Già ricordati nell'editoriale di Rossana Rossanda sul manifesto di domenica scorsa, il terremoto di Lisbona del 1755 e il dibattito che suscitò fra i filosofi dell'illuminismo tornano alla mente in una sorta di associazione spontanea con la tragedia del sud-est asiatico di oggi. E più che i due eventi, a suscitare l'associazione è il loro impatto sull'immaginario dei contemporanei, allora e oggi. A ricostruire quello di allora fa da guida un libro uscito qualche mese fa a cura di Andrea Tagliapetra, Sulla catastrofe. L'illuminismo e la filosofia del disastro (Bruno Mondadori), che raccoglie e commenta gli scritti di Voltaire, Rousseau e Kant sull'evento e traccia alcune piste di riflessione non banali per l'oggi. Scrive Tagliapietra che allora non fu tanto l'entità, pur immensa, della tragedia a fare del terremoto di Lisbona un evento del pensiero oltre che della storia: altri e più terribili cataclismi (il terremoto di Lima del 1746, 20.000 morti, quelli di Qili e Pechino di pochi anni prima, 200.000, quello dei Caraibi del 1693, 60.000, nonché quello dello Huaxian nel `500, 800.000) non lo erano diventati. Fu piuttosto l'effetto di vicinanza a colpire la nascente opinione pubblica europea, amplificato dalla contemporanea espansione del sistema della stampa. Lisbona, che contava all'epoca 275.000 abitanti e govenava un impero già provato dalle guerre coloniali con l'Olanda ma ancora esteso su tre continenti, era la porta dell'Europa sull'oceano e sul Nuovo Mondo, e il suo crollo, puntualmente descritto e comunicato da gazzette e volantini, colpì al cuore l'immaginario dell'espansione e l'ottimismo della conquista. «Il terremoto fu percepito come un evento che, mentre suscitava antichissimi interrogativi sul male, su Dio, sulla natura, la giustizia, il destino dell'uomo, poneva al contempo la cultura europea sulla soglia di qualcosa di nuovo. Sorgeva un mondo in cui si discuterà sempre meno di peccato e di colpa, e sempre più di catastrofe e di rischio, si smetterà di risalire ogni volta alle logiche apocalittiche del diluvio universale e si lasceranno parlare i sistemi descrittivi e gli apparati empirici della geologia e delle scienze della terra». Evento di passaggio: dai piani di Dio alla responsabilità degli uomini. Gli scritti di Voltaire, Rousseau e Kant documentano questo passaggio. La morte dell'ottimismo del migliore dei mondi possibili, decretata da Voltaire nel Poema scritto per l'occasione e nel Candido. La risposta di Rousseau, con il dito puntato sulle colpe dei mortali («la natura non aveva affatto riunito in quel luogo 20.000 case di sei o sette piani») e la speranza spostata dai disegni divini alle possibilità rivoluzionarie umane. L'analisi di Kant, minutamente condotta sulle cause fisiche e geologiche del disastro. Il mondo è nelle mani di chi lo abita: questo si dice, e si impone, la coscienza europea di fronte a una catastrofe che segna l'inizio della modernità. E tuttavia, e contraddittoriamente, nello stesso momento il fantasma della catastrofe si installa nel cuore della modernità stessa: la possibilità permanente del disastro diventa l'altra faccia, il lato d'ombra, l'inconscio persecutorio e minaccioso della responsabilità rivendicata e dichiarata. La modernità nasce in questa tensione fra l'imminenza della catastrofe e le strategie della sua prevenzione e del suo contenimento.
E si rinnova e si ripete in questa stessa tensione, viene da dire di fronte ai dibattiti di oggi sull'apocalisse naturale asiatica, o dell'altro ieri sull'apocalisse politica dell'11 settembre (che non a caso suscitò anch'essa più di un riferimento all'«evento filosofico» del terremoto di Lisbona). Con la differenza che mentre nella nascente opinione pubblica europea dio lasciava il posto alla responsabilità umana, oggi il movimento è piuttosto l'inverso, e sotto varie maschere dio viene invocato a copertura delle responsabilità umane. Un altro segno del processo di decostruzione all'indietro della modernità a cui la post-modernità ci fa assistere. O forse il segno che né le maschere di dio né il totem della responsabilità bastano a fare i conti con la dimensione imperscrutabile della storia che è fatta di caso, accidente, incidente.
Titolo originale: Australia looks beyond Kyoto with new pact – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
È stato annunciato oggi dal governo federale un nuovo accordo fra Australia, Stati Uniti, India, Cina e Sud Corea per sviluppare nuove tecnologie per ridurre le emissioni di gas serra.
L’Australia entro quest’anno ospiterà il primo incontro di rappresentanti dei governi firmatari per negoziare i dettagli di un patto considerato dal governo Howard come alternativo al protocollo di Kyoto.
Ma i partiti dell’opposizione e i movimenti ambientalisti affermano che l’accordo è solo una copertura della riluttanza australiana a tagliare le emissioni, e che ignora il mercato esistente delle energie rinnovabili.
I critici sottolineano anche come Australia e USA – che hanno rifiutato di ratificare il protocollo internazionale di Kyoto per tagliare le emissioni – stessero facendo meno della maggior parte dei paesi in via di sviluppo per affrontare il proprio inquinamento da gas serra.
Scopo dell’accordo, secondo fonti governative, è lo sviluppo di tecnologie commercialmente valide entro il 2012, quando diventerà efficace il protocollo di Kyoto.
Queste soluzioni tecnologiche comprendono il filtraggio delle emissioni e l’interramento dell’anidride carbonica prodotta dalle centrali energetiche a carbone. Saranno anche stabiliti accordi di condivisione tecnologica ed esportazione. Nonostante l’Australia sia all’avanguardia in molte di queste tecnologie, allo stadio attuale nessuna di esse è commercialmente matura.
Il ministro degli esteri, Alexander Downer, dovrà discutere i particolari del patto con i suoi corrispondenti di India, Cina e Sud Corea, nell’incontro al vertice dei ministri degli esteri della Association of South-East Asian Nations di Laos.
Il direttore esecutivo della Australian Conservation Foundation, Don Henry, dice che gli USA “evitano il problema di fissare obiettivi di taglio delle missioni. La Cina mostra più serietà su questo aspetto, sia rispetto all’Australia che agli USA”.
Il ministro federale per l’Ambiente, Ian Campbell, ha dichiarato ieri che presto saranno annunciati i particolari dell’accordo. “È chiaro che il protocollo di Kyoto non porterà il mondo dove desidera”, ha detto il senatore Campbell.
”Dobbiamo affrontare i grandi emissori, dobbiamo impegnare le nazioni che non si sono impegnate su Kyoto, dobbiamo assicurarci di sviluppare tecnologie che amplino la produzione di energia, perché ne abbiamo bisogno di più”.
Cina e India hanno già fatto notevoli progressi verso la copertura del proprio fabbisogno energetico, e nello spostamento a fonti pulite come il vento.
L’Australia ha alcuni obiettivi fissati di energie rinnovabile a circa il 2% di tutta la produzione, ma il governo ha rifiutato di incrementarli.
Il leader dei Verdi, Bob Brown, afferma che alla base del nuovo patto stanno le lobbies del carbone USA e australiane.
Le cinque nazioni del patto segreto comprendono quattro dei maggiori produttori mondiali di carbone: Cina, USA, India e Australia. “È denaro del contribuente deviato, dallo sviluppo di tecniche per energie pulite e rinnovabili, verso il tentativo di bruciare carbone in modo meno sporco”.
COSA CI ASPETTA
● Le temperature in Australia cresceranno in media annuale di 1-6 gradi entro il 2070.
● Questo significherà più ondate di caldo, incendi e siccità, minacce alla produzione agricola, alle proprietà, alla vita.
● Gli insediamenti costieri saranno più vulnerabili ai cicloni, tempeste, inondazioni.
● Il mutamento climatico potrebbe far traboccare dighe, lasciarne in secca altre, aumentare i rischi di caduta di tensione elettrica a causa di picchi di domanda o incendi boschivi.
● Saranno messi in pericolo posti di lavoro nella pesca, agricoltura e allevamento. Ne soffrirà anche il turismo, con il rischio per ecosistemi come la Grande Barriera Corallina.
Nota: questo articolo del Sidney Morning Herald è stato ripreso dal sito sul riscaldamento globale Cimate Ark (f.b.)
Solo gli addetti ai lavori, e una minoranza di cittadini bene informati, oggi sanno che una pratica corrente dell’agricoltura del nostro tempo è il diserbo chimico. Le cosiddette erbacce non vengono più estirpate manualmente o meccanicamente, come accadeva in passato, ma la loro distruzione è affidata a molecole chimiche che si incaricano di annientare il loro sistema ormonale, lasciando in vita le colture utili. Si tratta di una pratica che ha cominciato a diffondersi nel nostro Paese all’indomani della seconda guerra mondiale e che ormai è accettata universalmente come una consuetudine normale. Essa offre infatti la possibilità di risparmiare lavoro e quindi di ridurre i costi aziendali. Fa parte quindi delle innovazioni tecniche inaugurate dall’agricoltura industriale nel XX secolo, che hanno reso la nostra agricoltura sempre più competitiva ma al tempo stesso i nostri agricoltori sempre più subordinati all’industria chimica e soggetti a margini decrescenti di profitto.
Oggi anche su piccoli appezzamenti di terreno, in ogni regione d’ Italia, si pratica sistematicamente questa operazione di avvelenamento selettivo del terreno per avere campi privi di erbe indesiderate. Può capitare che persino il personale dei comuni e delle provincie, incaricato di tenere sgombri i bordi delle strade, ricorra a simili mezzi, oltre al decespugliatore meccanico.
Chi possiede gli strumenti per leggere il paesaggio, e le condizioni del terreno, girando per le nostre campagne può scorgere le tracce visibili della silenziosa guerra chimica oggi in corso. Sempre più frequentemente gli interfilari di vigneti e frutteti appaiono completamente nudi, salvo radi ciuffi d’erba rosseggianti che sembrano sopravvissuti al passaggio del fuoco. Tutto ciò nonostante l’agricoltura biologica abbia da tempo scoperto e sperimentato - valorizzando vecchi saperi contadini - i vantaggi del mantenimento controllato dell’erba nel campo(inerbimento).Questa pratica infatti assicura la difesa del suolo dall’azione dalla pioggia battente e dai processi di erosione, la conservazione dell’humus e della vita biologica del terreno, la difesa della biodiversità, una crescita più sana delle piante, una superiore qualità organolettica dei frutti, ecc.
Ma il ricorso al diserbo chimico continua anche perché esso fa parte di un sistema che ha finito coll’imporre le regole del profitto anche all’ambito incomprimibile della vita. L’agricoltura industriale, infatti, ha abolito le antiche rotazioni delle colture - con le quali si curava la fertilità del terreno e si conteneva la proliferazione delle erbe spontanee - e ha affidato interamente alla chimica il compito di produrre, con i concimi di sintesi, i prodotti agricoli, e di distruggere le piante indesiderate con i diserbanti. Questi ultimi fanno dunque anche parte di un circolo vizioso che agli effetti indesiderati prodotti dall’alterazione degli equilibri naturali risponde con una ulteriore assoggettamento della vita organica alla chimica.
Ebbene, a parte le considerazione esposte, ci sono almeno quattro fondamentali ragioni per dire basta a questo modo violento e barbarico di fare agricoltura: 1) I diserbanti sono altamente nocivi alla salute umana, soprattutto degli agricoltori che li usano. Alcuni componenti come il 2,4 D e il 2,4,5 T (quest’ultimo presente nei defolianti usati dagli americani nella guerra contro il Vietnam) sono gravemente indiziati di ingenerare tumori e i linfomi-non-Hodgkin .( H.Norberg-Hodge/P.Goering/ J.Page, From the ground up. Rethinking industrial agricolture, Zed Books, London 2001, p.19). Una campagna dove sempre più frequentemente circolano tali veleni è destinata a diventare un luogo altamente insalubre tanto per gli agricoltori che per tutti noi.. 2) I diserbanti non solo sono gravemente nocivi alla fauna campestre(uccelli, serpi, talpe, ricci, rospi, grilli, cicale, ecc.) ma sopprimono anche gran parte della vita biologica del terreno. E il terreno non è un semplice supporto neutro per le coltivazioni, quale lo ha reso l’agricoltura industriale, ma un organismo vivente su cui crescono le piante da cui ricaviamo il nostro cibo. Esso è, a pensarci bene, la base stessa della vita. Di ogni vita sulla terra. E’ difficile immaginare che possa sopportare a lungo l’avvelenamento chimico selettivo dei diserbanti. Così come appare difficile immaginare che si possano produrre alimenti sani da un habitat in cui la vita viene così sistematicamente perseguita.. 3) I diserbanti inquinano gravamente le falde acquifere. Noi non sappiamo che cosa succederà - e che cosa succeda già adesso - delle fonti da cui i comuni attingono le risorse idriche per distribuire l’acqua potabile ai cittadini. Dopo anni di diserbo chimico sempre più intenso è facile prevedere che i veleni saranno diffusamente presenti nelle nostre falde. Ora, che una delle risorse più preziose della nostra vita e delle nostre economie, bene sempre più scarso, risorsa strategica per il futuro, debba essere distrutta da una delle pratiche più dissennate che l’uomo abbia immesso nell’agricoltura recente è un paradosso che ripugna a ogni elementare buon senso.
4) Infine, un paradosso a cui la scienza e la tecnica, nel corso dell’età contemporanea, ci hanno spesso abituati. I diserbati si rivelano alla lunga inutili e controproducenti per lo stesso fine per cui sono utilizzati. Riporto le testimonianze di due esperti italiani, appartenenti all’ambito dell’agricoltura convenzionale: "L’introduzione della pratica del diserbo chimico ha provocato una profonda modifica della struttura della vegetazione spontanea. I tratti fondamentali di questo cambiamento possono essere riassunti da una parte nella riduzione della ricchezza floristica e dall’altra nell’abbondanza di un numero ristretto di specie.Pertanto, negli agro-ecosistemi si è ridotto il numero totale di specie infestanti e quelle adattatesi alle nuove condizioni imposte dalla tecnica, per un fenomeno di compensazione, hanno assunto una elevata densità di individui. Il risultato di questo processo è stato un progressivo avvicinamento ecofisiologico tra malerbe e colture, fino ad arrivare, in pratica, a strette associazioni tra specie infestante e specie coltivata, che rendono poco efficaci i trattamenti chimici.Le infestanti sono riuscite ad evolvere strategie ecologiche per sfuggire all’azione dei trattamenti. Si deve infatti tener conto che il diserbo chimico è in grado di colpire solo la quota di infestazione in atto, ma lascia sostanzialmente indisturbata quella non visibile, definita potenziale, dovuta ai semi e agli organi di propagazione agamica presenti nel terreno. L’infestazione potenziale può rappresentare oltre il 90% della infestazione totale" (P.Catizone-G.Dinelli , Il controllo della vegetazione infestante, in Accademia nazionale di Agricoltura, L’agricoltura verso il terzo millennio attraverso i grandi mutamenti del XX secolo, Edagricole Bologna 2002, pp. 596-97)
Questa pratica rappresenta dunque una delle procedure alla lunga più inutili, inquinanti, dannose e costose (per gli agricoltori e i consumatori) oggi presente nella agricoltura del nostro tempo. Essa va integralmente estirpata dalla nostra agricoltura come una delle scelte più sbagliate ed infauste della tecnoscienza contemporanea. Non c’è alcuna ragione - a parte gli interessi dell’industria chimica e i problemi tecnici che pongono le risaie della pianura padana - perché tale forma di avvelenamento delle nostre campagne duri un giorno in più. Il risparmio di lavoro che il diserbo chimico consente, rispetto a quello meccanico, non può più essere calcolato in termini puramente aziendali, come è stato fatto dissennatamente finora. Se nel computo si immettono i molteplici costi sociali, economici, biologici, ambientali che il suo uso comporta il bilancio puramente aziendale mostra la sua non più occultabile cecità.
E’ grande francamente lo stupore di fronte alla mancanza di iniziative dei movimenti ambientalisti su tale fronte. Che cosa si attende per avviare una grande iniziativa popolare perchè il diserbo chimico sia gradualmente, ma definitivamente bandito dall’agricoltura italiana? Perché si tarda ad avviare una campagna ambientalista che investa tutta l’agricoltura europea? Qualcuno obietterà prontamente che l’abolizione dei diserbanti creerà uno svantaggio competitivo all’agricoltura del Vecchio Continente. E’ appena il caso di ricordare che la competizione sul piano della quantità è ormai un vecchio obiettivo da paese poveri e che l’agricoltura italiana ed europea ha ormai davanti a sè più vasti orizzonti qualitativi da perseguire.
Il sito del bollettino I frutti di Demetra: gli indici e come abbonarsi
Titolo originale: Increases in greenhouse-gas emissions from highway-widening projects – Estratti e traduzione a cura di Fabrizio Bottini
Per calcolare i cambiamenti nelle emissioni dei veicoli determinati dall’aggiunta di corsie stradali, Sightline ha sviluppato un modello di analisi che copre un arco di 50 anni. Utilizzando questo modello, Sightline ha stimato una quantità di emissioni CO2 per chilometro di nuove corsie sulla base di caratteri plausibili degli spostamenti del futuro. Le previsioni sono quelle che seguono.
La superstrada: 3.500 tonnellate di CO2 fra costruzione e manutenzione
Due recenti studi internazionali sul costi del ciclo di vita energetico stradale stimano che, tenendo conto della produzione di cemento, acciaio, e altri materiali da costruzione ad alto dispendio di energia, oltre che dei carburanti consumati dai macchinari per la costruzione, si producono fra le 875 e le 1.440 tonnellate di CO2 per ogni nuovo chilometro di corsie. I costi di manutenzione sul lungo termine aggiungono altre emissioni, valutabili fra 1.930 e 3.250 tonnellate.
Sulla base di queste cifre, e una stima più prudente delle emissioni legate alla manutenzione annuale di quelle adottate da queste ricerche, Sightline calcola che la costruzione di un chilometro di corsia e la sua manutenzione per 50 anni faccia rilasciare circa 2.200 tonnellate di CO2.
Diminuzione netta della congestione: 7.000 tonnellate di emissioni in meno da miglioramento di efficienza
I piani di costruzione e manutenzione possono creare congestione e rallentamenti del traffico, riducendo efficienza nell’uso dei carburanti dei veicoli in movimento. Comunque ai fini delle stime, Sightline presume che i progetti di costruzione causino rallentamenti di minore entità e discontinui, e che i volumi di traffico non siano diminuiti durante il periodo di costruzione. Al netto, calcoliamo che la congestione derivante da lavori di costruzione e manutenzione aumenti di poco le emissioni di CO2 dei veicoli, per circa 500 tonnellate sui 50 anni.
Assumiamo che il traffico dell’ora di punta scorra in modo più fluido dopo l’apertura delle nuove corsie, e che questo calo della congestione aumenti l’efficienza nell’uso dei carburanti per i veicoli in movimento. Però, coerentemente con le conoscenze scientifiche e l’esperienza quotidiana, assumiamo anche che la nuova capacità stradale nell’area metropolitana venga gradualmente sfruttata per nuovi spostamenti, e che congestione e traffico a intermittenza possano incrementarsi gradualmente sino ad un livello simile a quello precedente all’ampliamento. Sull’arco di 50 anni, il calo delle emissioni di CO2 può raggiungere le 7.500 tonnellate, se confrontato al non intervento. La maggior quantità di tali riduzioni si verifica nel primo decennio di apertura al traffico delle nuove corsie.
Al netto, quindi, calcoliamo che le modifiche nella congestione legate all’allargamento stradale (calcolando sia la congestione determinata dai lavori, sia quella attenuata dalle nuove opere) ridurranno le emissioni di circa 7.000 tonnellate.
Nuovo traffico: 90.000 tonnellate di emissioni da traffico aggiunto sulla superstrada
É ben documentato il fatto che allargare le strade può determinare un incremento nel numero di veicoli che si spostano lungo un percorso, specie nelle aree urbane congestionate. E in realtà, il fatto di far posto a nuovi spostamenti è normalmente il motivo per cui si aggiungono altre corsie a una strada. Ma la velocità con cui questo nuovo traffico si riversa nelle nuove corsie spesso sorprende. Un recente studio in California stima che nelle aree urbane congestionate la uova capacità determinate dalle corsie viene esaurita al 90% circa nel giro di cinque anni dal completamento dei lavori. Altri studi hanno rilevato effetti simili di “traffico indotto” dall’aggiunta di corsie.
Ad ogni modo, non tutto il traffico aggiunto dalle nuove corsie è fatto di veri nuovi spostamenti. Poco dopo l’apertura, ad esempio, alcuni viaggi che avvenivano su altre strade si spostano qui. Per tener conto di questo aspetto, Sightline assume che nei primi due anni seguenti alla disponibilità delle nuove corsie, nessuno degli spostamenti sia davvero nuovo, ma semplicemente provenga da altre strade vicine sulla nuova opera.
Gli impatti in termini di emissioni di gas serra in futuro saranno determinati dai cambiamenti nelle tecnologie automobilistiche e nell’efficienza nell’uso dei carburanti. Ma anche presumendo un incremento medio di efficienza del 2,5% l’anno (molto ottimistico, visto che in media l’economia carburante/passeggero risulta stagnante da decenni), si stima che ogni nuovo spostamento per ogni chilometro di nuove corsie rilascerà circa 52.000 tonnellate di CO2 sui prossimi 50 anni. Se si aggiunge il dispendio energetico legato alla produzione e manutenzione del veicolo, il totale aumenta a oltre 56.000 tonnellate.
