La gioiosa manifestazione per la difesa dei beni comuni, e contro le pratiche dei governi che favoriscono le privatizzazioni, tagliano le spese per il lavoro, la salute, la formazione, la cuktura, arricchiscono i già ricchi, favoriscono la distruzione dei territori, premiano le speculazioni, demoliscono la democrazia.In piazza il popolo che vuole l'altraEuropa
Caro Tsipras,
noi firmatari di questa "lettera aperta" siamo convinti sostenitori della tua lista per tutto quello che rappresenta nel desolante panorama politico dove sembra sia stato cancellato ogni riferimento a una sinistra che sia realmente tale.
Ti scriviamo perché tutti noi siamo convinti dell'importanza immensa della cultura e della conoscenza come strumenti fondamentali per la formazione dei livelli di coscienza degli individui e di analisi della realtà, così come siamo convinti che tra le disuguaglianze sociali c'è anche l'accesso ai saperi e alla conoscenza.
E' anche in questo senso che alcune forze intellettuali e politiche si battono per "un'altra Europa". Un'Europa che sia legata alle necessità e allo sviluppo dei popoli, all'affermazione di una politica per la cultura che si basi sulla ricchezza, la pluralità e le specificità che affondano le loro radici nelle nostre tante e diverse storie, sulle straordinarie e forti originalità che ne derivano, sulla creatività come motore fondamentale dello sviluppo sia intellettuale che materiale del nostro continente: la famosa "Creation" individuata da Mitterrand ai tempi ormai lontani della sua presidenza europea. Un'Europa legata alle necessità e allo sviluppo dei popoli, che riconosca i diritti dei lavoratori della cultura, che difenda e sostenga i luoghi della produzione e diffusione culturale, che consideri la cultura, la conoscenza e la ricerca come bene pubblico e diritto inalienabile.
Ma per tutto questo serve che la sinistra metta questi temi e questi problemi al centro della sua interpretazione della realtà e sia dunque la forza che lavori per una sorta di nuovo umanesimo che si opponga ai processo distruttivi che stiamo rischiando di percorrere. Non è certo un caso che questo appello ti venga da un paese come l'Italia, dove venti anni di dominio politico e mediatico di un personaggio simbolo come Berlusconi hanno costruito un senso comune cui nemmeno una parte rilevante della sinistra (o meglio del centro-sinistra) si è sottratta. Ma noi pensiamo che l'intera storia del Novecento ci dica come e quanto sia possibile che quello che avviene nel laboratorio di un solo paese possa finire attraverso infinite strade e accadimenti per influenzare e perfino determinare il destino di un intero continente.
Allora per combattere fino in fondo la riduzione dei cittadini a consumatori, la "scarnificazione" delle donne e degli uomini operata dal liberismo e dalla globalizzazione capitalistica, la mercificazione dei bisogni, delle persone, dei corpi e della vita, occorre portare avanti politiche per la cultura realmente basate sul valore strategico che questa riveste. Strategico per lo sviluppo e strategico sul piano economico per l'indotto che determina. Ma strategico principalmente per l'utile culturale e dunque sociale che produce.
Dunque per tutto questo ci rivolgiamo a te come nostro candidato alla Presidenza della Commissione europea, chiedendoti un impegno perché anche questi temi siano al centro della tua battaglia per "un'altra Europa".
