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Il partito greco della sinistra radicale Syriza è in testa ai sondaggi per le prossime elezioni europee. L’istituto Kapa Research lo dà infatti al 23% dei consensi, primo partito in Grecia, seguito da quello di centro-destra Nea Dimokratia, del premier Antonis Samaras, che viene dato al 21,7%.
Syriza è il principale partito d’opposizione greco, salito a grande velocità nei consensi degli elettori per via della grave crisi che ha colpito il Paese, a cui hanno fatto seguito le pesantissime riforme e misure di austerity imposte dalla troika. Il partito è guidato dal giovane e carismatico leader Alexis Tsipras che si è presentato anche come candidato alla presidenza della Commissione europea.
Vedremo in Italia. Dipende anche da noi.

La gioiosa manifestazione per la difesa dei beni comuni, e contro le pratiche dei governi che favoriscono le privatizzazioni, tagliano le spese per il lavoro, la salute, la formazione, la cuktura, arricchiscono i già ricchi, favoriscono la distruzione dei territori, premiano le speculazioni, demoliscono la democrazia.In piazza il popolo che vuole l'altraEuropa

Caro Tsipras,
noi firmatari di questa "lettera aperta" siamo convinti sostenitori della tua lista per tutto quello che rappresenta nel desolante panorama politico dove sembra sia stato cancellato ogni riferimento a una sinistra che sia realmente tale.

Ti scriviamo perché tutti noi siamo convinti dell'importanza immensa della cultura e della conoscenza come strumenti fondamentali per la formazione dei livelli di coscienza degli individui e di analisi della realtà, così come siamo convinti che tra le disuguaglianze sociali c'è anche l'accesso ai saperi e alla conoscenza.

E' anche in questo senso che alcune forze intellettuali e politiche si battono per "un'altra Europa". Un'Europa che sia legata alle necessità e allo sviluppo dei popoli, all'affermazione di una politica per la cultura che si basi sulla ricchezza, la pluralità e le specificità che affondano le loro radici nelle nostre tante e diverse storie, sulle straordinarie e forti originalità che ne derivano, sulla creatività come motore fondamentale dello sviluppo sia intellettuale che materiale del nostro continente: la famosa "Creation" individuata da Mitterrand ai tempi ormai lontani della sua presidenza europea. Un'Europa legata alle necessità e allo sviluppo dei popoli, che riconosca i diritti dei lavoratori della cultura, che difenda e sostenga i luoghi della produzione e diffusione culturale, che consideri la cultura, la conoscenza e la ricerca come bene pubblico e diritto inalienabile.

Ma per tutto questo serve che la sinistra metta questi temi e questi problemi al centro della sua interpretazione della realtà e sia dunque la forza che lavori per una sorta di nuovo umanesimo che si opponga ai processo distruttivi che stiamo rischiando di percorrere. Non è certo un caso che questo appello ti venga da un paese come l'Italia, dove venti anni di dominio politico e mediatico di un personaggio simbolo come Berlusconi hanno costruito un senso comune cui nemmeno una parte rilevante della sinistra (o meglio del centro-sinistra) si è sottratta. Ma noi pensiamo che l'intera storia del Novecento ci dica come e quanto sia possibile che quello che avviene nel laboratorio di un solo paese possa finire attraverso infinite strade e accadimenti per influenzare e perfino determinare il destino di un intero continente.

Allora per combattere fino in fondo la riduzione dei cittadini a consumatori, la "scarnificazione" delle donne e degli uomini operata dal liberismo e dalla globalizzazione capitalistica, la mercificazione dei bisogni, delle persone, dei corpi e della vita, occorre portare avanti politiche per la cultura realmente basate sul valore strategico che questa riveste. Strategico per lo sviluppo e strategico sul piano economico per l'indotto che determina. Ma strategico principalmente per l'utile culturale e dunque sociale che produce.

Dunque per tutto questo ci rivolgiamo a te come nostro candidato alla Presidenza della Commissione europea, chiedendoti un impegno perché anche questi temi siano al centro della tua battaglia per "un'altra Europa".

Citto Maselli (regista) primo firmatario
Patricia Adkins Chiti (musicista, musicologa, presidente Fondazione Adkins Chiti: Donne in Musica)
Carmine Amoroso (regista)
Enzo Apicella (designer, pittore, giornalista)
Piero Arcangeli (etnomusicologo e compositore)
Mino Argentieri (docente universitario, direttore "cinema sessanta")
Giorgio Arlorio (sceneggiatore)
Gino Auriuso (attore, regista)
Salvo Barrano (archeologo)
Mauro Berardi (produttore)
Paolo Berdini (urbanista)
Piero Bevilacqua (storico)
Marina Boscaino (insegnante e giornalista)
Sergio Brenna (ordinario di Urbanistica al Politecnico di Milano)
Benedetta Buccellato (attrice e autrice)
Andrea Camilleri (scrittore)
Chiara Cavaliere (ricercatrice universitaria)Marina Corradi (psichiatra)
Caterina Corsi (attrice)
Mario Eustachio De Bellis (insegnante)
Marco Dentici (scenografo)
Emanuele Di Carlo (laureando in Chimica)
Pippo Di Marca (regista e attore teatrale)
Giovanna Fago (biologa)
Gianni Ferrara (professore emerito di diritto costituzionale Università la Sapienza di Roma)
Agostino Ferrente (regista)
Loredana Fraleone (insegnante)
Stefano Galieni (giornalista)
Giuseppe Gaudino (regista indipendente)
Salvatore Gioncardi (attore)
Giovanni Greco (scrittore, regista)
Sabina Guzzanti (regista, autrice, attrice)
Francesca Koch (presidente Casa internazionale delle donne/storica)
Felice Laudadio (giornalista, critico, operatore culturale, scrittore)
Fabiomassimo Lozzi (regista)
Silvia Luzzi (attrice)
Cecilia Mangini (regista)
Lucio Manisco (giornalista)
Ivano Marescotti (attore)
Magda Mercatali (attrice)
Roberto Nobile (attore)
Moni Ovadia (autore, regista, attore)
Federico Pacifici (attore)
Debora Petrocelli (attrice, autrice, regista)
Massimo Piesco (regista)
Paolo Pietrangeli (regista/cantautore)
Alessandro Portelli (università La Sapienza di Roma)
Ermanno Rea (scrittore)
Mimma Russo (pittrice)
Nino Russo (regista)
Edoardo Salzano (urbanista)
Isabella Sandri (regista indipendente)
Antonia Sani (Associazione scuola per la Repubblica)
Massimo Sani (regista)
Daniela Scarlatti (attrice)
Pia Soncini (operatrice culturale)
Angelo Tantaro (Diari di Cineclub)
Stefania Tuzi (ricercatrice universitaria)
Mara Vardaro (insegnante)
Antonio Veneziani (scrittore)
Pasquale Voza (Università di Bari)
Patrizia Zappa Mulas (attrice)
Riccardo Zenezini (dottorando di ricerca in Chimica)