Consumi di carburante indiretti: 30.000-100.000 tonnellate di CO2 da traffico indotto al di fuori della superstrada
È più difficile prevedere i modi di spostamento futuri fuori dalle nuove corsie stradali, dato che comportano molte incertezze.
Le auto che si muovono su una nuova corsia devono necessariamente farlo anche su altre strade e vie, prima e dopo; questo si traduce in altri chilometri percorsi, oltre a quelli sulla superstrada vera e propria. Secondo una valutazione prudente, Sightline stima che per ogni spostamento di dieci chilometri sulla superstrada, il veicolo percorra anche un chilometro fra svincoli di ingresso e uscita.
Inoltre, aggiungere corsie – in particolare su strade che conducono alle fasce più esterne suburbane o ancora inedificate – tende ad accelerare l’urbanizzazione del tipo diffuso a bassa densità. Molti studi legano l’insediamento a bassa densità con l’aumento dei chilometri percorsi in auto. Nell’insediamento diffuse, praticamente, qualunque spostamento deve avvenire in auto, e anche gli spostamenti quotidiani possono comportare parecchi chilometri. Per contro, chi abita in zone suburbane più compatte o nei quartieri urbani normalmente guida meno, e può spostarsi a piedi o coi mezzi pubblici in molti casi, il che riduce le emissioni per cause di spostamento quotidiano. Quindi l’insediamento a bassa densità si associa ad un maggior consumo di carburante per veicolo.
Sightline stima che se solo un decimo dei nuovi spostamenti sulla superstrada rappresenta un cambiamento netto in direzione di un’urbanizzazione diffusa a bassa densità (es., nuovi suburbi dove ogni famiglia guida un po’ di più che non in zone suburbane più compatte), allora le emissioni di gas serra da spostamenti esterni alla superstrada vera e propria possono avvicinarsi, o addirittura superare quelle della strada stessa. Indpendentemente dalle cifre esatte, gli impatti degli spostamenti esterni alla superstrada vera e propria determinati dall’aggiunta di nuove corsie probabilmente saranno molto significativi, di lungo periodo, e supereranno di molto le modeste riduzioni determinate dal calo di congestione.
Conclusioni
I nostri calcoli indicano che, sull’arco di cinque decenni, aggiungere nuove corsie stradali porterà a un sostanziale incremento negli spostamenti veicolari e nelle emissioni di CO2 da auto e camion. Le affermazioni secondo cui si risparmia carburante diminuendo la congestione, possono essere valide su un orizzonte di un decennio, o meno. Sul lungo periodo, ci sarà nuovo traffico a riempire gli spazi stradali aggiunti, con un incremento permanente nelle emissioni dei veicoli di decine di migliaia di tonnellate per chilometro di corsia.
Perfezionamenti nel nostro modello di previsione e nei dati su cui è basato, potranno in seguito precisare i particolari delle stime. Comunque con assunti plausibili sui futuri modi della mobilità ed efficienza dei veicoli, il modello di Sightline prevede che le emissioni aggiunte da nuovo traffico supereranno di molto le modeste riduzioni di gas serra delle nuove opere.
Nota: la versione originale integrale della ricerca con bibliografia, tabelle ecc. è scaricabile in fondo al testo inglese dell’estratto (f.b.)
AGLIENTU. Non solo Rcs o Antonveneta. Gnutti-Ricucci-Fiorani, i “furbetti del quartierino”, hanno tentato l’assalto anche alle coste galluresi. Una immobiliare voleva costruire 95mila metri cubi a Monti Russu. Soru l’ha fermata e ora Bipielle RE, che ha preso il posto della società di Fiorani, chiede i danni.
Sulla vicenda si sono accesi molti fari. Della stampa: Beppe Severgnini, sul Corriere della sera, si oppose all’investimento nel luglio del 2002. «Sardegna, cambia pure ma non diventare Ibiza» scrisse. Dell’Unione europea: l’eurodeputata verde Monica Frassoni presentò una interrogazione alla commissione. «L’area in cui sui vuole costruire è tutelata da vincolo paesaggistico» segnalò. Infine della Regione: la giunta di Soru, nella fase di redazione del piano paesaggistico, bloccò tutto nel 2006. Ciò che non era emerso, almeno pubblicamente, è l’assetto proprietario della società proponente dell’investimento immobiliare, la “Lido dei Coralli srl”, sede a Santa Teresa. Le quote sono state detenute - in “concerto” tra di loro - dai tre “furbetti del quartierino”: il finanziere bresciano Emilio Chicco Gnutti, l’immobiliarista romano Stefano Ricucci, il banchiere lodigiano Gianpiero Fiorani.
La storia della “Lido dei coralli” comincia nel 1988, l’anno di costituzione. La proprietà è di un imprenditore di Bologna, Franco Fabbroni, che qualche anno dopo finisce nella galassia di Gnutti. Nel 2000, infatti, Fabbroni viene assorbito nella “Investimenti immobiliari lombardi”, una holding del mattone con dentro molti imprenditori bresciani e controllata da Hopa, la cassaforte con cui Gnutti scalò Telecom Italia nel 2001. Ma Fabbroni e Gnutti trovano subito un altro socio: Stefano Ricucci. Dopo aver venduto una serie di immobili, per un valore di 100 milioni di euro, nel 2001 l’immobiliarista romano fa una serie di operazioni finanziarie: tra queste compra il 5% di “Investimenti immobiliari lombardi” e ne diventa consigliere d’amministrazione.
A quel punto, Gnutti e Ricucci si trovano un buon affare tra le mani in Gallura: la costruzione di 95 mila metri cubi, un po’ residenziali e molto alberghieri, a Stazzareddu, nell’area di Monti Russu, in comune di Aglientu. Tutto sembra procedere per il verso giusto: il consiglio comunale, nel luglio del 2002, dà il via libera definitivo al piano di lottizzazione. Tanto che i soci, nella relazione semestrale, possono usare toni trionfali: «Segnaliamo - è scritto - l’approvazione della variante al piano di lottizzazione, passaggio che ci permette di meglio programmare l’apertura del cantiere». Tanto sicuri, i soci bresciani e romani, che scrivono di aver già un «impegno di vendita del complesso alberghiero». Valore dell’affare: 38 milioni di euro. Non si sono preoccupati, non molto almeno, dell’«interesse naturalistico di questo tratto di costa», come del resto scrivono proprio loro.
Le associazioni ambientaliste, sì. Legambiente presenta un ricorso al Tar e, successivamente, al consiglio di stato. I giudici non impongono lo stop. Anche perché, come si legge nella sentenza del Tar, viene meno uno dei motivi di oppposizione, che è la mancanza della valutazione di impatto ambientale. La Regione, con parere dell’ufficio del sistema informativo, non l’ha ritenuta necessaria (la decisione è del 1º agosto del 2001).
In mezzo alla battaglia legale, ne va in scena una societaria (si fa per dire). Nel settembre del 2002, Gnutti e Ricucci incontrano il loro socio più amato: Fiorani. In quel mese “Investimenti immobiliari lombardi” lascia la Borsa, si scioglie e confluisce in Bipielle Investimenti, una delle società controllate dal numero 1 assoluto di Lodi. E così passa di mano anche la proprietà di “Lido dei Coralli”. In realtà, nel complesso schema di partecipazioni della banca, c’è un incrocio con il vecchio socio Fabbroni (presente con la Basileus spa). Tanto che le quote delle società vengono scambiate più volte. Fino all’ultimo atto, compiuto quando ormai Fiorani non ha più un ruolo nella banca, cacciato dalle inchieste giudiarie e dal carcere (è stato arrestato nel dicembre del 2005). E’ il marzo del 2006: la proprietà (ri)passa a Bipielle Real Estate, controllata sempre dalla banca di Lodi, ora Banco Popolare, e dal suo nuovo presidente Divo Gronchi. Qualche mese prima, a gennaio, la Regione di Soru, nella fase di copianificazione del piano paesaggistico, ha impedito l’edificazione di un solo metro cubo a Monti Russu. A Lodi l’atto non deve essere piaciuto: forti della lottizzazione approvata nel 2002, i lodigiani ora chiedono i danni. Un ricorso, con istanza risarcitoria, è stato presentato al Tar: la prima udienza è fissata per il 12 dicembre.
ROMA - "L´uomo ha messo il guinzaglio a quasi tutto il pianeta Terra" sostiene un rapporto pubblicato oggi su Science. Il nostro sforzo di addomesticare la natura è pressoché completo: solo il 17 per cento delle terre emerse non è ancora toccato da attività umane. Nella cartina con le impronte dell´homo sapiens solo i poli o i deserti rimangono intonsi. Altrove, non esiste angolo di terreno calpestabile che contenga meno di un abitante per chilometro quadrato, non ospiti città, campi coltivati o pascoli per gli animali allevati per uso alimentare. Non abbia una via di comunicazione nel raggio di 15 chilometri né linee per il trasporto dell´energia. Non mostri agli occhi di un satellite una luce accesa di notte.
Gli stessi parchi naturali, anche se creati con l´intento di preservare habitat a rischio, rientrano fra gli esempi di "natura pettinata". E se l´addomesticamento del pianeta è frutto del comprensibile istinto di creare attorno a noi un ambiente sicuro e ospitale, a lungo andare rischiamo di cadere nel contrappasso di una natura deprivata di ogni risorsa, scrivono i ricercatori delle università di Santa Clara e di Harvard che hanno passato al setaccio i dati sull´impatto dell´uomo sul pianeta Terra.
«Abbiamo addomesticato paesaggi ed ecosistemi per aumentare le nostre fonti di cibo, ridurre la nostra esposizione ai predatori e ai rischi naturali e promuovere il commercio. In generale, i benefici di una natura addomesticata superano gli svantaggi. Man mano che procediamo verso il futuro però dobbiamo calcolare meglio i costi e i benefici dei nostri interventi. Perché, sfruttando le sue risorse, stiamo riducendo le capacità di recupero del pianeta» scrivono Peter Kareiva e Tim Boucher, autori principali del rapporto.
Smentendo le previsioni di Malthus, la Terra oggi riesce a nutrire 6,5 miliardi di abitanti. Il 50 per cento delle superfici emerse è dedicato all´agricoltura. Per fare spazio alle coltivazioni, la metà delle aree boschive nel mondo è andata distrutta e perfino nelle cosiddette foreste vergini dell´Amazzonia o del Congo sono stati trovati resti di uomini primitivi. I mammiferi di grandi dimensioni, soprattutto se carnivori, sono stati eliminati o ridotti a un numero di esemplari ben controllabile. Al contrario, gli erbivori utili per l´alimentazione si sono moltiplicati. Kareiva e Boucher hanno calcolato che in America del Sud pascola il decuplo degli animali che vivrebbero senza le attività di allevamento da parte dell´uomo.
Per proteggersi dalle inondazioni, la nostra specie ha ridisegnato con il cemento le coste e gli argini dei fiumi. Lo studio di Science calcola che solo in Europa la linea costiera maneggiata dall´uomo raggiunge i 22mila chilometri. Le dighe in tutto il mondo hanno formato laghi artificiali che contengono sei volte l´acqua che scorrerebbe naturalmente nell´alveo dei fiumi. Ma se i benefici per l´uomo in termini di sicurezza e di nutrimento sono evidenti, l´erosione dell´ambiente procede lentamente e in silenzio, per riemergere a distanza di anni e di migliaia di chilometri. Se tra il 1700 e il 1990 le rese agricole sono quintuplicate, la perdita di foreste nello stesso periodo ha raggiunto il 14 per cento. La superficie dei pascoli è aumentata di 7 volte, ma savane e praterie si sono ridotte di un terzo. Il consumo di acqua è aumentato di 4 volte tra il 1950 e il 1980. Con la sua opera, l´uomo è riuscito a trasformare la Terra in un ambiente relativamente ospitale e sicuro, e non è certo un ritorno al passato quello che auspicano i ricercatori di Science. Vogliono solo avvertirci che non può bastare un guinzaglio a farci credere di aver addomesticato il mondo.
Anche i paesi ricchi sono toccati dalla crisi mondiale dell'acqua: l'allarme arriva dal rapporto annuale del Wwf, pubblicato alla vigilia della Settimana mondiale delle risorse idriche (da 20 al 26 agosto). Secondo l'organizzazione ecologista, le cause sono da ricercare nei mutamenti climatici, nella crescente siccità e nell'estinzione delle zone umide. La crisi, inoltre, è aggravata dall'inquinamento e dalla cattiva gestione delle risorse.
Le città "ricche" sotto accusa sono, tra le altre, Houston e Sydney dove il consumo di acqua è nettamente superiore al ritmo di ricostituzione delle riserve, mentre a Londra la cattiva rete di distribuzione porta alla dispersione dell'equivalente di 300 piscine olimpiche al giorno. Per quello che riguarda i paese mediterranei, la crisi è acuita dal turismo di massa e dalla mancanza di una cultura per la conservazione delle risorse. Il Giappone è un altro dei paesi ricchi dove l'abbondanza delle precipitazioni non basta e la contaminazione delle acque costituisce un grave problema in molte regioni.
"I Paesi ricchi - si legge nel rapporto del Wwf - devono attuare cambiamenti drastici nelle loro politiche se vogliono evitare la crisi che sta riguardando le nazioni più povere".
Il rapporto ha suggerito inoltre che l'agricoltura nei Paesi più ricchi dovrebbe pagare di più per l'acqua e dovrebbe farne un uso più responsabile. "A livello retorico - si legge sempre sul rapporto - nei paesi del 'Primo mondo' è ormai generalmente accettato che l'acqua deve essere usata in maniera più efficiente. Molti Paesi riconoscono che bisogna correre ai ripari per ridurre i danni inflitti al sistema idrico in passato. Tuttavia questo nella pratica spesso non è accaduto".
Il Wwf ha suggerito diverse vie per far fronte all'emergenza: bilanciare i consumi con la tutela dell'ambiente; cambiare radicalmente l'atteggiamento verso la "protezione" dell'acqua; riparare le infrastrutture obsolete; preservare i bacini idrici; diminuire la contaminazione dell'acqua; aumentare i prezzi agli agricoltori; studiare di più i sistemi idrici.
«Le attività in corso riguardano una fase di pre-istruttoria, con la pubblicazione della richiesta e la raccolta di pareri e opposizioni, al termine della quale il ministero dei Trasporti deciderà se avviare l'iter autorizzativo vero e proprio. E' una fase, quindi, nella quale è ancora possibile operare e, a quanto hanno mostrato le istituzioni in questi giorni, cercare di bloccare l'iniziativa». E' questo l'essenziale emerso ieri nel vertice a Roma tra il ministro delle Infrastrutture, Antonio Di Pietro, e il comandante della Capitaneria di porto di Termoli, Luca Sancilio. Al centro dell'incontro il progetto di Effeventi srl che vuole dar vita a un parco eolico al largo delle spiagge di Molise e Abruzzo.
«Se il mostro, con i suoi 54 pali al largo, si può bloccare, lo faremo», questa, a distanza, la risposta di almeno tre amministrazioni, quelle di Vasto (Chieti), Montenero di Bisaccia e Termoli (Campobasso), da dove sono subito partite delibere di consiglio e di giunta contro l'impianto offshore che «darebbe un colpo mortale all'economia turistica della costa e alla pesca». «Questa vicenda - afferma il ministro Di Pietro - ci segnala l'urgenza di definire a livello governativo un piano nazionale per l'energia del vento. Come già fatto per i rigassificatori, occorre che i ministeri interessati definiscano quanta potenza eolica può essere installata nel Paese, quali siano i siti più adatti, quali debbano essere le modalità di sfruttamento e chi possa realizzare i parchi. Come rappresentante dell'Idv - continua il ministro, originario di Montenero - sono favorevole allo sfruttamento di fonti di energia alternativa, ma questo deve avvenire nell'ambito di un quadro nazionale concordato. Non è possibile che un privato decida autonomamente le installazioni, senza un disegno complessivo e senza una concertazione con gli organi e gli enti pubblici interessati».
Parere negativo all'insediamento eolico, che ha creato il subbuglio in Italia, è giunto, dopo lunga sonnolenza, dalla Regione Molise, di centrodestra, che è rimasta per un pezzo in silenzio e che adesso reclama la «titolarità ad esprimere la valutazione di impatto ambientale sulla struttura in questione ed in particolare per le opere a terra». La decisione della giunta regionale è seguita ad una letteraccia, al presidente Michele Iorio, da parte del sindaco di Termoli, Vincenzo Greco, che ha invitato il governatore e i suoi assessori a bocciare il progetto del parco, perché «se a rilevare la presunta illegittimità della procedura sino ad ora intrapresa non sarà la Regione», qualsiasi altro no «sarebbe inutile». Greco ha pure ricordato che la Regione era al corrente del progetto da più di un anno e che attraverso un suo funzionario ha delegato a Roma, cioè ai ministeri competenti, qualsiasi decisione in merito: «E tutto ciò, purtroppo, - ha concluso il primo cittadino - richiama con tristezza alla mente la procedura che ha portato all'installazione a Termoli della turbogas della società Energia spa: anche lì c'è stata la latitanza della Regione».
Contro la posizione ufficiale della Regione protesta Legambiente. «E' un errore - sostiene Edoardo Zanchini, responsabile per l'energia e i trasporti dell'associazione ecologista - l'impianto va fatto. E la Regione, invece di arroccarsi su una posizione ideologica, dovrebbe attivarsi per il miglioramento del progetto, in particolare per quanto riguarda la riduzione dell'impatto dell'allacciamento dei cavi su dune e pinete. La sua rinuncia su questo fronte rappresenta una precisa responsabilità. Il Molise - sottolinea ancora - ha installato solo 54 megawatt di energia eolica. Il solare fotovoltaico è a zero e ora si bloccano le pale in mare. Come pensa di dare il proprio contributo alla lotta ai mutamenti climatici e all'adeguamento della politica energetica agli obiettivi di Kyoto?».
Gli rispondono i Ds: «Questa piccola nostra realtà - tuonano - è ormai divenuta un "grande obeso dell'energia", vittima sacrificale di un processo speculativo in cui nel passato è stata piazzata la centrale a ciclo combinato, poi le pale eoliche sono spuntate come funghi sui monti e per il futuro si vuole collocarle in acqua... E' necessario creare uno sviluppo diverso. Di energia elettrica, da queste parti, ce n'è fin troppa!».
Nota: sul tema dell'energia eolica, la Visita Guidata a Eddyburg (costantemente aggiornata) riassume in modo documentato il dibattito internazionale di questi anni riportato nel sito (f.b.)
Titolo originale: Public Attitudes Toward Wind Power - Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
Una panoramica degli studi
Gli studi sugli atteggiamenti del pubblico nei confronti dell’energia eolica sono di tipo molto diverso. Spesso questi studi non sono stati condotti con criteri scientifici, ed esiste poco coordinamento tra di loro. Questo rende difficile compiere un’analisi tra i vari contesti nazionali. Le indagini sull’argomento sono state condotte a partire dagli anni ’90 principalmente in paesi come Gran Bretagna, USA, Canada, Svezia, Germania, Olanda, Danimarca. Il presente studio farà una sintesi delle principali conclusioni che è possibile trarre sulla base delle ricerche disponibili. Si noterà, comunque, che esiste una differenza fra l’opposizione agli impianti come atteggiamento negativo, e l’opposizione come comportamento di resistenza contro nuovi insediamenti. Questo studio si concentra sugli atteggiamenti generali e locali verso l’energia eolica, e verso specifici impianti.
Le fonti di energia rinnovabili
Le fonti di energia rinnovabile hanno maggiore credibilità nei confronti del pubblico di quanto non avvenga per quelle non rinnovabili, come combustibili fossili o energia nucleare. Negli USA un sondaggio di opinione nazionale del 1995 ha mostrato che il 42% degli americani ritiene che le fonti di energie rinnovabili come solare, eolica, geotermia, biocombustibili e idroelettrica, dovrebbero essere prioritarie nei finanziamenti federali per la ricerca e sviluppo nel settore energetico. I combustibili fossili e il nucleare, le fonti che forniscono la maggior parte di energia negli USA, vengono per ultime, con il 7 e 9 per cento.
In Danimarca sono state poste le stesse domande. Anche qui l’atteggiamento verso le energie rinnovabili è positivo. A un campione rappresentativo di danesi è stato chiesto se le fonti rinnovabili dovessero avere maggior priorità nelle politiche energetiche nazionali. Secondo il risultato dei questionari, quattro su cinque danesi pensano che le energie rinnovabili debbano avere priorità. Solo il 9 per cento non la pensa così. Non c’è dubbio che le fonti rinnovabili oggi siano considerate una fonte evoluta di produzione energetica. Dietro al termine “energie rinnovabili” c’è comunque una varietà di tecniche di generazione. È quindi interessante indagare se quella di origine eolica gode di un particolare ampio sostegno del pubblico.
