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Col passare dei decenni si fa sempre più pallido e formale il ricordo dell’esplosione... >>>

Col passare dei decenni si fa sempre più pallido e formale il ricordo dell’esplosione, proprio il 6 agosto del 1945, sessantotto anni fa, della prima bomba atomica americana sulla città giapponese di Hiroshima, seguita, tre giorni dopo, da quella di una simile bomba atomica sull’altra città giapponese di Nagasaki: con duecentomila morti finiva la seconda guerra mondiale e cominciava una nuova era, quella atomica, di terrore e di sospetti, eventi che hanno cambiato il mondo e che occorre non dimenticare.

L’”atomica” era il risultato dell’applicazione militare di una rivoluzionaria scoperta scientifica sperimentale: i nuclei dell’uranio e di alcuni altri atomi, urtati dai neutroni, particelle nucleari prive di carica elettrica, subiscono “fissione”, si frantumano in altri nuclei più piccoli con liberazione di altri neutroni che assicurano la continuazione, a catena, della fissione di altri nuclei. In ciascuna fissione, come aveva previsto teoricamente Albert Einstein (1879-1955) nel 1905, si liberano grandissime quantità di energia sotto forma di calore. Energia che avrebbe potuto muovere turbine elettriche, navi e fabbriche, ma che avrebbe potuto essere impiegata a fini bellici.

La fissione anche solo di alcuni chili dello speciale isotopo 235 dell’uranio, o dell’elemento artificiale plutonio, libera energia con un effetto distruttivo confrontabile con quello di alcuni milioni di chili di tritolo, uno dei più potenti esplosivi disponibili. I danni sono ancora più grandi perché molti frammenti della fissione dell’uranio o del plutonio sono radioattivi per decenni o secoli. Dal 1945 Stati Uniti, Unione Sovietica (l’attuale Russia), Francia, Regno Unito, Cina, India, Pakistan, Israele, hanno costruito bombe atomiche sempre più potenti a fissione, o bombe a idrogeno, termonucleari, nelle quali la liberazione del calore si ha dalla fusione, ad altissima temperatura e pressione, degli isotopi dell’idrogeno, il deuterio e il trizio.

Circa duemila esplosioni sperimentali di bombe nucleari nei deserti, negli oceani, nel sottosuolo, hanno mostrato che cosa una moderna bomba atomica potrebbe fare, se sganciata su una città. Ciascuna potenza nucleare si è dotata di bombe nucleari per avvertire qualsiasi potenziale nemico che, se usasse una bomba atomica, verrebbe a sua volta immediatamente distrutto: la chiamano deterrenza e questa teoria finora ha fatto vivere il mondo con un continuo stato di tensione. L’esistenza delle bombe nucleari ha sollevato proteste finora inascoltate; anzi si può dire che la contestazione ecologica sia cominciata proprio con la protesta contro tali armi.

Con la graduale distensione internazionale, a poco a poco le potenze nucleari hanno cominciato a smantellare una parte delle bombe esistenti. Nel 1986, l’anno della massima tensione, nel mondo esistevano 65.000 bombe atomiche e termonucleari; oggi tale numero è diminuito a circa 17.000 bombe, delle quali alcune migliaia sono montate su missili pronti a partire entro un quarto d’ora dall’ordine. La potenza distruttiva delle bombe nucleari ancora esistenti nel mondo equivale a quella di duemila milioni di tonnellate di tritolo, settecento volte la potenza distruttiva di tutte le bombe impiegate durante la seconda guerra mondiale.

Basterebbe l’esplosione, anche accidentale, di una nelle bombe nucleari esistenti, un atto di terrorismo con esplosivi nucleari, per devastare vasti territori, per uccidere migliaia di persone, per contaminare l’ambiente naturale, le acque, gli esseri viventi con sostanze che restano radioattive per secoli. Un famoso libro di Nevil Shute, L'ultima spiaggia, del 1956 (da cui fu tratto un drammatico film), descriveva la scomparsa della vita dalla Terra in seguito ad uno scambio di bombe nucleari iniziato per errore; il film finiva con il tardivo avvertimento: “Fratelli, siamo ancora in tempo”.
Purtroppo, fino a quando alcune potenze possiedono bombe nucleari, sarà difficile convincere altre (oggi Iran e Corea del Nord, domani chi sa ?) a rinunciare alla costruzione di un loro arsenale nucleare, nell’illusione di scoraggiare l’aggressione da parte di “qualcun altro”. L’unica soluzione consiste nel disarmo nucleare totale, peraltro imposto dall’articolo VI del Trattato di non proliferazione nucleare, firmato da quasi tutti i paesi, ma che nessuno finora si è sognato di rispettare.
Eppure sarebbe anche questione di soldi; le enormi somme, oltre mille miliardi di euro all’anno, che oggi le potenze nucleari spendono per tenere in efficienza, per aggiornare e perfezionare i propri arsenali, anche detratti i costi per lo smantellamento e la messa in sicurezza delle bombe nucleari esistenti e dei relativi “esplosivi”, sarebbero sufficienti per assicurare scuole e ospedali, opere di irrigazione e cibo a chi ne è privo, per estirpare cioè le radici della violenza che è la vera causa delle tensioni politiche e militari internazionali.

Fratelli, non crediate che siano utopie: davvero “siamo ancora in tempo” a fermare il pericolo di un olocausto nucleare molte volte più grande di quello di Hiroshima e Nagasaki, a condizione di chiedere ai governanti di ciascuno e di tutti i paesi della Terra di inserire il disarmo nucleare totale fra le loro priorità di azione politica. Nel nome dei soldi risparmiati, se non gli importa niente della sopravvivenza degli abitanti del pianeta e del suo ambiente naturale.

Mi pare che Ignazio Marino sia partito bene. È stata soprattutto la grande partecipazione...>>>

Mi pare che Ignazio Marino sia partito bene. È stata soprattutto la grande partecipazione di cittadini romani alla notte della via dei Fori, nonostante miserevoli tentativi di boicottaggio, a confermare la bontà dell’iniziativa. Non mi riferisco alla, molto parziale, pedonalizzazione, ma all’idea di collocare l’archeologia al centro della vita moderna. E qui occorre qualche precisazione.

Il Progetto Fori, quello autentico, quello che volevano Antonio Cederna, Luigi Petroselli, Adriano La Regina, prevedeva l’eliminazione della via dei Fori per portare alla luce il complesso archeologico più importante del mondo: i Fori di Cesare, di Augusto, di Nerva, di Traiano che, insieme a basiliche e altri edifici, formavano il centro direzionale dell’impero romano. Ma nell’attuale rilancio del Progetto l’eliminazione della via dei Fori sembra rimossa, mi pare che nessuno dei protagonisti istituzionali, a cominciare dal sindaco, ne parli esplicitamente e sembra che l’obiettivo sia solo la pedonalizzazione integrale da piazza Venezia al Colosseo. Ma così non può essere, il Progetto Fori non può essere la folla che passeggia lungo la strada voluta da Benito Mussolini.

Serve una breve ricostruzione storica. Negli anni Trenta del secolo scorso, nell’area da piazza Venezia al Colosseo fu perpetrato il più vasto e grave degli sventramenti fascisti perché Roma avesse al suo centro una strada adatta alle grandi parate militari, in uno scenario che doveva celebrare la continuità fra l’impero romano e il regime di Mussolini. Fu scelto un tracciato «dritto come la spada di un legionario» e i lavori furono condotti a ritmo di record (dall’ottobre 1931 all’ottobre 1932). Fu raso al suolo un grande quartiere di impianto cinquecentesco e furono ridotte in polvere almeno cinque chiese, lo splendido giardino di Palazzo Rivaldi, case e palazzi per oltre cinquemila vani e gli abitanti furono deportati in borgata. Appena tornati alla luce, i resti dei fori furono subito sepolti sotto la nuova via dell’Impero (così fu chiamata all’inizio l’attuale via dei Fori imperiali). Da allora, il più importante complesso archeologico del mondo è spaccato in due da un incongruo nastro d’asfalto.
Si deve a Leonardo Benevolo il primo studio che mise in discussione quella strada: nel libro Roma da ieri a domani, del 1971, propose per il centro storico della capitale di conservare gli edifici antichi, di demolire invece molti di quelli costruiti dopo l’Unità, e di sostituire con spazi verdi gran parte delle strade formate a seguito degli sventramenti post unitari. Sette anni dopo, nel dicembre del 1978, il soprintendente archeologico Adriano La Regina riprese il tema, denunciando le drammatiche condizioni dei monumenti corrosi dall’inquinamento, e introdusse allora, per la prima volta, una diretta connessione fra destino dell’area archeologica e assetto urbanistico della parte centrale della città.

La cronaca dei primi passi della proposta e dell’interesse che riscosse in Italia e all’estero è stata raccontata da Italo Insolera e Francesco Perego nel libro Archeologia e città. Storia moderna dei Fori di Roma dove sono raccolti i documenti, le testimonianze e le immagini fondamentali della vicenda dal 1870 al 1983. Per Insolera e Perego l’operazione Fori propone «una sintesi ambiziosa quanto inedita tra il patrimonio archeologico e il tessuto urbano che lo circonda: l’“antico” non è più inteso come “monumento”, né come quinta evocatrice di illustri memorie, ma come parte storica potenzialmente equiparabile ad altre parti storiche – medievali, rinascimentali, barocche – che la città non ha mai smesso di usare».

Il sindaco Giulio Carlo Argan, gli assessori Vittoria Calzolari e Renato Nicolini si schierano subito con La Regina e la sua proposta di realizzare un grande parco archeologico dai Fori fino all’Appia Antica, allontanando il traffico automobilistico, «uno degli elementi più deturpanti della città». Ma a imporre l’archeologia e il Progetto Fori al centro del dibattito politico e culturale fu l’elezione a sindaco di Luigi Petroselli (il 27 settembre 1979), quando Argan si dimise. L’idea-obiettivo che guidò l’azione di Petroselli era di accorciare le distanze fra il mondo marginale delle periferie e la città riconosciuta come tale, e perciò voleva che anche la storia dell’antica Roma non fosse patrimonio solo degli studiosi ma di tutto il popolo di Roma, anche quello più sfavorito. Sospinto dall’entusiasmo di Petroselli, il recupero dei Fori diventò l’insegna del rinnovamento della capitale, mobilitò le migliori energie, raccolse un consenso vastissimo, dalle autorità di governo alla grande intellettualità internazionale, dagli abitanti delle borgate che si stavano risanando a coloro che partecipavano all’Estate romana di Renato Nicolini.

L’esordio di Petroselli sui problemi dell’archeologia fu la decisione di smantellare via della Consolazione che da un secolo separava il Campidoglio dal Foro romano. Subito dopo il Comune deliberò l’eliminazione del piazzale che separava il Colosseo dall’arco di Costantino e dal resto del complesso Foro-Palatino. Si ricostituì così l’unità Colosseo-Foro Romano-Campidoglio e la continuità dell’antica via Sacra. L’elaborazione del progetto fu accompagnata dall’esperienza delle domeniche pedonali di via dei Fori cominciata senza grande clamore il primo febbraio del 1981, e continuata nelle domeniche successive, con crescente partecipazione popolare, nello stessa clima festoso dell’Estate romana. (E l’altra notte sono tornati alla memoria brandelli commoventi di quella stagione).

Mi pare importante ricordare che a favore del Progetto Fori si schierò subito Il Messaggero, diretto da Vittorio Emiliani. Il quotidiano diventò un protagonista dell’operazione, lo stesso quotidiano che oggi dà la linea alla destra. Allora all’opposizione stava solo Il Tempo, che all’avvicinarsi delle elezioni del maggio 1981 cominciò a insinuare che la chiusura di via dei Fori fosse suggerita più da odio al fascismo che dall’esigenza di risolvere problemi archeologici o urbanistici.

Ma improvvisamente, il 7 ottobre del 1981, solo due anni dopo la sua elezione, Petroselli morì, a quarantanove anni. Con lui cominciarono a morire il Progetto Fori e l’immaginazione al potere, e cominciò la crisi della città pubblica, sostituita dall’urbanistica contrattata, drammaticamente incollata alla concretezza degli affari. Con la scomparsa del sindaco, veli sottili di opportunismo e di circospezione avvolsero lentamente il progetto, e anche importanti intellettuali (tra gli altri, Federico Zeri, Cesare Brandi, Luca Canali) ne presero le distanze. I tempi si prolungarono all’infinito. Il parco archeologico centrale a mano a mano perse attendibilità, fu spostato nel novero delle cose molto difficili, poi impossibili, infine svanì nel nulla.

Nel 1993, dopo la sconfitta del 1985, la sinistra tornò in Campidoglio con Francesco Rutelli (sindaco dal 1993 al 2001). Poteva essere la grande occasione per riprendere le idee di Petroselli. Ma la svolta non ci fu. Anzi Rutelli si dichiarò contrario all’eliminazione della via dei Fori. Una strada che intanto – a seguito dei provvedimenti dell’assessore Walter Tocci per la drastica riduzione del traffico di attraversamento e per l’inserimento della via nella zona a traffico limitato – ha finito con l’assumere un aspetto insensato per l’esubero dello spazio impegnato dalla viabilità. Nel 1996, ripresero comunque gli scavi ai lati della via dei Fori, ma non ci si preoccupò di dar loro un disegno compiuto. Venne anche ripetuta l’esperienza delle domeniche pedonali, ma la chiusura definitiva della strada alle automobili fu rinviata alle calende greche.

Un autorevole stop al Progetto Fori è stato imposto nel 2001 con un decreto di vincolo monumentale che congela lo stato di fatto dalla via dei Fori e dintorni fino alle terme di Caracalla. La sistemazione voluta da Mussolini è presentata come «un’immagine storicamente determinata che rappresenta il volto della Capitale laica per tanti anni ricercato e finalmente, come sempre e ovunque, nel bene e nel male, raggiunto». Un vincolo posto con un decreto ministeriale si rimuove con un altro decreto ministeriale. Ma non è questo il problema. Il problema è che il vincolo sulla via dei Fori è evidentemente un prezzo pagato alla cultura della destra nostalgica. Una cultura, soprattutto a Roma, non certamente minoritaria, e attiva nelle articolazioni della società. Non mi pare che serva adesso uno scontro ideologico, serve invece un’azione culturale diffusa e convincente, che faccia leva sull’assoluta modernità del progetto Fori. Nel senso che non si tratta di un’(impossibile) operazione antistorica di ripristino dell’assetto spaziale precedente agli anni del fascismo ma, al contrario, di partire dalla sistemazione degli anni Trenta per realizzare, nel migliore dei modi, un nuovo e autentico rapporto con i più famosi resti dell’impero romano, considerando l’archeologia una componente vitale della città contemporanea, ecologica e pedonale.

Tutto ciò impone un lavoro, non facile e forse non breve, che coinvolga le università, le scuole di ogni ordine e grado, la stampa, le istituzioni scientifiche di altri paesi presenti a Roma, eccetera. Un lavoro che soprattutto mobiliti i cittadini romani per farli partecipare da protagonisti alla costruzione della nuova immagine della capitale. La grande partecipazione dell’altra notte è stata una magnifica conferma che la Roma democratica e popolare, cioè la stragrande maggioranza dei cittadini, è d’accordo con il Progetto Fori. Allora, coraggio, andiamo avanti. Non credo che ci sia un problema di risorse finanziarie, serve in primo luogo l’impegno delle persone giuste, cominciando da due amministratori che da sempre sono stati a favore del Progetto: l’archeologo Rita Paris e l’e l’assessore all’urbanistica Giovanni Caudo.


L'articolo è inviato contemporaneamente al manifesto
«La questione della rendita urbana, i modi della proprietà e dell’uso del suolo, il rapporto tra la proprietà privata e il governo pubblico del territorio restano attuali e temi cardine per ragionare se c’è un futuro». A cinquant'anni della proposta di riforma di Fiorentino Sullo”, un convegno ad Alghero, 19-20 Settembre 2013.

Scivolano senza gran trambusto, tra lo scorso e quest’anno, i tondi anniversari di due crocevia dell’urbanistica italiana: settant’anni dellalegge urbanistica e cinquanta della proposta di riforma di Fiorentino Sullo. Duecrocevia: la legge urbanistica – tuttora sostanzialmente in vigore sullo sfondodelle leggi regionali – per aver gettato le fondamenta della pianificazione inItalia; la riforma Sullo – fallita – per aver proposto un radicale ribaltamentodei rapporti di forza tra la proprietà privata dei suoli e il governo del territorio,attraverso uno schema di appropriazione pubblica della rendita urbana.

Da allora di tempo e di ‘regimi politici’ assai diversi nesono passati. E le prassi di pianificazione, i mutati contesti economici e un incalzantefederalismo urbanistico hanno offerto occasioni e pretesti per cospicue e avolte divergenti innovazioni di norme, tecniche e pratiche di governo delterritorio. Si potrebbe dunque pensare che si tratta di due ricorrenzeda antiquariato, che molti dei temi che animarono il dibattito in quei due momentistorici non siano più sul tappeto, che molte questioni allora di fondo siano statecol tempo superate o risolutivamente sistemate.
A noi invece non pare così. La questione della renditaurbana, i modi della proprietà e dell’uso del suolo, il rapporto tra laproprietà privata e il governo pubblico del territorio restano attuali e temicardine per ragionare se c’è un futuro per una nuova legge urbanistica e suquale potrebbe essere un ragionevole quadro di competenze nel governo del territorio. Anche se assieme adessi occorre fare i conti con le competenze degli enti locali, con ladisciplina del paesaggio e con questioni ambientali, di gestione dei benicomuni, di riqualificazione urbana e di fiscalità locale.