Sbilanciamoci.info, maggio 2014

Alla vigilia delle elezioni europee del maggio 2014 l’Europaè colpita dall’austerità, dalla stagnazione economica, da disuguaglianze sempre più gravi e dal crescente divariotra paesi del centro e della periferia.La democrazia viene esautorata a livello nazionale e non viene sviluppata alivello europeo. Il potere è concentratonelle mani di istituzioni tecnocratiche che non rispondono delle loro decisionie dei paesi più forti dell’Unione. Allostesso tempo, cresce in tutto il continente un’ondata populismo, con l’affermarsi in alcuni paesi dipericolosi movimenti nazionalisti. Questa non è l’Europa immaginata decenni fa come uno spazio di integrazioneeconomica e politica, libera dalla guerra. Questa non è l’Europa che prometteva progresso economico esociale, l’estensione della democrazia, dei diritti e del welfare. E’ necessario un radicalecambiamento di rotta. Le elezioni europee del maggio 2014 sono un’opportunità importante per usciredall’impasse neoliberista, fermare le tentazioni populiste e affermare che un’altra strada per l’Europa èpossibile.
La Rete europea degli economisti progressisti (Euro-pen), dicui fanno parte gruppi di economisti e organizzazioni della società civile, chiama i cittadini e le forzepolitiche a un dibattito europeo sulle alternative possibili. Proponiamo un cambiamento radicale dellepolitiche europee in cinque aree chiave.Chiediamo che queste proposte siano messe al centro della campagna elettorale edelle attività del nuovo Parlamentoeuropeo e della nuova Commissione.
1. Fermare l’austerità. Le politiche fiscali restrittivedell’Unione europea – in particolare il Fiscal Compact e il Patto di stabilità e crescita – devono essere abbandonate.Le regole di bilancio devono esserecambiate e l’obiettivo di un “pareggio strutturale” per i bilanci pubblici deveessere sostituito da una strategiaeconomica coordinata che permetta agli stati membri di attuare le politichefiscali che sono necessarie per usciredalla crisi. Senza un forte stimolo della domanda non ci può essere via d’uscita dall’attuale stagnazione. A talfine, è essenziale un programma di investimenti pubblici per la transizione ecologica, finanziati a livello europeoattraverso la Banca europea per gli investimenti (Bei). Un piano di investimenti pubblicieuropei è necessario per ricostruire attività economiche che siano sostenibili e capaci di offrire buoniposti di lavoro. Queste misure dovrebbero essere al centro di una nuova politica industriale in Europa,orientata verso la trasformazione ecologica e sociale del nostro modello economico, con una drasticariduzione nei consumi di energie non rinnovabili.
2. Controllare la finanza. Di fronte al rischio dideflazione - e al circolo vizioso di politiche restrittive, depressione e concorrenza al ribasso suisalari – la politica monetaria dell’eurozona deve cambiare radicalmente, riportando l’inflazione almenoal livello del 2%. La Banca centrale europea (Bce) deve fornire liquidità per realizzare politicheespansive, e deve diventare prestatore di ultima istanza per i titoli pubblici. Il problema del debitopubblico dev’essere risolto attraverso una responsabilità comune dell’eurozona e con la ristrutturazione deldebito. Gli eurobond devono essere introdotti non solo per rifinanziare ildebito pubblico degli stati membri, ma anche per finanziare la conversioneecologica dell’economia europea. Ilsettore finanziario dev’essere radicalmente ridimensionato, con una tassa sulle transazioni finanziarie, l’eliminazionedella finanza speculativa e il controllo dei movimenti di capitale. Le regole previste dall’Unionebancaria che sta emergendo non affrontano i difetti strutturali e la fragilità di fondo del sistemafinanziario; servono regole più stringenti che vietino le attività finanziarie più speculative e rischiose, eintroducano una netta divisione tra banche commerciali e banche d’investimento. I problemi dei centrifinanziari offshore e dei paradisi fiscali all’interno dell’Unione europea devono essere risoltiattraverso l’armonizzazione fiscale e regole più severe.
3. Espandere il lavoro, ridurre ledivergenze. Il tasso di disoccupazione nell’Unione europea ha raggiunto livelli record. Si aggrava così lafragilità economica e la disintegrazione sociale: creare nuova occupazione in attività socialmente edecologicamente sostenibili è una priorità assoluta per la politica. Nell’eurozona è necessario ridurre i gravisquilibri nelle bilance dei pagamenti obbligando all’aggiustamento anche i paesi in surplus.La pressione per ridurre i salari e i diritti dei lavoratori deve finire; la competitività non dovrebbe basarsisulla riduzione dei salari, ma sull’aumento della produttività e degli investimenti. In Europaè necessario introdurre un salario minimo, legato al Pil pro capite dei paesi.
4. Ridurre le disuguaglianze. Le disuguaglianze sonoaumentate in modo grave, e impediscono il ritorno a una crescita giusta. Il modello sociale europeo dev’esseredifeso ed esteso attraverso politiche diredistribuzione, protezione sociale e welfare basate sulla solidarietà trapaesi europei. Per ridurre le disuguaglianze e salvaguardare il welfare serve una riforma radicaledegli attuali sistemi tributari, con un’armonizzazione fiscale a livello europeo che impedisca alle impresedi eludere la tassazione dei profitti, econ lo spostamento del carico fiscale dal lavoro alla ricchezza e alle risorsenon rinnovabili.
5. Espandere lademocrazia. Le decisioni di politica economica devono essere soggette a uncontrollo democratico. È inaccettabileche banchieri, tecnocrati e lobbysti determinino le decisioni che condizionano le nostre vite. La democraziadev’essere estesa, con un maggior controllo parlamentare e una maggior partecipazione dei cittadini alivello nazionale ed europeo. Per dare risposte alla crisi è necessario estendere l’intervento pubbliconelle attività economiche: nella finanza, nella ricostruzione del sistema produttivo, nei servizi pubblici.Gli attuali negoziati sul Trattato transatlantico per il commercio e gli investimenti (Ttip) prevedonouna grave riduzione dei processi democratici, dello spazio per le politiche e laregolamentazione; fermare il Ttip dovrà essere una priorità assoluta per il nuovo Parlamento.
Chiediamo ai cittadini di sostenere quest’altrastrada per l’Europa e di votare per quei candidati e forze politiche che si impegnano apromuoverla. L’emergere di una coalizione progressista nel nuovo Parlamento europeo sarà essenziale perevitare che continuino le politiche fallimentari delle “grandi coalizioni” tra centro-destra ecentro-sinistra, attualmente al potere in molti paesi europei.
L’Europa potrà sopravvivere solo secambierà strada. Europa deve significare giustizia sociale, responsabilità ambientale, democrazia e pace.Quest’altra Europa è possibile; la scelta è nelle nostre mani.
Rete europea degli economisti progressisti (Euro-pen)

