricambio. Senonchè, come ormai da tradizione, il centro sinistra risulta sinora privo di proposte autorevoli. Senza affrontare la cabala nominalistica, proviamo a suggerire alcune considerazioni di buon senso sul programma.

Al primo posto, ovviamente, un’inversione di rotta radicale sulla politica urbanistica, anche se chiamare politica ciò che è avvenuto da troppi anni a questa parte per quanto riguarda appunto l’urbanistica è un vero e proprio eufemismo, perché il termine rimanda in ogni caso ad una visione coerente – condivisibile o meno che sia – della città, nella sua forma e nei suoi usi. Al contrario, ciò che è avvenuto in questi anni, dalla redazione dell’ultimo, infausto pgt, si apparenta di più ad una pura e semplice svendita di territorio e di funzioni operata dall’amministrazione pubblica a vantaggio di alcuni privati e con rischi gravissimi sulla residua qualità urbana.

Questo tema, su cui da anni si concentrano analisi e denunce di urbanisti, da Italo Insolera a Vezio De Lucia a Paolo Berdini (i materiali sono consultabili su eddyburg.it) e dei mille comitati sorti a contrastare speculazioni di ogni tipo in tutti i quartieri della città, non può che essere la cornice entro cui si muovono tutti gli altri. A partire dal traffico: uno dei fattori di degrado che condannano da decenni Roma all’ultimo posto fra le capitali europee, ben al di sotto di Madrid e Atene, per intenderci, dove in anni recenti le amministrazioni pubbliche sono riuscite a dotare le rispettive città di servizi adeguati alle esigenze di moderne metropoli.

Non così a Roma, dove la costruzione della metropolitana assume ormai i contorni di una soap opera farsesca, con sceneggiatura almodovariana e amministrazioni pubbliche civiche e statali (quelle della Soprintendenza archeologica e del Mibac) sull’orlo di ripetute crisi di nervi. Comunque incapaci, tutte e nonostante i commissariamenti recenti e inutili, di risolvere problemi senz’altro gravi, ma non insormontabili, come dimostra l’esperienza di Atene.

Nonostante questa situazione perennemente sull’orlo del tracollo, lo spirito indomito del civis Romanus, temprato da decenni di malgoverno cittadino, trova nuove forme di sopravvivenza: risalgono a un paio di settimane fa i risultati, pubblicati su Repubblica del 3 marzo scorso, di un Rapporto sulla ciclabilità a Roma che fornisce dati inaspettati sull’uso della bicicletta da parte dei cittadini romani: decuplicato – dallo 0,4 al 4% – nel giro di due anni (dal 2010 al 2012). In cifre assolute si tratta di circa 150-170.000 cittadini che utilizzano abitualmente la bicicletta per i loro spostamenti. Eroicamente, perchè Roma non è decisamente un paese per ciclisti, considerata la tetragona indifferenza dell’amministrazione capitolina a politiche sulla ciclabilità.

Il fenomeno è da collegare ad alcuni fattori convergenti, fra cui il crollo della vendita delle auto dovuto alla crisi economica, ma anche la diffusione dei movimenti che lottano per una mobilità urbana sostenibile, quali Critical Mass, attiva a Roma già da dieci anni.

Al prossimo primo cittadino, va la richiesta di vere politiche sulla ciclabilità che non si esauriscono, come i puerili tentativi finora compiuti, nell’allestimento di qualche pista ciclabile in più, ma presumono, innanzi tutto, un mutamento di orizzonte sull’intera questione della mobilità, finalmente orientata a favore dei mezzi pubblici e, in generale, ripensata non a partire dai flussi delle auto, ma dalle esigenze di spostamento di chi vive la città.

L'articolo è inviato contemporaneamente a l’Unità online

Gentile Sindaco, le scrivo interpretando lo sbigottimento, l’allarme e la tristezza di tanti che, percorrendo l’orribile statale 554 subiscono l’insopportabile vertice di bruttezza toccato da Quartucciu >>>

Gentile Sindaco,

le scrivo interpretando lo sbigottimento, l’allarme e la tristezza di tanti che, percorrendo l’orribile statale 554 subiscono l’insopportabile vertice di bruttezza toccato da Quartucciu.
E rappresento con queste poche righe anche lo sconcerto di Italia Nostra di cui faccio parte.
L’hinterland cagliaritano è un mostro urbanistico unanimemente riconosciuto. I comuni dell’area vasta, e oltre, sono presi in una gara a che produce il PUC più mostruoso, deforme e invasivo.
Quartucciu, basta un’occhiata, ha deciso da qualche anno di accelerare questa corsa all’orrore. Vederla andare verso la distruzione, verso la sistematica cancellazione del passato, verso la devastazione particolareggiata di quanto di bello aveva conservato, produce dolore, nausea, vergogna. E la sua Amministrazione, indistinguibile dalle precedenti, partecipa a questo piano di sterminio del territorio.

Provo vergogna e anche senso di colpa per essere un abitante dell’Isola e di non aver fatto abbastanza per impedire questo epidemico squallore – oltretutto una dissipazione di denaro pubblico – che i comuni del cosiddetto hinterland sono riusciti a produrre con un’indifferenza, un cinismo e un’ostinazione che spaventano.
Restauro, conservazione, tutela? Parole sconosciute e se conosciute mai praticate.
Credo che chiunque sia dotato di un minimo di senso non dico del bello, ma della decenza si atterrisca davanti all’indecente nuovo museo archeologico e al parco – ma non si chiama parco una desolante spianata con un mostro informe di cemento – incomprensibilmente dedicato a Sergio Atzeni il quale, ne sono certo, davanti a tanta deformità morirebbe una seconda volta.

L’Amministrazione di Quartucciu procede con esiziale fermezza alla sistematica distruzione del suo patrimonio. Parlo della necropoli di Pill’e Matta e del centro storico di cui a Quartucciu era miracolosamente salvo almeno qualche brandello.
La necropoli sepolta sotto gli osceni capannoni dell’area industriale. La solita necropoli scavata, decantata e poi ricoperta di schifezza. Eppure quando Pill’e Matta fu individuata capannoni non ce n’erano, si sarebbe potuta modificare la destinazione industriale dell’area, si sarebbe potuto conservare un luogo sacro e unico. Niente da fare. Le Amministrazioni di Quartucciu hanno continuato imperterrite la loro marcia verso il brutto.

Molti milioni di euro buttati per un museo nel quale nessuno entrerà perché superare la ripugnanza per quell’edificio sarà impossibile per qualunque creatura normale.
Ma lei riesce davvero a immaginare un visitatore che, anche se debitamente sedato, possa vincere il disgusto per una specie di colapasta di cemento armato che offende le retine oneste da lontano e da vicino, oltraggioso, degradante e di indicibile bruttezza?
E il centro storico?
Metaforica la vicenda della piazza della parrocchia.

La Piazza San Giorgio, che conservava una sua accattivante armonia, modesta e senza pretese, ma aggraziata, è destinata, con un orrendo progetto dal titolo vagamente blasfemo di Urban Getsemani a divenire l’ennesima, triste, anonima piazzetta deserta degna della peggiore periferia urbana.
Lei, gentile Sindaco, sta permettendo che uno dei pochi siti gradevoli della sua cittadina venga trasformato come quei visi devastati dal silicone per un tossico modo di intendere la modernità. Diverrà un luogo repulsivo e tetro anche per sua responsabilità.
Sarà mio impegno, insieme all’Associazione di cui faccio parte, esercitare ogni strumento di critica e opposizione a questo proliferare del brutto epidemico che anche lei sostiene e a questa umiliante visione di sviluppo deforme che coinvolge e rende irreversibilmente poveri, cupi e anonimi la gran parte dei nostri paesi.

Mi opporrò con ogni energia e cercherò di far conoscere i meccanismi malati grazie ai quali una bellissima necropoli che sarebbe potuta divenire un luogo di grande bellezza, che avrebbe avuto necessità di cura e protezione, dove la mano dell’uomo si sarebbe dovuta manifestare leggera sino all’invisibilità, quella necropoli è stata annichilita a perpetua vergogna di chi ha, come amministratore, il dovere di curarla.
Quanto alla Piazza della Parrocchia, gentile Sindaco, ritengo che distruggere con un progetto dozzinale un sito che aveva con il tempo raggiunto faticosamente un suo equilibrio costituisca una colpa e un segno di come il centro storico di Quartucciu – di cui restavano tracce – venga trattato come una roba di cui vergognarsi, da rimuovere anche dai ricordi. Un triste tratto psicologico sardo: la vergogna del proprio passato.

Quella piazza non aveva bisogno di granché, sarebbe bastato rimuovere la crosta di brutto che era, appunto, solo una crosta.
Ma questa è un’operazione impossibile, troppo semplice, troppo economica.
La semplicità è uno degli obiettivi più complessi e i nostri amministratori non la raggiungeranno mai.
Sono gli amministratori che dovrebbero orientare, suggerire, diffondere un’idea di buon vivere in luoghi preservati, spiegare e conservare la storia alle comunità e non divenire notai di piani urbanistici che mirano ad altro e che perpetuano un modello che esplode dappertutto.

Le chiedo di fermarsi, signor Sindaco, di trovare fondi per abbattere il museo, di ripristinare la piazza e di conservarla, di aprire contenziosi in nome del bene comune per invertire questa corsa verso la bruttezza che allontanerà da Quartucciu, e da tutto l’hinterland, chiunque cerchi in un luogo il bello e l’armonico. E allontanerà, di conseguenza, anche ogni forma di ricchezza, economica e spirituale.

La saluto cordialmente,

Giorgio Todde, Cagliari, 8 marzo 2013

La scena politica italiana ci mette ormai da anni di fronte a tali e tante enormità che oggi ci mancano le parole, lo sdegno ci ammutolisce. Eppure bisogna alzare la voce... >>>

La scena politica italiana ci mette ormai da anni di fronte a tali e tante enormità che oggi ci mancano le parole, lo sdegno ci ammutolisce. Eppure bisogna alzare la voce, far sentire il grido della nostra coscienza offesa. Perciò avverto il bisogno di dichiarare che come cittadino italiano mi sono sentito umiliato dal comunicato di Napolitano a proposito della gazzarra inscenata dal PDL nel Tribunale di Milano. La gravità dell'intervento del Capo dello stato è stata già stigmatizzata da autorevoli (pochi) giornalisti (Massimo Giannini su Repubblica del 13 marzo, Marco Travaglio sul Fatto dello stesso giorno) e da un duro comunicato Libertà e Giustizia. Oggi sul Manifesto da Mauro Volpi. Ma non ci si può fermare, non possiamo girare pagina, passare ad altre notizie, come se l'Italia fosse dentro un qualche telegiornale, e dovessimo correre dietro al consumismo bulimico dei media.
La marcia dei parlamentari del PDL dentro il Tribunale di Milano è episodio troppo grave e inaudito per coprirlo col rumore delle notizie sul nuovo papa. E' accaduto che un corpo dello stato, come una qualunque squadraccia, è entrato nella sede dove la magistratura, un altro corpo dello stato, stava svolgendo il proprio difficile e delicato lavoro, per intimidirla. E debbo qui sorvolare sul fatto che tanti di quei manifestanti hanno già coperto di vergogna e di disonore il Parlamento italiano, giurando sull'incredibile fandonia di Ruby “nipote di Mubarak”. Un sopruso che ha ferito la dignità della Repubblica italiana agli occhi del mondo. Anche quanto successo a Milano non era mai accaduto nella storia dell'Italia unita, fascismo a parte. Che cos'altro doveva accadere, per il Presidente della Repubblica, perché pronunciasse una condanna senza alibi né contrappesi, di fronte a un'azione di così estrema gravità?

So bene che il Capo dello stato deve svolgere un'azione di persuasione morale e cercare di attenuare le asprezze dei conflitti tra le parti, specie in una fase complicata e difficile nella vita del nostro Paese. Ma come può Napolitano controbilanciare la condanna dell'episodio al Palazzo di Giustizia di Milano, aggiungendo di comprendere la preoccupazione del Pdl di « veder garantito che il suo leader possa partecipare adeguatamente alla complessa fase politico-istituzionale già in pieno svolgimento>> ? E' difficile far rientrare una simile affermazione nella sfera della moral suasion, come si dice con “nobilitante” gergo inglese. I giudici impediscono a Berlusconi di svolgere la sua funzione? Ma l'intera vita politica italiana degli ultimi venti anni è la storia dei tentativi di Berlusconi di sfuggire alla giustizia con tutti i mezzi. Un fine perseguito, come in questi giorni, con i cavilli e le dilazioni di squadre di avvocati.parlamentari, pagati dunque anche da noi.

