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Il manifesto

Questa volta la lotta contro lo sfruttamento non coinvolge solo gli sfruttati nell'area "bianca" dei paesi del benessere, ma chiama alla ribalta anche la più ampia umanità delle regioni, saccheggiate dai colonialismi vecchi e nuovi. É un altro passo verso la comprensione del fatto che i diversi sfruttamenti in atto sono tutte le diverse facce del padre di tutti (o quasi) gli sfruttamenti sul terreno dell'economia: quello del capitalismo, che ha trasformato ogni cosa in merce (e.s.)

Il manifesto, 17 giugno 2018
In ventimila a Roma contro il governo: «Prima gli sfruttati»
di Roberto Ciccarelli

Il corteo. Corteo Usb per la «giustizia sociale». Abo Soumahoro: «La pacchia è finita per Salvini». Ricordato Soumaila Sacko ucciso in Calabria. In piazza, tra gli altri, Potere al Popolo, Eurostop, Rifondazione Comunista. A Padova manifestazione Adl Cobas».

In ventimila hanno partecipato alla manifestazione indetta a Roma dall’Unione Sindacale di Base (Usb) dedicata a Soumaila Sacko, il bracciante maliano e sindacalista Usb ucciso nella piana di Gioia Tauro mentre raccoglieva delle lamiere per costruirsi una baracca nel campo di San Ferdinando. «Prima gli sfruttati» era lo slogan, stampato sullo striscione d’apertura disegnato da Zerocalcare, è la citazione rovesciata della parola d’ordine razzista «prima gli italiani» usato come passepartout della politica pentaleghista al governo.

In negativo, lo sfruttamento restituisce un’unità che va oltre le appartenenze nazionali. Contiene l’elemento unificante in cui possono riconoscersi italiani e stranieri che rivendicano tutele e diritti per tutti: la solidarietà internazionalista e la condivisione della stessa condizione sociale. È il controcanto alla contrapposizione artificiale tra immigrati e autoctoni, intensificata dalla propaganda e dagli urlatori da social media. È un buon segno perché chiarisce l’equivoco di fondo grazie al quale il potere mantiene intatte le diseguaglianze e le accresce.

Il ragionamento è sofisticato, considerata la polarizzazione del dibattito esistente, manel corteo di ieri era onnipresente. È stato sottolineato nei comizi finali in piazza San Giovanni e negli slogan urlati nei megafoni da uomini statuari e orgogliosi arrivati dal Mali o dalla Costa d’Avorio che lavorano a 1,5 euro al giorno nelle campagne pugliesi o calabresi. Parole ripetute come un mantra che mette i brividi: «No razzismo»; «Tocca uno, tocca tutti», «Schiavi mai». In mano, insieme a folte bandiere Usb, questi lavoratori reggevano cartelli con queste scritte: «Reddito di base incondizionato», «No lavoro gratuito», «No Jobs Act, No Fornero». Emidia Papi, sindacalista Usb ha ricordato che il problema dello sfruttamento in agricoltura riguarda anche i lavoratori italiani e il caso di Paola Clemente, morta di fatica nei campi di Andria. «Il problema della grande distribuzione, che fissa prezzi sempre più bassi per i prodotti è alla base dello sfruttamento».

Un’onda di entusiasmo è stata prodotta dall’intervento di Aboubakar Soumahoro, dirigente Usb, in piazza San Giovanni. Concreto e colto, acuminato e combattivo, il sindacalista italo-ivoriano di 38 anni ha declinato con eloquenza le linee di un pensiero politico che supera i confini delle identità politiche acquisite, ma che ancora si esita a declinare in una politica comune. Il concetto ricorrente nel ragionamento è stato la «giustizia sociale», un appello alla solidarietà contro la guerra tra poveri. «La solidarietà non è buonismo – ha detto Abo – ma è uno strumento di costruzione che mette insieme ciò che stanno dividendo: bianchi contro neri, etero contro gay e lesbiche. Un bracciante deve invece camminare gomito a gomito con un rider, i precari e tutti gli invisibili». Il riferimento è all’elaborazione critica dell’eredità subita del «colonialismo» e dello «schiavismo», ma non contrapposta all’identità sessuale. Questo è un ragionamento sulla composizione sociale di una forza lavoro che intreccia molteplici identità e non contrappone, come avviene anche a «sinistra», diritti civili e diritti sociali.

Il riferimento al «meticciato» nei discorsi in piazza, è un veicolo di una politica intesa come coalizione tra istanze molteplici: «Noi riteniamo che non esiste giustizia sociale senza anti-sessismo, anti-razzismo e anti-fascismo – ha aggiunto Abo – La solidarietà è la carne viva della nostra società e guarda ai bisogni comuni e connette le istanze materiali: come uguale lavoro e uguale salario. Noi partiamo da qui». Soumahoro ha inoltre decostruito l’imbroglio linguistico di chi usa la grammatica dei diritti per contrapporre gli oppressi. E ha denunciato il «linguaggio barbaro e incendiario di chi ritiene che si può parlare di diritti senza argomentarli con la giustizia sociale». «Altro che taxi del mare – ha aggiunto – siamo di fronte alla banalizzazione dei concetti della solidarietà». «Non possiamo solo difenderci, noi dobbiamo andare all’attacco. Diciamo a Salvini che la pacchia è finita per lui, noi vogliamo giustizia».

Insieme al corteo «contro il razzismo istituzionale di Salvini & Co.», indetto a Padova da Adl Cobas con associazioni, sindacati (Cub Poste e Cobas Scuola), centri sociali (Pedro) e partiti (Coalizione civica), quello di ieri a Roma è stato «il biglietto da visita» per l’autunno di un’opposizione embrionale. In attesa di sviluppi, si spera larghi, la tragedia di un sindacalista maliano ha mobilitato realtà in lotta nella logistica, nelle campagne e per il diritto alla casa.

Sono i soggetti oggi nel mirino del «contratto di governo» fuori e dentro i confini. «Sono 20 anni che ci stanno abituando alla guerra tra poveri: ora dicono che se fermano un barcone avremo una casa e il lavoro. È una falsità ignobile, la respingiamo» sostiene Giorgio Cremaschi (Eurostop). «Con la Flat Tax il governo toglierà soldi dalle tasche dei lavoratori – ha aggiunto Viola Carofalo (Potere al Popolo) – Il problema non sono i migranti o gli occupati di casa. Ci vuole lavoro sicuro e redistribuzione delle ricchezze». «Il razzismo e la xenofobia di Salvini è un prezzo che non dobbiamo pagare, rischiamo di essere ricordati per avere abbandonato centinaia di migliaia di persone» sostiene Eleonora Forenza (europarlamentare di Rifondazione).

Articolo tratto dalla pagina qui raggiungibile

Sbilanciamoci.info

«Chi è il popolo, cosa vuole, come si rappresenta. Inchiesta di un gruppo di ricercatori nelle periferie di quattro grandi città, battute tra novembre e marzo attraverso focus group e interviste in profondità. Risultati a tratti sorprendenti con una richiesta forte di intervento allo Stato ma non alla politica».