Le organizzazioni aderenti sono: EuroMemoGroup, Economistes Atterrés (Francia), Sbilanciamoci! (Italia), Transnational Institute (Olanda),EconoNuestra (Spagna), Econosphères (Belgio), Beigewum (Austria), Transform! Europe, CriticalPolitical Economy Research Network.
Primi firmatari
Nuria Alonso, Universidad Rey Juan Carlos, Madrid andeconoNuestra
Elmar Altvater, Attac Germany
Jordi Angusto, Universidad Autónoma Barcelona and econoNuestra
Giorgos Argitis, University of Athens
Etienne Balibar, University of Paris X Nanterre and University of California,Irvine
Andrea Baranes, Fondazione Responsabilità Etica e Sbilanciamoci!
Frederic Boccara, University of Paris 13 and Économistes Atterrés
Luciana Castellina, fondatrice de Il Manifesto
João Cravinho, Former member of the Portuguese Government and of the Board ofthe EBRD
Donatella Della Porta, European University Institute
Giovanni Dosi, Scuola Superiore Sant’Anna, Pisa
Trevor Evans, Berlin School of Economics & Law and EuroMemorandum
Marica Frangakis, Nicos Poulantzas Institute, Athens and EuroMemorandum
Maurizio Franzini, Sapienza Università di Roma
Nancy Fraser, New School for Social Research, New York
Ulisses Garrido, sociologist, tradeunionist, Director of the EducationDepartment at the ETUI
Susan George, honorary president of Attac France, Board President of theTransnational Institute
Claudio Gnesutta, Sapienza Università di Roma e Sbilanciamoci!
John Grahl, Middlesex University, London and EuroMemorandum
Rafael Grasa Hernandez, ICIP, Barcelona
Mary Kaldor, London School of Economics
Maurizio Landini, Segretario della FIOM-CGIL
Dany Lang, University of Paris 13 and Économistes Atterrés
Francisco Louçã, Professor of Economics, ISEG, Lisbon University
Bengt-Ǻke Lundvall, University of Ǻlborg, Denmark
Jose María Mella, Universidad Autónoma, Madrid and econoNuestra
Dimitris Milonakis , University of Crete and Interim coordinator of IIPPE
Chantal Mouffe, University of Westminster, London
Grazia Naletto, Lunaria e Sbilanciamoci!
Henrique Neto, Entrepreneur and former Socialist Member of Parliament
Pascal Petit, University of Paris 13
Mario Pianta, Università di Urbino e Sbilanciamoci!
Dominique Plihon, University of Paris 13 and Économistes Atterrés Gregorio Rodríguez, Universidad AlcaláHenares, Madrid
Rossana Rossanda, fondatrice de Il Manifesto
Saskia Sassen, Columbia University, New York
José Almeida Serra, Vice President of the Portuguese Economic and SocialCouncil Henri Sterdyniak, ÉconomistesAtterrés
David Trillo, Universidad Rey Juan Carlos, Madrid and econoNuestra
Koldo Unceta, Universidad País Vasco and econoNuestra
Peter Wahl, World Economy & Development Association (WEED), Germany
Hilary Wainwright, Co-editor, Red Pepper, Great Britain
Frieder Otto Wolf, Free University Berlin and EuroMemorandum

Oggi celebriamo il Lavoro: un bene essenziale ridotto a merce, e oggi a rottame. Nell'occasione abbiamo raccolto alcuni articoili pubbpresentati in eddyburg a proposito della Festa del lavorio: la sua storia, le sue ragioni e le sue trasformazioni. Scrittti di eddyburg, Angelo d'Orsi, Vittorio Emiliani, Loris Campetti, Adriano Sofri, Bruno Cartosio, Carlo Petrini... Li trovate tutti qui, o cliccando sul titolo


Primo maggio

Una serie di articoli sulla Festa del lavoro è nella seguente lista:
eddyburg, Storia del 1° maggio ,
Vittorio Emiliani, Primo Maggio, festa gioiosa e ribelle,
Loris Campetti, Lavoro e dignità,
Adriano Sofri, Se il 1° maggio diventa la festa del consumo Primo maggio: Che cosa c’è da festeggiare?,
Bruno Cartosio, Tante vite di una sola festa,
Loris Campetti, Il lavoro in Italia. Intervista a Landini,

Carlo Petrini, Le "virtù" per non sprecare ilcibo

Lavoro

Sul lavoro vedete inoltre su eddyburg:
l'eddytoriale n. 89 (2006)
l'eddytoriale n. 144 (2010)
i due brevi testi di Karl Marx
i testi di Claudio Napoleoni in Scienza economica e lavoro dell’uomo nella definizione di Lionel Robbins,
la relazione introduttiva alla sesta edizione (2009) della Scuola di eddyburg.
Gli articoli contenuti nella cartella Temi e principi: Lavoro

«Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L'indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti» (qui il testo integrale)

Il manifesto, 15 aprile 2014

Strano destino, quello di Anto­nio Gramsci.Negletto in patria, osan­nato all’estero, vili­peso nella città che più di ogni altra sentì sua, la Pie­tro­grado d’Italia, la città seria, che non ama i “can­tam­ban­chi”, cuore della “civiltà dei pro­dut­tori”, là dove la lotta di classe è ridotta alla sua essenza: bor­ghesi con­tro pro­le­tari. Torino, naturalmente.

