L’Unità cambia. Uno non può sapere che cosa viene dopo, ma questa è la normale condizione umana. Sappiamo quello che è successo prima, lo abbiamo letto nell’editoriale di Padellaro e nel comunicato dell’Editore.
Molti diranno grazie a Padellaro (io lo faccio di cuore) con l’amicizia solidale di tutti questi anni, da l’Unità morta alla sua clamorosa rinascita e tenuta, unica nella storia dell’editoria, unico il lavoro che Padellaro, prima insieme, poi da solo (e con tutta la redazione, la più straordinaria che avremmo mai sognato di trovare in un giornale che era stato dichiarato finito) ha saputo fare. E noi - Padellaro e io - siamo fra coloro che danno il benvenuto e un augurio davvero sentito al nuovo direttore Concita De Gregorio.
A coloro che, amando o stimando questo giornale, si domandano che cosa sta succedendo e perché, cerco di offrire una interpretazione che a me sembra corretta della vicenda: sono due storie diverse. Una è l’arrivo di una nuova solida proprietà e l’arrivo, contestuale, della nuova direzione. Bene arrivata. L’altra è l’uscita di Antonio Padellaro, voluta come se fosse una necessità. Quale necessità? E motivata come? Qui c’è uno spazio vuoto. Il giornale non era in pericolo e non versa in cattive acque. La redazione è tutta al suo posto e lavora bene. C’è un grado di armonia e di solidarietà raro nei giornali italiani. Allora? Allora c’è tutto per far bene, passato, redazione, firme, rapporti internazionali. Abbiamo riaperto una storia che sembrava finita, abbiamo fatto diventare questo giornale un luogo piuttosto vivace.
Ripeto, i percorsi sono due, è bene non confonderli. Arriva un nuovo direttore e, garantisce il suo passato, farà bene. Ma quale è la ragione per cui è stato detto arrivederci e grazie al direttore che ha tenuto ben ferma in questi anni la rotta difficile e felice di questo giornale di opposizione? Non è rispettoso, e neppure ragionevole, immaginare che tutto ciò accada affinché il giornale non sia più di opposizione. E sarebbe altrettanto azzardato affermare che farà una opposizione diversa. Quante opposizioni ci sono?
Ma se qualcuna di queste ombre avesse anche una minima consistenza, come non nutrire il sospetto (vedete come è mite la parola) che alcuni di noi siano parte del problema, e non della soluzione del problema, se il problema è davvero l’opposizione?
C’è un’altra questione. Berlusconi e il suo potere mediatico totalitario sono sempre sul fondo di ogni questione italiana, specialmente se riguarda l’informazione. Però non è Berlusconi ad aver detto «grazie, Padellaro, va bene così». E anche «grazie, Unità, ma sempre la stessa musica ci ha stufato». Mi sembra più ragionevole pensare che tutto ciò sia nato nell’ambito del Partito Democratico. Si sentiva sfasato rispetto all’Unità (o, viceversa, «un giornale che non ci rappresenta»)? Se è così il problema che ha di fronte a sé il nuovo direttore non è facilissimo: fare una cosa che non è il Foglio, che non è il Riformista, che non è Europa, che non è l’Unità di adesso, e, ovviamente, non è né il manifesto né Liberazione. Auguri, davvero.
Ma se è così, resta da spiegare tutto questo silenzio nell'ambito del Pd. Quale sarà stata la ragione, discrezione, cautela, segretezza, a consigliare di non dire una sola parola ad alcuno degli interessati, compresi quelli che, come me, sono lì a un passo, in Parlamento?
Come vedete, nessuna di queste questioni riguarda la persona cui tocca il nuovo mandato. Ma se questo fosse un giornale a fumetti, si vedrebbe un fumetto grande come una casa con un vistoso punto interrogativo sulla testa. Spiace non sapere dove indirizzare la domanda. Ma più ci si pensa e più sei costretto a inquadrarla dentro la storia del Pd (anche il Pd comincia ad avere una storia), non dell’editore.
Forse uno spunto di ottimismo potrebbe essere questo: finalmente il Pd comincia a prendere decisioni. Forse non è la prima decisione che dodici milioni di italiani che hanno votato centrosinistra si aspettavano, mandare a casa Padellaro, e con lui, fatalmente, qualche firma della Unità rinata, della serie rifondata dopo la fondazione di Gramsci. A questo punto non resta che vedere come la situazione si ambienterà con le altre decisioni del prossimo futuro. Qual è la linea del più grande partito di opposizione che più si armonizza con questo deliberato e netto gesto di «discontinuità» (per usare una delle parole chiave della politica. L’altra sarebbe, se Padellaro ed io parlassimo politichese, chiederci - come Chiamparino - «ma noi siamo una risorsa?»)?
Certo il momento è strano. Ti muovi in un paesaggio da fantascienza popolato di mutanti. A Milano il più importante simbolo istituzionale del Pd, il presidente della Provincia Penati, improvvisamente dichiara: «Con la Lega Nord è possibile fare un lavoro importante per Milano». E noi che pensavamo che la Lega Nord fosse impegnata soprattutto a sfrattare le Moschee e a proibire luoghi di preghiera per gli immigrati islamici. A Firenze la prima Festa Nazionale del Partito Democratico è dedicata a Bossi, Tremonti, Bondi, Fini, Matteoli, Frattini, Maroni. Praticamente tutto il governo che già domina tutte le televisioni. Prima di giudicare il senso politico c’è da domandarsi, in senso elementare e prepolitico: perché? Una Festa di partito costa, e costa ancora di più per un partito lontano dal potere e dai benefici del potere. Perché il nostro ospite d’onore deve essere Bossi, invece del giovane angolano picchiato a sangue da un branco di ragazzi italiani a Genova? Perché dobbiamo festeggiare Tremonti invece di ascoltare il macchinista delle Ferrovie dello Stato licenziato per avere fatto sapere che il treno Eurostar che stava manovrando, si è spezzato (e per fortuna non c’erano passeggeri)? Perché invitare Maroni invece di Xavian Santino Spinelli, il Rom italiano docente universitario, che rappresenta la sua gente (dunque anche la nostra: i Rom sono in buona parte italiani), ma rappresenta soprattutto i bambini forzati al trauma delle impronte digitali? Perché tutti in piedi per Frattini invece di accogliere cittadini osseti e georgiani, testimoni di una breve, sporca guerra di cui ancora sappiamo nulla, se non che uno dei protagonisti spietati, Putin, è il miglior amico di Berlusconi? Perché avere sul palco Matteoli invece dei lavoratori dell’Alitalia, che avrebbero dato voce alla paura del loro futuro, reso ormai quasi impossibile dalla falsa promessa (capitali italiani, forse anche capitali dei suoi figli) del candidato Berlusconi?
Ma la danza dei mutanti continua. Mi devo rendere conto che il maggiore partito di opposizione, di cui sono parte, produce tutto in casa, con una autonomia che sarebbe sorprendente se non fosse come un autobus che salta la fermata lasciando a terra la folla dei viaggiatori in attesa. Il più grande partito di opposizione produce da solo il dialogo, benché Berlusconi attraversi la scena pronunciando frasi altezzose e insultanti. Benché alzi ogni giorno il prezzo di un ambito contatto con lui. Il Pd produce da solo una cordiale collaborazione con la Lega, nonostante la caccia agli immigrati, il reato di clandestinità, le botte ai «negri», l’orina di maiale (iniziativa di Calderoli) sul terreno in cui si doveva costruire una Moschea, la proclamazione fatta da Borghezio - in occasione delle Olimpiadi - della superiorità della razza padana (parlava della nuotatrice Pellegrini come di una mucca). Invita e festeggia Bossi proprio quando lui dice (ripetendo con sempre maggiore frequenza la minaccia): «O si fa il federalismo come dico io o il popolo passerà alla maniere spicce».
Produce da solo una certa ostilità verso giudici, una denuncia quasi quotidiana del «giustizialismo» (sarebbero coloro che sostengono il diritto dei giudici di non essere insultati e di non essere costretti al silenzio). Dice Luciano Violante a La Stampa (22 agosto) che i magistrati «conducono una battaglia di solo potere». Sono gli stessi magistrati definiti «dementi» dal primo governo Berlusconi e «cloaca» dal presente titolare di Palazzo Chigi. Ma a quanto pare la volontà di dialogo supera questi dettagli. Si forma una cultura che trova normale lo «stato di emergenza» che ha indotto a far presidiare le strade delle città italiane dai soldati come se fossero in Pakistan, trova normale che Berlusconi si vanti di avere parlato 40 minuti con Putin senza far sapere al Paese o almeno al Parlamento una sola parola di quel suo dialogo (finalmente dialoga con qualcuno). E trova normale che - mentre scoppia la guerra in Georgia che potrebbe contrapporre Stati Uniti e Russia, Nato e impero di Putin (e di Sardegna)- il ministro degli Esteri resti in vacanza mentre i suoi colleghi europei si incontrano in una riunione di emergenza. O forse è stato un grande, scoperto favore all’amico Putin (dimostrare che la crisi non era così grave), tanto è vero che il ministro Frattini riferirà al Parlamento (Commissioni estere Camera e Senato) soltanto il 24 agosto, dopo avere partecipato alla Festa del Partito democratico come ospite d’onore. Si forma una cultura, abbiamo detto, fatta di buone maniere e di acquiescenza al governo, sia pubblico (Berlusconi) che privato (Mediaset).
Questo spiega la necessità che sia Enrico Mentana a intervistare Veltroni in un grande incontro finale a conclusione della Festa del Pd. E spiega l’annuncio di Lilli Gruber, deputata europea di primo piano e importante giornalista italiana: sarà Berlusconi a scrivere la prefazione del suo nuovo libro sulle donne dell’Islam. Chi altro? Con l’aria che tira è già una conquista democratica che quella prefazione non sia stata commissionata a Borghezio.
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Mi ha colpito la notizia che alla Festa del Partito democratico di Firenze ci saranno collegamenti con la «Convention» del Partito Democratico americano di Denver. Spero che spiegheranno perché, a quella festosa assemblea di militanti politici di opposizione, non sia stato invitato e applaudito e festeggiato, per un bel dialogo, il vicepresidente Cheney, l’uomo delle false prove della guerra in Iraq. O qualche “neo-con” di rilievo, di quelli che amano Guantanamo e le maniere forti.
Qualcuno - spero - spiegherà che gli americani, nel loro Partito Democratico, sono un po’ più rozzi degli italiani: quando fanno opposizione, fanno opposizione. E quando vogliono essere eletti contro qualcuno che - secondo loro - ha fatto danno al Paese, prendono le distanze, dicono cose diverse, invitano e ascoltano le loro migliori voci, quelle più vibranti e appassionate, non quelle dei Repubblicani che intendono sconfiggere.
Inoltre sanno - ma forse anche questo è un segno della loro cultura elementare - che i loro leader non si fanno intervistare dai giornalisti della Fox Television, alcuni bravissimi ma tutti di destra. In tanti vanno alla convenzione democratica, scrittori, registi, celebrità delle grandi università e dello spettacolo. Ma sono tutti testardamente democratici. Vanno tutti per parlare di pace, non di guerra, di poveri, non di ricchi, di affamati del mondo e di crisi del pianeta, di bambini da salvare e di medicine salva-vita di cui bisogna abbattere i prezzi. Certo, l’America non è un Paese perfetto. Anche là ci sono tanti Giovanardi e tante Gelmini. Ma (a differenza di quanto avviene nell’altra festa del Pd italiano, quella di Modena) i democratici americani non li invitano. Saranno primitivi ma (se starà bene) vogliono Ted Kennedy. E se Ted Kennedy starà bene dirà tutto quello che pensa con l’irruenza che l’America democratica ammira da mezzo secolo, e che da noi si chiama «politica urlata» e irrita molto persino Ritanna Armeni, ma solo se è «politica urlata» di sinistra.
Ecco le ragioni del mio disorientamento nel Partito Democratico che ho contribuito a creare partecipando anche alle primarie («Sinistra per Veltroni») e nel quale adesso non so dove mettermi, perché ogni spazio è occupata da un ministro ombra che intrattiene la sua educata, amichevole conversazione col ministro-ministro. Ognuno di essi (i ministri-ministri) è occupato a prendere impronte, a presidiare le strade italiane con l’esercito, a insultare i giudici. Ma comunque appaiono come statisti mai smentiti e sempre in grado di incassare apprezzamenti (oltre che inviti alle nostre Feste) e di dire l’ultima parola in ogni radio e in ogni televisione. La descrizione perfetta è di Nadia Urbinati (la Repubblica, 20 agosto) «Questa Italia assomiglia a una grande caserma, docile, assuefatta, mansueta. Che si tratti di persone di destra o di sinistra, la musica non sembra purtroppo cambiare: addomesticati a pensare in un modo che sembra diventato naturale come l’aria che respiriamo. Come bambini siamo fatto oggetto della cura di chi ci amministra. E come bambini bene addomesticati diventiamo così mansueti da non sentire più il peso del potere. È come se, dopo anni di allenamento televisivo, siamo mutati nel temperamento e possiamo fare senza sforzo quello che, in condizione di spontanea libertà, sarebbe semplicemente un insopportabile giogo».
Quanto sia esatto ciò che scrive Urbinati lo dimostra questa e-mail appena ricevuta: «Attento, alla sua età è pericoloso agitarsi. Ma comunque la sua perdita nessuno la noterebbe, insignificante comunista. Si spenga serenamente come giornalista e scribacchino. L’umanità e l’Unità le saranno grate eternamente».
Curiosamente la e-mail mi è giunta mentre una collega - che preparava un pezzo sul cambiamento in questo giornale -, mi chiedeva: «Ma temi la normalizzazione de l’Unità?». La mia risposta meravigliata è stata che a me questa Unità appare un giornale normale. Un normale, intransigente, preciso giornale di opposizione. La storia del suo e del nostro futuro è tutta qui, fra questa «normalità», la descrizione di Nadia Urbinati e la e-mail che ho trascritto e che offre una bella testimonianza del ferreo contenitore culturale in cui ci hanno indotti a vivere. Non resta che attendere il nuovo giornale.
Chi per anni, in anni lontani, ha collaborato con l’Unità, e ha esibito orgogliosamente quella testata considerata sovversiva quando era il simbolo di un’opposizione che sapeva governare, e chi è angosciato per il fatto che il peggior governo che l’Italia repubblicana abbia mai avuto (ma forse l’Italia tout court) non abbia un’opposizione, non può non condividere le preoccupazioni lucidamente (e garbatamente) espresse da Furio Colombo. Anche noi seguiremo ciò che accade in quel giornale dai gloriosi passati, e nel partito che ne decide le sorti. Anche perché sappiamo che, se si stemperasse l’opposizione di quel giornale e non si manifestasse una vera opposizione in quel partito, l’avvenire sarebbe per tutti ancora più cupo di quanto si possa immaginare.
Non è facile percepire quanto sia cambiato il mondo intorno a noi, in poco tempo. Non il Mondo. Ma il "piccolo" mondo che ci circonda. Il territorio. Il nostro paese, la nostra città, il nostro quartiere, le case e le strade vicino a casa nostra. È avvenuto tutto in fretta, negli ultimi anni, anzi, negli ultimi decenni. I nostri occhi si sono abituati a vedere scomparire gli spazi, l’orizzonte. Si sono abituati a non vedere. Per cui "non" vediamo più, senza rendercene conto.
D’altronde, la casa è una vocazione nazionale. L’Italia: Paese di piccoli paesi, un Paese di compaesani (come lo ha definito, con una formula felice, il sociologo Paolo Segatti). Ha sempre inseguito il mito della "casa". Luogo e, al tempo stesso, simbolo di una società centrata sulla famiglia. Dove le case si trasmettono per via generazionale, dai genitori ai figli. Una società, per questo, "stabile", quasi immobile, anzi: immobiliare (abbiamo detto, in altre occasioni). Per cui la dilatazione edilizia non ci ha spaventati. Ci è sembrata naturale. Una casa per ogni famiglia. E per ogni figlio, se possibile. Non ci siamo accorti, anche per questo, del cambiamento intorno a noi. E, comunque, ci siamo abituati. L’abbiamo percepito come un costo necessario. D’altronde, tutto ha un prezzo e non si può pretendere di conquistare il benessere, se non la ricchezza, senza rinunciare a qualcosa. Un pezzo di paesaggio, un frammento di ambiente, un metro di territorio, un po’ d’aria, un angolo di orizzonte. E, via via, una cerchia di relazioni personali e sociali, una scheggia di vita quotidiana. Fino a ritrovarsi racchiusi in una nicchia, da soli in mezzo agli altri. Non vorremmo replicare la ballata del ragazzo della via Gluck. Lamentare che "là dove c’era l’erba ora c’è… una città". (Anche se la nostalgia è un vizio che conviene, a volte, coltivare). Ci interessa, tuttavia, segnalare che il processo immobiliare, negli ultimi due decenni e soprattutto negli ultimi anni, ha assunto una velocità cosmica e un’estensione devastante, quanto gli effetti che ha prodotto. In Italia più che altrove. Secondo le valutazioni di Maria Cristina Treu (Presidente del CeDaT - Centro di Documentazione dell’Architettura e del Territorio del Politecnico di Milano), negli anni Novanta (dati Eurostat) le costruzioni, in Italia, hanno sottratto all’agricoltura circa 2.800.000 ettari di suolo. Ogni anno si consumano 100.000 ettari di campagna (il doppio della superficie del Parco Nazionale dell’Abruzzo). D’altra parte "l’Italia è anche il primo paese d’Europa per disponibilità di abitazioni; ci sono circa 26 milioni di abitazioni (di cui il 20% non occupate), corrispondenti a un valore medio di 2 vani a persona». Ragionando sui dati Eurostat di Germania e Francia (come ha osservato l’economista Giancarlo Corò), emerge che negli anni Novanta l’Italia ha urbanizzato un’area più che doppia di suolo rispetto alla Germania (1,2 milioni di ettari) e addirittura 4 volte quello della Francia (0,7 milioni di ettari). I riferimenti statistici più recenti (Cresme/Saie 2008) sottolineano come questa tendenza, negli ultimi anni, abbia conosciuto una ulteriore, violenta accelerazione. Dal 2003 ad oggi, infatti, sono state costruite circa 1.600.000 abitazioni (oltre il 10% delle quali abusive). Per contro, è noto che, da vent’anni, la popolazione in Italia non solo non è cresciuta ma è, al contrario, calata sensibilmente. E solo negli ultimi anni ha dato segni di ripresa, grazie al contributo degli immigrati.
Il nostro Paese si è, dunque, urbanizzato in modo ampio, rapido, violento. Ma per ragioni che solo in parte - limitata, peraltro - si possono ricondurre alla "domanda sociale". All’evoluzione demografica, ai cambiamenti negli stili e nell’organizzazione della vita delle persone. Semmai è vero il contrario: gli stili e l’organizzazione della vita delle persone hanno subito mutamenti significativi e profondi in seguito alla rivoluzione immobiliare del nostro territorio. Anche se si tende a dimenticarlo, visto che l’attenzione si è concentrata altrove: sulle conseguenze economiche e finanziarie del fenomeno a livello globale. Visto che la casa e l’edilizia, dopo essere state, per anni, il principale motore della crescita, da qualche tempo si sono trasformate nel principale motore della crisi.
In Italia, peraltro, i comuni hanno finanziato la loro "autonomia" e fronteggiato il calo dei trasferimenti dello Stato soprattutto con gli oneri di fabbricazione e la fiscalità legata alla casa (l’Ici). Le aree destinate a edilizia privata, le zone artigianali, commerciali, industriali si sono moltiplicate. Senza limiti. Senza troppi vincoli. Ci hanno guadagnato in molti. Immobiliaristi e banche. Gli enti locali. Ma anche molti privati (impresari, ma anche proprietari di terreni). Così, abbiamo consumato in fretta il territorio, l’ambiente e, negli ultimi tempi, lo sviluppo e i risparmi. Ma anche (soprattutto, vorremmo dire) la società. Che esiste dove, quando e se ci sono relazioni, associazioni, luoghi e occasioni di incontro. Proprio quel che si è perduto in questi anni, nelle stesse zone dove esistevano e resistevano legami di comunità radicati e solidi. Come nel Centronord e soprattutto nella pedemontana del Nord e nel Nordest: aree policentriche, disseminate di piccoli paesi. Provate a girarle facendo attenzione ai cartelli che fiancheggiano le strade. Molti dei quali annunciano che lì vicino sta sorgendo, oppure è sorto, un "villaggio Margherita" oppure Quadrifoglio, un "quartiere Europa" o Miramonti. Tanti insediamenti grandi o piccoli, disseminati di palazzi, villette a schiera, appartamenti di varia metratura, garage interrati. Intorno: prati un po’ esangui, strade e rotonde. Rotonde, rotonde e ancora rotonde. Magari una pista ciclabile. Al centro una piazza - veramente finta - attrezzata con panchine e magari un prato. Perlopiù ridotta a parcheggio, dove i bambini non giocano e gli adulti non si fermano a parlare. Accanto: altri quartieri e altri villaggi nuovi. Sorgono senza seri progetti di integrazione, socializzazione. Senza politiche finalizzate a costruire relazioni sociali, oltre agli immobili. Né ad alimentare la vita pubblica, oltre alla rendita privata. Località artificiali, dove confluiscono migliaia e migliaia di persone. Migliaia e migliaia di estranei. Di stranieri, immigrati: anche se sono veneti, lombardi, marchigiani. "Italiani veri": da generazioni e generazioni. Ma in realtà: apolidi. Abitanti del "villaggio Margherita" e del "condominio Europa".
È così che siamo diventati un paese di stranieri. Individui poveri di relazioni, sempre più soli e impauriti. Che passano la gran parte del loro tempo in casa. Con scarsi ed episodici contatti con il mondo circostante. Principale fonte di conoscenza del mondo: la televisione. Comunicano con gli altri attraverso i cellulari e - i più competenti - le e-mail. Abituati a relazioni senza empatia, frequentano i centri commerciali, non solo per "consumare" ma per uscire di casa, per incontrare gente. Si tuffano nelle notti bianche, negli eventi di massa. Dove gli altri sono "folla" e restano "altri". Estranei.
Questo ci pare il problema principale, oggi. La scomparsa della società, sostituita da un’opinione pubblica pallida. Artificiale. Atomizzata. Non "Opinione", ma "opinioni", raccolte dai sondaggi, rappresentate "dai" e "sui" media. Più che "opinione pubblica": pubblico. Spettatori. Persone senza città. Non-cittadini.
Nel dibattito sulla “opinione pubblica” nell’Italia di oggi, ecco finalmente un intervento che si sofferma sui legami tra le trasformazioni sociali e quelle del territorio (dell’habitat dell’uomo, come lo definisce Piero Bevilacqua). Ecco, da un pulpito scientificamente autorevole, la smentita della favola secondo cui il cambiamento degli stili di vita sarebbe la causa principale dello svillettamento del territorio: è vero il contrario, dice Diamanti. Ecco allineati una serie di dati sulla quantità del consumo di suolo e dello spreco edilizio.
Ma non c’è ancora una denuncia delle cause, né una segnalazione dei possibili rimedi. Per fortuna che possiamo rinviare i frequentatori di questo sito ai materiali della prima sessione della “Scuola di eddyburg”, 2006, e al libro No Sprawl, che ne raccoglie e sviluppa i materiali, nonchè ai numerosi testi raccolti nella cartella Consumo di suolo.
Perdere il posto per una denuncia
di Luciano Gallino
Evidentemente la tolleranza zero fa tendenza, ben al di là della questione sicurezza, anche se qualche connessione sussiste. O meglio esprime una tendenza. Un’impiegata è assente ingiustificata per un giorno da un ufficio della Pubblica Amministrazione? Rischia il licenziamento in tronco. Fanno timbrare il cartellino da un collega per guadagnare cinque minuti dopo aver fatto due ore di straordinario, senza alcun danno per l’azienda? Licenziati tutti.
Un macchinista si permette di dire, a fronte di palesi inconvenienti tecnici verificatisi su alcuni treni, che occorre approfondire le indagini e aumentare le attenzioni in tema di sicurezza ferroviaria? Licenziato in tronco per la seconda volta in due anni. Questi sono episodi recenti. Ma è noto che negli ultimi mesi i licenziamenti attuati o minacciati per motivi disciplinari, che tempo addietro avrebbero motivato al massimo una penalità pecuniaria o una breve sospensione, si sono moltiplicati anche in imprese private.
La stessa tendenza alla tolleranza zero estesa a settori ben lontani dall’ordine pubblico, dopo avere investito a valanga quest’ultimo come se fosse in gioco l’esistenza del Paese, si esprime anche in altri modi. Ad esempio nei tanti divieti, sostenuti da pesanti multe, che numerosi sindaci si sono inventati, o hanno rispolverato, non appena dotati di nuovi poteri dal ministro dell’Interno. Vietato mangiare e bere in prossimità di monumenti ed edifici storici, dormire sulle panchine, sdraiarsi sull’erba nei parchi, fumare anche in luoghi aperti, scambiarsi effusioni magari innocenti. Comportamenti spesso sgradevoli, certo, così come quelli richiamati sopra sono azioni non corrette. Ma questi come quelli richiederebbero, in luogo di tolleranza zero, licenziamenti e ammende, interventi quali discussioni, educazione, trattative, analisi dei problemi sottostanti, differenti modelli organizzativi, visioni larghe dei problemi di una convivenza civile.