Ma soprattutto attraverso il soggiogamento del Parlamento, la manipolazione delle leggi della Repubblica, piegate alle sue personalissime e inconfessabili necessità. Berlusconi, l' anomalia di potere più grave e insanata di tutto l'Occidente e oltre, sarebbe impedito nello svolgere le sue funzioni?
Ci sono due aspetti molto gravi in questa posizione di Napolitano su cui occorrerebbe riflettere. La prima riguarda l'influenza paralizzante che in questa come in altre circostanze ha avuto ed ha sulle scelte di quello che era, o doveva essere, il maggiore partito d'opposizione. Lo si è visto con la scelta del governo Monti e lo si vede ora. Dal PD non abbiamo sentito alzarsi un voce in difesa dei magistrati di Milano. Non sono costituzionalista e non azzardo giudizi di merito. Ma il peso che Napolitano ha da tempo sul PD mi pare, di fatto, distorcente di una normale dialettica democratica.
Naturalmente il PD fa la sua parte in fatto di inerzia, silenzio e inettitudine. Fatto sta che da tanto tempo uno dei maggiori stati industriali del mondo è privo, nella sostanza, di un'opposizione politica.
La seconda osservazione riguarda questa speciale Realpolitik italiana - da decenni linea di condotta del centro-sinistra - che prende atto prudentemente dei rapporti di forza in campo e sorvola “cattolicamente” sui peccati di legalità, di corruzione, di abuso, di sopraffazione dell'avversario. Non aver risolto il gigantesco conflitto di interessi di un impero mediatico piantato nel cuore di uno stato di diritto è conseguente a tale condotta. Ed è un veleno mortale che intossica la vita pubblica. Questo è, storicamente, il modo in cui il PDS, Ds, ora PD ha guardato e continua a guardare a Forza Italia, PDL e alla condotta di Silvio Berlusconi. Com'è noto, il più conseguente teorico di tale filosofia è Massimo D'Alema, la cui cultura politica mi appare “un amalgama mal riuscito” di cinismo da Terza Internazionale e lustrata ideologia neoliberista. Ebbene, tale realismo – dovrebbe essere ormai sotto gli occhi di tutti – ha costituito uno dei germi più perniciosi della malattia italiana.
Perché il male più grave del nostro Paese, ancora più difficile da curare della crisi economica, è l'immoralità dilagante, l'abuso, la corruzione, l'accaparramento privato del bene pubblico, il godimento esibito dei privilegi, l'ingiustizia quotidiana fatta normalità, e soprattutto l'esistenza di una oligarchia politica al di sopra del bene e del male. Non sono né moralista, né giustizialista, per ricorrere al gergo corrente. Credo di star facendo il mio mestiere di storico. E sono abituato a esaminare la realtà del passato con più varie categorie, che non quella della semplice moralità pubblica. Ma cade ormai sotto l'ambito del giudizio storico il fatto che tale realismo, l'assenza di intransigenza morale nella lotta politica, ha costituito uno degli ingredienti micidiali per la corruzione dello spirito pubblico nazionale. Lo spirito pubblico non è l'infatuazione di un momento, una moda transitoria. E' l'anima di una nazione. Ed è in questo grave decadimento morale, di cui i partiti sono stati gli agenti fondamentali, che affondano le ragioni del declino del paese e del fallimento del sistema politico italiano.
Vorremmo ricordare al presidente Napolitano che c'è una linea sottile in ogni tentativo di persuasione, di pratica del buon senso, oltre la quale il messaggio scivola nell'indistinto morale, oltre che politico. E questo finisce con l'accrescere la distanza tra i cittadini e le istituzioni, crea ulteriori lacerazioni nell'anima civile degli italiani. Ma so che è inutile. Nel crepuscolo della cosiddetta seconda Repubblica si mostra in cristallina luce quanto avevano compreso gli antichi Greci, gli antenati di un popolo che l'Europa oggi mette in vendita al migliore offerente: « Gli dei accecano coloro che vogliono perdere.» E davanti a noi possiamo bene osservare quanto sono ciechi i comandanti di oggi, che continuano a marciare sicuri verso il precipizio. Purtroppo non possiamo rallegrarcene, perché nel baratro stanno trascinando anche noi.

(questo articolo viene contemporaneamente inviato al manifesto)

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In questi giorni sta circolando sui mezzi d’informazione di massa un’interpretazione del voto lombardo che attribuisce agli elettori delle aree urbane una propensione per lo schieramento di centro sinistra, contrariamente a quelli delle zone rurali che avrebbero determinato la vittoria del centro destra. Il dualismo dipende dal fatto che in 11 città capoluogo su 12 (unica eccezione Varese dove è nato e vive Maroni) ha prevalso la coalizione guidata da Umberto Ambrosoli, mentre nel resto della regione ha ottenuto più voti lo schieramento capeggiato da Roberto Maroni. Lo schema interpretativo si è presto diffuso e vi è stato chi, come Aldo Bonomi, ha addirittura parlato di città contrapposta al contado, luogo delle libertà civiche il primo e della servitù della gleba il secondo. La formula e le sue pittoresche varianti, a furia di ripetizioni stanno diventando senso comune. Tuttavia il territorio lombardo, anche solo in relazione ai risultati elettorali, è molto più complesso di come lo si vuole dipingere.

La prima considerazione riguarda l’utilizzo di due concetti dati per scontati. C’è la presunzione di credere che tutti sappiano riconoscere il confine tra città e campagna. A ciò si aggiunge il lasciar passare sotto traccia un giudizio sul grado di sviluppo civile di chi sta dentro o fuori le immaginarie mura che separano l’una dall’altra. Da una parte sta chi desidera il cambiamento, gli innovativi, coloro che hanno capito che la più grande e sviluppata regione d’Italia non può continuare ad essere governata da personaggi politici ampiamente coinvolti in scandali e propensi a lasciarsi tentare dal malaffare. Dall’altra ci sono i conservatori dello status quo, quelli che ritengono immutabili sia la classe politica che i suoi naturali comportamenti, quindi meglio tenersi coloro che già si conoscono.

Chi propone lo schema poi non sembra accorgersi del fatto che il territorio regionale sia tra i più urbanizzati d’Europa. E’ difficile uscire dalle aree urbane se si percorrono i 250 chilometri lungo i quali sono distribuite le province di Varese, Como, Lecco, Bergamo e Brescia, con i loro 4,2 milioni di abitanti. E, appena sotto la diagonale disegnata da questo itinerario, altri 4 milioni vivono nell’area metropolitana milanese, le cui propaggini si estendono fino alle province di Pavia, Lodi e Cremona. Tenuto conto di questi numeri, ed al netto dei centri urbani delle province della pianura e della alpina Sondrio, è assai probabile che gli oltre 2,4 milioni di elettori che hanno fatto vincere la coalizione di centro destra non siano necessariamente confinati in qualcosa di identificabile come campagna. Se sicuramente il voto leghista e di destra ha prevalso nelle poco abitate valli alpine e prealpine, non bisogna però dare per scontato che il fenomeno riguardi solo marginalmente la città metropolitana milanese o l’estesa rete di aree urbane di cui essa è il centro.

Lungi dal voler proporre uno schema interpretativo in antitesi a quello città/campagna, si può comunque cercare di capire qualcosa di più sul voto lombardo mappandone la distribuzione territoriale. Le due province dove ha prevalso la coalizione di centro sinistra, cioè Milano e Mantova, con le loro profonde diversità, sono state a questo riguardo analizzate. La domanda alla quale s’intende rispondere è se la presunta polarizzazione del voto tra aree urbane di centro sinistra e zone rurali di centro destra abbia qualche ragion d’essere in questi due casi, malgrado le differenti caratteristiche insediative.

Iniziamo dalla provincia di Mantova dove l’unica area urbana di dimensioni significative, dentro la quale si concentra buona parte l’elettorato di centro sinistra, è quella dove si trova la città capoluogo. Nel Mantovano tuttavia la polarizzazione territoriale del voto ha una precisa connotazione geografica che non passa dall’immaginario confine città/campagna. Il nord-ovest della provincia è quasi interamente di centro destra, mentre della zona centrale e sudorientale, prevale il voto al centro sinistra. L’area demograficamente più forte, cioè la conurbazione di Mantova, da sola non sarebbe stata in grado di determinare il risultato complessivo provinciale se non si fosse aggiunto il vasto settore ad alta vocazione agricola che dal capoluogo si estende verso i confini con l’Emilia Romagna e con la provincia di Rovigo. E’ qui che si trova Pegognaga, dove si produce il latte per il Parmigiano Reggiano, i bovini sono una volta e mezza gli umani, e la coalizione di centro sinistra ha raggiunto il 60% dei consensi.

Anche nel caso della provincia di Milano, che dal 1 gennaio 2014 diventerà Città Metropolitana insieme a quella di Monza e Brianza, il voto si distribuisce tra i due schieramenti seguendo un criterio geografico. Nel settore occidentale, che ha come confine il corso del Ticino, prevale il voto al centro destra, mentre quello orientale, con in mezzo il capoluogo, vota in maggioranza per il centro sinistra. Se si analizza il risultato elettorale dentro i confini del futuro ente territoriale si scopre che a favore del centro destra sono tutti i comuni brianzoli a nord del capoluogo. Si tratta del territorio metropolitano più intensamente urbanizzato, con punte di 84% di suolo utilizzato per attività antropiche. Al contrario ad est di Milano, nel Vimercatese e nella zona del Naviglio Martesana, dove gli ambienti e le produzioni agricole hanno ancora spazio, prevale il voto di centro sinistra.

Che relazione c’è dunque tra le caratteristiche territoriali e la distribuzione del voto nelle due province lombarde esaminate? Perché, rimanendo in ambito metropolitano, i comuni uniti a Milano dalla strada del Sempione e tra loro dalle stesse caratteristiche insediative, si scoprono divisi riguardo al voto? Cosa determina i confini tra una parte e l’altra dello schieramento elettorale negli apparentemente sconfinati territori della Pianura Padana?

E’ probabile che per comprendere la propensione di un comune o di un ambito geografico a votare in un modo piuttosto che in un altro si debbano utilizzare termini come radicamento e continuità amministrativa, che forse da molte parti valgono di più di qualsiasi altro aspetto utile ad interpretare il risultato elettorale. Vi sono poi considerazioni di carattere socio-economico che hanno a che fare con i sistemi insediativi, con la diffusione della attività produttive e di servizio, con la presenza di infrastrutture per il trasporto, di istituzioni formative e culturali, di attrezzature per lo sport, di cinema, teatri e luoghi d’incontro. Insomma con gli aspetti che in generale determinano la ricchezza dei territori in termini di opportunità per chi li abita.

In ogni caso la risposta andrebbe preceduta da un’analisi seria che eviti le semplificazioni fatte a colpi di concetti difficilmente applicabili. A giudicare da questa parziale mappatura forse si potrebbero utilizzare termini come centro e periferia per provare ad interpretare la distribuzione del voto. Ha senso pensare che in Lombardia là dove sulla città prevale la dispersione insediativa, dove lo sviluppo economico si è quantitativamente diffuso ma mai qualitativamente connotato, i cittadini diano di se, tramite il voto conservatore, una rappresentazione periferica, marginale, arretrata rispetto al procedere del cambiamento,? E dall’altra parte, si può ipotizzare che là dove si sta cominciando a discutere di qualità dello sviluppo, dove si sta tentando di associare il concetto di sostenibilità al governo del territorio, dove esiste una qualche strategia per il futuro a vantaggio di tutti, sia prevalsa la volontà di cambiare perché già ci si sente al centro del cambiamento?

Uno dei miei post precedenti aveva il titolo “Di chi è il paesaggio?” e argomentava la necessità che su di un ambito così sensibile come il nostro paesaggio, lo spazio del nostro vivere, il “giudice di Berlino”, quello chiamato alle decisioni di ultima istanza a tutela degli interessi comuni, fosse dotato di caratteristiche di competenza e indipendenza. Nell’attuale quadro istituzionale e legislativo, quella figura di decisore ultimo, pur con molte difficoltà e criticità, è incarnata dal Soprintendente, le cui prerogative sono però spesso, e sempre più frequentemente, messe in discussione, in particolare da politici e amministratori locali.
In nome delle esigenze dello sviluppo – leggi costruzioni e infrastrutture – unico rimedio possibile ad una crisi sempre peggiore.

Come i ciechi del quadro di Bruegel che se ne vanno ignari verso il baratro, i nostri politici locali (e non solo), di ogni colore, hanno pervicacemente sostenuto questa visione, indifferenti ai segnali che da quello stesso territorio raccontavano di una montante ribellione nei confronti di politiche speculative che, senza alleviare la recessione, hanno abbassato, in molte aree pesantemente, qualità urbana e della vita in genere.

Indifferenza di cui i programmi elettorali sono stati specchio immediato nell’assenza programmatica di politiche di governo del territorio articolate che superassero le retoriche posticce di una generica riduzione del consumo di suolo o del risparmio energetico. Quella spruzzata di green economy vissuta come obbligatoria strizzatina d’occhio all’elettorato “ggiovane” o “alternativo”.

Neppure nel programma del Movimento 5 stelle questi temi sono presenti. Ma non sono certo in contraddizione con ciò che c’è, a partire dalle proposte sulla mobilità, sull’energia e, in particolare, sulla necessità di un ripensamento radicale delle grandi opere (per non parlare di altri temi, come quello dell’informazione, condivisibili al 99%).

In questo contesto politico, il territorio italiano sembra ancora res nullius, il che significa che rimane abbandonato al diritto del più forte in termini economici.

A chi, se ancora esiste, si candida ad interpretare il ruolo di partito di sinistra, che si ponga quale obiettivo primario la difesa del bene comune, indicherei come spazi di manovra privilegiati quelli di una politica del territorio orientata su due – tre principi rigidi: tutela integrale del paesaggio, stop (non riduzione) al consumo di suolo rurale e costiero, riqualificazione edilizia delle città, riduzione drastica del rischio idrogeologico.
Su questi temi, la sinistra riuscì, molti anni fa, a diventare un modello per le politiche orientate al bene comune. E costruì il proprio successo nelle regioni rosse, Emilia Romagna in testa.

Opinione pubblicata anche su Unità on line 4/3/2013
p.s. Nelle elezioni della scorsa settimana la coalizione di centro sinistra, in Emilia Romagna, ha perso il 10% rispetto alle precedenti elezioni politiche e circa il 18% rispetto al 2001.


Dunque lo tsunami, annunciato da Beppe Grillo come un allegro tour nella campagna elettorale, è arrivato. Esso ha creato l'«onda nel porto», come la chiamano i giapponesi, trascinando nel suo urto l'intero sistema politico italiano. Ma il richiamo alla metafora del maremoto ha una nascosta ambivalenza, come tanti aspetti del movimento 5 stelle. Lo tsunami, infatti, non soltanto rovescia sulla costa la sua smisurata massa d'acqua che travolge ogni cosa. Ha anche un movimento inverso, un risucchio, un moto di ritorno dell'onda verso il mare, che trascina con se i resti disordinati della sua distruzione. E' quel che Grillo rischia di creare nella vita politica italiana, incarnando così la metafora del fenomeno naturale nella sua completa catastroficità.

Diciamo la verità, il risultato elettorale, esaminato come mente fredda, e con molti più elementi di valutazione dei primi giorni dopo il voto, ha diradato non poche' delle cupe ombre che esso aveva sollevato. Soprattutto il grande successo del movimento 5 Stelle ha rivelato – ne hanno parlato vari commentatori anche su questo giornale – che esso ha assorbito e proiettato verso le istituzioni rappresentative l'energia politica e gli obiettivi dei vari movimenti italiani.