A Torino esi­ste sì, un Isti­tuto inti­to­lato a Gram­sci (deno­mi­na­zione che a un certo momento, nei primi anni ’90, si pro­pose di can­cel­lare, nel furore auto­di­strut­tivo del post­co­mu­ni­smo). Un isti­tuto, che pro­prio in quei fran­genti si affrettò a togliere, nel pro­prio Sta­tuto, ogni rife­ri­mento al mar­xi­smo. Un isti­tuto, che come tutti gli altri inti­to­lati al “fon­da­tore del PCdI”, è sotto stretto con­trollo del par­tito, con le con­se­guenze che si pos­sono imma­gi­nare a livello degli organi scien­ti­fici e delle atti­vità cul­tu­rali: certo a Torino si tocca il colmo: nep­pure uno stu­dioso di Gram­sci vi figura… Del resto, il nesso tra il pen­siero e opera dell’intestatario e le atti­vità dell’istituto è assai fle­bile. E in fondo il suo diret­tore può essere sod­di­sfatto del Can­can su quella che era impro­pria­mente chia­mata “Casa Gram­sci”, stia per diven­tare “l’Hotel Gramsci”.

Improv­vi­sa­mente una esi­stenza umbra­tile come quella della isti­tu­zione da lui diretta, è stata viva­ciz­zata da qual­che riflet­tore gior­na­li­stico. E ne abbiamo lette di tutti i colori. Pur­troppo egli stesso, il diret­tore non gram­sciano dell’Istituto Gram­sci, è tra coloro che le ha spa­rate più grosse, sia a livello di ine­sat­tezze sulla bio­gra­fia di Anto­nio Gram­sci, sia per pero­rare la secondo lui ottima causa della inti­to­la­zione di un albergo di lusso al rivo­lu­zio­na­rio e pen­sa­tore sardo.

Vale la pena di ricor­dare, a mo’ di difesa con­tro le tante scioc­chezze che stanno cir­co­lando, che quella fu la terza ed ultima dimora di Gram­sci sotto la Mole, e che di fatto, era tal­mente preso dal lavoro gior­na­li­stico, che spesso gli capi­tava di dor­mire in reda­zione, oppure a casa di com­pa­gni. Non era nep­pure un appar­ta­mento, il suo, ma un bugi­gat­tolo subaf­fit­tato dalla mamma di un suo com­pa­gno di corso all’Università. E che comun­que non v’è stata mai la sede dell’Ordine Nuovo, come si sta ripe­tendo. E che tutt’al più i quat­tro fon­da­tori (oltre lui, Ter­ra­cini Togliatti e Tasca, che abi­tava pra­ti­ca­mente dall’altra parte della piazza, in via San Mas­simo) si sono riu­niti tal­volta, prima di fon­dare il gior­nale, a casa di Tasca. In ogni caso l’edificio fu bom­bar­dato e anche se i locali ori­gi­nali non esi­stono più, quel luogo è “gramsciano”.

La mobi­li­ta­zione dei “soliti” pro­fes­sori (che oggi godono di pes­sima nomea, nella nuova ondata anti­cul­tu­rale gui­data dal neo­fu­tu­ri­sta Mat­teo Renzi) ha messo in guar­dia sull’operazione, ossia di tra­sfor­mare il nome dell’autore ita­liano più tra­dotto e stu­diato nel mondo in un brand turistico-commerciale: un autore che fece della rivo­lu­zione dei subal­terni con­tro l’oppressione del capi­tale la sua fede. Ma natu­ral­mente i “pro­fes­so­roni” sono subito incap­pati nella cen­sura del pen­siero domi­nante. Cito per tutti Fabri­zio Ron­do­lino (sul quo­ti­diano fan­ta­sma, eppure organo uffi­ciale del Pd, Europa), il quale non ha esi­tato a irri­dere oltre che bia­si­mare i fir­ma­tari di un appello al sin­daco Piero Fas­sino per chie­der­gli di scon­giu­rare l’operazione. E li ha trat­tati in pra­tica non solo da vete­ro­co­mu­ni­sti, ma più spe­ci­fi­ca­mente da stalinisti.

In vero, que­sto appare l’ennesimo oltrag­gio postumo, di una lunga serie, dal Gram­sci con­ver­tito in punto di morte, al Gram­sci demo­li­be­rale, fino al Gram­sci che rin­nega il comu­ni­smo in un qua­derno finale, oppor­tu­na­mente sot­tratto dalle adun­che mani di Piero Sraffa, per conto del solito cat­tivo Togliatti.

A suo tempo (una decina di anni fa, sin­daco Ser­gio Chiam­pa­rino, ora can­di­dato alla pre­si­denza della Regione), la ven­dita di quel grosso immo­bile, di pro­prietà comu­nale, a una ditta di “impren­di­tori illu­mi­nati”, vicini al Pd, suscitò qual­che voce con­tra­ria, imme­dia­ta­mente zit­tita in malo modo. Per­so­nal­mente facevo notare, agli eco­no­mi­ci­sti rea­li­sti gui­dati da Chiam­pa­rino (fra gli altri Luciano Vio­lante e Furio Colombo, all’epoca diret­tore del gior­nale fon­dato da Gram­sci, l’Unità!), che in poli­tica e nella sto­ria i sim­boli con­tano. Un edi­fi­cio pub­blico diven­tava pri­vato, là dove vive­vano i poveri (la casa era abi­tata da fami­glie disa­giate) veni­vano por­tati i ric­chi, là dove coman­dava il Comune, arri­vava il capi­tale finan­zia­rio; là dove visse un nemico del lusso bor­ghese, arri­vava il lusso borghese.

Ora la cilie­gia sulla torta. La deno­mi­na­zione Hotel Gram­sci: si era par­lato di Hotel Cavour e Hotel Car­lina, dal nome della piazza, ma Gram­sci, come brand inter­na­zio­nale, per la clien­tela stra­niera d’élite attesa in que­gli ambienti raf­fi­nati, con tanto di cen­tro salute e piscina sul tetto, sarebbe stato più oppor­tuno. I fau­tori dell’operazione hanno avuto l’insperato soste­gno del nipote di Gram­sci, Anto­nio jr. Inso­spet­ti­tomi, cono­scen­dolo, l’ho cer­cato: ed ecco che mi risponde: «Mi ha chia­mato un gior­na­li­sta da Torino chie­den­domi un mio parere su que­sto hotel. Mi ha spie­gato che si trat­tava non solo di un hotel ma anche di un cen­tro studi che sta­rebbe nello stesso palazzo e anche di una biblio­teca. Ho avuto poco tempo per par­lare con lui, per­ciò non avevo abba­stanza tempo per pen­sarci bene. Non sapevo che fosse l’hotel 5 stelle lusso».