Quel che preoccupa in genere nell’inclinazione alla tolleranza zero avanzante in settori sempre più larghi della società italiana, e ancor più dovrebbe preoccupare l’opposizione, è la sua derivazione da due processi sociali che si completano e si eccitano a vicenda. Il punto di partenza è che il governo in carica ha una manifesta vocazione autoritaria. Lo è nel senso di presentarsi come un governo dichiaratamente decisionista. Dà a intendere di sapere quali sono i veri problemi del paese, anzi del popolo, e procede, o comunque riesce a dar intendere di procedere, per la strada che si è luminosamente tracciata, senza riguardo per gli sparuti – ai suoi occhi – gruppi sociali che dovessero pensarla diversamente.
In realtà questo governo non farebbe molta strada, se non lo sorreggessero processi concomitanti di imitazione e fiancheggiamento da parte degli strati della società che hanno potere e denaro, e forme diffuse di conformismo e deferenza di gran parte degli strati che non hanno né l’uno né l’altro, ma sono inclini a credere che ciò che viene dall’alto può giovare a tutti. Sentendo profumo di autoritarismo, coloro che stanno in alto inclinano a imitarlo ed a tradurlo in forme adeguate alle proprie esigenze e interessi. Coloro che stanno per contro piuttosto in basso in maggioranza si conformano perché nella tolleranza zero applicata al lavoro o alle folle urbane sentono confermati i propri giudizi, pregiudizi e rancori. Ben vengano, ai loro occhi, i licenziamenti dei dipendenti pubblici e delle ferrovie o, perché no, della scuola o delle Asl o di qualsiasi impresa privata – purché non tocchi a loro.
Un segno? Alla radio e nelle lettere ai giornali, nei giorni scorsi le dichiarazioni favorevoli al licenziamento dei ferrovieri, come nelle settimane precedenti quelle consenzienti con le draconiane misure del ministro della Funzione Pubblica per far rigare finalmente diritto gli impiegati della PA, hanno largamente prevalso, per enfasi e forse anche per numero, su quelle che provavano a dire che forse si era esagerato. La stessa sorprendente mitezza con cui la maggioranza degli esponenti sindacali ha accolto i provvedimenti delle Ferrovie, come altri interventi del governo già annunciati o attuati in tema di politiche del lavoro, mostra quanto la deferenza nei confronti del potere possa fare presa.
Siamo ovviamente soltanto agli inizi, ai prodromi di una involuzione sociale e politica. È la fase in cui si potrebbe arrestarla e avviarne le spinte in altre direzioni. Ma ci vorrebbero capacità di analisi e di immaginazione politica che al momento non è dato scorgere da dove potrebbero venire. Per intanto l’opposizione dovrebbe rendersi conto di un fatto. Il persistente e aggravantesi disagio materiale delle classi lavoratrici, il popolo dei 1.000 euro al mese, nonché le paure che angosciano le classi medie di fronte alla constatazione che i figli non proseguiranno in quella che fu la loro ascesa sociale, che la loro stessa posizione sociale è a rischio, non è materia destinata prima o poi ad alimentare movimenti politici di sinistra o di centro-sinistra. È materia ottima per la destra. Tende a costituire uno dei due pilastri di quella che si sta profilando come una tolleranza zero a trecentosessanta gradi. La destra lo ha capito benissimo, e per questo si adopera a incanalare disagi, rancori e paure in tale direzione.
L’Italia docile che ha perso dissenso
di Nadia Urbinati
Sarebbe utile interrogarsi sulla docilità, una qualità che ben rappresenta l’Italia di oggi. Chi detiene il potere politico non è naturalmente amico del dissenso e di chi lo esercita, nemmeno quando al potere vi giunge per vie democratiche e la sua azione di governo è limitata da lacci costituzionali. Grazie al liberalismo, che del potere ha una visione giustamente diffidente e pessimista, le società moderne sono riuscite a imbrigliare le tendenze tiranniche e dispotiche di governi e governanti e infine a eliminare l’uso della violenza dalla politica. Diceva Tocqueville che il diritto e le costituzioni hanno reso la politica dolce perché hanno fatto posto al dissenso. I diritti che tutelano la nostra libertà individuale, non solo quella che ci consente di possedere cose materiali ma anche quella che ci rende sovrani sul nostro corpo e la nostra mente, sono un baluardo imprescindibile contro il potere, anche legittimo. Per questa ragione, una società libera è l’opposto di una società docile. Ma le cose sono più complicate di come se le immagina la teoria.
Una società libera ha bisogno del dissenso. Anzi è desiderabile che la diversità di opinioni vi si manifesti e si esprima liberamente perché è grazie a questa diversità che il gioco politico può svolgersi e le maggioranze alternarsi. Ma la cultura dei diritti può purtroppo stimolare anche una diversa attitudine: può indurre i cittadini ad abituarsi a perseguire il godimento dei loro diritti individuali disinteressandosi a quanto avviene nella sfera politica, salvo recarsi alle urne nei tempi stabiliti. La società democratica può facilitare la formazione di una società docile perché indifferente alla partecipazione politica.
Lo può fare perché e fino a quando i diritti essenziali sono protetti per la grande maggioranza e non si danno quindi ragioni di dissenso. Sono le minoranze il vero problema (o, per l’opposto, la salvezza) delle società democratiche mature, perché sono loro a esprimere dissenso, a rivendicare spazi di azione che non sono in sintonia con quelli della maggioranza – se poi queste minoranze sono per giunta culturali e etniche, non semplicemente di opinione, allora decidere di non ascoltarle e perfino di reprimerle e perseguitarle può non essere visto dall’opinione generale come un problema di violazione di diritti. La società docile non è una società che ha rinunciato ai diritti o che non è più liberale. È invece una società nella quale la maggioranza è soddisfatta del proprio grado di libertà e dei propri diritti e trova fastidioso che ci siano minoranze non domate, non silenziose e omologate, che facciano richieste che non collimano con le proprie (come nel caso di una minoranza religiosa che chiede che il diritto di culto sia rispettato anche quando il culto è diverso da quello della maggioranza). Società democratica docile, dunque, e per questo autoritaria e paternalista.
La docilità è una qualità che si predica degli animali non degli uomini; è un obiettivo che i domatori si prefiggono quando cercano di abituare un animale a fare meccanicamente determinate cose. Al moto della mano del padrone il cane sa quel che deve fare e lo fa. Docilità significa non avere una diversa opinione di come pensare e che cosa fare rispetto all’opinione preponderante; significa accettare pacificamente quello che il padrone di turno, per esempio l’opinione generale di una più o meno larga maggioranza, crede, ritiene e vuole. Sono ancora una volta i liberali che ci hanno fatto conoscere questo lato inquietante del potere moderno.
Un lato che si è mostrato quando il potere è riuscito ad avvalersi di strumenti nuovi; strumenti che si sono presto rivelati congeniali a un potere che si serve delle parole e delle opinioni per restare in sella, che può rinunciare alla violenza sui corpi perché si radica nell’anima dei suoi sudditi, se così si può dire. Mentre gli antichi tiranni e monarchi assoluti usavano la tortura e le punizioni esemplari nelle pubbliche piazze, il moderno potere fondato sull’opinione non ha più bisogno di usare la violenza diretta (e se la usa, si guarda bene dal farlo in pubblico); usa invece una specie di addomesticamento che produce, come scriveva Mill, una forma di "passiva imbecillità". I cittadini docili assomigliano a una massa di spettatori: in silenzio ad ascoltare e, semmai, giudicare alla fine dello spettacolo con applausi o fischi.
La politica come spettacolo non assomiglia a un agone ma a una sala cinematografica. Il dissenso, la virtù forse più importante in una democrazia che si regge sull’opinione mediatica, è tacciato di generare destabilizzazione, offeso e denigrato. Il buon cittadino non dissente, ma segue, accetta e opera con solerte consenso. Una voce fuori del coro è castigata come fosse un’istigazione al terrore; un’opinione che contesta quella della maggioranza è additata come segno di disfattismo.
Questa Italia assomiglia a una grande caserma, docile, assuefatta, mansueta. Che si tratti di persone di destra o di sinistra la musica non sembra purtroppo cambiare: addomesticati a pensare in un modo che pare essere diventato naturale come l’aria che respiriamo, vogliamo che i sindaci si facciano caporali e accettiamo di buon grado che ci riempiano la vita quotidiana di divieti e consigli (sulle spiagge della riviera romagnola due volte al giorno da un altoparlante fastidioso le autorità ci fanno l’elenco di tutte le cose che non dobbiamo fare per il nostro bene e se "teniamo alla nostra salute"). Come bambini, siamo fatti oggetto della cura da parte di chi ci amministra, e come bambini ben addomesticati diventiamo così mansueti da non sentire più il peso del potere.
È come se dopo anni di allenamento televisivo siamo mutati nel temperamento e possiamo fare senza sforzo quello che in condizione di spontanea libertà sarebbe semplicemente un insopportabile giogo.
La cultura della docilità non pare risparmiare nessuno, nemmeno coloro che per ruolo istituzionale dovrebbero esercitare il dissenso. Commissioni bipartisan nascono ogni giorno; servono ad abituarci a pensare che l’opposizione deve saper essere funzionale alla maggioranza, diventare un’opposizione gradita alla maggioranza. Un’opposizione che semplicemente si oppone e critica e dissente pare un male da estirpare, il segno di una società non perfettamente doc
Su un tema di attualità ( urban sprawl o étalement urbain) per la ricerca urbana, a causa della dinamica manifestata da questo fenomeno in molte città, metropoli e magalopoli in tutto il mondo, questa opera collettiva si pone come una riflessione scientifica a favore del rilancio della pianificazione.
Anche se lo sguardo critico si rivolge all’Italia, il volume ha il merito di mettere in evidenza le specificità del fenomeno nei diversi contesti locali, sottolineando quindi che non esiste un modello di città che sia stato capace di arginare spontaneamente il processo di dispersione insediativa, ma che spetta agli attori pubblici e privati di farsi carico con preoccupazione di questa incessante diluizione dei tessuti insediativi.
Preceduta da un’introduzione di Edoardo Salzano che evidenzia in maniera esplicita la tesi avanzata nel volume, e cioè il riconoscimento delle consequenze nefaste della dispersione urbana e i rimedi suscettibili di contrastarle, la prima parte, a carattere descrittivo, fornisce un resoconto dei fenomeni indotti dal successo della città diffusa. Per gli autori si tratta di un vero e proprio fenomeno di « anarchia urbana ». Anche se l’Italia non dispone ancora di un osservatorio nazionale sul consumo di suolo ( che va a detrimento del paesaggio e del patrimonio forestale), alcune regioni italiane come ad esempio l’Emilia Romagna sono in grado di quantificarne la rilevanza: in questa regione la crescita del territorio urbanizzato è stata del 73% fra il 1976 e il 1994 e del 52% nel decennio 1994-2003. Dunque negli ultimi trent’anni, la crescita è stata del 163%: una nuova regione urbanizzata e mezza che è venuta ad aggiungersi nel corso del tempo a quella preesistente.
La seconda parte ha un carattere più normativo come evidenzia chiaramente il primo capitolo (curato da Maria Cristina Gibelli) sui costi collettivi della dispersione urbana e sugli strumenti di pianificazione che potrebbero anticiparla e prevenirla.
L’analisi in questa parte del volume si basa anch’essa prevalentemente su esempi di città italiane, ma il riferimento è anche a ricerche europee (soprattutto francesi) e americane, come ampiamente evidenziato nelle bibliografie.
Al volume è allegata in appendice la proposta di legge (2006) dell’associazione Eddyburg, molto impegnata a combattere la dispersione insediativa. L’associazione dispone di un sito internet (eddyburg.it) che è mediamente visitato da 100.000 accessi al mese.
L’interesse di questa opera è plurimo. Le analisi esplicative sulla dispersione insediativa manifestatasi negli ultimi tre decenni ne attribuiscono in primo luogo la responsabilità all’assenza di una legge urbanistica nazionale aggiornata (la legge vigente risale al 1942) in una situazione in cui, con il supporto di molte leggi urbanistiche regionali, i comuni beneficiano di margini di autonomia sempre più ampi nel concedere i permessi di costruire. Gli autori deplorano una situazione generale di crescente “ laissez-faire”, particolarmente acuta nella regione Lombardia o ancora nel territorio del comune di Roma dove il paesaggio rurale sembra destinato ad essere annullato sotto l’invasione delle lottizzazioni.
Nel saggio di Piero Cavalcoli si evidenzia invece la lungimiranza della Provincia di Bologna che si propone di porre sotto controllo il fenomeno attraverso una strategia fondata sul policentrismo e la « diffusione concentrata ». Questa regione sta anche promuovendo l’associazionismo volontario intercomunale, sperimentando altresì un modello di compensazione territoriale fra i comuni associati.
La specificità dell’opera collettiva curata da Gibelli e Salzano risiede tuttavia non tanto nella semplice constatazione delle dispersione urbana, un fenomeno che molti paesi stanno subendo, quanto nella esplicita presa di posizione a favore di un rilancio della pianificazione e di una azione pubblica in difesa del territorio non urbanizzato. Questa posizione non raccoglie un consenso generalizzato: anzi, è criticata da molti amministratori locali, urbanisti e persino ricercatori che stanno delegittimando in maniera radicale le ragioni del piano poiché esso rischia di perturbare la dinamica immobiliare. Quella che è comunque una precisa scelta culturale del volume è corroborata delle preoccupazioni crescenti di cittadini e comitati di cittadini che sempre più si stanno organizzando a livello locale. L’esempio più noto è quello del conflitto fra promotori immobiliari e abitanti a proposito di una lottizzazione a villette nella Val d’Orcia in Toscana. Gli abitanti si sono organizzati per proteggere il borgo storico di Monticchiello e le loro iniziative hanno avuto una risonanza molto ampia da parte dei media e dalla stampa quotidiana che hanno denunciato la debolezza dello stato e l’inerzia delle regioni e dei comuni nell’utilizzare gli strumenti di cui potrebbero disporre.
I lettori potranno anche verificare la capacità degli autori (urbanisti e ricercatori) di inserire le loro riflessioni in una prospettiva storica. Per gli autori lo sprawl (il termine utilizzato dai ricercatori e dai mezzi di comunicazione anglo-americani) costituisce non soltanto una minaccia per il patrimonio urbano e rurale, ma per i fondamenti stessi della storia della città in Italia e in Europa. Se infatti l’urbanizzazione a “bassa densità” si iscrive nella continuità dell’esperienza urbana di alcuni paesi (come gli Stati Uniti), non è questo certamente il caso dell’Italia. Questo riferimento alla dimensione di lungo periodo – mentre generalmente i ricercatori e gli urbanisti di questo inizio del nuovo secolo hanno molte difficoltà a conciliare tecnica e storia- ha significative convergenze con le idee difese nel volume collettivo La ville insoutenable[1] dove è pubblicato anche una saggio di Maria Cristina Gibelli.
No sprawl è un’opera di cui si raccomanda la lettura a tutti coloro che si interrogano sulla opportunità a medio termine della dispersione urbana, ma presenta un interesse anche per tutti coloro che continuano a dubitare della opportunità dell’intervento pubblico nella gestione spaziale delle città e delle campagne in una fase in cui la tematica dello Sviluppo Sostenibile si inscrive invece progressivamente nel sentire comune.
[1] .A. Berque, Ph. Bonnin et C. Ghorra-Gobin (ed.) La ville insoutenable, Paris, Belin, 2006.
«Il rapporto sui ritrovamenti al Pincio ci è stato appena consegnato dalla Soprintendenza. Lo stiamo analizzando ed è mia intenzione sottoporlo al Comitato tecnico scientifico per i Beni archeologici. Mi farò accompagnare dal soprintendente Bottini e, avuto il loro parere, decideremo sul da farsi». Così il direttore generale per i beni archeologici del ministero Beni culturali, Stefano De Caro.
Mentre forze politiche, ambientalisti e archeologi si dividono sullo stop al cantiere per il parcheggio da 700 posti, e nel giorno in cui anche Ermete Realacci (Pd) si spende per il «sì» («Massimo rispetto per i ritrovamenti, ma la maniera migliore per rispettarli è farli essere un pezzo della vita della gente» ha detto il ministro ombra dell'Ambiente), al San Michele vengono chiamati i professori del comitato. L'opinione di Giuseppe Sassatelli, Andrea Augenti, Mario Torelli e Irene Berlingò servirà al ministero per dare l'ultima parola sul parking della discordia.
Professor De Caro, per legge è lei a decidere se e quale reperto deve essere smontato, spostato, o sacrificato. È il caso del Pincio?
«La relazione della Soprintendenza segnala che ci sarebbero da fare rimozioni di strutture antiche, cunicoli che rientrano nell´area del progetto per il parcheggio. Vedremo che decisione prendere».
Politici, amministratori e impresa dicono però che i resti saranno salvati modificando il progetto.
«Occorre una valutazione complessiva, non sempre basta spostare un pilastro di qualche metro per salvaguardare il bene».
Ma agli inizi di settembre la giunta Alemanno discuterà il caso in aula. E intanto i lavori vanno avanti.
«Ognuno fa il proprio mestiere. Io voglio ricordare che la Costituzione italiana attribuisce al patrimonio culturale valore fondativo dell'identità della Repubblica, a prescindere dagli interessi d'altra natura coinvolti».
E se sul piatto della bilancia ci sono un parcheggio e una domus?
«La Costituzione è chiara. La tutela non è subordinata alla valutazione di altri interessi».
Non teme così di passare per essere un talebano della tutela?
«No, io mi riferisco a ritrovamenti di interesse archeologico (e non basta un coccio a bloccare un cantiere ...) che devono uscire valorizzati, resi fruibili, dall'operazione architettonica. Ad esempio a Napoli, quando ero soprintendente, per la realizzazione della fermata della metro Duomo, decidemmo noi di smontare e rimontare il tempio di primo secolo a. C. venuto alla luce durante i sondaggi. E oggi tutti possono ammirare in mostra al museo di Napoli i risultati di questi ritrovamenti, anticipazione della stazione archeologica in corso di progettazione da Massimiliano Fuksas».
Il comitato di settore è composto da archeologi. Ma al Pincio il problema della tutela è anche di carattere monumentale e ambientale.
«Il direttore generale Roberto Cecchi valuterà se sottoporre la questione al comitato per i Beni architettonici e paesaggistici. In questo caso si avrà un parere congiunto dei comitati, come ad esempio è avvenuto per la stazione di piazza municipio a Napoli».
Alla democrazia ci si deve inchinare poiché consente di cambiare i governi pacificamente secondo gli orientamenti prevalenti nell’"opinione pubblica". Ma che ci si debba anche inchinare alle scelte compiute dalle masse degli elettori, è tutt’altra questione. Il motivo è o dovrebbe essere chiaro. Gli orientamenti politici e le scelte elettorali sono prodotti soggettivi, dipendono dalla quantità e qualità degli strumenti di cui si è dotati per guardare, analizzare e valutare la realtà. Questi strumenti a loro volta derivano da ciò che sinteticamente possiamo chiamare la maturità morale e civile di un popolo. Nel 1843 Vincenzo Gioberti pubblicò il suo celebre saggio Del primato morale e civile degli Italiani. Orbene, oggi, a considerare lo stato delle cose, parrebbe giunto il momento di scrivere un saggio da intitolarsi Dell’immaturità morale e civile degli italiani. Si sa che a dir ciò si passa per disfattisti, pessimisti e spargitori di pubblici veleni, ma si badi alla sostanza dei fatti.
La maggioranza del popolo italiano ha portato al potere per l’ennesima volta Berlusconi e i suoi, sorda al conflitto di interessi, ammaliata dal successo che lo ha creato tanto ricco, indifferente ai suoi costanti e volgarissimi attacchi alla giustizia e all’uso delle leggi per motivi personali, insensibile alla sua demagogia e al suo enorme potere mediatico nato dai favori di Craxi e rivolto a modellare a suo piacere l’opinione pubblica. Una scalata, quella del Cavaliere, ad un immenso potere economico, politico e "culturale" che non sarebbe stato possibile – ripetiamolo ancora una volta – in alcun altro Paese democratico maturo. Manifestazione essenziale dell’immaturità morale e civile degli italiani è dunque la larghezza del consenso dato al berlusconismo, il quale non è una categoria soggettiva polemica che si possa far cadere per spianare la strada ad un più elevato confronto tra governo e opposizione, ma una consolidata realtà oggettiva.
Alla base di siffatto consenso vi sono la diffusione in tanta parte del Paese di un atteggiamento di sprezzo per lo spirito di legalità e una concezione prevaricante del potere. L’humus in cui esso rafforza le sue radici, nate e diffusesi certo già ben prima che il Cavaliere facesse la sua apparizione, è un deterioramento dello spirito pubblico che semina potenti germi di inquinamento nell’economia e nel tessuto sociale del Paese, diffonde la corruzione politica e amministrativa, deposita nella mentalità collettiva non solo la compiacenza ma persino l’ammirazione per chi sa fare bene i propri affari aggirando quel che conviene aggirare.
E ora un altro malo aspetto emerge: l’intolleranza razzistica e religiosa verso chi non è "padano", non è italico, non è cattolico. Si tratta di una vera e propria miseria spirituale per quello che fu "un popolo di emigranti", di milioni di disperati, miserabili, disprezzati, mal tollerati, umiliati dalle "razze superiori" che pure ne utilizzavano e sfruttavano la forza lavoro. La vecchia storia della memoria corta.
Di fronte a tutto ciò e a molte altre cose che si potrebbero menzionare, l’opposizione si mostra sbalestrata, sbandata, profondamente divisa. Nel Partito democratico si fanno strada le posizioni di chi, sentendosi spiazzato dal grande consenso dato al berlusconismo, ritiene opportuno nobilitare il confronto con esso, rinunciare a vederlo e a combatterlo a viso aperto in quanto sistema di potere partendo dalla mobilitazione morale e civile, prima ancora che strettamente politica. L’Italia dei valori conduce la sua battaglia contro Berlusconi non avendo le risorse, a partire dalla sua leadership, per darle l’occorrente respiro. Il Partito socialista è un fantasma che si aggira nello spazio vuoto. La Sinistra Democratica non trova ancoraggi. I neocomunisti si consumano nella difesa patetica di una bancarotta e si scindono in frammenti. Se le prestazioni dell’ultimo governo di centrosinistra avevano diffuso la persuasione che soltanto il Cavaliere potesse assicurare una salda governabilità del Paese, lo stato attuale delle opposizioni non fa che rafforzarla ulteriormente.
In questo quadro si è levata la denuncia di Moretti, il quale ha invocato il fantasma di una virtuosa "opinione pubblica", assente in Italia. Ma che cosa costituisce un’opinione pubblica? Essa per un verso è la somma empirica delle molteplici e varie opinioni. Per altro verso, ed è questa di cui si denuncia l’estrema debolezza o assenza nel nostro paese, è l’esistenza – e qui occorre richiamare l’originaria concezione dei D’Alembert e di Kant – di una piazza pubblica formata da cittadini pensosi del bene comune, stimolati da una libera informazione autonoma dal potere, sia questo quello del governo o quello dei partiti con i loro interessi particolari, in grado di esprimere giudizi e di assumere comportamenti tali da orientare scelte consapevoli e da influenzare mediante un controllo efficace l’agire dei governanti e dei soggetti politici in generale. Una simile opinione pubblica è un ideale, ma che in certi momenti e paesi ha avuto ed ha pur imperfette attuazioni. E il suo primo presupposto è la presenza di mezzi di informazione non sudditi del potere governativo, economico e partitico. Si guardi in proposito a ciò che accade in Italia. Berlusconi spadroneggia con le sue televisioni, i suoi giornali e periodici, le sue case editrici; la Rai, il cosiddetto servizio pubblico, è lottizzata dai partiti, di governo e no. E quanti sono gli organi di informazione che possono essere definiti davvero "indipendenti"? Le radici di una simile situazione affondano profondamente nella storia passata d’Italia, quando le correnti di opinione erano nella grandissima maggioranza pressoché interamente spartite e soggiogate dalla Dc, dal Pci e dalla Chiesa. Mutatis mutandis siamo ancora dentro questo sistema.
La mancanza in Italia della "opinione pubblica" invocata da Moretti è lo specchio del nostro modo di essere e delle nostre tare storiche. Chi si candida a combatterle con la necessaria energia e determinazione? I candidati a parole sono una folla, sono tutti. E questo non è un buon segno.