Per ricordare le due ricorrenze, ma soprattutto per ragionareinsieme delle prospettive, vogliamo invitare i lettori di eddyburg.it ad Alghero,i giorni 19 e 20 Settembre per il convegno “A cinquant'anni della proposta diriforma Sullo. Politiche del territorio e regimi di pianificazione”,co-organizzato dal Centro Interuniversitario di Ricerca per L'analisi delTerritorio di Bari e dal Dipartimento di Architettura Design e Urbanisticadell'Università di Sassari.
Il programma e l’invito a presentare proposte di interventi,aperto sino al 15 Agosto, sono disponibili sulla pagina web del convegno.

La dichiarazione di intenti del Sindaco sviluppista di Bosa – trecentomila metri cubi in una bella cittadina che già ne ha qualcuno di troppo... >>>

La dichiarazione di intenti del Sindaco sviluppista di Bosa – trecentomila metri cubi in una bella cittadina che già ne ha qualcuno di troppo – provoca dolore. Sì, è doloroso ascoltare la vecchia favola della felicità attraverso il cemento, la redenzione attraverso il golf, avvilente sentire che trecentomila metri cubi “si adagiano” sui luoghi con le “parole d’ordine: qualità, eleganza, bellezza”, che a Bosa faranno “colloquiare le valenze ambientali e strategiche presenti nel contesto” mentre i villaggi e le seconde case deserte ormai non colloquiano più con nessuno, mentre rimbomba il frastuono dei crack che trascinano con sé intere comunità.

Il borgomastro di Bosa, asserragliato in una macchina del tempo, propone ai suoi cittadini di dare via perle in cambio di fondi di bottiglia e ci assicura che con trecentomila metri cubi “adagiati” qua e là saremo moderni, verdi e sostenibili. Disegna nell’aria posti di lavoro. Golf e grifoni. Golf e miniere. Golf e malvasia. E lacera – lui che dovrebbe unirla – la sua comunità per un progetto drammatico chiamato “Colores”.

Condotte immobiliare possiede 337 ettari nel territorio di Bosa. A Tentizzos-Sa Miniera, 247 ettari lungo la Bosa Alghero, una delle strade più belle dell’isola, preparano un torrido campo da golf sul mare e 75.000 impalpabili metri cubi. A Campu e mare, 17 ettari, “adagiano” 217.000 metri cubi di brutta edilizia abitativa. A Sa Sea, 73 ettari, 25.000 soavi metri cubi e alberghi che grondano stelle.

L’astuzia consiste nel tentativo di spostare a Tentizzos-Sa Miniera, dove le leggi lo vietano, un’enormità di metri cubi già autorizzati in un'altra parte. E così il Sindaco annichilerebbe tre siti al costo di uno. Un primato. Ma è un’astuzia scadente.

Ovvio che non si possa detestare l’azione di costruire in sé, ma quando costruire è un mezzo per il profitto di pochi e sperpera il bene non ripetibile della bellezza, quando costruire diviene un’azione priva di filosofia e assomiglia al gioco delle tre carte, allora la critica, il “No” e l’opposizione diventano necessari.

Il golf è salutare. Però diventa una malattia quando diciotto buche portano con sé 75.000 metri cubi. Tanto più in un luogo sublime dove ogni norma lo vieta. Lo proibiscono il piano urbanistico comunale, il Piano paesaggistico regionale, norme europee e il buonsenso. Lo sport non è il golf, lo sport è costruire. E il principio è più buche, più cemento. Però il Sindaco di Bosa dice di crederci. E coltiva una pericolosa ostilità tra chi non vuole cemento e una minoranza legata a interessi locali. I nostri Mazarò che accumulano “roba” e con la roba se ne andranno all’altro mondo avvinghiati ai loro metri cubi.

Per risolvere la crisi di un sistema morente basterebbero campi da golf e cemento sparso nei luoghi più belli? Il decotto anti-crisi del Sindaco farebbe sorridere se non fosse tossico. Dare mattoni all’agonizzante mercato del mattone è come dare droga a un drogato.

Le cicale sarde sono voraci come le altre o anche di più e a forza di spingere carriole di mattoni rimarremo poveri per sempre. Cura, cura amorevole dei luoghi è l’unico possibile investimento. La cura conserva la bellezza e crea un benessere duraturo che non oscilla quando oscillano i mercati lontani.

Il Sindaco metrocubista chiede le mostrine dell’Unesco ma sostiene il progetto del golf e cemento. E sogna che il Piano paesaggistico venga cancellato, che la legge sul golf non sia bocciata dalla Corte Costituzionale, che Bosa modifichi in peggio il suo piano urbanistico e che scompaia il vigoroso movimento civile che gli si oppone.

Protegga Bosa, il Sindaco, sostenga le leggi che la difendono, riunisca la sua comunità. E nella piccola storia locale conserverà una buona memoria di sé. Sennò lo ricorderemo come un flagello, tra i tanti, di Bosa e dell’isola.

E così, da oggi è cominciato il grande esperimento della pedonalizzazione di via dei Fori Imperiali >>>

E così, da oggi è cominciato il grande esperimento della pedonalizzazione di via dei Fori Imperiali, preannunciato dalla kermesse di ieri sera, simbolica per molti aspetti. A partire da una gestione per così dire approssimativa che, ad esempio, non ha saputo impedire la gazzarra ostentata da Alemanno sul problema delle discariche (come dicono nell'Urbe quelli educati, 'la faccia come il gomito'): défaillance che interroga non solo l'organizzazione capitolina della serata, ma la stessa Questura, beatamente ignara di quanto si stava preparando in un luogo affollatissimo e potenzialmente a rischio incidenti.

Tutta la serata si è tenuta in realtà in bilico fra qualche banalità istituzionale, momenti di passione, un po' di contorno di inutile vipperia gestita dalla presentatrice di sinistra di prammatica e, per fortuna, una debordante partecipazione popolare. Perché erano veramente tanti i cittadini romani venuti a sfidare la sfiancante afa della capitale: volevano sapere, capire qualcosa di più di quel 'progetto Fori' che si riaffaccia dopo oltre trent'anni nell'agenda politica della capitale.

Divenuta il fiore all'occhiello della campagna elettorale di Ignazio Marino, la ripresa del progetto di Petroselli, Cederna, La Regina, ha innescato, da subito, una discussione aspra. I critici, per lo più dalle colonne del Messaggero, degno erede de Il Tempo degli anni '80, il tempio dei 'romanisti' anticederniani, hanno riciclato i temi dell'intangibilità di via dei Fori Imperiali, come se l'urbanistica del ventennio si celebrasse difendendo un massacro storico archeologico, quale fu la costruzione della strada, e non piuttosto tutelando adeguatamente i monumenti dell'EUR, dove, ad esempio, il Palazzo della Civiltà italiana, come raccontano le cronache di queste settimane, è in corso di privatizzazione, senza che questo susciti il benché minimo frisson da parte dei difensori dell'ex via dell'Impero. Pur di fronte all'evidente stato di degrado e di illeggibilità storica dell'intera area centrale, si è utilizzata l'intera panoplia del 'benaltrismo': ci vuol altro per recuperare il degrado di Roma, meglio cominciare dalle periferie, ecc. ecc. ecc.

In questa querelle il nome di Antonio Cederna è stato spesso evocato, dall'una e dall'altra parte, spesso a sproposito. Sia per palesi ragioni di faziosità, sia per conclamata ignoranza, come è apparso evidente anche ieri sera, vista la presenza, sul palco, di un rappresentante di quell'Istituto di Studi Romani che 30 anni or sono contrastò il 'progetto Fori' con i più beceri argomenti della retorica criptolittoria.

Dall'una e dall'altra parte, nella discussione odierna, si dimenticano le ragioni profonde del 'progetto Fori', urbanistiche prima che archeologiche. E sociali, perché nella visione di Petroselli soprattutto, quel parco archeologico, che si allargava da Piazza Venezia all'Appia antica, aveva innanzi tutto la funzione di riconciliare i cittadini romani, a partire da quelli delle periferie più degradate, con la storia della loro città, con quella città che li aveva espulsi e condannati a condizioni di vita urbana incivili. Quel parco, come ci ha spiegato anche recentemente Vezio De Lucia, doveva costituire il momento di riscatto di una città per troppo tempo governata esclusivamente dagli appetiti fondiari, la risarcitura, in nome della cultura e della storia, di una città lacerata dalla speculazione. Che poi questo comportasse la valorizzazione - tramite lo studio e la ricerca - della più importante zona archeologica del mondo, era effetto non secondario.

Delle molte critiche al 'progetto Fori', le uniche che meritano speciale attenzione riguardano la sottolineatura della complessità del progetto sia dal punto di vista archeologico che da quello della gestione successiva dell'intera area. È senz'altro vero che l'archeologia italiana nel suo insieme viva in effetti una fase piuttosto oscura (Pompei docet), per cui è lecito domandarsi se davvero esistono le energie culturali per un progetto di questo tipo che rappresenta una sfida ben diversa da uno scavo archeologico per quanto vasto e complesso. Nella stessa direzione, per gestire nel tempo l'area prefigurata, occorrono capacità e competenze culturali, istituzionali, amministrative e politiche che solo con molto ottimismo si possono accreditare a certi settori dell'attuale classe dirigente capitolina: basti per tutti l'infelice uscita della neo assessora alla cultura sulla necessità di un manager per il parco dei Fori.

Occorrerà uno sforzo enorme e la collaborazione di molte energie e competenze, anche di quelle dei critici di buona volontà. Però ieri sera, quando nella notte romana è apparso il video di Renato Nicolini che spiegava, in un minuto e mezzo, le ragioni - così evidenti, così importanti, così definitive - del 'progetto Fori', l'applauso finale di tutti noi ha in qualche modo sancito la necessità di quell'idea, per quanto difficile e tortuoso ne sia il percorso. Perché la cialtroneria devastante con cui Roma ci esaspera, è pur sempre superata dalla sua infinita bellezza.

L'articolo è inviato contemporaneamente a L'Unità on-line, blog "nessundorma"

La recente inaugurazione del QuartiereLe Albere a Trento, progettato da Renzo Piano, riportainevitabilmente a riflettere su di un tema antico quanto attuale:l'intimo, imprescindibile e contrastato rapporto tra urbanistica earchitettura. Il nuovo quartiere, come del resto molti altri suoicugini europei, sembra affermare con forza il fallimentodell'urbanista, almeno nell'accezione canonica invalsa nell'ultimosecolo, e consolidare invece la figura dell'architetto quale soggettoefficace ed unico della trasformazione e progettazione urbana, lavittoria della disciplina architettonica su quella urbanistica.
Gli edifici sono belli,contestualizzati, funzionali, tecnologicamente all'avanguardia, inlinea con i più avanzati standard di sostenibilità dei consumi masono molto più interessanti, e qui l'oggetto della riflessione, lesoluzioni prospettate a scala urbanistica ed urbana: divisione deiflussi carrabili e pedonali, elevata dotazione di standard (nel casodei parcheggi opportunamente integrati e collocati negli interrati,diversamente peraltro da quanto fatto dallo stesso Renzo Piano nelcentro commerciale di Nola), un qualificato e progettato spaziourbano, mixitè di funzioni dove il centro commerciale della grandee media distribuzione trova il modo di coesistere con residenze eduffici, senza dover essere esiliato in un macro-lotto di periferiacircondato da un deserto di parcheggi, insomma la creazione di unpezzo di città e non di una addizione periferica.
Alla base di tutto questo unacostruzione architettata, prima che architettonica, del progetto dicittà, dove le diverse discipline – dall'arredamentoall'urbanistica passando per la composizione, la tecnologia e laprogettazione ambientale – sono attraversate e sorrette daun'ossatura indispensabile: l'idea di città, ciò che Aldo Rossidefiniva il “fatto urbano” (Rossi 1978),
Il quartiere trentino non è certo ilprimo esempio di un tale atteggiamento, lo stesso Renzo Piano avevagià dimostrato simili capacità nella reinvenzione dellaPotzdammerplatz a Berlino o nella Cité Internationale di Lione enumerosi potrebbero essere gli analoghi interventi di altri autorisparsi un po' per tutta l'Europa. Esempi iper pubblicati, apprezzatidalla critica come dal grande pubblico, visitati, partecipati,divenuti cartoline dalla città contemporanea, mete turistiche,monumenti creati grazie anche all'accelerazione storica dellasub-modernità (Augè). Linguaggi criticabili, perfino in certicasi patologici ma sicuramente compresi.
Dall'altra parte l'urbanistica: avvoltanel groviglio normativo, nei regolamenti perequativi, nella codificadi procedure, nelle zonizzazioni. Un'urbanistica arroccata in unlinguaggio di settore, tecnicista, parametrizzata, della quale èdifficile capire il fine; talmente lontana dalla comunità che ècostretta a inventare strumenti normativi per indurre fenomeni dipartecipazione che in passato sarebbero stati, al contrario, dacontenere in intensità. Un' urbanistica strangolata da una politicamatrigna incapace di realizzare una città attraverso una propriaidea di città (Rossi). Un'urbanistica difficile da comprendere eancora più difficile da comunicare.
Viene allora da chiedersi cosa nonabbia funzionato, quali siano le motivazioni di una simile alternanzadi fortune. Se esse siano di natura ontologica, legate alla categoriefondamentali dei fenomeni, oppure se al contrario debbano essereimputate ad una contingenza, ad un aggrovigliamento evolutivo, ad unaerrata declinazione della disciplina in rapporto alle esigenze edalle aspettative della società contemporanea.
La fortuna degli architetti tenderebbein prima analisi a confermare la natura individuale dei fatti urbani(Rossi), la necessità di operare una scelta demiurgica seguendopercorsi e metodi di natura prettamente artistica. Sarebbe peròdifficile da giustificare in questa visione - se non come fortunataeccezione - la grande produzione dell'urbanistica che, a partire dadalla metà del 700 fino al movimento moderno, è stata il luogodelle grandi speranze sociali (Benevolo), delle tecniche e dellescienze che incontrandosi hanno dato vita alle grandi vette delladisciplina.
E' forse più probabile allora chequalcosa non abbia funzionato nel percorso evolutivo, che la stradaimboccata ci stia portando agli esiti evolutivi del pavone chesviluppando la sua bellissima coda si è reso facile vittima deisuoi predatori. I problemi di linguaggio, o meglio di comunicazione,che affliggono l'urbanistica e la rendono distante dall'interessedelle masse, potrebbero essere allora ricondotti ad una nuovaspeciazione che sta interessando la pianificazione, unarisuddivisione dei saperi e delle discipline che tendono aspecializzarsi ed evolversi secondo metodi, approcci e linguaggidifferenti.
Apporti disciplinari parziali, semprepiù perfetti quanto più distanti dall'obiettivo ultimo chedovrebbe essere l'uomo e lo spazio entro il quale vive, distantidall'esperienza sensibile dei non addetti ai lavori. “E' importantesoltanto ciò che può essere visto: dunque la singola strada, lasingola piazza” affermava più di un secolo fa Camillo Sitte(Sitte).
Il superamento dell'illusione moderna eil successivo riconoscimento della complessità dei fenomeni urbanie territoriali ci ha invece spinti ad una nuova separazione perparti, che possano essere sondate attraverso gli strumenti dellescienze pure e poi ricomposte, per addizione, in un corpo unico,mediante procedure codificate divenute esse stesse più importantidi ciò che legano; la ricerca di una “unità facile”, daottenersi attraverso un processo esclusivo e non di una “unitàdifficile” frutto di un processo inclusivo (Venturi).
Ciò che prima era legato da rapportiarmonici ed integrati appare oggi come una sovrapposizione divirtuosismi di singoli strumenti in una sinfonia cacofonica didifficile comprensione. Gli strumenti dell'urbanista, affinati esviluppati scientificamente, divengono in questo quadro il fine e nonil mezzo, assumono lo status di discipline autonome e vengono spessoscambiati dal grande pubblico per l'urbanistica “vera”.
Se la figura dell'architetto è bennota, apprezzata e popolare tanto da essere spesso caricaturizzata(si pensi all'archistar Fuffas di Maurizio Crozza), l'urbanista èqualcuno che stenta a trovare una sua precisa collocazionenell'immaginario collettivo, a cavallo tra fumose visioni di tipopolitico-burocratico o scientifico- accademiche.
Da una partel'urbanista-professionista, incaricato dalla Pubblica Amministrazionedi redigere i piani, visto come un legislatore, un produttore dinorme edilizie, un politico (o un politicizzato) più che come ilprogettista della città e del territorio; dall'altra l'accademico,lo scrittore, lo scienziato impegnato nello studio e nelladefinizione di evoluti sistemi di analisi e di sintesi. Entrambi conlinguaggi comunque distanti dai cittadini, dagli abitanti: il primoadoperante il difficile lessico della norma, della giurisprudenza,delle sentenze e delle leggi sovraordinate che sembrano sempretogliergli lo spazio di manovra e il secondo concentrato, spesso,nell'esercizio di quei virtuosismi strumentali e settoriali che nonsempre conducono all'armonia; comunicatore di parti di un tutto,apprezzabili solo da esperti. Una bipartizione che del resto siriscontra effettivamente nell'urbanistica contemporanea, dove lapratica ordinaria sembra non comunicare abbastanza con il mondoaccademico e viceversa.
Gli urbanisti si comportano insommacome un negoziante che nel vendere un televisore, invece di elogiarela qualità dell'immagine trasmessa, si lanciasse in una dottadisquisizione sulle caratteristiche del silicio con cui sono fatti imicro-chip interni: gli esiti commerciali e l'interessedell'acquirente non sarebbero troppo diversi da quelli che siriscontrano oggi di fronte alle tematiche urbanistiche.
E forse opportuno allora ricondurre ladiscussione urbanistica su temi concreti, sul modello di sviluppodella città del futuro e sulle sue sfide - come di recente ha fattoCino Zucchi intervistato sulle pagine di Repubblica - magarianche sull'utopia (vedi la postilla di Fabrizio Bottini al citatoarticolo), sulle “singole strade e singole piazze” di Sitte,sullo spettro sensibile entro il quale si muovono - sempre enaturalmente “in variante” - gli architetti. Dimostrare come ilrigore e la ricchezza scientifica dei nuovi strumenti di analisipossa incidere, grazie alla sintesi dell'urbanista, sulle persone,sul loro spazio di vita, sulle uguaglianze e differenze di cui parlanel suo ultimo libro Bernardo Secchi (Gregotti, 2013); come l'urbanistica sia il terreno fertile dove fargermogliare le diverse discipline, scientifiche, sociali, ambientalie di qualsiasi altra natura, che ne costituiscono le componenti.
Esiste infine una terza spiegazioneall'incomunicabilità tra abitanti e urbanisti (ma non ci piace) ecioè che gli spazi pubblici, la città, non sia più cosìcentrale nella formazione civica e politica degli abitanti, che nesia solo una componente (Amin 2008); che la sfera pubblica possasvilupparsi in luoghi virtuali (Crang, 2000) e che la nostraesperienza collettiva possa evolvere senza luoghi e senza spaziopubblico, senza urbanisti e, forse, senza architetti.
Riferimenti bibliografici
Amin A. (2008), "Collective Culture andUrban Pubblic Space", in Cities, vol. 12, I.
Augè M. (2004), Rovine e Macerie, ilsenso del tempo, Bollati Boringhieri.
Benevolo L. (1963), Le originidell'Urbanistica moderna, Laterza.
Crang. M. (2000), "Pubblic Space, UrbanSpace and Elettronic Space: Would the Real City please Stand Up?" in Urban Studies, vol. 37.
Gregotti V. (2010), Tre forme diarchitettura mancata, Einaudi.
Gregotti V. (2013) "Città più grandie più ingiuste", Corriere della Sera 03/08/2013

Moroni S. (2013), La città responsabile, Rinnovamento istituzionale e rinascita civica, Carocci editore.
Piccoli C. (2013) "La città ristretta", intervista a Cino Zucchi, la Repubblica 30/06/2013
Rossi A. (1978), L'architettura della città, Città Studi edizioni.