L’energia eolica
Un questionario distribuito in Canada chiedeva a un campione rappresentativo di cittadini se avrebbero gradito vedere l’autorità energetica provinciale conferire priorità alla produzione elettrica a generazione eolica. Secondo questo sondaggio il 79% del canadesi ritiene che l’energia generata dal vento debba avere priorità a livello nazionale. La stessa tendenza è osservabile in un sondaggio danese. Ai danesi è stato chiesto se il paese dovesse mirare ad un uso più ampio dell’energia eolica. L’82 per cento della popolazione era favorevole a più energia dal vento. Un’indagine fatta in Olanda ha mostrato la stessa tendenza. L’80% della popolazione olandese era favorevole all’energia eolica, il 5% si opponeva ad essa, e il 15% era neutrale. Gli stessi risultati sono stati ottenuti nel Regno Unito. Qui sono stati condotti dal 1990 al 1996 tredici studi, e anche qui otto su dieci intervistati sostengono l’energia eolica. Quindi, sia alle fonti rinnovabili in generale, che all’energia eolica in particolare, è conferita più credibilità che non alle fonti non rinnovabili come combustibili fossili e nucleare.
Caratteristiche dei favorevoli e contrari
Questo paragrafo si concentra sulle caratteristiche degli atteggiamenti nei confronti di energia e impianti eolici. Questi diversi atteggiamenti sono stati oggetto di varie indagini nel corso degli anni.
Le persone prive di esperienza specifiche con l’energia eolica credono che il rumore sia più forte, rispetto a chi realmente abita vicino alle turbine. I maschi credono che siano più rumorose di quanto non ritengano le femmine. Le persone di mezza età in generale sono più critiche degli altri gruppi di età. Altri risultati dell’indagine danese sono: le donne preferiscono gruppi di 2-8 turbine rispetto a impianti più grandi e rotori isolati; gli uomini preferiscono gruppi di 10-50 turbine rispetto a installazioni singole e parchi più ampi. Gli oppositori valutano l’estetica locale in termini più alti di quanto non facciano per il clima o ad esempio i rischi dell’energia nucleare. Come mostrano sia gli studi americani che quelli svedesi, l’accettazione delle pale in movimento è più alta di quella degli impianti fermi quando non generano energia. Una ricerca sul problema del rumore in Danimarca, Olanda e Germania mostra che il disturbo causato dalle turbine tocca molto poche persone, e il livello di disturbo è pochissimo correlato all’effettivo livello sonoro dei particolari impianti. Invece, il disturbo è connesso ad altre cause, come l’atteggiamento negativo nei confronti delle turbine a vento. L’indagine danese mostra che chi è favorevole alle energie rinnovabili e all’eolico in particolare ha anche un atteggiamento più positivo verso gli impianti locali, li trova meno rumorosi e invadenti nel paesaggio.
Anche se sembra che la percezione individuale di rumori e impatti visivi sia determinata da fattori diversi rispetto all’effettivo livello sonoro e quantità di impianti, ciò non significa che il problema del rumore e degli effetti visivi debba essere trattato in modo superficiale. La scelta delle località deve tener conto di questi aspetti. Ciò probabilmente ridurrà al minimo l’atteggiamento negativo verso specifici progetti.
In una sintesi di ricerche britanniche, vengono analizzati gli argomenti caratteristici a favore e contro l’energia eolica.
Il profilo di chi dice NO
... le energie rinnovabili non possono risolvere i nostri problemi energetici ... le turbine a vento sono inaffidabili e dipendono dall’intensità del vento ... l’energia eolica è costosa ... le turbine a vento rovinano il paesaggio ... le turbine sono rumorose
Il profilo di chi dice SI
... l’energia rinnovabile è davvero un’alternativa ad altre fonti ... la teoria del mutamento climatico deve essere presa sul serio ... l’energia eolica è illimitata, a differenza dei combustibili fossili ... l’energia dal vento non inquina ... l’energia eolica è sicura
I due profili illustrano bene perché si continua a dibattere sull’energia eolica. Si possono trovare argomenti sia pro che contro, senza il sostegno di fatti. Sono invece gli atteggiamenti ad essere basati su convinzioni e valori individuali. Il fatto che le turbine a vento deturpino o arricchiscano il paesaggio, è una questione di gusti. Se il costo dell’energia eolica è a buon mercato o dispendioso dipende, pure, da quanto si valuta il clima globale, e se si crede nella teoria dell’effetto serra.
Lo studio sul caso di Sydthy
L’ultimo studio condotto in Danimarca sul comune di Sydthy mostra alcuni risultati interessanti. Sydthy ha 12.000 abitanti, e più del 98% dell’energia elettrica consumata è fornita da impianti eolici. Ciò significa che Sydthy è uno dei posti del mondo con la più alta concentrazione di turbine a vento. Il sondaggio di opinione a Sydthy mostra che le persone con un alto livello di conoscenze sulla produzione di energia e le fonti rinnovabili tendono ad essere più positive rispetto all’eolico, di chi ha poche conoscenze.
La distanza dalla turbina più vicina non influenza l’atteggiamento delle persone verso l’eolico in generale. Questo indica che chi vive vicino agli impianti non considera rumori e impatti visivi un problema significativo. Di fatto chi vive più vicino di 500 metri ad una turbina tende ad essere più positivo nei riguardi delle turbine, di chi abita più lontano.
Questa tendenza si conferma se si incrociano gli atteggiamenti verso le turbine a vento in generale con il numero di esse visibile dall’abitazione degli intervistati. Ancora, non emerge uno schema chiaro. Ma le persone che possono vedere fra 20 e 29 turbine tendono ad essere più positive rispetto all’energia eolica di chi ne riesce a vedere solo un piccolo numero. Questo indica, ancora, che la quantità di turbine a vento nell’ambiente locale non influenza negativamente l’atteggiamento delle persone nei confronti dell’energia eolica.
In Danimarca esiste una tradizione di cooperative per l’energia eolica, dove un gruppo di persone condivide un impianto di generazione. Da questo punto di vista il comune di Sydthy è piuttosto unico, con il 58% delle famiglie con una o più partecipazioni in una turbina di proprietà cooperativa. Per quanto riguarda l’atteggiamento generale verso le turbine a vento, il quadro è chiaro. Le persone che possiedono quote sono significativamente più positive di chi non ha interessi economici in materia. I membri delle cooperative del vento sono più propensi ad accettare che si realizzi una turbina nei paraggi.
Chi vive nella zona urbana (definita dai limiti di velocità) tende ad essere più negativo di chi abita in area rurale. Un spiegazione di questo fenomeno può essere che le persone di città hanno un’immagine più romantica della campagna, mentre chi abita in campagna ha un rapporto più pratico con la natura, in quanto risorsa da utilizzare a scopi produttivi.
Nel comune di Sydthy quattro su cinque persone non si ritengono per nulla disturbate dal rumore delle turbine. Come previsto, più lontano abitano da esse, meno subiscono inconvenienti relativi al rumore. Lo studio su Sydthy conferma anche i precedenti risultati degli studi danesi, sulle persone di mezza età come quelle che trovano il rumore più snervante. Gli uomini avvertono il rumore delle turbine più delle donne, e più positivo l’atteggiamento verso l’energia eolica, meno il disturbo percepito. Va ricordato che molte delle turbine di Sydthy sono progettate secondo i livelli di rumorosità ammessi negli anni ’80, e non dei più silenziosi modelli attuali.
Not In My Backyard
C’è una grossa differenza, fra l’energia eolica come idea generale, e le turbine a vento come strutture accettabili nel paesaggio. Come abbiamo visto, le persone sostengono l’idea generale delle energie rinnovabili e di quella eolica. Ma quando si passa a progetti concreti per il territorio locale, l’accettazione sembra scomparire. Questo è definito la sindrome del “ Not In My Back Yard” o, in breve, la sindrome NIMBY. La teoria di base è che le persone sostengono l’energia eolica a livello astratto, ma mettono in discussione specifici progetti locali a causa delle temute conseguenze riguardo principalmente al rumore e agli impatti visivi. La sindrome di NIMBY non è caratteristica degli impianti eolici. Si verifica in molte altre situazioni. Nuove strade, ponti, gallerie, ospedali, aeroporti, impianti nucleari e altre strutture per la produzione di energia, tutti incontrano resistenze a livello delle comunità locali.
Nel Regno Unito sono state effettuate parecchie indagini prima/dopo l’installazione. In un rapporto di ricerca commissionato da BBC Wales, è stato calcolato il sostegno del pubblico locale per l’energia eolica in genere e per tre particolari parchi di turbine, prima e dopo l’impianto.
L’indagine mostra che solo una su cinque persone è in genere contro lo sviluppo dell’energia eolica in Galles, e sette su dieci sostengono gli impianti. Il livello di sostegno generale quindi è più o meno identico a quello di Danimarca e Olanda. Contemporaneamente, alle persone è stata chiesta anche un’opinione prima e dopo la costruzione delle tre wind farms.
Inizialmente, solo il 40% sosteneva i tre progetti, contro il 70% che in generale era favorevole allo sviluppo dell’energia eolica in Galles. In altre parole siamo di fronte a una reazione NIMBY per quanto riguarda specifici impianti di energia eolica. Chi si opponeva ai progettati impianti citava tre motivi per essere contrario. Il principale era la preoccupazione per il rumore. Tre su quattro persone fra quelle contrarie alle turbine citavano il rumore. Le altre due ragioni erano l’interferenza visiva e quella dei campi elettromagnetici. Dopo il completamento dei tre progetti, la BBC Wales ha di nuovo posto le domande sugli atteggiamenti nei confronti delle wind farms.
Se paragoniamo i risultati di prima con quelli di dopo le realizzazioni delle turbine, lo schema appare chiaro. In tutti e tre i casi le persone favorevoli superano quelle contrarie sia prima che dopo. Anche il 36,2% del totale della popolazione che si dichiara non sicuro o non interessato ai progetti prima della realizzazione, sembra spostarsi verso un sostegno dopo l’attuazione (l’indagine contempla solo gli spostamenti netti). Ancora, uno su quattro non approva i progetti.
Un costruttore olandese di impianti eolici, la Energy Connection, ha rilevato lo stesso atteggiamento in Olanda. Qui, come abbiamo detto prima, l’accettazione dell’energia eolica è alta. Ma su specifici progetti il tasso di approvazione sembra abbassarsi nella fase di progettazione e costruzione. Dopo la realizzazione il consenso sembra aumentare avvicinandosi ai livelli di prima.
Le conclusioni sonora sono che l’accettazione da parte del pubblico dell’energia eolica è molto elevata. Essa cade, ad ogni modo, quando si invade il “cortile” degli interessati. Ma il consenso sembra aumentare anche nel territorio locale, dopo l’installazione delle turbine. D’altra parte, che non è favorevole alle energie rinnovabili in generale tende a trovare gli impianti eolici meno accettabili quando si tratta di impatti visivi e acustici. Una sintesi di sondaggi mostra un’altra caratteristica interessante. La comparazione fra atteggiamenti del pubblico in zone con presenza di impianti eolici, e in altre che ne sono prive suggerisce che gli atteggiamenti verso impianti concreti sono di maggiore accettazione in zone che ne hanno già esperienza, di quanto non accada dove non esiste alcuna esperienza. Ciò vuol dire che la sindrome di NIMBY sembra avere le manifestazioni più forti dove non esiste o esiste scarsa conoscenza dell’energia eolica. Questa conclusione indica che l’accettazione da parte del pubblico dell’energia eolica cresce col crescere del livello di informazione. In Cornovaglia si è verificato un significativo mutamento di atteggiamenti da parte dei residenti nell’area della wind farm, prima e dopo la costruzione. In generale la popolazione è diventata più favorevole all’energia eolica. Il 27% delle persone interrogate ha cambiato il proprio atteggiamento da quando le turbine sono in funzione. Di questi, nove su dieci sono diventati favorevoli all’uso dell’energia eolica.
Questa spiegazione basata sull’idea di NIMBY è stata messa in discussione da molti studi. Anche se molti atteggiamenti individuali nei confronti degli impianti locali possono essere descritti come NIMBYismo, ciò sembra essere un fattore minoritario per la maggioranza di chi si oppone ai progetti.
Nell’ultima indagine, nella regione del Friesland, agli olandesi residenti è stato chiesto se volevano più turbine a vento nella specifica zona, e se sostenevano un uso più intensivo dell’energia eolica nel resto del Friesland. Il 61% non obiettava a più turbine in Friesland, purché non fossero collocate nel loro “cortile”. Il 15% non voleva più turbine in generale nella regione. Questa distribuzione dei risultati non differisce in modo significativo dagli studi precedenti. Il fatto interessante di questa indagine, è che agli intervistati è stato anche chiesto se potessero accettare più turbine nella propria zona. Sorprendentemente il 66% erano favorevoli ad accettare altre turbine nella comunità locale, e il 18% era contrario. Ovvero c’erano più persone (5% in più) disposte ad accettare nuove turbine nel proprio “cortile”, di quanti ne accettassero di più nel resto della regione. Questi risultati indicano che esistono variabili nascoste, diverse dall’atteggiamento NIMBY, che condizionano il rapporto dell’opinione pubblica con l’energia eolica a livello locale.
The NIMBY-explanation is probably a too simplistic way of seeing people's attitudes. There has to be focused on other explanations if public attitude shall be described in a more sophisticated manner. The mentioned study (Wolsink, 1996) concludes, that people in areas with significant public resistance to wind projects are not against the turbines themselves, they are primarily against the people who want to build the turbines. Often the local people are kept out of the decision making process. Some have hostile attitudes against the developers, the bureaucracy or the politicians on beforehand. Those factors have a significant effect on public attitudes in a specific area. Attitudes towards concrete projects are site specific. They are primarily formed by the interaction with central actors and the extent of involvement of local interests are a major explanatory factor.
Anche uno studio recente condotto in Germania mette in discussione l’ipotesi della sindrome NIMBY. Le dimensioni dell’impianto di turbine influenzano in modi non significativi l’atteggiamento del pubblico nei confronti di un progetto. Ciò indica che gli impatti reali legati alle dimensioni dell’impianto, come le trasformazioni del paesaggio, hanno effetti relativamente piccoli sugli atteggiamenti verso specifiche installazioni. La dimensione quindi dice poco rispetto all’atteggiamento. Lo studio conclude invece che, sull’atteggiamento del pubblico nei confronti del progetto, hanno una significativa influenza quelli verso chi lo realizza, i decisori locali, il processo complessivo di decisione. Contemporaneamente, lo studio suggerisce che un approccio partecipativo al progetto di localizzazione ha effetti positivi sull’opinione pubblica, e conduce a una diminuzione delle resistenze. Quello che conta è coinvolgere la popolazione locale nella procedura di localizzazione, entro processi di piano trasparenti, e con un alto livello informativo.
Le persone vogliono essere coinvolte
Lo studio sulla zone del Friesland conferma queste conclusioni. Più dell’85% della popolazione desidera essere tenuta informata sui progetti di nuovi impianti eolici. Il 60% ritiene che diffondere informazioni sia compito dell’amministrazione municipale. Un altro 5% pensa che sia compito dell’autorità provinciale. Solo il 13% crede che tocchi ai mezzi di comunicazione. Nella realtà, le persone di solito traggono le proprie informazioni dai rapporti personali e dai media. Il 49% afferma che andrebbe alle assemblee pubbliche, se fossero tenute. Quindi, esiste una grossa differenza tra il modo in cui le persone vorrebbero essere informate, e il modo in cui funzionano davvero le cose. Un recente studio tedesco rivela che in meno del 50% dei progetti di impianti eolici nel paese, agli abitanti è stata data l’opportunità di esprimere la propria opinione nella fase di piano. E solo nell’8% dei casi in cui gli abitanti sono stati sentiti, i costruttori hanno tenuto assemblee pubbliche di informazione. In un caso su tre l’opinione pubblica ha avuto un’influenza concreta sul processo di localizzazione, caratteristicamente attraverso la possibilità garantita dalla legge di presentare osservazioni formali.
Se si vogliono ridurre al minimo le opposizioni, tutte le parti in causa devono avere effettiva opportunità di influenzare un progetto. Le decisione prese sopra la testa delle popolazioni locali sono il modo più diretto per generare proteste. Restano da vedere, sondaggi a livello internazionale che esaminino approfonditamente questi problemi.
Conclusioni
In tutti i paesi, sia il sostegno del pubblico per le energie rinnovabili che per l’energia eolica in particolare è molto elevato. A livello astratto, circa l’80% della popolazione sostiene l’energia eolica, secondo le indagini esaminate in questo studio. A livello locale il sostegno nelle aree dove operano impianti eolici è egualmente elevato. Ovvero, quattro su cinque persone tendono ad approvare gli impianti, sia in generale che nelle zone che hanno esperienze in proposito. Ciò però non significa che non si manifestino proteste. Basta un oppositore impegnato, ad esempio, per attivare una causa legale contro un’autorizzazione di impianto. Questa è una delle ragioni per cui i conflitti, nei casi di impianti eolici, sono diventati la regola anziché l’eccezione. La carenza di comunicazione fra chi abita dove sarà realizzato un impianto e chi lo vuole realizzare, le burocrazie locali, l’ambito della decisione politica, sembra il perfetto catalizzatore per trasformare lo scetticismo locale in azioni concrete contro progetti specifici. Al contrario, informazione e dialogo sono la strada per l’accettazione.
Nota: il file PDF scaricabile dell’articolo, nella relativa pagina della Danish Wind Industry Association (f.b.)
Il caldo? «Si fa molto sensazionalismo», sbotta Vincenzo Ferrara: «ogni anno sui giornali scrivete "emergenza caldo", "emergenza siccità": macché, non è un'emergenza. E' un dato strutturale, e bisogna tenerne conto». Ferrara è uno dei più bravi climatologi italiani, dirige il Progetto Clima Globale dell'Enea ed è nel comitato scientifico del Wwf Italia. Certo: viene fin troppo facile dire «emergenza», con il termometro che sale ben oltre i 40 gradi nel sud Italia, gli incendi, i black-out elettrici - o le alluvioni in Gran Bretagna. Il punto è che non siamo di fronte ad anomalie eccezionali: «Quelli che noi stiamo vedendo sono i primi effetti del cambiamento del clima», spiega Ferrara.
Siamo di fronte a due problemi, riassume il climatologo. Uno: è necessario ridurre le emissioni di gas a «effetto serra» che si accumulano nell'atmosfera terrestre e la riscaldano, in modo da frenare la tendenza al cambiamento del clima: «E' quello che chiamiamo strategie per mitigare il cambiamento del clima. Ma dobbiamo sapere che se anche riuscissimo a tagliare subito tutte le emissioni di gas nocivi, i cambiamenti del clima ormai sono innescati e gli effetti continueranno nei prossimi 50 o 60 anni. Per questo dico l'ondata di caldo è un problema strutturale». Ecco dunque il problema numero due: «Dobbiamo attrezzarci a combattere gli effetti del cambiamento del clima, già visibili e prevedibili. Dobbiamo mettere in campo quelle che nei consessi internazionali chiamiamo strategie di adattamento».
Cosa significa, nella pratica? «Significa che l'intera pianificazione dell'uso del territorio e delle risorse deve tenere conto del fatto che il clima sta cambiando. Sappiamo che la siccità è un dato strutturale: dunque bisogna razionalizzare da subito l'uso dell'acqua per i consumi civili, industriali, agricoli. Sappiamo che in Italia 1.400 chilometri di costa sono a forte rischio di erosione o di allagamento: dunque ill territorio costiero e il turismo vanno sviluppati tenendone conto. Una valutazione di impatto ambientale non può più considerare il clima come dato fisso, deve considerare il cambiamento prevedibile nei prossimi decenni: ad esempio, inutile costruire una qualsiasi infrastruttura su una costa destinata a andare sott'acqua tra 30 anni. Sia chiaro, adattarsi non significa rassegnarsi. Significa però prevenire i danni maggiori».
Ma l'Italia sta preparando le sue «strategie di adattamento»? Un'occhiata ai vicini europei dice che siamo in ritardo; ora però «il governo italiano si sta rendendo conto che il problema è grave», risponde Ferrara. Servirà a questo anche la Conferenza sul cambiamento del clima prevista per il prossimo settembre, convocata dal Ministero dell'ambiente e dall'Anpat - Vincenzo Ferrara dirige il comitato scientifico che la sta preparando. Servirà, dice, a «smovere l'opinione pubblica: perché si fa molto sensazionalismo su questi temi ma circola ben poca informazione seria». E servirà a coinvolgere le parti sociali.
Dunque bisogna lavorare su due binari. «Bisogna ripensare il sistema energetico nazionale», dice Ferrara: «Non c'è altro modo per tagliare drasticamente le emissioni di gas di serra», visto che la fonte principale di queste emissioni è la combustione di fossili come petrolio o carbone, dunque tutto ciò che è legato alla produzione di energia, trasporti, industria. «L'obiettivo minimo è dimezzare le emissioni di gas di serra entro il 2050», ricorda Ferrara: solo così riusciremno a contenere il riscaldamento dell'atmosfera terrestre entro i 2 gradi di media, consentendo agli ecosistemi di adattarsi (è l'ultima conclusione a cui è giunto il Comitato intergovernativo sul cambiamento del clima (Ipcc), il comitato scientifico internazionale istituito dall'Onu (Ferrara ne è stato il punto di riferiemento per l'Italia fino all'anno scorso).
Tagliare i consumi energetici, cercare soluzioni per conservare energia. E poi «pianificare l'uso del territorio e delle risorse, il turismo, le attività economiche, tenendo conto dei cambiamenti prevedibili». Insomma: dobbiamo abituarci a vivere con il cambiamento del clima.