In un lunghissimo intervento su queste colonne Franco Bassanini, più volte ministro nei governi di centrosinistra, ha invitato quanti hanno a cuore le sorti del Paese a non tirarsi indietro, ma a dare un contributo bipartisan – come lui sta dando in Francia nella commissione Attali creata da Sarkozy – alle riforme. Sempre che ve ne siano le condizioni, naturalmente. Per quanto riguarda la commissione voluta a Roma dal sindaco di destra Gianni Alemanno e presieduta da Giuliano Amato si fanno già nomi di persone alle quali è stato offerto di essere pensosi dei destini della patria comune. Stando al Corriere della Sera di ieri, si va dall’economista Innocenzo Cipolletta allo scrittore dei “lucchetti dell’amore” Federico Moccia, dai registi Gabriele Cuccino e Franco Zeffirelli a Pier Luigi Celli ex direttore generale della Rai, ora alla Luiss, e ad altri ancora (per ora non si hanno notizie di candidate al femminile). Il selezionatore è il presidente dell’Eurispes, Gian Mario Fara il quale – secondo il giornale – terrà gran conto dei suggerimenti dello stesso Amato. Vedremo come evolverà la singolare vicenda che, al momento, sembra soprattutto coprire il vuoto pneumatico dei programmi di un centrodestra arrivato in Campidoglio senza una strategia politico-amministrativa minimamente adeguata. Uno degli assessori di punta, Fabrizio Ghera (ai Lavori pubblici e, nientemeno, alle Periferie) è noto per non aver mai aperto bocca, da oppositore, nell’Aula Giulio Cesare. Il suo primo discorso è atteso come un evento epocale.
In questi stessi giorni il ministro e leader leghista Umberto Bossi si è accorto che il governo nel quale autorevolmente siede aveva abolito l’Ici e quindi tolto ai Comuni una entrata che possedeva una sua sostanza “federale”. Poi ha detto (questa è una regola berlusconiana assoluta) di essere stato frainteso e che il collega Calderoli sta lavorando ad una unificazione delle tasse sulla casa in modo da sostituire il gettito perduto del’Ici. In realtà Calderoli sta utilizzando una proposta venuta dall’Associazione Nazionale Comuni Italiani (Anci), presieduta da Leonardo Domenici, sindaco di Firenze, con la quale ragionevolmente si chiedeva, e si chiede, che venga scorporata e assegnata ai Comuni – quale imposta sostitutiva dell’Ici – la quota di Irpef che riguarda la parte immobiliare e che, secondo il Sole 24 Ore frutterebbe circa 4 miliardi di euro l’anno. Questo per dare all’Anci quello che è dell’Anci, visto che il Pd sembra come assente nella comunicazione “positiva”.
Per turare le falle di bilancio aperte dai sempre minori trasferimenti statali i Comuni hanno però utilizzato a tutto spiano in questi ultimi sette anni, a partire dal 2001, un altro acceleratore oltre all’Ici: quello degli oneri di urbanizzazione pagati dai costruttori di nuove case, capannoni, ville, lottizzazioni, ecc.. Attenzione però : la legge n. 10, firmata dal ministro socialdemocratico [per la precisione, era repubblicano, del PRI di Ugo La Malfa - ndr] Piero Bucalossi (ahi, quanto rimpianto) nel 1977, prescriveva che quegli introiti andassero a far parte di un conto corrente vincolato presso le Tesorerie dei Comuni e che potessero essere destinati unicamente “alla realizzazione delle opere di urbanizzazione primaria e secondaria (cioè luce, gas, fognature, verde pubblico, e poi asili, scuole di vari ordine, cc. n.d.r.), al risanamento di complessi edilizi compresi nei centri storici, nonché alla acquisizione delle aree da espropriare per la realizzazione dei programmi pluriennali”. Legge saggia e illuminata.
Malauguratamente, nel 2001 – secondo la ricostruzione di alcuni esperti (come Sergio Brenna e Lodo Meneghetti) riportata nel meritorio sito di Edoardo Salzano eddyburg.it –l’allora ministro della Funzione pubblica, Franco Bassanini “omise” di riportare nel Testo Unico sull’edilizia n. 380 quell’articolo 12 della legge Bucalossi e divenne dunque possibile per i Comuni destinare a spesa corrente (e non più soltanto a spesa di investimento) gli introiti degli oneri di urbanizzazione. Quando le Tesorerie comunali posero il quesito, nel 2004, al berlusconiano ministro Tremonti, questi fu ben lieto di rispondere, novello La Palisse, che se una norma non è più citata, evidentemente non vige più. E quindi nelle varie leggi finanziarie si diede ai Comuni libertà di spingere sul pedale dell’edilizia comunque e dovunque – lo si vede a occhio nudo girando l’Italia – pur di tirar su quegli euro che da Roma non arrivavano più e rabberciare così i bilanci. Di più: nelle regioni come la bella Toscana dove la Regione ha sub-delegato i Comuni a tutelare il paesaggio, gli Enti locali si trovarono in una mano l’acceleratore del cemento & asfalto e nell’altra la difesa del paesaggio scegliendo molto spesso (come non capirli?) la prima soluzione. Mi dicono tuttavia che i primi segni di preoccupazione e di resipiscenza stanno affiorando, che in un recente convegno tenuto a Longiano (Forlì-Cesena) da”Italia Nostra” regionale alcuni sindaci abbiano espresso serio allarme per il dilagare del cemento speculativo, mentre mancano alloggi economici. Ma siamo ai primi segnali.
L’ultimo governo Prodi – come ho potuto liberamente scrivere su questo giornale alcuni mesi fa – ha proseguito sulla strada sbagliata inaugurata dal governo Amato (se non sbaglio) nel 2001 prorogando anzi fino al 2010 quella “norma bestiale”, come l’hanno definita Brenna, Meneghetti e Salzano, la quale concorre poderosamente a massacrare il Belpaese. Norma che va benissimo a Silvio Berlusconi, nato immobiliarista e teorico della filosofia “ciascuno è padrone a casa sua” che ha sfasciato l’idea stessa di interesse generale o collettivo (orrore) in nome dei mille e mille interessi privati e di clan.
Questo mi è tornato in mente pensando ai destini della Patria e vedendo poche sere fa su TV5Europe il servizio sul referendum proposto dai Verdi della Suisse Romande i quali proponevano una moratoria delle costruzioni essendoci troppo consumo di suolo agricolo o comunque libero. Problema assai più drammatico in Italia. Che è però anche il solo Paese – a differenza di Gran Bretagna o Germania, per esempio – dove non esiste alcuna legge in proposito e dove nemmeno se ne osa discutere, essendo troppo pensosi degli interessi privati e/o corporativi e assai poco di quelli pubblici. Per la commissione Amato attendiamo altri nomi e altre “disponibilità” di massima. Ricordate cosa disse il sempre acuminato Rino Formica a proposito dell’Assemblea Nazionale del Psi voluta da Bettino Craxi a Verona?
«La Regione senza soldi, non ha i fondi per demolire le case abusive e per il satellite»
Fabrizio Geremicca - Corriere del Mezzogiorno, 21 agosto 2008
«Non abbiamo un centesimo per demolire le case abusive in Provincia di Napoli. Il fondo di un milione di euro è esaurito da tempo. Poca cosa. Abbattere con tutte le garanzie di sicurezza costa molto più che costruire. Aspettiamo che sia reintegrato, magari con i soldi dei proprietari in danno dei quali sono stati demoliti gli immobili». Gabriella Cundari, assessore all'Urbanistica della Regione Campania, alza bandiera bianca. Parole amare, le sue, 24 ore dopo che il capo della Procura di Torre Annunziata, Diego Marno, ha denunciato al Corriere del Mezzogiorno: «Trecento ordinanze di demolizione per abusi emesse dai miei uffici in un anno non sono state mai eseguite».
Assessore, un anno fa la Regione annunciò la nomina dei commissari ad acta. Una task force per abbattere gli abusi, dove i Comuni fossero stati inadempienti.
Cosa non ha funzionato?
«Noi non possiamo intervenire in prima battuta. Dobbiamo chiedere chiarimenti al sindaco e se non ce li dà non possiamo nominare i commissari ad acta. Soprattutto, però, non abbiamo i soldi per demolire in tutta la Regione. Abbiamo istituito un fondo di rotazione che è già finito, per la provincia di Napoli. Soldi in parte di palazzo Santa Lucia, in parte dello Stato, che non ha più messo un centesimo. Peraltro, qualcosa è stato realizzato. Basti pensare a Casalnuovo dove alcuni immobili sono stati abbattuti. Abbiamo nominato in tre tornate una cinquantina di commissari ad acta. I quali agiscono, però, in tempi lunghi ».
Che fine ha fatto il progetto di monitoraggio satellitare del territorio, in funzione antiabusivismo?
«È bloccato, anche in questo caso per mancanza di soldi. Il primo rilievo col satellite è stato realizzato e sono stati spesi i fondi che avevamo. Non ne abbiamo ricevuti altri. I dati dovrebbero essere aggiornati ogni tre mesi, per garantire un controllo costante. È tutto fermo da cinque mesi e non vedo schiarite perché non abbiamo più risorse».
A quanto ammontava il finanziamento?
«Non ricordo esattamente. Era una voce di bilancio che derivava direttamente dalla Presidenza della Regione Campania. Tenga comunque conto che una rilevazione satellitare costa almeno un milione di euro. Occorrerebbero 5 o 6 milioni di euro all'anno. Al momento proprio non ci sono. Certo, il satellite di Benevento potrebbe essere sostituito, ma gratis non lo dà nessuno. Né possiamo trasformare i rilievi di Google. Abbiamo necessità di immagini che possano essere impiegate anche in sede legale, in caso di contenzioso con i proprietari degli immobili. Servono soldi, ripeto, ma non li abbiamo adesso».
Assessore, almeno per gli abusi per i quali ci sianno sentenze passate in giudicato, quelli ai quali faceva riferimento il procuratore Marmo, qualcosa andrebbe fatto. Salvo dichiarare la bancarotta dello Stato e del paesaggio.
«Chiederò al procuratore Marmo, alle altre Procure impegnate nell'antiabusivismo ed ai prefetti la disponibilità a elaborare un progetto comune, per verificare in che modo si potrebbero accorciare i tempi. La prima cosa utile sarebbe realizzare una banca dati condivisa, per darci priorità di intervento. Per esempio, concentrando gli sforzi nell'abbattimento degli immobili abusivi sanzionati da sentenze passate in giudicato».
Varcaturo, ecco una città abusiva
Antonio Corbo – la Repubblica, ed. Napoli, 21 agosto 2008
È il terzo villaggio sequestrato: 50 appartamenti in 28 ville di lusso, sparse tra gli ultimi peschi, salici e oleandri. Si è capito ieri che non è l´ultimo. Lentamente viene alla luce una città abusiva: Varcaturo, sedicimila abitanti, 20 chilometri quadrati, uno dei tre quartieri di Giugliano sul mare. Più avanti gli altri due: Licola e Lago Patria. Dove sono al lavoro da tempo solo gli archeologi, cercano le tracce di Publio Cornelio Nerone, il passaggio dell´esercito del generale che sconfisse Annibale. Progetto "Liternum". I carabinieri in un mese scoprono invece tonnellate di cemento illegale, fondate sull´aggressività dei clan Mallardo e Nuvoletta, ma anche su una rete di complicità con politici e burocrati. Prende forma una recente tangentopoli dell´edilizia, negli ultimi cinque anni, dal 2003 a ieri.
Si è ormai aperta una voragine nei misteri del Comune, il terzo della Campania. I carabinieri infilano una direzione che sembra infinita: scoprono case, uffici, piscine che nelle mappe degli uffici tecnici non esistono. Edifici fantasma. Possibile che ce ne siano tanti? Il fenomeno sembra persino più vasto: un viavai di auto della Finanza fa già temere a costruttori e abitanti un´altra pista, con altri insediamenti illegali scoperti. Tutti abusivi e in attesa del condono.
Alle otto i carabinieri sono tornati in via Rannola, nella seconda traversa avevano bloccato l´11 agosto 96 appartamenti in 36 edifici, con un rimessaggio di barche, un deposito di gelati e surgelati, uffici e cantieri della società di Bernardo Falco, imprenditore agli arresti domiciliari, caduto nella retata del 20 maggio. Il blitz diretto dal procuratore aggiunto Federico Cafiero de Raho e dal pm Paolo Itri portò in carcere 23 vigili. L´accusa: tangenti sugli abusi edilizi. Tra i 56 indagati anche funzionari e imprenditori.
Tutto è crollato in pochi mesi. Per caso. Un tentativo di molestie sessuali, la prima scintilla. Poi, l´intuizione di un giovane maresciallo. Non si sarebbe altrimenti saputo nulla su questo scandalo solido come cemento armato. A Giugliano un vigile tornò in casa di una professoressa moglie di un autotrasportatore, per offrirle singolari modalità sulla chiusura di un verbale. L´abuso edilizio, che aveva appena rilevato, il vigile propose di sanarlo in forme molte private: prestazioni sessuali e lavori eseguiti dai suoi familiari per correggere la violazione. La signora accolse solo il secondo invito, ma non bastò. L´attenzione del vigile degenerò, secondo i rapporti del commissariato, in molestie. Un ispettore di polizia fu turbato dalla denuncia della donna che in lacrime teneva strette per mano le sue bambine. La sua sensibilità trovò una sponda nel rigore di Cafiero De Raho, che diresse subito le prime indagini. Le microspie nelle auto di servizio registrarono brani da polizia deviata. Una banda che non cercava gli abusi edilizi per reprimerli, ma per imporvi tangenti. Racket in divisa sull´edilizia abusiva. Il pm Paolo Itri con la collega Raffaella Capasso, in tempi record, ha già portato alle soglie del processo cinque capitani, 18 tra sottufficiali e agenti, funzionari e imprenditori. Tra questi, Bernardo Falco, protagonista dei primi due sequestri dei carabinieri: è stato infatti aperto il secondo squarcio sulla città abusiva di Varcaturo. Gaetano Maruccia, comandante provinciale, si era raccomandato con tutti i reparti: occhio all´illegalità diffusa, come agli abusi edilizi non sempre perseguiti dalla polizia urbana nei piccoli comuni. Gli ordini di Maruccia sono stati tradotti dalla compagnia di Giugliano in una operazione che fa scoprire volumi immensi di cemento illegale sul litorale flegreo. Il capitano Alessandro Andrei ha diretto anche le operazioni del terzo sequestro, ieri. Un nuovo parco abusivo, ma quanti ne risulteranno ancora? La tecnica di indagine concede risultati immediati e sorprendenti. Michele Membrino, nuovo comandante dei carabinieri di Varcaturo era appena arrivato: scoprì in un lampo le prime case fantasma. Sovrappone gli aerofotogrammi attuali con quelli registrati in Comune nel 2003. Migliaia di metri cubi di cemento appaiono oggi dove cinque anni fa c´erano rarissime costruzioni. Zone che si sono popolate senza uno straccio di licenza. Intuibile la rete di complicità, se assicura certificati di residenza agli inquilini, collegamenti con le condotte idriche e la rete fognaria, c´è chi paga le bollette per una casa che ufficialmente non esiste. Risultano infatti ancora terreni agricoli.
I carabinieri hanno puntato ieri sulle villette di Lorenzo Russo, un imprenditore che conoscevano già. A Licola ha un albergo. Il nome lascia immaginare turismo romantico: Hotel Cupido. Non ha trovato subito le chiavi del cancello, fatto aprire dal capitano Andrei con una spranga di ferro. Si schierava contro anche Irma, una femmina di maremmano, bella ma evidentemente ostile. Dice Lorenzo Russo a "Repubblica": «Il Comune di Giugliano non funziona. I carabinieri hanno trovato il mio albergo senza una licenza che devo avere da tempo. Ora spero che si chiarisca tutto in breve tempo. Io lavoro per mettere qualcosa da parte per i miei figli». Ma queste ville, peraltro ben rifinite con legno pregiato, sono abusive. «No», replica, a mani giunte. «Mi creda, ho pagato il condono case». E l´abuso dov´è? Sostiene Russo: «Nei terreni lottizzati, non so in che modo». Si insiste: quei terreni qualcuno li ha comprati. E l´uomo del "Cupido" dice la sua: «Ho comprato io i terreni. Gli atti? Un notaio in una piazza di Bagnoli». Non ricorda altro. Né sa indicare il proprietario di un terreno attiguo. Incolto. «Vorrei saperlo anch´io. L´avrei comprato». Nel parco una fabbrica di scarpe, dà lavoro a sei famiglie. Fogna abusiva, regolari le bollette. Rapporto già inviato al procuratore aggiunto Aldo De Chiara, specialista dell´antiabusivismo.
Ma come si è diffusa tanta illegalità? L´ex sindaco Francesco Taglialatela osserva. «La corruzione dei vigili urbani dà un motivo sostanziale. Ma c´è anche altro. Abbiamo istruito le procedure per acquisire altri immobili abusivi e demolirli. Io non ci sono più, non so a che punto siano. Subito le demolizioni, come deterrente». Il prefetto ne discuterà il 10 settembre con il nuovo sindaco, Giovanni Pianese. L´orientamento è acquisirle al Comune, senza abbatterle, se compatibili con ambiente e sicurezza. Lo sono. Ben fatte e di lusso, anzi. Che qualche scheletro vi sia, lo dice solo il costo dell´affitto. Per duecento metri quadri su due livelli, 350 euro. Quanto pagano gli immigrati per un solo posto letto in una stanza a sei. Le vie dell´illegalità sono infinite.
l’Unità, 21 agosto 2008
Il Pincio del futuro? Un belvedere per auto
di Adele Cambria
Sarà pure un ossessione, la mia, l’ossessione Pincio, chiamiamola così, ma per decenni, nella mia vita, come in quella di tanti altri, purché abitanti di Roma per un giorno o per sempre, il Pincio è stato una realtà indiscutibile: la bellezza a disposizione di tutti, il belvedere collettivo sulla città, le cupole, l’oro dei tramonti, una cartolina, se volete, ma che male c’è, vogliamo distruggerlo per questo?... Insomma era là e - lo pensavamo, noi gente comune, fino all’anno scorso - ci sarebbe rimasto «in eterno». Anche per i giochi dei bambini, la piccola giostra di legno già un po’ sverniciata di quando mio figlio aveva due anni, il teatrino di Pulcinella, l’uomo senza naso - c’è ancora, cominciando la salitella verso la Casina Valadier - e serviva a «minacciare» i bambini, se non mangi ti cade il naso, come a questo qui…
In quegli anni, la mia relazione col Pincio era di familiarità, privilegiata dal fatto di abitare «di sotto», al Babuino. E quindi il Giardino del Lago con la barchetta - la domenica sempre con i bambini, a spiegare chi era Esculapio, il dio barbuto sull’isoletta - e poi a maggio Piazza di Siena con il Concorso Ippico ed il Carosello dei carabinieri, e, nei pomeriggi di sole d’inverno, le automobiline rosse a pedali e, l’anno dopo, le biciclette con le rotelline supplementari per imparare ad andarci: dove se non sulla terrazza del Pincio? Nemmeno sapevo che fosse intitolata a Napoleone. La confessione deve essere piena: non sapevo nulla del Pincio, della sua storia, del perché si chiamasse così, me lo godevo, nei brevi anni dell’infanzia dei miei figli, come un privilegiatissimo parco giochi per i bambini - i miei avevano dato un nome ai quattro leoni di marmo del Valadier, disposti attorno all’obelisco egizio di Piazza del Popolo - ma fu proprio nella dimensione/bambino, e a suo vantaggio, che cominciai a studiare la storia di Villa Borghese, per raccontarla alla Tv dei Ragazzi, diretta da Paola De Benedetti, per cui lavoravo. Mi ero resa conto che c’erano tanti bambini di Roma che non avevano mai visto il Pincio, visitato un Museo, fatto un giro ai Fori. Cominciai dalla Galleria Borghese, conoscevo la meravigliosa soprintendente di quegli anni, Paola Della Pergola, diede il permesso per le riprese, del gruppo facevano parte ragazzini della scuola elementare Trento e Trieste di via dei Giubbonari, allora un rione molto popolare, e dello Chateubriand di Villa Strohl-Fern; li portai a vedere la Madonna dei Palafrenieri del Caravaggio, quella col bellissimo bambino nudo - il quadro fu rifiutato dai committenti per la sua impudicizia - li lasciai parlare, immaginare il bambino «vero» che aveva fatto da modello al pittore…
Ecco, io mi domando da tempo, senza osare di formulare la domanda a Walter Veltroni, come sia stato possibile, al Ministro dei Beni Culturali del primo governo Prodi, che riuscì nel miracolo di far riaprire, tempo un anno, nel 1997, la Galleria Borghese chiusa da quattordici anni per restauri, da Sindaco di Roma concepire invece il mega-parcheggio dentro il Pincio.
In questi giorni ferragostani sono andata a rileggermi i libri. A cominciare da una avvincente guida di Villa Borghese, in cui Alberta Campitelli, soprintendente alle Ville Storiche di Roma, racconta la storia della Villa: che il principe Francesco Borghese apriva spesso «a una folla di persone di ogni ceto», come accadde nell’ultima domenica dell’ottobre 1834; una festa, secondo il cronista della rivista L’Album, dove, «oltre alle amenità del luogo, si godevano i più acconci e squisiti diletti che si potesse…»
«Questo antico legame con il popolo romano - osserva puntualmente Campitelli - salvò la villa dalla lottizzazione che, alla fine dell’Ottocento, aveva già distrutto alcune tra le più belle residenze nobiliari romane». E insiste: «Agli appelli degli uomini di cultura si aggiunse, in quella occasione, la forza dell’opinione pubblica e così la villa fu acquistata dallo Stato Italiano, e il 12 luglio 1903 aperta al pubblico». E la soprintendente alle Ville storiche si rifà alla legge che ne permise l’acquisto, indicando come il Casino nobile (ribattezzato Galleria Borghese) fosse destinato a Museo pubblico di pertinenza dello Stato: «Mentre il parco con tutti gli edifici minori, le fontane e gli arredi, fu destinato al Comune di Roma che doveva però impegnarsi a mantenerne il carattere pubblico, a restituirne “il pristino splendore”, a collegare la villa alla pubblica Passeggiata del Pincio…».
Già, il Pincio. «Si estende dove sorgeva in antico uno dei gruppi di splendide ville che coronavano Roma… In questa zona avevano i loro horti Lucullo, gli Acili, i Domizi…». Gli horti erano un complesso architettonico di ville e giardini, e vi si inserivano anche piccole necropoli familiari: in quella dei Domizi fu ospitata l’urna con le ceneri di Nerone, interrata e lacrimata con lacrime sincere dalla liberta Atte che l’aveva per sempre amato… I Pinci furono l’ultima famiglia aristocratica che si insediò sul colle, e finì col dargli il nome.
Perché, mi chiedo, queste memorie devono far posto alle automobili? E alle moto, che già scorazzano a notte per viale Gabriele D’Annunzio, fino all’obelisco di Antinoo, e scendono e salgono a precipizio e rombanti lungo le rampe del Valadier?
Il giorno di Ferragosto, nell’afa del mezzogiorno, ho risalito anch’io le rampe, da piazza del Popolo, ma a piedi: il degrado del complesso disegnato dal Valadier, su suggerimento di Napoleone - ma l’architetto già ci lavorava dal 1793 - si arricchisce ogni giorno di nuove invenzioni: ho visto un sandalo infradito, di plastica nera, appeso al braccio di una delle statue neoclassiche che ornano l’emiciclo; staccionate di legno cadenti, transenne provvisorie, cartoni perfino, sostituiscono pezzi delle balaustre infrante da qualche bravata notturna, la Fama ancora resiste ed incorona i Geni delle Arti e del Commercio nel bassorilievo della Seconda Prospettiva, mi chiedo se da qui entreranno le automobili, e che ne sarà degli elmi romani che anticipano il liberty, nella composizione firmata da Achille Stocchi e Felice Baini (1831).
Il fatto è che ogni elemento della complessa architettura immaginata dal Valadier ha bisogno di restauri, e non di automobili.
L’appuntamento dato dalla sezione romana di Italia Nostra, in una ferragostana conferenza stampa tenuta da Carlo e Marina Ripa di Meana e dall’avvocata Vanessa Ranieri al Caffè Canova, è fissato per il prossimo 25 agosto. Si spiegherà allora al sindaco Alemanno che la rescissione del contratto con la ditta appaltatrice potrebbe essere accompagnata dalla richiesta alla ditta del risarcimento del danno prodotto da un cantiere per molti versi illegittimo.
«Di notte a Roma par di sentir ruggire i leoni», scriveva Carlo Levi nel bellissimo incipit del suo libro forse più politico e visionario a un tempo, L’orologio. Per il socio onorario di Italia Nostra, Sandro Bari (c’era anche lui alla conferenza stampa al Canova), oggi a Roma par invece di sentire «il rantolo del cementatore». Inutile precisare nome e cognome. Semmai, dubiterei del «rantolo»: visto che su un quotidiano storicamente della destra capitolina si rovescia tutta la questione del megaparcheggio in un gioco delle tre carte: sostenendo che il progetto fu portato in Campidoglio dal centrodestra.