Nell’Italia degli anni post-crisi, le questioni del lavoro (mancanza o peggioramento delle condizioni), della sanità (assenza di servizi o sempre più costosi) e della casa (degrado infrastrutturale o affitti non più sostenibili) sembrano ancora rappresentare i problemi centrali vissuti quotidianamente dai settori popolari della società. Questo è ciò che emerge da una ricerca realizzata da una rete di ricercatori e attivisti (“Il Cantiere delle Idee”), che tra novembre e marzo hanno letteralmente girato l’Italia e visitato le periferie di quattro città (Milano, Firenze, Roma e Cosenza) incontrando e intervistando circa 50 persone (tramite focus group e interviste in profondità) per approfondire le condizioni sociali e il rapporto con la politica di un ampio settore, quello con maggiori difficoltà economiche, della popolazione italiana.

Sabato 19 maggio dalle 10 alle 17 a Firenze (Palazzo Bastogi – Regione Toscana, Sala delle Feste, Via Cavour 18), i/le ricercatori/ricercatrici e gli/le attivisti/e del Cantiere presenteranno pubblicamente i risultati della ricerca in un evento significativamente titolato Popolo? Chi? Al lavoro per nuove idee, partendo da un’indagine sulle classi popolari.

Il quadro che emerge dalle interviste è per molti aspetti inedito e sorprendente, e merita una seria e approfondita riflessione da parte della classe politica, in particolare di quelle forze politiche che hanno storicamente avuto nella funzione di rappresentanza del popolo e dei settori socialmente più svantaggiati, la loro ragione di esistere.

Il lavoro – dicevamo – o meglio, la sua mancanza e/o la sua precarizzazione, sembra essere la questione dirimente nel vissuto della larga maggioranza degli intervistati. Dal Nord al Sud, dalle periferie della metropoli a quelle della città di provincia, non c’è nessuno che non abbia sottolineato le difficoltà incontrate al lavoro (dall’intervistato/a medesimo/o e/o riferite ai suoi cari, vedi alla voce figli, amici e genitori) come il problema principale delle loro vita. Fin qui, purtroppo, nulla di nuovo. Dieci anni di crisi economica e, soprattutto, di soluzioni politiche inadeguate alla risoluzione di questi problemi non potevano che generare e perpetrare questa generalizzata situazione di “povertà” lavorativa e sociale.

Il dato però sorprendente che emerge dalle interviste è la completa assenza della speranza di migliorare le proprie condizioni di lavoro e sociali tramite il coinvolgimento in prima persona in organizzazioni, sociali, sindacali o politiche, capaci, se non di rovesciare, almeno di modificare in meglio lo stato di cose presente.

In altre parole, ciò che emerge dalla ricerca è la tendenza alla “privatizzazione” e alla “individualizzazione” dei rapporti sociali e di lavoro e, soprattutto, dei problemi ad essi connessi. Sembra che non ci sia più una diffusa consapevolezza tra le classi popolari che i problemi connessi alla propria condizione lavorativa siano problemi sociali e, quindi in senso lato, politici, cioè capaci di essere contrastati e risolti dal coinvolgimento personale in mobilitazioni collettive (intervistato Cosenza: “uno fa così tanta fatica ad arrivare a fine mese che i pensieri te li porti nella tua sfera privata ed è difficile che ti metti a pensare anche se sono cose che ti riguardano, però hai il pensiero di arrivare a fine mese, che alla fine la sfera esterna te la senti scivolare addosso…”).

Adottando le categorie tradizionali della sociologia politica si potrebbe quasi dire che il quadro descritto evidenzi un declino, se non proprio una vera assenza, di progetti e identità collettive con cui identificarsi, a partire dalla materialità delle proprie condizioni di lavoro e di vita, per sovvertire i rapporti sociali esistenti. Come ben sintetizzato da un intervistato romano: “L’aspetto più brutto, più triste, è che non ci sono, o almeno non si avvertono, non si sentono progetti politici, di prospettiva, anche su base ideologica”.

Questo quadro ci sembra quindi suggerire la fine delle identità sociali organizzate sul e dalla condizione lavorativa, tratto caratterizzante della politica del Novecento, (il “non più”), e l’incapacità di prefigurare cosa ci aspetterà nei prossimi anni (il “non ancora”).

La stessa tendenza individualizzante sottolineata parlando di mondo del lavoro, è stata riscontrata anche rispetto alla dimensione politica. La disaffezione nei confronti della classe politica attuale, il tramonto delle ideologie novecentesche e la scomparsa della frattura destra/sinistra sono elementi oramai consolidati nel sentire comune e nel discorso pubblico, e sono stati confermati dalle interviste condotte.

Quello che invece colpisce di più (pur non rappresentando nemmeno in questo caso un elemento del tutto inatteso) è la mancanza di una traduzione collettiva e “dal basso” di questo sentimento. L’ormai nota e dibattuta retorica popolo/élite è stata confermata in tutta la sua attualità. In modo più specifico, i politici vengono individuati come subordinati al potere economico-finanziario, e percepiti come privilegiati più che come potenti: il loro ruolo resta ancillare rispetto a chi veramente tesse le fila del presente e del futuro, ossia banchieri, grandi corporations, interessi privati ed eventualmente le istituzioni transnazionali (la disaffezione nei confronti dell’Euro e la nostalgia per la lira è stata sottolineata da diversi fra gli intervistati).

Tuttavia questa percezione non si traduce nello sviluppo di forme di resistenza collettiva dal basso e di proposte di modelli alternativi. Anzi: la richiesta di politica è raramente stata forte come oggi, e va di pari passo al rifiuto e alla nausea per l’attuale classe dirigente dei partiti.

Tradotto: il “popolo” vuole più politica, vuole una guida precisa e soluzioni concrete, specie in riferimento ad aspetti collegati alla vita quotidiana, ma anche quando il discorso si sposti su un piano più esteso. Che i movimenti sociali vivano un periodo di magra è risaputo, e i dati raccolti lo confermano: la voglia di partecipare e costruire percorsi non interessa più le classi popolari come succedeva soltanto qualche anno fa, e anzi la politica è vista come un’attività passiva, come un servizio di cui usufruire e da cui ottenere qualcosa, e non invece come uno spazio di partecipazione. Si è persa quasi del tutto la dimensione di attivazione diretta e dal basso.

Se la stagione delle mobilitazioni collettive guardava a un passo indietro delle istituzioni, oggi siamo invece in uno scenario completamente diverso: la richiesta è quella di più Stato e più servizi pubblici. La fiducia nel sistema democratico e nel sistema di delega resta un perno e ancor più un orizzonte difficilmente valicabile. La richiesta è magari di “nuovi” partiti, nuove figure che possano riempire di credibilità uno schema che comunque non viene messo in discussione nelle sue radici ultime.