Citto Maselli (regista) primo firmatario
Patricia Adkins Chiti (musicista, musicologa, presidente Fondazione Adkins Chiti: Donne in Musica)
Carmine Amoroso (regista)
Enzo Apicella (designer, pittore, giornalista)
Piero Arcangeli (etnomusicologo e compositore)
Mino Argentieri (docente universitario, direttore "cinema sessanta")
Giorgio Arlorio (sceneggiatore)
Gino Auriuso (attore, regista)
Salvo Barrano (archeologo)
Mauro Berardi (produttore)
Paolo Berdini (urbanista)
Piero Bevilacqua (storico)
Marina Boscaino (insegnante e giornalista)
Sergio Brenna (ordinario di Urbanistica al Politecnico di Milano)
Benedetta Buccellato (attrice e autrice)
Andrea Camilleri (scrittore)
Chiara Cavaliere (ricercatrice universitaria)Marina Corradi (psichiatra)
Caterina Corsi (attrice)
Mario Eustachio De Bellis (insegnante)
Marco Dentici (scenografo)
Emanuele Di Carlo (laureando in Chimica)
Pippo Di Marca (regista e attore teatrale)
Giovanna Fago (biologa)
Gianni Ferrara (professore emerito di diritto costituzionale Università la Sapienza di Roma)
Agostino Ferrente (regista)
Loredana Fraleone (insegnante)
Stefano Galieni (giornalista)
Giuseppe Gaudino (regista indipendente)
Salvatore Gioncardi (attore)
Giovanni Greco (scrittore, regista)
Sabina Guzzanti (regista, autrice, attrice)
Francesca Koch (presidente Casa internazionale delle donne/storica)
Felice Laudadio (giornalista, critico, operatore culturale, scrittore)
Fabiomassimo Lozzi (regista)
Silvia Luzzi (attrice)
Cecilia Mangini (regista)
Lucio Manisco (giornalista)
Ivano Marescotti (attore)
Magda Mercatali (attrice)
Roberto Nobile (attore)
Moni Ovadia (autore, regista, attore)
Federico Pacifici (attore)
Debora Petrocelli (attrice, autrice, regista)
Massimo Piesco (regista)
Paolo Pietrangeli (regista/cantautore)
Alessandro Portelli (università La Sapienza di Roma)
Ermanno Rea (scrittore)
Mimma Russo (pittrice)
Nino Russo (regista)
Edoardo Salzano (urbanista)
Isabella Sandri (regista indipendente)
Antonia Sani (Associazione scuola per la Repubblica)
Massimo Sani (regista)
Daniela Scarlatti (attrice)
Pia Soncini (operatrice culturale)
Angelo Tantaro (Diari di Cineclub)
Stefania Tuzi (ricercatrice universitaria)
Mara Vardaro (insegnante)
Antonio Veneziani (scrittore)
Pasquale Voza (Università di Bari)
Patrizia Zappa Mulas (attrice)
Riccardo Zenezini (dottorando di ricerca in Chimica)
Sbilanciamoci.info, maggio 2014
Oggi celebriamo il Lavoro: un bene essenziale ridotto a merce, e oggi a rottame. Nell'occasione abbiamo raccolto alcuni articoili pubbpresentati in eddyburg a proposito della Festa del lavorio: la sua storia, le sue ragioni e le sue trasformazioni. Scrittti di eddyburg, Angelo d'Orsi, Vittorio Emiliani, Loris Campetti, Adriano Sofri, Bruno Cartosio, Carlo Petrini... Li trovate tutti qui, o cliccando sul titolo
«Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L'indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti» (qui il testo integrale)
Il manifesto, 15 aprile 2014
A Torino esiste sì, un Istituto intitolato a Gramsci (denominazione che a un certo momento, nei primi anni ’90, si propose di cancellare, nel furore autodistruttivo del postcomunismo). Un istituto, che proprio in quei frangenti si affrettò a togliere, nel proprio Statuto, ogni riferimento al marxismo. Un istituto, che come tutti gli altri intitolati al “fondatore del PCdI”, è sotto stretto controllo del partito, con le conseguenze che si possono immaginare a livello degli organi scientifici e delle attività culturali: certo a Torino si tocca il colmo: neppure uno studioso di Gramsci vi figura… Del resto, il nesso tra il pensiero e opera dell’intestatario e le attività dell’istituto è assai flebile. E in fondo il suo direttore può essere soddisfatto del Cancan su quella che era impropriamente chiamata “Casa Gramsci”, stia per diventare “l’Hotel Gramsci”.
Improvvisamente una esistenza umbratile come quella della istituzione da lui diretta, è stata vivacizzata da qualche riflettore giornalistico. E ne abbiamo lette di tutti i colori. Purtroppo egli stesso, il direttore non gramsciano dell’Istituto Gramsci, è tra coloro che le ha sparate più grosse, sia a livello di inesattezze sulla biografia di Antonio Gramsci, sia per perorare la secondo lui ottima causa della intitolazione di un albergo di lusso al rivoluzionario e pensatore sardo.