Ma, rivolgendo un appello a tutti quanti: ditemi almeno perché non vi basta l’immenso parcheggio sotto il Galoppatoio - «dal 1960 desertificato - annota Alberta Campitelli - dalle griglie d’areazione»? Ora che ci hanno ritrovato la Bmw con cui sarebbe stata rapita Emanuela Orlandi, il fatto che quella lugubre automobile sia rimasta là sotto 13 anni, senza essere notata da nessuno - in quel vuoto di abitatori motorizzati - non persuade a riempirlo delle ormai celebri 726 auto da sgomberare, com’è giusto, dal Tridente, cui potrebbe essere agevolmente collegato da navette elettriche e più scale mobili?
l’Unità, 21 agosto 2008
E la relazione dei tecnici è stata insabbiata
di Adele Cambria
Il problema, sacrosanto, era come svuotare dalle auto parcheggiate le storiche strade del Tridente - da Piazza del Popolo si diramano infatti tre strade parallele, via del Babuino, via del Corso e via Ripetta, intercalate o concluse da piazze non meno preziose, a cominciare da Piazza di Spagna - e qualcuno pensò che scavando dentro il Pincio, ed installando nel suo ventre una struttura in cemento armato di sette piani, si sarebbero potuto ricoverare le automobili, e le moto, dei residenti e dei commercianti (ai quali si sarebbe venduto il posto macchina); mentre un terzo del megaparcheggio sarebbe stato riservato alle auto e alle moto di passaggio (parcheggio a ore). Ci si dimenticò, forse, dell’altro megaparcheggio scavato nel 1960 sotto il Galoppatoio di Villa Borghese e quasi sempre vuoto, e nel novembre scorso si aprì il cantiere sulla terrazza del Pincio - piazzale Napoleone I°- per quello che avrebbe dovuto essere soltanto uno scavo preliminare diretto ad analizzare che cosa «nascondeva» l’area, in fatto di preesistenze archeologiche. Nessun riguardo invece per il complesso architettonico magistrale realizzato negli anni ’30 del diciannovesimo secolo, sul progetto d’ispirazione napoleonica di Giuseppe Valadier, e che stabiliva una unità stilistica inviolabile tra Piazza del Popolo e il Pincio. All’apertura del cantiere, corredata peraltro da un parere molto critico e comunque non definitivo del Soprintendente dell’epoca, Adriano La Regina - parere improvvidamente promosso a nulla osta dal suo successore - si oppose soltanto la storica associazione ambientalista Italia Nostra, seguita, il I° dicembre del 2007, da una iniziativa presa, per la Provincia di Roma, dal Presidente del Consiglio Provinciale, Adriano Labucci. Intanto i lavori andavano avanti, del tutto vietati ai non-addetti ai lavori, giornalisti compresi, e del progetto si avevano notizie frammentarie: sicuramente vi sarebbe stata,al centro della terrazza del Pincio, una griglia d’areazione di 20 metri x 10, ma nessun dispositivo tecnico era stato proposto per evitare gli effetti dell’inquinamento, l’ingresso delle auto era previsto dalla rampa di destra del Valadier, e così il passaggio pedonale. Infine non si sapeva nulla di quanto era stato ritrovato nel ventre del Pincio, pur se da decenni le guide del Touring vi localizzavano ville aristocratiche dell’antica Roma. Soltanto il 7 agosto scorso la Soprintendenza archeologica di Roma ha inviato al Sindaco Gianni Alemanno la relazione sulle scoperte, accompagnandole con foto eloquenti - un criptoportico anteriore al IV sec. a.C. che attraversa l’intera area, il resto di un pavimento in mosaico su fondo nero, con tessere colorate, sedici vani di cui 6 ipogei del I°sec.a.C - ed avvertendo che «l’area in oggetto va tutelata integralmente». «Ma a noi della Commissione dei Saggi - dice il Professor Giorgio Muratore - non è arrivato nulla!» Ed il Presidente della Sezione romana di Italia Nostra, Carlo Ripa di Meana, si chiede chi ha insabbiato la relazione della Soprintendenza che i 5 Saggi nominati dal sindaco attendevano per esprimere un parere definitivo sulla questione.
Roma ieri, oggi, domani, 18 dicembre 1989
Un piano per i parcheggi
di Antonio Cederna
La congestione del traffico, è noto, dipende dalle malformazioni delle città, dal modo come sono state costruite a dispetto di ogni elementare norma urbanistica: così Roma, che si è sviluppata a macchia d’olio a misura della speculazione, con periferie inumane e il centro storico degradato a baricentro di tutti gli interessi e di tutto il traffico, e quindi intasato, soffocato, terziarizzato, inquinato e attraversato da chi va da una periferia all’altra. Preso a sé il problema del traffico è un falso problema: può essere avviato a soluzione solo se inquadrato in una nuova politica di pianificazione e se si adotta un piano della mobilità che sia globale e non settoriale. E invece, a parte l’inefficienza capitolina per cui negli ultimi anni sono stati commissionati, approvati e pagati sedici “piani” del traffico (buttando circa otto miliardi) e finiti tutti nel cassetto, ecco che adesso si è dato il via al piano settoriale dei parcheggi.
A gennaio saranno esaminati i progetti presentati dalle ditte che sono state ammesse al concorso: in base alla delibera adottata dal Consiglio Comunale nel dicembre dell’anno scorso, è decisa la costruzione di quindici parcheggi sotterranei e di cinque a livello stradale. Dei primi, almeno cinque sono a ridosso del centro storico: in piazza Risorgimento, piazza Mazzini, piazza Mastai, piazza Cavour, e in via Ferdinando di Savoia (a pochi passi da piazza del Popolo!), mentre non si parla più di quello previsto dalla delibera in piazza Cola di Rienzo. Non si è dunque tenuto nessun conto di quanto sostenuto due anni fa dall’assessorato alla cultura della regione, che escludeva la possibilità di costruire parcheggi sotterranei nel rione Prati (piazza Cavour, piazza Risorgimento) per elementari ragioni statiche, e quindi per i pericoli di dissesti negli edifici circostanti: il terreno, una volta acquitrinoso, è composto da uno strato di riporto di 5-6 metri e il sottosuolo da strati alluvionali di limo e sabbia, e lo sprofondamento del Palazzaccio (per il quale si sono spese decine e decine di miliardi) è eloquente in proposito. Ma non è solo questo per cui ci si deve opporre a questi parcheggi: infatti non farebbero che fungere da calamita al traffico privato, aumentando senza fine l’afflusso delle automobili in tutte le zone centrali, proprio l’opposto di quanto si vorrebbe ottenere. E poi ci sono i rischi della legge Tognoli approvata dal Parlamento nel marzo scorso, che consente nelle maggiori città ai comuni di cedere il diritto di superficie di aree pubbliche, strade e piazze, per parcheggi al servizio dei residenti, con la possibilità per chiunque di farsene uno a pochi metri da casa: anche nel centro storico, poiché nulla è detto in contrario. Quanto poi all’auspicato potenziamento del trasporto pubblico, basta considerare le deprimenti condizioni in cui versa l’ATAC. Negli ultimi quattro anni sono calati gli utenti (due milioni e mezzo in meno, il che vuol dire duecentomila auto circolanti in più), sono aumentati gli autobus fermi nei depositi (650 su 3200), calati della metà quelli nuovi acquistati: e la velocità media è di 6-13 chilometri all’ora. Dopo gli scempi degli anni passati (il raccordo anulare che ha tagliato selvaggiamente la via Appia Antica, la via Olimpica che ha tagliato in due villa Pamphili), i lavori per i Mondiali di calcio rischiano di praticare una radicale tonsura alle pendici di Monte Mario. Siamo davvero in alto mare.
Postilla
Sul parcheggio del Pincio si susseguono da mesi, con turbinosa accelerazione negli ultimi giorni, notizie, prese di posizione, dichiarazioni apodittiche e financo suppliche per lo spiegamento dei poteri metafisici del Papa (v. Marina di Ripa di Meana, la Repubblica , ed. Roma, 17 agosto 2008). Schieramenti trasversali che ripropongono, spesso con i consueti toni “urlati” e approssimativi, la contrapposizione fra chi è per una tutela integrale delle architetture storiche e dei resti archeologici e chi per un “ragionevole” compromesso che soddisfi le esigenze della modernità e del libero accesso ai centri urbani.
Oltre a ribadire in assoluto, come ci insegnava Cederna, l’inconciliabilità ontologica dei nostri centri storici con il traffico veicolare odierno e in attesa di un parere finalmente decisivo delle prudentissime Soprintendenze Architettonica e Archeologica, la prima latitante e la seconda financo bizantina nelle dichiarazioni (“non c’è una situazione tale che ne implichi l’assoluta esclusione”, la Repubblica , ed. Roma, 20 agosto 2008), si può intanto sottolineare come la logica del contrasto fra ragioni della tutela e ragioni di una pretesa modernità sia da respingere come distorsiva e frutto di un concetto del tutto provinciale di progresso che misura il proprio livello sulla base della potenza del parco macchine nazionale.
Al contrario, il nodo della questione è, da quarant’anni a questa parte, la mancanza di un piano complessivo della mobilità nella capitale (come in quasi tutte le nostre città principali), strumento decisivo per impostare una nuova strategia urbana e in particolare quei livelli di vivibilità che permetterebbero a Roma di sentirsi un po’ più vicina all’Europa.
Ripensando al PRG di recente approvazione, però, ben si comprende come l’attuale vicenda sia in realtà paradigmatica e del tutto consona rispetto ad una visione urbanistica incapace di ribaltare la deriva che attanaglia la capitale. (m.p.g.)
Nella partita per la tutela del paesaggio intorno al centro storico di Mantova, i costruttori segnano un punto a loro favore. Il Tar ha accolto parte del ricorso contro il vincolo che la Soprintendenza ha posto su tutte le sponde dei laghi che abbracciano le mura del Palazzo Ducale e del castello di San Giorgio. Il provvedimento avrebbe impedito la costruzione di un intero quartiere, 180 mila metri cubi, su un´area di oltre 30 ettari proprio di fronte ai due gioielli dell´architettura rinascimentale. Ma i giudici amministrativi hanno sostenuto che l´istruttoria della Soprintendenza non è stata adeguata. E dunque il vincolo decade, almeno nella parte che riguarda specificamente l´aera interessata alla lottizzazione.
Per la Soprintendenza e per il Comune di Mantova è un brutto colpo. Che però non scoraggia il sindaco Fiorenza Brioni, che da anni si batte per bloccare l´insediamento. «Andremo avanti», dice il primo cittadino, «ho già chiesto incontri con il soprintendente e con il direttore regionale e parlerò anche con il ministro Sandro Bondi. Faremo ricorso al Consiglio di Stato, non vogliamo rassegnarci all´idea che sorga un intero quartiere di fronte al Palazzo Ducale: sarebbe lo scenario che si spalanca allo sguardo di chi si affaccia dalla Stanza degli Sposi affrescata da Andrea Mantegna». Anche il soprintendente ai beni architettonici, Luca Rinaldi, che insieme all´allora direttore regionale, Carla Di Francesco, ha preparato il vincolo, difende il provvedimento e farà valere le sue ragioni.
La vicenda inizia nel 2004, quando venne presentato il progetto, per il quale fu approvata una variante urbanistica. Ma nel 2005 il nuovo sindaco, Fiorenza Brioni, avviò le procedure per annullare la lottizzazione. Con lei si schierò molta parte della città, preoccupata che la percezione del paesaggio urbano di Mantova venisse alterata dalle costruzioni, un paesaggio urbano raffigurato da tanti pittori rinascimentali - Mantegna fra questi - e diventato con il suo contesto di verde e di acqua uno dei patrimoni dell´arte e dell´architettura italiana (a luglio scorso la città, con le sue pietre e il suo sfondo naturale, è entrata a far parte dei siti tutelati dall´Unesco). Dopo un lungo braccio di ferro con la proprietà dell´area, è arrivato nell´aprile del 2007 il vincolo di inedificabilità assoluta su tutte le sponde dei laghi.
La questione sembrava chiusa. Ma i costruttori hanno fatto ricorso. E il Tar ha dato loro ragione. L´impianto complessivo del vincolo va mantenuto. Va invece annullato nella parte che riguarda i 30 ettari interessati alla lottizzazione. La Soprintendenza, si legge nella sentenza, non avrebbe sufficientemente motivato il danno arrecato al patrimonio architettonico dalle costruzioni. La battaglia continua.
In apparenza la storia sembra ripetersi: dopo le divisioni sull’Iraq, anche sulla Georgia gli Occidentali dissentono e l’Europa si divide. Ancora una volta Francia e Germania cercano vie non bellicose, aspirano a un mondo fatto di tregue e regole, si sforzano di opporre al vecchio equilibrio fra potenze, poggiato sulla sovranità totale degli Stati, la cooperazione e il diritto: la missione di Sarkozy a Mosca e Tbilisi è stata il tentativo di salvaguardare tale cultura.
Ancora una volta l’Est europeo, non sentendosi protetto dall’Unione, si schiera con Washington e il suo alleato georgiano. Anche le critiche all'Europa si ripetono: Sarkozy è sospettato di accomodamento - di appeasement - verso Putin; Berlino di asservimento al petrolio russo. Quattro Stati orientali dell’Unione (Polonia e i tre baltici) hanno deciso assieme all’Ucraina di esser presenti a Tbilisi, il 12 agosto, per solidarizzare con Saakashvili, descrivere il Cremlino come nemico assoluto, e condividere le parole di Bush e del candidato repubblicano McCain. Allo stesso modo si sono espressi due intellettuali francesi, André Glucksmann e Bernard-Henri Lévy, sul Corriere della Sera del 13 agosto. Riproponendo l’appeasement degli Anni 30, l'Europa sfiorerebbe la morte. Non così l’America, la cui parola sarebbe chiara e inflessibile.
La storia tuttavia non è immobile e molto è mutato, dalla fine della guerra fredda. Washington ha alle spalle fallimenti colossali: due guerre ritenute facili e sbrigative, in Afghanistan e Iraq, si protraggono con costi spropositati, tanto che mancano forze per altri interventi. Il suo prestigio mondiale è spezzato, e la sua presenza si è enormemente estesa - creando sotto Clinton e Bush problemi per la Russia nel Caucaso - ma è una presenza di parole, non di fatti.
L’America può spingere a avventure senza esito. Non costruisce ordine, non dissuade. Saakashvili ha preso le parole per realtà, e adesso s’accorge che erano solo parole. È caduto nella trappola russa ma anche nella trappola che gli hanno teso, irresponsabilmente, repubblicani e lobby interessati a inventare nuovi Spiriti del Male da combattere.
Anche per questo è l’ora dell'Europa. È ora di un ordine mondiale che difenda gli Stati nati dalla fine dell'Urss, ma dentro il quale la Russia non si senta estranea, reietta, nuovo nemico esistenziale utile per vincere elezioni. Il realismo che all’America manca, sono gli europei a poterlo mostrare, dopo secoli di nazionalismi. Può darsi che la tregua negoziata dall’Eliseo sia effimera: ma è l’unico tentativo di parlare alla Russia e di evitare che si ripetano i crimini in Cecenia e l’offensiva in Georgia. Il fatto che Washington parli solo con Tbilisi è segno non di forza ma di debolezza.
Segnala un potere senza responsabilità, dunque finto.
È ancora presto per dire chi perderà: se la Georgia che ha sfidato Putin contando su alleati inaffidabili, se l’America che ha costruito vere basi nel Caucaso, se l’Europa di Sarkozy. Fin da ora, tuttavia, alcuni punti son chiari. Nella catena delle responsabilità, Washington ha un ruolo chiave. Sulla Russia, ancora non esiste un’idea approfondita nella Nato che si vuole allargare. Neppure gli europei pensano davvero la Russia. Difficile capire i disastri odierni, se non si affrontano questi tre punti fondamentali.
Al disastro si è arrivati per colpe russe e georgiane, ma chi ha dato alla Russia il senso di poter tranquillamente violare il diritto internazionale e invadere una nazione sovrana sono stati gli Occidentali e gli Usa. È osservando la secessione del Kosovo che Putin ha creduto di poter impunemente, anch’egli, usare il secessionismo contro un’integrità territoriale. Se dal sogno di un ordine regolato da leggi (la kantiana Repubblica Mondiale) si è passati allo scontro hobbesiano fra Stati-Leviatani, è perché questa seconda soluzione resta vincente negli Stati Uniti, e perché la kantiana Europa si fa dividere. L’ordine che essa difende è stato eroso dalle due potenze, e tuttavia resta l'unico funzionante. Anche se imperfetto moralmente (metà Europa l’ha sofferto), anche se fondato sul contenimento dell’avversario e non sulla sua distruzione (la Nato servì a questo) esso ha dato all’Europa regole basate sulla dissuasione, sullo scontro bellico evitato, sul rispetto di reciproche aree di influenza. Quest’ordine è stato giudicato inservibile e immorale dopo il ‘90, e da allora l’America ha cominciato a pensare se stessa come unico egemone senza vincoli, come incarnazione di Roma antica, come garante etico del mondo.
È quello che ha impedito per oltre un decennio di pensare la questione centrale dell'Unione: questione che consisteva non solo nella sua riunificazione ma nel rapporto con la Russia, con le sue frustrazioni post-imperiali, con la perdita di territori posseduti dai primi dell’800, con l’immensità della diaspora russa (16-17 milioni, divisi fra Ucraina, Baltici, Kazakistan, Bielorussia, Caucaso).
Per questo è così importante rimeditare storia e funzioni della Nato. In origine essa fu pensata come strumento vendicativo, e tale torna a essere soprattutto se s’incarnerà nella Lega delle Democrazie che McCain vuol opporre alla «Russia revanscista». Lord Ismay, primo segretario generale dell’Alleanza, sostenne che lo scopo era di «tenere i russi fuori, l’America dentro, e la Germania sotto». E così sarebbe stato, se l’Unione europea non avesse invece riabilitato la Germania, dandole il peso che le fu negato dopo il 14-18. Oggi verso la Russia si vuol applicare lo schema di Lord Ismay. La Russia deve esser «tenuta sotto», umiliata: accerchiandola come disse Cheney anni fa, spingendola alla follia, suscitandole attorno innumerevoli staterelli autoritari, nazionalisti, assoldati nella guerra Usa al terrorismo.
Dopo anni di ideologica esportazione della democrazia, adesso il pensiero neo-conservatore rivaluta geopolitica e realismo: alla storia non si sfugge e pensare a un ordine etico mondiale è insensato, scopre Robert Kagan nel suo ultimo libro (The Return of History and the End of Dreams, 2008), smettendo le illusioni sulla freedom agenda - l'esportazione della democrazia - nutrite dal 1996. Oggi Kagan sostiene che gli Stati si muovono come nell’800, e fanno bene: custodendo sfere d’influenza, difendendo interessi economici tramite espansioni territoriali. Una realtà che l’Europa non vedrebbe, impigliata com’è nel sogno di un ordine mondiale giuridicamente vincolante. Sembra una svolta ma non lo è. Anche quando è realista, Kagan s’aggrappa all’illusione: che l’America abbia il diritto di agire unilateralmente ignorando vincoli e leggi, espandendosi a piacimento in zone d’influenza altrui, senza mai essere imitata. La storia si è vendicata, il suo grande emulatore è oggi la Russia.
Anatol Lieven sul Financial Times ha scritto il 14 agosto che la vittoria russa in Georgia è una fortuna, perché ha scongiurato la catastrofe. Se la guerra avesse avuto luogo quando la Georgia era già nella Nato non saremmo intervenuti lo stesso, e l’Occidente sarebbe a pezzi. Ragione per cui: non bisogna promettere quel che non si può mantenere. Non si possono creare autocrazie pur di ridurre la Russia, tanto più che la Georgia di Saakashvili non è un faro di libertà. Basta sentire chi l’ha frequentata per anni come Lieven. Basta sentire intellettuali georgiani come Devi Dumbadze, che sulla Neue Zürcher Zeitung del 14-8 racconta il maniacale nazionalismo di Tbilisi e i massicci aiuti militari di Washington. Dumbadze racconta come nella nuova televisione dell’esercito georgiano campeggia una citazione davvero inquietante: «Una volta per tutte dobbiamo capire che mai ci riprenderemo i territori perduti con preghiere ridotte a formalità e speranze nella Lega delle nazioni. Ce li riprenderemo solo con la forza delle armi. Hitler 1932».
Dal festival cinematografico di Locarno dove si trovava, Nanni Moretti qualche giorno fa ha lanciato una provocazione politica. «In Italia – ha detto – l'opposizione non esiste più ma c'è un altro fenomeno ancora peggiore: non c'è più un'opinione pubblica. Il dominio di Berlusconi sulle reti televisive ha spostato e devastato il modo di pensare degli italiani».
Moretti non è il solo ad essere arrivato a questa conclusione; l'autore del "Caimano" ha però il pregio di non esser mosso da alcun interesse né ideologico né pratico; esprime icasticamente un modo di pensare e di constatare che in parte anch'io condivido ma che merita comunque alcune precisazioni. Soprattutto per quel che riguarda la pubblica opinione. Il tema è di grande importanza, specialmente nei Paesi democratici. In essi infatti l'opinione pubblica costituisce la sostanza vitale sulla quale la democrazia imprime la propria forma.
Anche nei Paesi governati da sistemi autoritari o, peggio, totalitari l'opinione pubblica rappresenta un elemento essenziale cui il potere dedica specialissime cure. Il fine di questi regimi consiste nella sistematica manipolazione delle coscienze affinché siano persuase ad una credenza conforme. Una variante (non necessariamente alternativa) è quella di smantellare ogni tipo di opinione facendo rifluire l'attenzione dei cittadini sui loro interessi privati. Questo processo, se portato alle sue conseguenze ultime, conduce alla desertificazione dell'opinione pubblica. Mi sembra che l´autore del "Caimano" pensi e tema soprattutto questa variante: il dominio delle opinioni private al posto dell'opinione pubblica, alle mire del regime dominante.
Altre volte ho scritto che lo specchio in cui si rifletteva l'immagine che i cittadini avevano del loro Paese si è rotto in tanti frammenti i quali riflettono soltanto la figura e gli interessi frammentati di chi vi si specchia. Tante opinioni private senza più una visione del bene comune: questo è il prodotto del berlusconismo, agevolato e amplificato dal controllo dei "media". Ad esso l'opposizione non ha saputo rispondere: nonostante le intenzioni di seguire una strada opposta ha subito l'egemonia berlusconiana e si è sintonizzata sulla stessa lunghezza d'onda, convinta di poter diffondere messaggi diversi. Allo stato dei fatti l'esito di questo scontro ha dato un solo vincitore e parecchi sconfitti.
Tuttavia l'esito non è definitivo e non tutte le opinioni sono state ridotte alla sola dimensione privata. Ci sono ancora gruppi consistenti di cittadini che coltivano una visione del bene comune, che sentono il bisogno impellente di pensare in termini di bene comune senza contrabbandare dietro queste due parole i loro privatissimi egoismi e le loro personali egolatrie.
Esiste per esempio un'opinione pubblica "berlusconista". Coltivata, amplificata, puntellata con mezzi imponenti, ma di cui sarebbe un madornale errore negare l'esistenza. Sicurezza, tolleranza zero, intransigenza identitaria, fiducia nel leader anche a costo di veder sacrificati alcuni privati interessi. Un'opinione pubblica così conformata costituisce la base di consenso che accomuna le spinte identitarie berlusconiste e leghiste. Caro Moretti, quest'opinione pubblica c'è; anche se da quello specchio emerge una figura che a te ed a me risulta ripugnante, è tuttavia con essa che si debbono fare i conti.
C'è un altro specchio e un'altra opinione pubblica di diversa natura; è quella di cui parla Giuseppe De Rita quando delinea una strategia cattolica fondata sulle comunità locali, sul volontariato, sul doppio pedale del "sacro" e del "santo", cioè della fede e delle opere.
Questa visione del bene comune indubbiamente esiste ma non si identifica né con il Vaticano né con la Conferenza episcopale. Sono piuttosto i cattolici degli oratori, delle case religiose, delle comunità di dimensioni nazionali, di alcuni Ordini religiosi.
Il sacro e il santo. Riesce molto difficile dare una figura politica a questo tipo di opinione pubblica, ma senza una figura politica non esiste una visione di bene comune perché non esiste una "polis", una città terrena dove applicarla. Il sacro non è infatti di questo mondo. Quanto al santo, cioè alle opere, esse costituiscono un´importante presenza testimoniale e missionaria, una rete flessibile come tutte le reti e quindi disponibile ad essere utilizzata da forze esterne. Dietro il santo c'è molto spesso un vitello d´oro da adorare invece del poverello di Assisi e ne abbiamo tutti i giorni la prova.