Secchi B. (2000), Prima lezione di urbanistica, Laterza.
Secchi B. (2013), La città dei ricchi e la città dei poveri, Laterza.
Sitte C. (1889), Der Stadtebau nach seinen kunsterlischen Grundsatzen, ed. ital. a cura di Luigi Dodi (1953) L'arte di Costruire la città, Vallardi editore.
Venturi R. (1966), Complessità e contraddizione in architettura, Edizioni Dedalo.

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uno dei più importanti film della storia, quando il giovane Benjamin Braddock (un grande Dustin Hoffman) torna a casa dopo la laurea, tutti si preoccupano del suo avvenire e di come farlo sposare con la figlia del socio del padre. Il solerte amico di famiglia, il signor McGuire, lo prende da parte e gli dice: "Benjamin: ti dirò una sola parola: plastica". Aveva ragione il signor McGuire; nella plastica, sembravano riposte le fortune del mondo; negli anni sessanta la produzione mondiale di materie plastiche era di circa 15 milioni di tonnellate all'anno, oggi si aggira intorno a 300 milioni di tonnellate all'anno, un quarto di queste fabbricate nel solito gigante industriale cinese.

La plastica è dovunque, dai sacchetti per la spesa alle automobili, dal rivestimento dei fili elettrici alle tubazioni per l'acqua e le fogne, dagli imballaggi che consentono di conservare al freddo gli alimenti, ai giocattoli, eccetera. "Plastica", però, è un nome che non dice niente, perché esistono numerosissimi tipi di materie plastiche, macromolecole sintetiche costituite da migliaia a milioni di atomi uniti fra loro. Di alcune conosciamo l'abbreviazione perché la troviamo stampigliata sui relativi manufatti: PE, polietilene a bassa o alta densità; PP, polipropilene; PET, tereftalato di polietilene; PV, polivinile; PS, polistirolo. Gli oggetti che usiamo sono miscele complesse di alcune di queste macromolecole con plastificanti, coloranti, additivi di vario genere, capaci di adattare ciascuna miscela ai vari usi.

Benché sia così buona e utile, esiste una diffusa contestazione e per alcuni ambientalisti plastica è parolaccia. Ciò deriva dal fatto che i manufatti di materia plastica sono quasi indistruttibili, il che è desiderabile in molte applicazioni nelle quali si desidera che tubi, fili elettrici, parti di macchinari siano duraturi, resistenti agli acidi, inattaccabili dall'acqua e dai batteri. Invece per molte altre applicazioni, soprattutto negli imballaggi destinati ad una breve o brevissima vita prima di diventare rifiuti, si tratta di un grosso inconveniente dal punto di vista del loro smaltimento. Si dice normalmente che, per evitare discariche e inceneritori, occorre raccogliere i rifiuti separatamente, per qualità merceologica, in modo da poterli sottoporre a riciclo, a ricostruzione delle merci originali, e questo viene anche ripetuto per i rifiuti di materie plastiche.

Il successo della raccolta differenziata è affidato alla buona volontà dei cittadini ed è fortunatamente crescente anche in Italia, ma la trasformazione degli oggetti usati di plastica in nuovi oggetti presenta difficoltà tecnico-scientifiche. "Se", lo scrivo fra virgolette, fosse possibile ottenere tutti insieme i rifiuti, per esempio di PET (per lo più le bottiglie di acqua), o di PE, in via di principio, dopo una pulizia grossolana, sarebbe possibile farli fondere e trasformarli di nuovo in oggetti commerciali dello stesso materiale. Purtroppo dei circa 2 milioni di tonnellate di oggetti di plastica a vita breve (per lo più imballaggi) immessi in commercio ogni anno in Italia soltanto circa 600.000 tonnellate sono raccolte in maniera differenziata; circa 300.000 tonnellate sono avviate al riciclo vero e proprio, cioè alla trasformazione in altri prodotti vendibili, e circa 750.000 sono bruciati negli inceneritori o nei forni da cemento, come miscele di materie plastiche diverse, o plasmix. Il resto finisce nelle discariche.

Da questi numeri approssimativi è facile vedere i motivi della contestazione ambientalista contro le materie plastiche: le discariche sono sempre più difficili da trovare; la combustione negli inceneritori provoca inquinamento atmosferico; e poi viene contestata la grande quantità di petrolio, la materia prima, usata per produrre le materie plastiche, e infine la resistenza, la non biodegradabilità, delle plastiche quando finiscono nei campi, nei fiumi, nel mare. Le soluzioni, finora tentate, quella di "inventare" delle materie plastiche "verdi", biodegradabili, capaci di decomporsi in settimane o mesi, anziché in anni o decenni, o quella di diminuire il peso di alcuni oggetti di plastica come i sacchetti per la spesa, si sono rivelate finora dei palliativi.

Nell'attesa di un materiale che sia lavorabile con le stesse tecniche usate oggi e sia adatto per le stesse applicazioni delle materie plastiche odierne e che "scompaia" in pochi giorni quando è buttato via, proprietà in evidente contrasto fra loro, restano i processi capaci di trasformare le plastiche miste in qualcosa di vendibile; non saranno più bottiglie o tubi, ma potrebbero essere prodotti più poveri come pavimenti per abitazioni o strade, infissi, panchine o tavole, qualcosa insomma che tolga dalle discariche o dagli inceneritori una parte delle plastiche. Qualche impresa si sta muovendo: non occorrono grandi impianti, la materia prima, i rifiuti di plastiche sono disponibili nel Nord e nel Sud d'Italia e sono oggetto anche in un commercio internazionale, con prezzi fra 100 e 300 euro alla tonnellata.

C'è molto lavoro, anche nel Mezzogiorno, per studiosi, inventori e imprenditori nel campo della chimica e della merceologia del riciclo, nel nome di un ambiente meno sporco e inquinato.

Questo articolo è inviato contemporaneamente alla Gazzetta del Mezzogiorno

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Per la maggior parte di noi l'interesse per "il petrolio" non va al di là del fastidio per l'aumento del prezzo della benzina o del gasolio al distributore, che peraltro è il punto di arrivo di un lungo cammino di materie e di lavoro, cominciato nelle viscere della Terra. Il petrolio, la lontana materia prima dei carburanti, viene portato in superficie mediante pozzi posti su piattaforme collocate in mezzo ai mari, o nei deserti aridi, o in quelli ghiacciati, o in mezzo alle paludi. Il petrolio come tale non serve a niente e deve essere trasportato, mediante navi cisterna o oleodotti, dai pozzi a speciali impianti, le raffinerie, in cui vengono separate le varie principali frazioni: le benzine, le più pregiate, il gasolio, gli oli combustibili. Il rendimento delle varie frazioni commerciali dipende dalle caratteristiche merceologiche dei petroli greggi, variabili da un posto all'altro, e dalle tecnologie di raffinazione. Le varie frazioni sono poi trasportate con navi o treni o camion o condotte, fino ai depositi e ai distributori e ai consumatori finali.

La produzione mondiale di petrolio greggio è di circa 4100 milioni di tonnellate all'anno; il suo prezzo è in lento continuo aumento e, in questa metà di luglio, ha superato i 108 dollari al barile, corrispondenti a oltre 600 euro alla tonnellata. In passato è stato previsto che il petrolio si sarebbe esaurito; è vero che i pozzi si esauriscono uno dopo l'altro, ma finora sono state scoperte nuove riserve in seguito al miglioramento delle conoscenze geologiche del sottosuolo e al perfezionamento di tecniche di perforazione e di estrazione capaci anche di ricavare petrolio da rocce sotterranee, sia pure con crescenti costi monetari e danni ambientali. Nuovi paesi si affacciano prepotentemente come produttori di petrolio, in Africa, nelle repubbliche asiatiche dell'ex Unione Sovietica, nell'America meridionale e in Estremo Oriente, una geografia economica continuamente variabile, sempre con lo spettro di una più o meno lontana scarsità.

Il petrolio può essere sostituito dal carbone e dal gas naturale in molti settori, come le centrali termoelettriche, ma resta finora insostituibile nel settore dei trasporti che assorbe circa un terzo di tutto il petrolio prodotto nel mondo, per cui gli automobilisti sono i più esposti ai capricci del mercato petrolifero internazionale. Per far uscire i propri clienti da questa schiavitù, l'industria automobilistica propone veicoli tutti elettrici, o ibridi; in questi ultimi un motore a benzina o gasolio è abbinato ad un motore elettrico. La transizione alle auto elettriche però fa uscire dalla dipendenza dai produttori di petrolio, ma fa cascare nella dipendenza dai produttori di altri materiali strategici come il litio per le batterie e le terre rare indispensabili per i magneti permanenti.

Del litio esistono giacimenti negli altopiani desertici delle Ande; delle terre rare, una ventina di elementi poco diffusi in natura, esistono limitate riserve nel mondo, per ora in gran parte nelle mani della Cina. D'altra parte la diffusione dei veicoli elettrici farebbe aumentare la richiesta di elettricità generata in centrali che bruciano carbone o gas naturale, con effetti di inquinamento atmosferico e di crescenti alterazioni climatiche. Ma, si potrebbe pensare, ci sono le fonti energetiche rinnovabili che producono essenzialmente elettricità e la cui diffusione sta rapidamente aumentando. Purtroppo il Sole e il vento consentono di ottenere elettricità con "macchine" che richiedono anche loro materiali le cui riserve sono limitate. Le grandi pale mosse dal vento richiedono dei magneti che dipendono dalle terre rare, l'elettricità tratta dal Sole o dal vento può essere inserita nelle grandi reti di distribuzione con speciali delicate apparecchiature.

Resterebbe l'elettricità ottenibile dal moto delle acque, ma anche in questo caso le grandi dighe alterano il corso dei fiumi con danni ecologici e la produzione di elettricità dai piccoli salti di acqua o dalle acque correnti dei fiumi e torrenti è in grado di soddisfare soltanto richieste locali.

La morale è che, purtroppo, la natura non da niente gratis. La scarsità e l'ineguale distribuzione planetaria delle materie prime e dei minerali e l'inquinamento sono il prezzo che noi esseri umani dobbiamo pagare per i benefici che ci vengono dai progressi tecnologici. Dalle varie trappole si può parzialmente uscire con decisioni politiche, con governanti informati, capaci di riconoscere, fra le varie soluzioni proposte dai venditori di petrolio, di pale eoliche, di pannelli fotovoltaici, di automobili, ora anche del litio, in concorrenza fra loro, quale è più utile per i loro cittadini. La salvezza potrebbe venire da una nuova politica internazionale capace di indicare, in solidarietà e con adeguate conoscenze, come assicurare agli abitanti del mondo i beni materiali capaci di soddisfare i bisogni essenziali di abitazioni, di igiene e di istruzione, di aria respirabile e di acque pulite, di energia e di mobilità.

Un grande sogno finora vanificato da egoismi nazionali e scontri di poteri economici e finanziari, incapaci di affrontare i problemi posti dai vincoli fisici della scarsità delle risorse del pianeta. Da qui le continue guerre per le materie prime. La posta in gioco non è soltanto quella di pagare qualche centesimo di più o di meno la benzina o il gasolio, ma è la possibilità di assicurare lavoro e condizioni ambientali e di vita decenti a tutti i sessanta milioni di italiani, a tutti i settemila milioni di terrestri.

Questo articolo è inviato contemporaneamente alla Gazzetta del Mezzogiorno

In questi giorni, commentando la trasformazione in legge del così detto decreto del fare, più di un giornale sottolineava>>>In questi giorni, commentando la trasformazione in legge del così detto decreto del fare, più di un giornale sottolineava, fra i punti a favore del provvedimento, le norme per la semplificazione in materia edilizia.
Di fronte alla più grave crisi economica dell'ultimo mezzo secolo e ai guasti evidenti e sempre più irrecuperabili della cementificazione del territorio, la risposta di questa transgenica compagine governativa è ancora, almeno in parte, quella del rilancio dell'economia del mattone.

Ma c'è del metodo in questa follia, in fondo. Ciò che accade oggi, cioè gli ennesimi provvedimenti a favore di una speculazione edilizia senza regole - perché è questo che si nasconde sotto il velo ipocrita delle "semplificazioni" - sono solo l'ultimo atto di un processo storico lungo, consapevole e coerente.
Quello che ha portato il nostro paese da giardino d'Europa, a primo fra i cementificatori, con un consumo annuale di 35.000 ettari di suolo fertile.
Quello che è analizzato con lucida passione, nel libro di Vezio De Lucia Nella città dolente (Castelvecchi, 2013), ultimo in ordine di tempo di un trittico iniziato con Se questa è una città (1989 e 2006) e proseguito con Le mie città (2010).

Nella città dolente viene ripercorsa cronologicamente e per exempla, la storia funestissima e dolente del degrado del nostro territorio nell'ultimo mezzo secolo, a partire cioè da quel momento che l'autore considera quale snodo fondamentale, in negativo, di tutta la successiva vicenda urbanistica, e non solo, italiana, cioè il fallimento della riforma urbanistica basata sull'esproprio delle aree edificabili voluta dal ministro democristiano Fiorentino Sullo.

Eravamo nel 1963, nel pieno di quel processo riformista che porterà negli anni successivi ad un'evoluzione decisiva sul piano sociale e democratico del nostro paese, pur fra contraddizioni e ripensamenti.
Eppure quel colpo d'arresto inferto dai poteri forti della proprietà fondiaria sarà destinato ad avere ripercussioni negative non solo sul destino urbanistico delle nostre città, ma anche sulla tenuta democratica della stessa società.
E rappresenterà un discrimine, mai più colmato ed anzi destinato ad allargarsi, nei confronti della cultura urbanistica europea, sviluppatasi su rigorosi principi di regolamentazione pubblica dell'uso del suoli.

L'inestricabile connessione che lega urbanistica e politica è da sempre uno dei temi privilegiati di De Lucia, testimone attivo e spesso protagonista delle vicende urbanistiche di alcune città e luoghi simbolo, da Napoli a Roma, da L'Aquila a Venezia e Milano, che assieme a tanti altri sono i luoghi attraverso i quali si dipana un racconto storico incalzante: l'uso stesso di una prosa priva di tecnicismi e di grande efficacia sottolinea come in realtà, parlare della storia urbanistica italiana, argomento da sempre negletto dai media, sia spiegare un pezzo di storia del nostro paese determinante anche per capire le ragioni della crisi di oggi, che è prima di tutto crisi culturale e di cultura urbanistica.

Questo libro è quindi importante per il contributo che fornisce alla comprensione di alcuni passaggi fondamentali della storia nazionale, dall'autunno caldo del '69 a Tangentopoli fino al ventennio berlusconiano che, non per caso, porta a compimento ed estremizza la deregulation non solo urbanistica iniziata negli anni '80 del craxismo arrembante, con i condoni e i piani casa e il famigerato disegno di legge Lupi di riforma urbanistica (2005).

Ma Nella città dolente è una bussola indispensabile oggi, in tempi di memorie distorte ed intermittenti, per comprendere i fenomeni che caratterizzano le nostre città, il nostro paesaggio attuale e per capire che non sono che l'inevitabile conseguenza di decisioni politiche maturate cinquant'anni fa, i cui frutti avvelenati ancora cogliamo con suicida coazione a ripetere, come sta a dimostrare quest'ultimo decreto del fare. Le 'semplificazioni' di oggi sono figlie del progressivo abbandono delle pratiche di pianificazione di area vasta da parte dell'amministrazione pubblica, sempre più disponibile nei confronti della speculazione fondiaria.