Assai più che i partiti della sinistra radicale – imbozzolati nelle vecchie logiche e strutture della forma-partito. Un movimento che trascina dietro di sé altri movimenti e fornisce loro una visibilità di vaste proporzioni. Ma il successo elettorale di Grillo ha mostrato – e ancora mostra – una grande potenzialità: la possibilità di realizzare finalmente trasformazioni significative nelle strutture istituzionali e nella vita materiale del Paese che probabilmente neppure il centro-sinistra avrebbe messo in opera. Dunque, in pochi giorni, le aspettative di milioni di italiani consegnate al voto, si sono trasformate, a urne chiuse, in speranza di prossima realizzazione dei risultati tanto attesi. A torto o a ragione, il vincitore delle elezioni, appare come colui che nei prossimi mesi può realizzare le riforme che i partiti politici non sono stati in grado di realizzare negli ultimi 20 anni.
E soprattutto come colui che può radicalmente innovare un sistema politico insostenibile: costoso, corrotto, criminale. Il sistema della tre C, potemmo definirlo, confortati ( si fa per dire) dalle ultime inquietanti notizie dell'affare De Gregorio. Questo montare di aspettative degli italiani è dentro l'onda d'ingresso dello tsunami 5 S, lo ha rafforzato anche oltre il risultato elettorale. Ma il moto rischia di essere trascinato dall'onda di risucchio, di riportare in mare il disordine di una distruzione senza esito. Il comportamento di Grillo, in questi ultimi giorni, suscita perplessità, anche facendo la tara agli aspetti tattici e propagandistici delle sue mosse. L'entusiasmo e la speranza, che si trasformano rapidamente in delusione, rischiano di creare un moto inverso di imprevedibile forza, destinato a mettere in crisi il movimento 5 stelle e a preparare un avvenire infausto, o comunque di confusione ingovernabile per il nostro paese.
Certo, responsabilità enormi ha in questo momento il Partito Democratico. Esso dovrebbe – come ha indicato Salvatore Settis su Repubblica del 3 marzo – avviare un profondo ripensamento delle proprie strategie, e non limitarsi a verniciature superficiali della facciata del proprio edificio. E deve avanzare proposte coraggiose, come chiesto da tanti. Ma se Grillo non prova a realizzare con il centro-sinistra alcune importanti riforme, che sono oggi possibili, e lascia l'iniziativa al Quirinale, a forme comunque camuffate di stallo, le possibilità che il riflusso dello tsunami si verifichi sono, a mio avviso, elevatissime. E per un insieme non picciolo di ragioni.

Beppe Grillo, apparirà come il vincitore che, clamorosamente, non vuole governare. Una volta che il movimento 5S si sarà insediato nel Parlamento italiano, esso farà parte a pieno titolo del sistema politico e tutte le inerzie, le guerriglie tattiche entro cui opererà lo faranno somigliare sempre più ai partiti. Credo inoltre che Grillo e Casaleggio sottovalutino molto un sentire comune di questa fase, l'impazienza: forse lo stato d'animo più diffuso degli italiani. La situazione economica, sociale, imprenditoriale del paese peggiora di giorno in giorno. Basta una piccola ricognizione storica su quanto sta avvenendo da alcuni anni per rendersene conto. I comunicati periodici dell'Istat sono ormai dei bollettini di guerra. Gli italiani ritengono non più tollerabile l'attesa.

Perché dovrebbero premiare il movimento 5S se si dovesse rivotare dopo mesi di stallo, di confuse battaglie tattiche? Che cosa c'è di non credibile nell'immaginare che nuove elezioni sarebbero vissute da milioni di italiani come uno spreco intollerabile, di tempo e di danaro, di mancati interventi, di soluzioni possibili non realizzate? E infine, comè facile prevedere, in che condizioni avverrebbero queste ulteriori elezioni ? Certamente in una situazione economica deteriorata e sotto il ricatto della finanza internazionale. Non la speranza di un radicale cambiamento almeno delle regole politiche, sarà allora il sentimento dominante degli italiani, ma la paura. Paura di perdere i risparmi di una vita, di vedere dissolversi il tessuto produttivo del paese, di non avere più prospettive di lavoro per molti anni a venire.

Quella stessa paura che ha permesso a Monti e alla sua perversa maggioranza di infliggere colpi gravissimi all'economia e al welfare dell'Italia. Non dimentichiamo che l'”europeo” Monti doveva proteggerci dai ricatti finanziari dell'Europa. Perché questi italiani spaventati dovrebbero tornare a votare per il movimento 5S? Perché tanti media italiani, che hanno portato la voce di Grillo anche in televisione ( penso soprattutto ai programmi di Michele Santoro) dovrebbero continuare a guardare con simpatia a questo fenomeno politico? In tale situazione la freschezza, l 'ingenuità dei ragazzi del movimento 5S entrati in Parlamento, lievito potenziale di un grande cambiamento, rischieranno di apparire drammaticamente inadeguati alle necessità del momento.

E infine: è sicuro Beppe Grillo che la maggioranza degli italiani si sentirebbe tranquilla immaginandolo come il padrone assoluto del sistema politico nazionale? Un leader che controlla i propri militanti come un capo-azienda? Non ne sono proprio sicuro. Che Grillo sconvolga un sistema politico visibilmente decomposto va bene ai più, non ci si poteva augurare di meglio. Ma che egli divenga alla fine il padre-padrone della vita politica italiana è prospettiva che ha perso la sua carica liberatoria e che allunga su di noi più ombre d'inquietudine che non luci di speranza.

www.amigi.org articolo inviato contemporaneamente anche a il manifesto

Il risultato delle elezioni politiche sancisce non solo il trionfo del movimento Cinque Stelle, ma anche l'ennesima sconfitta della linea politica di D'Alema >>>
che per decenni ha inseguito la destra sul suo terreno, cercano di posizionare il partito appena un po' alla sinistra del presunto avversario (ma in realtà confondendo e condividendo ampiamente la materia). Una linea che nei fatti si è incarnata nel Monte dei Paschi, nei fondi gestiti da Gamberale, nelle varie leghe delle cooperative affamate di grandi opere, nelle autostrade tirreniche colluse con Mattioli, nello sviluppo inteso come tanti soldi per le infrastrutture e niente per Università e ricerca. Una linea che alla Camera ha trionfalmente portato il Pd a un 25% di voti dal 37% del bistrattato Veltroni.

Il movimento Cinque Stelle fa capo a un leader che spesso esprime idee deliranti, come l'uscita dell'Italia dall'euro, è rappresentata da una serie di dirigenti nazionali di qualità mediocre, tutti a ripetere la giaculatoria che incalzeranno i partiti affinché mantengano le loro promesse... ( anche quelle più bieche e contraddittorie?). Ma la base è un altra cosa. Oltre agli elettori inferociti e disgustati da partiti che navigano negli scandali, nella corruzione e nel malaffare, ci sono tanti giovani impegnati per una diversa politica.

Ci sono i No Tav della Valle Susa e i no Tav in generale; ci sono gli antagonisti alle grandi opere distruttive; i protagonisti del referendum sull'acqua; la gente che si batte contro le lobby degli affari, contro una politica dei rifiuti fatta di inceneritori e discariche; contro la cementificazione; a favore di un ambiente vivibile; ci sono gli studenti impegnati a sostenere un'Università migliore e a chiedere occasioni qualificate per chi entra nel modo del lavoro. C'è, una parte di quel 20% di cittadini che fanno società locale, che difendono il territorio, che si associano in comitati e che non sono rappresentati dai partiti di sinistra, spesso antagonisti nelle amministrazioni locali. Una potenzialità sociale e anche elettorale snobbata dagli strateghi del Pd; a parole perché esprime valori 'nimby', ma in realtà perché è antagonista al potere della casta: alimentato e collegato agli interessi delle banche grandi finanziatrici di opere pubbliche mai realizzate o realizzate solo in parte, con gran spreco di denaro pubblico per progetti affidati ad amici. (si veda il buon documento in proposito nel sito di Legambiente)..

Le proteste e le rivendicazioni sacrosante della base grillina sapranno tradursi in programmi e in politica a livello nazionale? Questa è la grande incognita, perché il rischio è che i neo deputati e i neosenatori, del tutto impreparati rispetto ai compiti parlamentari, perdano la bussola e non riescano a darsi una politica a prescindere da urla e schiamazzi. Ma se il movimento Cinque Stelle saprà darsi veramente una politica ambientalista e proporre un modello di sviluppo alternativo a quello delle 'grandi opere finanziate dalle banche', se ciò avverrà, si aprirebbe per il PD una scelta fondamentale. Con Berlusconi e Monti, per un governo di neoliberismo all'italiana e una spartizione di risorse fra potentati di varia natura: il mondo del project financing in salsa nostrale. Oppure con tutto ciò che di nuovo e progressivo può (ripeto: può) rappresentare il movimento Cinque Stelle, nelle sue articolazioni e nel suo vero significato di innovazione (il nuovo tanto evocato come slogan elettorale, tanto temuto nei fatti).

La vittoria del movimento Cinque Stelle non è solo di Grillo, ma anche di un'Italia impegnata e molto migliore di quella che ci ha finora governato. Un'occasione anche per una parte del PD, più giovane, inserita nella società e non solo nelle amministrazioni, per dare una svolta radicale alla politica del partito; e forse anche per far sì che la sinistra risalga la china dopo la batosta elettorale.

Universale risuona intorno a noi la critica e il biasimo ai partiti politici, alla scadente qualità dei loro linguaggi e delle loro narrazioni. Ma quale contributo di riscatto e di elevazione danno ad essi i mezzi prevalenti attraverso cui i partiti ricevono voce e rappresentazione? Quanto e in che modo la stampa e la TV contribuiscono a rendere evidente la modestia culturale e morale del ceto politico e quanto invece concorrono ad alimentarla finendo col fare, insieme allo stesso mondo politico, sistema? Questione troppo vasta. Anche se qui intendo riferirmi solo alla grande stampa democratica e alla TV di stato, lasciando da parte gli immensi condizionamenti dell'impero mediatico di Berlusconi: ferita sanguinante della democrazia e del clima culturale italiano. Ma il problema può essere offerto alla discussione, nella sua voluta parzialità, affrontando aspetti all'apparenza minori.

Bene, un primo di tali aspetti, laterali e “minori”, riguarda il linguaggio: veicolo potente di messaggi , che trasformano in senso comune, in persuasione generale i dettami espliciti o occulti del potere. Si pensi a vulgate all'apparenza banali. L'uso sempre più diffuso del termine governatore per designare il presidente delle nostre regioni, non è solo un modo con cui tanti giornalisti italiani si gonfiano il petto: il presidente del Molise equiparato al governatore della California. Si fa passare l'idea leghista che il nostro sia uno stato federale. Cosa non solo infondata, ma storicamente irrealizzabile, essendo già il nostro uno stato unitario, che non deve “federarsi” per trovare un'unità che già possiede. Non meno importanti gli anglismi utilizzati al posto delle nostro vocabolario. Spesso di origine neolatina, si immagina ch'essi assumano una patina culturale più elevata allorché vengono deformati dalla lingua inglese. Rammento uno dei lemmi più inflazionati del linguaggio corrente, governance. Eppure quel termine( dal latino gubernare, lett. “reggere il timone”) nella storia della nostra lingua ha finito col significare una delle finalità più alte dell'agire politico: guidare le sorti degli uomini uniti in società. Oggi che la parola ha fatto un bagno nel mondo della finanza e delle imprese, caricandosi di significati economici e manageriali, viene utilizzato come se si fosse accresciuto di significato, non invece reso più specifico e unilaterale. Noi abbandoniamo le nostre parole con la loro densa storia e pensiamo di allargare gli orizzonti utilizzando quelle delle élites al comando, senza comprendere il nuovo marchio di potere che recano. Subiamo così una doppia insolenza: mentre i poteri dominanti manipolano ai loro fini le parole del nostro grande passato, noi le riutilizziamo, deformate, per introiettare ideologie del nuovo ordine che esse veicolano.

Ma le parole del giornalismo nostrano svolgono ben più importanti compiti. Si pensi alla vera e propria costruzione dell'immaginario collettivo cui esse contribuiscono. In questo senso, nel panorama della carta stampata spiccano alcune testate che offrono un condensato di forme linguistiche (poi diluite nel linguaggio della stampa non specialistica)finalizzato a creare universi psicologici di stampo neoliberista. Si prendano gli inserti “Corriere economia” del Corsera o “Affari e finanza” di Repubblica. Qui le titolazioni degli articoli sono un fuoco d'artificio futurista che esalta la velocità, la competizione, le fusioni:« Non si ferma Esaote, anzi aumenta la velocità,« si scatena lo shopping, «corsa alle fusioni. A volte esse mimano quello delle competizioni sportive: « Morandini prepara la staffetta», «L'energia rinnovabile è in corsia di sorpasso». Più spesso vengono curvate in senso bellico e predatorio: «Colao scatena la guerra del “mobile”», «Il Nord Est insorge per non perdere il treno dell'Europa». «Lottomatica alla guerra del Gratta e Vinci». Certo metafore, anche se talora superano il grottesco: «Armi, navi, jeep tutti senza piloti nelle guerre future.» (Affari &Finanza del 1.2. 2010). Siamo quindi esortati a diventare più veloci, individualisti, competitivi, a incarnare la nuova antropologia di questa modernità da pescecani.

Non si comprende, tuttavia, l'efficacia persuasoria di simili titolazioni se non leggendole nella pagina stampata. Con tali titoli gareggiano, infatti, le foto piccole o grandi dei manager, dei capitani d'industria, dei banchieri, che corrono di pagina in pagina, divinità del nuovo Olimpo economico-finanziario. In tale sopramondo ideale ci sono solo capi, soldi, banche, mercati, gadget elettronici,paradiso in terra del nostro “nuovo mondo”. E' come se la ricchezza promanasse dalle mani di questi santi in effige, perfetta metafora del dominio del capitale finanziario, che crea danaro per mezzo di danaro senza passare per l'inferno della fabbrica. E infatti in questo lucente universo parallelo, che scorre sopra la realtà dei mortali, non c'è posto per il lavoro, per gli operai in carne ed ossa.Ma non deve qui sfuggire un aspetto rilevante dei valori veicolati da tale nuovo divismo. Sela ricchezza è frutto delle capacità di comando, dell'energia e dell'astuzia dei singoli, non solo scompare il lavoro sociale come produttore dei beni e servizi, ma viene esaltato l'individuo primeggiante sugli altri quale prototipo antropologico cui modellarsi. Tale divismo imprenditoriale, che in Italia si combina perfettamente con quello calcistico, crea degli idoli a cui sono consentiti livelli oltraggiosi di arricchimento personale, fortuna e successo da ammirare quale frutto di un merito conseguito sul campo. Gli stipendi milionari dei calciatori rendono popolare e legittimata la disuguaglianza, che viene trasferita nel mondo del gioco e del sogno. Così, l'iniquità che lacera il tessuto della società, viene sublimata agli occhi della massa dannata dei mortali, riscattabile solo in un possibile al di là: quel luogo dove il caso, l'astuzia personale, il duro lavoro, qualche fortunata vincita può condurre solo pochi eletti.