Si vota perché si deve, ma senza una reale speranza di miglioramento: queste figure alternative ancora non esistono, e nemmeno si pensa che le sorti siano future e progressive, per lo meno nel domani più prossimo. La speranza, dunque, resta l’ultima a morire, ma al momento non assume nessun contenuto specifico, nessuna forma concreta, nessun volto reale: non più certo, ma non ancora. Detto brutalmente, siamo all’anno zero della politica dal basso.

Articolo tratto dalla pagina qui raggiungibile

il manifesto,

«Lavoro e tecnologie. Marc Saxer suggerisce di pensare a un’”economia umana” e di strutturarla in una sorta di “economia a due settori” intercomunicanti - simile a quella suggerita da Riccardo Lombardi in Italia alla fine degli anni ’70»
Sarebbe sbagliato negare che ci troviamo in una fase nuova, con molte trasformazioni incubate proprio nei dieci anni trascorsi dall’esplosione della crisi del 2007/2008, la cui più drammatica eredità è una disoccupazione giovanile ancora elevatissima. Ne cogliamo i segni anche nel singolare connubio che si viene realizzando tra il neoliberismo e varie forme di populismo, pregne di nazionalismo, nativismo, xenofobia.
 Rispetto alla portata di tali trasformazioni – mentre è semplicemente strabiliante la superficialità con cui esponenti politici concentrati solo sul proprio ego, e sul desiderio di uccidere “Sansone con tutti i filistei”, decretano la fine della discriminante destra/sinistra – l’urgenza maggiore, per la sinistra e le forze progressiste che vogliono continuare a vivere, risiede nella necessità di uscire da un silenzio e un’inerzia che durano ormai da troppo tempo e le condannano alla scomparsa, attivando, al contrario, un cantiere culturale alternativo di vastissima portata.


Per cogliere le odierne tendenze di cambiamento – rispetto alle quali alcuni osservatori già paventano una frenata della crescita mondiale, anche in conseguenza degli embrioni di protezionismo e dell’incessante accumulo di “bolle” finanziarie e immobiliari – rimangono una variabile cruciale gli investimenti, dei quali l’Oecd dice che «sono stati il vero supporto mancante (missing) per la crescita globale, gli scambi, la produttività, i salari reali». Il calo degli investimenti, con la crisi e dopo, si è accompagnato a un intenso processo di introduzione di innovazioni, ancora tutto da decifrare nella sua natura e nelle sue conseguenze, specie sull’occupazione.


L’estrazione di masse enormi di dati e di informazioni dagli individui – tutti tracciati e monitorati – e la loro mercificazione e trasformazione in profitti per Google, Facebook e le altre corporations rendono non più riconoscibili i confini tra soggettività individuale e condizione sociale. Con le nuove tecnologie il lavoro, almeno in alcune aree, si trasforma e si arricchisce, ma la connessione perenne e l’accessibilità estesa non significano automaticamente maggiore libertà, possono anzi generare una rarefazione della sfera pubblica a sua volta incrementante la desoggettivazione e la depoliticizzazione già in atto.

Se l’individualizzazione passa attraverso una “esposizione costante del sé” e una “gamificazione” in cui l’offerta ininterrotta di stimoli si traduce in “forme di gioco” (espresse dal clic “mi piace”) che alla fine si risolvono in esasperazione della prestazione e della competizione, vediamo all’opera da una parte la trasformazione di ogni elemento di conoscenza in informazione mercificata, dall’altra l’ambizione a modificare gli stessi comportamenti manipolando e suggerendo desideri che non si sa di avere e alimentando il delirio di onnipotenza.


Si è fatta, dunque, pressante, a sinistra, la necessità di proporre un “nuovo modello di sviluppo”, un nuovo modello di sviluppo per l’epoca digitale. Ne abbiamo bisogno per dare al capitalismo – di cui alcune delle contraddizioni strutturali sono lo squilibrio domanda/offerta e la carenza di domanda aggregata – una base di domanda meno artificiosa di quella indotta dalle “bolle” del neoliberismo e, al tempo stesso, combattere la “distopia” di un mondo senza lavoro minacciata dall’avanzare dell’automazione. Marc Saxer suggerisce di pensare a un’”economia umana” e di strutturarla in una sorta di “economia a due settori” intercomunicanti – simile a quella suggerita da Riccardo Lombardi in Italia alla fine degli anni ’70 del secolo scorso -, un settore per così dire “capitalistico” digitale «che genererà il surplus necessario a remunerare il lavoro per il bene comune», un settore destinato agli human commons (dai servizi per la salute, alla cura degli anziani, all’allevamento dei bambini, all’istruzione e educazione, alla generazione di cultura e di conoscenza, ecc.), per i quali vanno creati appositi meccanismi di remunerazione.


Questo ragionamento ha come presupposti una valutazione di insufficienza quando non di fallacia delle misure standard (quali tagli delle tasse, intensificazione della concorrenza, maggiore flessibilità del lavoro, privatizzazioni e anche meri trasferimenti monetari del tipo “reddito di cittadinanza”) e, al loro posto, a) il ricorso allo Stato come employer of last resort, b) una democratizzazione della proprietà del capitale, mediante un maggiore slancio impresso alla democrazia economica, lo spostamento della tassazione dal lavoro al capitale, la costituzione di Fondi sovrani di investimento che socializzino gli alti rendimenti del capitale.


Queste problematiche non sono nuove. La retorica dell’esogenità e della naturalità dei fenomeni al presente è utilizzata per sostenere la causa della neutralità degli stessi. Ciò che ci si ripropone come cruciale è la profondità della trasformazione a cui dobbiamo aspirare e, di conseguenza, la possibilità di una direzione dell’innovazione verso una simile trasformazione e la qualità delle istituzioni pubbliche in grado di operare in tal senso.


Abbiamo bisogno di sottoporre a critica sia la “razionalità politica” dell’innovazione, sia la sua “razionalità scientifica”, in particolare la “razionalità dell’algoritmo” con la sua pretesa di corrispondere a una naturalizzazione oggettiva volta a trasformare tutti i fenomeni in stati di necessità chiusi allo spazio dell’alternativa.
Quando Henningen Meyer parla di “filtri” con cui “moderare” l’evoluzione tecnologica non intende solo “rallentare”: egli parla di un filtro “etico” (in gioco, per esempio, nelle biotecnologie: non tutto ciò che è possibile, solo per questo deve essere fatto); un filtro “sociale” (che può portare a implementazioni scaglionate nel tempo o a differenti forme di regolazione); un filtro “relativo a differenti modelli di governance imprenditoriale” (privilegiando forme che danno voce a un più largo numero di portatori di interessi); un filtro “legale” (si pensi alle controversie a cui sta dando luogo il caso della self-driving car); un filtro “connesso alla produttività” (qui si verificano gli effetti di ciò che gli economisti chiamano rendimenti decrescenti: una lavatrice equipaggiata con dispositivi elettronici simili a quelli del programma spaziale Apollo, non vi porterà sulla luna, continuerà semplicemente a lavare i vostri panni sporchi).