UN-Habitat, L’acqua e gli insediamenti umani, in un mondo che si urbanizza (Capitolo 3 di: UN-Water Assessment Programme, Water,a shared responsibility, Secondo Rapporto Mondiale sull’Acqua, Città del Messico 22 marzo 2006, Executive Summary) – Titolo originale: Water and Human Settlements in an Urbanizing World – Estratto e traduzione per eddyburg_Mall a cura di Fabrizio Bottini
Le sfide poste dalla gestione delle risorse idriche variano enormemente a seconda del tipo di insediamento umano. La gamma dei tipi di insediamento va da quello sparso per abitazioni isolate delle zone rurali, attraverso villaggi e piccole cittadine, sino alle molto più dense e affollate città e mega-città. Metà della popolazione mondiale, e la maggior parte dell’economia mondiale, si collocano nelle aree urbane. Oggi, le grandi città presentano una sfida particolare, con ben 400 centri al mondo con popolazione superiore al milione di abitanti.
A livello mondiale esistono significative tendenze ad un aumento dell’urbanizzazione.
Nella maggior parte dei paesi africani e asiatici, le popolazioni migrano dagli insediamenti rurali verso quelli urbani. Di particolare rilievo sono le notizie di notevole crescita alle periferie di molte delle mega-città mondiali. Meno nota, ma non per questo meno significativa, la crescita di un gran numero di città medie e piccole, la maggior parte delle quali subisce la tensione di una rapida espansione. Nei paesi in via di sviluppo, col totale della popolazione in crescita, in genere la popolazione rurale si prevede in gran parte stabile in termini numerici, mentre ci si aspetta che quella urbana cresca rapidamente. Esistono comunque alcune differenze: l’America Latina è notevolmente più urbanizzata dell’Africa o dell’Asia, anche se quest’ultima possiede alcune delle più grandi città del mondo. Per contro, in alcuni dei paesi più sviluppati, dove la grande maggioranza della popolazione vive nelle città, ci sono segni di una controtendenza: le persone abbandonano le città per un livello di vita migliore nei centri minori circostanti.
Le aree costiere a bassa elevazione stanno diventando sempre più densamente popolate.
Non solo molte delle città e mega-città mondiali si trovano nelle zone costiere, ma anche le densità delle aree rurali in queste regioni stanno aumentando. Molte di queste località si trovano al di sotto, o molto prossime al livello del mare. Di conseguenza, la probabilità di inondazione è in crescita con l’aumento del livello del mare, e quello nell’intensità e frequenza delle tempeste. La vulnerabilità delle popolazioni in queste regioni pone altre sfide alle autorità civili responsabili.
I problemi posti dall’espansione di città e mega-città si mescolano all’inadeguatezza di gran parte dei terreni per l’insediamento umano.
Si tratta in particolare di un problema dei paesi in via di sviluppo. Le terre migliori e più adatte sono già occupate, mentre quelle rimanenti, in genere utilizzate da poveri, immigrati recenti, sono spesso le più a rischio di inondazione a fondovalle, o di frane sui fianchi delle alture. Si tratta anche di zone dove la realizzazione di servizi base come reti idriche e fognarie è più difficile e costosa. Il problema è esasperato dai tassi di incremento della popolazione, che superano di molto la capacità di assorbimento delle comunità. Le infrastrutture necessarie a servire i nuovi arrivi, semplicemente, non possono essere realizzate in tempi altrettanto brevi.
Dato che gli insediamenti umani sono i principali inquinatori delle risorse idriche, è essenziale una buona gestione delle acque pulite e di scarico per ridurre al minimo questo inquinamento, e i rischi per la salute.
L’espansione delle aree urbane e dell’agricoltura in genere offre nuove occasioni per le malattie. Ciò è destinato a continuare con la crescita della popolazione mondiale e l’aumento delle pressioni allo sviluppo agricolo, delle strade e sistemi di trasporto in aree precedentemente prive di insediamenti. Inoltre, con le industrie che tendono a concentrarsi entro o attorno alle città, e la produzione agricola principalmente nelle zone circostanti disponibili, devono aumentare le misure per contenere l’inquinamento e mantenere acque potabili sicure e strumenti di trattamento degli scarichi. Ciò è essenziale per assicurare la salute delle popolazioni, in particolare per gli abitanti delle grandi comunità urbane. Non affrontare questa sfida avrà effetti disastrosi sull’uleriore espansione delle città.
La gestione delle acque dovrà sempre confrontarsi col problema di realizzare un equilibrio fra i diversi utenti.
Si tratta di un problema sia delle grandi comunità urbane che di quelle piccoli e rurali. I bisogni di acqua della produzione agricola, energetica, industriale, sono spesso in concorrenza. Dunque, se sono di importanza prioritaria le questioni relative a una disponibilità adeguata di acqua da bere, per l’igiene e la salute, e a una gestione degli scarichi, si deve comunque trovare un equilibrio fra queste e altre necessità.
Gli insediamenti umani sono il contesto per l’azione.
La battaglia per conseguire gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio (MDG) riguardo ad acqua e scarichi dovrà svolgersi nelle città, cittadine e villaggi. È qui che si concentrano la gran parte della produzione industriale e delle attività economiche, e dove si prendono le decisioni critiche di governo. Con la crescita fisica e finanziaria delle città, rispetto ai più rarefatti insediamenti rurali, le sfide dell’acqua stanno diventando sempre più di carattere urbano. Le amministrazioni cittadine e municipali giocano un ruolo centrale nella gestione delle acque assicurandone la fornitura, rete fognaria e smaltimento. È di cruciale importanza il modo in cui gli obiettivi per la gestione delle acque si inseriscono nel quadro più ampio delle politiche ambientai ed economiche. A questo livello le iniziative strategiche si traducono in realtà, e necessitano di sostegno politico e amministrativo per risolvere conflitti e trovare consensi fra parti e interessi in concorrenza. Si devono coordinare e gestire le iniziative in queste aree, se si desidera un significativo miglioramento nelle vite dei 100 milioni di abitanti degli slum entro il 2020.
Nota: qui di seguito scaricabile la versione integrale originale dello “Executive Summary” del Rapporto (f.b.)
Eolo sa leggere, meglio non truffarlo
Guglielmo Ragozzino
Ai tempi della rivoluzione francese, l'ultimo mese dell'inverno, quello stesso che, senza rendercene conto, stiamo attraversando, si chiamava Ventoso.Ventoso finirà il 20 marzo, lasciando dietro di sé qualche perplessità, qualche domanda. In tutta Italia - anche oggi si parla del Molise e della Toscana, ogni altra regione ha gli stessi problemi - si discute se e come utilizzare il vento per produrre energia pulita.
Togliamo di mezzo ogni forma di parlar-d'altro: lasciamo perdere il risparmio che certo è la nostra prima scelta; e non consideriamo lo stile di vita più sobrio che viene subito dopo. E' un fatto che un certo quantitativo di energia è indispensabile. Non serve che sia crescente, anno dopo anno; anzi il nostro impegno dovrebbe essere di garantirci quanto ci serve con un mionore dispendio di energia. A questo punto dobbiamo vedercela con l'energia che ci serve e scegliere quella che consuma meno natura, quella che produce meno inquinanti, meno scorie nucleari, meno cambiamenti climatici. Petrolio e gas, nella misura minore possibile, per gli usi, oggi indispensabili, nei settori dei trasporti. E poi sole, idroelettrico, vento.
Il vento, come energia non inquinante, è entrato da qualche anno nei programmi di grandi imprese internazionali. Forse è stato il prezzo elevato del petrolio che ha reso necessaria la ricerca di alternative e possibili molte innovazioni in campi prima trascurati.
come risultato, le compagnie elettriche maggiori che in precedenza consideravano il vento come una variante minore, ai margini del lavoro importante - quello di produrre quantità enormi di energia in complessi giganteschi - ora si sono ricredute, oppure, le più pigre, si stanno ricredendo. La tecnica è progredita e l'elettricità nasce ormai dalle pale anche senza un vento molto forte. Con gli accorgimenti della tecnica e gli appoggi finanziari della politica, anche il vento può essere un affare.
A questo punto, con il rovesciamento dell'incredulità precedente nel suo contrario, l'entusiasmo del neofita, tutti progettano il vento, seguendo una moda che poi è complicata dalle leggi nostrane: un po' di eolico consente carbone e gas delle centrali tradizionali. Gli ambientalisti sono in parte sconcertati: quel vento non è più quello che essi auspicavano; spesso anzi è una presa in giro, un ulteriore attacco ai loro valori.
La questione del vento va afrrontata dal governo con urgenza, senza togliere alle regioni il potere di scegliere, ma indicando loro un atteggiamento coerente. Il governo e l'autorità garante devono affidare al vento un ruolo preciso nel piano energetico nazionale, che non deve essere fatto per raggiungere i prezzi più bassi per ogni unità di energia, ma la minima produzione di anidride carbonica, rispettando la democrazia, l'eguaglianza tra i cittadini e il resto della Costituzione italiana, compreso l'antico articolo 9, quando la repubblica che ancora non sa niente di ambiente però « tutela il paesaggio. Dunque il vento deve essere sottoposto a tre diverse forme di controllo: la prima è l'obbligo di utilizzare le migliori tecniche disponibili, senza neppure tentare di usare i rottami dell'eolico altrui; segue l'obbligo di preparare una dettagliata carta dei venti. Non è più il tempo di cercare il vento, fiutandolo, o mettendo all'aria l'indice bagnato; infine, con buon senso e generosità, si deve fare una carta dei luoghi giusti: quelli che non offendono nessuno, quelli che non opprimono gli altri.
Ventoso, un nome che forse è di buon augurio.
Soffia il vento, infuria la bufera
Serena Giannico
«'Sta storia ha il sapore della beffa, perché le comunità locali non sono state sentite per esprimere i propri pareri...». Sulle «pale selvagge» che dovrebbero presto adornare il litorale del Molise spira bufera. Per il progetto della Effeventi di Milano, che intende realizzare una centrale eolica in mare, è rivolta dei cittadini, che hanno costituito un comitato per la tutela del territorio, e dei comuni, che si sono uniti in un secondo comitato. Mentre gli ambientalisti sono in guerra tra loro.
Il piano del parco offshore ha scatenato polemiche e conflitti. Tutti contro tutti. Le amministrazioni di sei comuni - Vasto e San Salvo (Chieti) e Termoli, Montenero di Bisaccia, Petacciato e Campomarino (Campobasso) - sono insorte. «Ogni palo - tuonano i sindaci - sarà alto ottanta metri, ai quali si dovranno aggiungere i venti metri delle eliche. L'intervento sarà su un'area - che verrà pure interdetta alla navigazione - di 25 milioni 600 mila metri quadrati, non lontano dalle spiagge che stiamo cercando di valorizzare, di promuovere e di far conoscere ai turisti di tutto il mondo per le bellezze naturalistiche. Sarebbe il primo impianto del genere nel Mediterraneo e sarebbe così brutto che...». Che loro neppure si soffermano a dire che sono contrari, perché, in realtà, sono inferociti. «Se fossimo stati interpellati, avremmo detto di no - riprendono -. Adesso, però, ci debbono ascoltare. Siamo pronti alla mobilitazione e ad adire le vie legali...».
Intanto hanno chiesto un incontro per il 16 marzo prossimo al governatore Michele Iorio (Fi). Su cui, per questa vicenda, si stanno abbattendo tuoni e fulmini. Gli ultimi sono stati scagliati da Cristiano di Pietro, consigliere provinciale e figlio del ministro delle Infrastrutture, Antonio Di Pietro. «Siamo pronti - afferma Di Pietro jr - a dare battaglia al governo regionale che prima, con ripicche e strane autorizzazioni, ha dato il via all'iter procedurale e ora grida la propria avversità».
«Ci risiamo - rincara Marcella Stumpo, del Coordinamento ambiente-salute che, assieme alla fondazione "Lorenzo Milani" sta mettendo a punto le osservazioni antiturbine -, sembra davvero che la Regione non perda il vizietto: era da tempo a conoscenza del progetto, ma ha taciuto. Ha tenuto l'iniziativa nascosta e non ha coinvolto la popolazione con conseguenze negative per il territorio. Certo - aggiunge - non era un obbligo di legge informare, ma lo avrebbero imposto la correttezza istituzionale e i più elementari principi di democrazia. Invece anche stavolta è rimasta in silenzio, come per la centrale a ciclo combinato, come per il gessificio, come per la centrale biomasse...».
Il presidente della Regione, bersagliato, e dopo il coro di resistenze che si è levato, ha scritto al presidente del Consiglio, Romano Prodi, al vice, Francesco Rutelli e a sei ministri, dimostrando «la contrarietà alla costruzione del parco». Il ministro Di Pietro, molisano verace, ha nel frattempo chiesto lumi al collega dei Trasporti e convocato per il 14 marzo, a Roma, il comandante della Capitaneria di porto di Termoli, Luca Sancilio, per avere chiarimenti. Ed è stato il putiferio. Così facendo è finito nel mirino dei Verdi, che lo accusano di non essere stato «sensibile» nell'affrontare progetti che sconvolgono altre parti del Belpaese. «Ora - gli viene rimproverato - Di Pietro capisce perché gli abitanti della Val Susa si oppongono al tunnel della Tav? Perché i vicentini e il movimento contro la guerra si scagliano contro la base militare americana? Perché in molti non vogliono il ponte sullo Stretto di Messina?».
Arrivano, dirette, a Di Pietro pure le stoccate di Grazia Francescato. «E' singolare - afferma la deputata dei Verdi, già responsabile del Wwf - che egli scopra la sua vocazione ambientalista solo per quello che potrebbe accadere a Montenero. E' paradossale viste le tante opere ad alto impatto ambientale a cui vorrebbe dare il via libera. Una fra tutte: il corridoio tirrenico che farebbe sparire la Maremma in Toscana».
«Intendiamoci - si difende Di Pietro - sono convinto che l'energia eolica sia un'alternativa valida. Ma va valutato il rapporto costo-benefici. E poi quella è un'area inadatta e unica per il valore paesaggistico, perché ancora vergine. Mi sembra più una speculazione».
Controversie e progetto preoccupano il presidente del Senato, Franco Marini, che ha chiesto al presidente della Provincia di Chieti, Tommaso Coletti, di essere informato su quanto accade. Mentre la Provincia di Campobasso, allarmata, domani si riunirà con urgenza per adottare provvedimenti contro «l'imponente insediamento che andrebbe ad installarsi in prossimità degli arenili, determinando, tra l'altro, la crisi irreversibile del settore della pesca».
Per non parlare dei danni e del rumore generato dalle pale rotanti. Rifondazione comunista ribadisce dissenso «alla selva di torri d'acciaio che si slargherebbe in acqua». Il parco offshore divide anche gli ecologisti. Edoardo Zanchini, responsabile Energia di Legambiente, assicura che «il progetto è stato a lungo esaminato in commissione al ministero dell'Ambiente e che sono stati apportati correttivi per minimizzare l'impatto con i fondali, per garantire l'allacciamento dei cavi elettrici senza interferire sulle dune e sulla fauna». Mentre Legambiente del Basso Molise sottolinea che «il progetto non ha tenuto conto di specifiche peculiarità, quali la vulnerabilità del litorale interessato - infatti è a ridosso di uno dei fronti franosi più estesi d'Europa - e il fatto che è situato nei pressi di un Sito di interesse comunitario. E' una zona - evidenzia - diversamente vocata. E, per essere il primo eolico marino in Italia, va sostanzialmente modificato e rispondere ai requisiti di distanza e prospettiva degli ultimi impianti del Nord Europa».
Il Comitato nazionale per il paesaggio che fa riferimento all'ex ministro Carlo Ripa Di Meana, dichiara: «Quelle torri bianche deturperebbero un luogo idilliaco». Ritenuto pregiato per la presenza del fiume Trigno, per il passaggio migratorio degli aironi, così come per la flora. «Negli anni passati - ricorda Giuseppe Vatinno, responsabile nazionale energia ed ambiente dell'Italia dei valori - nel caso dell'eolico abbiamo assistito ad una sorta di far west, che ha portato a scempi e a bidoni industriali dei quali è ancora disseminato lo Stivale».
Il ministro dell'Ambiente, Alfonso Pecoraro Scanio aggiunge: «Per produrre energia di questo tipo vanno rispettate le condizioni per un suo corretto utilizzo ed è necessaria la pianificazione nazionale degli impianti».
Sul parco eolico molisano, in eddyburg
Non convince l’intervento di Massimo Serafini e Mario Agostinelli pubblicato nei giorni scorsi su queste pagine a proposito degli impianti per la produzione di energia eolica in Puglia. Anche il presidente della Regione Sardegna e con lui la maggioranza di centrosinistra hanno convenuto sulla necessità di andare a vedere meglio le questioni connesse alla installazioni di tralicci eolici nel territorio. E con legge hanno deciso di sospendere, per quanto possibile, le iniziative (troppe) con effetti di sicura alterazione di quadri paesistici di rara bellezza.
Il provvedimento della Regione Autonoma, che è stato assunto insieme a quello di fermare l’assalto alle are costiere, è stato poi impugnato dal governo Berlusconi davanti alla Corte Costituzionale ( un atto che la dice lunga sugli interessi in gioco ben al di qua degli accordi del protocollo di Kyoto). La posizione di Serafini e Agostinelli, in forma di lettera a Nichi Vendola, pone quindi una questione - gli effetti pericolosi della moratoria - che potrebbe essere riferita per stretta analogia anche alla Sardegna. Il limite dell’ impostazione è quello di attribuire, pure con molte cautele, il primato alla questione energetica ponendo in secondo piano i diritti del bene comune paesaggio.Per cui nelle regioni del Mezzogiorno dove il vento soffia forte si dovrebbe costruire “un modello energetico nuovo e pulito, più giusto e sostenibile, costruito intorno alle risorse locali “.
La questione posta in questo modo sembra sottovalutare molto, nonostante le rassicurazioni di circostanza (perché siamo tutti, ci mancherebbe, per la tutela del paesaggio), l’impatto di queste torri normalmente ubicate su quote elevate, visibili a distanza con un esteso grado di compromissione non solo sul piano della percezione. Un esito ingiusto, insostenibile e appunto a danno di quelle risorse locali che sono la sola ricchezza che in un futuro non lontanissimo potranno essere essenziali per lo sviluppo del Mezzogiorno (che ha poche colpe sull’effetto serra). Sottrarre al mercato contingente le cose belle e rare che potranno servire domani è un imperativo. La solidarietà ecologica e generazionale si esprime anche su questo terreno. Al di là delle contingenze appunto. Se in Sardegna saranno realizzate anche la metà delle pale eoliche progettate dalle varie società nel nome dell’ energia pulita c’è la certezza di un danno incalcolabile (a proposito di flussi turistici, basta leggere qualche sondaggio e si capisce che paesaggi inquinati da cose del genere i turisti non ne vogliono proprio vedere!).
Si è vero, l'eolico è incentivato da massicci finanziamenti europei. E a proposito di partecipazione occorre dire che molti comuni, che non hanno un euro in cassa, vorrebbero consentire quegli impianti solo per incamerare un po’ di denaro. Anche con il dubbio che fra una decina d’anni, per l’evoluzione rapida della tecnologia, quelle pale non siano inservibili ferraglie che nessuno sarà impegnato a togliere.
Chi ha visto le conseguenze degli impianti eolici sui paesaggi sardi non potrà che diffidare delle ipotesi di mitigarne l’impatto ( accorciare le torri ? metterle più a valle ? colorarle di verde ?). La moratoria è l’unica strada per provare a considerare all’interno di un piano tutte le ragioni insieme, muovendo dal presupposto che l’energia pulita (da esportazione) non può essere a scapito dei paesaggi del nostro Mezzogiorno.
Dopo due settimane di negoziati, la Commissione Onu sullo sviluppo sostenibile, al suo quindicesimo incontro annuale, non è riuscita a licenziare a un documento finale, per divergenze fondamentali sulla natura e gli obiettivi dell'agenda dello sviluppo sostenibile. Nata dall'Agenda 21 - il programma d'azione per lo sviluppo sostenibile adottato nel giugno 1992 all'Earth Summit di Rio de Janeiro - la Commissione ha il compito di incoraggiare la cooperazione internazionale nell'applicazione dell'Agenda stessa a tutti i livelli: locale, nazionale, regionale, internazionale.