Vale la pena di ricordare, a mo’ di difesa contro le tante sciocchezze che stanno circolando, che quella fu la terza ed ultima dimora di Gramsci sotto la Mole, e che di fatto, era talmente preso dal lavoro giornalistico, che spesso gli capitava di dormire in redazione, oppure a casa di compagni. Non era neppure un appartamento, il suo, ma un bugigattolo subaffittato dalla mamma di un suo compagno di corso all’Università. E che comunque non v’è stata mai la sede dell’Ordine Nuovo, come si sta ripetendo. E che tutt’al più i quattro fondatori (oltre lui, Terracini Togliatti e Tasca, che abitava praticamente dall’altra parte della piazza, in via San Massimo) si sono riuniti talvolta, prima di fondare il giornale, a casa di Tasca. In ogni caso l’edificio fu bombardato e anche se i locali originali non esistono più, quel luogo è “gramsciano”.
La mobilitazione dei “soliti” professori (che oggi godono di pessima nomea, nella nuova ondata anticulturale guidata dal neofuturista Matteo Renzi) ha messo in guardia sull’operazione, ossia di trasformare il nome dell’autore italiano più tradotto e studiato nel mondo in un brand turistico-commerciale: un autore che fece della rivoluzione dei subalterni contro l’oppressione del capitale la sua fede. Ma naturalmente i “professoroni” sono subito incappati nella censura del pensiero dominante. Cito per tutti Fabrizio Rondolino (sul quotidiano fantasma, eppure organo ufficiale del Pd, Europa), il quale non ha esitato a irridere oltre che biasimare i firmatari di un appello al sindaco Piero Fassino per chiedergli di scongiurare l’operazione. E li ha trattati in pratica non solo da veterocomunisti, ma più specificamente da stalinisti.
In vero, questo appare l’ennesimo oltraggio postumo, di una lunga serie, dal Gramsci convertito in punto di morte, al Gramsci demoliberale, fino al Gramsci che rinnega il comunismo in un quaderno finale, opportunamente sottratto dalle adunche mani di Piero Sraffa, per conto del solito cattivo Togliatti.
A suo tempo (una decina di anni fa, sindaco Sergio Chiamparino, ora candidato alla presidenza della Regione), la vendita di quel grosso immobile, di proprietà comunale, a una ditta di “imprenditori illuminati”, vicini al Pd, suscitò qualche voce contraria, immediatamente zittita in malo modo. Personalmente facevo notare, agli economicisti realisti guidati da Chiamparino (fra gli altri Luciano Violante e Furio Colombo, all’epoca direttore del giornale fondato da Gramsci, l’Unità!), che in politica e nella storia i simboli contano. Un edificio pubblico diventava privato, là dove vivevano i poveri (la casa era abitata da famiglie disagiate) venivano portati i ricchi, là dove comandava il Comune, arrivava il capitale finanziario; là dove visse un nemico del lusso borghese, arrivava il lusso borghese.
Ora la ciliegia sulla torta. La denominazione Hotel Gramsci: si era parlato di Hotel Cavour e Hotel Carlina, dal nome della piazza, ma Gramsci, come brand internazionale, per la clientela straniera d’élite attesa in quegli ambienti raffinati, con tanto di centro salute e piscina sul tetto, sarebbe stato più opportuno. I fautori dell’operazione hanno avuto l’insperato sostegno del nipote di Gramsci, Antonio jr. Insospettitomi, conoscendolo, l’ho cercato: ed ecco che mi risponde: «Mi ha chiamato un giornalista da Torino chiedendomi un mio parere su questo hotel. Mi ha spiegato che si trattava non solo di un hotel ma anche di un centro studi che starebbe nello stesso palazzo e anche di una biblioteca. Ho avuto poco tempo per parlare con lui, perciò non avevo abbastanza tempo per pensarci bene. Non sapevo che fosse l’hotel 5 stelle lusso».
In realtà l’albergo avrà uno spazio conferenze, come tanti alberghi, con esposizione di edizioni gramsciane. Come in tanti hotel, che mostrano in vetrina libri, ceramiche, foulards. Aveva detto a suo tempo Luciano Violante che esiste un modo laico di conservare la memoria, e che l’hotel rientrava nella categoria. Non la pensavo così allora, non la penso così adesso, perché al di là del discorso sui simboli, non si può dimenticare che Antonio Gramsci è stato una vittima illustre di un regime totalitario, che era un marxista rivoluzionario, e che il suo nome ha una oggettiva sacralità, e certo non può esser speso come decoro per il lusso “dei signori”. Possiamo tollerare certo l’Hotel Cavour, o Carlo Alberto, ma risparmiateci l‘Hotel Gramsci.