Naturalmente non è solo questione di linguaggio. Un problema fondamentale dei nostri media riguarda la realtà rappresentata. Anche qui domina il divismo. Le prime pagine dei grandi quotidiani nazionali sono stracolme delle gigantografie dei leader politici immortalati nella loro gestualità sacrale. Mentre gli articoli sono per lo più il racconto aneddotico delle loro chiacchiere. Certo, la TV non è da meno. I telegiornali, di qualunque rete, mettono in scena, ogni sera, una vera e propria apoteosi del divismo del ceto politico. E così i talk-show, abitati quasi sempre dagli stessi ospiti di riguardo. Non sottovaluto gli squarci di vita del paese reale che essi offrono. E' giusto ricordare che essi hanno interrotto, a partire da Samarcanda di Michele Santoro, un decennio, gli anni '80, di cancellazione della realtà sociale del nostro Paese dai teleschermi. Ma non si può non notare che in tali trasmissioni si mostrano gli operai disoccupati, disperati, sui tetti o sulle gru: quando cioè fanno spettacolo. Mai nella loro normale condizione quotidiana, fatta di viaggi in treni sporchi e affollati, di sveglie all'alba, di lavoro dentro capannoni dove per almeno 8 ore non si vede il cielo e si è assordati dal rumore dei macchinari. E' l'ignoranza di questo mondo di dura fatica quotidiana che fa accettare a tanta opinione pubblica le disposizioni di economisti e governanti sugli orari, le pensioni, i salari di una umanità del tutto sconosciuta ai suoi zelanti medici.

Certo, occorre riconoscere che in questa apparizione costante dei visi dei leader politici sui teleschermi di casa si manifesta un effetto di democratizzazione del potere. Tutti possiamo constatare l'umana modestia di chi sta al comando, spesso l'evidente mediocrità. In passato il potere era largamente invisibile e questo rendeva più insondabile il suo enigma. Ma bisognerebbe capire se ciò non accada anche per il fatto che il potere reale, quello che orchestra i nostri destini collettivi, non sia nel frattempo trasmigrato altrove, lasciando apparire in propria rappresentanza solo dei modesti figuranti.

Ma un'altra grande responsabilità grava sul giornalismo italiano, diretta conseguenza del “servilismo spettacolare” nei confronti del potere politico. Tale subalternità induce a fabbricare una realtà deformata della società italiana. Non solo ingigantisce oltre il dovuto la capacità del ceto politico di governare le cose reali. Ma cancella o lascia in ombra l' operosità e creatività, negli ambiti più disparati della vita civile, degli italiani che non sono divi. Potrei testimoniare di decine di iniziative culturali e politiche – anche di rilievo internazionale - sistematicamente disertate dal giornalismo italiano. Dove c'è puzza di serietà e di cultura i giornalisti italiani si tengono lontani. A meno che non sia prevista la presenza di un leader politico o di qualche divo equivalente. Così gli italiani si specchiano in questa mediocre e rattrappita rappresentazione di sé stessi e del paese intero e non hanno ragioni di ben sperare per il futuro. Per queste vie “indirette” anche la stampa democratica di un paese in declino gioca la sua parte nel risospingerci all'indietro.

Questo articolo è inviato contemporaneamente al manifesto, dove è stato pubblicato il 18 febbraio 2013.

Il Presidente della Regione Friuli, Renzo Tondo (Pdl), è tornato a chiedere, Il Presidente della Regione Friuli, Renzo Tondo (Pdl), è tornato a chiedere, qualche giorno fa, il trasferimento delle competenze in materia di tutela del paesaggistica dal Ministero dei Beni Culturali alla Regione da lui governata. Richiesta non nuova che ripropone l’insofferenza di quasi tutte le Regioni italiane nei confronti delle prerogative statali sancite dal Codice dei beni culturali e da innumerevoli sentenze della Corte Costituzionale chiamata ad esprimersi su questo tema proprio dai ricorsi suscitati dalle Regioni italiane. In questo caso, il casus belli è stato determinato dai difficili rapporti dell’amministrazione locale con l’attuale Soprintendente ai beni architettonici e paesaggistici del Friuli, accusata – trasversalmente, da tutte le forze politiche, oltre che dall’Associazione Costruttori – di bloccare regolarmente i lavori producendo gravi danni all’economia locale.

Non conosciamo nel dettaglio gli episodi che in Friuli hanno condotto a questa contrapposizione fra poteri dello Stato ed è sicuramente vero che il meccanismo dell’autorizzazione paesaggistica – il provvedimento di nulla osta del Soprintendente - non sia esente da rischi in termini di arbitrarietà. Ma, come diceva Churchill per la democrazia, di meglio non siamo riusciti ad inventare e il parere di un tecnico, nominato sulla base di specifiche competenze, di un concorso pubblico e che agisce in nome dello Stato, e quindi dell’intera comunità dei cittadini, continua ad essere di gran lunga preferibile.

Significativo quanto, in questa occasione, ha dichiarato un Consigliere friuliano della Lega, sostenendo la necessità del passaggio di consegne dal Mibac alla Regione in tema di tutela: “La Regione, se investita direttamente del ruolo di soggetto decisore, saprebbe trovare il giusto compromesso tra salvaguardia del patrimonio culturale ed esigenze amministrative.” Nell’ossimoro del “giusto compromesso” sta il nodo della questione: di fronte allo scempio del paesaggio, alla gravità del fenomeno del consumo di suolo e del degrado del territorio rurale, ogni “compromesso”, oltre che incostituzionale, e quindi illeggittimo, è politicamente, culturalmente, socialmente innammissibile. Gravissimo è che la risposta dei politici continui ad essere ispirata a quei criteri di arroganza del potere cui il ventennio berlusconiano ci ha assuefatto: agli eletti dal popolo non possono essere frapposti ostacoli, neanche in nome di principi costituzionali che guardano ai diritti di tutti e non di pochi.

Anche a difesa del nostro paesaggio, è tempo di seppellire questa funesta pagina della storia nazionale.

Articolo inviato contemporaneamente al blog dell'Autore su l'Unità

Berlusconi infatti ripete candidamente che l'Italia ha – sì – un alto debito pubblico, ma anche un basso debito e alti patrimoni privati, e che occorre tener conto della somma dei due per parlare dell'indebitamento di un paese.

I dati dei due debiti sono esatti, ma questa idea implica che, all'occorrenza e in caso di difficoltà dello Stato, i suoi debiti si possano pagare con patrimoni privati. Implica, cioè, che il debito dello Stato e il debito e patrimoni privati, siano vasi perfettamente comunicanti.

Non è così: le cose sono un pelo più complicate, ma in generale se lo Stato non può pagare il suo debito, non è scontato che i privati e le famiglie si sostituiscano ad onorarlo. Proprio come quando il tuo vicino di casa non può pagare la rata del mutuo, non è scontato che gliela paghi tu. Può succedere, occorre intraprendere alcune azioni, ma non è scontato.

Se Berlusconi continua a raccontare questa storia dei due debiti, evidentemente ha in mente – cos'altro mai, se no, potrebbe avere in mente? – un meccanismo di travaso dei patrimoni privati nelle casse dello Stato, è questo sul pianeta da dove vengo io ha un nome: la patrimoniale.

Berlusconi dovrebbe essere consequenziale con ciò che dice e raccogliere il coraggio di proporla. Farebbe bene: assieme alle sue proposte sulla politica monetaria ed economica europea, avrebbe il programma di politica economica più a sinistra di tutte le altre coalizioni in questa tornata elettorale.

Se questo è quel che significa ciò che dice il personaggio, e se ciò che dice potesse mai essere preso al valor facciale, gli elettori di sinistra avrebbero motivi di prendere in considerazione di votarlo.

L'Unità on-line, 30 gennaio 2013

Colpisce, in questa campagna elettorale rissosa e poco propizia ad una reale discussione sui contenuti, il numero di appelli, decaloghi, proposte sul nostro patrimonio culturale. La situazione preagonica del Ministero per i beni e le attività culturali è ormai conclamata: le cronache quotidiane ci raccontano sia del degrado dei monumenti, sia delle difficoltà sempre più pesanti che affrontano musei e biblioteche pubbliche. Crolli e chiusure sono i sintomi della condizione di totale irrilevanza cui il Ministero è ridotto da troppi anni e almeno tre ministri. Associazioni ambientaliste, intellettuali, giornalisti ne richiedono, unanimemente, una radicale riforma. Renato Esposito ed Ernesto Galli della Loggia si sono spinti oltre, proclamando la necessità di istituire un Ministero della Cultura che costituisca niente meno che l’antidoto all’attuale “paralisi della coscienza nazionale” ed elabori un nuovo “ruolo dell’Italia in Europa”.

Davvero improbabile che una specifica struttura dell’amministrazione statale possa essere investita di un compito così vasto e complesso, per cui caso mai occorre ripartire dalla scuola e dall’educazione, ad ogni livello e pensando ad un processo interdisciplinare che coinvolga anche patrimonio culturale e paesaggio. Ma la provocazione di Esposito e Della Loggia ha l’indubbio merito di ribadire una gerarchia di priorità verso la quale il mondo politico dimostra un consenso superficiale e puramente mediatico. Basta leggersi quell’Agenda di Mario Monti che alla voce cultura ha riservato una striminzita paginetta con molte banalità, mentre una delle sue candidate, l’ex presidentessa del Fai, per ribadire quale sarà il suo impegno a favore del patrimonio culturale ha auspicato che «la cultura sia, naturalmente dopo il lavoro, naturalmente dopo l’emergenza dei nostri conti, naturalmente dopo altre emergenze, una delle grandi priorità del Paese» (Giornale dell’Arte, 1/2013)

E’ esattamente quello che non vogliamo più: la tutela del nostro patrimonio culturale e del nostro paesaggio deve essere al primo posto dell’agenda di chi ci governerà perchè significa in primo luogo lavoro: per i tantissimi giovani precari che già adesso, in condizioni davvero poco dignitose, garantiscono la tenuta del nostro sistema, scavando nei cantieri archeologici, catalogando libri e documenti, consentendo l’apertura di musei, siti, biblioteche, altrimenti chiusi.

E ancora lavoro ottenuto attraverso un’opera di manutenzione e riqualificazione delle nostre città, dei nostri centri storici e di un territorio che in Italia coincide con il paesaggio. La prima grande opera che, attraverso la prevenzione dei danni sempre più ingenti provocati dai disastri naturali, consentirebbe ingenti risparmi sui bilanci dello Stato.

La cultura non viene nè prima, nè dopo le grandi emergenze che conosciamo, ma le attraversa tutte. E si fonda su quell’infrastruttura fondamentale che sono patrimonio culturale e paesaggio. Da lì occorre ripartire, ripensando radicalmente al Ministero per i beni e le attività culturali, non solo in termini di aumento della qualità e quantità delle risorse – economiche, di personale, di competenze – ma anche e soprattutto di rapporti funzionali fra le strutture dello Stato e della Repubblica.

Ancora prima di ogni costruzione o riforma ministeriale, infine, occorre tornare, dopo un decennio di apnea intellettuale, ad una visione politica del patrimonio culturale e del paesaggio degna di questo nome.

Eddyburg in occasione del giorno della memoria, e inviato il 28 gennaio 2013

Il numero delle vittime, la volontà di eliminare un intero popolo e interi popoli, la potenza di contagio di ideologie genocide, la coscienza su sin dove può arrivare la mente umana, farebbero dell'Olocausto una delle più grandi tragedie della storia.

Ma ciò che lo rende diverso, una singolarità, un punto assoluto della storia, è la sua modernità.

Ci sono stati – prima e poi – ideologie genocide, follie collettive e immensi stermini, ma mai un tale disegno è stato perseguito con tali strumenti della modernità: pianificazione funzionale, ordinati apparati burocratici dello Stato approntati secondo criteri dell'efficienza, razionalità procedurale, le scienze sociali moderne e la potenza della tecnica al servizio dell'industrializzazione dei processi di sterminio – la soluzione finale come una vasta ingegneria di problem-solving.

Non sono l'irrazionalità, i profondi istinti sempre in agguato e le tenebre della follia umana, ciò che rende l'Olocausto l'abisso dell'umanità, ma al contrario, l'universale della modernità europea che lo ha reso possibile: razionalità, tecnica, organizzazione funzionale dello Stato, efficienza ingegneristica, che hanno viepiù reso possibile che diventi "banale".

Non già la bestialità, ma al contrario tale sua "superumanità" fanno di esso la secolare caduta dell'uomo, Menschendämmerung.

Una singolarità storica su cui incardinare nuovi calendari, per segnare un avanti e un dopo.

Ricordare non basterà, la memoria non ci assolve – nulla può.

Uno degli imperativi dell'ambientalismo è quello di coniugare l'ecologia con l'economia. Una iniziativa in questo senso è rappresentata dalla proposta di sostituire le domande di iscrizione alle scuole e i documenti relativi alle carriere scolastiche e le stesse pagelle degli studenti, finora su carta, con moduli da compilare sul computer e da rendere disponibili in forma telematica. Gli scopi sono vari: uno ecologico, la possibilità di risparmiare carta e quindi di evitare il taglio di alberi e tutti i rifiuti e inquinamenti associati sia alla produzione della carta, sia allo smaltimento delle carte usate.

Un secondo aspetto è risparmiare spazio; gli archivi di documenti cartacei occupano spazi sempre crescenti e sempre più difficili e costosi da trovare, al punto che alcune amministrazioni sono costrette a disfarsi di vecchie pratiche, addirittura di mandare al macero vecchi libri o doppioni di libri esistenti nelle biblioteche. A dire la verità mi addolora pensare a queste perdite ma mi rendo conto che sono imposte proprio da quei limiti della sopportabilità della Terra su cui l'ambientalismo giustamente richiama l'attenzione

La informatizzazione di molte pratiche ha anche importanti vantaggi sociali; fa risparmiare tempo ai parenti che non hanno più bisogno di andare presso le scuole a depositare le iscrizioni, e agli impiegati il cui lavoro viene snellito e reso più efficiente, alleggerendo così anche le spese dello Stato. Ancora dal punto di vista economico, viene diffuso l'uso dei computer e dei metodi di comunicazione elettronica, con aumento delle vendite di questi apparecchi in un momento in cui il mercato sembra andare verso la saturazione delle vendite, dai computer compatti ai telefoni che-fanno-tutto.