Tutto ciò spiega perché bisogna collocare molto in alto le ambizioni riformatrici, nelle quali occorre far ricadere le problematiche della democrazia economica e di iniziative innovative sui “diritti di proprietà”. Le nuove tecnologie racchiudono forti istanze cooperative, nella direzione della creazione di sistemi produttivi in grado di autoprogettarsi e autoregolarsi, aprenti eccezionali “finestre di opportunità” che, anziché lasciate al solo capitalismo animato dalla volontà di consolidare i tradizionali rapporti di potere, possono essere utilizzati da lavoratori intenzionati alla “coprogettazione” in disegni

il manifesto,

Gli studenti del liceo Garibaldi di Napoli stamattina non saranno presenti al Pio Monte della Misericordia come guide. L’ente ha cancellato la loro partecipazione dopo un braccio di ferro cominciato martedì scorso. Il 24 aprile il Collettivo autonomo del Garibaldi aveva annunciato sui social l’adesione alla protesta contro l’alternanza scuola-lavoro cominciata dai colleghi del liceo Vittorio Emanuele II a marzo: anche loro si sarebbero presentati a fare le guide con un badge autoprodotto con la scritta «Alternanza scuola – sfruttamento. Questo non è formativo». La reazione è stata immediata: «La responsabile del Pio Monte ha chiamato la preside – raccontano dal collettivo – minacciando il ritiro del monte ore che fa capo al loro ente. Questo significa che i ragazzi, che sono in quarta, l’anno prossimo avrebbero dovuto accollarsi la formazione d’accapo proprio a ridosso della maturità. Naturalmente non ci sono tracce scritte delle pressioni così, se protesti perché di fatto sei ricattato, l’ente può sempre negare tutto».

Le pressioni però ci sono state e infatti gli studenti sono stati costretti scrivere una lettera in cui ribadivano il rispetto per la scuola e il Pio Monte, se pure mantenevano ferma la contrarietà all’alternanza, annunciando la sospensione della protesta: sabato scorso si sono presentati per svolgere un lavoro (dalle 9 alle 17) che viene definito volontario ma che in realtà è imposto e non retribuito. All’esterno, a manifestare per loro, c’era il collettivo del Vittorio Emanuele e un quinta del Garibaldi: «Non hanno potuto impedircelo – spiegano – perché abbiamo già terminato le nostre ore in un’altra struttura e non eravamo in orario scolastico». Con loro avevano lo striscione «Le vostre minacce non ci fermeranno». Il Pio Monte ha reagito chiudendo i cancelli, chiamando la polizia e poi cancellando l’alternanza per oggi. Ai ragazzi la responsabile ha detto che veniva data loro «una grande opportunità, la possibilità di fare un’esperienza di vita».

Se però chiedi agli studenti, ecco la risposta: «Siamo usati come venditori di prodotti e per di più rubiamo il posto ai laureati. Non c’è spazio per pensieri e azioni che provino a scardinare questo sistema: tutto è soffocato dai provvedimenti disciplinari, dalle minacce di ritorsioni se si lede l’immagine dell’azienda presso cui si svolgono i percorsi, dal decoro. Volevano persino imporci come vestire, sempre a spese nostre. Addirittura, per fare la formazione propedeutica alle guide, ci sono professori che sottraggono ore alle materie di studio». Quella al Pio Monte è la terza protesta in due mesi: il 27 marzo erano stati gli studenti del Vittorio Emanuele a inaugurare la rivolta dei badge durante le giornate del Fai, riproponendo l’iniziativa ad aprile al Museo Duca di Martina.

Lo scorso ottobre la Cgil Campania aveva aderito allo sciopero dell’Uds contro l’alternanza scuola-lavoro introdotta dalla Buona scuola del governo Renzi: «La nostra preoccupazione – sottolineava il sindacato – è che possa essere vista come la possibilità di impiegare lavoratori a costo zero. È gravissimo diffondere il concetto di lavoro non retribuito: significherebbe abituare i giovani a lavorare in condizioni sempre al ribasso».

L’alternanza interferisce anche con l’ambito scolastico: «L’anno prossimo, per la prima volta, la scheda di valutazione compilata alla fine del percorso peserà sull’esito del voto di diploma. Cosa c’entra il carisma o la capacità di arringare il pubblico con la formazione e l’impegno nello studio? Perché uno studente estroverso oppure accondiscendente con l’azienda dovrebbe essere premiato?» si chiedono i ragazzi del Garibaldi.
Intanto, stamattina, la Camera popolare del lavoro dell’Ex Opg Je so’ pazzo dà appuntamento a piazza Bellini per un flash mob: vestiti da camerieri gireranno il centro storico per protestare contro il lavoro in nero e la mancanza di controlli.

Riferimenti
Si veda su eddyburg di Filippomaria Pontani La legge che rende inutile insegnare e di Piero Bevilacqua Contro l'alternanza scuola lavoro. Sulla proposta di legge popolare alternativa alle deformazioni della Moratti e della Gelmini e della "Buona scuola" di Matteo Renzi di Marina Boscaino Ecco come ribaltare il classicismo della scuola italiana. Sulla trasformazione della scuola si veda la recensione di Piero Bevilacqua Pedagogia della carezza al libro di Laura Marchetti Per una didattica della carezza

la Repubblica

«Diario di un cronista rider per un mese, guidato dallo smartphone e da un algoritmo Niente tutele ma alcuni colleghi dicono: “È un deserto, almeno qui ci pagano”»