In realtà l’albergo avrà uno spa­zio con­fe­renze, come tanti alber­ghi, con espo­si­zione di edi­zioni gram­sciane. Come in tanti hotel, che mostrano in vetrina libri, cera­mi­che, fou­lards. Aveva detto a suo tempo Luciano Vio­lante che esi­ste un modo laico di con­ser­vare la memo­ria, e che l’hotel rien­trava nella cate­go­ria. Non la pen­savo così allora, non la penso così adesso, per­ché al di là del discorso sui sim­boli, non si può dimen­ti­care che Anto­nio Gram­sci è stato una vit­tima illu­stre di un regime tota­li­ta­rio, che era un mar­xi­sta rivo­lu­zio­na­rio, e che il suo nome ha una ogget­tiva sacra­lità, e certo non può esser speso come decoro per il lusso “dei signori”. Pos­siamo tol­le­rare certo l’Hotel Cavour, o Carlo Alberto, ma rispar­mia­teci l‘Hotel Gramsci.

eddyburg e massimocomunemultiplo hanno promosso. Leggi l'appello cliccando sul link in calce e aderisci all'appello. Ovviamente, se sei d'accordo

«Qui Antonio Gramsci abitò negli anni 1919-21 nelle lotte operaie contro l'incombente reazione forgiando il partito comunista, guida decisiva per la libertà e il socialismo». La lapide posta nel 1957 sul muro del palazzo torinese che ospitò le riunioni di redazione dell'Ordine Nuovo sarà presto oscurata da un'insegna ben altrimenti visibile, in cui si leggerà: Hotel Gramsci.

In un paese in cui i teatri greci vedono rombare le macchine di lusso, le librerie si convertono in supermercati di lusso, i ponti vengono affittati a club di super-ricchi, le biblioteche ospitano partite di golf e i musei si riducono a location per sfilate di moda, non stupisce che quell'edificio di Torino vada incontro a una sorte simile. Quel che pare allucinante è che la catena NH Hotels e i suoi partner italiani (tra cui Intesa San Paolo) abbiano deciso di usare il nome di Antonio Gramsci per battezzare un albergo a cinque stelle, con area fitness e piscina sul tetto. Associando così ad un potente simbolo di lusso e diseguaglianza il nome di chi ha scritto che «non può esistere eguaglianza politica completa e perfetta senza eguaglianza economica». Chi chiamerebbe «Gesù spa» una banca d'affari con sede a Betlemme, chi intitolerebbe a Gandhi un poligono di tiro a Nuova Delhi?

Eppure, il direttore dell'Istituto Piemontese Antonio Gramsci, Sergio Scamuzzi, ha dichiarato: «non ci vedo niente di male, nessun elemento fuorviante o che va a collidere con la storia di Gramsci. Credo anzi che lui sarebbe molto contento di sapere che un albergo con il suo nome produrrà occupazione». È stupefacente come sia saltata ogni idea di decoro, che vuol dire saper mettere le cose al loro posto. Qui non si tratta di decidere se Gramsci avrebbe approvato l'esistenza di un albergo di lusso, si tratta di usare il suo nome per vendere quel prodotto: contribuendo alla marmellata generale che ci opprime, e che trova l'unico valore di riferimento nel denaro. Come ha detto Nicola Tranfaglia, «il carcere duro e la terribile morte che sono toccati in sorte a Gramsci hanno poco a che fare con l'immagine di un hotel di lusso». Punto.

Vedi l'appello qui, e magari aderisci anche tu.

Abbiamo lanciato un appello perché venga evitato l'ultimo scempio a una memoria che appartiene a tutti. Aderite all'appello

Ordine nuovo e l'Unità non si compia l'ultimo obbrobrio. Appello promosso da eddyburg e massimocomunemultiplo. In calce i link per le adesioni

Al Sindaco di Torino Piero Fassino

Un articolo di Repubblica del 6 aprile annuncia che nel palazzo di Piazza Carlina, dove Gramsci visse due anni nel periodo in cui fondò il Partito Comunista, si stanno terminando i lavori di un albergo di lusso, vista Mole Antonelliana. E’ sempre motivo di dolore quando un luogo che custodisce un pezzo del nostro passato diventa il contenitore di qualche altra cosa banale, anziché spazio dove coltivare la memoria collettiva. Ma questa volta il dolore è atroce, perché la banalizzazione investe direttamente uno dei nostri padri, un uomo che ha scritto pagine che ci parlano ancora oggi, un martire che ha pagato con la vita la libertà delle sue idee. In un tempo dove accettiamo che la parola “valorizzazione” da “dare valore” diventi ” ricavare guadagno”, non sappiamo quanti ancora sapranno indignarsi per la possibilità che “Antonio Gramsci” diventi il nome di un Hotel a cinque stelle, ormai troviamo normale qualunque cosa. E ci sembra assai misero il ragionamento di chi regala il suo volto e il suo nome – l’immagine che ci resta di chi non c’è più – per averne in cambio uno spazio dove “organizzare delle piccole riunioni” e “una biblioteca con tutte le opere del filosofo”, di chi considera “una possibilità importante quella data dall’hotel” “che mira a salvaguardare la memoria di Gramsci”.

Ci auguriamo che non la pensino così a Reggio Emilia, dove qualcuno potrebbe proporre di costruire un centro commerciale intitolandolo ai Fratelli Cervi, o ad Amsterdam, dove potrebbero inaugurare una casa di moda dedicandola ad Anna Frank.

E comunque né gli eredi né tantomeno il professore Sergio Scamuzzi,direttore dell’Istituto Piemontese Antonio Gramsci, hanno il diritto di stabilire se intitolare un albergo con piscina a Antonio Gramsci sia un’occasione da non perdere. Gramsci non è loro. Gramsci è di una moltitudine di persone, a partire da quelli che hanno dato la vita per permettere a noi di vivere liberi. Anche se forse non ce lo meritiamo.