Esiste anche, da almeno due secoli, ed opera attivamente in tutte le democrazie occidentali un'altra opinione pubblica con caratteristiche sue proprie ed è quella espressa dalla "business community". Possiede potenti strumenti di formazione e di diffusione ed ha una sua precisa visione del bene comune: libertà di mercato, regole blande, considerazione degli interessi costituiti, Stato efficiente e leggero. Insomma il capitalismo, che può assumere di volta in volta forme molto diverse tra loro, dal liberismo al protezionismo, dall'alleanza con la democrazia a quella con la "governance" autoritaria.
Oggi questa opinione pubblica è tendenzialmente orientata verso la versione berlusconista della democrazia, con simpatie leghiste diffuse soprattutto nel Nord-Nordest, ma la "business community" fa comunque parte a sé, ha il suo metro di giudizio, i suoi valori e la sua moralità che si realizza nel profitto d'impresa, "variabile indipendente" alla quale tutte le altre a cominciare dal lavoro debbono conformarsi.
Infine esiste (stavo per scrivere esiste ancora) un'opinione pubblica di centro e di sinistra riformista, progressista, laica. La sconfitta elettorale di un anno fa sembra averla ridotta ad uno stato larvale; non riesce ad esprimere un pensiero unitario e un'egemonia culturale, percorsa da convinzioni forti ma contrastanti: tolleranza, solidarietà, legalità, federalismo, centralismo, pacifismo, sicurezza, diritti, doveri, gregarismo, moderazione, massimalismo. Spore del possibile avrebbe detto Montale. Belle persone e volti consumati. Lotte per conquistare un potere inesistente e futuribile. Trasformismi sottotraccia e idealismi generosi.
Quest'opinione pubblica avrebbe bisogno d'una voce che la rappresenti e di una forma che la riporti in battaglia. E ancora una volta dico: d'uno specchio in cui possa guardarsi e rassicurarsi del proprio esistere.
Alle primarie dello scorso ottobre questa forma sembrò realizzarsi. Sono passati dieci mesi da allora e sembra un tempo lontanissimo. Può tornare soltanto se ricreato da un atto di volontà collettiva. Le scorciatoie individuali non servono a nulla, nascondono piccole vanità e mediocri trasformismi. Serve una volontà di massa per risollevare un Paese sdrucito e frastornato. Si può fare? Fino a poco tempo fa pensavo di sì, ma i giorni passano in fretta e non inducono a pensare positivo. Le spinte centrifughe aumentano e il «si salvi chi può» rischia di diventare un sentimento diffuso. Se volete dare un segnale di riscossa dovete alzarvi e camminare. Altrimenti attaccate la bicicletta al chiodo e non pensateci più. Toccherà pensarci ai vostri nipoti se ne avrete.
Post scriptum. Tre giorni fa l'ufficio statistico europeo Eurostat ha diffuso le cifre ufficiali concernenti il Pil di Eurolandia. Per la prima volta dalla nascita della moneta unica il Pil del secondo semestre di quest´anno arretra dello 0.2 per cento. Non vuol dire ancora recessione ma poco ci manca.
L'inflazione dal canto suo è ferma al 4 per cento, ma molti segnali registrano un'inversione di tendenza: petrolio, materie prime, prodotti ferrosi, derrate alimentari denunciano consistenti ribassi sui mercati internazionali anche se su molti mercati locali questi ribassi ancora non arrivano, ostacolati dalla lentezza dei circuiti distributivi e dalla presenza di monopoli e cartelli.
Fermo restando che l'andamento dell'inflazione dev'essere continuamente controllato, il pericolo incombente riguarda - ormai risulta in modo evidente - una drastica caduta della domanda di consumi e di investimenti con il cupo corteggio di disoccupazione e di ulteriore arretramento del reddito nazionale e individuale.
Da questo punto di vista l'intera impostazione della manovra finanziaria risulta a dir poco fuori tempo. La compressione triennale della spesa per un totale di 36 miliardi dei quali 16 già nel primo esercizio, a parità di pressione fiscale, configura una strategia insensata. Se è vero che la crisi attuale ricorda per gravità e dimensioni gli eventi del triennio 1929-1932, è altrettanto vero che le misure finanziarie fin qui attuate ricordano quelle che in Usa furono prese dalla presidenza repubblicana precedente all'avvento di Franklin D. Roosevelt. Misure sciagurate, che aggravarono ulteriormente la crisi e rallentarono gli effetti del rilancio rooseveltiano sulla domanda di consumi e di investimenti.
In queste condizioni, quali che siano le opinioni di Tremonti e di Calderoli, parlare di federalismo fiscale è pura accademia e fumo negli occhi per distogliere l´attenzione da questioni assai più cogenti. Una trasformazione radicale del sistema tributario e dei poteri amministrativi effettuati in tempi di recessione e di deflazione è inattuabile poiché comporta gravissimi rischi. Come se, in tempi di tempesta, il timone della nave fosse affidato a venti timonieri anziché ad uno. Basta enunciare un'ipotesi del genere per esserne terrorizzati.
Giunto avventurosamente al potere, il dittatore dello stato libero di Bananas comunicava ai sudditi le sue prime riforme. Tra queste, l'obbligo di indossare la biancheria sopra i vestiti, e non sotto. Divertente. Ma ci scuserà Woody Allen se consideriamo la sua immaginazione superata - almeno nella repubblica delle banane che abitiamo noi - dal ministro degli interni e dai sindaci di mezza penisola.
Alle «ordinanze creative» e alla «fantasia» dei sindaci si era appellato qualche settimana fa Roberto Maroni, quello che persino una sonnacchiosa Europa dei diritti ha saputo riconoscere come un mix di malafede, xenofobia e razzismo. Ora che la fantasia è stata declinata in azione repressiva, lo scenario appare chiaro quanto grottesco. A Novara (sindaco leghista Massimo Giordano) non si può stare al parco in più di due dopo il tramonto. A Voghera non si può sedersi sulle panchine di notte. A Cernobbio se ti sposi arriva un'ispezione sanitaria a casa. A Rimini non si può bere dalla bottiglia per la strada (titolo sul Resto del Carlino: «Vietato bere dalle bottiglie anche di giorno», Woody, dilettante!). Lo stesso a Genova. A Firenze, la città del mitico assessore Cioni, è vietato agli strilloni vendere i giornali ai semafori, ma si vigila attentamente anche sui ragazzini che giocano a pallone in un parco pubblico, grave attentato alla sicurezza.
Estinti i lavavetri, la mamma dei capri espiatori è sempre incinta, e le multe serviranno a comprare nuove telecamere di controllo. A Venezia non si può girare per le calli con grosse borse. Groppello (comune di Cassano d'Adda, sindaco forzista Edoardo Sala), chiude nel giorno di ferragosto l'unica spiaggia sul fiume perché è in programma una festa di cittadini senegalesi. Motivazione: «Sicurezza del territorio, ma anche di questi immigrati, che arrivano in gran numero facendo confusione e rischiando di annegare». Come fantasia, come creatività, potrebbe bastare, ma non è che l'inizio.
L'arrivo - ci siamo - è l'immagine della prostituta nigeriana segregata e abbandonata a Parma da vigili urbani diventati secondini, privata di ogni dignità e fotografata come una bestia in gabbia. Per il nostro bene, per la nostra sicurezza, per la nostra tranquillità, piccole Abu Ghraib comunali crescono, nella certezza che le coscienze se ne faranno una ragione. La chiamano fantasia, o creatività, ma si tratta sempre della stessa cosa: un digeribile travestimento dell'abuso di potere. E infatti, che razza di fantasia ci sarebbe nel picchiare, deportare, angariare, multare, incarcerare, umiliare i più deboli? Nessuna. Inventare un'emergenza sicurezza è stato semplice, sostenerla e propagarla grazie ai media controllati dal capobanda che ha vinto le elezioni anche. Dedicarle aperture di tg e allarmati fondi sulla stampa pure. E ora? Ora che non si sa bene quale sicurezza garantire, e da che cosa, e da chi, si fa appello alla fantasia. Qualche senegalese non potrà fare il bagno nell'Adda, la prostituta nigeriana (con clienti italiani) non creerà più allarme, il paese è salvo. Fantasia. Del resto, sapete dire cos'ha trasformato il vecchio caro ed evocativo manganello in una semplice «mazzetta distanziatrice»? Sempre lei, la fantasia. La fantasia al potere. Ai tempi del colera.
Italia: “La politica sull’immigrazione deve tener conto dei diritti umani e non basarsi unicamente sulle preoccupazioni relative alla sicurezza pubblica”, ha dichiarato il commissario Hammarberg
Strasburgo, 29.07.2008 – “Una politica in materia di immigrazione non può basarsi solo sulle preoccupazioni relative alla sicurezza pubblica. Le misure adottate al momento in Italia non rispettano i diritti umani e i principi umanitari e rischiano di appesantire il clima di xenofobia”, con queste parole Thomas Hammarberg, commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, ha commentato la pubblicazione del suo rapporto sulla missione speciale condotta a Roma il 19 e 20 giugno scorsi. Tale visita fa seguito alle manifestazioni, a volte molto violente, contro rom e sinti nel paese e rientra nel quadro dell’adozione o preparazione, in tempi relativamente brevi, di una legislazione che miri ad introdurre ulteriori controlli alla libertà di movimento di rom e sinti, la penalizzazione dell’immigrazione clandestina ed ulteriori restrizioni all’immigrazione.
Il Commissario ha inoltre espresso le sue preoccupazioni riguardo il ‘’pacchetto sicurezza” che sembra essere appositamente elaborato per gli immigrati rom nonché per la dichiarazione dello stato di emergenza in tre regioni italiane. “I rom ed i sinti hanno un urgente bisogno di una tutela effettiva dei loro diritti umani ed in particolare dei loro diritti sociali, come ad esempio il diritto ad un abitazione decente e all’istruzione”, ha aggiunto. “Adottare lo stato di emergenza e conferire maggiori poteri ai ‘commissari speciali’ e alle forze dell’ordine non è il giusto approccio al fine di rispondere ai bisogni dei popoli rom e sinti”. Alla consegna in data odierna del suo Memorandum, il Commissario si è detto preoccupato per l’estensione dello stato di emergenza su tutto il territorio nazionale.
Hammarberg ha anche criticato la decisione del governo italiano di considerare reato penale l’entrata ed il soggiorno irregolare di immigrati; lo considera un preoccupante allontanamento dai principi di diritto internazionale. “Queste misure possono complicare le richieste di asilo dei rifugiati e rischiano di accrescere la stigmatizzazione e l’emarginazione sociale di tutti gli immigrati – rom inclusi”, ha affermato.
Il Commissario Hammarberg è anche allarmato per il rimpatrio forzato di immigrati verso alcuni paesi dove è comprovato l’uso della tortura. Facendo particolare riferimento al caso di un cittadino tunisino espulso per ordine del Ministro degli Interni nel quadro della legge sulle misure d’urgenza per combattere il terrorismo, Thomas Hammarberg si è nuovamente opposto a decisioni di questo tipo, decisioni prese sulla base di assicurazioni diplomatiche. Ha ricordato inoltre che laddove individui che rischiano l’espulsione pesentino ricorso davanti alla Corte europea dei Diritti dell’Uomo, gli stati devono attenersi a qualsiasi richiesta da parte di quest’ultima di sospendere la deportazione, in attesa di un’esame del caso. “Il diritto di ricorso individuale è un caposaldo del sistema europeo di tutela dei diritti umani”.
Il Commissario ha infine esortato le autorità italiane alla rapida creazione di un’efficace istituzione nazionale per i diritti umani, al fine di rafforzare il sistema di protezione nel paese.
Il Commissario per i diritti umani è un’istituzione indipendente e non giudiziaria, il cui scopo è promuovere la sensibilizzazione e il rispetto dei diritti umani nei 47 Stati membri del Consiglio d’Europa. Eletto dall’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, l’attuale commissario, Thomas Hammarberg, è in carica dal 1 aprile 2006.
Dal sito web del Consiglio d’Europa
Una volta si diceva: «Noi, popoli delle Nazioni unite, decisi a salvare le future generazioni dal flagello della guerra...» e nasceva l'Onu. Ora, molti decenni dopo, la musica è cambiata: «Noi, i leader delle maggiori economie mondiali, sia sviluppate che in via di sviluppo, ci impegnamo a combattere il cambiamento climatico secondo le nostre comuni ma differenti responsabilità...». Così conclude il G8 del Giappone. E c'è già chi fa i conti di guadagni e perdite a Wall Street, chi richiama in servizio i poliziotti della Diaz, chi allinea gli sherpa della diplomazia, chi sogna l'isola della Maddalena, al largo della Costa Smeralda, l'anno prossimo, in luglio. Magnifica vacanza, davvero.
Sono piccoli esseri, avari e ipocriti, quelli che hanno in mano il pianeta. Gli toccano responsabilità troppo grandi. Già l'anno scorso, al G8 tedesco di Heiligendamm, quello guidato da Angela Merkel, si era concordato di tagliare le emissioni di anidride carbonica del 50% per contenere il riscaldamento globale entro i 2 gradi centigradi per metà secolo. Hanno avuto tutto un anno per studiare la cosa, per mettersi d'accordo, convincere il mondo. Mesi dopo, a Bali, al Comitato intergovernativo sul cambiamento climatico (Ipcc) gli scienziati hanno fatto sapere che lasciando andare le cose senza intervenire, nel 2050 vi sarebbe stato un aumento nella domanda di petrolio del 70% e di emissioni di anidride carbonica del 130%, con il risultato di un aumento di 6 gradi centigradi nella temperatura, e la conseguente scomparsa di molte città e intere civiltà costiere, con Venezia come simbolo universale. Ma non è bastato.
Al G8 giapponese gli sherpa dediti all'ambiente avevano l'idea che l'obiettivo di tagliare a metà le emissioni per il 2050 fosse già raggiunto e che si dovesse stabilire solo come e quando. Si appoggiavano alle cifre presentate in giugno dall'Agenzia internazionale dell'energia, Aie. Per tagliare le emissioni del 50% - il minimo, molto meglio arrivare all'80% - sarebbero serviti nel periodo 2008-2050, 45 mila miliardi di dollari, pari all'1,1% del pil globale del periodo. L'energia sarebbe cambiata, con invenzioni ancora non provate, nell'industria, nel civile, nei traporti. E sarebbe stata necessaria una collaborazione tra tutti, con un piano preciso e un calendario.
Niente da fare. Nessuna scadenza, e anche il 2050, anno decisivo, è saltato. Chissà se i mari si calmeranno, se Venezia si salverà lo stesso. All'opposizione storica degli Usa si sono uniti i paesi in sviluppo, Cina in testa, alla ricerca del loro giusto e meritato inquinamento. Probabilmente temono che i G8 li vogliano ingannare, ancora una volta. Così rispondono: cominciate voi a ridurre dell'80%; un po' per volta. Quando lo farete sul serio, allora cominceremo anche noi.
E' il G8, bellezza. Sono già passati otto anni dai tempi di Genova. Fu allora che per l'ultima volta i popoli delle Nazioni unite cercarono di dire: «non in mio nome». Volevano evitare il flagello della guerra, della fame, del disastro ambientale. Ma gli otto leader, spaventati dallo sconquasso, dissero come sempre di no.
A leggere i titoli e i testi pubblicati dai giornali sulla Finanziaria di Giulio Tremonti si direbbe che mai prima d’ora si era vista una legge così perfetta ed una politica economica così adatta a soddisfare i bisogni, i desideri, le speranze d’un paese. Nonostante una crisi che sta squassando il mondo intero. Nonostante la pessima eredità lasciata dal precedente governo. Nonostante la fragilità del capitalismo italiano. Nonostante l’inefficienza della pubblica amministrazione. Nonostante la pochezza del sindacalismo. Nonostante i malanni dell’Europa.
La grandezza di Tremonti. La saggezza di Tremonti. La prudenza di Tremonti. La cultura di Tremonti. L’audacia di Tremonti. La forza di Tremonti. Di personaggi come lui ne nasce uno ogni secolo. Nella sala della Maggioranza, quella dove Giovanni Giolitti teneva ai tempi suoi il Consiglio dei ministri, il ministro dell’Economia ha presentato il suo capolavoro con ai fianchi il fior fiore del governo: Brunetta, Scajola, Alfano, Sacconi, Maroni. Alle spalle, appeso al muro, il ritratto di Camillo Benso Conte di Cavour.
Berlusconi non c’era, per non offuscare la gloria del pro-dittatore.
A leggere i titoli e i testi dei giornali, necessariamente sintetici, gli aspetti di maggior rilievo del capolavoro tremontiano erano soprattutto quattro: la miracolosa rapidità con la quale il governo era riuscito ad approvare la legge finanziaria (nove minuti e mezzo), la Robin tax, la carta dei poveri, la "deregulation" del mercato del lavoro. Un impasto virtuoso di liberismo e di socialismo. Più governo e più mercato. Concretezza e filosofia. Durezza e dolcezza. Federalismo e autorità.
Infine la Chiesa, il suo insegnamento morale, i suoi valori sola speranza d’Europa e della società italiana giardino del Papa.
Ne saremo noi degni?
Commentando il capolavoro tremontiano il ministro-ombra Bersani ha detto: ci sono moltissime cose in quella legge ma manca la cosa. Tito Boeri, a proposito della Robin tax, ha scritto ieri che si tratta d’una bufala di eccezionali dimensioni. Il giornale della Confindustria, contraddicendo l’entusiasmo dei suoi proprietari, ha sottolineato in sei pagine di seguito l’impianto classista della manovra e i rischi di addossarne il peso ai ceti più deboli.
Chi ha ragione? Non vorrei passare da un eccesso all’altro. C’è anche del buono nella manovra di Tremonti. Per esempio aver anticipato i decreti d’applicazione della Finanziaria a giugno e la loro conversione in legge entro luglio insieme al documento di programmazione triennale. Di aver asciugato la sessione di bilancio che si concluderà entrò il prossimo ottobre. Questioni di metodo, in buona parte anticipate da Padoa-Schioppa. Di aver puntato sulla liberalizzazione di alcuni servizi locali già predisposta dalla Lanzillotta. Di aver previsto un programma di contenimento della spesa pubblica intermedia, quella in gran parte destinata all’acquisto di beni necessari al funzionamento della pubblica amministrazione. Mettendo sotto controllo quei capitoli di spesa il predecessore di Tremonti riuscì a bloccare il ritmo di aumento della spesa corrente che nel quinquennio 2001-2006 aveva sperperato due punti e mezzo di Pil.
A parte questi aspetti positivi, il vero senso politico della manovra di Tremonti sta nello smantellamento degli strumenti di contrasto all’evasione. Con un sofisticato meccanismo di anticipi di entrate e posticipi di uscite secondo uno schema di cassa che lo stesso Tremonti aveva già sperimentato nel quinquennio 2001-2006 e infine con varie "una tantum" a cominciare dall’imposta patrimoniale sulle risorse petrolifere.
Ne saranno beneficiari i professionisti e le partite Iva, verranno tassati i servizi pubblici cioè i loro utenti. L’aumento di cinque punti e mezzo dell’Ires sarà inevitabilmente trasferito sui prezzi al consumo. Nessun provvedimento avrà più luogo sui salari e sulle famiglie che non ce la fanno. Lo sgravio dell’Ici ha dissipato 2 miliardi di euro, la carta di povertà testé istituita butterà via un altro mezzo miliardo e questo sarà stato tutto per alleviare i pesi e rilanciare la domanda.
Ma bisogna riconoscere che c’è del genio nel sedurre i "media" con gli specchietti e le collane di vetro come fecero i "conquistadores" sbarcati cinque secoli fa in Messico e in Florida. La carta di povertà è geniale, la Robin tax è geniale: conquistano per giorni le prime pagine dei giornali e i video di tutte le televisioni, si aprono dibattiti sulla personalità di Robin Hood, sulla foresta di Sherwood, un governo guidato dal più ricco degli italiani tasserà i ricchi per dare ai poveri, che cosa si vuole di più? Non è questo il miracolo? Non serve a moltiplicare il consenso e a prolungare il più possibile la luna di miele?
Poi si scoprirà che si è trattato di patacche. Qualcuno l’ha già dimostrato ma non buca il video e neppure le prime pagine. Intanto il governo guadagna un tempo prezioso tanto quanto ne perse il governo Prodi logorato dalle risse interne fra i troppi galletti di quel pollaio.
Decidere decidere decidere. In nove minuti e mezzo se possibile, in due ore, in un giorno. Michele Serra ha scritto: 127 decisioni al giorno, non importa se tutte sbagliate. Ha ragione, oggi è questa la sindrome della gente.
Un presidente emerito della Repubblica di cui ho l’onore di essere buon amico mi ha confidato l’altro giorno tutta la sua amarezza nel constatare che gli italiani sono abbacinati dal decisionismo purché sia. Non tentano nemmeno di esaminarne i contenuti, sono felici di delegare ogni responsabilità ad un’autorità e se quella mostra i muscoli e strappa alcune regole fondamentali che presidiano lo stato di diritto e la democrazia, chi se ne infischia. Purché si decida.
Forse alla prova dei fatti si sveglieranno. Intanto gli intellettuali dibattono se è fascismo oppure no, se è dittatura oppure no, si citano autori, si rievocano Gramsci e Pasolini. Tempo perso e pagine sprecate.
Si rafforza un luogo comune in questi giorni: bisogna sperare che i provvedimenti adottati si attuino e portino buoni frutti, augurarsi il peggio sarebbe criminale.
Giuro sui miei figli di non essere un criminale e quindi non mi auguro affatto il peggio. Questo mi obbliga ad applaudire una politica basata soltanto sull’immagine e... sotto il vestito niente? Oppure a parlar d’altro per distrarre il pubblico come si usa fare per accalappiar le allodole e friggerle in padella?
Mentre Tremonti mandava in scena il suo capolavoro economico e finanziario, Berlusconi teneva anche lui il palcoscenico da par suo sulla sicurezza e sulla giustizia.
Bloccava ogni notizia sulla magistratura inquirente e scriveva al presidente del Senato una lettera che farà storia, assumendosi la diretta responsabilità del congelamento dei processi, giurando naturalmente sui suoi figli la sua innocenza e accusando d’esser sovversivi i giudici che pretendono di giudicarlo.
«Ci riporta di nuovo ad una situazione che speravamo di aver superato» ha detto Veltroni dinanzi all’assemblea dei democratici preannunciando una resistenza ferma e responsabile. Gli organi rappresentativi della magistratura hanno anch’essi reagito con composta fermezza allo stravolgimento dello stato di diritto. Il presidente della Repubblica continua a sottolineare la gravità di questa situazione. La stessa opinione pubblica, ancorché imbambolata dalle televisioni, mostra qualche primo segnale di resistenza: il consenso a Berlusconi che aveva toccato il tetto-record del 58 per cento a metà maggio, quattro giorni fa è sceso di quattro punti al 54 per cento.
Ma appena un anno fa la pubblica opinione avrebbe reagito con ben diversa energia a queste sceneggiate. Il deterioramento dello spirito pubblico ha molte cause: paura del nuovo, aumento degli egoismi, difficoltà di tirare avanti la vita e per i giovani di costruirne una nuova, mediocrità delle classi dirigenti sia di destra sia di sinistra, rifugio nell’antipolitica e nel «gossip» come antidoto alla frustrazione.
La conseguenza è un Paese fermo, ripiegato sui luoghi comuni che deturpano il senso comune. Intanto la linea di successione di questa Repubblica in cerca di un Lord Protettore è già stabilita: sarà Giulio Tremonti dopo il Berlusconi IV. Fini non sarà contento ma Bossi sì: è il nordismo, bellezza, nella sua peggiore declinazione.
Cento metri quadri in una notte. Si ripete ad agosto l’Olimpiade dell’edilizia clandestina. I primatisti delle costruzioni illegali sono ancora a Pianura. Ma qualcosa sta cambiando, confida un tassista che d’estate diventa imprenditore. E cosa cambia? «È più facile trovare la manodopera, basta andare in una certa piazza».
Quale? «Prima, era Porta Capuana. Ora piazza Principe Umberto». Si guarda intorno: «Se ci spostiamo, posso parlare meglio...». Chiede di allontanarci. «È un lavoro pulito questa volta, ma non si sa mai». Ha una squadretta di operai, si sono fermati per mangiare, devono rifare la cucina di un ristorante in una zona non facile, «qui i guappi o ci sono o ci fanno», ha paura. Il tassista-imprenditore guida con prudenza nel buio di un’attività che d´estate rende molto. «Quello del muratore di Ferragosto è il più bel mestiere per chi ha necessità o buona volontà, e per chi ci sa fare». Le squadre, dice lui, sono di almeno dieci elementi. «Sei maestri e quattro manovali, questa è la paranza perfetta per un lavoro importante. Non come il mio, è robetta, e non c’è niente di male. I sei maestri si devono conoscere, sono quasi sempre gli stessi ogni anno, il capo cerca i manovali a piazza Principe Umberto. Alle sette, sette e mezza. Prima arrivavano da Caivano con i pullman delle Tpn, le tramvie Provinciali. Ora anche da altri posti. I migliori piastrellisti. Ma ci sono ora gli ucraini, ragazzi che pavimentano 50 metri al giorno e non sono più grezzi, ma precisi, rifiniti». Ne indica uno: è l’unico che beve birra.