eddyburg e massimocomunemultiplo hanno promosso. Leggi l'appello cliccando sul link in calce e aderisci all'appello. Ovviamente, se sei d'accordo
Eppure, il direttore dell'Istituto Piemontese Antonio Gramsci, Sergio Scamuzzi, ha dichiarato: «non ci vedo niente di male, nessun elemento fuorviante o che va a collidere con la storia di Gramsci. Credo anzi che lui sarebbe molto contento di sapere che un albergo con il suo nome produrrà occupazione». È stupefacente come sia saltata ogni idea di decoro, che vuol dire saper mettere le cose al loro posto. Qui non si tratta di decidere se Gramsci avrebbe approvato l'esistenza di un albergo di lusso, si tratta di usare il suo nome per vendere quel prodotto: contribuendo alla marmellata generale che ci opprime, e che trova l'unico valore di riferimento nel denaro. Come ha detto Nicola Tranfaglia, «il carcere duro e la terribile morte che sono toccati in sorte a Gramsci hanno poco a che fare con l'immagine di un hotel di lusso». Punto.
Abbiamo lanciato un appello perché venga evitato l'ultimo scempio a una memoria che appartiene a tutti. Aderite all'appello
Ordine nuovo e l'Unità non si compia l'ultimo obbrobrio. Appello promosso da eddyburg e massimocomunemultiplo. In calce i link per le adesioni
Al Sindaco di Torino Piero Fassino
Un articolo di Repubblica del 6 aprile annuncia che nel palazzo di Piazza Carlina, dove Gramsci visse due anni nel periodo in cui fondò il Partito Comunista, si stanno terminando i lavori di un albergo di lusso, vista Mole Antonelliana. E’ sempre motivo di dolore quando un luogo che custodisce un pezzo del nostro passato diventa il contenitore di qualche altra cosa banale, anziché spazio dove coltivare la memoria collettiva. Ma questa volta il dolore è atroce, perché la banalizzazione investe direttamente uno dei nostri padri, un uomo che ha scritto pagine che ci parlano ancora oggi, un martire che ha pagato con la vita la libertà delle sue idee. In un tempo dove accettiamo che la parola “valorizzazione” da “dare valore” diventi ” ricavare guadagno”, non sappiamo quanti ancora sapranno indignarsi per la possibilità che “Antonio Gramsci” diventi il nome di un Hotel a cinque stelle, ormai troviamo normale qualunque cosa. E ci sembra assai misero il ragionamento di chi regala il suo volto e il suo nome – l’immagine che ci resta di chi non c’è più – per averne in cambio uno spazio dove “organizzare delle piccole riunioni” e “una biblioteca con tutte le opere del filosofo”, di chi considera “una possibilità importante quella data dall’hotel” “che mira a salvaguardare la memoria di Gramsci”.
Ci auguriamo che non la pensino così a Reggio Emilia, dove qualcuno potrebbe proporre di costruire un centro commerciale intitolandolo ai Fratelli Cervi, o ad Amsterdam, dove potrebbero inaugurare una casa di moda dedicandola ad Anna Frank.
E comunque né gli eredi né tantomeno il professore Sergio Scamuzzi,direttore dell’Istituto Piemontese Antonio Gramsci, hanno il diritto di stabilire se intitolare un albergo con piscina a Antonio Gramsci sia un’occasione da non perdere. Gramsci non è loro. Gramsci è di una moltitudine di persone, a partire da quelli che hanno dato la vita per permettere a noi di vivere liberi. Anche se forse non ce lo meritiamo.
Sindaco di Torino, città di lotte operaie e di Resistenza, difendi il nome di uno dei più grandi dei nostri padri.
Edoardo Salzano, Nicola Tranfaglia, Piero Bevilacqua, Vittorio Emiliani, Vezio De Lucia, Paolo Maddalena, Maria Pia Guermandi, Chiara Sebastiani, Giorgio Nebbia, Flavia Martinelli, Paolo Cecchi, Lodovico Meneghetti, Marcello Paolozza, Anna Maria Bianchi Missaglia, Sandro Roggio, Maria Paola Morittu, Stefano Fatarella, Paola Bonora, Franco Mazzetto, Raffaele Radicioni, Giorgio Nebbia, Maria Cristina Gibelli, Giorgio Todde, Piergiorgio Lucco Borlera, Ida Carpano, Guido Viale, Marco Revelli, Ilaria Boniburini, Giuliana Beltrame, Tonino Perna, Tomaso Montanari, Oscar Mancini, Salvatore Settis, Pancho Pardi, Luciano Vecchi, Fabrizio Bottini, Francesco Indovina, Luigi Piccioni, PaoloCiofi, Domenico Rafele, GiannaMolisani, Erica D’Anna, Paolo Cova, AlbertoZiparo, Paolo Baldeschi
le adesioni possono essere inviate a eddyburg oppure a massimocomunemultiplo.