Un mese da lavoratore della Gig Economy, per raccontare cosa vuol dire guadagnare cinque euro lordi a consegna, correndo come matti in bici con la pioggia, il vento, il buio e il cuore in gola. Senza tutele, sfidando il traffico (e gli incidenti) perché più consegni più guadagni, ma se invece ti fermi perché vuoi fare altro, o magari perché non ce la fai più, sei fuori, l’algoritmo ti bolla come poco disponibile. Via, entra un altro. Per un mese mi sono iscritto a “Deliveroo” (ma si dice “loggato”) per raccontare dal vivo cosa vuol dire nel 2018 tornare al lavoro a cottimo, magari “cottimo digitale”, ma il senso è lo stesso, è l’ultima frontiera del precariato per quelli della mia generazione. Ho “indossato” la mia “action cam”, una minuscola Go-Pro che mi servirà per documentare l’esperienza e sono partito. Ho incontrato studenti e studentesse, giovani laureati senza lavoro, italiani e stranieri, disoccupati di mezza età, ciclo-fattorini padri di famiglia che consegnano merci da due anni e mezzo senza sosta. Questo è il mio diario di un mese da rider di Deliveroo, dal 15 marzo al 15 aprile, Pasqua compresa.
13 marzo. Mi preparo. L’unica persona in carne e ossa di Deliveroo con cui interagisco è Antonio, che mi dà il kit da fattorino, zaino termico e indumenti antipioggia col marchio aziendale. Appuntamento in un ufficio di coworking in zona Prati, dove tutto è in affitto, telefoni, scrivanie, computer. Noi aspiranti fattorini veniamo convocati in una saletta riunioni. Intorno a un tavolo ci sono un giovane metallaro, un sessantenne, un ragazzo indiano che parla a malapena italiano, uno studente della Luiss. Scopriamo che il pagamento è di 5 euro lordi. E che Deliveroo ci garantisce da una a cinque consegne all’ora. Le consegne sono tutte nel raggio di 4 km.
Diamo l’iban ad Antonio e scarichiamo l’applicazione per i rider sui nostri smartphone. In mezz’ora siamo nel magazzino a ritirare. Sono ufficialmente un ciclo-fattorino di Deliveroo. Ma è più bello dire rider. Nelle 48 ore precedenti mi sono iscritto al sito, scannerizzato la carta d’identità, frequentato un breve corso online sulle regole di igiene e salute. Ho firmato con una applicazione digitale (non ho mai stampato il foglio) il contratto da collaboratore autonomo, da partner di Deliveroo.
16 marzo. Mi trasformo. La bici la compro usata in una ciclofficina del quartiere Portonaccio, una mountain bike assemblata “ad hoc” per il mio prossimo lavoro di rider. Lo smartphone di ultima generazione ce l’ho già. Il mio unico strumento di lavoro, oltre naturalmente al fiato e all’accettazione delle regole aziendali.
18 marzo. Si parte. Prenoto sulla app la sessione oraria delle 19 in zona Roma Centro. L’unica ancora libera. Ormai siamo tanti, troppi. Di mettermi gli indumenti aziendali mi rifiuto. È sufficiente la pubblicità (non pagata) che farò con l’enorme zaino termico marchiato per le strade di Roma.
Raggiungo in bicicletta il Colosseo, il confine sud della zona per cui sono prenotato. Attivo il Gps del mio smartphone, è il momento di dire alla piattaforma che sono attivo. Disponibile per le consegne. L’algoritmo inizia a lavorare. Incrocia le richieste dei clienti ai ristoratori con le posizioni dei rider più vicini.
Bip. Arriva la notifica. Corro. «Ti è stato assegnato un nuovo ordine. You have been assigned a new order. Gelateria Giolitti di fronte al Parlamento. Tre vaschette di gelato da 70 euro». È il momento clou della consegna cibo.
20 marzo. I colleghi. Incrocio per le strade rider di tutti i tipi. I marchi sono tanti: quelli rosa di “Foodora”, i “colleghi” che hanno avuto il coraggio di chiedere di essere inquadrati come lavoratori subordinati, e per questo erano stati cacciati. I gialli di “Glovo”, loro portano di tutto.
Siamo italiani, stranieri, un esercito che corre. L’applicazione mi fa sapere che si è liberata la sessione tra le 20 e le 21. La prenoto prima che lo faccia qualcun altro.
25 marzo. La fatica. I colli di Roma si fanno sentire. Non è una città bike-friendly. Salite, buche, voragini e sampietrini sconnessi rendono ogni consegna una sfida all’ultimo ostacolo… Nella salita tra Fontana di Trevi e il Quirinale pedalo a fatica affannato. Nessuno dell’azienda mi ha chiesto se sono cardiopatico o idoneo a fare decine di chilometri in poche ore. Potrei morire e la responsabilità sarebbe mia. In due ore ho fatto 4 consegne. Venti euro. Lordi.
Ritorno a casa. Per altri 40 minuti farò pubblicità a Deliveroo.
28 marzo. Le storie
La beffa è che tocca a me comprare del cibo su Deliveroo.
Ho una fame da lupo ma voglio anche parlare con un rider. Scelgo una margherita da 5 euro. Quello che mi sono guadagnato con una consegna, più 2,50 euro per la consegna. Chi bussa alla mia porta è un quarantenne che lavora 57 ore a settimana. È evidentemente affaticato, ma dice di essere contento: «Non c’è lavoro, è un deserto. Almeno Deliveroo mi paga».
Parlare e conoscere i colleghi non è facile. Ognuno pedala di fretta seguendo le istruzioni della propria app. Ma davanti ad ristorante, mentre il cameriere del Bangladesh, con aria di sufficienza, mi chiede di rimanere fuori, sullo zerbino, incontro Eric, sudamericano, rider agguerritissimo, 28 anni, con Deliveroo guadagna fino a 1.200 euro al mese. Lavora da un anno e riesce a fare anche 5 consegne all’ora: «Perché conosco le strade senza bisogno di usare Google Maps», rivela. Eric mi fa accedere ai tre gruppi WhatsApp dei Riders romani di Deliveroo, dove i tentativi di sindacalizzazione si mischiano a esultanze per la Roma.
Incontro Federica, 32 anni, architetta, che lavora per Foodora. «Ho lavorato in uno studio di architettura ma non mi pagavano. Non potevo mantenermi. Alla fine sono approdata a Foodora. Più volte ho rischiato di finire sotto una macchina, ma guadagno un po’ di soldi e faccio sport. Non è male». Forse. Ma la sensazione è che a Federica quei soldi servano per vivere.
1 aprile. Pasqua. La consegna è in Via Margutta. Un bellissimo appartamento, terrazze su Roma. Settanta euro di sushi, aperitivo del pranzo di Pasqua. Nessuna mancia però. Né in contanti né digitale. Tra i segreti di Deliveroo c’è anche la possibilità che il cliente, aggiunga qualche euro per fattorino. Al quale però i soldi arriveranno soltanto dopo un mese...
15 aprile. Il bonifico Mi arriva il primo bonifico da un conto inglese: undici consegne, guadagno lordo 55 euro. Sulle strade di questo nuovo caporalato digitale ho incontrato persone disposte a tutto pur di lavorare. Ma i rider si stanno organizzando. E tra ciclofficine e gruppi WhatsApp sta nascendo il nuovo sindacato

la Nuova Venezia, Nell'Italia di oggi

Reggio Emilia. È notte già da un bel pezzo quando Mike arriva, in bicicletta, nella zona industriale a nord di Reggio Emilia. Fa non poca fatica a capire in che razza di posto sia capitato; luoghi del genere non li aveva mai visti prima. Controlla la via: è quella scritta sul contratto di lavoro. Si mette ad andare avanti e indietro, poi alla fine trova il posto. È un capannone, non tanto grande, dove si vedono le luci accese. Entra. Gli chiedono il nome, e lui fa vedere quel pezzo di carta ripiegato in quattro che gli hanno dato in un'agenzia interinale. Probabilmente Mike non ha le idee chiare su cosa sia un'agenzia interinale, però sa che sono quelle persone che gli hanno trovato un lavoro. Adesso lui un lavoro ce l'ha, a differenza di molti fra quelli come lui che all'Europa chiedono un pezzetto di futuro.