Non inaspettatamente, man mano che questo processo di sudditanza del pubblico nei confronti degli interessi privati progrediva, aumentava, in modo direttamente proporzionale, sia lo svilimento degli organi democratici- dal ruolo dei consigli regionali e comunali a quello dello stesso Parlamento - sia l'infiltrazione delle grandi organizzazioni criminali ormai presenti in tutto il territorio nazionale e in tutti i grandi cantieri aperti in questi ultimi decenni.
Così l'urbanistica contrattata che dagli anni '80, ha scardinato la forma delle nostre città, e che per De Lucia rappresenta il momento di resa della pianificazione pubblica agli interessi privati, si coniuga sia all'esplosione del fenomeno corruttivo, poi svelato da Tangentopoli, sia all'ampliamento, geografico e politico, del raggio d'azione delle economie mafiose, da sempre legate al ciclo del mattone e del cemento.
Esemplare di questi meccanismi, e della loro trasversalità politica, come il libro spiega esemplarmente, il caso Sesto San Giovanni.

Eppure, in questo panorama che De Lucia disegna con accenti pessimistici, ma mai rassegnati e anzi propositivi, esistono, come rileva lo stesso autore, oasi di resistenza e un allargamento della consapevolezza che qualcosa deve essere cambiato, impensabile all'epoca di Se questa è una città.
E, inaspettatamente, riaffiorano temi e progetti che parevano definitivamente travolti dall'ondata dell'urbanistica neoliberista.

Uno per tutti, quel progetto Fori la cui storia costituisce uno dei capitoli più amari del libro, e che pare, da qualche settimana, ritornato fra i primi posti nell'agenda della politica capitolina.
L'idea di una nuova idea di città, in grado di rilanciare il destino urbanistico di Roma a partire dalla sua storia e archeologia attraverso un grande parco che dall'area centrale dei fori si allarghi a comprendere Colosseo, Circo Massimo, fino all'intero parco dell'Appia Antica.

Era il progetto di Cederna e Petroselli. E di De Lucia e di quella sua stravagante idea di un'urbanistica regolata dalla mano pubblica come strumento necessario per garantire una migliore qualità di vita di tutti i cittadini.
Idea cocciutamente perseguita in cinquant'anni di attività in direzione ostinata e contraria: Nella città dolente è solo l'ultimo capitolo di una storia di resistenza che continua.

Vezio De Lucia, Nella città dolente. Mezzo secolo di scempi, condoni e signori del cemento dalla sconfitta di Fiorentino Sullo a Silvio Berlusconi, Castelvecchi, 2013.

L'articolo è pubblicato contemporaneamente su L'Unità on-line, "nessundorma"

«Valorizzare il paesaggio vuol dire favorire una buona agricoltura e selvicoltura, non un'inutile competizione con Alaska e Scandinavia su fauna o foreste». Un'idea generica e mal concepita di ritorno allo stato di natura è antistorica, soprattutto nel nostro paese per secoli giardino coltivato d'Europa. Corriere della Sera, 22 luglio 2013 (f.b.)

La firma dell'accordo fra Parco delle 5 Terre, ministero dell'Ambiente, Regione Liguria, Fai e comunità locali per il restauro dei terrazzamenti di Punta Mesco è un passaggio importante nei rapporti fra conservazione della natura e del paesaggio, avvenendo a seguito del dibattito iniziato con le frane del 25 ottobre 2011, per il 90% originatesi su terrazzamenti abbandonati. Capire l'importanza e il perché dell'intervento di tante istituzioni, richiede alcune riflessioni sul degrado del paesaggio italiano. Se molti conoscono l'avanzata del cemento, con circa 8.000 ettari l'anno negli ultimi 20 anni, è poco percepito l'abbandono dell'agricoltura e la successiva riforestazione, pari a 75.000 ettari all'anno. In 100 anni abbiamo perso quasi 9 milioni di ettari di aree agricole e i boschi sono passati da 4 a 10,5 milioni di ettari.

Ma se vi è consenso sul limitare l'urbanizzazione, diverso è l'atteggiamento circa l'abbandono, visto spesso come un positivo ritorno alla natura. Questa idea ha origine in nord Europa e in nord America alla fine dell'800, regioni con estese aree naturali ritenute superiori ai paesaggi culturali delle nostre latitudini, ma che in questo trovano la loro forza del punto di vista economico, ambientale e sociale. La reazione al degrado ambientale dell'ultimo secolo ha portato non solo a normative contro l'inquinamento, ma anche a un'idea di natura che ha trasformato i valori che dal XV secolo sono stati associati al nostro paesaggio, apprezzato perché finemente coltivato, arrivando a ricerche che considerano l'abbandono dell'agricoltura un fenomeno positivo. Il nostro sistema dei vincoli ambientali e paesaggistici si è adeguato a questa visione proposta da culture più forti, realizzando strumenti utili a conservare e favorire il ritorno della natura e frenare la speculazione edilizia, ma non a conservare il paesaggio storico. La rete «Natura 2000» vincola come habitat naturali più del 20% della superficie nazionale.

Qui e nelle altre aree protette, secondo la legge 394 che le ha istituite, si limita la possibilità di restaurare il paesaggio, favorendo la naturalità che però nel nostro paese non esiste più almeno dal periodo romano. Secondo la Fao solo l'1% dei nostri boschi è naturale essendo anch'essi un prodotto storico. La nostra biodiversità è infatti soprattutto bioculturale, risultato dei rapporti fra natura e cultura. Un eccesso di naturalità in cui l'uomo è assente non rappresenta né i valori del nostro paese, né un buon biglietto da visita per il futuro, considerando anche la nostra notevole importazione di cibo, fra cui il 50% dei cereali, che contribuisce alla nostra impronta ecologica, di quattro volte superiore alla terra disponibile. Per la Fao dovremo produrre il 50% di cibo in più di qui al 2050 ma ogni italiano ha a disposizione solo 5.000 mq di terra, di cui meno di un terzo coltivati.

Il ministero dell'Agricoltura ha preso in carico il paesaggio varando politiche per la sua conservazione e valorizzazione, istituendo un inventario nazionale dei paesaggi storici e delle buone pratiche agricole e autorizzando il recupero produttivo di paesaggi storici, anche se coperti dalla vegetazione.Ugualmente, fondazioni come Fai, Benetton, Florens, hanno capito che è urgente un'opera di restauro. Valorizzare il paesaggio vuol dire favorire una buona agricoltura e selvicoltura, non un'inutile competizione con Alaska e Scandinavia su fauna o foreste, come affermato in un incontro alla Camera sul turismo. Mettere insieme tutte le istituzioni interessate, come nelle Cinque Terre, significa tentare di fare sistema per valorizzare una risorsa notevole per la competitività del nostro paese e la nostra identità culturale.

Fra pochi giorni, il 31 luglio, scadranno i termini del bando di gara>>>
Fra pochi giorni, il 31 luglio, scadranno i termini del bando di gara per la concessione di una delle più importanti aree archeologiche della zona centrale di Roma, quella che comprende il Teatro di Marcello, il Portico d'Ottavia e il Tempio d'Apollo Sosiano e di Bellona. L'area, di valenza storico monumentale straordinaria, è di pertinenza della Sovraintendenza capitolina ai Beni culturali, cioè del Comune di Roma. Da sempre trascurata, ma comunque inserita in uno dei quartieri, quello del ghetto ebraico, fra i più vivaci del centro storico, oltre ai monumenti sopra ricordati la zona comprende anche Monte Savello e tutta l'area archeologica di connessione fra le varie emergenze: secondo il bando emanato dalla moribonda giunta Alemanno (pubblicato il 22 maggio 2013), il Comune vorrebbe concederla in concessione per attività di gestione e valorizzazione per 20 - dicasi 20 - anni. Al vincitore della gara spetterà occuparsi, oltre che dell'apertura e dei servizi di accoglienza, anche della progettazione e realizzazione degli immancabili "eventi" e dei servizi didattici, oltre che di book shop, ristorazione, attività di comunicazione ed editoriali e marketing assortito. L'apertura, fino ad oggi gratuita, sarà a pagamento e questo significa che un altro pezzetto di spazio pubblico della città, ancor più prezioso in quanto di altissimo valore storico e artistico, sarà definitivamente sottratto ai cittadini ad uso esclusivo dei turisti.

Fra i tanti punti oscuri di questa operazione, decisa da un'amministrazione in dismissione, quello più macroscopicamente pericoloso è la durata della concessione: 20 anni sono un'era geologica per un'area urbana. Significa che per una generazione l'amministrazione pubblica non si occuperà più di questi spazi, delegati in toto al privato cui si richiedono ben poche garanzie sul piano culturale: nel bando non si parla affatto di meccanismi di verifica e monitoraggio, nonostante si tratti di attività complesse e assai diverse fra di loro per tipologia, per le quali il bando prevede infatti la possibilità di subappalti.

Anzi, l'unica possibilità di rinegoziazione del contratto è esplicitamente prevista solo in ampliamento, con l'inserimento, nell'area in concessione anche dell'ex Albergo della Catena a fronte di "eventuali finanziamenti derivanti da mecenatismo e/o sponsorizzazioni". Tradotto: l'unico elemento di riscontro sono i soldi, in cambio dei quali il diritto a "sfruttare economicamente" (sic) l'area è completo e, come sembra dal bando, senza controlli. Quest'ultimo colpo di coda della giunta Alemanno si inserisce perfettamente in quella politica di privatizzazione progressiva degli spazi pubblici e del patrimonio culturale che caratterizza l'attuale fase di governo a livello nazionale e locale.

Se a Firenze, come denuncia oggi Tomaso Montanari, la Soprintendente (statale) ha approntato il suo tariffario per la "concessione in uso dei beni culturali per eventi", includendo tali beni gli Uffizi, Palazzo Pitti e giardino di Boboli, di ieri è la notizia, sui giornali siciliani, dell'affitto del Tempio di Segesta per 'eventi' di qualsiasi tipo alla Modica cifra di 5.000 euro. Prezzo da saldo, considerato che comprende la possibilità di usare il piazzale dell'ex stazione ferroviaria come eliporto per gli ospiti dell'evento, come già accaduto lo scorso 20 giugno, per una cena a lume di candela che ha comportato, quale quisquilia collaterale, la mancata illuminazione notturna del tempio. È certo che le risorse economiche disponibili per il nostro patrimonio culturale siano poche e mal distribuite, ma è altrettanto certo che con queste svendite di fine stagione non riusciremo a colmare i buchi di bilancio, ma solo a proporci come un paese straccione disponibile a qualsiasi compromesso al ribasso.

Il sindaco Marino ha ora una possibilità fantastica di dimostrare nei fatti l'assoluta discontinuità con la giunta precedente: blocchi quel bando quale primo passo di un'autentica politica culturale che serva di esempio ai colleghi facilmente seducibili dal fascino del glamour rosso Ferrari e alla dirigenza del Mibac che ha ormai smarrito il senso della propria funzione.

L'articolo è pubblicato contemporanamente su L'Unità on-line, blog "nessundorma"

Le numerose e continue crisi ambientali ed economiche non sono colpa di una divinità ostile... >>>

Le numerose e continue crisi ambientali ed economiche non sono colpa di una divinità ostile, ma dell'imprevidenza di chi prende le decisioni di fare o non fare una certa opera o una certa scelta produttiva senza tenere conto delle possibili conseguenze. Gli esempi potrebbero riempire interi volumi e qualche opera è stata anche scritta su questo argomento: Nel 1971 il libro "La tecnologia imprevidente" ("The careless technology", di T. Farvar e John Milton) conteneva una lunga serie di esempi di interventi sbagliati, come la diga di Assuan che ha provocato l'arretramento della costa nel delta del Nilo; alcuni anni dopo, nel 1997, un libro dell'americano Edward Tenner spiega "Perché le cose ci ricadono addosso" ("Why things bite back"), con un elenco di casi in cui le scelte economiche si sono rivelate sbagliate.

Nel caso dell'Italia si possono ricordare le scelte edilizie che hanno alterato la stabilità dei versanti, provocando frane, o provocato l'erosione delle spiagge. Per anni è stato prodotto e usato il piombo tetraetile come additivo della benzina, senza tenere conto (e lo si sapeva da tempo) che avrebbe immesso nell'atmosfera fumi contenenti il velenoso piombo, dannoso a chi lo respirava camminando nelle strade piene di traffico; la produzione di detersivi non biodegradabili ha provocato la comparsa di stabili schiume nei fiumi e di mucillaggini nel mare. In tutti i casi sono stati spesi soldi, sono state create aspettative di lavoro e di guadagno, poi deluse con la chiusura di fabbriche, disoccupazione e danni alla salute e all'ambiente.

Spesso una scelta non adeguatamente valutata provoca conflitti: ad esempio se un comune vuole smaltire i suoi rifiuti urbani (cosa che deve fare per legge) seppellendoli in una discarica, gli abitanti e gli agricoltori vicini possono opporsi perché prevedono che la discarica generi cattivi odori o danneggi i raccolti. Gli scienziati dalla parte del comune dichiarano che non c'è nessun danno; gli scienziati dalla parte dei contestatori assicurano che i danni ci saranno. Chi ha ragione ? Occorrerebbero degli scienziati "neutrali" (per quanto neutrali possano essere gli scienziati) in grado di informare le amministrazioni locali, ma ancora di più i parlamenti, sui prevedibili aspetti positivi e negativi delle decisioni che si propongono di prendere.

Il più noto esempio di un ufficio di previsioni tecnologiche è stato l'Office of Technology Assessment (OTA) che fu creato presso il Congresso (Camera dei rappresentanti e Senato) degli Stati Uniti nel 1974. I progetti di legge venivano inviati all'OTA che conduceva degli studi di scrutinio ("assessment", appunto) delle possibili conseguenze. L'OTA funzionò fino al 1995 producendo centinaia di rapporti (fortunatamente ancora disponibili in Internet) su tutti i principali problemi tecnico-scientifici di interesse non solo americano, ma mondiale, nel campo delle scelte industriali, dei minerali, delle fonti di energia, dei prodotti agricoli e commerciali, eccetera.

Per avere una struttura capace di prevedere gli effetti delle scelte tecnico-scientifiche in Europa sarebbe stato necessario aspettare fino al 1998 quando il Parlamento Europeo creò un servizio denominato Science and Technology Options Assessment (STOA). In Internet. nel sito www.europarl.europa.eu/stoa, si trovano tutte le pubblicazioni relative ai vari argomenti che sono stati sottoposti ad uno scrutinio tecnico-scientifico. Mi chiedo quanti parlamentari italiani e membri italiani del Parlamento europeo utilizzino questa preziosa fonte di informazioni quando prendono decisioni sulla cosiddetta "economia verde", sulle caratteristiche dei prodotti alimentari, sugli organismi geneticamente modificati, sulla prevenzione dei mutamenti climatici, sullo smaltimento dei rifiuti, eccetera.

Eppure su questi problemi e su molti altri di interesse economico e industriale, il servizio STOA conduce indagini dirette a prevedere e prevenire possibili effetti secondari negativi. Faccio pochi esempi: lo studio STOA n. 01-2012 esamina i diversi aspetti del dibattito sui finanziamenti pubblici agli impianti che utilizzano le biomasse (prodotti, scarti o residui agricoli e forestali) come fonti di energia rinnovabili, contestati come possibili cause di inquinamento. Per produrre energia rinnovabile dal Sole o dal vento si parla tanto dello sviluppo di una industria capace di produrre centrali fotovoltaiche o pale eoliche, oggi quasi monopolio cinesi.

Ma quali e quanti metalli speciali (le terre rare) occorrono per costruire tali apparecchiature e dove prenderli e quanto costano è il tema esaminato nel rapporto STOA n. 12-2011. I sindaci che pensano al futuro del traffico nelle loro città trarranno utili informazioni dal rapporto STOA 12-2012 che esamina le possibili evoluzioni dei trasporti urbani. Gli studi dello STOA forniscono indicazioni utili anche per scelte produttive indicando quali settori hanno reali prospettive di successo commerciale, capaci di aumentare una stabile occupazione industriale. Per inciso la lettura di questi documenti, realizzati con i nostri soldi e per questo pubblici, offrirebbe molti temi per delle belle tesi di laurea.

Articolo spedito contemporaneamente a La Gazzetta del Mezzogiorno

Certo, non era facile per nessuno prevedere che il XXI secolo ci avrebbe dischiuso uno scenario di rivolte popolari su scala mondiale >>>

Certo, non era facile per nessuno prevedere che il XXI secolo ci avrebbe dischiuso uno scenario di rivolte popolari su scala mondiale. Quasi una disarticolata e spontanea risposta dei popoli alla globalizzazione dei mercati e dei capitali. Ricordiamolo, il millennio scorso – salvo le ombre anticipatrici della guerra nei Balcani e dell'invasione americana dell'Irak - sembrava voler chiudere con una solenne pacificazione, il '900: il secolo più sanguinoso dell'età contemporanea. D'altronde, non era uscito di scena, con il crollo del blocco sovietico, il Grande Nemico dell'Occidente? Non era stata sanata, con la riunificazione delle due Germanie, la più grave ferita lasciata dall'ultima guerra nel cuore dell'Europa? Non si avviava il Vecchio Continente all'agognata unificazione e alla creazione di una moneta comune? E non apparivano ormai tutte le società del pianeta – perfino la Cina comunista, perfino il Vietnam, simbolo dell'epica antimperialista dell XX secolo - affratellate sotto l'ombrello uniforme del “consenso di Washington”? Per un momento, l'americanizzazione del mondo è apparsa un fatto compiuto. Con significativa coerenza ideologica, ma con troppa fretta e somma ingenuità, qualcuno proclamò la “fine della storia”.

Sappiamo che la grande rete della pacificazione si è smagliata ben presto. Lo stesso Novecento, come si ricordava, prima di uscire dal calendario, ha lasciato un'orrida scia di sangue nell'Europa balcanica. Sappiamo che con il nuovo millennio il conflitto antimperialista ha assunto le forme fanatiche del terrorismo religioso con l'attacco dell' 11 settembre alle Torri Gemelle. E si è potuto subito constatare che la storia non era ancora finita. Ma oggi la pentola mondiale ribolle per l'alimentazione di altri fuochi. Certo, non si può commettere l'errore di ricondurre tutti gli eventi che oggi vanno esplodendo un giorno dopo l'altro, a poche e uniformi cause.