Sindaco di Torino, città di lotte operaie e di Resistenza, difendi il nome di uno dei più grandi dei nostri padri.

Edoardo Salzano, Nicola Tranfaglia, Piero Bevilacqua, Vittorio Emiliani, Vezio De Lucia, Paolo Maddalena, Maria Pia Guermandi, Chiara Sebastiani, Giorgio Nebbia, Flavia Martinelli, Paolo Cecchi, Lodovico Meneghetti, Marcello Paolozza, Anna Maria Bianchi Missaglia, Sandro Roggio, Maria Paola Morittu, Stefano Fatarella, Paola Bonora, Franco Mazzetto, Raffaele Radicioni, Giorgio Nebbia, Maria Cristina Gibelli, Giorgio Todde, Piergiorgio Lucco Borlera, Ida Carpano, Guido Viale, Marco Revelli, Ilaria Boniburini, Giuliana Beltrame, Tonino Perna, Tomaso Montanari, Oscar Mancini, Salvatore Settis, Pancho Pardi, Luciano Vecchi, Fabrizio Bottini, Francesco Indovina, Luigi Piccioni, PaoloCiofi, Domenico Rafele, GiannaMolisani, Erica D’Anna, Paolo Cova, AlbertoZiparo, Paolo Baldeschi

le adesioni possono essere inviate a eddyburg oppure a massimocomunemultiplo.

alizzazione. eddyburg aderisce e invita ad aderire

Il “Manifesto” origina dalle preoccupazioni che gli scienziati valutano nei riguardi di un processo d’integrazione delle nazioni europee in profonda crisi. Dalla consapevolezza che la piena estensione dei confini oltre i limiti nazionali rischi d’interrompersi bruscamente a causa delle inadeguatezze strategiche di chi fino ad ora ha condotto questo progetto. Dalla constatazione che le opportunità di reale progresso per i cittadini europei, in ambito di sviluppo civile, economico, democratico, culturale, pacifico, non possano prescindere dalla realizzazione di un’Europa dei popoli. Scienza, sapere e nuova conoscenza tendono a svilupparsi in modo naturale e hanno da sempre oltrepassato qualunque limite geografico, artificiale o mentale che si sia provato loro ad imporre. Gli scienziati intendono testimoniare la straordinarietà di questa “natura” che poi altro non è che la natura stessa dell’uomo, consapevoli che lo sviluppo e la diffusione del pensiero critico, che è proprio della scienza, possa contribuire ad ampliare l’esercizio effettivo dei diritti e della partecipazione democratica. Il riferimento esplicito va ad altri storici Manifesti, quali quello di Einstein e Nicolai; e quello di Spinelli, Colorni e Rossi. Ricordando che nella prima metà dell’Ottocento riunioni di scienziati italiani contribuirono alla realizzazione concreta dell’unità d’Italia, si propongono di dare un contributo per una realizzazione piena dell’unione politica dell’Europa, di un’Europa dei popoli. La stesura del Manifesto ha visto per ora coinvolti, a parte pochissime eccezioni, i soli scienziati italiani. L’obiettivo è di estendere rapidamente questa iniziativa in tutta Europa, provando ad avviare un movimento che possa sollecitare l’intera società continentale.Il sogno europeo non è finito: è una componente essenziale di un sogno più ampio, per un umanità dove libertà e giustizia esistano per i deboli e per i forti, dove le diversità siano elemento della ricchezza comunedove il lavoro della donna e dell'uomo sia lo strumento per comprendere e governare il mondo. Nel "manifesto delle scienziate e degli scienziati alcune delle ragioni per le quali anchio ho scelto di aderire alla lista "L'altra Europa con Tsipras". Il mondo è in rapida trasformazione. Società ed economia della conoscenza hanno profondamente ridisegnato equilibri ritenuti consolidati. Aree geografiche depresse hanno conquistato, in tempi storicamente irrisori, potenziali enormi di sviluppo e crescita. Conoscenza, cultura e innovazione rappresentano più che mai il traino decisivo verso il futuro.

All’opposto l’Occidente, e alcuni aspetti del suo modello di sviluppo, sono entrati in una crisi profonda. L’Europa, in particolare, risulta investita da gravissimi e apparentemente irresolubili problemi: disoccupazione, crisi del tessuto produttivo, riduzione sostanziale del welfare. A pochi anni dalla sua formale consacrazione, con la nascita ufficiale della moneta comune, l’Europa rischia di deflagrare come sogno di una comunità di cittadine e cittadini che avevano ambito ad una nuova Nazione comune: più ampia non solo geograficamente, quanto nello spazio dei diritti, dei valori e delle opportunità. Lo storico americano Walter Laqueur ha parlato della “fine del sogno europeo”.

Le responsabilità sono diverse e distribuite e investono certamente l’eccessiva timidezza nel processo di costituzione politica del soggetto europeo: la responsabilità di presentare questo orizzonte politico, culturale e sociale con le sole fattezze della severità dei “conti in ordine”. L’Europa dei mercanti e dei banchieri, della restrizione e del rigore: una sorta di gendarme che impone limiti spesso insensati, piuttosto che sostegno nell’ampliare prospettive di visuale sugli sviluppi del futuro.

Proprio a causa di ciò, assistiamo, in corrispondenza della crisi, ad un’impressionante crescita di egoismi locali, di particolarismi e di veri e propri nazionalismi.

Fenomeni spesso intenzionalmente organizzati per sfruttare malesseri veri, e reali stati di sofferenza, ma che rischiano di produrre reazioni esattamente opposte a quanto oggi servirebbe alle popolazioni d’Europa.

Come scienziate e scienziati di questo continente - consapevoli che esiste un nesso inscindibile tra scienza e democrazia - sentiamo quindi la necessità di metterci in gioco. Di ribadire che il processo di costruzione degli Stati Uniti d’Europa è la più importante opportunità che ci è concessa dalla Storia. Che società ed economia della conoscenza -essenziali per il processo di reale evoluzione civile, pacifica, economica e culturale- si alimentano di comunità coese e collaborative, di comunicazioni intense e produttive e di uno spirito critico che permei strati sempre più vasti della società.

L’unica risposta possibile alla crisi incombente è allora la costruzione dell’Europa dei popoli, di un’Europa di Progresso! Realizzata sulla base dei principi di libertà, democrazia, conoscenza e solidarietà.