Mike è un nome di fantasia, ma questa storia è tutta vera. È la storia di uno dei tanti giovani che al primo impatto con il mondo del lavoro, in questo caso a Reggio Emilia, scoprono il significato della parola precariato, qui però portato al parossismo, all'assurdo, arrivando a sfiorare il grottesco. In più il nostro Mike non è una persona come tutte le altre: è un giovane uomo di pelle nera, in Italia con la qualifica di richiedente asilo. Ha un documento valido in tasca, è certamente un cittadino di qualche posto in Africa, ma non è un cittadino italiano. Può restare in Italia, ma al momento senza una precisa garanzia; nessuno, per ora, gli ha riconosciuto il titolo di rifugiato. Mike però non è un bighellone, non sta tutto il giorno a gironzolare. Va a scuola per imparare l'italiano, è un bravo allievo (e infatti l'italiano lo parla bene) e soprattutto ha voglia di lavorare. Proprio per questo la festa del Primo Maggio sembra pensata apposta per lui.
Mike è il modello perfetto del giovane lavoratore mal pagato al quale il diritto del lavoro non offre alcuna garanzia. Lui e centinaia di migliaia di altri si meritano di diritto un posto nelle sfilate della Festa del Lavoro che si svolgono in giro per la penisola. Questo ragazzo straniero è orgoglioso del contratto di lavoro che ha in tasca, anche se forse non capisce fino in fondo tutto quello che c'è scritto sopra. Gli hanno detto di presentarsi alle 10 di sera, lui è lì puntuale. L'orario di lavoro prevede il suo impegno fino all'alba, e il contratto è a tempo determinato, questo è scritto chiaramente. Paga: 7 euro e rotti all'ora, ovviamente lordi. Alla fine una giornata (anzi una nottata) lavorativa non frutta granché, ma è sempre meglio che starsene lì a impazzire senza fare niente. In azienda viene accolto e gli spiegano quello che deve fare, cioè spostare contenitori. Da una parte all'altra. Un lavoro pesante, semplice, non proprio gratificante, ma in futuro - Mike lo crede fermamente - ci sarà di meglio.
Poco alla volta arriva l'alba, è il momento di tornare a casa. Mike chiede a che ora dovrà ripresentarsi e a questo punto arriva la sorpresa. Il lavoro è finito, nel senso che non ce n'è più. Non c'è un domani. E la paga, quei pochi biglietti da dieci euro? Gli verranno consegnati in maggio. Sconsolato, Mike riprende la sua bicicletta e se ne va, mentre la maggioranza degli altri italiani esce per andare a lavorare. È convinto di essere vittima di una fregatura ordita da qualche truffatore, invece è anche peggio. È tutto perfettamente legale. Il contratto infatti dice che il rapporto di lavoro è a tempo determinato per la durata di 5 (cinque) giorni e che il periodo di prova è di 1 (un) giorno. Quindi dopo una sola notte di fatica muscolare non c'è bisogno di tanti giri di parole per lasciarlo a casa. Tutto regolare. Mike il Primo Maggio non ha grandi motivi per festeggiare; di sicuro ha un'ottima ragione, insieme a tanti altri giovani, per protestare.

Comune-info, 8 aprile 2018.

«La brillantezza di rossetti, ombretti, smalti da unghie (ma anche delle vernici) è dovuta alla mica, minerale diffuso soprattutto in India. Ad estrarlo nelle miniere sono spesso ragazzi e bambini, almeno 22.000, tanti di loro sotto i dodici anni. Quei bambini non devono fare i conti solo con la fatica, ma anche con la polvere che compromette i loro polmoni e con gli incidenti talvolta così gravi da provocare ferite e fratture mutilanti se non la morte. L’organizzazione indiana Bachpan Bachao Andolan ritiene che nelle miniere di mica muoiano ogni mese una decina di persone, molte di loro minori. Naturalmente sono noti ben noti i nomi delle multinazionali della cosmesi più assetate di mica. Ma come qualsiasi impresa dipende in gran parte dai cittadini consumatori…»

Pochi sanno che la brillantezza e l’effetto perla di rossetti, ombretti, smalto per unghie, prodotti per capelli, è dovuta alla presenza di mica, un minerale friabile di aspetto cristallino che in virtù delle sue proprietà luminose, termiche, chimiche, è utilizzato non solo nell’industria della cosmetica, ma anche delle vernici, dell’elettronica, delle automobili. Ancora più esiguo è il numero di quanti sanno che un quarto della produzione mondiale di mica proviene dall’India, stati di Jharkhand e Bihar, da parte di miniere per il 90 per cento illegali che impiegano una gran quantità di lavoro minorile. Un rapporto appena pubblicato dall’istituto olandese Somo, Global mining mica and the impact on children rights, ci informa che in India i minori impiegati nell’estrazione di mica sono attorno a 22.000, molti di loro sotto i dodici anni. Invece di andare a scuola passano le loro giornate a sminuzzare le scaglie di mica, quando non si calano nei tunnel sotterranei per staccare le lastre e portarle in superficie. Bambini con paghe da schiavi, come d’altronde sono da schiavi quelle dei loro padri, che proprio a causa dei salari miserabili sono costretti a chiedere ai loro bambini di seguirli al lavoro. Ed eccoli là fra le pietre, polverosi, malvestiti e rachitici i nostri piccoli produttori di mica che ci permettono di mettere a punto trucchi smaglianti.

Già nel 2016 la Reuters Foundation, aveva pubblicato un servizio che segnalava la loro triste condizione facendo presente che i bambini lavoratori non devono fare i conti solo con la fatica, ma anche con la polvere che compromette i loro polmoni e con gli incidenti talvolta così gravi da provocare ferite e fratture mutilanti se non la morte. L’organizzazione indiana Bachpan Bachao Andolan, attiva contro il lavoro minorile, ritiene che nelle miniere di mica muoiano ogni mese una decina di persone, molte di loro minori.

Il servizio dalla Reuters Foundation indusse varie imprese che utilizzano mica, fra cui l’Oréal, Chanel, H&M), a correre ai ripari formando un coordinamento denominato RMI (Responsible Mica Initiative) con lo scopo di individuare e perseguire strategie comuni di contrasto al lavoro minorile. Ma un anno dopo la Reuters Foundation è tornata nelle zone di estrazione ed ha trovato che poco o niente era cambiato. In un nuovo documento pubblicato nel dicembre 2017, si legge che i bambini continuano a morire nelle miniere fantasma. Ironia della sorte, proprio il Primo maggio a Girihit, stato del Jharkhand, erano morte quattro persone di cui due adolescenti. La mamma di una di loro racconta:

«Quando abbiamo saputo che la miniera era crollata siamo venuti di corsa ed abbiamo scavato con le mani nude per ritrovare Laxmi. Nonostante una gamba rotta, la bambina ce l’aveva fatta a farsi strada verso la bocca d’uscita, ma siamo arrivati troppo tardi: l’abbiamo trovata morta. Aveva dodici anni».