Grande è sotto il cielo la varietà dell'universale scontento. E la considerazione non vale solo per le rivolte di questi giorni. Non vale soltanto per gran parte del popolo dell'Egitto, trascinato dal moto delle “primavere arabe”e mai rassegnato a subire il calco autoritario e oppressivo dell'islamismo. Non vale per le folle in tumulto del Brasile, che hanno rovesciato per le strade i vecchi idoli del calcio, al cui oppio si erano troppo lungamente assopiti. Né per i giovani turchi di piazza Taksim, anima di una rivolta nazionale innescata dalla difesa del bene comune di un parco. Anche in Europa i movimenti e le lotte che l'hanno attraversato in questi ultimi anni avevano diverse cause e ragioni. Dalle lotte dei francesi contro la riforma delle pensioni del governo Sarkozy, alle proteste degli studenti inglesi contro l'aumento delle rette universitarie, dalle diverse ondate del movimento degli studenti e degli insegnanti italiani, alle prolungate proteste dei giovani spagnoli che hanno occupato le piazze di Madrid e Barcellona. L'Italia meriterebbe una considerazione a sé, per la varietà dei conflitti sociali: da quella dei ricercatori universitari agli operai arrampicati sulle gru per difendere il posto di lavoro, dalle manifestazioni di massa delle donne alla straordinaria campagna popolare contro la privatizzazione dell'acqua. Certo, la crisi economico-finanziaria apertasi nel 2008 ha funzionato da grande detonatore. E non solo nel Vecchio Continente, dove la Grecia è stata squassata dalle proteste disperate della sua popolazione repentinamente immiserita, ma perfino negli USA, dove il movimento Occupy Wall Street ha testimoniato la colossale iniquità su cui si regge il modello sociale americano.

Dunque, dobbiamo concludere che cause molteplici e non collegabili fra loro oggi agitano le nostre società? Niente accomuna questa straordinaria novità storica: il fatto che le lotte non sono limitate all'Europa, ma investono ormai tutti i continenti, pullulano a migliaia nella Cina della Grande Trasformazione, nelle campagne dell'India, in America Latina, nell'Africa settentrionale?

In realtà - benché occorrerà affidare a meno occasionali analisi la ricognizione su una scala così vasta – a osservare da vicino gli eventi, alcuni elementi comuni saltano agli occhi. Il primo fra tutti è che la grandissima parte di questi moti non sono organizzati da partiti politici. Certo, ci sono qua e là i sindacati, quando sono in campo i conflitti operai. Ma i partiti sono assenti. Vale a dire : mancano dalla scena allestita dai movimenti le figure che dovrebbero trasformare le ragioni della protesta in azione politica dentro lo stato. Com'è evidente, soprattutto in Occidente, questo non accade perché i partiti sono diventati, indistintamente, stato. Essi sono sempre meno rappresentanti degli interessi collettivi, e sempre più controparte. Si tratta della conferma di una realtà già nota.

La grande ritirata dei partiti da massa da una rappresentanza effettiva degli interessi popolari ha finito col porre non uno, ma due distinti poteri sulle spalle dei ceti popolari: il dominio dei gruppi economico-finanziari e i partiti-stato. Da tempo questi ultimi sono impegnati, con capacità mediatoria che varia da caso a caso, a trasformare il potere mondiale del sopramondo economico finanziario in agende politiche nazionali. Con effetti stridenti sempre più noti ed evidenti. Mentre sono impegnati a liberalizzare e a privatizzare, a piegare tutti gli spazi della vita umana e sociale a regole profittevoli di mercato, a scatenare insonni campagne pubblicitarie sulla competizione e sul merito, a rendere “contendibili” le imprese – come suona le retorica predatoria della finanza - flessibile il lavoro, essi marciano in direzione inversa. I partiti si statalizzano, non premiano il merito ma le clientele, non attivano la competizione, ma più spesso gli accordi segreti, non sono “contendibili”, non adottano flessibilità, a volte sono corrotti e collusi coi poteri criminali. Si sono trasformati, di fatto, in chiusi oligopoli impegnati a perpetuare il loro ruolo e potere.

Questa evidente contraddizione tra ciò che si impone alla società e si risparmia a se stessi è certo causa non ultima del rancore che si va accumulando nel fondo dell'anima popolare e che di tanto in tanto esplode. Eppure non è questa la grande causa comune che noi crediamo di percepire al fondo dei moti che vanno dilagando in ogni punto del pianeta. Il fuoco che alimenta le rivolte, a prescindere della varietà delle occasioni locali, è una contraddizione che ormai stride sotto gli occhi di chiunque vuole osservare. Una conoscenza diffusa, una informazione quotidiana a scala universale di cui si impossessano ormai masse crescenti di cittadini, confligge con violenza contro l'opacità, la distanza, l'impenetrabilità perdurante del potere, di tutti i poteri.

Il cittadino che sa, comprende sempre di più che le scelte operate dallo stato o dall'amministrazione locale influenzeranno la sua vita e perciò pretende di dire la sua, vuole partecipare alle decisioni.Egli va scoprendo, di giorno in giorno, i diritti lungamente occultati di cui non gode. Ma a fronte della conoscenza di cui dispone, il suo potere di influenza sulle scelte del ceto politico è spesso nullo. Non accade solo in Cina, dove, come ormai si dice, c'è il Wi Fi, la connessione libera alla rete, in ogni villaggio, mentre il potere del Partito rimane gigantesco e imprescrutabile. Ormai accade anche nei paesi dove vige da tempo il moderno stato di diritto. In Italia i gruppi dirigenti continuano la guerra in Afganistan, violando la Costituzione, in aperto disprezzo della grandissima maggioranza dell'opinione pubblica nazionale. Con la sensibilità delle vecchie dittature latinoamericane del '900, essi continuano nella fabbricazione e acquisto di armi di combattimento, nella dilapidazione di ingenti risorse per fini di morte, mentre fanno precipitare in condizioni umilianti le nostre scuole e Università. E' anche per questa ragione che utilizziamo qui il termine popolo. Sappiamo bene che le moderne società industriali hanno sviluppato complesse stratificazioni sociali. Ma oggi, mentre vediamo sempre più limitate le sovranità nazionali, sempre più inascoltate le richieste e le proposte che salgono dalla società, tale regressione aggiornata all' Ottocento richiede che si torni a parlare di popolo e di popoli. E questi popoli oggi sono stanchi. Stanchi di non essere ascoltati, stanchi di contare sempre meno. Stanchi di osservare l'avanzare in ogni dove di una nuova democrazia dell'informazione, i segnali di un nuovo mondo possibile e di trovarsi addosso inette oligarchie che paiono trascinarli nell'opaca passività dei secoli passati.

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Improvvisamente, ma non inaspettatamente, si riaccendono le polemiche su Pompei.>>>
Improvvisamente, ma non inaspettatamente, si riaccendono le polemiche su Pompei. L’occasione è la diffusione del secondo rapporto UNESCO sullo stato del sito che sottolinea il degrado nella sua vastità: nell’area degli scavi e in quella circostante e soprattutto il tempo perduto in questi 3 anni.

Era il 6 novembre 2010 quando il crollo della Schola Armaturarum, la casa dei gladiatori, divenne il caso simbolo, a livello mondiale, della condizione del nostro patrimonio culturale e dell’incapacità del Ministero dei Beni Culturali di tutelare persino uno dei siti archeologici più importanti al mondo. Qualche mese dopo (dicembre ‘10– gennaio ‘11), l’Unesco - Pompei, dal 1997, è nella World Heritage List - inviò un gruppo di ispettori Icomos per monitorare la situazione. I tre ispettori, studiosi di riconosciuta competenza, stilarono un report inviato, oltre che all’Unesco, al Mibac, dove fu prontamente “archiviato”, senza riscontri.

Nel rapporto, con grande diplomazia, si evitarono ultimatum ed anzi si riconobbero le difficoltà insite nella gestione di un sito così ampio (66 ettari di cui 44 scavati) e complesso. Nello stesso tempo si evidenziarono le criticità sulle quali agire, riassunte in 15 raccomandazioni finali di esemplare chiarezza: la mancanza di tecnici specializzati (non solo archeologi, ma restauratori , manutentori, ingegneri), la necessità urgente di operazioni per l’eliminazione del rischio idrogeologico (tutte le volte che piove, c’è un crollo), la fragilità del contesto, ovvero sia della zona extra moenia, attorno al sito. Il report sottolineava infatti come Pompei fosse stata inserita nella lista Unesco dei siti dell’umanità non solo per l’importanza in termini archeologici, ma per il rapporto, allora ancora in gran parte intatto, fra la città e il panorama circostante, a partire dal Vesuvio. Questa zona che circonda gli scavi è invece stata terreno di abusi di ogni tipo che l’hanno ridotta a livello di un suk informe di costruzioni e allestimenti più o meno provvisori e più o meno legali.

Da allora, mentre i crolli si sono succeduti, sono passati due anni abbondanti: sono cambiati tre ministri dei beni culturali e due governi, l’ex commissario Marcello Fiori è stato incriminato per i restauri del Teatro Grande, sono arrivati i soldi della UE, molte decine di milioni (anche se le cifre del Mibac sono un po’ ballerine), e, ai primi di aprile del 2012, è stato avviato, fra squilli di trombe e rulli di tamburo, il Grande Progetto Pompei (maiuscole incluse). Nelle intenzioni dei 4 ministri 4 presenti all’epoca, doveva trattarsi del definitivo piano di rilancio del sito: non solo messa in sicurezza, quindi, ma “alto impatto di sviluppo” per l’intera area.

Dopo molti stop and go, i primi cantieri (un paio) del Grande Progetto, relativi al restauro di due domus, si sono avviati, alla fine, nel febbraio di quest’anno, 2013, in seguito a gare aggiudicate con ribassi del 57% e il commissariamento, per lo meno amministrativo, della Soprintendenza Archeologica da parte della società Invitalia.

Come preannunciato in quel primo report del 2011, intanto, gli ispettori Unesco sono tornati a verificare la situazione nel gennaio di quest’anno. E si sono resi conto che pochissimo era stato fatto rispetto a quelle recommendations, sia sul piano del personale specializzato che sulle attività di manutenzione ordinaria: decisamente peggiorato lo stato di conservazione complessivo delle strutture e ampliato il rischio di danni anche gravi con pesante impatto sulla fruizione (73% del sito inagibile per il pubblico). E hanno pure dovuto constatare che le costruzioni incongrue ed abusive erano aumentate. Eleganti, ma radicali, infine, le critiche al Grande Progetto in termini di tempistica ed efficacia.

La gravità del rapporto Unesco non sta solo in ciò che segnala sull’attuale situazione, ma nel fatto che in oltre due anni, i responsabili del Ministero (o dei ministeri) abbiano colpevolmente trascurato le indicazioni di un organismo scientifico di altissimo livello e super partes (e animato, almeno finora, da grande spirito di collaborazione) per inseguire i Grandi Progetti, voluti in particolare dall’ex ministro Barca, e abbiano, con questo, buttato a mare tempo e competenze preziosissime.

La polemica di queste ore comprende anche le profferte dell’amministratore delegato di Impregilo che, a suo dire, avrebbe voluto donare 20 milioni al sito senza riuscirci. Al di là delle doverose verifiche che vanno effettuate su generosità che prevedono spesso lauti ritorni - almeno in termini di immagine- da parte del “mecenate” di turno, come ci ha insegnato il caso Colosseo-Della Valle, il problema di Pompei non sta nella mancanza di risorse economiche: i soldi ci sono, anche se naturalmente altri fondi sarebbero benvenuti.

Quello che manca è invece la capacità organizzativa e la consapevolezza che il recupero di Pompei non può che essere il frutto di un insieme di molteplici operazioni, singolarmente modeste – così come indicavano gli ispettori UNESCO fin dal primo rapporto – ma inquadrate in una stategia complessiva e quella sì, grandiosa, coerente e di lungo respiro.
A Pompei, come per l’Italia.

L'articolo è pubblicato in contemporanea su L'Unità on-line, "Nessun dorma"

A proposito di ideologie ampiamente divulgate fino a diventare luogo comune: per immergersinel verde non è indispensabile costruirci sopra, lasciando del verdesolo il nome sui cartelli della lottizzazione Le Querce o simili. Da un articolo di giornale, un mondo immaginario

Tutte le volte che si prova a discutere pacatamente di contenimento del consumo di suolo, diciamo in senso laico, realistico, non ideologico o peggio di pura bottega (esiste pure quello) ci si scontra con una montagna di ostacoli. Ce ne sono così tanti e vari che al momento me ne vengono in mente pochissimi, e forse neppure dei principali: dai militantissimi difensori soprattutto del suolo proprio, che di solito grata gratta si rivelano né più né meno che nimbies, in pieno diritto per carità, ma rischiano di ridicolizzare la seria causa ambientale; ai complementari, a volte pure sovrapponibili, interessati al mantenimento di uno status quo naturale, di una sociologia del territorio improvvisata quanto assai legittimata, che dice più o meno: la ricerca del buen retiro in campagna c'è sempre stata, da che mondo è mondo. Naturalmente e rigorosamente senza distinguere fra chi in campagna ci va a fare il campagnolo (come i ricchi veneziani che dopo aver accumulato coi commerci marittimi investivano sì nelle ville, ma anche nella produzione agricola: è quello il modello palladiano integrato), e chi invece ci va solo a stare, come dice il refrain pubblicitario immobiliare, immerso nel verde a tot minuti da dove lavora, studia, ecc. ecc.

Si tratta della nota tesi dei cosiddetti teorici pro-sprawl, in alcuni paesi schierati e armati di argomentazioni parascientifiche come gli americani Joel Kotkin, o lo storico Bruegmann autore del best seller assai apprezzato anche in Europa da palazzinari e clientela di riferimento. In particolare Bruegmann, con argomentazioni piuttosto articolate da professore, quanto basate sul nulla, si lanciava in dissertazioni antropologiche sull'analogia fra la villetta isolata e il masso in mezzo alla savana su cui i nostri antenati dominavano il territorio, aiutandosi così a sfuggire ai predatori e a individuare le prede. Pagato così pegno a certa ideologia sempliciona discendente perversa dalla cosiddetta prairie school, lo storico si avventurava in quello che evidentemente considerava un terreno più sicuro, ovvero la ricerca di un piccolo rifugio lontano dai clamori e dai miasmi della città tradizionale, buttando lì in forma di battuta ma mica tanto, l'immagine di distinti senatori romani (quelli con la toga e la biga, mica quelli di oggi, grillini dissidenti e no) incolonnati il lunedì mattina mentre tornano in città, magari su svincoli lastricati di opus qualcosa.

Ora, è pur vero che sul serio da sempre esiste quella fascia intermedia fra città murata e campagna aperta, dove non necessariamente si svolgono attività agricole a tempo pieno ma capita anche di vedere l'antenato del villino o cottage ottocentesco e contemporaneo. Ma è altrettanto vero che un po' di senso delle proporzioni, se non si vuole straparlare e spararle troppo grosse, è d'obbligo. Cosa diavolo sarebbe, questo suburbio, questa villettopoli originaria, naturale, più o meno inscritta nel Dna umano, da cui lo sprawl americano o la dispersione all'europea o alla padana discendono darwinianamente e fatalmente? A ben vedere poco o nulla, qualche mattone sparpagliato, più o meno un fabbricato o due tirati su a poche centinaia di metri al massimo dai bastioni, senza troppa convinzione, e naturalmente tenendo ben in mente che non si sfugge dalla città, ma solo dal rumore e dalla puzza, coi metodi tecnici a disposizione. In assenza di depuratori, di giovani schiamazzanti della movida e di Suv, i fattori dell'equazione sono un pochino di distanza e i propri piedi. Più che la frontiera individualista di massa sognata da F.L.Wright quando ancora non se ne conoscevano gli effetti sociali e ambientali, sembra il testo della famosa canzoncina Mille Lire al Mese, quando l'onesto borghesuccio sogna di comprarsi “una casettina in periferia”.

Dispersione? Nuove frontiere sul modello tecnoburbio losangelino o trevigiano? Macché, solo la versione originaria di uno di quei quartieri londinesi che già Howard pensava di “raddrizzare” nei difetti già apparenti, spostandoli e integrandoli a un nuovo insediamento sostenibile. Ecco cosa cerca davvero il futuro cliente obbligato dei palazzinari dello sprawl: un quartiere meno scassato e chiassoso della media. Se ne sono costruiti a migliaia di aggeggi così, per tutto il '900, e la gente salvo eccezioni (lì la colpa è di qualche progettista inadeguato, non delle tendenze naturali) ci sta benone: il suo bisogno eventuale di spazi aperti lo sfoga nel modo ovvio, al parco o in una gita fuori porta.

Così non solo inventarsi una specie di diritto costituzionale a sprecare suolo e pompare scarichi nell'aria per arrivarci appare stupido e prevaricante, ma si illuminano della luce del falso storico anche tutte le ricostruzioni di presunti improbabili antenati nobili di serenità suburbana. Buon ultimo, un articolo comparso oggi sul Corriere edizione locale di Milano, in cui il sommo poeta Petrarca nei suoi soggiorni estivi milanesi cercherebbe sollievo dall'afa a Garegnano. Basta dare un'occhiata a dove sta, quel posto, oggi avviticchiato fra gli svincoli delle tangenziali, per capire che abitare lì anziché, diciamo, dentro la cerchia dei navigli, magari non faceva neppure differenza sul versante dell'afa o delle zanzare. Anche oggi passeggiare o pedalare dal centro fin lì non è certo un'impresa sportiva, e il fatto che la città sia arrivata a incrostare di cemento mica tanto bello tutta la zona magari può piacere poco, ma di sicuro è del tutto normale, nella media.