Qualcuno ha sollevato qualche dubbio: non tutti possiedono o hanno voglia di acquistare dei computer: niente paura ci saranno sempre presso le scuole delle postazioni e degli assistenti che aiuteranno a compilare le iscrizioni telematiche. Qualcuno ha anche obiettato che non tutti i parenti hanno familiarità con l'uso di apparecchiature elettroniche, ma l'iniziativa si propone proprio anche la alfabetizzazione telematica di tutto il paese, condizione considerata indispensabile per entrare in pieno nella modernità e nel futuro. Sono state sollevate obiezioni, anche in questo giornale, sulla perdita di un contatto fisico, materiale, con i documenti scolastici, che siano compiti o registri o pagelle; alcuni hanno ricordato con nostalgia le pagelle dei lontani tempi di scuola nelle quali restava una traccia ben visibile della propria storia personale, delle speranze e delle delusioni, delle sgridate per i cattivi voti o dei premi per i buoni risultati. Su questi aspetti di natura psicologica o pedagogica non so esprimere un parere.

Una piccola osservazione vorrei fare a proposito della conservabilità futura dei documenti telematici raccolti su dischi e supporti magnetici che occupano poco spazio, ben catalogabili e i cui dati possono essere facilmente ritrovati con un click su un tasto o una finestrina del viodeo. Non c'è dubbio che l'informatizzazione dei documenti ha portato una benefica rivoluzione, soprattutto per chi studia e vuole avere notizie. E' oggi possibile a qualsiasi persona, anche in zone isolate o lontane, mediante collegamenti telefonici o radio, accedere a documenti o testi che avrebbe potuto trovare soltanto dopo visite a biblioteche o uffici lontani. E' oggi incredibilmente più facile scrivere articoli o tesi di laurea.

L'unico pericolo è che i testi informatici col tempo possano "scomparire" per qualche motivo: perché cambia il modo in cui sono stati "scritti" o cambia il supporto magnetico che li ospita, dai vecchi dischetti alle odierne "pennette" capaci di contenere milioni di pagine in uno spazio ristrettissimo, strumenti perfetti ma fragili meccanicamente, col rischio della perdita di dati se esposti a campi magnetici. Purtroppo l'esperienza mostra che ogni tanto interi blocchi di informazioni, a cui ieri si accedeva, oggi non si trovano più, spostati o cancellato. Al punto che è stato necessario creare in Internet un "archivio", nel sito: "http://archive.org", in cui, con grande pazienza è fortuna, è talvolta possibile ritrovare vecchio materiale informatico.

Della carta si sanno molte cose: nei cinque secoli della sua storia si sa quali tipi sono pervenuti a noi, spesso in buono stato, si sa quali tipi di carta sono stati attaccati dai parassiti o sono diventati fragili e illeggibili. Quanto si troverà fra venti anni dei documenti e libri e articoli oggi "informatizzati", dalle pagelle ai documenti catastali e notarili, eccetera ?

Vorrei formulare una modesta proposta: la istituzione di una commissione permanente di vigilanza sullo stato di conservazione e di accessibilità pubblica dei documenti informatici Non è un problema banale e lo dimostra il fatto, per esempio, che le tracce di alcune telefonate, anche loro piccoli segnali elettronici su qualche disco o nastro magnetico archiviato chi sa dove, sono reperibili, ma se si vogliono leggere vanno trascritte in migliaia di pagine --- su carta. La vendetta della carta.

L’Edddytoriale n.155 mette in luce senza reticenze la crisi che anche le amministrazioni di sinistra (variamente connotata) più volenterose incontrano quando si accingono a varare un progetto urbanistico davvero nuovo. Si è costretti a constatare che le critiche e i propositi che si esprimono dall’opposizione una volta al governo non trovano, o trovano in maniera estremamente asfittica, le parole per dar vita a progetti che si fondano su presupposti diversi, che riconoscano le priorità trascurate, le politiche innovative e i soggetti in grado di far rivivere le città.Eddyburg ci invita a riflettere su quali siano oggi i poteri che determinano le scelte urbanistiche e, al loro interno, quale sia lo spazio per le scelte di un potere democratico pubblico compreso quello ben disposto a lavorare per una nuova pianificazione e governo del territorio.

Capire meglio come contrastare la rendita.

Se conveniamo che l’elemento che imprime il suo segno alla produzione della città e dei fatti urbani più in generale è ancora la rendita urbana, appare logico che occorra uno sforzo per capire meglio cosa significhi oggi “contrastare la rendita”. Ormai possiamo attingere ad una copiosa letteratura su questo argomento che illustra i cambiamenti delle modalità con cui la rendita urbana si costituisce. In sostanza si è passati dal plusvalore generato da una pura speculazione fondiaria sulle aree nella quale assumeva un ruolo preponderante, se non esclusivo, la pubblica amministrazione ad un ciclo di formazione più complesso in cui la componente essenziale è quella finanziaria e nel quale la pubblica amministrazione riveste un ruolo utile ma non determinante.

Se posso semplificare per tentare di mettere ordine al puzzle che stiamo componendo, siamo passati da:
1 - Rendita = pressioni/connivenze con la P.A. per orientare le scelte urbanistiche vs destinazioni più vantaggiose dei suoli edificati a:
2- Rendita = ricerca di opportunità di investimento per l’impiego di capitali costituiti da prodotti finanziari “senza patria”.

Nel primo caso il ciclo si svolge in ambito prevalentemente locale nel quale la P.A. ha ancora un ruolo centrale. Nel secondo, invece, i movimenti finanziari sono opachi, poco o nulla identificabili e la P.A. rappresenta solo un segmento di una filiera più vasta, spesso transnazionale.
A questa difficoltà oggettiva nel trattare le cause strutturali dei cambiamenti in corso si aggiunge la debolezza degli strumenti a disposizione.

Alla progressiva delegittimazione dei pilastri faticosamente costruiti in anni di lotte per la buona urbanistica ha contribuito certamente il “tradimento dei chierici” evocato dall’editoriale. Ma forse le responsabilità dei singoli, che pure c’è, va ricondotta ad un clima culturale che si è sviluppato a partire dagli anni ’80 del secolo scorso nel quale si è determinato un rovesciamento dell’egemonia culturale – in senso gramsciano- che aveva nutrito l’avanzamento delle conquiste degli anni ’60 e ’70. Un rovesciamento che è stato perseguito sistematicamente con iniziative organiche e ben condotte su molti piani e, forse, è stato visto con ritardo da chi lo doveva osteggiare. Quando, ormai, il cambiamento di senso comune era penetrato in profondità nella società e nelle arti e mestieri- compreso quello dei tecnici della città. Il cambiamento è stato, quindi, un prodotto collettivo impresso da molti fattori concomitanti anche se la responsabilità dei singoli non viene meno.
Le condizioni per cambiare le regole
Provo adesso a dire quali, a parer mio, potrebbero esser le condizioni per riprendere l’iniziativa facendo leva, laddove è possibile, sulle nuove amministrazioni locali che hanno professato, almeno nelle intenzioni, la volontà di cambiare le regole con le quali si governa la cittàLa constatazione che i programmi e le iniziative delle amministrazioni pubbliche che godono di maggior credito siano al di sotto delle aspettative (per tutti i recenti articoli di Gibelli e Boatti su Milano) porta a indagare le possibili cause del “male oscuro” che impedisce di esprimere compiutamente le premesse che avevano alimentato molte speranze. Possiamo metter in fila alcune possibili interrogativi:
1- inadeguatezza culturale? L’apparato del quale dispongono i pianificatori non riesce a intervenire efficacemente sulle pratiche in vigore, eccesso di astrattismo e accademismo negli obiettivi che si aggiunge ad una certa inerzia che si protrae nelle pratiche della pubblica amministrazione.
2- limiti del quadro legislativo? Il sistema normativo in cui ci si muove, a tutti i livelli, e l’apparato giuridico che lo informa non aiutano l’introduzione di cambiamenti significativi.
3- resistenza opposta dal meccanismo di formazione della rendita (la triade mattone-banche-grandi media evocata da Salzano)? Il potere di condizionamento delle scelte operata dal “blocco edilizio” esercita una forza ancor più pervasiva nella sua attuale composizione prevalentemente finanziaria rispetto alla fase precedente anche per il forte condizionamento che esercita sulla struttura della finanza locale.
4- scarsa comprensione dell’importanza strategica del “diritto alla città”? non è ancora patrimonio diffuso la consapevolezza della centralità della organizzazione urbana per la costruzione di un progetto politico realmente innovativo.
Forse tutte e quattro le ragioni, con pesi e misura variabili, contribuiscono all’insoddisfacente esito delle prove fornite dalle pubbliche amministrazioni volenterose.

Qualche proposta

Quale considerazioni si possono trarre in questo panorama? Provo a esporre qualche deduzione e proposta.

A- Aiuta a capire le difficoltà di affrontare il rinnovamento delle politiche per la città il contributo di W. Tocci, uno tra i più attenti alle trasformazioni in atto, in “l’economia delle città” (pubblicato in eddyburg). Dopo aver messo in evidenza lucidamente il fenomeno economico-finanziario che genera il degrado e l’invivibilità urbana e giunto alle possibili vie d’uscita non trova di meglio che auspicare una “rimodulazione dell’elenco delle opere nella Legge Obiettivo”. Se ne trae la sensazione che le compatibilità con lo schieramento politico cui l’autore appartiene impediscono di trarre la conclusione che sono proprio le ‘Grandi Opere’ la madre di molte delle disgrazie che si abbattono sui nostri territori e che questo ostacolo pesa sulla coerenza del rapporto analisi-iniziativa. Il legame con scelte disastrose del passato recente deve essere reciso con chiarezza per poter dare basi serie alla revisione della costruzione di programmi territoriali credibili.

B- E’ necessaria una legge urbanistica nuova. Sappiamo che è una chimera inseguita da troppo tempo e ci si potrebbe chiedere perché mai proprio ora dovremmo ottenere quello che sfugge da sempre. Ancor più quando nessuno dei programmi elettorali finora conosciuti ne fa il minimo cenno in una sorta di “conventio ad excludendum”Eppure le forze sociali più impegnate su questo fronte hanno la responsabilità di porre con decisione l’esigenza nel confronto elettorale. Il gruppo di eddyburg aveva già elaborato, qualche anno fa, una proposta che aveva trovato sostenitori disposti a presentarla in Parlamento anche se poi l’interruzione della legislatura ha impedito di proseguirne l’esame. L’iniziativa era, però, giusta e utile e da lì si potrebbe ripartire, magari aggiornando il testo e chiedendo a chi si candida nello schieramento di sinistra e centro-sinistra di impegnarsi a discuterla pubblicamente e sostenerne il percorso parlamentare.

C- Se nella fase economica recessiva che stiamo attraversando la rendita ha perso dinamismo ma non rinuncia al suo ruolo centrale nella produzione della città e ostacola altre possibili iniziative programmatiche quali possibili azioni possono essere adottate dalla pubblica amministrazione?
Ad esempio, che fare dell’enorme stock edilizio di recente costruzione che giace invenduto e inutilizzato? Si potrebbero aprire vertenze territoriali che mettono in discussione la separazione del momento autorizzativo della costruzione da quello del suo utilizzo bloccando, ad esempio, il rilascio di nuovi permessi di costruire fino a quando lo stock edilizio non utilizzato non scenderà sotto una soglia fisiologica predeterminata variabile a seconda delle caratteristiche socio-economiche della città (nel caso del comune che conosco il 5%). Si possono, inoltre, condizionare l’attuazione delle nuove aree di trasformazione, se già previste dal piano, alla preventiva saturazione delle potenzialità offerte all’interno del tessuto edificato (sia di completamento che di riconversione). In tutti e due i casi si tratta azioni possibili anche nell’attuale quadro legislativo utilizzando atti di programmazione che recuperino in parte le finalità di controllo della produzione edilizia che presiedeva ai vecchi piani pluriennali di attuazione, naturalmente rivisti e corretti.
D- Informazione e formazione continua del pubblico che sappia fondarsi sulla diffusa mobilitazione già in atto nei territori e ricomponga le domande che i cittadini esprimono localmente in un disegno generale.Eddy Salzano chiudendo l’ultimo incontro della scuola di eddyburg ha chiesto: come restituire lo scettro al popolo (senza essere populisti)? Che equivale a chiedere come coltivare i germi di una controgemonia? La ricca rete di attivismo che si impegna con passione e intelligenza nelle lotte territoriali è il punto di partenza ma deve riuscire a far passare i propri contenuti nel collo di bottiglia delle istanze istituzionali ad ogni livello. Qui in Lombardia, ad esempio, deve essere accantonata la pessima legge regionale sulla governo del territorio, non emendata, proprio rifatta da cima a fondo. Su questo chi si candida al governo regionale deve essere chiaro.

La disciplina urbanistica deve a sua volta rinnovarsi e aprirsi a contributi nuovi. Penso alla imprescindibilità delle analisi di economia urbana per controllare e indirizzare la creazione di valore del capitale fisso territoriale come elemento costitutivo sia dei piani che delle politiche di bilancio pubbliche. Qui si potrebbe offrire ai “chierici traditori” un’occasione di riscatto. Abbiamo bisogno di molto studio e molto lavoro per rivendicare il diritto alla città. Ma siamo in buona e numerosa compagnia.

(Laveno Mombello 14.1.2013)

Sembra diventata egemonica la concezione del paesaggio come parte del territorio valutata e governata così come viene "percepita dalle popolazioni", lo testimonia questa intervista di Leonardo Petrocelli al rettore dell’Iuav. pubblicata sulla Gazzetta del Mezzogiorno il 10 gennaio 2013.,con postilla

Nel ciclo di affreschi «Allegorie ed effetti del buono e del cattivo governo» il pittore senese Ambrogio Lorenzetti illustrò, a metà del Trecento, come la città e i territori limitrofi possano essere valorizzati dall'applicazione di un corretto corpus di regole. Una banalità, in apparenza, che la miopia modernista ha però rischiato di trasformare in chimera o, quantomeno, in una non vicinissima frontiera della governance cui è necessario approssimarsi al più presto. «Non si tratta infatti di un semplice affresco, ma di un manifesto politico tradotto in un messaggio artistico» spiega Amerigo Restucci - storico dell'architettura e rettore, dal 2009, dell'Università Iuav di Venezia - individuando così nell'opera del Lorenzetti l'incipit più adatto per una riflessione sulla tutela del paesaggio e sul rapporto fra arte e territorio. «Un tema centrale - osserva - destinato a riaffacciarsi costantemente nel dibattito italiano e su cui, in questi ultimi tempi, molti hanno prodotto interessanti riflessioni».

Professor Restucci, iniziamo dai fondamentali. Cosa si deve intendere per tutela del paesaggio?
«In questo caso, tutela è sinonimo di governo. E governare un territorio vuol dire produrre, con giudizio, un insieme di regole concepite per mantenere una continuità storica fra segni del passato e segni del presente. Senza però imporre un vincolistica esagerata e nemica del bene. Solo così un territorio può assumere quel coefficiente di bellezza e qualità che chiamiamo paesaggio. In questo senso si sono spesi attivamente numerosi uomini d'arte e di cultura, richiamandosi tutti all'articolo 9 della Costituzione che impone la tutela del paesaggio e del patrimonio artistico nazionale».