E i rappresentanti delle Organizzazioni non governative indiane incalzano: “L’RMI ha fatto tante promesse, ma tutte a vuoto”. Le imprese stesse ammettono: “Le iniziative assunte fino ad ora hanno contribuito solo marginalmente a combattere il lavoro minorile perché è mancato lo sforzo collettivo auspicato dall’alleanza”.

Tutt’al più sono state assunte iniziative filantropiche, più utili al social washing che all’elevazione umana. La vera sfida è la dignità del lavoro, perché il lavoro minorile scompare da solo se si liberano le famiglie dal bisogno. Un obiettivo che richiede molto di più di semplici azioni di controllo. Come primo passo va benissimo la gendarmeria per escludere la presenza di fornitori illegali nelle proprie filiere produttive. Ma poi servono politiche proattive per garantire la sicurezza dei luoghi di lavoro, le libertà sindacali, il pagamento di salari vivibili. Le imprese, tuttavia, difficilmente si avvieranno spontaneamente per una strada che mal si concilia con la logica del profitto. Lo faranno solo se spinte dai consumatori che nel settore dei cosmetici hanno al proprio attivo già un risultato importante.

Nel 2009 venne adottato un regolamento europeo che vieta di sperimentare i cosmetici sugli animali e di vendere cosmetici contenenti ingredienti testati sugli animali. La disposizione fu il frutto di una lunga battaglia della società civile, a dimostrazione che volere è potere. Oggi dobbiamo usare la stessa determinazione per liberare la bellezza da un’altra forma di crudeltà ancora più odiosa. Dobbiamo richiedere a istituzioni ed imprese di adottare tutte le misure che servono, per garantire la dignità del lavoro e liberare l’umanità dalla vergogna del lavoro minorile. Non farlo sarebbe come dire che abbiamo meno rispetto per la vita di un bambino che quella di un ratto.

Articolo tratto dalla pagina qui raggiungibile

la Repubblica

La casistica degli infortuni sul lavoro ci regala un nuovo lugubre record: quello delle morti plurime. Tre morti il 20 marzo scorso nello scoppio di un locale a Catania. Due morti otto giorni dopo nel porto di Livorno per l’esplosione di un serbatoio. Altri due nel giorno di Pasqua a Treviglio per lo scoppio di un’autoclave. E ancora due morti proprio ieri a Crotone, travolti dal muro di contenimento in un cantiere edile: Giuseppe Greco, 51 anni, e Kiriac Dragos Petru, rumeno di 35 anni.

L’impressione è che ci sia in questi mesi un’accelerazione degli infortuni mortali, soprattutto nei cantieri edili. Il dato più clamoroso viene dalla Fillea Cgil, che rappresenta i lavoratori delle costruzioni. « Dall’inizio dell’anno — dice il segretario generale Alessandro Genovesi — abbiamo avuto un aumento del 50% degli infortuni mortali rispetto al 2017 » . Insomma, stanno raddoppiando i morti nell’edilizia.
E la ripresa economica, in assenza di una stretta sui controlli, non fa che aumentare le probabilità di infortuni. « È proprio quello che sta succedendo — spiega Genovesi — Da una parte assistiamo a un risveglio dell’edilizia che però non produce nuove assunzioni, ma solo più ore di lavoro per gli stessi dipendenti, e quindi molta fatica in più. Dall’altra, numerose aziende ( soprattutto subappaltanti) applicano ai propri lavoratori, per risparmiare, non più il contratto da edile ma contratti meno costosi: ad esempio quello multiservizi (settore pulizie) o quello florovivaistico. Ci sono persino lavoratori con il contratto da badante. Tutti questi dipendenti, a differenza degli edili, non fanno i corsi di formazione obbligatori di almeno 16 ore, e non hanno in dotazione ( a meno che non lo chiedano) i dispositivi di sicurezza come caschi, cinture, corde, scarpe speciali e così via». In queste condizioni, è difficile non prevedere una recrudescenza degli infortuni.
Insomma, anche quando non si impiega lavoro in nero, molte aziende trovano il modo di risparmiare sui corsi di formazione anti- infortunistica e di complicare i controlli degli ispettori, soprattutto con il subappalto. E poi c’è l’utilizzo sempre più frequente di lavoratori “anziani”. Scorrendo la casistica dell’Anmil, l’associazione dei mutilati e degli invalidi del lavoro, si scopre che dal primo marzo ad oggi, la metà dei morti aveva più di 55 anni. E molti erano over 60. Come Antonio Di Nardo, 69 anni, caduto in una cava e colpito da un masso a Lanciano (Chieti). O come Luigi Vilardo, 63 anni, scivolato da una scala nel capannone dove lavorava a Caracagno (Parma).
Ma quanti sono nel complesso le morti sul lavoro in questo primo scorcio del 2018? Non è dato saperlo in modo ufficiale. Ogni associazione ha le sue stime. Inutile sperare in una qualche certezza statistica: c’è solo il conteggio giornaliero eseguito da sindacati o da semplici persone di buona volontà che raccolgono le notizie degli incidenti dalle fonti più disparate: i propri associati, i siti internet, le agenzie di stampa, i giornali, le tv. È il caso dell’Osservatorio di Bologna, guidato da Carlo Soricelli, secondo il quale dall’inizio dell’anno sono già 159 gli infortuni mortali, l’ 8,9% in più sugli stessi mesi del 2017.
E le statistiche dell’Inail? I dati dell’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro sono fermi a gennaio, con 67 decessi contro i 69 del gennaio 2017, ma nei dodici mesi precedenti denunciavano un aumento delle morti a 1.029, dai 1.018 del 2016.
Il vero problema, tuttavia, non sta in un semplice ritardo tecnico di comunicazione: sta nel fatto che l’Inail non raccoglie tutte le denunce di infortunio ma solo quelle dei propri assicurati. Sfuggono tutti i liberi professionisti e le partite Iva, tutti i dipendenti delle forze armate, delle forze di polizia e dei vigili del fuoco. Insomma, milioni di persone sono assicurati con altri istituti, e se hanno un incidente magari vengono risarciti, ma ai fini statistici restano dei fantasmi. Così come restano invisibili tutti i lavoratori in nero.
Amara conclusione: non esiste un ente pubblico che raccolga tutti i dati sugli infortuni, mortali e non. «Già nel 2012 — dice il presidente dell’Inail, Massimo De Felice — auspicammo la costruzione di una base informativa efficiente e l’accreditamento del nostro Istituto come fornitore unico di informazioni sulla sicurezza e sulla salute nei luoghi di lavoro. È un impegno che continuiamo a segnalare alle autorità competenti » . Ma l’appello, finora, è caduto nel vuoto.