L'ostacolo maggiore si è rivelato essere il futuro del Protocollo di Kyoto che scade nel 2012. L'Unione europea ha sottolineato l'urgenza di un nuovo accordo per proseguire con il sistema di riduzioni obbligatorie delle emissioni di gas serra. Ma ad Australia, Stati uniti e Canada gli obblighi vincolanti risultano indigesti. A differenza dei primi due paesi, il Canada ha ratificato Kyoto; ma adesso il governo conservatore di Stephen Harper dice che il paese «non può» rispettare questo impegno. All'ultimo momento il gruppo dei 77 insieme a Cina, Usa, Canada e Messico ha accettato un'offerta «prendere o lasciare» da parte del presidente di turno della Commissione Onu, il ministro dell'Energia e dell'Industria del Qatar. Ma l'Unione Europea e la Svizzera hanno preferito lasciar perdere un documento che non prevedendo vincoli «non va incontro alle aspettative e alla sfide mondiali». Fra i temi caldi anche la questione del nucleare: Algeria, Argentina, Cile, Pakistan e altri avrebbero voluto inserirlo nell'elenco delle energie sostenibili; l'Ue e l'Associazione delle piccole isole-stato (minacciati nella loro stessa esistenza geografica) si sono opposti. Il fallimento dei lavori della Commissione Onu getta un'ombra sui futuri negoziati sul clima, previsti a Bali in dicembre. Negli stessi giorni in cui i governi si fronteggiavano in sede Onu, è uscito un rapporto della storica organizzazione inglese Christian Aid dal titolo Human Tide: The Real Migration Crisis in cui si stimano in un miliardo da qui al 2050 i rifugiati climatici: gli abitanti della Terra - in stragrande maggioranza dai paesi già impoveriti - che saranno a tal punto danneggiati dal caos climatico da dover fuggire altrove. Il rapporto parte dai 155 milioni che già hanno dovuto lasciare le proprie terre e case a causa di guerre, disastri «naturali» e progetti di sviluppo su larga scala. E chiede un'azione urgente da parte della comunità internazionale per evitare - contenendo l'aumento della temperatura a meno di 2 gradi centigradi, cioè un dito sotto la catastrofe - il peggior spostamento di popolazioni della storia mondiale. Movimenti in grado di destabilizzare intere regioni, se popolazioni sempre più disperate si troveranno a competere per acqua e cibo scarseggianti. Viene citato a monito il conflitto in Darfur, che trova la propria origine in generazioni di guerre per il controllo dell'acqua e dei diritti di pascolo in questa regione ampia e arida. Anche Wangari Maathai, l'ambientalista sociale kenyana vincitrice del Premio Nobel per la pace nel 2004, ha detto in un'intervista al Washington Post che il disastro nella regione del Sudan è centrato sulla ripartizione di risorse scarse, «una lotta per il controllo di un ambiente che non può più sostenere tutti gli esseri umani che ci vivono».
L'organizzazione poi fa il suo lavoro, chiedendo ai paesi maggiori responsabili delle emissioni di mettere in piedi un fondo di 100 miliardi di dollari all'anno per aiutare i paesi più poveri e vulnerabili a mettere in atto strategie di adattamento all'aumento del livello dei mari, alla crescente siccità e agli eventi climatici estremi. I contributi al fondo dovrebbero essere proporzionali alle emissioni pro capite dei paesi.C'è da sperare nel programma d'azione «immediata» che dovrebbe uscire dal Vertice sul clima delle C40, le più grandi città del mondo, in corso a New York.
Titolo originale: Can our way of living really save the planet? – Traduzione per Eddyburg Mall di Fabrizio Bottini
In superficie, la vita di Kendal Murray sembra decisamente sulla media. Ogni mattina si fa la doccia, prepara i toast e lascia i bambini al nido prima di andare al lavoro. Solo osservando più da vicino i particolari della sua routine quotidiana, emergono alcuni elementi interessanti: la doccia è riscaldata da pannelli solari sul tetto; l’elettricità per il tostapane viene da un generatore locale che brucia legna; e quando porta i bambini al nido ci va a piedi: naturalmente.
La signora Murray abita a BedZED, che sta per Beddington Zero Energy Development, Sutton, sud di Londra, il primo insediamento di grosse dimensioni “senza produzione di anidride carbonica”, usando solo energie rinnovabili generate in loco, non aggiunge quantità significative di CO2 all’atmosfera.
”La gente ha un’idea da cilicio della vita ecologista, che invece può essere facile, economica e attraente” dice la Murray. “Vivo con la coscienza a posto e non ho dovuto rinunciare a nulla per farlo”.
Benvenuti nel modo della vita etica che, se si continua la tendenza attuale, vedrà molti di noi unirsi allo stile di esistenza della Murray, non solo preoccupandoci di risparmiare energia e diminuire le emissioni di anidride carbonica – unendoci così al leader Tory David Cameron che ieri ha annunciato che installerà una turbina a vento sulla sua casa nell’ovest di Londra – ma accertandoci di indossare vestiti che non sfruttano i lavoratori nei paesi in via di sviluppo, andare a fare vacanze che non danneggiano preziosi habitat, far crescere i figli meticolosamente eco-friendly.
Qualche giorno fa, Marks & Spencer è stata la prima catena commerciale a lanciare una propria linea di magliette e calzini equa e solidale. Poi il gigante dei supermercati Sainsbury's ha confermato di aver fatto la più grossa ordinazione di tutti i tempi in cotone del circuito equo. La scorsa settimana Top Shop ha annunciato che stava portando l’abbigliamento di questo circuito nei propri negozi. Contemporaneamente, il mercato del cibo biologico è lievitato sino ad oltre 1,1 miliardi di sterline, e di conseguenza gli alimenti prodotti nel circuito etico – biologico, equo e solidale, vegetariano, free range – ora contano per il 5% del conto alimentare britannico da 80 miliardi.
Ora stanno entrando in scena i marchi di lusso. La scorsa settimana si è lanciata Product Red: un’idea di Bono per utilizzare occhiali da sole di marca, felpe e T-shirt comprate con le carte di credito American Express per raccogliere denaro da usare per la lotta all’Aids in Africa. Sostenuti da attrici e supermodelle come Elle MacPherson o Claudia Schiffer, i contributi Amex Red versano qualche centesimo per ogni unità spesa alla causa.
La vita etica è in marcia, detto in altre parole. Statistiche pubblicate dalla Co-operative Bank mostrano che i britannici hanno speso 25,8 miliardi di sterline in prodotti etici lo scorso anno, il 15% in più del 2004. Oltre il 40% di questi sono andati agli investimenti nelle banche etiche, e anche il commercio di prodotti equi – che compensano i produttori oltre i normali livelli di mercato – si sta impennando drasticamente.
Dieci anni fa, non c’erano prodotti etici. L’anno scorso di sono spesi in acquisti del settore quasi 200 milioni di sterline, e il mercato cresce del 40% l’anno, col caffè in cima alla lista dei prodotti preferiti. Cafedirect ora è la sesta marca per vendite a livello nazionale.
In più, il governo sta prendendo in considerazione alcune azioni per rafforzare le Norme per le Abitazioni Sostenibili, in modo tale da farle diventare obbligatorio per tutte le nuove costruzioni, e raggiungere obiettivi ambiziosi di riduzione del consumo energetico. Si tratta di un’azione importante perché il 50% delle emissioni di carbonio del Regno Unito proviene dall’ambiente costruito, e si prevedono massicce quantità di nuova edificazione nell’Inghilterra meridionale.
Sembra tutto molto incoraggiante. Ma tutti questi milioni sono spesi bene? Si aiuta davvero l’ambiente? Ed è possibile che siano i consumatori a controllare il destino del pianeta facendo la spesa, scavalcando così i migliori sforzi internazionali dei politici? Queste domande ci portano nel nocciolo centrale di una delle principali questioni del momento: sino a che punto il potere del consumatore può salvare il mondo? Non sorprende che le risposte rivelino una grande distanza tra favorevoli e contrari alla vita etica.
Consideriamo il problema dell’eco-turismo. Ci sono ovvi elementi positivi nel passare vacanze che non portino a un diffuso degrado di preziosi habitat, come la cementificazione di isole coralline o gli enormi alberghi che sottraggono grandi quantitativi d’acqua solo per docce e piscine. Ma la questione non è così lineare. Per esempio, la maggior parte delle località di eco-turismo sta in Sud America, Asia e Africa. Arrivarci implica bruciare grandi quantità di carburante, aggiungendo ampie quote di anidride carbonica all’atmosfera.
È un punto su cui ora concordano anche gli operatori del settore. Ieri i due principali guru dei giramondo – Mark Ellingham, fondatore delle Rough Guides, e Tony Wheeler, che ha creato Lonely Planet – hanno entrambi ammesso pubblicamente che le loro edizioni hanno contribuito a diffondere un atteggiamento propenso a volare, che sta stimolando l’ascesa dei livelli di anidride carbonica e contribuendo al riscaldamento globale. Suggeriscono, fate meno voli, e fermatevi più a lungo.
Ma ancora, non è tanto semplice, come sottolinea Paolo Guglielmi, project manager del programma ambientale delle Nazioni Unite in Mediterraneo. “Se l’unico problema ambientale fosse il volare, saremmo sulla strada giusta; il problema è che non si tratta dell’unico problema”.
Questo aspetto è stato dimostrato da un recente studio accademico, che suggerisce come gli impatti della pratica dell’ecoturismo siano spesso significativamente superiori a quanto avverrebbe semplicemente restandosene a casa. John Hunter e Jon Shaw, della Aberdeen University, hanno calcolato la “impronta ecologica” di 252 vacanze eco-turistiche in termini di quantità di ettari globali di pianete, necessari a fornire le risorse consumate. I risultati, in corso di pubblicazione sulla rivista Environmental Conservation, mostrano che in tutti i casi tranne uno l’effetto è stato quello di incrementare la pressione netta sulle risorse naturali.
”Esiste probabilmente una differenza, tra un approccio hard e uno soft al turismo” aggiunge Hunter. “[Si può] andare ad attraversare la Mongolia sedendo in groppa a un cammello e mangiando come gli abitanti del posto; se si va nelle Filippine o in Tahilandia, si visita una volta un eco-park e si passa il resto del tempo abitando in un albergo di lusso, l’impatto sarà enorme”.
Un punto di vista condiviso da Guglielmi. “Il problema sta nel termine eco-tourism, interpretato in ciascun paese in modo diverso” dice. “Passiamo da posti dove lo si intende in termini di tende, ad altri, in particolare lungo le coste nel sud del Mediterraneo, dove la parola serve solo a pitturare di verde chilometri di alberghi a cinque stelle”.
C’è poi la questione del cibo. Da un lato, il circuito del commercio equo e solidale da’ ai piccoli produttori dei paesi in via di sviluppo un accesso ai mercati ricchi. D’altra parte, l’importazione di merci da migliaia di chilometri di distanza contribuisce sempre più ad un inquinamento che si calcola in quantità di cibo per distanza.
In modo simile, tutte le azioni per mantenere i nostri figli “ eco-friendly” vengono criticate per la loro scarsa praticabilità. I pannolini usa e getta sono considerati un dono di dio dalla maggior parte dei genitori, e uno studio dell’Agenzia Ambiente del 2005 ha concluso che c’è poca differenza in termini di impatto ecologico, fra usa e getta e pannolini che si lavano.
In ogni caso, l’analista commerciale Richard Hyman, consulente alla Verdict Research, afferma di non essere affatto convinto che i consumatori britannici siano pronti a sacrificare i prezzi più bassi in cambio della coscienza a posto. “Viviamo in un modo dove la maggior parte delle persone sono favorevoli a sostenere i negozi di quartiere ma non fa niente a questo proposito” dice. “La gente è contenta di parlare della consapevolezza etica, ma quando si arriva ai modi di consumo non c’è corrispondenza con queste parole”.
La strada per arrivare a un vero stile di vita etico e sostenibile, in altre parole, sarà ardua. Comunque, ciò non significa che l’obiettivo non valga la pena, dicono gli attivisti. Indicano gli impatti spesso orribili che gli occidentali hanno avuto sul mondo in via di sviluppo, sia in termini di costi ambientali che di vite umane.
La scorsa settimana, ci sono stati tre diversi incidenti nelle fabbriche di abbigliamento del Bangladesh con molte centinaia di morti, nella città portuale di Chittagong e in una fabbrica crollata nella capitale, Dacca. All’interno delle fabbriche, abiti destinati all’Europa e all’America. Nessuno di quegli incidenti è stato riportato sulla stampa britannica. E pure essi dimostrano il terribile prezzo che talvolta si paga per produrre cose che diamo per scontate.
Avvenimenti del genere danno impeto al movimento etico, e probabilmente manterranno la pressione sulle attività economiche perché si assicurino che i propri prodotti e servizi vengano offerti in modo moralmente accettabile alla maggior parte delle persone. Può dimostrarsi arduo organizzare nei particolari un programma di vita etica, ma ci sarà sempre la voglia di realizzarlo.
E alla fine, ci guadagneremo tutti, secondo Kendal Murray. “Non ho mai abitato in un ambiente tanto amichevole come questo” dice riferendosi al BedZED. “C’è un senso comunitario, qui, risultato diretto del fatto che siamo tutti legati dalla causa comune del vivere ecologico. Quando curo le verdure nell’orto o cammino fino ai contenitori del riciclaggio, mi incontro coi vicini e parliamo. In tutti gli altri posti dove ho abitato, la gante andava dalla porta alla macchina, e spariva in una nube di fumo da petrolio”.
Nota: in termini più pratici, e con riferimento alla pianificazione territoriale, qui su Mall si vedano le recentissime linee per l'inserimeno delle Energie Rinnovabili nei piani locali dello East England (f.b.)
Termoli - Scempio al largo. Imponenti torri che svettano tra le onde. Potrebbe presto cambiare il paesaggio costiero del Molise, ventisei chilometri di litorale in più punti martoriati dal cemento e che custodiscono già una centrale turbogas, che terrorizza la popolazione, e diverse rischiose aziende chimiche. Adesso, nelle pieghe delle brezze primaverili, spunta un progetto della ditta Effeventi srl, con sede a Milano, che ha scelto questo fazzoletto di meridione per realizzare il primo parco eolico in mare d'Italia. Un tratto d'Adriatico costellato di... pali d'acciaio. L'impianto coprirebbe, in maniera devastante, uno specchio acqueo di 25 milioni 527 mila e 500 metri quadrati, di cui 3 milioni 150 mila di area demaniale e sorgerebbe dirimpetto alle spiagge del piccolo centro di Petacciato (Campobasso), tra tre e cinque miglia dai lidi di Termoli e Campomarino, a sette dal bagnasciuga di Vasto (Chieti), a un paio da quello di Montenero di Bisaccia - paese del ministro Antonio Di Pietro - e a 21 dalle isole Tremiti. Andrebbe, quindi, a incastonarsi nei pressi dello splendido arcipelago pugliese e in un sito rinomato e frequentato per i caratteristici fanghi generati da una slavina naturale.
Cinquantaquattro le turbine da installare, della potenza complessiva di 162 megawatt e che dovrebbero produrre energia elettrica per 450 milioni di chilowatt annui, che potrebbero soddisfare il fabbisogno di 120 mila famiglie.
Il ministero dei Trasporti ha autorizzato l'istruttoria, avviata da un paio d'anni, ordinando, qualche settimana fa, alla Capitaneria di porto di Termoli, la pubblicazione all'albo pretorio del Comune degli atti con i quali si dà avviso dello scellerato progetto. Ciò vuol dire che sono scattati i 30 giorni utili alla presentazione delle osservazioni al piano. Trascorso questo periodo - e resta ormai poco tempo - non sarà accettato alcun reclamo e si darà ulteriore corso alle pratiche, già a buon punto. L'iter per i permessi e lo studio d'impatto ambientale, infatti, sarebbero quasi ultimati.
Secondo la società lombarda che vuole realizzare il parco off-shore - così viene tecnicamente chiamato - la mega struttura, per la quale è stata chiesta una concessione demaniale di sessant'anni, sarebbe «salutare» per il territorio. Questi i benefici elencati «per il mancato consumo di 90 mila tonnellate di idrocarburi»: 420 mila tonnellate in meno di anidride carbonica immessi nell'atmosfera in un anno, 600 tonnellate di anidride solforosa, 800 di ossidi di azoto e 43 tonnellate di polveri sottili.
«La società Effeventi - spiega l'avviso che occhieggia dalle bacheche del municipio di Termoli - preparerà il fondale, erigerà i pali di fondazione mediante una nave speciale munita di gambe d'appoggio e dotata di gru a martelli idraulici». I «piloni» avranno un diametro di cinque metri e saranno inseriti ad una profondità di 50 metri. Seguiranno i lavori di posa dei cavi, anch'essi invadenti, e d'interconnessione. Diversi fili si allacceranno ad una cabina di trasformazione piantata sulla terraferma e ad una linea «volante» che si andrà a collegare alla rete elettrica nazionale. «Il montaggio - affermano ancora i documenti - verrà completato sistemando la torre eolica con la gondola contenente il generatore e successivamente il rotore e le pale». Le torri metalliche si innalzeranno per 80 metri al di sopra del livello del mare. Si staglieranno possenti e ingombranti. Inutili per questo spicchio di Sud, a tratti ancora povero e che, nonostante le proteste, ha dovuto accogliere una centrale a ciclo combinato che non voleva e che teme. A cui sono state regalate industrie alle quali, secondo una recente ricerca dell'Istituto superiore di sanità, potrebbe essere collegato l'incremento delle malattie tumorali, che si aggira mediamente intorno al 17 per cento, sfiorando, in alcune zone, addirittura aumenti del 42 per cento.
Dei 25 mila ettari di pali eolici la Regione, guidata da Michele Iorio, era a conoscenza, dato che l'avvio della procedura amministrativa è stata pubblicata sul Bollettino ufficiale del 16 dicembre 2005. Ma ha glissato la faccenda. Un disastro contro cui l'amministrazione provinciale di centrosinistra, «pur non avendo ricevuto alcuna comunicazione ufficiale da parte di enti», è scesa in campo esprimendo «sgomento e disapprovazione». «E netta contrarietà - rincara il presidente Nicola D'Ascanio - anche per ciò che riguarda il metodo, contrassegnato da elementi di clandestinità procedimentale. Potremmo ritrovarci un insediamento eolico deleterio». Per i piccoli pescatori che tirano avanti con fatica e reti e per le attività turistiche, economiche e sociali che stentano. «Un impianto rovinoso - tuona Luigi Lucchese, responsabile Legambiente nel Basso Molise - che annienteranno la vita marina e creeranno degrado in luoghi che, con sforzo, stiamo cercando di tutelare e valorizzare». In rivolta anche il vicino Abruzzo, il cui assessore regionale all'Ambiente, Franco Caramanico, dichiara: «Provvederemo ad attuare le misure per difendere e salvaguardare il nostro litorale«. In subbuglio la marineria, mentre l'associazione ecologista Patria di Termoli riflette: «Stiamo assistendo alla crocifissione del Molise, che non riceverà benefici da questo parco delle brutture». E che a breve potrebbe vantare dolci arenili con dune, fiori rari e vista... pali. Altro che... favola blu.
Caro direttore, "le zone di effettivo pregio paesaggistico o naturalistico ci sono, ma non sono così diffuse". Lo sostiene sull'"Unità" di giovedì l'ex ministro dell'Ambiente Edo Ronchi. Dunque, per anni, decenni, secoli ci siamo sbagliati : quello che era ritenuto il Giardino d'Europa, il Bel Paese per antonomasia, non è poi questa cosa straordinaria che ci siamo raccontati, confortati da Goethe e da altri visionari. Ha sì delle zone di pregio ma neanche tante. Per cui possiamo metterci un bel po' di grandi pale per l'energia eolica, dalle coste sarde a quelle pugliesi. Meno male che Soru e Vendola la pensano diversamente. Ma forse sono dei pericolosi estremisti. Un saluto cordiale
La visione fideistica della scienza e del progresso ci ha abituati a pensare che ogni problema abbia una soluzione. Ciò è vero quando si tratta di cambiare il frigorifero, lo è meno quando si entra in ospedale per un malanno, non lo è per nulla quando i problemi da risolvere sono quelli globali della crisi climatica ed energetica. Però, il fatto che questi ultimi non siano immediati induce a considerarliu alla stregua del frigorifero: qualcuno certamente troverà una soluzione, e chi mette sull’avviso che forse non è così scontato è bollato di catastrofismo.
In realtà da decenni circolano nella comunità scientifica analisi rigorose e credibili che avvertono come i cambiamenti climatici, l’esaurimento del petrolio e di altre risorse naturali, l’aumento della popolazione e delle disparità sociali siano altrettante bombe innescate pronte ad esplodere in rapida sequenza, amplificando i danni. Ma in genere si rimuove tutto rifugiandosi nel classico effetto Cassandra, dimenticando che la sfortunata aveva comunque ragione.
È questa la sorte che è toccata pure a un eccellente esercizio scientifico voluto da un grande manager italiano, Aurelio Peccei, animatore del Club di Roma, che nel 1972 pubblicò il rapporto I limiti dello sviluppo in collaborazione con il Mit di Boston.
Ancora oggi si vitupera questo studio come non veritiero. Chi parla, in genere non l’ha nemmeno letto. Oggi è in libreria per gli Oscar Mondadori l’edizione aggiornata I nuovi limiti dello sviluppo, quello che considero il manuale di istruzioni del pianeta Terra: ad oltre trent’anni di distanza i conti riveduti e corretti portano sempre al collasso della società se non si cambia rotta in tempo. Jared Diamond ha sviluppato il tema su base storica in Collasso (Einaudi), mostrando come è piuttosto comune che nel passato alcune civiltà abbiano ignorato i segni di cambiamento e si siano estinte. Oggi viviamo in un villaggio globale e uno scacco coinvolgerebbe tutti.
Sui cambiamenti del clima basta concedere un po’ di attenzione ai rapporti dell’Ipcc, che è un’Agenzia delle Nazioni Unite, non un covo di no-global; sulla crisi del petrolio basta guardarsi il film svizzero A crude awakening (oilcrashmovie. com) o visitare il sito di Aspo, l’associazione per lo studio del picco del petrolio (peakoil. net) che ha pure una sezione italiana. E se non basta, quale fonte più autorevole dell’Unione Europea? La sua agenzia ambientale (Eea), con sede a Copenhagen, ha elaborato il progetto Prelude, scenari per l’Europa del 2030 (eea europa.eu/prelude). Per capire che il collasso non è escluso, bastano alcuni titoli: Big Crisis, Great Escape… Insomma, un problema lo si inizia a risolvere considerandolo. Lo si studia, lo si affronta e ci si prepara psicologicamente.