Dalla teoria alla pratica: come ci si muove nel concreto?
«L'indicazione che giunge dal ministero dei Beni Culturali è quella di strutturare piani paesaggistici lavorando a stretto contatto con le regioni. Il termine che definisce questa sinergia è "co-pianificazione". L'input è positivo e le varie sopraintendenze regionali sono già al lavoro per costruire dei percorsi virtuosi. Naturalmente, è necessario procedere con opportune analisi storiche per declinare correttamente i messaggi del passato. In Francia lo hanno capito già da tempo, fin dalle redazione della Encyclopédie di Diderot e D'Alembert dove, alla voce Paysage, si poteva rintracciare questa linea di indirizzo. In Italia ci stiamo arrivando».

Da dove bisogna attingere per una corretta ricostruzione storica?
«Innanzitutto dall'iconografia cioè dall'osservazione del paesaggio attraverso le immagini che provengono dal mondo dell'arte. Penso agli affreschi del Cinquecento e del Seicento presenti nelle chiese di Puglia o alle varie Madonna con Bambino di Cima da Conegliano. Quest'ultimo non è un rimando casuale: proprio su ispirazione di quelle suggestioni visive si è evitato di costruire la zona industriale di Conegliano sulle colline affrescate dall'artista alle spalle delle figure. Spunti molto interessanti possono anche giungere dalle campagne fotografiche del secondo Ottocento, dai resoconti dei viaggiatori e dalle opere letterarie come, ad esempio, Cristo si è fermato ad Eboli di Carlo Levi e le poesie di Rocco Scotellaro».

Avventurarsi in questo percorso significa penetrare il territorio e ricostruirne la memoria anche al di là delle necessità di governo...
«Un esempio su tutti. Carlo III di Borbone, nel 1730, si adoperò per costruire la "Appia", cioè la strada statale 7 che taglia in due la Basilicata in direzione di Taranto e Brindisi. Quella strada portò cultura e Carlo III si qualificò come propositore di un messaggio di governo volto a premiare il territorio, smentendo la tesi del puro oscurantismo borbonico. È attraverso segni come questo che si può ricostruire una storia paesaggistica».

Ma esiste comunque il rischio di inseguire degli stereotipi?
«Il rischio c'è sempre. È imperativo superare 1'immaginetta stereotipata del paesaggio cui si fa sempre riferimento, ad esempio, quando si parla di Toscana. Il vialetto di cipressi che spesso compare nelle pubblicità delle automobili è davvero l'unico paesaggio da citare? Non è degno paesaggio anche uno jazzo sulla Murgia o una masseria nel Brindisino?».

Se, invece, parliamo di paesaggio urbano a quale linee guida bisognerebbe ispirarsi?
«Bisogna stare attenti a non riproporre la desueta filastrocca sui centri storici, ma puntare a governare tutto il costruito: le parti nuove della città, le sue periferie, i segni industriali dispersi sul territorio. Anche grazie a garbate operazioni di ristrutturazione, risulta possibile inserire tali episodi fuori contesto in un tema comune. Oltretutto, è sempre utile ricordare che un paesaggio ben governato, dalla campagna alla città, è capace di contenere i danni causati dalle calamità naturali».

Nel dibattito culturale si parla sempre più insistentemente di Italia come «bene comune»: il cittadino che ruolo potrebbe rivestire in questo percorso?
«I cittadini possono operare attivamente per la salvaguardia del territorio. È già accaduto in passato. Basta indirizzare il pensiero ai contadini che costruivano e curavano i muretti a secco, oggi oggetto di un associazionismo culturale spontaneo. Non bisogna favorire le divisioni, bensì la partecipazione. Da questo punto di vista la scuola assume un ruolo decisivo contribuendo a costruire nelle coscienze dei più giovani, persino dei bambini, una indispensabile cultura del paesaggio».

A febbraio si tornerà a votare. Quale invito rivolgerebbe al governo che verrà?
«Esorterei tutti a pensionare la politica delle urla, dei graffi, della spettacolarizzazione. A quell'articolo 9 della Costituzione hanno lavorato uomini, come Aldo Moro, che desideravano regalare al Paese ima pagina di alto profilo civico. Ecco, bisogna ricostruire il senso profondo del fare politica e servono partiti disposti a coinvolgere attivamente la società. Anche perché siamo reduci da una stagione "tecnica" in cui è mancato l'ascolto del pensiero comune. Qualche segnale di risveglio, in questo senso, mi sembra già di percepirlo».

Postilla

Le considerazioni di Restucci mi confermano nella convinzione che in Italia si parla spesso del paesaggio e della sua tutela senza rendersi conto del mondo in cui viviamo. Si direbbe che la definizione di “paesaggio” proclamata dalla Convenzione europea è diventata pensiero comune non solo nella sua seconda parte, del tutto condivisibile, ma anche là dove attribuisce alla «percezione delle popolazioni» il criterio sulla cui base decidere che cosa debba essere conservato e che cosa possa o debba essere trasformato e come. Mi sembra preoccupante che questa concezione sia oggi , sia condivisa anche da persone dotate di spirito critico e di capacità di lettura storiche dei contesti, come indubbiamente Restucci è. Come ha osservato giustamente Alberto Magnaghi (che certo non è un avversario del "locale e anzi ha contribuito a farne riconoscere la rilevanza) altro è assumere quella definizione come un obiettivo al quale tendere, altro è considerarla un dato di fatto. Nessun brandello pulito e bello d’Italia resterebbe ancora tale se ritenessimo di vivere oggi in una società che considera il territorio così come lo considerava e lo usava la società (la sua struttura, la sua cultura, e quindi le sue istituzioni sintetizzati nella sale del Palazzo pubblico di Siena. Finché il territorio sarà concepito, organizzato e utilizzato e "governato" come una risorsa da trasformare in ricchezza privata anziché come un patrimonio da arricchire nelle sua qualità per consegnarlo ai posteri, nell’ampia gamma delle azioni che la tutela comprende sono sempre più convinto che debba prevalere l’azione e l’arma del vincolo, più autoritativo possibile. Ma l’argomentazione di questa tesi, il suo significato e le sue conseguenze non possono certo concludersi nel breve spazio di una postilla.

Continua, da parte delle amministrazioni pubbliche, l'assalto al paesaggio veneto: parte integrante ed ineliminabile dei capolavori progettati dal Palladio. La Nuova Vicenza on-line, 11 gennaio 2013 (m.p.g.)

Quattromila capolavori palladiani circondati da capannoni. Le ville venete, volute dai ricchi veneziani che – come scriveva Girolamo Priuli nel 1509 – “volevano abbandonare la navigazione per darsi alle gioie e ai diletti della terraferma”. Un patrimonio straordinario, unico al mondo, di palazzi però aggrediti e soffocati da fabbricazioni di ogni genere che ne violano la bellezza architettonica e paesaggistica.
Una ricerca condotta da Tiziano Tempesta, docente del Dipartimento Territorio e Sistemi Agroforestali dell’Università di Padova, denuncia questo scempio. Lo studioso ha monitorato le 3.782 ville del Veneto, per l’86% private, per il 62% costruite fra Seicento e Settecento, censite dall’Istituto Regionale Ville Venete, andando a vedere cosa era stato costruito intorno e nelle immediate vicinanze, nel giro di 250 metri. Palladio concepiva le sue ville immerse nella natura della campagna veneta, arricchite dall’arte dell’agricoltura, un luogo – scrive il grande architetto – «dove finalmente l’animo stanco dalle agitazioni della città, possa prendere ristoro e consolazione e così potrà attendere quietamente ai suoi studi e alla contemplazione». E’ vero che tante ville sono state sottratte alla decadenza da centinaia di restauri, ma – come ha denunciato più volte Salvatore Settis – «la tutela d’un tesoro monumentale si è fermata un centrimetro oltre la recinzione, come se il valore di quel tesoro non fosse anche l’essere inserito in un determinato spazio».

Monumenti come villa Foscari, detta la Malcontenta, o Villa Pisani a Stra, assediati da condomini, ipermercati, capannoni e costruzioni di vario tipo. Così Tempesta denuncia che il prezzo pagato all’ubriacatura industriale del Veneto, negli anni in cui veniva esaltato lo spontaneismo anarchico e senza regole, è stato spaventoso. Nonostante il 48% delle ville sia tutelato da normative nazionali e regionali “solo in pochi casi la tutela del fabbricato si è estesa anche al contesto paesaggistico in cui esso si trova”. Si veda il caso di villa Trissino Giustiniani a Montecchio Maggiore, davanti alla quale si innalzano enormi silos, di villa Contarini Crescente alla periferia di Padova, che si staglia su giganteschi capannoni, di villa Franchini a Villorba, che confina direttamente con una delle 1.077 aree industriali della provincia di Treviso, che ospita un quinto delle ville venete.

«Tutte scelte sventurate – ha scritto Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera – di tanti decenni fa come gli stabilimenti chimici della Mira Lanza tirati su in faccia a Villa dei Leoni? Magari. L’occupazione delle aree rimaste miracolosamente integre intorno alle ville va avanti, sia pure in modo meno aggressivo di ieri, un po’ ovunque. E solo una durissima battaglia degli ambientalisti e degli abitanti ha bloccato ad esempio una nuova e massiccia cementificazione della campagna adiacente alla stupenda Villa Emo di Vedelago».

Tre anni fa un’inchiesta de Il giornale dell’arte, firmata da Edek Osser, intitolata “Così l’Italia ha massacrato Palladio” e rilanciata anche da The Art Newspaper, nel bel mezzo del cinquecentenario palladiano sollevò un putiferio, denunciando “una colata di cemento senza regole e senza controlli” e riprendendo le parole dello studioso Francesco Vallerani, addolorato nel vedere “da un lato un territorio costellato da straordinarie meraviglie architettoniche e paesaggistiche, dall’altro il disastro urbanistico che ha annullato il paesaggio”. Spiega oggi Tempesta che, a proposito di capannoni, in 111 ville più del 30% del territorio, posto nel raggio di 250 metri, è occupato da insediamenti produttivi, e per altre 159 tale percentule è compresa tra il 20 ed il 30%.

Ad un esame più approfondito si è potuto constatare che non sono poche le ville inserite in zone industriali. Se si considerano le aree urbanizzate nel loro complesso si può vedere che solo il 21% delle ville venete si può considerare a pieno titolo inserito in un contesto paesaggistico pienamente agricolo, presentando nelle vicinanze una percentuale di superficie edificata minore al 20%. In più della metà dei casi la percentuale è ormai superiore al 40%.
Conclusione di Stella: «ecco la sfida di domani: ripulire, risanare, risistemare, recuperare la bellezza. Riportando i capannoni il più possibile lontani da quei tesori che il mondo ci invidia».

Solo in un paese da operetta si può pensare di far governare un organismo complesso come un Parco Nazionale da persone prive di competenza in materia. Un appello da sostenere, 11 gennaio 2013 (m.p.g.)

NO alla nomina di un cacciatore, ex presidente di una associazione venatoria alla presidenza del bellissimo Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi.
SI’ invece alla nomina di una figura di alto profilo e di indiscussa competenza.
Dal giugno 2012 il Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi è privo di Presidente. Anni di gestioni al di sotto della sufficienza, di commissariamenti, di inadeguatezze hanno fatto decadere questo straordinario Parco naturalistico, storico-artistico (gli eremi di Camaldoli e della Verna), agro-silvo-pastorale, provocando guasti allarmanti.

Il Parco Nazionale sorge fra le province di Arezzo e Forlì e i miopi localismi regionali hanno imposto finora presidenti spartiti cioè a metà fra Toscana ed Emilia-Romagna, con controproducenti “staffette”. C’è già stato un lungo periodo di commissariamento col direttore generale per le Aree protette, Aldo Cosentino, a mezzadria con altri Parchi pure commissariati. Dopo questo lungo commissariamento finalmente, nel 2007, è stato individuato un presidente toscano, Sacchini, duramente contestato però dagli emiliani che lo hanno sfiduciato.

Da qui gli ultimi otto mesi di braccio di ferro e di vuoto operativo. Le associazioni ambientaliste hanno inviato da tempo lettere al Ministero dell’Ambiente reclamando la nomina a presidente di una personalità dotata di un adeguato curriculum, competente e di alto profilo. Una soluzione che consenta di governare il Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi già assediato dalla ristrettezza dei fondi, dalle mire dei cacciatori, dei costruttori, dei gestori di impianti di risalita, di quanti vogliono trasformare i nostri Parchi in luna-park.

Il governo Monti, e per esso il ministro dell’Ambiente, Corrado Clini, avrebbe potuto e dovuto procedere da mesi a tale nomina di alto profilo. Non l’ha fatto ed ora viene proposto quale presidente del Parco delle Foreste Casentinesi l’attuale sindaco di Stia (Arezzo), Luca Santini, presidente dell’Unione dei Comuni, cacciatore e già presidente dell’Unione Cacciatori dell’Appennino (URCA). Neppure con Altero Matteoli – che pure, da titolare dell’Ambiente, nominò maestri di sci, immobiliaristi, ecc. – era mai successo che si avanzasse per un Parco Nazionale la candidatura di un cacciatore, già presidente di associazione venatoria. Sarebbe davvero enorme una tale scelta.

Vi chiediamo pertanto di concorrere a sollevare il problema su tutti i mezzi di informazione e di indirizzare una mail di vibrata protesta agli indirizzi sotto indicati. Un Parco Nazionale straordinario come questo delle Foreste Casentinesi merita un presidente valido, competente, dedito alla tutela naturalistica e non alla caccia.
Per il Comitato per la Bellezza
Vittorio Emiliani, Desideria Pasolini dall’Onda, Vezio De Lucia

indirizzi a cui inviare le mail :clini.corrado@minambiente.it,
monticelli.lucreziocaro@minambiente.it,
grimaldi.renato@minambiente.it,
penna.fabrizio@minambiente.it
segreteria.capogab@minambiente.it


Credo che mai, alle persone della mia generazione, sia capitato di iniziare un nuovo anno con la certezza che esso sarà peggiore del precedente. E' quanto accade in questo 2013. Sotto il profilo sociale, per il nostro paese, per milioni di cittadini, l'anno che verrà sarà uno dei più devastanti nella storia dell'Italia repubblicana. Dopo tante prove - su cui si fonda tale sconsolata certezza - se ne è appena aggiunta un'altra, che rende il quadro economico nazionale perfettamente delineato.L'Istat ha comunicato un 'inflazione annua del 3%. Inflazione ufficiale, naturalmente, cioé sottostimata, ma che già da sola dà la misura di uno sconvolgimento senza precedenti dell'economia nazionale. Ma come, un Paese in cui il PIL scende del 2%, la disoccupazione dilaga a livelli di dopoguerra, il potere di acquisto della popolazione regredisce di decenni, migliaia di imprese chiudono i battenti, noi abbiamo un aumento dei prezzi di beni necessari di tale misura? I montiani collocati in tutto l'arco costituzionale – come si diceva una volta – hanno di che gloriarsi.