«Costano 70 euro al giorno, anche 60. Si spiega il lavoro da fare, si fissa il prezzo, e l’operaio monta in macchina». Un mercato di uomini. Lo racconta come se fosse normale. Più penoso quello di Lago Patria, dove alle 7 la corriera da Mondragone scarica i disperati: prostitute polacche e manovali per i lavori nelle masserie, anche abusivi di edilizia, bianchi e neri, quelli che sanno far poco, solo carne da lavoro, 30 euro al giorno.
Le tecniche, spiega un ingegnere: «È un mondo da combattere, perché non si dà tempo al calcestruzzo di essiccare. Le prove si fanno dopo 28 giorni. Cosa volete che siano poche ore? È un pregiudizio per la costruzione, chi commissiona un lavoro abusivo è un incosciente». Rivela ancora: «Di sera si porta il materiale. Lo si accumula. Sotto Ferragosto, all´imbrunire, si montano le casseforme di legno, all’interno si posiziona il ferro, si getta quindi il calcestruzzo, è poi la volta dei mattoni forati che formano il cosiddetto tompagno, all’alba è tutto pronto, si passa all’intonaco. Una notte, anche centro metri quadrati se ci sanno fare».
L’illegalità ha un costo. Il privato che affida un lavoro senza licenza lo sa. L’ingegnere, sempre più sdegnato: «Non c’è progetto, non c´è licenza, non c’è niente. Né legalità ma neanche sicurezza. Lavorano i cottimisti. La parte più delicata è quella del calcestruzzo. Per un’opera modesta occorrono almeno cinque betoniere. Se arrivano i controlli, sono sequestrate. Si paga tutto al doppio, in anticipo e tutto al nero». Le tariffe. «In condizioni regolari 150 euro a metro quadro. Dipende dalle zone. Massimo 200. Per le costruzioni abusive giusto il doppio, dai 300 ai 400 euro. E se arrivano i vigili? «I soldi li perde chi commissiona il lavoro».
Ma arrivano i vigili? La sezione Antiabusivismo è al Vomero Alto. Comandante Antonio Baldi, da vent´anni. Per esperienza e preparazione tecnica è considerato tra i migliori in Italia. Ma i vigili sono pochi: 124. D’estate, quando le ferie coincidono con gli scempi più gravi, diventano 50. Ferie, mancanza di risorse per gli straordinari, anarchia ormai conclamata in attesa del nuovo comandante, Luigi Sementa: sono buoni motivi perché una metropoli si arrenda all’illegalità? «I vigili fanno molto e bene. Ovvio, nei limiti umani», Antonio Baldi fa da scudo alle critiche. I controlli sono stati troppo modesti in rapporto al fenomeno, rigorosi e impeccabili però valutando le forze disponibili. La sezione ha scoperto nel 2007 oltre 160 mila metri cubi di costruzioni abusive, su un suolo di 74 mila metri quadri. L’ufficio di Baldi vanta 75 mila pratiche aperte con denunce. Pianura peggio di tutte tra le Municipalità. Le demolizioni sono in calo, nonostante l’ingaggio di un generale in pensione, Antonio Gagliardo.
I carabinieri si sono occupati anche di abusi edilizi a Ferragosto, scoprendo lavoratori clandestini. Un imprenditore arrestato. Ma si annuncia un autunno di estremo rigore, con il "Mistrals", un satellite che rileverà le modifiche degli immobili di ora in ora. Appare molto deciso anche l’assessore comunale Felice Laudadio, docente universitario e amministrativista di grido. «Alcuni quartieri sono sotto particolare controllo. Certi abusi sono stati ormai mirati e a settembre si procederà alla demolizione. Chiaia e Posillipo i primi».
A Posillipo gli specialisti della polizia urbana hanno avuto singolari contrasti di opinione. Una signora non l’ha ammesso. Un appartamento realizzato dietro la struttura principale. «Le assicuro: è una stalla». Ma lei è una professoressa, perché la stalla? «Voglio diventare coltivatrice diretta».
Il punto di maggiore convergenza, o completa coincidenza, tra maggioranza e opposizione, compresa la stampa estera (per anni l'unica vera opposizione a Berlusconi), rappresentata dal settimanale Newsweek è sicuramente il giudizio sul successo di Berlusconi nell'affrontare l'«emergenza rifiuti» in Campania. Un'emergenza, dopo i risultati immediati di Napoli «ripulita», che si avvia verso la sua definitiva soluzione. Ma è proprio così? Analizziamo le principali misure adottate.
Uno. Berlusconi ha nominato il capo della Protezione civile, Bertolaso, sottosegretario all'emergenza rifiuti in Campania. Bertolaso era già stato commissario straordinario nello stesso ruolo e si era dimesso con un atto da molti assimilato a una fuga. Una fuga dovuta alla mancata realizzazione del piano di nuove discariche in cui smaltire i rifiuti che si andavano accumulando per strada. Pochi giorni dopo la sua «rinomina» la magistratura campana ha azzerato i vertici della Protezione civile proprio per reati attribuiti al modo assai «disinvolto» in cui aveva gestito i rifiuti campani. Ora, o la magistratura campana fa parte di un complotto teso a perpetuare il disastro, come sostiene Berlusconi, che per questo l'ha esautorata, oppure la nomina di Bertolaso andrebbe sottoposta a beneficio di inventario.
Due. Berlusconi avrebbe liberato in meno di tre mesi le strade della Campania dai rifiuti. La rimozione dei rifiuti era stata realizzata in gran parte dall'esercito durante la gestione del predecessore di Bertolaso. Con i rifiuti raccolti per strada - circa 300 mila tonnellate - Di Gennaro aveva riempito la discarica di Serre, spedito diverse decine di migliaia di tonnellate in Germania e aperto una serie di «depositi temporanei»: cioè accumulato dentro capannoni industriali tonnellate e tonnellate di rifiuto tal quale, rimasto lì a putrefare per mesi, evitando tra l'altro - non si sa perché - di usare una discarica perfettamente attrezzata, in località Parco Saurino (Ce), misteriosamente rimasta inutilizzata sia sotto Di Gennaro che sotto Bertolaso. Da allora quei «depositi temporanei» non sono stati più svuotati. I rifiuti che Bertolaso ha rimosso dalle strade, quindi, sono solo 15 mila tonnellate residue, che ha potuto smaltire nelle «nuove» discariche di S. Arcangelo e Savignano predisposte anch'esse da Di Gennaro. Discariche aperte in violazione di impegni sottoscritti dai precedenti commissari, solo grazie all'intervento dell'esercito, autorizzato a difenderle dalle comunità locali come «siti di interesse strategico nazionale». Un precedente le cui conseguenze sono state sottovalutate: tornerà molto utile al governo per impedire a chiunque di ficcare il naso nella conduzione degli impianti nucleari che ha in programma.
Tre. Berlusconi ha varato un piano di nuove discariche. Le undici discariche in programma sono quanto basta per sotterrare i rifiuti urbani di tutta la Campania per anni, anche se non venisse fatto nemmeno un grammo di raccolta differenziata. Perché questa dilatazione, nel tempo e nelle dimensioni, del sistema più vecchio, inquinante, insalubre e distruttivo di «smaltire» i rifiuti? Per evitare, in attesa degli inceneritori - che, come mostra il caso di Acerra, tarderanno parecchio a arrivare - il trattamento intermedio: quello che nel rifiuto indifferenziato separa il secco dall'umido, la frazione organica da quella combustibile e dal sottovaglio. In questo modo si garantisce al futuro incenerimento l'intera produzione di rifiuti: esattamente quello che voleva e ha fatto la Fibe in sei anni di gestione sciagurata dei rifiuti campani, realizzando discariche non autorizzate sotto forma di depositi temporanei di «ecoballe».
Quattro. Berlusconi ha imposto la realizzazione di quattro inceneritori. Perché quattro, con una capacità equivalente all'intera produzione di rifiuti urbani della regione senza raccolta differenziata (Rd)? Per smaltire rifiuto tal quale, ben sapendo che in queste condizioni l'obiettivo del 50% di Rd non avrà alcuna possibilità di essere perseguito, come otto anni di attesa dell'inceneritore di Acerra hanno ampiamente dimostrato. Ma che convenienza c'è mai in tutto ciò? Nessuna, se ci si attiene ai costi industriali delle diverse operazioni: raccolta differenziata, riciclaggio, compostaggio, trattamento intermedio del residuo, incenerimento, discarica. Ma miliardi (di euro!), invece, se bruciando rifiuti si incassano gli incentivi CIP6, che erano stati aboliti in ottemperanza alla normativa europea, e che Prodi ha reintrodotto per il solo inceneritore di Acerra e il Pd ha voluto estendere a tutti i futuri inceneritori campani. Miliardi che gli utenti i saranno tenuti a pagare con la bolletta elettrica.
Cinque. Berlusconi sostiene che i 4 inceneritori servono per bruciare il «pregresso»: gli 8 milioni di tonnellate di «ecoballe» che Fibe e Commissari straordinari hanno accumulato in attesa di incassare gli incentivi CIP6 non potranno mai venir smaltite in un normale inceneritore, ma su quelle ecoballe non si sa che cosa contengano e i pochi saggi effettuati hanno provato che non possono finire né in un inceneritore né in una discarica normale, dato che approfittando delle «distrazioni» delle autorità, la camorra è riuscita a infilarci dentro di tutto. Ci vogliono degli impianti ad hoc, che non hanno niente a che fare con il trattamento dei rifiuti urbani. Ma è certo anche prima che si cominci a bruciare le ecoballe nei nuovi inceneritori e a gratificarne lo «smaltimento» con gli incentivi CIP6, entrambe le decisioni verranno impugnate dalla Commissione europea, aprendo le porte a una nuova procedura di infrazione contro l'Italia.
Sei. Berlusconi, per prevenire questi divieti, ha autorizzato le discariche, gli inceneritori e persino i depuratori della Campania a ricevere rifiuti e reflui tossici, contrassegnati con codici Cer (codice europeo dei rifiuti) che ne vietano il trattamento in impianti ordinari. E questo, nonostante che la Campania, oltre a una straordinaria dotazione di impianti di trattamento intermedio dei rifiuti urbani (i cosiddetti Cdr di cui il piano di Berlusconi prevede lo smantellamento), abbia anche una dotazione straordinaria di impianti di depurazion ove trattare il percolato delle discariche: tutti fuori uso per una gestione scellerata, ma facilmente riattivabili per chi avesse una cultura della manutenzione. E' ovvio che anche questa decisione verrà impugnata dalla Commissione europea, con il rischio di nuove penali, ma anche di rimandare sine die la soluzione dell'emergenza. La quale non può trovare soluzione che in una gestione ordinaria, fondata sulla Rd spinta - prevista, è vero, dal piano Berlusconi, ma senza alcuna misura concreta per attivarla - e nel trattamento mirato delle diverse frazioni raccolte, compresa quella del rifiuto indifferenziato.
Riassumendo: la «pulizia» di Napoli - o, meglio, del suo centro - e la violazione dei patti per aprire le due nuove discariche in cui stipare la nuova produzione di rifiuti erano già state realizzate quasi completamente sotto Di Gennaro. Berlusconi si è preso la gloria di un lavoro altrui.
La «strategia» per risolvere definitivamente il problema, cioè la costruzione di quattro inceneritori, è ancora tutta da realizzare; e non sarà facile: per adesso funzionano a pieno ritmo le discariche, mentre vengono lasciati inutilizzati gli impianti di Cdr che potrebbero risolvere in modo pulito e economico il problema nel giro di pochi mesi. Per far funzionare i futuri inceneritori, Berlusconi, con l'aiuto del Pd, ha reintrodotto gli incentivi CIP6 a spese di tutti gli utenti elettrici del paese e ha autorizzato il trattamento di rifiuti e reflui tossici sia nelle discariche e negli inceneritori che nei depuratori.
Quanto alla raccolta differenziata, può attendere: se non si farà, si sotterrerà o si brucerà tutto. Se si farà, la Campania, per tenere accesi i suoi inceneritori, potrà continuare a ricevere rifiuti da altre regioni, come ha sempre fatto.
In compenso è stato smantellato il controllo di legalità sulla gestione dei rifiuti (abolendo il principio del giudice naturale) e è stato messo l'esercito a presidiare i «siti di interesse nazionale»: due precedenti che renderanno la difesa dell'ambiente ardua per tutti, in tutta l'Italia, per tutti gli anni a venire.
Famiglia Cristiana
Il presidente spazzino nel "paese da marciapiede"
editoriale
Bene fa il Governo a prendere provvedimenti su annosi problemi (nella foto: Berlusconi a Napoli). Ma riuscirà a fugare il sospetto che quando è al potere la destra i ricchi si impinguano e le famiglie si impoveriscono?
È un "Paese da marciapiede" quello che sta consumando gli ultimi giorni di un’estate all’insegna della vacanza povera, caratterizzata da un crollo quasi del 50% delle presenze alberghiere nei luoghi di vacanza. Dopo vari contrasti tra Maroni e La Russa, sui marciapiedi delle città arrivano i soldati, stralunati ragazzi messi a fare compiti di polizia che non sanno svolgere (neanche fossimo in Angola), e vengono cacciati i mendicanti senza distinguere quelli legati ai racket dell’accattonaggio da quelli veri.
A Roma il sindaco Alemanno, che pure mostra in altri campi idee molto più avanzate di quelle che il pregiudizio antifascista gli attribuisce, caccia i poveri in giacca e cravatta anche dai cassonetti e dagli avanzi dei supermercati. Li chiamano scarti, ma lì si trovano frutta e verdura che non sono belli da esporre sui banchi di vendita. E allora se vogliamo salvare l’estetica, perché non facciamo il "banco delle occasioni", coprendo con un gesto di pietà (anche qui "estetico"), un rito che fa male alle coscienze? Nei centri Ikea lo si fa, e nessuno si scandalizza. Anzi.
Ma dai marciapiedi sparisce anche la prostituzione (sarà la volta buona?) e sarebbe ingeneroso non dare merito al Governo di aver dato ai sindaci i poteri per il decoro e la sicurezza dei propri cittadini. A patto, però, che la "creatività" dei sindaci non crei problemi istituzionali con questori e prefetti e non brilli per provvedimenti tanto ridicoli quanto inutili; e che il Governo non ci prenda gusto a scaricare su altri le sue responsabilità, come con l’uscita tardiva e improvvida (colpo di sole agostano?) della Meloni e di Gasparri, che hanno chiesto ai nostri olimpionici di non sfilare per protesta contro la Cina (il gesto forte, se ne sono capaci, lo facciano loro, i soliti politici furbetti che vogliono occupare sempre la scena senza pagare pegno!).
Tornando al "Paese da marciapiede", ha fatto bene il cardinale Martino, presidente del Pontificio consiglio per i migranti, ad approvare la lotta al racket dell’accattonaggio senza ledere il diritto di chiedere l’elemosina da parte di chi è veramente povero. Il cardinal Martino ha posto un dubbio atroce: la proibizione dell’accattonaggio serve a nascondere la povertà del Paese e l’incapacità dei governanti a trovare risposte efficaci, abituati come sono alla "politica del rattoppo", o a quella dei lustrini?
La verità è che "il Paese da marciapiede" i segni del disagio li offre (e in abbondanza) da tempo, ma la politica li toglie dai titoli di testa, sviando l’attenzione con le immagini del "Presidente spazzino", l’inutile "gioco dei soldatini" nelle città, i finti problemi di sicurezza, la lotta al fannullone (che, però, è meritoria, e Brunetta va incoraggiato). Ma c’è il rischio di provocare una guerra fra poveri, se questa battaglia non la si riconduce ai giusti termini, con serietà e senza le "buffonate", che servono solo a riempire pagine di giornali.
Alla fine della settimana scorsa sono comparse le stime sul nostro prodotto interno lordo (Pil) e, insieme, gli indici che misurano la salute delle imprese italiane. Il Pil è allo zero, ma le nostre imprese godono di salute strepitosa, mostrando profitti che non si registravano da decenni. L’impresa cresce, l’Italia retrocede. Mentre c’è chi accumula profitti, mangiare fuori costa il 141% in più rispetto al 2001, ma i buoni mensa sono fermi da anni. L’industria vola, ma sui precari e i contratti è refrattaria. La ricchezza c’è, ma per le famiglie è solo un miraggio. Un sondaggio sul tesoretto dei pensionati che sarà pubblicata su Club 3 dice che gli anziani non ce la fanno più ad aiutare i figli, o lo fanno con fatica: da risorsa sono diventati un peso.
È troppo chiedere al Governo di fugare il sospetto che quando governa la destra la forbice si allarga, così che i ricchi si impinguano e le famiglie si impoveriscono?
la Repubblica
La scelta delle gerarchie
di Edmondo Berselli
Alla fine per rintuzzare le critiche di Famiglia Cristiana al governo Berlusconi e per spegnere il focolaio delle polemiche è dovuto intervenire il direttore della sala stampa del Vaticano: e in quel momento si è capito che se padre Federico Lombardi aveva scelto di intervenire ai microfoni del Tg1 voleva dire che sullo sfondo si erano mosse le alte gerarchie, chissà, la segreteria di Stato, la presidenza della Cei, evidentemente preoccupate per la piega presa dagli eventi, e dalla durezza delle risposte nel governo e nel Pdl.
E difatti padre Lombardi, con le sue misuratissime parole, ha provveduto a ripartire le competenze e a definire le responsabilità: Famiglia Cristiana, ha detto il portavoce del papa, è un giornale importante del mondo cattolico ma non rappresenta affatto la linea del Vaticano o della Cei, e quindi i suoi giudizi identificano soltanto chi li ha scritti e il direttore del settimanale, don Antonio Sciortino.
Difficile immaginare una presa di distanza più radicale. Non si ricordano interventi equilibratori di questo tenore allorché il settimanale dei Paolini aveva criticato aspramente Romano Prodi e il suo governo, e più tardi il «pasticcio in salsa pannelliana» del Pd. E a questo punto viene anche da chiedersi per quale motivo le alte sfere vaticane hanno deciso un intervento che ha tutta l’aria di voler ridurre ufficialmente a Famiglia Cristiana a voce periferica e irrilevante.
Si può dissentire dalle valutazioni espresse dall’editorialista Beppe Del Colle, o comunque giudicare esasperato il giudizio secondo cui con misure come «la sciocca e inutile trovata» delle impronte digitali ai bimbi rom il nostro Paese sfiora il rischio di un nuovo fascismo. Ma nondimeno, per inquadrare decentemente i fatti, occorre anche considerare che il più importante e venduto giornale cattolico rappresenta un punto di vista significativo nella cultura cattolica, e non solo cattolica, italiana.
Sotto questa luce, non è facile definirlo politicamente. Destra e sinistra non sono termini che possono restituire integralmente la posizione storicamente rappresentata dal giornale dei Paolini. Infatti Famiglia Cristiana si colloca rigorosamente nella tradizione cattolica per ciò che riguarda la concezione della famiglia, e su altri temi che attengono al magistero etico della Chiesa. Ma nello stesso tempo il settimanale ha sempre rappresentato un punto di riferimento per il cattolicesimo più aperto e non impaurito dalla modernità. L’ortodossia verso il magistero papale, insieme con l’amore filiale manifestato verso i pontefici da Wojtyla a Ratzinger, non ha mai impedito ai Paolini, prima sotto la direzione di don Leonardo Zega e poi con la guida di don Sciortino, di esporre una propria linea culturale e finanche "sociale", legata a quelle inquietudini conciliari che hanno vivificato a lungo il cattolicesimo italiano e che hanno trovato nel papato di Montini l’espressione più compiuta, e nel pensiero del cardinale Martini la presenza più suggestiva.
Sarebbe una sciocchezza attribuire alla direzione di Famiglia Cristiana e ai suoi giornalisti un orientamento esplicitamente di sinistra. Si scadrebbe al grado di livore manifestato in questi giorni da Maurizio Gasparri, e dalle controaccuse di fascismo da parte dell’ex Udc Carlo Giovanardi (che si è scagliato contro i «toni da manganellatore» che don Sciortino consente ai suoi collaboratori). Eppure, non ci sono dubbi che nel corso degli anni Famiglia Cristiana ha rappresentato una delle sempre più rare isole di riflessione e anche di critica verso l’ineluttabilità del disincanto politico, e verso l’edonismo cinico che ha segnato l’ultima fase della modernizzazione del nostro Paese.
Se esiste un luogo in cui persiste un atteggiamento non corrivo, cioè non arrendevole, verso la brutalità e la volgarità dell’Italia consumista e televisiva, questo è stato ed è Famiglia Cristiana. Prendere tale atteggiamento e proiettarlo come una critica essenziale verso il berlusconismo può essere una forzatura: ma nondimeno è connaturata alla mentalità del giornale dei Paolini l’idea di una società sobria, esente dai fulgori effimeri, dagli amori fatui, dall’iperconsumo irresponsabile. E di converso di una partecipazione alla sofferenza degli umili, qualunque sia il loro posto nella società dell’euforia coatta. Una condivisione dettata dalla fede, dall’umanità, dalla curiosità verso ciò che è diverso, e dalla disponibilità culturale verso ciò che è inedito.
Che da destra si manifesti un’insofferenza tanto acuta verso il settimanale cattolico sembra la dimostrazione palese che il rapporto con il mondo cattolico viene sentito sotto un aspetto strumentale e problematico. Come una risorsa politica ed elettorale, ma anche come una possibile fonte di delegittimazione. D’altronde, appartiene interamente allo spirito di Famiglia Cristiana la critica verso quei provvedimenti governativi di taglio spettacolare, che sembrano fatti apposta per aumentare l’inquietudine dei cittadini, vale a dire per intensificare l’allarme sociale che dichiarano di voler combattere (con rischi, se non di un nuovo "fascismo", di un circolo vizioso di misure sempre più aspre e sempre più inadeguate rispetto all’allarme generato).
Non è facile oggi stare dentro i panni del direttore di Famiglia Cristiana. Rappresenta una posizione impopolare rispetto a quel mondo cattolico, maggioritario, che dopo la fine della Dc ha scelto di farsi rappresentare dalla destra. Non troverà sostegni apprezzabili a sinistra, dove la parte laica guarderà sempre con sfavore le sue posizioni sui temi politicamente sensibili della bioetica. Ma il pericolo maggiore, prima ancora delle proteste di chi viene criticato, e che riguarda tutti i cattolici consapevoli, è quello di restare schiacciati da un implicito patto di potere fra la destra trionfante di questa stagione e il realismo politico delle gerarchie vaticane: cioè dalla strana e nuova conciliazione che sembra delinearsi, un nuovo patto di interessi e di potere che potrà premiare la Chiesa come istituzione temporale, ma che lascerebbe senza voce un cattolicesimo che ancora accetta di misurarsi con i dubbi, le incertezze e le angosce del nostro tempo.
Una dichiarazione del Comitato Olimpico Internazionale, diffusa all’indomani della guerra fra Georgia e Russia, riassume molto bene l’epoca in cui viviamo e lo stato mentale che la caratterizza: stato fatto di cecità, ignoranza, stupidità militante, irresponsabilità. «Non è quello che il mondo vorrebbe in questo momento vedere», sentenzia a Pechino il Comitato, e forse non sa quanto è fedele al vocabolario dominante nei governi e nei giornali d’Occidente. Anch’essi non vogliono guardare quel che accade e di conseguenza non lo vedono: non da oggi, ma da decenni. Ci si dichiara delusi, traditi, come se le Olimpiadi non fossero state questo sempre, dalle tirannidi greche antiche fino ai Giochi di Hitler nel ’36: un intreccio di bellezza estatica e di brutture, un fascinoso mito d’armonia poggiato sul duro pavimento di realtà fratricide. Le Olimpiadi sono sempre state un mondo parallelo, e lungo i millenni non hanno mai sostituito il mondo effettivo anche se ne hanno raffigurato le illusioni: l’umanità naviga triste verso lidi di felicità fittizia nelle odi di Pindaro come nella modernità.
Le Olimpiadi del 2008 non sono state infangate. La stupidità umana è un fango che precede il mito anche quando se ne nutre, e la caucasica guerra estiva lo conferma: non si può neppure escludere che i bellissimi simboli d’unità a Pechino siano un’immagine insopportabile per il cuore geloso di Mosca, che vede l’impero cinese affermarsi e il proprio degenerare. Al momento tuttavia Putin sembra vincente.
La Georgia non pare aver ripreso i territori che ritiene suoi e si ritira, Washington che era il principale alleato di Tbilisi cerca di negoziare soluzioni Onu accettabili per Putin. Vacilla infine la strategia occidentale alle periferie russe: l’incorporazione nella Nato di Georgia e Ucraina s’allontana.