Io e mia moglie lo stiamo facendo da anni, con soddisfazione economica, profonda motivazione e perfino divertimento. Abbiamo il tetto ricoperto di pannelli solari, abbiamo sostituito un anonimo prato all’inglese con un fiorentissimo orto, abbiamo applicato l’isolamento termico al solaio e installato vetri doppi e stufa a legna, conserviamo l’acqua piovana, evitiamo i centri commerciali e riduciamo i nostri acquisti inutili, facciamo una raccolta differenziata spinta, intessiamo con il vicinato rapporti di cooperazione invece che di competizione, conserviamo saperi antichi amalgamandoli con tecnologie moderne. La nostra Utopia è già realtà, non serve essere né eremiti né invasati, basta essere realisti, attenti ad un mondo che cambia rapidamente e che domani sarà molto diverso rispetto a quanto vogliono farci credere gli spot pubblicitari.
Se non vogliamo che il medioevo di Utopia prenda brutalmente il sopravvento, dobbiamo prima di tutto fare un esercizio psicologico per uscire dal circolo vizioso tipo "la tecnologia ci salverà", provare a mettere in dubbio qualche certezza, e riacquistare il contatto con il mondo fisico e i suoi limiti. Non viviamo in un videogioco, ma su un pianeta fatto di aria, acqua, rocce, foreste, batteri, petrolio e carbone, il tutto regolato da leggi fisiche ferree. Vinceranno quelle se non sapremo dare una svolta all’uso delle risorse. Il tragico destino di Utopia non si realizzerà solo se noi metteremo in pratica ogni giorno un pezzetto dei suoi addestramenti.
Del resto, tra gli scenari di Prelude, c’è pure "Evolved Society", un mondo dove non esisterà più il minaccioso e rombante Suv, ma disporremo tutti di una sobria abitazione a energia rinnovabile e di un computer in rete con il quale condividere conoscenza e promuovere la convivialità. Non è un’utopia sognare un mondo migliore.
Titolo originale: New turf for science: suburbia, Traduzione di Fabrizio Bottini
Suburbia può apparire un terreno familiare, ma si trattad i una delle ultime frontiere per gli scienziati che vogliono capire come funzionano gli ecosistemi, e come gli uomini stanno modificando l’ambiente naturale.
Dalle énclaves suburbane boscose del Vermont allo sprawl di Chico, i ricercatori Livermore e Gilroy, stanno iniziando a verificare il ruolo dei prati nel riscaldamento globale, quanto i fertilizzanti da giardino e i pesticidi colpiscano la fauna selvatica e come il deflusso delle acque da tetti, strade e corsie di accesso mini la salute dei corsi d’acqua.
”L’ambiente suburbano è grande, e in crescita” dice Jennifer Jenkins dell’Università del Vermont, una degli scienziati che hanno riferito dei propri risultati di ricerca a un incontro della American Geophysical Union a San Francisco. “C’è questa enorme superficie di terreno che scivola via attraverso le crepe”.
La Jenkins è impegnata nello studio di 40 giardini suburbani nell’area di Baltimora. A partire da questa settimana, i ricercatori preleveranno campioni di zolle erbose a mano, le peseranno, misureranno i ciuffi d’erba col il resto della copertura vegetale, e analizzeranno anche le foglie raccolte col rastrello.
L’obiettivo è verificare quanta anidride carbonica venga assorbita e rilasciata dai prati, e se essi contribuiscano al riscaldamento globale oppure lo rallentino.
Altri stanno tentando di studiare modi di progettazione dei quartieri suburbani che siano meno dannosi per l’ambiente locale.
”Cerchiamo di pensare a maniere per utilizzare l’ingegneria ambientale, un approccio di ingegneria verde, per risolvere il problema alla radice” racconta Breck Bowden, anche lui dell’Università del Vermont.
Da un punto di vista scientifico, è difficile anche solo definire cosa sia suburbia. Scivola gradualmente, dagli insediamenti radi sulle fasce esterne delle, città sino alle case su appezzamenti di 3.000 metri quadrati, o agli “ esurbi” e “ rururbi”: case sparse su aree in gran parte rurali.
Gli ecologisti si sono consumati nello studio di foreste e acquitrini, deserti e tundre, ma solo di recente si sono interessati di suburbia. Forse perché gli ambienti dominati dall’insediamento umano sono tanto complicati e in continua trasformazione, dice Jenkins; magari sono solo posti un po’ meno esotici per lavorare.
Ma questi “burbi” hanno un grosso impatto. Per esempio, di tutto il carbonio accumulato nelle piante del Maryland, solo i due terzi si trovano nei boschi; il resto è negli alberi piantati in giardini e spartitraffico centrali, come ha rilevato Jenkins in uno studio qualche tempo fa.
Un tipo di copertura del suolo in rapida crescita
L’impatto è destinato a crescere. I suburbi sono una delle forme di copertura del suolo in crescita più rapida, negli Stati Uniti e nel mondo, sostiene Daniel Bain dello U.S. Geological Survey a Menlo Park, tra gli organizzatori delle sessioni all’incontro di questa settimana.
Una delle prime cose che accadono quando si costruiscono campi coltivati o altri terreni allo stato naturale, è che una parte viene impermeabilizzata. Uno studio dello scorso anno ha rilevato che negli Stati Uniti ci sono più di 110.000 chilometri quadrati di superficie edifica o asfaltata. Più o meno un’area delle dimensioni dell’Ohio.
Di conseguenza, l’acqua piovana che un tempo sarebbe filtrata nel suolo si raccoglie nei corsi d’acqua molto più rapidamente, dice Bain. La corrente usura le sponde, approfondisce i corsi e spazza via gli habitat di piante, animali e insetti.
Non ci vuole molta asfaltatura, per danneggiare seriamente un corso d’acqua, racconta Bowden. Anche se si ricopre il 15-20% - quantità caratteristica di un suburbio a bassa densità – “si ha un serio degrado” dice. “Essenzialmente, li spingiamo a morire per eccesso d’acqua”.
Su flora e fauna, i sobborghi hanno effetti contrastanti.
Alcuni animali riescono a adattarsi, o addirittura a diventare infestanti: cervi che devastano i giardini; procioni che frugano nella spazzatura; corvi e ghiandaie gracchianti; coyote, orsi neri e puma che si avvicinano ad alcuni quartieri della California, rubano cibo e spaventano gli abitanti.
Ma molte altre specie sono allontanate, o spazzate via. In generale, la rapida diffusione di suburbia è probabilmente la peggiore minaccia alla biodiversità nel mondo sviluppato, secondo un’indagine del 2003 di Stephen DeStefano dello U.S. Geological Survey e Richard DeGraaf dello U.S. Forest Service.
Il problema dei fertilizzanti
Anche i fertilizzanti sono un problema, quando sono dilavati dai giardini verso i corsi d’acqua, sino al mare.
Anche se può sembrare una buona cosa, dare alle piante selvatiche una bella dose di fertilizzante, i risultati sono spesso disastrosi, dice Lawrence Band dell’Università del North Carolina. L’azoto nei composti provoca la crescita di alghe nell’oceano. Quando le alghe muoiono, affondano e marciscono, consumano l’ossigeno dell’acqua determinando “zone morte” che uccidono il pesce e altra flora e fauna.
Studi condotti sulle aree da Santa Barbara alla Chesapeake Bay in Maryland, stanno cercando di ricostruire le fonti dell’inquinamento da azoto per trovare modi di rallentarlo. Il costo di bonifica della sola Chesapeake Bay è stato calcolato in 18 miliardi di dollari, dice Band.
Negli ultimi tempi, gli scienziati hanno iniziato a sperare che le nuove conoscenze filtrino all’interno della progettazione di insediamenti migliori. Si potrebbero usare materiali di copertura che lascino passare un po’ dell’acqua nel terreno, raccoglitori di acqua piovana che intercettino lo scarico dei tombini, o addirittura tetti erbosi come quello che si sta installando sulla nuova California Academy of Sciences a San Francisco.
”Dobbiamo aver pazienza” dice Bowden. “Ci sono voluti cent’anni per trovarci in questo pasticcio. Ci vorrà un po’ di tempo per riprendersi”.
Nota: qui il testo originale inglese (f.b.)
Fra le energie cosiddette “alternative”, ovvero che si discostano dal modello tradizionale petrolio/carbone e che hanno (o dovrebbero avere) un basso impatto sullo sfruttamento delle risorse, quella eolica è probabilmente la più discussa in Italia. Ciò si deve evidentemente alle caratteristiche peculiari del nostro paesaggio naturale e antropizzato, al suo ruolo nel costruire l’identità nazionale e locale, e al conseguentemente ampio dibattito che l’insediamento (reale, auspicato, studiato) delle turbine genera.
Quello che segue è un elenco dei contributi comparsi sinora su Eddybug e su eddyburg_Mall, sommariamente suddiviso nei tre ambiti del dibattito nel contesto e sui casi italiani, internazionali, degli studi scientifici e proposte normative.
Il dibattito in Italia
La lettera di Mario Agostinelli e Massimo Serafini (che si firmano come appartenenti al Contratto Mondiale Clima ed Energia) dell’8 giugno 2005 pubblicata dal manifesto, e indirizzata al presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, da cui il titolo: Mulini a Vendola. Gli Autori in sostanza chiedono che nel decidere le proprie politiche energetiche la regione tenga conto dell’urgenza di agire contro il riscaldamento globale, e non applichi la prevista moratoria per gli insediamenti di turbine, nell’attesa di emanare nuove norme a proposito. Ancora sulla questione pugliese, l’intervento per Eddyburg dell’urbanista Luigi Longo, pubblicato il 10 giugno col titolo Le fonti rinnovabili, per quale sviluppo? A partire dalla lettera di Agostinelli-Serafini, e dalla constatazione dello stato di fatto nell’area foggiana, Longo sostiene la tesi secondo cui il territorio/paesaggio pugliese possa essere considerato sovracccarico in termini di impianti eolici. La conclusione, come emerge anche dal titolo, è che – in questo come in altri casi - oltre al “quanto” sia anche il caso di chiedersi “a quale fine”.
Altra regione ventosa, e conseguentemente “appetita” dagli interessi legati all’energia eolica è la Sardegna. Lo ricorda Sandro Roggio nel suo Attenti al paesaggio ( il manifesto, 12 giugno 2005), sottolineando la necessità e opportunità anche qui di una mortoria per meglio verificare gli impatti sul paesaggio. Ancora Sandro Roggio nella sua lettera a Eddyburg del 20 luglio 2006, Perché andare cauti con l'eolico in Sardegna, sottolinea il ruolo centrale della pianificazione territoriale paesistica, contro decisioni arbitrarie ed emergenziali.
Antonio Pignatiello dal Quotidiano di Sicilia il 16 giugno 2005, in Eolico: la nostra scommessa per il futuro, racconta una inaugurazione di impianti alla presenza del Presidente della Regione e dei rappresentanti di Legambiente. Il tono prevalentemente ingegneristico delle argomentazioni mostra se non altro una scarsa rilevanza del dibattito sociale diffuso nella decisione: probabilmente sostituito in questo caso con la cooptazione della Associazione ambientalista.
Il Comitato Liberiamo il Vento di Faeto, in provincia di Foggia racconta su Eddyburg nell’agosto 2005 la “Disastrosa esperienza del Parco Eolico”. L’interesse particolare di questa testimonianza sta nel raccontare nei particolari gli “effetti a terra” del sistema a turbine, che come non sempre risulta chiaro ha i suoi impatti maggiori nella rete di strade, centraline, recinzioni ecc. che sono indispensabili al funzionamento effettivo delle più visibili torri e pale.
Il giornalista de la Repubblica Giovanni Valentini, con un suo articolo del 17 luglio 2006 intitolato Quelle mille battaglie d’Italia contro i moderni mulini a vento giudica: “Combattere l’eolico in nome dell’Ambiente è […] un controsenso che non sta né in cielo né in terra”. Anche sulla scorta di quanto proposto e riassunto sinora sul sito, Eddyburg rrisponde documentatamente a Valentini.
Difende a spada tratta l'eolico l’ex ministro dell’Ambiente Edo Ronchi, responsabile per la “sostenibilità” dei DS, in un articolo su l’Unità del 9 giugno 2005, intitolato Energia, vai dove ti porta il vento. Sulla base di una serie di dati e ragionamenti, Ronchi chiede e si chiede se, posto che comunque un impatto sul paesaggio pare inevitabile, esso non sia un prezzo minimo di fronte ai vantaggi in termini di incremento della disponibilità di energia “sostenibile”.
Anche in Italia si apre la questione degli impianti off-shore, con un progetto sulla costa del Molise. Ne danno conto Serena Giannico, Un mega parco eolico sulla costa del Molise (il manifesto, 7 marzo 2007), e un gruppo di articoli ancora dal manifesto, 11 marzo 2007, raccolti sotto il titolo Via col vento. Di nuovo Terresa Giannico sul manifesto del 15 marzo giudica pressoché chiusa la questione dell'impianto off-shore dopo un intervento contrario del ministro (molisano) Di Pietro: Il Molise Cambia: Via quel Vento!
Il dibattito internazionale
Jonathan Leake sul Sunday Times del 24 aprile 2005, col titolo Regno Unito: l’invasione delle turbine a vento, partire da un caso di opposizione apparentemente di tipo Nimby e piuttosto elitaria, l’autore presenta la spaccatura fra le organizzazioni ambientaliste sul peso da attribuire alla questione energetica nazionale e globale, e all’impatto territoriale delle wind farm. L’articolo di Mark Townsend per l’ Observer domenicale del 22 maggio 2005, La battaglia dei mulini a vento, si concentra soprattutto sui temi del consenso all’insediamento, con quello che ne segue in termini di stabilità o mutamento del ruolo del paesaggio, tradizionale o “modernizzato”, nell’identità nazionale e locale. L’indagine condotta da Steffen Damborg per conto della Associazione Danese per l’Industria Eolica e pubblicato nel 2002 col titolo L'atteggiamento del pubblico verso l'energia eolica, su un campione di studi internazionali presenta un ampio spettro di opinioni molto articolate, e di casi specifici particolari ma estendibili. Anthony De Palma, in Le fattorie dello stato di New York piantano una nuova coltura: elettricità dai mulini a vento, descrive un “riuso” apparentemente senza grandi conflitti o problemi di alcuni territori agricoli, The New York Times, 13 marzo 2006 (su Mall Ambiente). John Vida, sul Guardian del 2 giugno 2006 racconta come Una turbina radicalmente nuova porterà l’energia eolica direttamente in città, e come implicitamente la risposta non stia solo nelle grandi centrali (su Mall Ambiente).
Sul Guardian del 5 gennaio 2007, Polly Toynbee si schiera decisamente: Non si può permettere che i , riferendosi ai quadri locali dei partiti che per raccogliere facili consensi bloccherebbero gli stessi impianti strategici approvati dai loro organismi centrali (su Mall Ambiente).
Anche nella positivista e istintivamente modernista America, crescono le perplessità sulle turbine eoliche. Sono tutti Nimbies? Se lo chiede Laura Tepper, in Via dal Vento della Centrale, The Next American City , primavera 2007. E si risponde: no. Un altro articolo di Wendy Priesnitz dal Natural Life Magazine, luglio-agosto 2007, pone una domanda più netta: Le turbine a vento sono pericolose? La risposta è naturalmente No/Ma.
Allarga il campo della riflessione Carla Ravaioli, che nella sua Opinione per Eddyburg del 20 luglio 2006, a partire da una polemica tutta italiana su Il pessimo indotto dell’eolico, critica il modello generalmente industrialista tradizionale che a scala mondiale si applica anche alle energie “alternative”
Metodi, Procedure, Regole
L’Eddytoriale del 17 luglio 2005 riprende con un giudizio negativo della proposta pro-eolico di Agostinelli-Serafini. Dal punto di vista del metodo, meglio evitare che decisioni affrettate in una logica di emergenza finiscano per esporre il territorio a danni evitabili: la questione va affrontata in primo luogo con un programma che tenga conto dei danni e dei benefici delle diverse forme di produzione energetica, in una logica non meramente settoriale.
La relazione del Comitato Nazionale per il Paesaggio (dicembre 2004, proposta su Eddyburg nel giugno 2005) intitolata La produzione di energia elettrica sfruttando la forza del vento, articola una serie di parametri tali da consentire in generale e nei casi particolari una valutazione dei pro e dei contro, a seconda dei contesti, della tipologia di impianti, di altri fattori. In particolare, noto ed evidente è il tema dell’impatto delle turbine sulla vita degli uccelli: Impianti eolici: la Lipu per una moratoria (settembre 2005) anche di carattere internazionale, di nuovo per valutare pro e contro di una tecnologia che sembra proporre una crescente gamma di impatti negativi
Il rapporto della britannica Sustainable Development Commission, maggio 2005 dal titolo L'energia eolica, la pianificazione territoriale, il paesaggio,esamina i rapporti degli insediamenti col sistema delle politiche territoriali pubbliche, perché i vari criteri di tutela decisione e promozione del planning system si possano applicare al meglio anche nel caso delle turbine. Il Glossario Eolico Minimo dal sito statunitense del Department of Energy, di cui Eddyburg pubblica alcuni ESTRATTI nel giugno 2005, chiarisce alcune terminologie tecniche su impianti e coponenti. Lo studio australiano condotto in collaborazione da un gruppo economico e uno ambientalista, la Wind Energy Association e il Council of National Trusts, Impianti eolici e valori del paesaggio, esamina le potenziali interazioni (possibili, difficili, impossibili) fra gli elementi costitutivi della rete dell’energia eolica e quelli dei paesaggi. Le combinazioni e argomentazioni sono di grandissimo interesse anche per altri contesti.
L’energia eolica fa bene all’ambiente? Secondo questo studio(concluso nel novembre 2004 dal Comitato nazionale per il paesaggio) il contributo al risparmio energetico, in Italia, è del tutto marginale, mentre enormi sono i danni al paesaggio e notevoli quelli all’avifauna. Quello che succede quando si affidano messaggi poco precisi a poteri pubblici incapaci di adoperare la programmazione e di condizionare la produzione (dicembre 2004)
Una galleria d'immagini sulle fattorie del vento
L’energia eolica è energia rinnovabile intermittente, come anche l’energia solare fotovoltaica e l’energia solare termodinamica.
Poiché l’accumulazione di grandi quantità di energia elettrica è oggi impraticabile, ne consegue che l’energia elettrica prodotta dal vento e dal sole deve essere distribuita e consumata nel momento in cui viene prodotta. Ciò significa che gli impianti di energia rinnovabile intermittente devono essere connessi direttamente alla rete elettrica di distribuzione, al cui interno in qualsiasi momento si può trovare un consumatore disposto all’acquisto. Esiste però un limite tecnico alla quantità totale di potenza elettrica intermittente (qual’è quella solare ed eolica) che è possibile collegare alla rete elettrica nazionale senza rischiare di provocare il collasso di parte o dell’intero sistema elettrico nazionale. Cosa che potrebbe avvenire nel momento in cui si verificassero, a causa dell’intermittenza, brusche ed impreviste variazioni del livello della potenza immessa nella rete. In altre parole, senza rischiare un “black-out” elettrico locale o nazionale. Per ragioni cautelative di sicurezza (anche tenendo conto, nel caso dell’energia eolica, del carattere assai irregolare dei venti italiani) questo limite è collocabile tra il 10 e il 15% della potenza alla punta, cioè del picco di domanda. Poiché in Italia la potenza alla punta ha raggiunto nel 2003 il valore di circa 53.000 MW (un megawatt corrisponde a 1.000 chilowatt) ne deriva che la potenza massima eolica e/o solare fotovoltaica o termodinamica collegabile alla rete elettrica nazionale italiana è pari a 8.000 MW circa.
Prendendo in considerazione la dimensione media dei nuovi aerogeneratori che si intendono installare attualmente in Italia (potenza tra 1 e 2 MW, altezza totale dell’aerogeneratore elica compresa 100 - 130 metri circa) si può ipotizzare l’installazione complessiva di circa 5.000-6.000 nuove torri eoliche, che si aggiungerebbero alle 1.500 già installate, per una potenza complessiva tra 5.000 e 8.000 MW. Per calcolare il contributo energetico che queste torri potrebbero assicurare si deve ricordareche l’Italia è un paese poco ventoso. Su 8.760 ore annue, la media nazionale del vento di velocità compresa tra 4 e 20-22 metri al secondo (l’unica adatta alla produzione elettrica) sta tra le 1.800 e le 1.900 ore annue. Ne deriva che in Italia, anche nell’ipotesi di massima, quanto mai improbabile, di 8.000 MW eolici totali, questi potrebbero produrre al massimo 15,2 miliardi di kWh (kilowattora), cioè circa il 4.8% del fabbisogno annuale italiano di energia elettrica. Ma poiché l’energia elettrica rappresenta poco più del 35% circa del consumo energetico totale italiano, gli ipotetici 15 miliardi di kWh eolici corrisponderebbero solo all’1,8% del consumo totale di energia in Italia. Contributo del tutto irrilevante ai fini energetici, poiché nettamente inferiore, all’aumento dei consumi energetici di un solo anno! Alle stesse conclusioni si giunge calcolando il risparmio di emissioni inquinanti, cioè gas serra, che gli ipotetici 8.000 MW eolici potrebbero assicurare. Su un totale di quasi 500 milioni di tonnellate di anidride carbonica equivalente, il risparmio non sarebbe superiore al 2% del totale!