Nutriamo la stessa speranza con cui Albert Einstein e Georg Friedrich Nicolai nel “Manifesto agli Europei” del 1914 richiamarono alla ragione i popoli europei contro la sventura della guerra, e con cui Altiero Spinelli, Eugenio Colorni ed Ernesto Rossi ispirarono l’idea d’Europa nel loro “Manifesto di Ventotene” del 1943. Le stesse idee che ebbero indipendentemente fautori illustri anche in tutti i Paesi d'Europa.

Vogliamo riprendere ed estendere all’Europa lo spirito che nel 1839 portò gli scienziati italiani a organizzare la loro prima riunione e a inaugurare il Risorgimento di una nazione divisa.


Promotori (*) e Primi firmatari


Ugo AMALDI (CERN, Ginevra)
Giovanni BACHELET (Università di Roma “La Sapienza”)
Giorgio BELLETTINI (Università di Pisa e INFN)
Carlo BERNARDINI (*) (Università di Roma “La Sapienza”)
Sergio BERTOLUCCI (Direttore di ricerca, CERN, Ginevra)
Vittorio BIDOLI (INFN, Roma)
Giovanni BIGNAMI (Presidente Istituto Nazionale di AstroFisica – INAF)
Marcello BUIATTI (Università di Firenze)
Cristiano CASTELFRANCHI (Università Luiss, Uninettuno e ISTC-CNR)
Vincenzo CAVASINNI (*) (Università di Pisa e INFN)
Remo CESERANI (Università di Bologna e Stanford University, CA)
Emilia CHIANCONE (Presidente Accademia dei Quaranta)
Paolo DARIO (Scuola Superiore Sant’Anna, Pisa)
Tullio DE MAURO (Università di Roma “La Sapienza”)
Luigi DI LELLA (CERN, Ginevra)
Rino FALCONE (*) (CNR Roma, Direttore Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione)
Stefano FANTONI (Presidente Agenzia Nazionale Valutazione Università e Ricerca)
Sergio FERRARI (già vice direttore ENEA)
Ferdinando FERRONI (Presidente Istituto Nazionale di Fisica Nucleare – INFN)
Fabiola GIANOTTI (CERN, Ginevra)
Mariano GIAQUINTA (Scuola Normale Superiore, Pisa)
Pietro GRECO (*)(Giornalista e scrittore, Roma)
Angelo GUERRAGGIO (Università Bocconi)
Fiorella KOSTORIS (Agenzia Nazionale Valutazione Università e Ricerca)
Francesco LENCI (*) (CNR Pisa e Pugwash Conferences for Science and World Affairs)
Giorgio LETTA (Vice Presidente Accademia dei Quaranta)
Lucio LUZZATTO (Istituto Toscano Tumori)
Tommaso MACCACARO (INAF)
Lamberto MAFFEI (Presidente Accademia dei Lincei)
Italo MANNELLI (Scuola Normale Superiore, Pisa e accademico dei Lincei)
Giovanni MARCHESINI (Università degli studi di Padova)
ùgnazio MARINO (Thomas Jefferson University, Sindaco di Roma)
Annibale MOTTANA (Università di Roma 3 e accademico dei Lincei)
Paolo NANNIPIERI (*) (Università di Firenze)
Pietro NASTASI (*) (Università di Palermo)
Luigi NICOLAIS (Presidente Consiglio Nazionale delle Ricerche – CNR)
Giorgio PARISI (Università di Roma “La Sapienza”, accademico dei Lincei)
Maurizio PERSICO (Università di Pisa)
Giulio PERUZZI(*) (Università degli studi di Padova)
Caterina PETRILLO (Università degli studi di Perugia)
Pascal PLAZA (CNRS e Ecole Normale Supérieure, Paris)
Claudio PUCCIANI (*) (Vice Presidente Associazione Caffè della Scienza – Livorno)
Michael PUTSCH (CNR Genova, Direttore Istituto di Biofisica)
Carlo Alberto REDI (Università di Pavia)
Giorgio SALVINI (Università di Roma “La Sapienza”, già Presidente dell’Accademia dei Lincei)
Vittorio SILVESTRINI (Presidente della Fondazione IDIS – Città della Scienza, Napoli)
Settimo TERMINI (*) (Università di Palermo)
Glauco TOCCHINI-VALENTINI (National Academy of Sciences, CNR-EMMA-Infrafrontier-IMPC, Monte Rotondo, Roma)
Guido TONELLI (CERN, Ginevra e Università di Pisa)
Enric TRILLAS (Emeritus Researcher European Centre for Soft Computing, già Presidente CSIC, Spagna)
Fiorenzo UGOLINI (Università di Firenze)
Nicla VASSALLO (Università di Genova)
Virginia VOLTERRA (Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione - CNR)
Elena VOLTERRANI (*) (Provincia di Pisa e INFN)
John WALSH (INFN)

“Per una politica di cooperazione europea”
di Carlo Bernardini

«La storia d’Italia insegna che un elemento di unità culturale come l’antichità romana e la radice linguistica possono determinare motivi naturali di cooperazione anche fra popoli che si sviluppano con tradizioni locali molto diverse. Il Risorgimento mostra che comunità regionali come piemontesi, lombardo-veneti, romagnoli, centro-italiani, meridionali e isolani possono trovare una convenienza comune in una conduzione politica unitaria per tutto il paese. Come si può facilmente constatare l’unità culturale che si realizza anche nella lingua ha la meglio persino su interessi economici e locali molto diversi. Il motivo dell’unificazione risorgimentale è evidentemente più forte per l’Italia di quanto oggi non sia per l’Europa la moneta comune (euro) per la ancora non nata ”Federazione Europea”. La nazione Italia ha largamente profittato in questo della convenienza di programmare centralmente e unitariamente lo sviluppo economico e sociale di tutto il paese, nonostante le difficoltà derivanti da tradizioni locali difformi. Servizi pubblici, approvvigionamento di risorse, commercio estero, e altre attività comuni hanno adottato indirizzi che, quando il sistema ha funzionato bene, hanno realizzato economie di scala non trascurabili. Riflettendo su un possibile sviluppo dell’esperienza europea attuale nel senso confortato dal caso storico italiano, abbiamo perciò pensato che la comunità scientifica europea, analizzando le possibili “economie di scala” realizzabili con attività sia scientifiche che tecnologiche avanzate, potrebbe raggiungere autonomi livelli di welfare senza indebitarsi troppo con più puntuali sviluppi extracomunitari. Questo obiettivo necessita ovviamente di forme efficienti oltreché competenti di coordinamento della programmazione e della condivisione della ricerca; che non appaiono impossibili se si pone attenzione alla storia e ai risultati di strutture internazionali come il CERN di Ginevra, l’Agenzia Spaziale, i centri biomedici, e altri centri europei già rinomati. Urgente sarebbe perciò un piano comunitario che riconoscesse le opportunità di massimo interesse, individuasse in ciascuna gli interlocutori più rappresentativi, ne sollecitasse le valutazioni di merito e le proposte operative. Insomma, un programma sovranazionale attorno a cui chiamare e attivare una cultura scientifica europea fortemente cooperativa liberata da burocrazie locali e inopportune rivendicazioni di sovranità. Non pensiamo che questi propositi siano risolutivi di tutti i problemi dell’auspicabile unificazione politica ed economica europea, ma crediamo che la strada sia quella meno intralciata da vecchi nazionalismi e pregiudizi grazie ad esperienze già fatte nei decenni del secolo scorso»