Queste considerazioni costituiscono la premessa indispensabile per alcune riflessioni politiche che riguardano la sinistra nel suo insieme, ma in primo luogo il centro-sinistra. Non c'è dubbio, tanto per cominciare, che quest'ultimo – se sarà chiamato a governare, come speriamo - erediterà un paese in condizioni peggiori di quanto non fosse un anno fa. Quando era possibile andare alle urne. In aggiunta esso dovrà fare i conti con la gabbia d'acciaio – alla cui costruzione ha dato un volenteroso contributo – del fiscal compact, su cui si è appena soffermato Luciano Gallino (Repubblica dell' 8 gennaio). E' uno svantaggio di partenza enorme, sia per l'insieme dei problemi urgenti che si presentano, sia per come si configureranno i rapporti tra i partiti. E' già evidente, da queste prime battute di campagna elettorale, che le forze politiche che hanno condotto l'Italia alle attuali condizioni, e tra queste anche Monti, si libereranno di ogni responsabilità pregressa. Si presenteranno e già si presentano come oppositori di lungo corso, che mai hanno messo piede nelle stanze di Palazzo Chigi. E' prevedibile che tale situazione politica venga aggravata da due componenti, in parte oggettive e in parte psicologiche. Le pretese delle masse popolari in condizioni di crescente disagio saranno maggiori nei confronti del centro-sinistra, più incalzanti di quanto non siano stati con i precedenti governi. A dispetto dei “buoni uffici” che può svolgere la CGIL. Anche perché le condizioni sociali si sono nel frattempo deteriorate: ciò che prima era grave oggi è intollerabile. Ci sarà poco tempo, al governo sarà concessa poca attesa. Il tempo che c'era per attenuare le punte più aspre delle sofferenze se l'è mangiato il governo Monti, impiegandolo per renderle ancora più estreme. Al tempo stesso, la psicologia da eterni penitenti degli ex comunisti, che si considerano sempre sotto esame di ortodossia da parte dei poteri europei, li porterà ad essere più realisti del re e a muoversi nel recinto della suddetta gabbia. Se il centro-destra si sposterà, come già sta facendo, su una strumentale posizione di critica antiliberista e realisticamente antieuropea (dell' Europa della Troika) le difficoltà politiche del centro-sinistra, già in campagna elettorale, aumenteranno di giorno in giorno. Ma potrebbero costringerlo ad assumere finalmente un profilo più smarcato dalle varie agende neoliberiste. Se perfino Monti prova a smarcarsi dal suo precedente governo!
Entro queste strettoie le possibilità di un qualche successo del centro-sinistra e della sinistra intera sono affidate innanzi tutto a una capacità di manovra con i paesi del Sud d'Europa e della Francia, che li metta in condizioni di rinegoziare il debito e spingere la Bce ad un nuovo ruolo: condizione per uscire dalla turbolenza finanziaria e per puntare a una nuova architettura istituzionale dell'Unione. Ma il centro sinistra e la sinistra – che mi auguro possa avere anche una presenza in Parlamento – debbono invertire la rotta con iniziative interne mirate soprattutto ad alleviare le condizioni di sofferenza sociale diffuse nel Paese. Con la consapevolezza che siamo in grave ritardo. Ricordo un particolare non da poco. Non è da ieri che le varie forze politiche della sinistra sono consapevoli che il problema centrale dell'Italia ( e del nostro tempo) è il lavoro, l'occupazione. Ebbene, non dovevano queste forze, già da qualche anno, chiamare a raccolta le migliori intelligenze della nazione per studiare soluzioni, proposte, vie d'uscita, strategie di medio e lungo periodo? Non dovevano richiamare l'attenzione di tutte le classi dirigenti con una iniziativa anche simbolicamente dirompente? Non è mai successo. L'unica iniziativa di tal genere l'ha realizzata ALBA, un piccola e nascente formazione politica, priva di mezzi, ai primi di ottobre dello scorso anno. «Un po' di lavoro» suole ripetere Pierluigi Bersani, come un tempo i mendichi chiedevano »un po di pane» sugli usci delle case. Espressione in cui traluce lo spirito del nostro tempo, riflesso dei rapporti di forza ormai abissali tra operai e capitale. Ma se si resta a questo livello minimo non si andrà lontano. Io credo che gli sgravi fiscali sul lavoro, l'eliminazione di barriere burocratiche vessatorie alla costituzione di imprese, e altre misure consimili possano, certo, avere degli effetti benefici. Ma è una illusione credere che da qui passi la “ripresa” e ritorni la piena occupazione. Sappiamo già dalla storia recente degli USA – che pure oggi stanno facendo una politica opposta a quella della UE – che la ripresa è jobless recovery, cioé senza occupazione. E' accaduto già ai primi anni '90, sta accadendo anche oggi malgrado i fiumi di dollari a buon mercato profusi dalla Federal Reserve e la crescita del PIL. La ripresa economica, la cosiddetta crescita, avviene soprattutto tramite incremento della produttività del lavoro ( sostituzione di uomini con macchine, oltre che con intensificazione della fatica degli occupati) e quindi il nuovo lavoro che nasce è “poco”. Questo rinvia a una incapacità sistemica ormai conclamata del capitale e alla necessità di una nostra consapevolezza di prospettiva: il vecchio modello di accumulazione non regge. Genera sempre meno occupazione e turbolenza finanziaria endemica. Consapevolezza da tenere ben presente anche per gli interventi immediati, che riguardano il nostro dannato presente. E sotto tale profilo l'istituzione di un reddito di cittadinanza – avanzata a modo suo persino dall'algido Monti - costituisce il nesso che lega la prospettiva strategica alla rivendicazione immediata. Oggi appare come un passaggio obbligato se si vuole separare reddito da occupazione (che non c'è), lavoro da dignità umana, prestazione produttiva da godimento dei diritti ed esercizio della democrazia. E' una necessità per lo stesso capitalismo in questa fase tarda della sua storia. Per noi dovrebbe costituire uno degli elementi da inserire nella costellazione dei diritti universali, nuova energia cosmopolita – come ci ricorda Stefano Rodotà nel suo ultimo libro - che spinge le comunità umane ad abbattere vecchie gerarchie e ad affrontare con buone armi i poteri che si sono liberati dei controlli degli Stati nazionali.

C'è un altro versante di problemi immediati su cui intervenire. Mi riferisco al mondo della scuola, dell'Università e della ricerca. Non è più tollerabile che le strutture fondanti di un grande paese industriale, della nostra stessa civiltà, siano considerate come fonti di spreco da punire e demolire. Su questo punto, nei primi 100 giorni il governo che verrà dovrà dare segnali inequivocabili, in termini di risorse e di mutamento radicale di indirizzo politico. Tale scelta necessaria non costituisce soltanto la premessa di una strategia di alto profilo, impegnata a delineare un nuovo modello di economia, ma rappresenta la condizione indispensabile per dare un segnale immediato di speranza a milioni di giovani. Studenti che vogliono proseguire gli studi, laureati, dottori, ricercatori che oggi sono senza mezzi e prospettive. Fornire a tali figure un ruolo da protagonisti non solo significa, per l'avvenire, ricercare un superiore assetto alla nostra società di capitalismo maturo, ma dare subito ai nostri ragazzi, alla classe dirigente in formazione, il senso di un mutamento generale in cui credere e a cui appassionarsi. Chi appoggerà nel paese un governo che si limita ai piccoli passi e a indolori aggiustamenti, mentre la sofferenza sociale dilaga ? La politica si fa certo "acendo le cose", ma anche suscitando passioni, inserendo anche le giuste piccole cose in un quadro d'insieme: una prospettiva che faccia intravedere orizzonti più larghi, mete plausibili di cambiamento generale per le quali si è disposti a lavorare e a resistere. Sotto tale profilo non c'è dubbio che il problema del lavoro e quello della formazione, della cultura e della ricerca, trovano il punto d'incontro in una prospettiva d'insieme: la riconversione ecologica dell'apparato produttivo. La qual cosa in Italia significa, soprattutto (ma non solo), un nuovo rapporto tra economie e territorio. La sfida di porci dentro i marosi del mercato mondiale con una nostra specifica forza economica che conservi saperi e bellezze, che tuteli il suolo e gli abitati e che nello stesso tempo offra lavoro produttivo e di restauro è una partita di grande respiro. Già da sola potrebbe offrire a tutta la sinistra un'occasione di unità di intenti e al tempo stesso un vessillo identitario dietro cui trascinare masse sociali, istituzioni, imprese. I movimenti sono già attivi in vario e frammentario modo su tale terreno. Costituiscono le esperienze politiche più originali della storia italiana recente. Da essi, i partiti hanno molto da imparare in termini di procedure e di competenze acquisite sul campo. Ma devono mettere da parte la logica delle grandi opere. In tale ambito le opere devono essere piccole e innumerevoli, in grado di dare lavoro, non attraverso il saccheggio una tantum del territorio, ma tramite la sua cura e la sua valorizzazione permanente.

www.amigi.org


L’anno 2012 si è concluso con due importanti risultati a favore del paesaggio agrario trevigiano e dell’agricoltura: il primo relativo al progetto per un insediamento “agroindustriale” nel territorio di Barcon di Vedelago in cui era previsto l’insediamento di un grande macello e di un edificio per la lavorazione finale della carta (igienica e/o per consumo domestico) su una superficie di 970.000 mq con escavo di oltre 2 milioni di mc di ghiaia (denunciati) su un area coltivata dell’alta pianura. Il progetto prevedeva, tra l’altro, la edificazione di un fabbricato emergente per oltre 60 metri dal livello di campagna, ben emergente sullo sfondo della vicina Villa Emo, progettata da Antonio Palladio e sito UNESCO; l’area vasta è definita dal vigente Piano Territoriale Provinciale di Coordinamento “a vocazione agricola” ed è già, purtroppo, in parte compromessa da profonde escavazioni di ghiaia. Sollevazione popolare, manifestazioni, raccolta di oltre 3.000 firme contrarie, impegno delle Associazioni, Italia Nostra capofila, hanno portato alla bocciatura del progetto in Consiglio Comunale con conseguente rottura delle alleanze partitiche, dimissione della maggioranza dei consiglieri e quindi del Sindaco che si era ferocemente battuto per la realizzazione del progetto. Vedelago andrà a nuove elezioni in primavera e sicuramente avrà una diversa direzione ed un diverso atteggiamento verso la tutela del suo territorio.

Il secondo, ma non per importanza perché riguarda un’area posta all’interno del Parco Regionale del fiume Sile, è una storia esemplare di mancanza di tutela ambientale da parte degli Enti (Comune ed Ente Parco) che dovrebbero esserne i primi tutori. L’Amministrazione Comunale di Morgano, (il Comune gode del bellissimo insediamento della piazza settecentesca di Badoere) decide che la frazione che ne dà il nome ha bisogno di un nuovo insediamento residenziale; la frazione è posta tra due rami del fiume Sile, quasi una isola, è interamente all’interno del Parco Regionale del Sile ed ha, e continua ad avere, una lottizzazione in cui sono già state realizzate le opere di urbanizzazione primaria ma non gli edifici poiché di questi non c’è richiesta. Questo non interessa all’Amministrazione: si dispone una Variante al Piano Regolatore vigente e si convince l’Ente Parco a predisporre una Variante specifica al Piano Ambientale, che viene regolarmente adottata, pubblicata, osservata e, alla fine, inviata alla Regione per la definitiva approvazione. L’ampliamento residenziale è previsto su un’area agricola in parte occupata da un piccolo bosco di piante indigene, ben curato e aperto al pubblico a cura dei proprietari, attiguo a un vivaio specializzato di specie autoctone lasciate a crescita spontanea; il resto ospita una coltura orticola di pregio (radicchio rosso di Treviso). L’area ha tre proprietari, in parti praticamente eguali, di questi uno non è stato informato, forse per sua disattenzione, della Variante proposta ed un secondo (bosco e vivaio) in quel periodo aveva altre gravi preoccupazioni: una malattia incurabile che ha colpito la moglie causandone la morte.

Nel frattempo l’iter della Variante prosegue: l’istruttoria regionale l’approva con prescrizioni e viene sottoposta al parere della Commissione Consigliare competente. Informata del problema Italia Nostra chiede di essere ammessa alla discussione, informa che l’area è riconosciuta come Sito di Importanza Comunitaria (SIC) e ottiene la sospensione della seduta e l’impegno ad eseguire un sopralluogo da parte dei Consiglieri Regionali, ben consapevole della difficoltà di bloccare la pratica ormai giunta alla conclusione. Interventi sulla stampa anche a diffusione nazionale, sulle televisioni (RAI1 e RAI3 oltre alle locali), ordini del Giorno del Consiglio Provinciale, deliberazioni delle associazioni dei coltivatori, altri tre sopralluoghi, hanno infine permesso di giungere al voto finale del Consiglio Regionale: 25 contrari, 4 astenuti ,1 favorevole.
Quel pezzo di terra è salvo e resterà destinato all’agricoltura.

Dopo che nel governo dei tecnici l’unico Ministro...
Dopo che nei governo dei tecnici l'unico Ministro privo di specifiche competenze era stato proprio quello dei beni culturali, quell’Ornaghi che in questi tredici mesi si è guadagnato la medaglia di peggior ministro della storia del Ministero di Spadolini, le attese da parte nostra sull’agenda Monti erano davvero poche.

Ma l’inconsistenza della mezza paginetta dedicata a “L’Italia della bellezza, dell’arte e del turismo” nel documento “Un’Agenda per un impegno comune” , il manifesto politico di Mario Monti, è tale da superare, al ribasso, le già limitate aspettative di partenza.

Anche dalle aporie, in ogni caso, si possono trarre alcune considerazioni. A partire dall’uso del linguaggio che, già in incipit, fa ricorso alla consueta panoplia retorica a proposito di un patrimonio culturale “che non ha eguali al mondo” e che nella visione montiana spazia “dai monumenti alla gastronomia” (sic).