Sono quasi vent’anni che non vediamo, non ci prepariamo, non pensiamo veramente la fine dell’impero sovietico. Quest’intermezzo era colmo di premonizioni ma l’abbiamo traversato con occhi bendati e idee defunte: con reminiscenze di Hitler e dei cedimenti democratici del ’38, con lo spirito resuscitato del ’14-’18 e dell’autodeterminazione dei popoli. In questi anni la mondializzazione ha messo le radici, accelerata da Cina e India, ma nessuno strumento è stato apprestato per governarla. L’unica bussola resta il predominio unilaterale americano, la sua presenza sempre più estesa in zone strategiche ricche di petrolio e gasdotti. L’unica lente attraverso cui si guarda il reale è quella dell’equilibrio delle potenze, della balance of power che gioca un nazionalismo contro l’altro. Clinton non è Bush junior ma il suo atteggiamento, come quello di Bush padre, non fu diverso. La fame di controllo sul Caucaso ha accomunato tre presidenze Usa, spegnendo i primi passi russi verso il post-nazionalismo e accrescendo nei suoi dirigenti il senso di umiliazione, offesa, risentimento.
In questa vecchia politica si mescolavano due ideologie. La prima immaginava un mercato mondializzato che poteva fare a meno della politica proprio mentre si moltiplicavano nel mondo conflitti più che mai politici su risorse e petrolio. La guerra in Iraq è stata l’acme del Grande Gioco attorno alle risorse, cui si sono aggiunte le interferenze nel Caucaso, la Nato usata come gingillo di potenza, le basi militari insediate in Asia centrale durante le guerre anti-terrore. La seconda ideologia è il nazionalismo etnico, che è riemerso nel pensiero occidentale cancellando la lezione di due guerre mondiali catastrofiche. L’aggressione serba contro i separatismi jugoslavi è sfociata in una guerra che ha visto l’Occidente intervenire a giusto titolo per evitare carneficine ma senza idea alcuna sulle società multietniche da ricostruire. I cedimenti mentali si sono susseguiti: si cominciò con l’appoggio a nazioni omogenee (l’accordo di Dayton suddivise la Bosnia in tre clan etnici) e si finì con il beneplacito alla secessione del Kosovo nel 2008. La sconfitta Usa ed europea ha inizio allora: se il mondo ragiona come nel ’14, non stupisce che anche Putin manipoli le etnie a proprio vantaggio.
Ora ci si indigna tutti sorpresi, ma quel che succede è una logica conseguenza di queste resuscitate idee defunte. E non voler vedere serve a poco, perché il non-visto esiste pur sempre e non eclissa colpe, omissioni, follie che sono di tutti. Non eclissa innanzitutto le colpe del Presidente georgiano, al potere dopo la Rivoluzione delle Rose del 2003. Il regista Otar Iosseliani, intervistato da La Repubblica, lo chiama «un folle, nel senso letterale del termine»: «Siamo nelle mani di un uomo che non ha la minima idea di come si governa ed è in preda al suo delirio di onnipotenza. È evidente che si è fatto prendere dal panico, abboccando alle provocazioni della Russia». Non meno folle è Putin, «anche se molto più intelligente»: non vuol rassegnarsi alla perdita dell’Urss, non ha mai accettato la sovranità della Georgia. Sono anni che eccita Abkhazia e Ossezia del Sud, ai confini georgiani, russificandole. Quasi tutti gli osseti del Sud hanno ottenuto in questi anni passaporti da Mosca e da Mosca sono tutelati.
Una debole tregua era stata instaurata, ai tempi di Shevardnadze presidente georgiano ed ex ministro degli Esteri di Gorbaciov. Truppe di interposizione erano state schierate nella regione - sulla base d’un accordo russo-georgiano stipulato il 24 giugno ‘92 - composte da russi, georgiani, osseti. È questo ordine che il nuovo presidente georgiano ha violato, aggredendo l’Ossezia del Sud e ignorando due referendum favorevoli all’indipendenza. È probabile non abbia agito da solo, e che nella sua follia ci sia del metodo. È il metodo di chi si sente spalleggiato, se non istigato. Alle sue spalle c’è un’America che mira a un’egemonia senza saperla esercitare; che da anni addestra militari georgiani, finanzia il nazionalismo di Tbilisi, promette l’adesione alla Nato più per accendere incendi che per spegnerli. È la crescente presenza Usa nel Caucaso e in Asia centrale che ha spinto anche il Cremlino alla follia. Senza l’appoggio Usa, Saakashvili sarebbe stato meno avventurista. Il suo metodo è l’attacco bellicoso, visto come sostituto della politica. Nato e Unione Europea sono per lui non strumenti di pacificazione, ma attrezzi di guerra.
Infine c’è l’irresponsabilità, vasta, dell’Europa. Sono anni che alle sue periferie si guerreggia, e ancora non ha preso forma un pensiero forte, convincente per Mosca e le nazioni che per secoli erano nella sfera d’influenza russa. Fra l’offerta d’adesione e l’indifferenza c’è il nulla, e il continuo tergiversare facilita ogni sorta di provocazioni. Non solo: l’adesione è offerta sbadatamente, dimenticando le radici ideali dell’Unione. Si appoggia la sovranità georgiana, ma senza spiegare che la sovranità in Europa non è più assoluta. Si permette al leader georgiano di usare la bandiera europea, e di stravolgerla. Per Saakashvili essa è un arma, più che un ponte. La cultura dell’Unione è del tutto assente nel suo ragionare, e di simile ignoranza gli europei non sono incolpevoli. A Tbilisi come a tanti dirigenti dell’Est non è stato detto che nazionalismo e irredentismo non sono più di casa nella comunità europea, né le Riconquiste che violano tregue. Putin non è d’accordo ma lui, almeno, non sventola la bandiera dell’Unione quando parla. Iosseliani ne è certo: «L’esercito georgiano è convinto di poter vincere, perché immagina di avere alle spalle la comunità internazionale e perché la comunità internazionale lo ha illuso. Così la Georgia si trasformerà in una piazza d’armi che si estenderà all’Abkhazia e poi all’Ucraina, e dove si combatteranno indirettamente le due superpotenze, Russia e Stati Uniti». La guerra è ancora in corso, anche se la sua macchina magari si fermerà un po’. Al posto di guida, intanto, c’è la forza di Putin: forza militare, forza di ricatto energetico, forza di chi scruta il nostro vuoto e non è portato a far a
«Durante la campagna elettorale dell'aprile scorso, diversi partiti politici hanno sostenuto la necessità e l'utilità della termovalorizzazione dei rifiuti urbani quale strumento decisivo, assieme alla raccolta differenziata, per superare le emergenze ambientali attuali e quelle future». Così comincia un documento dal titolo eloquente di Proposta per un Piano nazionale dei termovalorizzatori dei rifiuti urbani (Pnt) diffuso dall'Anida (ufficialmente Associazione nazionale imprese difesa ambiente, in realtà il club degli inceneritoristi italiani), che propone di ricoprire il suolo patrio di nuovi inceneritori di rifiuti urbani e assimilati: per l'esattezza, 100 impianti da 170 mila tonnellate all'anno ciascuno, per soddisfare il fabbisogno del paese. In subordine, solo 80, oppure, tanto per cominciare, 35 da 250 mila tonnellate all'anno nel periodo 2008-2015 e 15 (totale 50) entro il 2020. Ovviamente, per bruciare rifiuto senza quel trattamento preliminare - prescritto dall'Ue - che estrae dalla frazione indifferenziata solo la parte combustibile non altrimenti recuperabile, il cosiddetto Cdr (combustibile derivato dai rifiuti); trattamento che l'Anida considera un costo superfluo, dato che gli inceneritori possono bruciare tutto. Con il prezzo attuale del petrolio, il Cdr è diventato conveniente per impianti di altro tipo (cementifici, altoforni, fornaci, centrali termoelettriche e persino navi), che se lo disputano come additivo al combustibile di base, rischiando di lasciare a secco gli inceneritori.
E' la linea di condotta adottata 7 anni fa in Campania dal gruppo Fibe-Impregilo, che, per non cedere a altri il Cdr che avrebbe dovuto estrarre dai rifiuti campani, sui quali contava di lucrare i ricchi incentivi cosiddetti Cip6 destinati al futuro inceneritore di Acerra, ha riempito le campagne della regione con 8 milioni di tonnellate di «ecoballe»; che non sono Cdr, ma rifiuto indifferenziato malamente imballato e accatastato in discariche non a norma e che, dato il loro dubbio contenuto, la normativa europea proibisce anche di bruciare in un inceneritore.
Per questo, quando l'inceneritore di Acerra - e gli altri tre previsti in Campania - cominceranno a bruciare le prime ecoballe, è quasi certo che l'Ue avvierà contro l'Italia una nuova procedura di infrazione, che finirà per costare al contribuente italiano multe salatissime che andranno a aggiungersi al contributo riscosso per finanziare gli incentivi Cip6. Si tratta di incentivi grazie ai quali l'energia elettrica prodotta dagli inceneritori viene pagata quattro volte il suo costo di produzione in un impianto di termogenerazione normale; erano stati aboliti in tutto il resto del paese dal governo Prodi - non tanto per volontà dei Verdi, ma per uniformarsi alla normativa europea - ma sono stati poi reintrodotti, prima dallo stesso Prodi, per il solo inceneritore di Acerra; poi, con un emendamento al dl 90 (ora legge 123/08) proposto dal Pd, per i quattro i futuri inceneritori della Campania, e ora se ne parla anche per tutti gli inceneritori che verranno realizzati in Calabria, Puglia e Sicilia.
In quest'ultima regione, che ha presentato da tempo un piano per costruire prima 13 inceneritori, poi ridotti a 4, è già stato siglato un accordo di massima che introduce la regola deliver or pay¸in base a essa la quantità di rifiuti da conferire all'inceneritore viene fissata in maniera autoritativa fin dall'inizio insieme alla tariffa di conferimento; se un comune fa troppa raccolta differenziata e non conferisce all'inceneritore abbastanza rifiuto indifferenziato, paga lo stesso: così impara a esagerare!
E' la regola che anche il gruppo Fibe-Impregilo, supportato dall'Abi, voleva introdurre nel contratto di servizio con la regione e il Commissario straordinario con cui gli era stata a suo tempo affidata la gestione di tutti i rifiuti campani. Una regola che, pur non essendo stata formalizzata, è stata messa in pratica, trasformando i 7 impianti Cdr della Campania in meri impacchettatori di rifiuto indifferenziato, oltre che imponendo lo smantellamento di alcuni impianti di compostaggio che rischiavano di far percepire al pubblico i grandi vantaggi di una vera raccolta differenziata. Insomma queste deroghe sono verosimilmente il preludio alla reintroduzione degli incentivi Cip6 su tutto il territorio nazionale. A pretenderli non ci sono solo le regioni citate, ma gli inceneritori in progetto o in corso di costruzione di Torino, Rimini, Reggio Emilia, Trento, Milano, Roma e via incenerendo; i relativi gestori da cui le amministrazioni che ne mantengono il controllo si aspettano profitti analoghi a quelli che ha beneficiato per anni - e ancora beneficia - l'Asm di Brescia: modello per tutti i fautori dell'incenerimento, ma buco nero delle bollette elettriche italiane che, oltre ai costi della dismissione, mai realizzata, delle centrali nucleari, devono finanziare anche gli incentivi Cip6 finiti nelle tasche dei gestori degli inceneritori e delle raffinerie, ivi compreso l'Inter del petroliere Moratti, tutti magicamente trasformati da un decreto interministeriale in «fonti di energia rinnovabili».
Ma la reintroduzione a tappeto del Cip6 è soprattutto l'obiettivo non dichiarato dell'Anida e delle imprese che essa rappresenta, che sanno bene che senza sostanziosi incentivi un inceneritore non è in grado di andare avanti. Perché oltre che nocivo per la salute - la cancerosità delle sue emissioni è comprovata - e deleterio per l'ambiente - spreca, con rendimenti energetici risibili, oltre all'energia contenuta nei materiali che brucia anche quella consumata per produrli - l'inceneritore è un disastro anche in termini economici e può funzionare solo se lautamente sovvenzionato. Con tanti saluti per il mercato e le sue regole: quelle a cui nessun fautore dell'incenerimento sosterrà mai di volersi sottrarre. Infine, il documento dell'Anida non dice chi siano i «diversi partiti politici che hanno sostenuto la necessità e l'utilità della termovalorizzazione dei rifiuti urbani durante la campagna elettorale dell'aprile scorso». Ma basta andare a vedere da chi sono partite le proposte e le iniziative per estendere gli incentivi Cip6 per rendersi conto che su questo punto c'è stata, già in campagna elettorale, un'intesa cosiddetta bipartisan tra i partiti dell'attuale maggioranza e quelli dell'attuale opposizione. Un'intesa per di più segreta, o mai dichiarata, che puzza di tangenti, o comunque di spartizione dei benefici a spese del contribuente e dell'utente elettrico.
E, cosa che desta maggiore orrore, un'intesa che si è consolidata prendendo a pretesto le sofferenze inflitte per oltre dieci anni alla popolazione campana, accusata di essere precipitata nel marasma attuale per neghittosità nei confronti della raccolta differenziata, o addirittura per complicità con la camorra, che agli impianti «moderni» preferirebbe le vecchie discariche. Invece di riconoscere che all'origine della crisi campana c'è solo la decisione del gruppo Fibe-Impregilo, e di chi lo ha assecondato, di accumulare quanta più monnezza indifferenziata possibile da destinare ai futuri inceneritori; in violazione del decreto Napolitano che li obbligava a produrre vero Cdr da destinare a impianti di altre regioni: per lo meno fino a quando l'inceneritore di Acerra non fosse entrato in funzione. Una storia che oggi ci viene riproposta - alla grande; e per tutto il paese - Pnt dell'Anida.
Ho lagàt la mè cà zo n’del Kentucky
E ma so trasferìt sota Clüsù
E ‘nvece di nisüline a maie i cachi
E ‘nvece di serpencc a go i bisù
Forse basta l’ironia dei versi del Bepi [1] (una specie di Bruce Springsteen delle Valli Orobiche) a riassumere in qualche battuta tanti dei problemi di queste parti, e non solo. L’America è un sogno, quando poi arriva magari è un incubo, e non ci resta che riderci sopra, tanto per non piangere.
E giusto per partire dall’America, lo raccontava benissimo quasi un secolo fa l’ambientalista Benton MacKaye nel progetti di Appalachian Trail, come nel mondo contemporaneo ci sia un rapporto strettissimo, anche direttamente territoriale oltre che sociale ed economico, fra i sistemi montani e gli insediamenti metropolitani delle grandi pianure: acque, poi manodopera, poi puro spazio, in tutte le sue possibili forme [2].
Spazio che, quando smette per ovvi motivi di prossimità fisica di essere relativamente protetto dalla collocazione remota, rischia un destino “esurbano” e in definitiva sostanzialmente suburbano: non certo nell’accezione vagamente poetica a cui ci hanno abituato le promozioni immobiliari, ma in quella assai prosaica di sprawl a colpi di villette, palazzine, centri commerciali e capannoni. E poco importa se sull’orizzonte di questa bella raccolta di scatolame spiccano rocce, pascoli, pinete. La conclusione non cambia: si è di fronte a una schifezza impresentabile, dannosa per l’ambiente, socialmente inutile ed economicamente col fiato corto.
Qualche filologo orobico in vena polemica, potrebbe obiettare qui che i versi del Bepi si riferiscono alla Val Seriana, mentre il titolo parla in effetti di Piazzatorre, che sta nell’adiacente Val Brembana. Niente da obiettare, la geografia almeno a questo livello è una scienza esatta. È anche vero però che, ancora per tirare in ballo sogni americani assortiti, ad esempio già negli anni ’20 la scuola sociologica di Chicago spiegava come si potessero tracciare i confini della metropoli seguendo le tracce della diffusione di stampa locale e relative inserzioni pubblicitarie[3]. Basta fare una passeggiata per il centro di Milano, o per stare oltre l’Adda nei centri commerciali dell’area di Dalmine, Zingonia, Curno, Brembate, per vedere le medesime inserzioni, su manifesti e volantini: tale Tonino, Pierino, Carlino, in camicia a scacchi da travet in libera uscita, decanta il calore del legno e della pietra nelle villette sparse in tutte le valli orobiche, che aspettano la gentile clientela (sia le villette che le valli orobiche sottostanti) complete di mutuo.
Anche per restare ancor più terra terra, dalla linea delle tangenziali di Milano a velocità media, se si evitano le ecatombe serali dei giorni lavorativi, ci vuole un’oretta scarsa per arrivare all’imbocco delle valli, e un’altra mezzora per arrivare, che so, appunto a Piazzatorre. Come canta ancora il Bepi, A ghìe ü pick-up enorme piè de polver; Che ‘nvece i ma dacc ön Ape rot, ma come ben sa chiunque sia uscito su una strada italiana nell’ultimo lustro, ormai anche qui abbondano pick-up enormi (di solito del tutto scarichi), Suv e altre diavolerie. Lo sanno benissimo anche le autorità responsabili di strade e affini, che continuano a sforacchiare le valli con tunnel, bretelle, variantine e rotatorie, appunto per tentare di smistare questo flusso costante di traffico, in cui il tradizionale pendolarismo di lungo corso dei camioncini di muratori che alimenta il mercato metropolitano delle ristrutturazioni, si mescola con le massicce quote dei nuovi commuters di lusso, che mantengono la residenza in città ma usano ormai le valli come prima casa di scorta, più che casa vacanze. Il che si traduce in spazi del tutto identici nella scarsa qualità e assenza di ambienti pubblici, ma più fitti e trafficati su e giù da fuoristrada che non hanno mai calpestato altro che asfalto.
Ce lo raccontano eloquentemente anche i nuovissimi studi di Richard Florida, o quelli promossi dalla RPA newyorkese e dalla rete europea GAWK, sulle “megaregioni”: l’area metropolitana come sistema territoriale integrato ha da tempo ceduto il passo a formazioni più articolate e vaste, e tentare di ricondurre forzosamente studi e interpretazioni a categorie di epoca industriale, per non parlare di divisioni amministrative, risulta del tutto fuorviante [4].
Insomma non solo la mitica Padania proposta da alcuni tristi figuri come semplicistico bacino elettorale esiste davvero, ma in certi casi (se calcoliamo ad esempio l’isocrona delle due ore in macchina e il quadro delle relazioni di lavoro e altri spostamenti) le valli orobiche sono a tutti gli effetti dei quartieri di Milano.
E concentrandosi sul caso di Piazzatorre, lo raccontano anche i pieghevoli della promozione turistica, che qui l’alba del nuovo secolo inizia a sorgere quando i milanesi negli anni ’20 della prima ondata - elitaria ma non esclusiva - di automobilismo si accorgono di quanto sia bello e facile ritagliarsi un pezzo di natura alpina quasi sulla porta di casa. Più precisamente, sulla porta di seconda casa.
Qui da subito turismo significa in prima e seconda battuta occupazione costante dello spazio: alberghi, alloggi, ecc. quasi niente. Case private, rigorosamente vuote per la maggior parte del tempo, quasi il 100%. E quindi, in zone che erano pochissimo popolate, con un’agricoltura povera, si tratta di una crescita che più che mai si appoggia soprattutto sull’edilizia, da cui dipende qualunque altra cosa. Valga, ad esempio, il confronto con lo sfruttamento della montagna per l’attività apparentemente più vantaggiosa, ovvero lo sci alpino:
“ la gestione degli impianti di risalita è scarsamente remunerativa, se non addirittura in perdita. Ciò in quanto la gestione di tali attività è caratterizzata da altissimi costi di installazione, che incidono pesantemente nei bilanci come ammortamenti, da ingenti spese per personale ed energia elettrica, ed i ricavi sono concentrati quasi esclusivamente in brevi periodi di tempo, principalmente nei week end e nelle festività natalizie” [5].
In altre parole, ogni cosa sembra dipendere dall’unica risorsa del territorio, a cui si attinge nel modo più impattante e definitivo, ovvero con la trasformazione edilizia, le relative infrastrutture, e parallelamente (secondario dal punto di vista economico, non necessariamente di effetti ambientali) gli interventi diretti sul contesto della montagna per le piste, gli impianti di risalita, i cannoni sparaneve ecc.
E basta leggere le nude cifre sugli edifici realizzati a Piazzatorre nelle varie epoche, accostando in parallelo qualunque aspetto delle relative fasi di sviluppo socioeconomico dell’Italia settentrionale, per capire meglio questa realtà: dal 1919 al 1945, si costruiscono 38 edifici, che si aggiungono ai 62 preesistenti; fra il 1946 e il 1971, su un arco di tempo simile ma in epoca automobilistica, gli edifici nuovi sono 115; solo fra il 1972 e il 1981, ovvero quando nelle pianure iniziano a dilagare insediamento diffuso, mobilità automobilistica, decentramento produttivo, gli edifici nuovi di Piazzatorre sono ben 130. E naturalmente alla quantità si affianca la “qualità” dell’insediamento.
Il toponimo spiega abbastanza bene l’organizzazione fisica di questa terrazza inclinata, piccola diramazione dal tracciato della strada della Val Brembana che sale verso il Mezzoldo e Passo San Marco, e che dopo un percorso di alcune centinaia di metri in pendenza anche abbastanza notevole si interrompe in corrispondenza dei primi impianti di risalita. È su questo fazzoletto di prati e primi ciuffi di alberi ai piedi delle montagne, che si sono posati senza alcun piano complessivo diverso dalla semplice relativa prossimità all’asse naturale centrale, tutti gli edifici. Si distinguono una zona più bassa, corrispondente all’esiguo nucleo storico principale, poi spazi più radi e sfrangiati che si concludono circa a metà dello sviluppo lineare verso nord-est, in corrispondenza di una ex colonia elioterapica. Poi l’insediamento prosegue discontinuo nella zona più elevata fino ai piedi delle piste da sci, ma l’aggettivo “discontinuo” forse non rende benissimo l’idea. Come sempre accade quando la crescita è pezzo per pezzo, accorpamento di fettine di mondo alla sacralità del privato e del focolare familiare (cosa quasi istintiva in ambiente montano, specie per un foresto), l’effetto suburbio è comunque massiccio. Vale a dire che con rare eccezioni il grande ambiente aperto della “piazza” originaria, così come doveva presentarsi fino alla prima metà del ‘900, coi pascoli che salgono gradatamente a confondersi nei pendii boscosi e roccioso della montagna, è solo un ricordo da cartolina. Ah: i residenti totali del comune, non arrivano a 500 anime.
E pare del tutto consequenziale a queste – lunghe ma necessarie – premesse, il corrente manifestarsi di “crisi” nel sistema di sviluppo dal fiato corto: per esaurimento di spazio, per degrado ambientale, per grandi trasformazioni esterne. Trasformazioni ad esempio di carattere socioeconomico e della mobilità, che vedono evolvere le modalità d’uso di queste valli da centri vacanze veri e propri, relativamente autonomi, a esurbio di “prime case e mezza”. Trasformazioni nell’uso del tempo libero, coi consumi dello sci alpino forse più sensibili alle mode e/o ad attrazioni sempre meno collaterali di carattere spettacolare e di intrattenimento. Trasformazioni infine in qualche modo legate al cambiamento climatico, in questo caso molto più tangibile che nelle cronache dei convegni scientifici, verificabile quotidianamente fra scarsità delle precipitazioni nevose, calo delle presenze sulle piste, uso dell’innevamento artificiale e relativi, ulteriori impatti ambientali.
E l’ultima “strategia” - più o meno obbligata – dell’amministrazione locale per rilanciare Piazzatorre ancora una volta si rivolge alla trasformazione edilizia, combinata alla riorganizzazione ed estensione nell’uso delle piste da sci.
Nel marzo del 2007 il consiglio comunale approva un piano di indirizzo che vede da un lato il rilancio delle piste con l’unificazione dei “comprensori” (ovvero dei sistemi di percorsi e risalite utilizzati come spazio unitario dallo sciatore) e interventi tecnici e gestionali sugli impianti, dall’altro la cessione del complesso dell’ex Colonia Genovese nella zona medio-alta dell’insediamento, che privatizzata, con forti aumenti di cubature e riorganizzazione “attrezzata” degli spazi liberi circostanti, “potrà rappresentare un tassello importante nell'operazione di rilancio della stazione invernale” [6]. In questo voto consiliare primaverile, le uniche opposizioni riguardano la sostenibilità finanziaria dell’operazione.
Finalmente la seconda settimana di novembre, alle porte dell’inverno e dell’attesa/temuta stagione sciistica, “per Piazzatorre è arrivata la tanto agognata svolta storica, sottolineata l’altra sera, in una sala consigliare mai così affollata, dall’applauso dei cittadini” [7]. Basta la cifra, di oltre cinquanta milioni di Euro investiti, e la promessa di 100 (cento) posti di lavoro, a spiega ampiamente quell’applauso liberatorio, quel sospiro di sollievo collettivo per l’atteso ritorno alla normalità della vita. Si, ma quale normalità della vita? E per chi?