“Perché ho firmato”
di Nicla Vassallo

"Con dispiacere non riesco a partecipare, martedì 8 aprile, a Roma, alla presentazione del “Manifesto per un’Europa di progresso”. Cosa avrei detto, o cosa direi se fossi a Roma? Avrei precisato alcune ragioni che mi hanno condotto a firmare il “Manifesto”. Ci viene proclamato, su più fronti, da parecchi anni, che il mondo sta attraversando una crisi economica mondiale, eppure parecchi Stati (da alcuni mediorientali agli orientali, da alcuni russi ad altri sudamericani, senza poi menzionare ancor altri africani) godono di una rilevante crescita economica, benché da loro illuminismi, rivoluzioni scientifiche e via dicendo siano “merce rara” – o, forse, proprio per questo? Rimane, invece, vero che una forte crisi economica riguarda l’Europa. Quando, in passato, una di queste crisi ci ha attraversato, alcuni di noi hanno perduto del tutto il lume della ragione, e hanno (per esempio) dato fuoco ai libri, al sapere, alla cultura, con grande ignoranza scientifica, per poi proseguire ben oltre, troppo oltre, e a loro non concederò alcun perdono.

Ho firmato il “Manifesto” perché credo fermamente nella razionalità, una razionalità che nasce con filosofia e scienza, e che relega fideismi, estremismi, nazionalismi nell’angolo di quella non-considerazione o, se volete, disprezzo, che essi meritano. Questo nostro “vecchio continente” ha attraversato brutte storie e sconvolgenti vicende, ma alla fine la razionalità ha sempre prevalso. Si tratta di una razionalità che garantisce diritti e doveri, civiltà e umanità, all’insegna di una democrazia, che non dovremmo mai perdere di vista, perché, al di là del significato etimologico di democrazia, non si dovrebbe cedere all’arroganza e alla prepotenza, né dei più forti, né dei più deboli. Si tratta di una razionalità che costituisce un tesoro per la nostra aspirazione alla conoscenza, aspirazione che, nel momento in cui manca (come ci ricorda Aristotele, e non solo lui) noi finiamo col perdere la nostra essenza di esseri umani, per trasformarci in bruti. Il nostro aspirare alla conoscenza, filosofica e scientifica, il nostro credere nella scienza e nei progressi scientifici ha rappresentato e rappresenta la nostra libertà, cui ambiamo da sempre. No, ha torto Walter Laqueur nel suo decretare la fine del sogno europeo: se il sogno europeo finisse, la probabilità del dominio della brutalità s’incrementerebbe in modo esponenziale. Io, perlomeno, non cesserò di sognare: primo, perché non si è trattato, né si tratta di un sogno; secondo, perché, se dovrò finire col sognarlo, e non più col viverlo, vorrà dire che inciviltà e disumanità avranno prevalso sulla razionalità, filosofica e scientifica, sulla condivisione oggettiva del sapere, sul progresso: e allora rifirmerò il “Manifesto”, a qualsiasi costo. Per ora, un grazie infinito a tutti i fautori e a coloro che hanno stilato il “Manifesto”, e un’antipatia, se non ostilità, per chi nell’Europa non crede, ma anche per chi dell’Europa si approfitta».

Senato, province ecc. Chissà se qualcuno ricorda che si decise di retribuire gli eletti negli organi democratici per evitare che, come accadeva prima, comandasse solo chi era ricco per conto suo. Gli accordi tripartisan per ridurre i "costi" della politica sono spesso reazionari: un ritorno a un passato nel quale un cittadino comune non poteva ambire a fare politica.

Se non si affermerà presto una vera sinistra europea, se continueranno a dominare le "larghe intese" a difesa dell'Europa del finanzcapitalismo, sarà impossibile evitare che il disagio sociale provocato dal neoliberismo non alimenti i populismi xenofobi e reazionari. Historia docet

Sette anni fa è andato via. Ogni giorno sentiamo il rimpianto, della sua lucidità, competenza, dedizione, e paghiamo il prezzo della sua assenza. Qui, nel vecchio archivio di eddyburg, abbiamo raccolto alcuni suoi scritti

Sono passati trent'anni dalla sua morte. Ricordiamolo con le parole di Sandro Pertini: «Se n’è andato l’ultimo grande della sinistra italiana. Senza di lui questo paese riscoprirà i suoi vizi e le sue debolezze e non sarà certo la sinistra a fare da argine al fiume limaccioso che esonderà».

Ormai la progressione è chiara: da Silvio Berlusconi a Matteo Renzi, da Matteo Renzi a Vanna Marchi

Così il titolo dellaRepubblica. Analoghi gli altri giornali. Una speranza, per chi crede al legame donna-pace: ridurranno le spese per gli armamenti per aumentare quelle per il rilancio del welfare, gli asili nido, le scuole e l'abitazione a buon mercato, la difesa del territorio e la vivibilità delle città, la tutela della bellezza e la ricerca orientata alla creazione di un mondo migliore? Per restare con i piedi per terra (e la testa per aria) la ministra Pinotti convincerà il padroncino d'Italia e i suoi potenti supporters ad abbandonare il progetto F35?

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