In conclusione, da un lato della bilancia sta l’occupazione e la trasformazione in ambiti industriali di vaste zone di territorio prezioso dal punto di vista paesaggistico ed ambientale (5.000 aerogeneratori da 1 MW, con diametro del rotore di circa 60 m, se collocati sull’Appennino in linee a schiera continua, occuperebbero con 4 o 5 linee parallele, dispiegate sui crinali senza interruzione, un arco di 500 km, cioè l’intera dorsale appenninica centromeridionale, dai Monti Sibillini al massiccio del Pollino). Dall’altro lato della bilancia sta l’esiguità del risultato energetico conseguito: tra l’1 e il 2% del fabbisogno totale italiano.
Ci si chiede:”Il gioco vale la candela?” E’ evidente che non può essere questa la strategia d’impiego delle fonti rinnovabili su larga scala ed è altrettanto evidente che la corsa all’eolico appare improvvisata e violenta, sia a fronte della complessità e della vastità della crisi climatica, sia in relazione ai danni ambientali e paesaggistici prodotti. Stiamo assistendo, ancora una volta, ad una drammatica aggressione al territorio italiano al di fuori di qualunque minima pianificazione territoriale e principio di tutela sia degli ambienti naturali, sia del patrimonio storico paesaggistico e culturale. Una strategia adeguata alle problematiche presenti dovrebbe comprendere, invece, una maggiore attenzione alle altre tecnologie delle fonti rinnovabili (solare termico per il riscaldamento – pannelli solari e fotovoltaico in primo luogo), i cui potenziali energetici sono molto più consistenti di quello eolico e il cui collocamento nel territorio è di gran lunga più compatibile dal punto di vista della conservazione dei beni ambientali e paesaggistici.
Il produttore di energia elettrica, o l'importatore che chiede di connettersi alla rete nazionale, deve detenere (perché produce in proprio o perché acquista da chi la produce) la quota, corrispondente al 2,35%, di "Certificati Verdi"(decreto del Ministro dell’Industria dell’11 novembre 1999), il cui prezzo oscilla intorno alle 130 lire a kWh.
Poiché il valore dei "Certificati Verdi" prescinde dalla fonte di energia rinnovabile utilizzata, la scelta degli operatori non può cadere altro che sulla produzione eolica, che al momento risulta la più economica, grazie anche alle incentivazioni di cui gode.
Si è dunque determinata una situazione distorta che condanna il paese a non avere una distribuzione equilibrata di produzione da fonte rinnovabile. Avviene dunque che il nostro Paese decida di attivare una quota di energia rinnovabile, per contribuire alla riduzione dell'inquinamento planetario, ma sceglie alcune modalità di incentivazione che di fatto privilegiano quel tipo di energia che mette in crisi altri, almeno altrettanto significativi, valori collettivi propri del nostro territorio. In ciò si evidenzia la mancanza di una strategia di lungo periodo, attenta a calcolare nel conto economico le esternalità connesse all'utilizzazione di una fonte piuttosto che di un’altra. Infatti, non considerando le produzioni sotto il profilo dei costi esterni, che devono comprendere le stime anche economiche dei danni paesistici ed ecologici, si mettono in difficoltà quelle produzioni rinnovabili che più si adatterebbero ad essere inserite nel delicato territorio italiano.
In conclusione, mancando ogni pianificazione strategica nazionale nel campo energetico, l'unico criterio di azione è divenuto il mero costo di produzione e, grazie alle incentivazioni, gli operatori sono stati indotti ad investire tutto nell'eolico, lasciando al palo lo sviluppo delle altre fonti rinnovabili, come il solare, che hanno molto minor impatto sull'ambiente e sul paesaggio.
Nessun altro impianto tecnologico, tra quelli tradizionalmente già inseriti nelle aree montane (tralicci di elettrodotti, ripetitori televisivi, antenne per telefonia mobile, ecc.) ha un impatto paesaggistico ed ambientale paragonabile per pesantezza a quello dei parchi eolici.
Le grandi torri eoliche, per la collocazione sui crinali, per l'altezza, per la composizione in serie, introducono nel territorio scenari assolutamente inusuali che irrompono - con la forza delle loro gigantesche dimensioni fuori scala - nella visione paesaggistica. Grandi macchine, potenti, dominanti, rumorose! Chi le conosce o le vive quotidianamente da vicino dichiara inquietudine e turbamento nel vedere i luoghi familiari della propria vita radicalmente mutati e sconvolti in tempi brevissimi. Non a caso ci sono Comuni come S. Bartolomeo in Galdo (il più popoloso della Val Fortore) che si dichiarano con delibera ufficiale "deolizzati" ed altri, come Agnone (Isernia) che chiedono alla Regione Molise di fermare le pale eoliche, prima che distruggano il loro patrimonio storico e paesaggistico.Ed ora il preventivo rifiuto si estende anche in altre regioni come la Sardegna.
Grave è poi la ricaduta connessa alle infrastrutture che accompagnano l'installazione delle pale eoliche. Scavi, manufatti, scassi, nuovi elettrodotti, chilometri e chilometri di nuova rete stradale di servizio (devastante in zone montane) tra l'altro proporzionata all'accesso di mezzi di eccezionali dimensioni.
Si rompe inoltre la continuità degli ambienti naturali, aprendo i territori più incontaminati al bracconaggio, alle discariche, ai rally di mezzi motorizzati, ad ulteriori cementificazioni del territorio.
Le prospettive che si profilano comportano un'insanabile contraddizione con i programmi, le vocazioni e le aspettative sulle quali da tempo lavorano le comunità di zone collinari e montane ancora integre. Un territorio che costituisce l'ultima grande riserva del paesaggio storico e naturale, che ospita centinaia e centinaia di Comuni i cui abitanti presidiano e difendono il polmone verde d'Italia.
Parchi nazionali e regionali, piccole città d'arte, iniziative generali e particolari come l'APE (Appennino Parco d'Europa), attività turistiche e agrituristiche, produzioni agroalimentari di qualità sono gli elementi di un grande progetto per un nuovo e duraturo rilancio economico, la cui base consiste nella conservazione e nella valorizzazione dei beni ambientali, paesaggistici e storico-culturali.
L'irrompere dei parchi eolici, con decine e spesso centinaia di torri d'acciaio alte non di rado più di 100 metri, con le strade connesse e con i relativi pesanti basamenti interrati di cemento, va invece in tutt'altra direzione, quella di un processo di rapina del territorio che oscurerà il patrimonio di bellezza e di autenticità su cui si basano quei progetti e quelle aspirazioni. Un discorso valido non solo per l’Appennino, ma anche per le Alpi, per le Prealpi, per la Sicilia, per la Sardegna, per la penisola Salentina e per tante zone collinari di pregio come i Monti della Tolfa a nord di Roma.
Si preannuncia una dequalificazione generale nel paesaggio italiano. Una vera e propria svolta epocale verso il peggio.
L’impatto viene notevolmente amplificato dal fatto che gli impianti, progettati separatamente, vengono poi spesso aggregati in aree di confine tra più comuni. Un esempio drammatico in tal senso è rappresentato dalla Valle del Fortore nel Sannio, al confine tra le regioni Campania, Puglia e Molise, dove diverse amministrazioni pubbliche hanno imprudentemente consentito l’installazione ognuna di una certo numero di pale eoliche cosicché oggi i crinali di tutto il comprensorio ospitano quasi 600 torri. L’effetto visivo e prospettico da qualsiasi punto si osservi la vallata è tale che l’intero aspetto dei luoghi risulta pesantemente trasformato e sconvolto e ciò, unitamente alla rumorosità delle pale, fa decadere in modo definitivo qualsiasi valenza turistica del territorio. Una situazione analoga a quella della Valle del Fortore si è recentemente creata con la messa in opera, di centinaia di torri eoliche in provincia di Chieti, nei comuni di Castiglione Messer Marino, Schiavi d’Abruzzo e altri vicini.
Uno degli effetti negativi delle centrali eoliche, di cui tuttavia si parla pochissimo, è il forte deprezzamento che i terreni e le proprietà immobiliari, presenti fino a qualche chilometro di distanza, subiscono sia a causa del rumore prodotto dal movimento delle pale che a causa del degrado del paesaggio dovuto alle torri eoliche ed alle opere infrastutturali. Di questo deprezzamento si è già avuta ampia conferma in diversi paesi tra cui Stati Uniti e Germania.
Alla devastazione del paesaggio si accompagna il grave danno arrecato all’ambiente naturale, nelle sue varie componenti. Spesso le aree scelte per la realizzazione degli impianti costituiscono habitat di elevato pregio naturalistico, che, in molti casi, proprio per il loro valore ambientale di importanza spesso non solo regionale ma nazionale ed internazionale, ricadono in aree protette dalla legislazione interna (parchi nazionali e regionali, riserve naturali) o in siti d’importanza comunitaria, o in entrambe le situazioni, o a ridosso dei loro confini con effetti ugualmente devastanti. I progetti che si stanno proponendo non tengono in nessun conto i principi di conservazione acquisiti in questi ultimi decenni nel nostro Paese e in Europa e che hanno trovato espressione giuridica in fondamentali norme nazionali come la legge quadro sulle aree protette n.394 del 1991, nella cosiddetta legge Galasso su vincoli e piani paesistici, oggi convertita nel D.L. 490 del 1999, nonché nelle relative leggi regionali in materia.
I siti di importanza comunitaria (SIC e ZPS) ospitano specie animali e habitat minacciati e meritevoli di misure speciali di tutela e, per tale motivo, sono riconosciuti di rilevanza europea sulla base di convenzioni internazionali e di norme comunitarie come la Direttiva 92/43/CEE relativa alla conservazione degli habitat naturali e seminaturali, nonché della flora e della fauna selvatiche, recepita in Italia con il D.P.R. 8 settembre 1997 n.357 e la Direttiva 79/409/CEE concernente la conservazione degli uccelli selvatici, recepita in Italia con la legge n.157 del 1992.
Le suddette Direttive prevedono l’istituzione di una rete europea di aree protette denominata NATURA 2000 e i siti individuati ai fini della loro inclusione, elencati nel Decreto del Ministro dell’Ambiente del 3 aprile 2000, furono a suo tempo indicati dalle Regioni sulla base di studi naturalistici appositamente condotti. Oggi, paradossalmente, molte amministrazioni regionali avvallano ed autorizzano la distruzione dei beni naturalistici da loro stesse inventariati.
Nel quadro della tutela delle aree protette è fonte di notevole preoccupazione il Protocollo d’intesa "L’energia dei Parchi" firmato il 27 febbraio 2001 da Enel, Ministero dell’Ambiente – Servizio Conservazione della Natura, Legambiente e Federazione Italiana Parchi e Riserve Naturali, che favorisce ed incentiva lo sfruttamento, nelle aree protette, delle fonti di energia rinnovabile ovverosia il vento e quindi le centrali eoliche, vista anche la situazione italiana di quasi monopolio dell’eolico rispetto alle altre forme di energia rinnovabile. Il Protocollo costituisce inoltre un pericoloso precedente, un alibi, per quanti al di fuori delle aree protette vogliono realizzare centrali eoliche in aree naturalisticamente di pregio.
L’insieme delle torri e delle infrastrutture che accompagnano necessariamente le centrali eoliche realizzate in aree naturalisticamente significative, esercita un impatto pesantemente negativo su flora e fauna. Sono opere che vanno a perturbare gravemente gli equilibri degli ecosistemi e che comportano la distruzione di intere comunità animali e vegetali. Vista la localizzazione degli impianti progettati risultano particolarmente a rischio associazioni vegetali considerate, ai sensi della succitata Direttiva 92/43/CEE, prioritariamente meritevoli di tutela a livello europeo. Pur essendo le centrali eoliche collocate per lo più in aree aperte la costruzione delle strade di accesso e delle linee per il collegamento alla rete di trasmissione nazionale non può non interessare anche gli ambienti boschivi limitrofi.
La presenza di molte e a volte centinaia di decine di queste strutture, con eliche in movimento di giorno e di notte, esercita un pesante impatto sulla fauna. Le zone individuate per costruire le centrali sono spesso molto importanti per numerose specie di uccelli rapaci sia come zone di caccia sia come punti di concentrazione durante le migrazioni. E’ noto e documentato il rischio diretto per gli uccelli rapaci costituito dalle eliche dei generatori. Quasi tutte le specie di rapaci italiani sono incluse nell’allegato I della Direttiva 79/409/CEE, che comprende le specie particolarmente meritevoli di tutela per le quali gli Stati membri (art.4) sono tenuti all’adozione di misure speciali di conservazione dei loro habitat di vita per " … garantire la sopravvivenza e la riproduzione di dette specie nelle loro aree di distribuzione". La realizzazione delle centrali eoliche in tali ambienti o nelle loro vicinanze costituirebbe quindi un’evidente infrazione a precisi obblighi comunitari.
Non solo i rapaci diurni e notturni ma anche altre specie come il corvo imperiale (quasi estinto nell’Appennino centro-settentrionale ed in via di reintroduzione), il gracchio alpino (il passeriforme a maggior rischio di estinzione nell’Appennino Centrale), il gracchio corallino (incluso nell’allegato I della sopraricordata Direttiva 79/409/CEE), ed altre specie ancora, subirebbero danni assai gravi dalla realizzazione delle centrali eoliche nei loro ambienti di vita. Il rischio di collisione con le pale sarebbe inoltre elevato per tutti gli uccelli veleggiatori come le cicogne, e per gli uccelli migratori in genere, soprattutto durante le migrazioni notturne ed in condizioni di nebbia. Va ricordato che molte specie di uccelli migrano prevalentemente od esclusivamente nelle ore notturne.
Anche i pipistrelli, particolarmente utili per la loro dieta insettivora, verrebbero falcidiati dal movimento delle pale, come dimostrato da studi soprattutto americani..
Altro fattore d’impatto è la perdita di habitat. Succede che nelle aree dove sono presenti impianti eolici, per un’ampiezza fino a circa 500 m dalle torri, sono state osservate diminuzioni di uccelli nidificanti e non fino al 95%. Per fare un esempio di habitat a rischio a noi vicino, pensiamo ai crinali appenninici a prateria: essi rappresentano l’ambiente elettivo sia per la nidificazione e sia per l’alimentazione di un gran numero di uccelli. A riguardo molti sono i progetti conosciuti per impianti eolici previsti proprio sui crinali: la presenza di torri eoliche in questi luoghi determinerebbe la scomparsa su aree vaste di quasi tutta l’avifauna attualmente presente.
Questi effetti vanno poi a sommarsi a quelli già esistenti da diversi anni, prodotti dal fenomeno dell’elettrocuzione e della collisione con le linee aeree di trasporto dell’energia elettrica (si stima che circa 5 milioni di uccelli l’anno siano vittime in tutto il mondo di questi due fattori).
Il disturbo e la perdita di habitat arrecati dalla presenza degli impianti eserciterebbe un impatto pesantemente negativo su molte specie di mammiferi, tra cui diverse di particolare significato ed importanza, come l’orso bruno, il lupo, alcune specie di ungulati. Tra l’altro l’apertura delle strade di accesso e di servizio incentiverebbe il bracconaggio ed altre attività ad impatto negativo sulla fauna.
Negli Stati Uniti varie ricerche scientifiche testimoniano come la presenza dei generatori in aree critiche costituisca un forte fattore di minaccia per la conservazione di molte specie di rapaci. In particolare uno studio condotto in un’area della California ha verificato che il 38% della mortalità dell’aquila reale era dovuto all’impatto con gli aerogeneratori. Considerando l’impatto con gli elettrodotti, il cui sviluppo si presuppone sia proporzionato alla produzione dell’energia eolica, tale percentuale di mortalità sale al 54%.
Questo stato di cose ha avuto negli USA grandi ripercussioni negative presso l’opinione pubblica, al punto che in diversi stati, compresa la California, si è avuto, di recente, un forte rallentamento o addirittura uno stop ai progetti di centrali eoliche, come per esempio nella Contea di Alameda.
Altri dati significativi, riguardanti l’impatto sull’avifauna delle centrali eoliche, provengono dalla Spagna.
Un rapporto del 2001, commissionato dalle autorità spagnole, evidenzia i seguenti valori di mortalità (collisione/torre/anno) riscontrati in 5 diversi impianti eolici:
- Salajones (33 torri) : 35,05 collisioni/torre/anno
- Izco (75 torri) : 25,72 collisioni/torre/anno
- Alaiz (75 torri) : 3,56 collisioni/torre/anno
- Guerinda (145 torri ) : 8,47 collisioni/torre/anno
- El Perdòn (40 torri) :64,26 collisioni/torre/anno
Da questi dati si deduce che in un anno nei 5 impianti eolici in esame perdono la vita almeno 7.250 uccelli!
L’impatto risulta inoltre sempre sottostimato in quanto molti uccelli morti vengono rapidamente fatti sparire da carnivori terrestri, come cani randagi, volpi, lupi, mustelidi.
Rimanendo in Spagna, in Navarra ogni anno muoiono almeno 400 avvoltoi grifoni, oltre ad aquile reali, gufi reali e tanti altri esemplari di specie protette di rapaci.
In Italia non si hanno ancora studi sulla valutazione dell’impatto sull’avifauna presso gli impianti eolici esistenti, tuttavia dalle prime indagini e osservazioni di campo si rileva che le circa 1.500 torri installate soprattutto nel Meridione (Abruzzo meridionale, Campania, Puglia e Basilicata) hanno portato, nelle zone con impianti eolici, ad una forte diminuzione della presenza di rapaci quali il nibbio reale, specie rara nel nostro paese e già minacciata da diversi fattori di natura antropica.
Il futuro di specie come l’aquila reale, per non parlare di altre assai più rare, come l’aquila del Bonelli, il capovaccaio, il grifone, il gufo reale e altri rapaci, si presenta, a causa dell’eolico, quanto mai a rischio.
Le centrali eoliche, realizzate in zone importanti per la fauna, esercitano un impatto negativo molto rilevante, diretto ed indiretto, anche sulle specie di interesse venatorio, sia stanziali, che di passo, che svernanti. Uccelli come i colombacci, i tordi, diversi piccoli passeriformi, i trampolieri possono facilmente subire gravi falcidie dalla collisione con le eliche rotanti. Altre specie come la lepre, la starna, la coturnice, la quaglia, vengono allontanate dalle aree interessate dalle centrali eoliche, a causa del disturbo e del degrado del loro ambiente di vita.
Da tutti i fattori fin qui evidenziati ne consegue che la realizzazione in Italia di impianti eolici su crinali montani e in generale in aree che conservano ancora buone valenze naturalistiche, costituisce una grave minaccia per gli uccelli rapaci, per quasi tutta l’avifauna presente nelle zone, sia stanziale, che migratoria, per i pipistrelli, per molte altre specie di mammiferi, per la vegetazione e per la biodiversità in genere. Questa minaccia può arrivare a produrre estinzioni su vaste aree o forte declino di diverse specie.
Lo sviluppo di una capillare rete stradale di servizio, proporzionata per giunta all’accesso di mezzi pesanti di eccezionali dimensioni, non solo rompe la continuità dei delicati ambienti prativi di alta quota ma altera fortemente il drenaggio dei terreni provocando mutamenti nella composizione vegetale e conseguentemente nelle comunità animali che ne dipendono. Può inoltre arrecare seri danni alla stabilità dei suoli, favorendo l’erosione ed modificando la circolazione superficiale delle acque. I plinti di ancoraggio degli aero generatori raggiungono notevoli profondità e quindi possono alterare le falde acquifere con tutte le conseguenze negative facilmente immaginabili.
Le dimensioni degli aereogeneratori (molti modelli dell’ultima generazione arrivano a superare le 200 tonnellate l’uno) e delle relative fondamenta in cemento, rendono proibitivi i costi di rimozione di queste strutture, una volta che queste non venissero più utilizzate a causa degli eccessivi costi di manutenzione o dell’obsolescenza dovuta al progresso tecnologico. Come già avvenuto altrove, ad esempio in California, si avrebbero cimiteri di centrali eoliche abbandonate al degrado ed al disfacimento, monumenti più che eloquenti all’insipienza, per non dire altro, dei responsabili della gestione del territorio.
Per quanto riguarda le installazioni eoliche in mare (off-shore) c’è da dire che pochi sono gli studi finora effettuati, riguardanti comunque solo le popolazioni locali di uccelli. Difficile, se non impossibile, operare un censimento delle carcasse dei volatili. Tuttavia molti esperti concordano nel dire che possono essere causa di morte per collisione per molti uccelli, compreso i migratori e in particolare quelli notturni.
In conclusione, la nostra opposizione non è nei confronti dell’eolico in quanto tale ma è nei confronti del cosiddetto “eolico selvaggio”, che è quello che si sta concretizzando di fatto nel nostro paese. Questa nostra posizione non significa affatto indifferenza nei confronti delle energie rinnovabili e del complesso problema dello sviluppo sostenibile a fronte dell'inquinamento globale. Al contrario il nostro impegno è quello di promuovere una diffusione equilibrata delle varie tecnologie, tra cui in primo piano l’energia solare.
La battaglia è molto difficile ed impegnativa: è in gioco il futuro delle zone paesisticamente ed ambietalmente più pregevoli del nostro Paese. Ci conforta tuttavia sapere che la protesta contro “l’eolico selvaggio” si va diffondendo ed estendendo. Nella sola Europa occidentale abbiamo notizia dell’esistenza di almeno un’ottantina di comitati sorti negli ultimi tempi per contrastare l’eolico in territori di pregio. Ma altri comitati continuano a nascere e non solo in Europa ma anche nel Nordamerica, in Australia ed altrove.