Francesco Petrarca, insomma, proprio come noi, preferiva stare in un posto piuttosto che in un altro, ma tenendosi ben stretta la versione sua contemporanea della Milano efficiente, densa, ricca di relazioni. Solo si scostava un pochino dalle puzze, magari dal fracasso: chiare fresche et dolci acque, certo, ma dal pozzo sotto casa, mica perse a trenta chilometri a dorso di mulo, sognando un'automobile. Insomma, attenzione alla pubblicità immobiliare subliminale, che arriva dalle direzioni più impensate e fa male all'ambiente, al territorio, e all'intelligenza dei lettori.

L’approvazione da parte del Consiglio dei ministri del 15 giugno del disegno di legge sul contenimento del consumo del suolo...>>>
L’approvazione da parte del Consiglio dei ministri del 15 giugno del disegno di legge sul contenimento del consumo del suolo e il riuso del suolo edificato rende in parte meno stringente l’urgenza di contrastare la proposta di legge Realacci e altri (anch’essa recante Norme per il contenimento dell’uso del suolo e la rigenerazione urbana) che era all’origine dell’iniziativa di oggi.

Della proposta di legge Realacci mi limito perciò a ricordare solo i difetti essenziali:
- il contenuto contraddice vistosamente l’obiettivo dichiarato nel titolo. Nessuna norma della proposta persegue davvero il contenimento del consumo del suolo. Lo stesso contributo speciale per la rigenerazione urbana, previsto all’art. 2 a carico delle attività di trasformazione che determinano nuovo consumo di suolo, può paradossalmente tradursi – come ha osservato Anna Marson – in un incentivo ai comuni a promuovere nuovo consumo di suolo per poter disporre di finanziamenti da destinare al recupero. Il recupero pagato dall’espansione.
- tutti gli altri articoli incentivano, esplicitamente o implicitamente, il consumo del suolo. Gli istituti e i dispositivi previsti – perequazione, comparto, compensazione, incentivazione, diritti edificatori – sono quelli propri dell’espansione. Quelli propri dell’urbanistica romana degli ultimi venti anni, che ha previsto, o comunque consentito, l’incontrollato dilagare dell’edificazione in ogni segmento del territorio comunale. Istituti e dispositivi che la proposta Realacci tende a legalizzare e quindi a rendere obbligatori in tutti i comuni italiani.

Il disegno di legge governativo opera invece effettivamente nell’ambito dell’obiettivo dichiarato. Riprende, come si sa, il disegno di legge dell’ex ministro Mario Catania con gli emendamenti espressi dalle regioni e dagli enti locali, e rappresenta una buona base di discussione. Mi sembra particolarmente apprezzabile la norma transitoria, immediatamente efficace, sullo stop triennale al consumo di suolo.
Il giudizio positivo sul testo del governo non mi trattiene tuttavia dall’osservare con preoccupazione che detto testo determina un improprio, pericolosissimo e surrettizio trasferimento di competenze dal ministero dei Beni culturali al ministero delle Politiche agricole. Obiettivi del provvedimento sono infatti : la tutela del suolo non edificato, con particolare riguardo alle aree e agli immobili sottoposti a tutela paesaggistica (art. 1, c. 1)
- la priorità del riuso e della rigenerazione edilizia (art. 1, c. 2)
- il coordinamento delle politiche di tutela e di valorizzazione del paesaggio, di
- contenimento del consumo di suolo e di sviluppo territoriale sostenibile con la pianificazione territoriale e paesaggistica (art. 1 c. 3).
Il perseguimento dei suddetti obiettivi è però affidato a un apposito Comitato, che opera – nientemeno – presso la Direzione generale per la promozione della qualità agroalimentare del Dipartimento delle politiche competitive, della qualità agroalimentare e della pesca (art. 3, c. 7). Da non credere. Il paesaggio come la cucina. I Trulli di Alberobello come le orecchiette con le cime di rapa. Le colline di Fiesole come la ribollita. Le ville palladiane come la sarda in saor.
Come se un infausto destino perseguitasse il ministero dei Beni culturali. Che fa il ministro Massimo Bray? Mi sembra che si stia perfettamente allineando ai predecessori Lorenzo Ornaghi, Giancarlo Galan, Sandro Bondi. È appena il caso di ricordare che, se si fossero formati, e a regola d’arte, i piani paesaggistici, secondo il Codice dei beni culturali e del paesaggio, non avremmo bisogno di una legge ad hoc per fermare il consumo del suolo.

Mi restano da dire poche cose relativamente alla proposta eddyburg sulla salvaguardia del territorio non urbanizzato. Il ritmo frenetico assunto negli ultimi anni dall’espansione edilizia ha già drammaticamente alterato i connotati del paesaggio italiano, e siamo a un passo dal baratro dell’irreparabile. Siamo perciò convinti che non è opportuno, come propongono quasi tutti i provvedimenti in discussione, il ricorso a materie oggetto di legislazione concorrente, quelle cioè del c. 3 dell’art. 117 della Costituzione, per le quali spettano allo Stato i principi fondamentali e alle regioni le norme operative. Non è opportuno perché: richiede tempi incompatibili con le dinamiche in atto deve fare i conti con la prevedibile inerzia delle regioni, e in specie di quelle più gravemente afflitte da disastrosi fenomeni di crescita edilizia sono, com’è noto, inconsistenti i provvedimenti sostitutivi dello Stato.

S’impone, viceversa, secondo noi, il ricorso a materie di esclusiva competenza dello Stato, ovvero quelle del c. 2 dell’art. 117. Ciò significa che non dobbiamo assumere a riferimento la materia governo del territorio (oggetto di legislazione concorrente) ma la materia tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali (oggetto di legislazione esclusiva dello Stato), che sarebbe subito estesa a tutti i comuni italiani.

La proposta di eddyburg, nell’imporre, illic et immediate, l’azzeramento in tutti comuni del consumo di suolo, fatte salve circostanze davvero eccezionali, riprende in parte gli emendamenti della giunta toscana alla legge regionale 1/2005 (grazie in particolare ad Anna Marson). È pertanto una proposta meno estrema e provocatoria di quanto potrebbe apparire. È infine evidente che lo spostamento dell’iniziativa dalle regioni ai comuni, obbligati da subito alla perimetrazione del territorio urbanizzato, determinerebbe condizioni ottimali per garantire la più ravvicinata e produttiva partecipazione di cittadini, e di loro rappresentanze di base, alla formazione dei provvedimenti.

4. Devo infine ringraziare quanti si sono prodigati per organizzare l’iniziativa di oggi. Per tutti ringrazio Anna Maria Bianchi e Cristiana Mancinelli Scotti.

Questo testo costituisce l'intervento di Vezio De Lucia a conclusione dell'assemblea di Roma, 19 giugno 2013

Forse una notizia abbastanza buona. In un recente incontro i presidenti delle due maggiori potenze industriali...>>>

Forse una notizia abbastanza buona. In un recente incontro i presidenti delle due maggiori potenze industriali mondiali, gli Stati Uniti e la Cina, si sono accordati per eliminare gradualmente, da ora al 2050, l’uso degli idrocarburi fluorurati, HFC, una classe di sostanze chimiche che stanno sostituendo i cloro-fluoro-carburi (CFC), responsabili della distruzione dell’ozono stratosferico, ma che si sono rivelate a loro volta responsabili del riscaldamento planetario.

Tutto è cominciato quando, nel 1928, il chimico Thomas Midgley (1889-1944) ha scoperto che certe molecole, nelle quali uno o due atomi di carbonio erano legati ad atomi di cloro e di fluoro, anziché ad atomi di idrogeno, come negli idrocarburi, avevano singolari proprietà tecniche. I CFC, non infiammabili, stabili chimicamente, privi di odore, si sono rivelati utilissimi come fluidi propellenti per i preparati commerciati in confezioni spray, le cosiddette “bombolette”, di deodoranti, di vernici e cosmetici, e come fluidi frigoriferi; anzi il loro uso ha determinato il successo dei frigoriferi domestici, tanto utili per conservare i cibi a lungo, e dei condizionatori d’aria che rendono meno afosa l’aria degli edifici e delle automobili.

Inoltre alcuni CFC sono risultati eccellenti per rigonfiare le materie plastiche e trasformarle nelle “resine espanse”, così importanti come isolanti termici per il trasporto dei cibi, come isolanti acustici e termici in edilizia, per produrre materassi, cuscini e poltrone per le case e le automobili. Un trionfo: peccato che, nei primi anni settanta del Novecento, il chimico messicano Mario Molina e il chimico statunitense Sherwood Rowland (1927-2012) si siano accorti che questi CFC, nel disperdersi nell’atmosfera raggiungono la stratosfera, lo strato di gas che si trova fra 10 e 30 chilometri di altezza, e qui decompongono l’ozono O3, l’altra forma del comune ossigeno O2. L’ozono stratosferico, pur presente in forma molto diluita, ha la proprietà di filtrare la radiazione ultravioletta biologicamente dannosa UV-B, proveniente dal Sole, impedendole di arrivare sulla superficie della Terra. Questa radiazione UV-B è responsabile di tumori della pelle e di malattie degli occhi negli umani, ma ha anche effetti nocivi su altri cicli biologici, tanto che alcuni pensano che la vita sia comparsa sui continenti e negli oceani, alcuni miliardi di anni fa, quando una parte dell’ossigeno della stratosfera ha cominciato a trasformarsi nel più benigno ozono.

La scoperta del rapporto fra CFC e diminuzione della concentrazione dell’ozono stratosferico ha assicurato ai due chimici un premio Nobel e ha indotto molti governi a vietare l’uso della maggior parte dei CFC con un accordo, il “protocollo di Montreal” del 1987. L’industria chimica si è subito impegnata a cercare dei surrogati, delle molecole nelle quali non fossero presenti atomi di cloro, ma solo atomi di idrogeno e di fluoro. Sono così nati gli idrocarburi fluorurati HFC, prodotti subito su vasta scala a partire dal 1990.
Da una trappola all’altra, però, perché gli HFC sono meno dannosi per lo strato di ozono, ma si comportano come “gas serra” contribuendo al riscaldamento globale e ai mutamenti climatici. Anzi contribuendo moltissimo perché un chilo di HFC trattiene l’energia solare nell’atmosfera come 1000 chili di anidride carbonica CO2, l’altro importante “gas serra”. Il “protocollo di Kyoto” del 1997, per il rallentamento dei mutamenti climatici, ha incluso gli HFC fra le sostanze il cui uso deve essere limitato. A questa nuova limitazione si sono opposti molti paesi, specialmente quelli in via di sviluppo o sottosviluppati che temevano l’aumento del prezzo dei frigoriferi e dei condizionatori d’aria se avessero dovuto essere impiegati altri fluidi frigoriferi meno dannosi per l’ambiente, ma più costosi. E’ così cominciata una lunga guerra fra interessi industriali, interessi nazionali, innovazioni chimiche. La Cina e l’India finora sono stati i paesi più contrari all’eliminazione degli HFC; da qui l’importanza del recente accordo fra Cina e Stati Uniti, ricordato all’inizio.

I due presidenti Xi e Obama hanno spiegato che la graduale eliminazione, da qui al 2050, dell’uso anche degli HFC rallenterebbe i mutamenti climatici come se, nello stesso periodo, nell’atmosfera venissero immessi 80 miliardi di tonnellate di CO2 di meno (attualmente ogni anno vengono immessi nell’atmosfera “gas serra” equivalenti a circa 30 miliardi di tonnellate di CO2 ). Un passo avanti, ma i problemi non sono finiti: nei frigoriferi e nelle resine espanse esistenti nel mondo e fabbricati negli ultimi decenni, ci sono ancora grandissime quantità, dell’ordine di milioni di tonnellate, sia dei cloro-fluoro-carburi CFC, vietati da tempo, sia degli idrocarburi fluorurati HFC in crescente uso; questi gas continuano a liberarsi quando i frigoriferi e i condizionatori d’aria sono smantellati e quando le resine espanse finiscono nelle discariche o negli inceneritori.

Da una parte occorre perciò sviluppare nuovi processi di smaltimento di tutti i prodotti che contengono questi gas nocivi; dall’altra parte occorre inventare nuovi agenti che svolgano le stesse funzioni dei gas vietati. Come si vede, nella corsa per evitare le violenze all’ambiente non c’è riposo, specialmente per i chimici e per una buona chimica.

L'Italia non è solo – in misura storicamente più rilevante che nel resto d'Europa – terra di città. E' anche regione di borghi, di paesi, piccoli e medi, disseminati >>>

L'Italia non è solo – in misura storicamente più rilevante che nel resto d'Europa – terra di città. E' anche regione di borghi, di paesi, piccoli e medi, disseminati lungo la dorsale appenninica e preappeninica e fin sulle Alpi, ma presenti anche, con caratteristiche proprie, nella Pianura padana. E una saliente caratteristica è la loro varia origine storica, che va da epoche remotissime sino all'Otto-Novecento, insieme alla diversità delle genti e delle colonizzazioni che li hanno plasmati. Si pensi a un centro come Bobbio, in Emilia Romagna, abitato in età neolitica, poi colonizzato dai Liguri, dai Celti, dai Romani; oppure Pitignano, in Toscana, parimenti attivo nel neolitico, colonizzato dagli Etruschi e successivamente romanizzato. E ancora, sempre per sottolineare l'antichità della fondazione e la varietà delle civilizzazioni – ma per cenni necessariamente avari e sporadici – si può ricordare, scendendo verso Sud, Norcia, in Umbria, centro d'incontro di varie etnie nel mondo antico, poi assoggettata ai Romani; Gerace, in Calabria, colonizzata dai Greci a partire dal VIII-VII secolo e poi divenuta bizantina.
Nel Lazio e in parte dell'Italia meridionale dominano i borghi di origine medievale del cosiddetto incastellamento -studiato dallo storico Pierre Tourbet – risultato dell'aggregarsi degli abitati intorno a un castello feudale, per proteggersi dalla incursioni saracene e poi normanne di quell'età turbolenta. Ma è solo per suggerire una idea della vetustà storica e della multiformità delle culture. Non sorprende, dunque, se un numero grandissimo di questi borghi possiede al suo interno e nei suoi immediati dintorni un patrimonio immenso di resti e di manufatti, che custodiscono la memoria millenaria d'Italia, l'operosità di innumerevoli generazioni di artigiani e artisti. In questi centri sono disseminati santuari, torri, casali, abbazie, chiese, pievi, palazzi signorili, necropoli, ville, mausolei, sepolcri, chiostri, affreschi, statue e dipinti, anfiteatri, aree archeologiche, cinte murarie, strade, porte, vasche termali, cisterne, acquedotti.
I resti, insomma, talora ben conservati, di una civiltà impareggiabile. Nel 1980 Federico Zeri curò l' VIII volume della Storia dell'arte italiana per Einaudi, dedicata ai Centri minori dove tanto tesoro è illustrato per ricchissimi esempi. Mentre le benemerite guide rosse del Touring Club, come ricordava Italo Calvino, costituiscono il “catalogo nazionale” dove così innumerevoli beni sono registrati nel loro contesto storico e territoriale.

Ora che cosa accade nella nostra civilissima Italia? Accade che una parte crescente di questi borghi sono a rischio di abbandono, o sono già divenuti dei centri fantasma. Si calcola che siano almeno 5000 in tali condizioni. Naturalmente, la tendenza in atto non è senza contraddizioni. Esistono territori montani, come il Mugello, in Toscana, dove la popolazione tende a crescere. Negli ultimi anni i paesi intorno a Roma si sono gonfiati di popolazione. A causa degli elevati costi dei fitti, molti cittadini che lavorano a Roma sono andati a vivere nei paesi vicini, eleggendoli quali dormitori rurali del loro pendolarismo. Ma la corrente prevalente è l'abbandono, lo svuotamento demografico, soprattutto lungo la dorsale appenninica e nelle aree interne.