alizzazione. eddyburg aderisce e invita ad aderire
Le responsabilità sono diverse e distribuite e investono certamente l’eccessiva timidezza nel processo di costituzione politica del soggetto europeo: la responsabilità di presentare questo orizzonte politico, culturale e sociale con le sole fattezze della severità dei “conti in ordine”. L’Europa dei mercanti e dei banchieri, della restrizione e del rigore: una sorta di gendarme che impone limiti spesso insensati, piuttosto che sostegno nell’ampliare prospettive di visuale sugli sviluppi del futuro.
Proprio a causa di ciò, assistiamo, in corrispondenza della crisi, ad un’impressionante crescita di egoismi locali, di particolarismi e di veri e propri nazionalismi.
Fenomeni spesso intenzionalmente organizzati per sfruttare malesseri veri, e reali stati di sofferenza, ma che rischiano di produrre reazioni esattamente opposte a quanto oggi servirebbe alle popolazioni d’Europa.
Come scienziate e scienziati di questo continente - consapevoli che esiste un nesso inscindibile tra scienza e democrazia - sentiamo quindi la necessità di metterci in gioco. Di ribadire che il processo di costruzione degli Stati Uniti d’Europa è la più importante opportunità che ci è concessa dalla Storia. Che società ed economia della conoscenza -essenziali per il processo di reale evoluzione civile, pacifica, economica e culturale- si alimentano di comunità coese e collaborative, di comunicazioni intense e produttive e di uno spirito critico che permei strati sempre più vasti della società.
L’unica risposta possibile alla crisi incombente è allora la costruzione dell’Europa dei popoli, di un’Europa di Progresso! Realizzata sulla base dei principi di libertà, democrazia, conoscenza e solidarietà.
Nutriamo la stessa speranza con cui Albert Einstein e Georg Friedrich Nicolai nel “Manifesto agli Europei” del 1914 richiamarono alla ragione i popoli europei contro la sventura della guerra, e con cui Altiero Spinelli, Eugenio Colorni ed Ernesto Rossi ispirarono l’idea d’Europa nel loro “Manifesto di Ventotene” del 1943. Le stesse idee che ebbero indipendentemente fautori illustri anche in tutti i Paesi d'Europa.
Vogliamo riprendere ed estendere all’Europa lo spirito che nel 1839 portò gli scienziati italiani a organizzare la loro prima riunione e a inaugurare il Risorgimento di una nazione divisa.
Promotori (*) e Primi firmatari
“Per una politica di cooperazione europea”
di Carlo Bernardini
«La storia d’Italia insegna che un elemento di unità culturale come l’antichità romana e la radice linguistica possono determinare motivi naturali di cooperazione anche fra popoli che si sviluppano con tradizioni locali molto diverse. Il Risorgimento mostra che comunità regionali come piemontesi, lombardo-veneti, romagnoli, centro-italiani, meridionali e isolani possono trovare una convenienza comune in una conduzione politica unitaria per tutto il paese. Come si può facilmente constatare l’unità culturale che si realizza anche nella lingua ha la meglio persino su interessi economici e locali molto diversi. Il motivo dell’unificazione risorgimentale è evidentemente più forte per l’Italia di quanto oggi non sia per l’Europa la moneta comune (euro) per la ancora non nata ”Federazione Europea”. La nazione Italia ha largamente profittato in questo della convenienza di programmare centralmente e unitariamente lo sviluppo economico e sociale di tutto il paese, nonostante le difficoltà derivanti da tradizioni locali difformi. Servizi pubblici, approvvigionamento di risorse, commercio estero, e altre attività comuni hanno adottato indirizzi che, quando il sistema ha funzionato bene, hanno realizzato economie di scala non trascurabili. Riflettendo su un possibile sviluppo dell’esperienza europea attuale nel senso confortato dal caso storico italiano, abbiamo perciò pensato che la comunità scientifica europea, analizzando le possibili “economie di scala” realizzabili con attività sia scientifiche che tecnologiche avanzate, potrebbe raggiungere autonomi livelli di