Non sarà ancora la "Bad Godesberg" dei Verdi italiani, per dire una svolta storica come quella celebrata mezzo secolo fa dalla socialdemocrazia tedesca. Ma la Conferenza nazionale indetta dal partito di Alfonso Pecoraro Scanio per domani e dopodomani a Genova promette di innescare una palingenesi dell’ambientalismo politico, un rinnovamento e un rilancio del "Sole che ride". A pochi mesi dall’ultimo congresso, secondo l’impegno assunto ufficialmente in quella sede, i Verdi lanciano un "Patto per il clima" proprio nel momento in cui il cosiddetto "Global warming", cioè il surriscaldamento del pianeta provocato dall’inquinamento e dall’effetto serra, minaccia la sopravvivenza dell’intera umanità.
Oggi non è più il loro presunto allarmismo, il loro catastrofismo o millenarismo ideologico, a imporre l’emergenza climatica all’ordine del giorno. È il caldo che incombe sulla prossima stagione estiva, dopo aver già alterato quella invernale e primaverile; è lo scioglimento dei ghiacciai, la scarsezza di piogge e la siccità che fanno mancare un bene primario come l’acqua, insidiano la campagna e l’agricoltura. Non è insomma un’invenzione di Pecoraro Scanio e dei suoi seguaci, un’altra dimostrazione del loro estremismo o radicalismo, da liquidare con sufficienza e magari con fastidio.
L’appello predisposto per la Convention di Genova, già sottoscritto da diversi "testimonial" autorevoli tra cui lo scienziato Carlo Rubbia, il giurista Stefano Rodotà, il magistrato Gianfranco Amendola, il sociologo Domenico De Masi e il profeta di "Slow Food", Carlo Petrini, non è soltanto un manifesto di belle parole e buone intenzioni. Contiene le linee-guida di un programma concreto e praticabile, su cui il capogruppo dei Verdi alla Camera, Angelo Bonelli, ha raccolto diligentemente una serie di pareri, proposte, integrazioni e suggerimenti, prima di redigere il testo definitivo. Con quel tanto di "pathos" che il tema richiede, il "Patto per il clima" è aperto a tutti i cittadini, le associazioni, i gruppi e i movimenti che intendono impegnarsi in questa battaglia fondamentale per la difesa dell’ambiente e della salute collettiva.
Ma la sfida è di tale portata che esige, come recita il sottotitolo del documento, una "riconversione ecologica dell’economia e della società". Non si tratta, cioè, soltanto di risparmiare un po’ d’acqua e magari inquinare un po’ meno. Si tratta piuttosto di correggere e modificare il nostro modello di sviluppo economico-sociale, in modo che sia equo e solidale, più responsabile e più giusto. A cominciare, naturalmente, dal consumo e dalla produzione di energia, nel segno delle fonti rinnovabili come il sole e il vento: dall’era del petrolio, e dagli altri combustibili fossili che emettono la mefitica anidride carbonica, dobbiamo passare il più rapidamente possibile a quella dell’idrogeno, nel rispetto di madrenatura.
"La centralità della questione ecologica in Italia - si legge nell’appello dei Verdi - significa anche realizzare una nuova politica per fermare il consumo del territorio; per affrontare il problema smog trasformatosi in emergenza sanitaria; investire prioritariamente sul trasporto pubblico su ferro; rendere più rigorosa la tutela del paesaggio del nostro paese violentato e offeso dagli abusi, ma anche dalle cementificazioni legalizzate; valorizzare la bioedilizia; investire nella prevenzione del dissesto idrogeologico; realizzare sistemi di gestione dei rifiuti imperniati sulla riduzione, il recupero, la raccolta differenziata e il riciclaggio". Non sono chiacchiere, come si vede, bensì obiettivi precisi da realizzare nell’azione di governo, a tutti i livelli. E proprio su questo terreno, si misureranno la capacità e la credibilità dei Verdi dopo la svolta di Genova, per attuare quell’"ambientalismo sostenibile" - come qui l’abbiamo definito in passato - capace di conciliarsi con la crescita di una società moderna: a questi aspetti sarà dedicato in particolare il "Cantiere delle best practices", con una rassegna delle esperienze italiane più innovative per uno sviluppo anch’esso sostenibile.
Altri capitoli qualificanti del "Patto per il clima", sono l’avvento della "democrazia informatica"; la lotta contro le povertà sociali; la difesa di una ricchezza come la diversità; la non violenza; la cooperazione tra i popoli; il futuro delle giovani generazioni. Ma forse la novità più significativa della Conferenza sta nel titolo scelto per il dibattito, "Ecologia è economia", in quella "e" con l’accento, voce del verbo essere. Un’affermazione assai impegnativa per i Verdi italiani, considerati finora a torto o a ragione nemici dell’industria, antagonisti, massimalisti. E a parte l’espediente lessicale, da verificare poi nei comportamenti e nelle azioni concrete, c’è comunque da registrare positivamente l’intenzione di aprire da Genova un confronto con il mondo produttivo, con i sindacati, con tutte le forze sociali, in funzione di una "finanziaria verde" o eco-compatibile che rispecchi una tale impostazione programmatica.
A Palazzo Ducale, infine, i partecipanti al convegno e soprattutto gli ospiti troveranno anche una "Esposizione dell’innovazione" curata dall’associazione Capitalismo Naturale che fa capo a Fabio Roggiolani. All’insegna dello slogan "Verso l’impatto zero", si potranno vedere e toccare con mano prodotti, impianti, macchinari, per la riconversione ecologica dell’economia: dalla pellicola in silicio per il solare fotovoltaico alla pittura che coibenta gli edifici, dai sistemi di dissociazione molecolare come alternativa all’incenerimento dei rifiuti ai "naturizzatori" per l’acqua del rubinetto, fino al camion alimentato direttamente a gas naturale liquefatto. Una "nuova frontiera", dunque, sia per l’industria sia per i Verdi, con l’obiettivo strategico di conciliare gli interessi legittimi dell’economia con le ragioni vitali dell’ecologia.
Titolo originale: Global warming: Adapting to a new reality – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
ROMA – Quando il dottor Giancarlo Icardi, direttore sanitario per il comune di Genova, ha saputo per telefono che il suo nipotino aveva febbre, mal di testa, e occhi lacrimosi dopo una giornata in spiaggia, la prima cosa che gli è venuta in mente come diagnosi non è stata certo il riscaldamento globale. Pensava a un’influenza fuori stagione.
Ma poi è saltato fuori che c’erano altri 128 frequentatori della spiaggia negli ospedali di Genova che presentavano sintomi simili in quel fine settimana di luglio, obbligando alla chiusura di tutte le spiagge della zona nel bel mezzo di un’ondata di caldo. Anche se tutti i problemi di salute si sono risolti in una giornata, gli studiosi hanno presto denunciato il colpevole: un’alga velenosa che si sviluppa nelle acque sempre più calde del mare Mediterraneo, e che prima non si era mai sviluppata così tanto, né tanto a nord.
”Questa è la prima volta che abbiamo un problema del genere in Liguria” spiega Icardi, riferendosi alla regione dell’Italia settentrionale che comprende Genova. Ma gli analisti “hanno scoperto rapidamente di cosa si trattava” dice, perché negli anni recenti le alghe che possono causare disturbi erano state rilevate nelle regioni italiane Toscana e Puglia, oltre che in Spagna.
Mentre le nazioni di tutta Europa riducono la produzione di gas-serra per combattere il mutamento climatico, scienziati e cittadini cominciano a scoprire che gli effetti del riscaldamento sono già tra noi. L’aumento irreversibile delle temperature è in corso, si dice, e continuerà per un secolo anche controllando le emissioni inquinanti secondo il Protocollo di Kyoto, il trattato internazionale finalizzato a contenere i gas-serra.
Perciò, dicono gli scienziati, governi e cittadini devono prepararsi per un futuro bollente, adattarsi a un clima più caldo e tempestoso.
”Oltre a contenere il riscaldamento de clima, dovremmo anche pensare a come adattarci” dice Richard Klein dell’Istituto per le Ricerche sugli Impatti del Clima di Potsdam, in Germania. “Negli ultimissimi anni le persone hanno capito che il mutamento climatico avverrà effettivamente. L’adattamento non ha alternative: è qualcosa che dobbiamo fare”.
I primi segni di riscaldamento globale sono evidenti: un incremento dei decessi estivi a causa delle ondate di caldo in Europa; lo spostamento verso nord delle alghe tossiche e dei pesci tropicali nel Mediterraneo; la diffusione di zecche portatrici di malattie nelle prima inospitali zone della Svezia e Repubblica Ceca.
Gli scienziati sostengono che è il riscaldamento globale il responsabile del numero crescente di forti uragani, come Katrina, o delle alluvioni, come quelle che hanno colpito parti del centro Europa quest’estate.
Il riscaldamento globale è stato anche collegato ai ricorrenti incendi estivi del Portogallo, dato che la penisola iberica è diventata molto più calda e secca che in passato.
È difficile provare il ruolo del riscaldamento globale nel generare una certa alluvione, o incendio, o diffusione di una malattia, dato che c’entrano anche le variazioni di temperatura annue o altri fattori. Ma il numero medio di eventi estremi per anno legati al clima, negli anni ’90 era il doppio di quello degli anni ’80, secondo l’Agenzia Europea per l’Ambiente di Copenaghen.
Come risposta a questa tendenza, nazioni e politici stanno iniziando a riflettere sulle azioni da intraprendere. I coltivatori francesi si stanno orientando verso nuove colture che tollerino meglio le temperature più elevate, ad esempio.
Le località sciistiche austriache che non possono più contare sulla neve stanno predisponendo percorsi a piedi e campi da golf.
La città italiana di Brescia fornisce condizionatori agli anziani, cosa rara nel paese. I progettisti della nuova sotterranea di Copenaghen hanno rialzato tutte le strutture per prepararsi a un innalzamento di mezzo metro del livello del mare, previsto a causa del riscaldamento globale entro i prossimi 100 anni.
La maggior parte dei modelli scientifici prevedono che, anche con le emissioni ridotte fissate dal protocollo di Kyoto, le temperature saliranno da 2 a 6 gradi Celsius in Europa entro il prossimo secolo: un po’ di meno nel resto del mondo. E la gente in gran parte non è preparata.
La nostra resilienza è piuttosto bassa rispetto al mutamento climatico” dice Jacqueline McGlade, direttore esecutivo dell’Agenzia Europea dell’Ambiente, che ha pubblicato un rapporto, Impatti del Mutamento Climatico in Europa, che cataloga le zone di vulnerabilità e suggerisce come l’Europa possa adeguarsi.
Prevede che, se non si farà nulla, le persone nel nord e soprattutto nel sud Europa, dove ci si aspetta che gli effetti siano più marcati, diventeranno “profughi climatici”, migrando verso il centro del continente.
”Nei paesi artici e nell’Europa meridionale” dice la signora McGlade, “sarà sempre più difficile mantenere gli attuali modelli di vita e consumi”.
Le prove del riscaldamento ora sono incontestabili, e quasi tutti gli scienziati sono convinti che sia stato prodotto – o almeno ampiamente accelerato – dalle emissioni connesse alla produzione industriale.
Gli anni ’90 sono stati il decennio più caldo della storia. Le annate 1998, 2002 e 2003 le più calde da sempre. Entro il 2080, secondo il britannico Hadley Center for Climate Prediction and Research, un’estate su due sarà altrettanto o più calda di quella arroventata del 2003, quando in Europa si registrarono 20.000 morti in più.
L’Europa meridionale probabilmente si riscalderà prima, entro i prossimi due decenni, prevede l’Agenzia per l’Ambiente. Gli inverni gelidi, che si verificavano almeno una volta ogni dieci anni nelle tre scorse decadi, sono previsti in quasi totale scomparsa, continua McGlade.
Gli scienziati hanno già scoperto alcune prove concrete del cambiamento. “Fino a dieci anni fa avevamo a che fare per la maggio parte con previsioni e scenari” racconta Roberto Bertollini, direttore del Programma Speciale Salute e Ambiente all’ufficio europeo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. “Ora, purtroppo, negli ultimi anni siamo in grado di vedere e misurare gli effetti concreti”.
Alcuni degli esempi più studiati sono in Svezia, dove gli scienziati hanno documentato la diffusione delle zecche portatrici di malattie associata al riscaldamento delle temperature. Gli insetti – che trasportano il morbo di Lyme e una forma di encefalite – necessitano di caldo e inverni brevi per sopravvivere.
”Le variazioni del clima hanno effetti notevoli” dice Elisabeth Lindgren del dipartimento di ecologia dei sistemi all’Università di Stoccolma. “Vediamo malattie in zone dove non c’erano mai state prima, e più casi in quelle dove già esistevano”.
Negli anni ‘90, agli abitanti della Svezia del nord era stato comunicato che non erano vulnerabili rispetto a queste malattie, e non prendevano precauzioni inoltrandosi nei boschi. Ora, ad ogni primavera, le autorità svedesi distribuiscono carte con segnate le aree – in costante espansione – di rischio.
A causa degli inverni più caldi, i laghi svedesi contengono più batteri e detriti, con influenze sia sugli usi del tempo libero che sulla disponibilità idrica, dice Gesa Weyhenmeyer dell’Università Svedese di Scienze Agricole a Uppsala.
Nonostante il paese abbia fatto grandi sforzi per ripulire il lago Malaren, poco fuori Stoccolma, negli anni ’60 e ‘70, il mutamento del clima ha “annullato gli effetti della nostra gestione” prosegue Weyhenmeyer, aggiungendo: “Le autorità controllano certo la qualità dell’acqua, ma non ci si può più nuotare se non raramente per via delle alghe e dei batteri”. Le autorità italiane stanno considerando programmi simili per le spiagge mediterranee.
Con le temperature invernali in Svezia salite di 3 gradi negli anni ‘90, molte parti del paese hanno perso la coltre di ghiaccio e neve negli ultimi vent’anni, con effetti ecologici drammatici.
Con i terreni attorno al lago Malaren non più gelati nei mesi invernali, particelle marroni scivolano nell’acqua, facendo diventare quella potabile di Stoccolma sgradevolmente brunastra.
”Tutti vogliono risolvere il problema, ma è difficile capire come” dice Weyhenmeyer.
Qualche volta adattarsi al cambiamento risulta semplice. Il governo svedese incoraggia gli operatori forestali a piantare nuove specie di alberi che creascno meglio in un clima leggermente più caldo, per esempio. A Amburgo e Rotterdam, si stanno costruendo nuovi moli adatti al probabile innalzamento di livello dei mari.
In altri casi gli adattamenti sarebbero tanto costosi che le autorità preferiscono lasciare che la natura faccia il suo corso. Lungo le coste britanniche, Norfolk e Essex, i governi locali stanno prendendo in considerazione la possibilità di lasciare che le zone agricole già interessate da allagamenti, semplicemente affondino nel mare man mano si alza il livello.
”La cosa più sensata è che l’uomo si sposti, e che cambi la linea di costa” dice Klein.
”Non ci sono da pagare indennizzi. E questi campi probabilmente diventeranno ottime paludi salate, anziché cattivi terreni agricoli”.
Nota: il test originale al sito International Herald Tribune (f.b.)
Tanto per cominciare, lo dice anche lui: “anche in questo settore la tecnologia è in rapida evoluzione”. E questo mal si concilia con l’affermare qualche riga sotto, che “Combattere l’eolico in nome dell’Ambiente è, dunque, un controsenso che non sta né in cielo né in terra”.
Mi riferisco a Giovanni Valentini, che col suo nuovo articolo della serie energie alternative coglie al volo l’occasione per dare gentilmente dell’imbecillotto passatista, o qualcosa di simile, a singoli, multipli, istituzioni e regole che ostacolano la marcia del progresso. Che altro sarebbe, secondo l’Autore, questa carica contro i mulini a vento, se non una patetica difesa a oltranza di un mondo fantastico (il riferimento mentale donchisciottesco della personalità disturbata è sin troppo facile da evocare automaticamente nel lettore), di pianure e colline da cartoni animati, che ovviamente non trovano alcun riscontro nella realtà. Realtà che vede l’operoso stivale attento sì alla tutela del paesaggio e del territorio, ma insomma vi abbiamo dato delle centrali che non inquinano e voi non siete contenti? Con cosa ve lo facciamo funzionare l’ascensore per salire a contemplare il vostro paesaggio? Coi fuochi di sant’Antonio?
Domande che appaiono del tutto ragionevoli, se non fosse che quelle obiezioni e opposizioni alle fattorie del vento, sono assai più realistiche dell’esegesi tardo-marinettiana di tanti cantori del progresso “a prescindere”. Perché tengono conto, sostanzialmente, di due aspetti che il futurismo giornalistico lascia al momento nel cassetto:
- l’osservazione empirica, e la prospettiva storica
- il fatto, appunto che “la tecnologia è in rapida evoluzione”.
La storia e la cronaca dicono, perlomeno a chi decide di badare a questi aspetti, che l’insediamento delle turbine nasce e si sviluppa secondo i criteri abituali dell’industria. In modo quindi del tutto paragonabile a cose ben note come le centrali energetiche tradizionali, le discariche, o diverse ma simili come le strutture per la logistica e la grande distribuzione, le infrastrutture per la mobilità … Ovvero: c’è l’immagine degli uffici stampa (non necessariamente menzognera, ma certamente parziale) concentrata sui vantaggi, e c’è il resto degli impatti. Nel caso delle wind farms il non detto spesso rappresenta il quasi tutto, ovvero ciò che sta a terra in termini di strutture di servizio, strade (e effetti indotti dalle strade in aree dove prima non ce n’erano), recinzioni, barriere, altri effetti territoriali della questione sicurezza ecc. Altro che dire: problema risolto quando le pale non tritano più le anatre. Il tutto senza nemmeno sollevare la questione estetica, che è discutibile e lasciamola discutere in altra sede.
C’è poi il fatto che, lo riconosce Valentini, “la tecnologia è in rapida evoluzione”. Non solo la tecnologia pura (che in sé interessa solo i veri appassionati), ma le forme organizzative che la affiancano e complementano: impianti di dimensioni minori, maggiore efficienza, minori velocità di rotazione … il che significa (volendo) una logica diversa riguardo alle possibili localizzazioni, concentrazioni, rapporti col suolo e con la rete di distribuzione e consumo. E la stessa “rapida evoluzione” non si deve certo alla sola libera concorrenza dei settori ricerca e sviluppo delle imprese interessate, ma al fatto che il mitico mercato è composto anche da singoli, gruppi e istituzioni che hanno imparato sulla propria pelle come il collettivo OOOOH! a naso all’insù non sia l’unica possibile reazione. Singoli, gruppi e istituzioni che sollevano legittimi dubbi sulla effettiva luminosità dei futuri da pieghevole pubblicitario. Si spera siano almeno finiti i tempi in cui per la common wisdom si è out se non si portano moglie e figli ad ammirare il fungo dalle parti di Los Alamos. Per poi sentirsi dire dopo qualche decennio: “non potevamo sapere”.
Quindi ben vengano tutte le innovazioni tecnologiche e organizzative (soprattutto le seconde), ma ben vengano anche le legittime cautele di chi non accetta a scatola chiusa i “vincoli tecnici”, soprattutto quando c’è il rischio di accettare da subito una trasformazione comunque in gran parte irreversibile, e poi per decenni l’impatto di una tecnologia dimostratasi quasi subito obsoleta. E la stessa cosa vale ad esempio per le idee, di cui già si parla, di riconversione delle colture agricole a scopi energetici. Con qualcuno già a immaginare la pianura padana come una replica un po’ più pulita del delta del Niger … e le solite tribù di intellettualoidi passatisti che si oppongono al progresso …
Avevo letto l'articolo di Valentini. Pensavo di ospitarlo nella cartella "Stupidario", poi ho soprasseduto. E' veramente singolare che un giornalista che passa per ambientalista ignori la ragionevolezza delle perplessità che, non solo in Italia, si sollevano nei confronti dell'eolico. Che ignori l'assenza di un serio programma energetico basato su una valutazione comparativa dei vantaggi e benefici di ciascuna delle tecnologie impiegabili: non in generale, ma nella specifica situazione del nostro paese Che non metta nel conto la pesante degradazione del paesaggio, valore costituzionalmente garantito, provocata dalle "fattorie del vento". Ma se riflettiamo, Valentini è quel giornalista che ha inventato "l'ambientalismo sostenibile", allineandosi con i molti che non sanno che cosa "sostenibilità" significhi nella cultura internazionale.
Mi ha dissuaso di pubblicare l'articolo di Valentini anche l'astio che sgorga dalle sue righe, ogni volta che ne ha l'occasione, per Renato Soru, per motivi che non conosco ma che certamente non derivano dalla prudenza nei confronti dell'eolico, che Soru condivide con altri governanti.
Nell'ampia documentazione sui fatti e sulle opinioni a proposito dell'eolico vedi, in eddyburg, lo studio del Comitato per il paesaggio e l'eddytoriale n.74. Per un esempio della "tecnologia in rapida evoluzione, su eddyburg_Mall una dscrizione anche tecnica della turbina Quiet Revolution. E, qui sotto, potete scaricare un ampio dossier sull'eolico.