A questa situazione da tempo si vanno opponendo con varie iniziative non pochi enti e gruppi, come l' Associazione Borghi più belli d'Italia, sorto nel 2001 per impulso della Consulta del turismo e dell'Anci, il Gruppo Touring Club, il Paesi Fantasma Gruppo Norman Brian (che si occupa della mappatura dei borghi) e varie altre associazioni a scala locale, come l'Azione Matese, impegnata a favore dei paesi del Massiccio del Matese. Ciò di cui queste associazioni e varie altre hanno bisogno, tra l'altro, è senza dubbio una visione territoriale più ampia delle aree interne italiane e della formazione di una rete veramente attiva di informazione, scambi e cooperazione. Le aree interne fanno oggi parte di un vasto progetto, necessariamente di lunga lena, avviato da Fabrizio Barca all'interno del Ministero per la coesione territoriale.
Si tratta di un disegno di riequilibrio demografico, sociale, ambientale che può offrire nel tempo vaste prospettive al lavoro italiano e alla valorizzazione delle immense risorse naturali ospitate in queste terre. L'agricoltura della biodiversità agricola e la sua trasformazione agroindustriale, la selvicoltura, l'allevamento, l'utilizzo delle acque interne, l'escursionismo, il turismo, l'agricoltura sociale, le fattorie didattiche, la produzione di energia su piccola scala, l'artigianato del riciclo costituiscono le leve potenziali della rinascita di queste aree dove è prosperata per secoli la nostra civiltà rurale. A condizione, naturalmente, che i servizi fondamentali ( scuole, ospedali, trasporti) riacquistino o conservino il loro ruolo irrinunciabile.
Ma i borghi possono svolgere una specifica funzione attrattiva. Al loro interno si custodiscono non solo i manufatti artistici che abbiamo sommariamente elencato, ma, assai di sovente, essi sono scrigni invisibili che custodiscono antichi saperi, dialetti, culture e letterature popolari, strumenti musicali tradizionali e canti antichi, conoscenze di erbe e piante, forme di preparazione e conservazione dei cibi, cucine multiformi. Ma in questi luoghi si conserva dell'altro. In realtà, il nostro immaginario colonizzato dal demone dell'utile ci impedisce di scorgere tanti invisibili tesori immateriali. Si ritrovano infatti in tanti borghi, talora intatti, modalità del vivere, ritmi quotidiani, un rapporto speciale con il tempo e la memoria, emozioni e modi di guardare, lentezze e assaporamenti della realtà circostante che nella città sono ormai perduti per sempre.
Una dimensione antropologica del vivere e del sentire, travolta dalla modernità, che si ritrova ancora conservata come per una miracolosa regressione in un altro tempo storico.
Perciò occorre stabilire un nuovo rapporto di curiosità e scoperta, creare un nuovo sguardo sul nostro passato - come da tempo va facendo Franco Arminio, anche sulle pagine del manifesto - mescolare l'antico con il presente: ad es. trasformando vecchi edifici in abbandono, riattivando antiche manifatture con nuove produzioni, o cambiandole in “manifatture delle idee”, cioé in sedi di nuovi centri di ricerca. Occorrerà dunque seguire e documentare le iniziative che vanno sorgendo nei borghi, perché essi segnano il sentiero di un nuovo possibile rapporto degli italiani col proprio territorio e con il proprio passato.
A tal fine trovo qui quanto mai opportuno soffermarmi, sia pur per pochi accenni, su una singola esperienza in uno degli angoli più difficili e fisicamente avversi della nostra Penisola. E anche impervi sul piano civile, a causa della criminalità endemica. Mi riferisco alle attività che dal 2010 va svolgendo l'Agenzia dei borghi solidali nei comuni dell'estrema Calabria come Pentedattilo, Roghudi (spezzato in due da una alluvione nel 1971) e Montebello, all'interno del progetto “i luoghi dell'accoglienza solidale nei borghi dell'area grecanica”. L'Agenzia, aggregazione di numerose altre associazioni, ha sede, a Pentedattilo – pittoresco paese sullo Jonio che scende a cascata da una rupe - in un edificio, Villa Placanica , sottratto alla mafia. E, tra le varie iniziative messe in cantiere, organizza campi di lavoro estivo nazionali e internazionali, il che porta centinaia di ragazzi provenienti da ogni dove negli ostelli presi in gestione nei borghi.
E' un modo per valorizare il patrimonio edilizio pubblico e privato in abbandono, per riportarlo a nuove funzioni e utilità. E in questi spazi si vanno aprendo anche le cosiddette Botteghe solidali. Nel frattempo, all'interno dello Spaziofiera di Roghudi nuovo e di Pentedattilo, sono all'opera botteghe artigiane che puntano a riscoprire e dare nuovo valore alle tradizioni manifatturiere grecaniche, offrendo nello stesso tempo lavoro a immigrati e cittadini svantaggiati. Si tratta di una esperienza agli inizi, condotta da giovani molto capaci e legati al proprio territorio per passione e sensibilità storica. Con un tenace sforzo di aggregazione vanno creando e diffondendo culture di solidarietà e di legalità e soprattutto mettono in moto rapporti interculturali e di cooperazione fra le persone: quelle forme di comunicazione e di scambio che erano già vive su queste terre quando nel Mediterraneo fioriva la civiltà greca e il mare era luogo di vicinanza e di dialogo fra popolazioni diverse.
www.amigi. org

Nel servizio di un tiggì nazionale sul nuovo emirato della Costa Smeralda un onesto cronista... >>>

Nel servizio di un tiggì nazionale sul nuovo emirato della Costa Smeralda un onesto cronista ha spiegato in una manciata di minuti la realtà funesta dell’Isola. Il servizio è culminato in una frase scultorea pronunciata dal sindaco di Arzachena. Il sindaco ci ha spiegato come l’emiro del Qatar raccolga fiori mentre passeggia – dunque, tranquilli, il Creato è salvo – e ha affermato che in caso di cessione della Costa si tratterebbe di mettere in vendita, espressione mai udita prima da orecchie umane, “fette di ambiente”.

Neppure la civile testimonianza di un giornalista sardo che faceva da guida allo sbalordito inviato dal “continente”, ha attenuato la tristezza e la vergogna provocate dalla spaventosa espressione “fette di ambiente”. C’è qualcosa di demoniaco e, allo stesso tempo, da pizzicagnolo in questa faccenda dell’ambiente a fette. La Sardegna affettata come un salame mentre il sito della Regione e i suoi funzionari ce la mostrano siliconata e trionfante in 3D.

In questa diabolica autopsia dell’isola, la Gallura seziona per sé una fetta di 500.000 metricubi che sarebbero consentii dal nuovo Piano paesaggistico. Quello promesso dall’attuale Giunta metrocubica, sostenuto dall’eruzione intellettuale di “Sardegna Nuove Idee” con il puntello della vulcanica università di Alghero.

Già il Piano Casa in eterna proroga era riuscito nell’intento di distribuire metri cubi con il perfido articolo 13 che annulla ogni tutela. E quando la Corte lo dichiarerà anticostituzionale, già molto sarà perduto senza rimedio. Intanto i “mattoni per tutti” hanno aggravato la crisi dell’edilizia perché hanno inventato un fabbisogno inesistente, risposto a una richiesta fasulla, moltiplicato di conseguenza i senza lavoro, imbruttito l’isola sino all’insopportabile, alimentato illusioni e gonfiato una burla finanziaria che volge in tragedia.

Però nella diavoleide isolana non ci sono solo i luciferi che vogliono annichilire il Piano paesaggistico cancellando le norme. Un altro gruppo di diavoletti vuole destinare un quarto della superficie coltivata dell’isola alla cosiddetta Chimica Verde per coltivare e bruciare incommensurabili quantità di cardi. Altro veleno. I nostri azazelli manager vorrebbero fabbricare sacchetti per la spesa a partire dal cardo. Saremo i leader dei sacchetti. Grandioso! E quando ad altri verrà in testa di fare sacchetti che costeranno meno – proprio come è accaduto per il carbone, per l’alluminio e perfino per il pecorino – noi, sempre più intossicati e poveri, riprenderemo il nostro congenito lamento dopo aver perduto l’ennesima“fetta di ambiente” innaffiando improbabili cardi.

Però l’obiettivo è ancora più ambizioso. Miriamo all’annichilimento dell’intera agricoltura che, nella Sardegna in promozione 3D, è roba superata. E siamo già molto avanti.

In una parte laboriosa dell’isola dove c’è un’industria del latte e coltivazioni che permettono un reddito certo, dove c’è un turismo contrastante con quello delle “fette” galluresi, perfino i consiglieri del Pd, in armonia con Confindustria che considera il Paesaggio “materia prima” da consumare, volevano trivellare il suolo alla ricerca di metano. Condividevano, si vede, la filosofia della “fettina” e proponevano un mondo da incubo dove in una fetta si coltivano fragole e si allevano mucche mentre in un’altra si trafora la terra per estrarre metano. Un ciclo perfetto. Trivellati e trivellatori felici insieme. Abbiamo colpe storiche, ma non tutti le vediamo. Lo specchio mostra schifezze e noi diamo allo specchio la colpa delle schifezze.

Però qualcosa cambia. E il metano d’Arborea resterà nel sottosuolo ad alimentare le fiamme dell’inferno perché chi abita quei luoghi non vuole trapanare la sua patria, non considera merce la sua terra, è contro l’ambiente a “fette”. E si ribella.

Resta ancora molto da distruggere, e ci provano. Trivelle anche a Serramanna, Vallermosa minacciata da 3500 specchi che riflettono luce su una terribile torre di 200 metri, Villasor, Uta, Giave e Cossoine, Narbolia, Ulassai, Buddusò, Alà dei Sardi, il Limbàra, un elenco interminabile di “fette di ambiente” violate o insidiate dall’interesse di pochi che si sono dati un’opaca vernice di verde. Oggi la fiaba del metano e dell’energia a poco prezzo, ieri quella del cemento e quella dell’industria che ha fatto più vittime che addetti. Molti periti settori ci amministrano e vorrebbero affettarci, incuranti dei luoghi e di chi li abita, incuranti della malavita organizzata che ha messo le mani sull’energia, incapaci di immaginare “un’economia fisiologica”. Promettono paradisi e producono inferni. E guai, guai chiedere un piano regionale dell’energia: nessuno lo vuole perché nessuno sopporta regole.

Però, finalmente, c’è un po’ di luce. Qualche comunità non crede più ai pifferai, ha riflettuto, non vuole più fare la parte del piffero e comprende il valore di quello che ci resta, anche di brandelli, lembi, frammenti e avanzi dell’Isola.

questo articolo è imviato contemporaneamente a La Nuova Sardegna

Il 5 giugno scorso il Papa Francesco ha preso l’occasione...>>>

Il 5 giugno scorso il Papa Francesco ha preso l’occasione della quarantunesima “Giornata della Terra” per parlare di ambiente e di sprechi e lo ha fatto con parole che non ascoltavamo da molto tempo. Nell’udienza generale (il testo integrale si trova nel sito www.vatican.va) ha ricordato che la donna e l’uomo sono stati posti nel Giardino perché lo coltivassero e custodissero, coma si legge nel secondo capitolo del libro della Genesi, e ci ha invitato a chiederci che cosa significa coltivare e custodire: trarre dalle risorse del pianeta i beni necessari, con responsabilità, per trasformare il mondo in modo che sia abitabile per tutti, parole che già Paolo VI aveva usato nell’enciclica “Populorum progressio” del 1967.
Papa Francesco ha detto che non è possibile custodire la Terra se, non solo le sue risorse, ma addirittura le donne e gli uomini “sono sacrificati agli idoli del profitto e del consumo”, alla “cultura dello scarto”. Le ricchezze della creazione non sono di una persona, o di una impresa economica, o di un singolo paese, ma sono “doni gratuiti di cui avere cura”, destinati ad alleviare soprattutto “la povertà, i bisogni, i drammi di tante persone”. Il dramma più grave consiste nel fatto che un miliardo di persone manca di cibo sufficiente, in ogni parte di un mondo dominato dallo scarto, dallo spreco e dalla distruzione di alimenti. “Il consumismo, ha detto il Papa, ci ha indotti ad abituarci al superfluo e allo spreco quotidiano di cibo. Ricordiamo, però, che il cibo che si butta via è come se venisse rubato dalla mensa di chi è povero”.

Finalmente parole dure, da una autorità ascoltata da cristiani e non cristiani, credenti e non credenti, che sintetizzano la fonte dei guasti ecologici: la violenza contro le risorse naturali è violenza contro gli altri esseri umani, contro il prossimo vicino, contro il prossimo lontano nello spazio e contro il prossimo del futuro che erediterà un mondo impoverito per colpa degli sprechi di oggi, dei paesi ricchi e egoisti. L’ecologia spiega bene l’origine della fame di troppi esseri umani: gli alimenti umani diventano disponibili attraverso un complesso e lungo ciclo che comincia dai raccolti di vegetali: patate, cereali, piante contenenti oli e grassi. Dei vegetali di partenza solo una parte, meno della metà, diventa disponibile sotto forma di alimenti e di questi una parte va perduta, per le cattive condizioni di conservazione e di trasporti dai campi e dalle fabbriche ai mercati.

Una parte delle vere e proprie sostanze nutritive viene destinata alla zootecnia che ”fabbrica” alimenti animali ricchi di proteine pregiate con forti perdite: occorrono circa 10 chili di vegetali per ottenere un chilo di carne; il resto va perduto come escrementi, come gas della respirazione degli animali da allevamento e come scarti della macellazione. Nei paesi industriali gli alimenti vegetali e animali, prima di arrivare sulla nostra tavola o nel nostro frigorifero, passano attraverso una lunga catena che comprende il trasporto attraverso i continenti o gli oceani, poi attraverso processi industriali di conservazione, trasformazione, inscatolamento, ciascuno con rilevanti perdite di sostanze nutritive che diventano scarti da smaltire come rifiuti.

Poi gli alimenti passano attraverso il sistema della distribuzione, anch’esso caratterizzato da sprechi, si pensi alle merci invendute o deteriorate o che superano i limiti di scadenza, che diventano anch’esse scarti e rifiuti. Alla fine le sostanze nutritive, stimabili in un quarto di quelle che la natura aveva prodotto, arrivano a casa nostra o ai ristoranti e anche qui si hanno altri scarti e sprechi: in media, nel mondo, 100 chili per persona all’anno. Indagini della FAO, l’organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, indicano in 1,3 miliardi di tonnellate all’anno il peso degli alimenti complessivamente sprecati, un terzo di quelli disponibili, circa un decimo delle sostanze nutritive, caloriche e proteiche, che la natura aveva prodotto con i suoi cicli ecologici.

Lo spreco alimentare è accompagnato da spreco di acqua, quella che l’intero ciclo del cibo richiede per l’irrigazione e per i processi di trasformazione: l’agricoltura infatti assorbe circa 10.000 miliardi di metri cubi di acqua all’anno, una quantità enorme se si pensa che l’acqua dolce disponibile nel ciclo naturale ammonta a 40.000 miliardi di metri cubi all’anno

Non solo; l’enorme massa di scarti e rifiuti agricoli e alimentari si trasforma nei gas anidride carbonica e metano che sono responsabili del continuo, inarrestabile peggioramento del clima. Una grande battaglia scientifica e culturale per comportamenti rispettosi “del prossimo”, per diminuire gli sprechi alimentari, assicurerebbe acqua e cibo a chi ne é privo. La chimica e la microbiologia applicate agli scarti alimentari consentirebbe di ricavarne sostanze adatte per altri usi umani, con minori inquinamenti e minore richiesta di risorse naturali scarse: una ingegneria e merceologia della carità al servizio dell’uomo.

La salvezza, insomma, va cercata in un “serio impegno di contrastare la cultura dello spreco e dello scarto”, di “andare incontro ai bisogni dei più poveri”, di “promuovere una cultura della solidarietà”. “Ecologia umana ed ecologia ambientale camminano insieme”. Sono le parole del Papa che è anche un chimico.

La protesta di Gezi Parik e i beni comuni come base materiale della democrazia. I nessi profondi tra spazi pubblici e sfera pubblica, omologhi a quelli tra urbs civitas e polis. 3 gennaio 2013

Circola sui social network uno slogan sulla protesta di Istanbul: "Questo non è per un parco, questo è per la democrazia" ("This is not about a park, this is about democracy").

Capisco che per chiunque l'abbia inventato può apparire importante mostrare che le loro richieste stanno dentro un più vasto ordine delle cose. La loro intuizione è nel giusto almeno su un punto: per attirare l'attenzione del pubblico mondiale certamente funziona meglio caratterizzare le tue come lotte per la democrazia piuttosto che solo per "uno stupido parco".

Queste altre cose – far sentire la propria voce, la condanna dell'abuso di potere dello Stato, la libertà di espressione e della stampa, il rispetto dei diritti delle minoranze – sono tutte ovviamente cose di valore e, non fraintendetemi, sono con voi, pienamente, senza condizioni, senza cinismo, e con chi genuinamente vuole avanzare questa più generale agenda democratica.

Tuttavia, non ci sarebbe stato niente di male se la cosa fosse stata anche "solo" per un parco. Andrebbe molto bene lo stesso, anzi! E vi dirò perché. Casi come la vicenda urbanistica del Gezi Park di Istanbul sono un noioso eterno ritorno dell'uguale. Sono tentativi di appropriazione dei beni comuni attraverso le moderne forme di chiudende, dove spazi pubblici, luoghi, l'ambiente vengono sottratti dalla sfera pubblica e asserviti alla logica del privato profitto.

Queste operazioni non portano nessun beneficio collettivo, soprattutto per i residenti locali che dovrebbero essere i primi detentori del diritto alla città. Non si tratta solo del diritto di avere una città che funziona anche per loro, ma soprattutto il diritto di prendere parte al processo di pianificazione su come la loro città dovrebbe essere costruita ed organizzata.

Demistifichiamo una cosa. Non stiamo qui parlando del Bene Comune, ma dei beni comuni. Il dibattito su che cosa sia un generale bene comune è complicato, e il termine può essere (ed è stato) facilmente appropriato e mistificato. Piuttosto, i beni comuni sono, beh, dei beni: cose molto concreto come terra, luoghi, piazze, e parchi pubblici.

Fintanto che restano comuni, essi forniscono un qualche servizio pubblico e sono per definizione sotto qualche giurisdizione collettiva. Infatti, i beni comuni sono societari su un più fondamentale livello di qualunque altro moderno diritto o servizio dello Stato sociale. Anche storicamente, prima di avere questi ultimi, la sfera politica è emersa come una questione su come e che cosa significhi governare i beni comuni.

Dunque, la questione dei beni comuni è la questione sulla qualità della nostra democrazia. Se non vogliamo che la nostra democrazia sia solo un dibattito sui diritti dei gay, sul testamento biologico, o su simili cose (di nuovo, sto totalmente con voi!), abbiamo bisogno dei beni comuni, perché essi sono ciò per cui serve la democrazia. In questo preciso senso, i beni comuni sono la fondamentale base materiale della democrazia e quindi la loro difesa e l'estensione è anche la difesa e l'estensione della democrazia.

Non sono così informato da conoscere tutte le rivendicazioni che bollono in pentola né quale eterogenesi dei fini abbia culminato nella protesta di Gezi Park. Voglio solo dire che non avrebbe sminuito la sua importanza se questa cosa di Istanbul fosse stata "solo per un parco", perché per questa precisa ragione sarebbe molto stata anche per la democrazia. Per questo, lo slogan poteva anche essere: "Questo è per un parco, e per questo è per la democrazia."

Lunga vita a Gezi Park.