Anche lasciando perdere l’aspetto, pure rilevantissimo, di rilancio nel consumo di territorio e ambiente rappresentato dall’uso intensivo degli spazi per lo sci alpino, proviamo a concentrarci solo sul proseguimento dell’attività edilizia in paese. Gli interventi sono due: uno nel centro storico, col recupero dell’ex Colonia Opera Bergamasca, trasformata in appartamenti privati da offrire sul mercato; uno decisamente più rilevante, nella zona alta ancora a insediamento più rado verso gli impianti di risalita, con l’ex Colonia Genovese che “sarà trasformata per il 75% in albergo, centro wellness, bed & breakfast e alloggi residenziali da affittare; il restante 25% in appartamenti da vendere” [8].
Quantitativamente, si tratta anche di realizzare una superficie di pavimento di 16.000 (sedicimila) metri quadrati, distribuiti su due-tre piani, il tutto come recita la convenzione a patto di “utilizzare personale e aziende della Valle Brembana, a parità di prezzo e di qualità delle controprestazioni, di guisa da garantire la tutela della manodopera e dell’economia locale” [9].
Una tutela della manodopera locale che, cumulativamente, come si è visto, comporta l’erosione del territorio su cui la medesima manodopera locale poggia i piedi. Detto in termini più vicini alla percezione corrente di questi spazi montani, per accedere a un rapporto più o meno diretto con gli ambiti aperti e naturali, occorre quasi sempre infilarsi su per gli impianti di risalita, visto che la “piazza” volge ormai alla trasformazione in quartiere urbano a bassa densità e privatizzazione quasi completa. Perché la trasformazione d’uso delle due colonie (anche escludendo i 16.000 mq in più) significa anche questo: edificato e verde assumono i contorni usuali dell’abitazione privata, ovvero esclusione dei non residenti ed eventuali ospiti autorizzati.
Nell’immediato e in particolare, come commenta una villeggiante abituale, si trasforma tutto lo spazio alle “spalle della vecchia colonia genovese, radendo al suolo un bosco molto bello ed eliminando quella residua soluzione di continuità tra la località Rossanella e l'edificato a sud”. In generale, si accentua l’effetto corridoio caratteristico di questi insediamenti turistici, e che li distingue spesso anche planimetricamente da quelli storici: è con poche varianti la logica auto-oriented della città diffusa, che qui si nota ancora di più, visto che i piazzali dei parcheggi restano per gran parte del tempo desolatamente vuoti, e le recinzioni dei giardini privati risultano se possibile ancora più incongrue nei lunghi momenti di “morta”.
Insomma questa tendenza di medio-lungo periodo all’uso massiccio della trasformazione edilizia (ad alto consumo di spazio e impatto ambientale) come elemento trainante dello sviluppo locale, tendenzialmente svuota il territorio dei suoi caratteri, delle sue risorse specifiche, e nel caso in questione sommato alla relativa vicinanza all’area metropolitana ne appiattisce sempre di più le qualità, livellandole (altitudine s.l.m. e pendenze escluse) a quelle di qualunque borgo delle periferie diffuse, cresciuto a cerchi concentrici larghi attorno al campanile, e dove i campi e prati residui sono solo, appunto, residui, e non strutturanti.
Caratteri che valgono per Piazzatorre così come per tutte le valli prealpine e alpine prossime alla metropoli diffusa. E dunque problema non certo risolvibile affrontando “quella residua soluzione di continuità tra la località Rossanella e l'edificato a sud”, pure senza dubbio rilevante, ma a cui in effetti una buona progettazione e una riduzione concordata dei volumi previsti forse potrebbero porre almeno parziale rimedio.
La questione è che, come scrive una lettrice di eddyburg in un articolo riportato recentemente dal sito: “Reti rosse che delimitano un prato, pochi giorni e via una ruspa scava nel terreno che l’agricoltore ha per anni curato,concimato,irrigato,troncando in pochi attimi quel rapporto che si crea tra la terra,chi la abita e la coltiva” [10]. Una scena che si ripete ovunque, e si replica nei cantieri connessi delle trasformazioni stradali che a quelle edilizie sono complementari, nel ciclo ben riassunto dal numero di edifici realizzati a Piazzatorre nei vari periodi storici, e che come ripetuto rappresenta la base di ogni altra attività economica, su cui poggia la società locale.
È possibile uscire da questa spirale? Come è stato osservato, “Spesso è molto semplice urlare contro “ l’invasione del cemento” o magari rivendicare uno “ sviluppo sostenibile“, ma questi sono termini che innanzitutto devono essere spiegati chiaramente” [11]. Una “chiarezza” che appartiene quasi sempre all’ambito delle decisioni politiche, certamente non locali, soprattutto quando ciò significa come nel caso specifico reagire ad una sorta di ricatto, e farlo nella prospettiva inevitabile del proprio mandato, e in un territorio i cui “cittadini” evidentemente e per svariati motivi vanno assai oltre il numero degli aventi diritto al voto.
Lo riconosce anche il piano per lo sviluppo socioeconomico territoriale locale, che “L’organizzazione dell’offerta turistica non è riuscita a strutturarsi in modo confacente con le sue potenzialità … ad incidere positivamente in ordine alla valorizzazione del settore. In analoga situazione di marginalità si pone il sistema dell’accoglienza specie in ordine allo sviluppo di sistemi alternativi …” [12]. Del resto salta abbastanza agli occhi, ad esempio col “rilancio” contemporaneo della vicina e più famosa San Pellegrino da parte di un magnate dei centri commerciali e affini, come la tendenza per questo esurbio metropolitano sembri essere, in assenza di decisioni fortemente orientate in senso diverso, quella di trasformarsi in un parco tematico diffuso, a cui si intrecciano da un lato il mai risolto problema di un’occupazione mediamente qualificata, dall’altro appunto la caratteristica sempre più marcata di suburbio esterno residenziale, per quanto anomalo, strettamente legato all’area metropolitana.
Come si vede in qualunque serata di giorno feriale quando dalla A4, o dallo stradone di Dalmine, dai ponti sull’Adda o dalle basse dell’Oglio, risalgono in coda per dirla col Bepi pick-up enormi piè de polver dai cantieri della terziarizzazione strisciante, mescolati ai Suv delle “prime case e mezzo”. Come direbbe il Boss Springsteen, quello vero, “ the highway is alive tonight: where it’s headed, everybody knows”. Quello che nessuno sa, è dove se ne andranno a finire, di questo passo, con la neve che non cade più e i prati che stanno per sparire sotto i parcheggi, tutte le Piazzatorre, e i boschi dietro le ex colonie elioterapiche.
N.B: si noti che le aree attono alla diramazione di valle urbanizzata descritta sopra sono tutelate da un parco, e che l'assessore leghista lombardo sostiene la necessità di ridimensionare lo "strapotere" dei parchi consentendo ai comuni di espandersi attraverso un ridisego dei confini; è facile immaginare cosa succederebbe in casi simili a quello di Piazzatorre. Aderite all' Appello per scongiurare questa criminale idiozia! Alla fine delle note e links, scaricabile il pdf dell'articolo con qualche immagine in più (f.b.)
[1] La canzone è “Kentucky”: Ho lagàt la mè cà zo n’del Kentucky, E ma so trasferìt sota Clüsù, E ‘nvece di nisüline a maie i cachi, E ‘nvece di serpencc a go i bisù. Ho lasciato la mia casa là nel Kentucky, E mi sono trasferito sotto Clusone, E invece delle noccioline mangio i cachi, E invece dei serpenti ho i biscioni. A ghìe ü pick-up enorme piè de polver. Che ‘nvece i ma dacc ön Ape rot. Avevo un pick up enorme pieno di polvere, E qui m’hanno dato un Ape rotto […] Ma mè sto bè po a chè, Semper inàcc e ‘ndrè, E ‘nvece de des miglia, Rìe fo al bar a pè. Ma mè sto bè po a là, E mpo’ per ol parlà, A mè i ma ciàma amò l’Americà. Ma io sto bene anche qui, Sempre avanti e indietro, E invece di dieci miglia arrivo al bar a piedi, Ma io stavo bene anche là, E un po’ per l’accento, Mi chiamano ancora l’Americano. Forse per capire meglio il senso di questa stravagante canzone, conviene ascoltarla interamente nella versione disponibile su Youtube, filmata al raduno di Pontida della Lega Nord
[2] Cfr. Benton MacKaye, Appalachian Trail, un progetto di pianificazione regionale, 1921, disponibile anche in italiano su eddyburg, sezione Urbanistica / Glossario /Città.
[3] Cfr. Roderick McKenzie, The Metropolitan Community, McGraw Hill, New York 1933; ampi estratti in italiano in tre puntate, disponibili su eddyburg, sezione Urbanistica / Glossario / Città
[4] Faccio riferimento qui in particolare a: Richard Florida, Tim Golden, Charlotta Mellander, The Rise of the Mega-Region, rapporto novembre 2007; Regional Plan Association, New York, North East Mega-Region 2050: a Common Future, rapporto novembre 2007; Northern California Megaregion, numero monografico di Urbanist, periodico della San Francisco Urban Research Association, novembre-dicembre 2007; disponibili anche estratti in italiano su eddyburg_Mall.
[5] Luca Urbani, Lo sviluppo edilizio di Piazzatorre, Val Brembana News, 11 ottobre 2007, anche per i dati successivi sull’edilizia.
[6] Giovanni Ghisalberti, “Ex colonia in vendita per rilanciare le piste”, l’Eco di Bergamo, 20 marzo 2007.
[7] Giovanni Ghisalberti, “Piazzatorre in pista: rilancio dal 55 milioni”, l’Eco di Bergamo, 14 novembre 2007.
[8] Idem.
[9] Dal documento votato in Consiglio comunale di Piazzatorre, punto “H” degli adempimenti previsti per la società “Alta Quota” Srl.
[10]Renata Lovati, Fiordalisi e papaveri contro il consumo di suolo, novembre 2007.
[11]Luca Urbani, Lo sviluppo edilizio … cit.
[12] Comunità Montana Valle Brembana, Piano Integrato di Sviluppo Locale, dicembre 2006, 1.3.5. L’analisi SWOT, p. 99
A volte anche nella nostra provincia italiana (intendendo l’Italia come profonda provincia d’Europa) si parla di concetti come aree metropolitane, sviluppo suburbano o addirittura esurbano … ma poi si scopre che è tutto uno scherzo. E dai! Queste sono cose americane, magari inglesi, o francesi, ma “da noi” non succede. Ed è vero, sacrosanto, giuro: almeno dal punto di vista delle culture.
Nel senso che le cose succedono, identiche, anche da noi, e tra l’altro fanno molti più danni perché lo sviluppo della città diffusa (poco città ma parecchio diffusa) qui avviene sovrapponendosi a tessuti storici molto più delicati. Ma mentre succedono, le cose, non se ne accorge nessuno, e anche quando se ne accorge gli rispondono sempre “ma dai!”. Una pacca sulla spalla e via. Salvo poi, quando i danni sono fatti, aggiungere “ma noi non potevamo sapere”.
Questo non significa che delle cose non si parli. Anzi gli stessi documenti di pianificazione del territorio traboccano di travolgente slang disciplinare e ficcante terminologia, salvo poi – magari nel paragrafo immediatamente successivo – contraddirne il senso e/o la sostanza. Ad esempio il piano provinciale di Pavia che quando descrive l’asse della Padana Inferiore fra Voghera e Stradella parla di un insediamento che minaccioso “mostra un continuum urbanizzato”, salvo poi scordarsene, o comunque limitarsi a questa osservazione, di uno stato di fatto sui cui non si può in alcun modo incidere.
Per restare a Stradella, che ahimè rappresenta l’oggetto privilegiato di questa nota, proprio dalla zona del minaccioso continuum a nastro si diparte un percorso verso la collina, che funge da circonvallazione accessoria al nucleo centrale abitato. Come racconta il piano di governo del territorio ora in discussione, “lungo il tratto urbano della … Strada Panoramica l’insediamento si struttura con una omogeneità di funzioni a carattere prevalentemente residenziale in un tessuto periferico non consolidato” (Analisi del suolo urbano, p. 70). Il problema, come si vuole argomentare di seguito, sono i modi e le forme in cui questo non consolidamento vuole poi consolidarsi.
Se si dà un’occhiata al territorio di Stradella, anche solo con Google Earth, si nota facendo un po’ di attenzione come questa discontinuità dell’insediamento ad un certo punto sul versante a sud del centro assuma contorni piuttosto precisi: una “goccia” di spazio verde aperto definita sui due lati da percorsi stradali curvi che scendono verso il nucleo compatto storico, e che culmina a sud in un piccolo edificio ben individuabile. Quell’edificio è la basilica romanica di Montalino, dell’anno Mille più o meno, debitamente restaurata e tutelata. C’è un breve percorso a scalinata che sale alla chiesa, dall’angolo fra la Panoramica e la via Montalino, e man mano si percorrono i pochi gradini si inizia a capire meglio il senso di quel nome, “panoramica”, perché si apre sulla pianura padana, e anche oltre il grande fiume sino alle Prealpi. Cosa curiosa, però: arrivati in cima nel piccolo spazio che corre attorno al restauratissimo edificio, lo stesso panorama scompare, schermato da una fitta muraglia di verde, evidentemente lasciata crescere a bella posta. Perché?
Forse perché, tornando a prospettive più ravvicinate delle Prealpi o dei campi pezzati sino agli argini del fiume, attorno alla basilica non è un gran bel vedere. Nel dibattito sulla formazione del nuovo piano comunale una rappresentante del Lions Club parla di “criticità all’azzonamento dell’area posta ai margini dell’edificato in via Cairoli, dove è in corso di realizzazione un edificio pluriplano …” ( Verbale dell’incontro di presentazione degli obiettivi strategici del Piano di Governo del Territorio, 19 settembre 2007). Usando parole decisamente meno diplomatiche, come quelle di Giorgio Boatti, quello che si vede guardandosi attorno è “la gentile chiesa di Montalino stretta d’assedio da fitte costruzioni e da villette di una Hollywood dei poveri” ( La Provincia Pavese, 3 luglio 2008).
E suona comunque assai benevolo anche Boatti, scendendo per una passeggiata di qualche minuto tra le vie Montalino, Cairoli e Vena che definiscono la “goccia verde”. Dal rumore costante di fondo dei rigogliosi cantieri di costruzione mono o multipiano che tintinnano di macchinari in questa estate 2008, spunta tutto il campionario di una classica periferia strapaesana, dove l’urbanistica se mai è arrivata l’ha fatto solo col piglio dell’imposizione burocratica di malavoglia, o al massimo di qualche intervento tecnico.
Gli edifici si allineano compatti e continui sulle vie, con o senza marciapiede, con arretramenti minimi ma senza dare alcun senso urbano a quelle strade. Che erano, sono e resteranno per un pezzo viottoli che salgono verso la collina, ma dove nei decenni recenti si è consentito di scaraventare un po’ di mattoni impilati, a dire “questo è mio”.
Nessuna ostilità pregiudiziale verso chi abita quelle case, per carità! Se le sono fatte, pagate, sudate e tutto il resto. E decisamente quella “idea di città” (senza offesa per le città o per le idee, neh?) che esprimono non è peggiore di tante altre frange di piccolo centro, di mezza collina, di pianura, di montagna. Ma basta camminare verso valle qualche decina di metri, non di più, per cominciare a vede assai di meglio là dove il centro storico se non altro per inerzia ordinatrice – o ritmi più lenti di crescita – ha prodotto fasce esterne compatte, vie dove non ci si vergogna istintivamente passando a piedi, cortine più continue e compatte, interrotte da qualche slargo che non sembra un parcheggio, ecc. E invece il nuovo piano di lottizzazione per l'area attorno alla chiesa romanica, eredità del piano regolatore generale ancora vigente, appare come coerente con quel “tessuto periferico non consolidato”, e soprattutto sembra volerlo consolidare eventualmente nel modo peggiore: ovvero completando l’accerchiamento del green wedge di Montalino e riducendo la basilica, in una specie di parodia di uno sventramento d’altri tempi, a simulacro della sua storia, strappata al contesto dell’ambiente collinare. In questo senso davvero una Hollywood dei poveri, che replica in piccolo e virtualmente quei ruderi di castelli comprati a peso in Toscana dal classico americano arricchito, e rimontati magari nella Napa Valley per farci la tavernetta di lusso …
Il testo del piano di lottizzazione APR2 Località Montalino è candido nella sua volontà di “ridefinizione del bordo edificato … con la formazione di un tessuto edilizio con tipologie prevalentemente mono e bi-familiari”. Ovvero accerchiamento, trasformazione definitiva della goccia verde in uno di quei cosi residuali che si vedono ogni tanto, giusto perché la Sovrintendenza si è impuntata. E perché? Per costruire una manciata di villette, in un comune dove da anni la popolazione diminuisce, e che le onde lunghe della spinta suburbana dalla regione metropolitana milanese ancora trascurano. C’è da tremare, al pensiero di cosa si inventerebbero se ci fosse davvero una seria e motivata pressione insediativa!
Per questo, perché con un approccio ridicolo ai temi dell’urbanizzazione si rischia di buttare al vento la traccia ancora viva e presente di mille anni di storia, va firmata la petizione che chiede di ripensarci. Va coltivata una diversa cultura dello sviluppo locale, anche soprattutto in centri che (APR2 Montalino e simili a parte) sono un ottimo modello: compatti, inseriti nell’ambiente, buon equilibrio fra ambiti pubblici e privati e nel complesso per nulla arcaici. Basta confrontare la Stradella compatta cresciuta nei secoli, sino ad oggi, sul fianco della collina, con la strip definita dalla Padana Inferiore, dalla ferrovia, dall’autostrada e dal guazzabuglio degli scatoloni commerciali. Insomma l’esempio c’è, e basta copiarlo.
Fra gli obiettivi spaziali del nuovo piano di governo del territorio in corso di formazione si legge quello di uno “sviluppo edilizio posto in continuità fisica con la maglia urbana esistente, saturando in tal modo sia le aree di una certa consistenza già parzialmente escluse dalla filiera produttiva agricola e posizionate ai margini dell’abitato sia le aree posizionate in ambiti interclusi all’interno dei tessuti edificati” (Relazione, 4.1.2.3 A, Obiettivi del Piano nel settore insediativo residenziale, p. 284). Una bella frase, che fa decisamente a pugni con la sostanza, se non con la forma, di quella “ridefinizione del bordo edificato”. Ripensiamoci: non c’è niente da guadagnarci per nessuno.
Di seguito si può scaricare il pdf di questa nota con qualche immagine e il piano di lottizzazione. QUI invece si firma per evitare che la "Hollywood dei poveri" travolga noi e loro (f.b.)
Non sono felici, a Cagliari, le prospettive della necropoli punica di Tuvixeddu, una delle più vaste dell’antichità, notissima nel mondo scientifico internazionale. Vincoli cancellati, spazio alla ruspe. Il Consiglio di Stato ha respinto il ricorso della Regione contro l’annullamento, da parte del TAR Sardegna, dei vincoli a suo tempo imposti dalla giunta di Renato Soru.
La sentenza del Consiglio di Stato è ampia e stringente. Dice che i quattro membri esterni della Commissione Regionale per il Paesaggio dovevano essere nominati con un provvedimento legislativo, che è mancato. Che il Comune di Cagliari, partecipe oltretutto del precedente accordo di programma sull’area, non è stato coinvolto formalmente. Infine, che la Regione è passata dall’eccesso allo sviamento di potere per aver collegato il vincolo susseguente all’analisi della Commissione Regionale al progetto di sistemazione del colle, una sorta di oggetto misterioso, elaborato dal celebre architetto Gilles Clement. Una forzatura che nei fatti non ha certo reso un buon servizio alla tutela dell’area. Errori di forma e di sostanza democratica difficili da accettare.
Veleni politici esplodono come fuochi d’artificio: chi non ha mai sopportato difesa e valorizzazione di paesaggi e monumenti si lancia, gli occhi iniettati di sangue e cubature, su un caso che promette di trascinarsi sino alle prossime elezioni. Una proterva iniziativa di destra, senza punti di vista culturalmente motivati sulla necropoli, travalica i confini classici della politica impregnando di sé pezzi del centro-sinistra in una rissa fatta di richieste di dimissioni, commissioni d’inchiesta ad uso di polverone elettorale, inaccettabili intimidazioni verso gli esperti della Commissione Regionale (chiamati da esponenti di AN “plotone di esecuzione contro l’accordo di programma”).
Nei commenti la necropoli è nella sostanza assente, travolta, prima ancora che dalle ruspe e premessa necessaria ad esse, da una politica tradizionale che non accetta di passare la mano e da sempre assente o assai debole nella difesa di cultura e paesaggio. Questo incrocio oggettivamente complesso di crisi della tutela, delicate questioni giuridiche con forti elementi di tensioni e contraddizioni istituzionali, pessime concezioni della qualità urbana, bassa cultura della tutela e degrado della politica, offre non pochi insegnamenti. Vediamone alcuni.
Ad esempio, lo scontro fra vincolo regionale e precedente vincolo della Soprintendenza Archeologica: quest’ultimo, l’unico oggi giuridicamente esistente, è ampiamente inadeguato. Ma esso esprime una ben nota modalità operativa media di soprintendenze archeologiche squattrinate, non di rado tese ad accordarsi con enti e privati per una mediazione che permetta di scavare qualcosa e salvare il salvabile (qua il concetto di salvabile appare davvero miope e riduttivo). Un’ottica dello scavo di emergenza/urgenza che produce pasticci a volte assai censurabili e tutela inadeguata, arrivando a consentire persino orrendi buchi nelle strutture dell’anfiteatro romano di Karalis.
Tuvixeddu è stato per decenni abbandonato, in preda al degrado: ma il suo problema, più che da attribuirsi ad imprenditori che fanno il loro mestiere (fermo restando che non prevederebbe danneggiamenti), è la mancata comprensione che un tale patrimonio ammetta solo interventi di tutela e valorizzazione, ed escluda di per sé edilizia abitativa nella sua area. Oggi la Regione sarda mostra di voler salvare il patrimonio culturale anche con interventi di grandi nomi e grandi capitali. Lo fa per supplire alle scarse idee e soprattutto alle risorse inadeguate della tutela classica; questa azione sarebbe comprensibile se fosse accompagnata da processi di coinvolgimento democratico ai quali la sinistra non può rinunciare. Ancora, nel tormentato mare delle competenze statali/regionali la Regione Sarda (e anche la giunta di centrosinistra) non si è mostrata solo innovativa e coraggiosa ma pure, e non raramente, autoritaria e pasticciona; si coglie il rischio di spinte corporative, anche di apparato, che sognano una piena devolution nel campo dei beni culturali con malferme nozioni giuridiche. La saldatura con le tendenze leghiste è di fatto pericolosa. Vi è infine, e non certo da ultima, la forte volontà della destra cagliaritana, al governo nel capoluogo, di capitalizzare il momento politicamente favorevole e muoversi con le mani libere rispetto ad ambiente e monumenti, soprattutto verso i vincoli che essi portano, consolidando una città della speculazione dove si spara senza competenza sul Museo del Betile di Zara Hadid e si progetta un altro stadio di calcio, ritenuto inutile persino da Gigi Riva…
Chi difenderà oggi Tuvixeddu? Chi potrà dire, dopo le nuove centinaia di tombe e i danneggiamenti denunciati, che il vincolo esistente (quello ‘vecchio’ della Soprintendenza) è davvero sufficiente? Il Ministro, il suo Comitato scientifico, il Direttore regionale ai beni culturali e paesaggistici ed i Soprintendenti sardi vorranno prendersi questa responsabilità?
La Regione ha già annunciato alcune contromisure: speriamo che siano efficaci e meglio consigliate e non siano rallentate, come sembra, dalla crisi del PD. La sentenza del Consiglio di Stato non dice – né potrebbe dirlo – che i vincoli non sono appropriati, ma che devono essere fatti bene e facendo tesoro delle sue “prescrizioni”. Ma il problema non è solo giuridico. Speriamo che non si riproducano errori che non è sufficiente ammettere se non si modifica quella parte di prassi autoritaria e approssimativa che ne è causa. Tutti gli uomini che amano la cultura e capiscono il valore della gigantesca necropoli (espressi dall’appello di centinaia di studiosi e semplici cittadini capeggiato da Giovanni Lilliu) devono battersi democraticamente e con grande fermezza per salvarla ed acquisire definitivamente i terreni al patrimonio pubblico. Gli Enti territoriali, e non solo la Regione, dovrebbero togliere ogni edificazione da un’area anche troppo martoriata, eventualmente, laddove come pare vi siano diritti giuridicamente maturati, spostandola in cambio verso altre aree. Intanto, una mobilitazione è bene che riparta, che cittadini, associazioni culturali e ambientaliste vigilino e continuino a documentare e fotografare. Che il luogo non venga abbandonato e la precisa localizzazione dei nuovi rinvenimenti, che modificano profondamente i termini della questione, diventi di evidenza pubblica, anche con una mostra autorevole e ‘indipendente’.