welfare senza indebitarsi troppo con più puntuali sviluppi extracomunitari. Questo obiettivo necessita ovviamente di forme efficienti oltreché competenti di coordinamento della programmazione e della condivisione della ricerca; che non appaiono impossibili se si pone attenzione alla storia e ai risultati di strutture internazionali come il CERN di Ginevra, l’Agenzia Spaziale, i centri biomedici, e altri centri europei già rinomati. Urgente sarebbe perciò un piano comunitario che riconoscesse le opportunità di massimo interesse, individuasse in ciascuna gli interlocutori più rappresentativi, ne sollecitasse le valutazioni di merito e le proposte operative. Insomma, un programma sovranazionale attorno a cui chiamare e attivare una cultura scientifica europea fortemente cooperativa liberata da burocrazie locali e inopportune rivendicazioni di sovranità. Non pensiamo che questi propositi siano risolutivi di tutti i problemi dell’auspicabile unificazione politica ed economica europea, ma crediamo che la strada sia quella meno intralciata da vecchi nazionalismi e pregiudizi grazie ad esperienze già fatte nei decenni del secolo scorso»
"Con dispiacere non riesco a partecipare, martedì 8 aprile, a Roma, alla presentazione del “Manifesto per un’Europa di progresso”. Cosa avrei detto, o cosa direi se fossi a Roma? Avrei precisato alcune ragioni che mi hanno condotto a firmare il “Manifesto”. Ci viene proclamato, su più fronti, da parecchi anni, che il mondo sta attraversando una crisi economica mondiale, eppure parecchi Stati (da alcuni mediorientali agli orientali, da alcuni russi ad altri sudamericani, senza poi menzionare ancor altri africani) godono di una rilevante crescita economica, benché da loro illuminismi, rivoluzioni scientifiche e via dicendo siano “merce rara” – o, forse, proprio per questo? Rimane, invece, vero che una forte crisi economica riguarda l’Europa. Quando, in passato, una di queste crisi ci ha attraversato, alcuni di noi hanno perduto del tutto il lume della ragione, e hanno (per esempio) dato fuoco ai libri, al sapere, alla cultura, con grande ignoranza scientifica, per poi proseguire ben oltre, troppo oltre, e a loro non concederò alcun perdono.
Senato, province ecc. Chissà se qualcuno ricorda che si decise di retribuire gli eletti negli organi democratici per evitare che, come accadeva prima, comandasse solo chi era ricco per conto suo. Gli accordi tripartisan per ridurre i "costi" della politica sono spesso reazionari: un ritorno a un passato nel quale un cittadino comune non poteva ambire a fare politica.
Se non si affermerà presto una vera sinistra europea, se continueranno a dominare le "larghe intese" a difesa dell'Europa del finanzcapitalismo, sarà impossibile evitare che il disagio sociale provocato dal neoliberismo non alimenti i populismi xenofobi e reazionari. Historia docet
Sette anni fa è andato via. Ogni giorno sentiamo il rimpianto, della sua lucidità, competenza, dedizione, e paghiamo il prezzo della sua assenza. Qui, nel vecchio archivio di eddyburg, abbiamo raccolto alcuni suoi scritti
Sono passati trent'anni dalla sua morte. Ricordiamolo con le parole di Sandro Pertini: «Se n’è andato l’ultimo grande della sinistra italiana. Senza di lui questo paese riscoprirà i suoi vizi e le sue debolezze e non sarà certo la sinistra a fare da argine al fiume limaccioso che esonderà».
Ormai la progressione è chiara: da Silvio Berlusconi a Matteo Renzi, da Matteo Renzi a Vanna Marchi
Così il titolo dellaRepubblica. Analoghi gli altri giornali. Una speranza, per chi crede al legame donna-pace: ridurranno le spese per gli armamenti per aumentare quelle per il rilancio del welfare, gli asili nido, le scuole e l'abitazione a buon mercato, la difesa del territorio e la vivibilità delle città, la tutela della bellezza e la ricerca orientata alla creazione di un mondo migliore? Per restare con i piedi per terra (e la testa per aria) la ministra Pinotti convincerà il padroncino d'Italia e i suoi potenti supporters ad abbandonare il progetto F35?