I primi di giugno 2013 presso l’Accademia Nazionale dei Lincei si è svolto un importante convegno sulla “società che invecchia”. ...>>>
I primi di giugno 2013 presso l’Accademia Nazionale dei Lincei si è svolto un importante convegno sulla “società che invecchia”. Nella maggior parte dei paesi industrializzati il progresso è costituito, fra l’altro, dall’allungamento della vita media delle persone, anche se, nello stesso tempo, diminuisce la natalità, per cui aumenta il numero degli anziani, di coloro che hanno più di 65 anni, e diminuisce la parte della popolazione “giovane” e di quella attiva. Lo stesso fenomeno si sta verificando più o meno rapidamente anche nei parsi emergenti e in quelli poveri.
A mio modesto parere, nell’analisi della società che invecchia, troppo poca attenzione viene rivolta alle conseguenze ambientali e merceologiche del fenomeno. In Italia, per esempio, mezzo secolo fa, alla fine della seconda guerra mondiale e negli anni cinquanta e sessanta del Novecento, gli anziani erano una piccola frazione della popolazione totale e la vita media era relativamente corta. In quei tempi gli anziani spesso restavano nella famiglia con i figli, contribuivano all’economia familiare con la propria pensione e con l’aiuto nella vita domestica quotidiana. I loro bisogni di oggetti erano abbastanza limitati e così erano i loro consumi e i rifiuti della loro esistenza, e l’effetto negativo sull’ambiente.
Oggi le donne e gli uomini di oltre 65 anni, il 20 percento della popolazione italiana, oltre 10 milioni di persone, vivono molto più a lungo; in seguito ai matrimoni o agli spostamenti dei figli le famiglie degli anziani sono costituite da coppie o da singole persone che spesso si trovano in appartamenti troppo grandi, mentre le nuove famiglie dei figli hanno bisogno a loro volta di nuove case. Con l’effetto che l’aumento della vita media non fa diminuire, ma aumentare, la richiesta di abitazioni, il che è buono dal punto di vista dell’economia dell’industria edilizia e dei venditori di cemento e di infissi, ma ha effetti negativi ambientali perché fa aumentare l’occupazione dei suoli, la domanda di vie e di mezzi di trasporto; come conseguenza indiretta è aumentato il numero di autoveicoli privati, il che è stato buono per i venditori di automobili, ma ha fatto aumentare la congestione e l’inquinamento urbano.
I 10 milioni di anziani italiani sono anche loro ”consumatori” di merci e di beni materiali, ma completamente diversi da quelli della restante parte della popolazione adulta. Col passare degli anni nelle persone diminuiscono inevitabilmente le possibilità di svolgere alcune funzioni: camminare, vedere, udire, masticare. Solo di recente nella pubblicità, al fianco dell’offerta di oggetti alla moda, di auto e motociclette rombanti e veloci, ha cominciato a comparire l’offerta di scale mobili domestiche, di apparecchi acustici, di adesivi per dentiere, di creme e trattamenti per togliere le rughe, eccetera, “nuove” merci che impongono innovazioni, richiesta di nuovi materiali, occasioni di lavoro per prodotti finora in parte di importazione. L’ambiente può anche essere ostile per gli anziani la cui limitata mobilità può essere agevolata eliminando le barriere architettoniche, finora pensate soltanto per i disabili, le scalinate, superabili soltanto con fatica, interventi che offrono altre occasioni di lavoro.
Ma soprattutto gli anziani hanno bisogno di servizi e anche questi richiedono oggetti materiali. Prima di tutto hanno bisogno di servizi sanitari pensati considerando i particolari disagi degli anziani, e poi hanno bisogno di assistenza e aiuto personale per affrontare i lavori domestici e gli acquisti. Perfino la burocrazia e la diffusione dell’informatica può rappresentare un disagio per coloro che non hanno confidenza con i relativi strumenti. Servizi finora offerti, ma solo in maniera limitata, da associazioni o gruppi pubblici o privati; per chi può permetterselo esiste una offerta di assistenti familiari, le persone chiamate, con sgradevole termine, “badanti”, per lo più figure femminili, immigrate, la cui presenza comporta vari problemi economici, la comparsa di nuovi diritti dei lavoratori e doveri dei datori di lavoro, la necessità di spazi abitativi. Anche gli anziani, come tutti, hanno bisogno di alimenti, ma spesso differenti da quelli richiesti dal resto della popolazione. Queste brevi considerazioni suggeriscono la necessità, da parte dei governanti, di conoscere le necessità dei loro cittadini anziani, di considerare che il loro numero è destinato ad aumentare, e richiede mutamenti produttivi e sociali che possono avere effetti positivi, ma che possono anche avere conseguenze negative ambientali.
Le precedenti considerazioni riguardano un paese del “primo mondo” industrializzato, ma le società invecchiano rapidamente anche nei paesi del secondo mondo in via di industrializzazione e nel terzo mondo dei paesi poveri e poverissimi, qui con la disintegrazione delle comunità basate sull’agricoltura, nelle quali la presenza di anziani aveva addirittura un ruolo economico e produttivo, e la nascita di megalopoli nelle quali gli anziani sono destinati ad essere sempre più emarginati, specialmente nelle parti più povere di ciascun paese.

Credo che occorra un crescente impegno del mondo accademico, della ricerca e delle imprese, per l’analisi dei rapporti fra l’invecchiamento della popolazione e i crescenti consumi di merci, di beni materiali, di risorse naturali e i relativi effetti: positivi e negativi ambientali.
Luci e ombre nel programma del neo ministro per i beni e le attività culturali illustrato alle commissioni parlamentari il 23 maggio scorso...>>>
Luci e ombre nel programma del neo ministro per i beni e le attività culturali illustrato alle commissioni parlamentari il 23 maggio scorso.Apprezzabile la buona volontà di superare il consueto carattere general-generico di documenti analoghi anche molto recenti, intenzione che traspare più che dal testo in sè, dagli allegati finali, dove è finalmente possibile avere qualche dato sulle risorse economiche e di personale del Ministero, sulla loro ripartizione e sul loro andamento negli ultimi dieci – otto anni (non era scontato per un’amministrazione notoriamente omertosa).
Scontato invece che l’autocritica su quest’ultima stagione ministeriale da dimenticare, sia piuttosto debole: il documento risulta palesemente ispirato, in molti punti (paesaggio, rapporti internazionali, archeologia), da quella stessa dirigenza responsabile dell’attuale situazione di degrado sottolineata dall’insieme dei media e del mondo culturale, non solo italiano.
Però in un orizzonte storico e politico eccezionale quale è quello attuale, un’analisi meno edulcorata che non indulgesse in autoassoluzioni sarebbe non solo fortemente auspicabile, ma costituirebbe il primo indispensabile passo per ripartire. E per cominciare a delineare una politica culturale degna di questo nome: non solo quindi un elenco di buone intenzioni (talora contraddittorio), ma uno schema che individui pochi obiettivi di fondo, priorità d’azione chiare e risorse necessarie, affrontando alcuni nodi ineludibili.
A partire dalle risorse economiche: l’immagine che emerge dal documento del 23 maggio riguardo a questo tema è piuttosto quello di una navigazione a vista. I soldi non ci sono e non ci saranno (per tutta la legislatura?), ergo non resta che rivolgersi al soccorso di chi può: privati e fondi europei su tutti.
La grande penalizzata dei tagli di bilancio che hanno colpito il Mibac è la tutela, le cui risorse risultano decurtate negli ultimi 5 anni di oltre il 58%: impossibile, in questa situazione, esercitare quelle attività di manutenzione programmata che pure lo stesso documento correttamente individua come prioritarie operazioni di prevenzione del rischio sismico.
Ma la crisi incombe e molto prudentemente, nel documento, a parte l’evergreen dell’incentivazione della fiscalità di vantaggio, non si individuano altri percorsi. Eppure vi è un ambito dove il Ministero potrebbe, finalmente, cominciare ad esercitare una tutela efficace e addirittura elaborare una politica culturale vera e propria praticamente senza risorse aggiuntive: il paesaggio.
Il paesaggio ricorre in verità in più punti delle linee programmatiche, ma questa dispersione appare piuttosto indice di una mancanza di visione complessiva: consumo di suolo, tutela e qualità del paesaggio, centri storici sono parti di un tutto inscindibile e andrebbero ricollocati non pensando, come sembra di capire, a distinti provvedimenti normativi da elaborare ex novo o da riprendere, ma all’interno di quel processo imprescindibile che è la pianificazione paesaggistica, come normata dal Codice.
La costituzione, cui si allude nel documento, di un apposito gruppo di lavoro per la “manutenzione” del Codice alla cui presidenza – come trapela da varie fonti – sarebbe chiamato Salvatore Settis è un punto fermo che aiuta a sperare. I compiti di questo gruppo di lavoro, però, oltre che sugli aspetti accennati nelle linee ministeriali (normativa sui monumenti nazionali) dovranno essere prioritariamente rivolti proprio alla parte sul paesaggio, investita dagli innumerevoli attacchi ai fianchi portati soprattutto dalla Conferenza delle Regioni e dal mondo dell’imprenditoria edile.
Un esempio fra tutti: il provvedimento di autorizzazione paesaggistica, l’ultimo baluardo rimasto nelle mani delle organismi territoriali di tutela, le Soprintendenze. L’esercizio dell’autorizzazione paesaggistica, provvedimento necessario a qualsiasi trasformazione si voglia operare sul territorio in aree tutelate, in questi ultimi anni è stato oggetto di pressioni fortissime e bersaglio preferito di un complesso farraginoso – ma a suo modo perfettamente congruente – di norme ricadenti sotto l’etichetta passepartout di “semplificazione” : il grimaldello usato per operare una contrazione generalizzata degli spazi riservati al sistema delle tutele in nome di una fantomatica agevolazione della ripresa economica (le grandi opere, in particolare). Suona pertanto minacciosamente contraddittorio il documento di indirizzo, laddove afferma che “occorre semplificare alcune procedure eccessivamente burocratiche” (punto 2).
Ma ad oltre cinque anni di distanza dall’entrata in vigore dell’ultima versione del Codice, bisogna riconoscere che la legge, in mancanza di una volontà politica adeguata, non è stata sufficiente ad innescare un processo virtuoso di tutela e il disegno prefigurato è tuttora largamente incompiuto. Nessuna delle Regioni tenute alla pianificazione paesaggistica ai sensi del Codice si è dotata di un piano paesaggistico conforme al Codice stesso, un terzo risulta in uno stadio iniziale o addirittura non ha ancora attivato l’iter di copianificazione. Nulla si sa di quell’Osservatorio nazionale del paesaggio, istituito nel 2008 ai sensi dell’art. 133 del Codice per divenire il presidio di indirizzo e controllo dell’operazione di pianificazione e mai operativo.
Ancora più grave è l’ormai conclamata rinuncia - organizzativa, culturale, politica - da parte del Mibac a governare le operazioni della pianificazione, a partire dalla redazione delle “linee fondamentali sull’assetto del territorio” previste dall’art. 145, tuttora mancanti seppur indispensabili a garantire una cornice unitaria all’insieme del paesaggio nazionale. E se manca la cornice – imprescindibile – delle linee guida, manca anche una definizione puntuale del contenuto degli accordi di pianificazione, le regole e i criteri affinchè i piani possiedano le prescrizioni e le cogenze necessarie a tutelare l’identità dei paesaggi propri delle singole regioni.
Purtroppo, sotto questo punto di vista, il documento del ministro, non solo non riconosce (punto 10) la gravità dei ritardi accumulati e non accenna minimamente alle linee fondamentali, ma sembra addirittura ridurre l’attività della copianificazione alla semplice ricognizione dei vincoli. Si tratterebbe dello svuotamento definitivo del carattere innovativo della copianificazione: il tentativo di definire il destino del territorio italiano a partire da un confronto paritario – istituzionalmente – fra Stato e Regioni, ma chiaramente gerarchico – costituzionalmente – perchè mirato a salvaguardare, innanzi tutto, il paesaggio italiano, riconosciuto come patrimonio comune della collettività da anteporre a qualsiasi obiettivo economico.
Il testo programmatico conferma purtroppo la deriva interpretativa sposata, in una convergenza viziosa, da Ministero e Regioni, in virtù della quale la copianificazione si sta trasformando in una semplice operazione di maquillage normativo da un lato, e di compromesso al ribasso, nei contenuti: ampi, lirici preamboli e, a volte, accurate analisi dal punto di vista culturale e geomorfologico sono anteposte, esornativamente, ad un insieme di disposizioni quasi mai a valore prescrittivo, quasi sempre inutili ai fini della tutela, quando non palesemente in contrasto e pertanto incostituzionali.
Depotenziata la pianificazione paesaggistica, ben poco rimane in mano al Ministero per governare la partita della tutela del paesaggio, tanto che lo stesso testo ministeriale è costretto a debordare in spazi di pertinenza non propria, laddove invoca, per il contenimento del consumo di suolo, nuove norme urbanistiche, oppure quando rivendica per il progetto architettonico una funzione di panacea universale contro gli orrori delle periferie urbane, in nome di una qualità perseguibile con strumenti giuridici (ma una Dives Misericordia, chiesa pur di altissima qualità architettonica, non basta da sola a riqualificare l’anonima distesa cementizia di Tor Tre Teste).
L’incomprensione della funzione della pianificazione paesaggistica traspare del resto in tutto il documento, anche laddove, ad esempio (punto 14), si proclama la necessità della ratifica della Convenzione di Malta. Quel documento fu elaborato, nel 1992, in seno al Consiglio d’Europa per proporre, ai paesi sottoscrittori, un insieme di linee guida sulla protezione del patrimonio archeologico minacciato dai lavori edilizi e infrastrutturali (in particolare le grandi opere): la firma del Mibac manca da vent’anni non per casuale distrazione, ma perchè l’Italia, al contrario di molti paesi europei, non ha mai voluto inserire le attività di archeologia preventiva fra le operazioni indispensabili alla pianificazione territoriale. In questo modo scontiamo su questo tema vitale per la tutela del patrimonio archeologico un ritardo drammatico che è alla base della situazione di precariato diffuso che contraddistingue le ultime due generazioni di archeologi professionisti.
Il rilancio politico della pianificazione paesaggistica, in questo senso, non è quindi uno dei tanti punti possibili dell’azione governativa del Mibac, ma “il” punto fondativo di una riqualificazione dell’intero sistema delle tutele.
Sulla pianificazione paesaggistica, di inalterata attualità (purtroppo), v. Primo Rapporto sulla pianificazione paesaggistica in Italia, a cura di Vezio De Lucia e Maria Pia Guermandi, Roma, 2010.

Baristi e urbanisti a Cagliari diventano sinonimi...>>>

Baristi e urbanisti a Cagliari diventano sinonimi. La spensierata filosofia della birretta decide la forma e la vita della nostra città. Un piccolo ma metaforico episodio racconta un intero mondo uscito dai cardini ma con l’aperitivo in mano.

Accade che un bar, affidatario da vent’anni di uno degli spazi più belli della città, sulla terrazza del bastione di Santa Croce, conduca una florida attività pagando poco più di 1300 euro l’anno per l’uso del suolo. E che, con un’altra manciata di euro, il filantropico padrone del locale abbia commissionato un progetto a studenti e neolaureati di architettura per migliorare non il bastione medievale ma il bar, considerato un gioiello così raro da annullare il valore delle mura medievali.
Che prestigiosa collaborazione questa tra un bar e la facoltà di architettura, che promettenti architetti, che elevato concorso di idee e che idea abbagliante quella di considerare il bar la “perla” del bastione di Santa Croce.

Dell’illustre commissione fa parte il proprietario insieme a austeri cattedratici di architettura, tutti favorevoli a un’orrenda pedana nella quale, vicini al cielo e agli dei, si beve seduti guardando il golfo attraverso una lastra di vetro. Il risultato è un orrore che sfregia uno dei siti più importanti della città. Quel luogo è stravolto, quel cataplasma non verrà rimosso, offuscherà a lungo il panorama della torre dell’elefante. E la città sarà più povera.

Perfino la Sovrintendenza, conquistata dalla dottrina del long drink, ritiene la pedana, il gazebo e la vetrata in armonia con il luogo. Il sito è imbruttito, irriconoscibile, sfigurato, ma assicurano che è protetto. E questa sarebbe la tutela? Questo noi facciamo a un luogo bello e amato? Per il capriccio e il vantaggio di un singolo lo storpiamo sino a cancellarne ogni identità. E’ lecito? No, siamo certi che non lo sia anche se timbri e bolli sono in ordine, come succede spesso quando si distruggono paesaggi.

Se i teorici del cappuccino e brioche si fermassero a riflettere, comprenderebbero quanto sia iniquo consegnare un sito prezioso a chi lo altera profondamente per proprio vantaggio, capirebbero che un quartiere non si ripopola con qualcuno che ci va la notte, beve, usa il rione come un vespasiano e se ne va barcollando.

Quest’urbanistica della vodka è nociva come la gramigna. Rafforza l’idea malata che i luoghi pubblici non siano di tutti ma appartengano un singolo per un’originale usucapione e che i quartieri si debbano conformare a chi li frequenta come un paese dei balocchi. Consolida il principio insano che la fortuna di una città passi attraverso un uso etilico e fracassone dei luoghi più belli. Certo è piacevole nutrirsi in un buon ristorante o sedere al tavolino di un bel locale, tanto più se è seducente il fondale, ma gli ideologi del Martini confondono il tessuto sociale di un quartiere con gli avventori dei bar. E distruggono il fondale.

Il connettivo di una comunità è prima di tutto rappresentato da chi abita i luoghi, da chi ci va per studiare o lavorare. E quando nel cuore di una città chiudono scuole, uffici, ospedali e botteghe, quando ogni azione è sostenuta dall’idea della fabbrica del divertimento come motore dell’esistenza, impipandosi della mancanza di servizi elementari, quando la mistica del calvados vince su ciò che rende davvero viva e in salute una collettività, allora la città diventa una squallida e vuota scenografia di cartapesta.

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