Come pure indicativa è l’elencazione (assai breve) dei risultati del governo ottenuti in questo ambito. Ritorna un grande classico: Pompei. Senonchè il così detto Grande Progetto Pompei, presentato in pompa magna dallo stesso Monti e ben 4 ministri 4, all’inizio di aprile, e non ancora entrato in fase operativa (nessun cantiere avviato), si affida interamente alle risorse della Comunità europea (105 milioni) e rappresenta, sul piano istituzionale e culturale, il fallimento dell’esperimento dell’autonomia del sito archeologico. Tutto è in mano al Ministro per la coesione territoriale Barca e alla società Invitalia, e la Soprintendenza, sottoposta ai controlli di un prefetto, è di fatto commissariata sia sul piano tecnico-scientifico che su quello amministrativo.

Quanto al progetto della Grande Brera, al di là della contestatissima costituzione della Fondazione, poco o nulla si è fatto per risolvere uno dei grandi buchi neri della cultura milanese e italiana e mentre continua il minuetto sul trasloco dell’Accademia, manca ancora un progetto complessivo credibile per la Pinacoteca.
Eppure il ricorso a Fondazioni o al più a “partnership pubblico-privato” sembra essere l’unica ricetta disponibile per “un allargamento dello spettro delle iniziative finanziabili”.

Detto in soldoni: non è neppure pensabile che lo Stato possa investire altre risorse, e quindi non resta che cercare altrove, nel privato. Al Ministero, sembra di capire, potrebbe rimanere giusto il compito di stilare la lista delle “iniziative”, fra cui il finanziatore sarebbe chiamato a scegliere. Come in una lista di nozze.

E questo è tutto, perchè subito a seguire, il documento affronta il tema del turismo, non sorprendentemente letto come una (la sola citata) delle finalità del patrimonio culturale. Anche qui ce la caviamo con qualche suggerimento di sinergie e marketing, ma almeno si accenna ad un Piano strategico per il Turismo e quindi ad un’elaborazione di politica del settore.
Insomma, par di capire, nella visione montiana, “puntare sulla cultura” significa semplicemente trovare in giro un po’ di soldi in più da distribuire a qualche museo o sito dotato di un qualche progetto.

Completamente assente ogni considerazione delle criticità della situazione attuale attraversata dal Ministero e per molti versi vicina al collasso: un numero ogni giorno maggiore fra le le istituzioni culturali, dai musei, anche di grandissimo rilievo, ai siti archeologici, alle biblioteche e agli archivi non riesce più a garantire neppure i servizi essenziali.
Ma soprattutto il Ministero si sta ritirando, non solo per ragioni contingenti legate alle carenze di personale e mezzi, dalle funzioni fondamentali di controllo sul territorio.

Non per caso, probabilmente, il grande assente nel documento programmatico, è il paesaggio: il grande malato d’Italia.
Non una parola sulla pianificazione paesaggistica ormai abbandonata alla deriva regionalistica. L’unica volta in cui compare il termine paesaggio è laddove si chiarisce che “puntare sulla cultura” significa integrare “arte e paesaggio”: quasi fosse un compito ancora da intraprendere. In un paese dove l’opera delle generazioni che ci hanno preceduto ha saputo costruire, nei secoli, una delle più armoniche integrazioni al mondo di arte e paesaggio, appunto.

Se è vero che è ingenuo pretendere analisi approfondite da documenti elettorali, la pochezza di queste righe lascia ugualmente sconcertati. Elementi di superficialità e genericità ricorrono in altri paragrafi del manifesto, ma qui ci troviamo di fronte ad una sorta di estraneità culturale ai principi costituzionali rappresentati nell'art. 9. Nessuno pretendeva soluzioni innovative e articolate o strategie pronte per l’uso: la materia è complessa e la situazione difficilissima. Ma proprio per questo ci saremmo aspettati, appunto, il richiamo alla necessità – urgentissima – di una nuova politica per i beni culturali.

Una politica la cui mancanza, ormai da molti lustri, è causa prima del disastro in cui ci troviamo. Che l’Agenda Monti non ne senta il bisogno, sottolinea senza scampo che, così come è avvenuto per l’ultimo anno, patrimonio culturale e paesaggio sono relegati, in questa visione, ad un ruolo di totale irrilevanza: accessori estetici un po’ (troppo) costosi , utili tutt’al più all’aumento dei flussi turistici.
La presenza latitante di un Ornaghi al Collegio Romano diventa, in questo quadro, del tutto pertinente.

Bologna, 25 dicembre 2012
"L'Agenda Monti":Cambiare l'Italia, riformare l'Europa

Indovinare se Berlusconi si presenterà o meno, quale leader del centro-destra, alle prossime elezioni rappresenta uno deiIndovinare se Berlusconi si presenterà o meno, quale leader del centro-destra, alle prossime elezioni rappresenta uno dei misteri gloriosi del momento politico italiano, visto che chi racchiude l'arcano non sa egli stesso che cosa farà domani. Incertezze della squallida scena nostrana, che dopo momenti di ripresa e addirittura di entusiasmo popolare per le vicende della politica (primarie del centro-sinistra ), ripiomba nel solito confuso tran tran. Naturalmente non ci tormenta più di tanto il ritorno in scena del vecchio e torbido padrone della vita politica italiana. Certi miracoli non sono più replicabili. Gran parte della borghesia italiana e quel frammento di potere-ombra che ha sede entro le mura del Vaticano hanno dovuto ormai da tempo voltargli le spalle. Senza dire che un po' di senso della decenza si è fatto strada anche nelle coscienze di chi, per odio contro la sinistra, per superficialità, per antica abiezione morale lo aveva sin qui osannato. Ma il breve ritorno in scena di Berlusconi, le sue apparizioni televisive, sono bastate per anticiparci i lineamenti di uno scenario possibile: per farci comprendere la potenza eversiva del programma che oggi potrebbe mettere in campo la destra in Italia. Alla trasmissione televisiva Servizio Pubblico del 13 dicembre, l' ex ministro Giulio Tremonti, senza scadere nello sguaiato antioeuropeismo della Lega, ha completato il quadro, mostrando quale nuova miscela potrebbe creare una alleanza di quel che resta del PdL e dintorni con il partito di Maroni. Intanto, si deve far notare come gli uomini che stanno al governo da quasi un paio di decenni sono già in grado di collocarsi perfettamente nel ruolo degli oppositori. Mentre Monti ha messo in atto una delle più feroci manovre antipopolari della storia repubblicana, i suoi stessi sostenitori, coloro che in Parlamento hanno approvato e talora ispirato le sue leggi, ora lo accusano di avere affamato il popolo. Sono già passati dall'altra parte della barricata. Salvo pentirsi il giorno dopo, chiedendo all'accusato di mettersi a capo delle loro schiere. Ma questo a riprova della spregiudicatezza con cui queste figure, senza ideali e senza fedi, sanno muoversi in una situazione di grande confusione.

C'è tuttavia un punto dei motivi programmatici fatti balenare dal centro-destra che genera allarme: la rivendicazione della autonomia e della dignità nazionale di fronte alla proterva configurazione oligarchica dell'Unione Europea. Tale tema è infatti destinato a un grande successo popolare nei prossimi mesi e anni. Perché, come dovrebbe essere evidente, il progetto europeo ha perso tutte le seducenti idealità da cui era stato accompagnato alla sua nascita, e oggi – come ha mostrato Barbara Spinelli in un perfetto articolo su Repubblica del 12 dicembre – appare responsabile dei più gravi problemi che gravano sul Vecchio Continente. L'Unione è diventata una gabbia di ferro, un ristretto ufficio di ragioneria, che tiranneggia con le sue manovre finanziarie gran parte delle popolazioni dei vari stati.

Ebbene, allo stato attuale non credo che il centro-destra sia nelle condizioni di imbastire in poco tempo una campagna elettorale di tipo nazional-populista in grado di condurlo alla vittoria elettorale. Questo pericolo non è immediato, ma può assumere ben altre dimensioni e forza più avanti, una volta che un governo di centro-sinistra si sia insediato al potere. A fare temere l'evolversi di una tale disastrosa prospettiva sono molti elementi del quadro presente. Intanto la situazione economica. E' davvero singolare come i fenomeni economici, a partire dal 2008, si siano svolti sotto i nostri occhi secondo le sequenze che Marx aveva descritto nelle crisi del suo tempo. «La crisi stessa scoppia dapprima nel campo della speculazione e solo successivamente passa a quello della produzione». E infatti è occorso del tempo prima che dal disordine finanziario si passasse alla vita delle imprese, dalle imprese alla società e ai lavoratori. Ma ai meccanismi per così dire spontanei della crisi si aggiunge oggi la politica di austerità, che replica le cause profonde della crisi stessa e continua ad alimentarla. Così non stupisce che ormai da anni quasi ogni mese ci riserva una “rivelazione”. Un giorno è la notizia del calo del Pil , un altro ci annunzia la riduzione della produzione industriale, un altro ancora il crollo dei consumi. In questi giorni, oltre il record del debito pubblico, che ha sfondato il muro storico dei duemila miliardi (chi dà un premio a Mario Monti, salvatore della patria, per tale risultato?) l'Istat ci ha informato che la disoccupazione ufficiale ha superato l' 11%, la Banca d'Italia ci comunica che la disuguaglianza dei redditi familiari è ancora cresciuta e che un 10% delle famiglie si gode il 45% della ricchezza nazionale. Purtroppo, chi crede che le rivelazioni finiscano qui si sbaglia. Perché nei prossimi mesi noi avremo le notizie quotidiane delle migliaia di cassiintegrati che diventano disoccupati, dei lavoratori precari che perdono anche l'occupazione provvisoria, delle famiglie indebitate che non possono pagare più il debito, delle imprese che chiudono perchè non ricevono credito e non sanno a chi vendere i loro prodotti. Il tempo prossimo che ci attende peggiorerà una situazione già pessima, perché esso non lavora per noi, ma per dispiegare interamente i meccanismi di distruzione della crisi e della politica di austerità. Solo chi mente dice che l'uscita dal tunnel è prossima. E ricordo che la storia di queste menzogne, raccontata con ridicola protervia da schiere di economisti e uomini politici, inizia già a un anno dall'esplosione della crisi, nel 2009. Si potrebbe scrivere un'antologia di queste fandonie, che segnano un'apoteosi di profezie fallimentari dell'analisi economica neoliberista.

Ebbene, è difficile immaginare che il vento del disagio sociale che spazza l'Italia si placherà nel 2013. Se il centro-sinistra, com' è probabile, vincerà le elezioni, si troverà a dover fronteggiare una situazione economica e sociale di inedita gravità. Di fronte a tale realistico scenario, a parte la debolezza e la confusione che regna nel campo della sinistra radicale, sgomenta ( ma non stupisce) il traccheggio del PD dopo l'indubbio successo delle primarie. Certo, onestà vuole che si riconosca la difficoltà della situazione in cui si trova questo partito e soprattutto Bersani. Chi fa analisi politica dovrebbe praticare l' esercizio di modestia di immaginare le proprie capacità di manovra calandosi nella posizione del soggetto giudicato. Bersani è oggi tirato dall' alto, dal basso, dal centro, da dentro e da fuori e la sua stessa resistenza è un piccolo miracolo. Ammetto anche che costituisca una saggia pratica politica non lasciarsi andare in astratti proclami rivoluzionari e realizzare poi nei fatti un'opera di giustizia sociale e di redistribuzione della ricchezza. La vera “manovra finanziaria” che il centro sinistra dovrebbe varare. Ma non si può non ricordare che la politica è fatta anche di cose dette, di messaggi, di parole nuove, di visioni che creano consenso ed energia di mobilitazione. Il centro-sinistra è stato premiato con le primarie al di là dei suoi meriti, perché in questo momento le masse popolari democratiche non hanno altro fronte politico-istituzionale in cui esprimere la propria testarda volontà di “prender parte”. In Italia un indomito popolo di sinistra continua a tenere alte le insegne della lotta come in pochi altri paesi del mondo. Ma questo patrimonio di consenso e di fiducia rischia di essere disperso, di trasformarsi in delusione e abbandono se esso non avrà la risposta che si attende: una decisa politica di riduzione delle iniquità che lacerano il paese, di difesa dei beni comuni, del welfare, della scuola e dell'Università, di orgogliosa rivendicazione della sovranità politica del nostro Paese di fronte ai poteri vessatori della finanza e delle istituzioni non elettive della UE. Ebbene, è difficile vedere oggi una tale nettezza di visione, di determinazione politica nel maggiore partito del centro-sinistra. Non scorgiamo la volontà di un raccordo con i popoli e i governi dei Paesi d'Europa messi in ginocchio dagli interessi e dalla superstizione finanziaria della Troika. Sentiamo solo toni dimessi e soprattutto la scarsa rivendicazione della dignità del Paese, dei suoi istituti democratici, che tanti, in Italia e in Europa, vorrebbero sotto la tutela di un uomo, Mario Monti, deputato a rassicurare i poteri finanziari.

Quanta miseria di pensiero c'è in questo universale osanna di un uomo che ha fallito tutti gli obiettivi economici del suo programma! Ma se questo dimesso profilo dovesse diventare anche la sostanza della politica governativa del centro-sinistra, diventa altamente probabile il fallimento dell'alleanza e di tutto il progetto. Un paese che da anni ormai precipita all'indietro sul piano delle conquiste materiali e dei diritti, non si accontenterà di qualche pannicello caldo per lenire le ferite più recenti. Se non si danno segnali significativi di svolta, non solo verrà meno quella spinta di popolo senza la quale non si realizzano gli spostamenti di ricchezza e di potere con cui si esce dalla crisi. Ma il centro-destra avrà a sua disposizione praterie per organizzare la sua riscossa. I risultati elettorali in Giappone sono un ammonimento per tutta la sinistra. Mettere sotto accusa l'ottusità dei dirigenti della UE, rivendicare l'autonomia e la dignità offesa dell'Italia e dei popoli europei, rivendicare meno tasse, darà nuova dignità e linfa vitale al populismo della destra. E' del resto un fenomeno già in atto. Da tempo i dirigenti dell'Unione stanno gettando legna sui mille focolai del populismo accesi in ogni angolo del continente. Ma se il populismo dovesse vincere in Italia, sulla sconfitta del centro-sinistra, contro l'europeismo democratico e progressista, l'edificio della UE rischia il suo definitivo disfacimento.

www.amigi.org. l'articolo è inviato contemporaneamente a il manifesto

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