Il Fatto quotidian

L’assuefazione alle morti sul lavoro è ormai massima. Solo dichiarazioni di principio, niente fatti. Occorre con urgenza elaborare una strategia che abbia al suo interno una componente socio-politica: la modifica, a favore delle potenziali vittime, dei rapporti di potere. Dunque nessuna precarietà, ma diritti certi per tutti. Le valutazioni del rischio non devono essere un pacco di fotocopie, devono essere precedute da sopralluoghi e riscontri materiali. Come è possibile non prevedere il rischio di scoppio quando si lavora attorno a un serbatoio di certe sostanze chimiche? È passata invano anche la strage di Ravenna del 1987? La vigilanza deve essere rafforzata. Due sui quattro morti degli ultimi giorni lavoravano di notte: era necessario? La vigilanza pubblica si mobilita solo dopo la tragedia? La questione sarebbe semplice: potere effettivo di autodifesa dei lavoratori associato a una concreta attività ispettiva pubblica. Occorre però un ceto politico diverso.

Vito Titore, Medico del lavoro

Gentile dottore, i morti sul lavoro sono aumentati nel 2017 rispetto al 2016 (1.029 contro 1.018 secondo l’Inail), come era già successo tra il 2014 e il 2015 (da 1.175 a 1.294). Sono sempre troppi, anche quando diminuiscono (erano stati 1.624 nel 2008). Quasi tre al giorno, domeniche e festivi compresi. L’Osservatorio indipendente di Bologna ne conta già 151 nel 2018. Gli incidenti degli ultimi giorni a Livorno e a Treviglio (Bergamo) ci hanno ricordato come sia facile, in Italia, andare a lavorare e non tornare più.

L’emergenza ha a che fare con il precariato, con l’innalzamento dell’età pensionabile che inchioda ai loro posti lavoratori non più giovani anche in settori usuranti, con le troppe aziende che specie in tempo di crisi considerano la sicurezza come un costo insopportabile. L’Ispettorato del lavoro per il 2017 riferisce di irregolarità in materia di prevenzione infortuni nel 77,09% (+3,5% sul 2016) delle appena 22 mila aziende controllate (su 4,4 milioni). E l’illegalità diffusa si alimenta anche delle carenze degli organici degli Ispettorati e delle Asl.

Sarebbe necessario rafforzare la vigilanza e anche la repressione dei reati ai danni della sicurezza e della salute dei lavoratori. Perché un imprenditore o un dirigente, nei pochi casi di condanna per omicidio colposo, prende uno o due anni al massimo, in genere con la condizionale. Raffaele Guariniello, magistrato a riposo e grande esperto della materia, propone da anni una Procura nazionale per la sicurezza sul lavoro, sul modello di quella Antimafia, per sostenere le piccole Procure spesso alle prese con processi difficili. Non se n’è mai fatto niente. La strage continua.

Articolo ripreso dalla pagina qui raggiungibile

il manifesto, 3 aprile 2018. Porre in secondo piano la lotta alla precarietà del lavoro non è soltanto un attentato alla completezza della persona umana, ma anche un grave errore economico

Una ricostruzione della sinistra in Italia non può prescindere da una critica impietosa che riguardi i contenuti della proposta politica prima che il modo in cui essa è stata presentata. Una critica che non può trascurare di aprire finalmente gli occhi sulla «mucca che è nel corridoio»: la precarietà del lavoro. Intendo sostenere che questo problema, ampiamente denunciato, non è mai stato in realtà affrontato sul serio, per lo meno da parte della sinistra finora rappresentata in Parlamento.

Ci si è baloccati con idee bizzarre quali gli incentivi ai rapporti di lavoro stabili (come se la ricattabilità dei lavoratori non fosse l’incentivo più auspicato dalle imprese), gli articoli 17 e mezzo e amenità simili. Soprattutto non ci si è resi conto che l’abbattimento della precarietà del lavoro è in realtà il presupposto imprescindibile di una politica coerente per l’occupazione, e non qualcosa a cui si possa pensare in un secondo momento, quando l’auspicata ripresa economica sia stata avviata.

Prendiamo per esempio il caso di Liberi e Uguali. Come ribadito sulla Repubblica del 18 febbraio, il programma economico di Leu si ispirava ad una “visione keynesiana”, che si concretizzava in “due punti fondamentali”: l’aumento della “spesa pubblica per investimenti ad alto moltiplicatore” e la riduzione dell’imposizione fiscale, ma solo nei limiti consentiti dal recupero dell’evasione.

Com’è noto, Keynes riteneva che l’occupazione e il reddito possano crescere soltanto come conseguenza di un’espansione della domanda aggregata, e cioè della domanda complessiva di beni e servizi. Alla politica economica era assegnato il ruolo di sostenerla, qualora essa si fosse rivelata insufficiente; l’aumento iniziale del reddito e dell’occupazione generato dall’intervento pubblico avrebbe a sua volta alimentato la crescita dei consumi privati ̶ che dal reddito dipendono ̶ dando così luogo ad un’espansione ulteriore della domanda. E’ in quest’ottica, dunque, che il programma di Liberi e Uguali proponeva di sostenere gli investimenti pubblici “ad alto moltiplicatore”, e cioè quelli in grado di determinare gli effetti più significativi sul reddito e sull’occupazione. Quelli, in altri termini, capaci a loro volta di fornire maggiore alimento alla spesa per consumi che dovrebbe essere stimolata dall’intervento iniziale dello stato.
Eppure, nella dichiarata adesione di Leu ad una prospettiva keynesiana c’è qualcosa che non torna; qualcosa che riguarda la questione, centrale nell’analisi di Keynes, della relazione tra la domanda aggregata e la distribuzione del reddito.

Keynes riteneva che il volume della domanda aggregata, e in particolare il livello dei consumi, non sia indipendente dalla distribuzione del reddito tra le classi sociali. Questo perché i ceti sociali più benestanti risparmiano in genere una quota significativa del proprio reddito; quelli relativamente meno abbienti ne consumano invece una quota molto elevata. Di conseguenza quanto più il reddito è concentrato in poche mani, tanto maggiore sarà la percentuale di esso che verrà risparmiata, e quindi tanto più contenuto sarà il livello dei consumi. Un alto grado di disuguaglianza nella distribuzione del reddito limita dunque la crescita dei consumi e, con essa, l’espansione della domanda aggregata e dell’occupazione: la propensione al risparmio dei membri più ricchi della società, affermava Keynes, può essere incompatibile con l’occupazione dei suoi membri più poveri.

Una politica economica di ispirazione keynesiana non può dunque prescindere dalla questione delle disuguaglianze nella distribuzione del reddito, soprattutto quando queste sono molto accentuate e vanno addirittura aumentando, come accade ormai da molti anni. Se questa tendenza dovesse persistere, sarebbero ben poco efficaci gli aumenti della spesa pubblica per investimenti auspicati da Leu. Sarebbe, inoltre, completamente esclusa la possibilità che essi possano rivelarsi “ad alto moltiplicatore”, dato che la loro efficacia nell’alimentare la crescita dei consumi dipende in maniera cruciale dal livello della propensione al consumo della collettività.

In passato questo problema tendeva almeno in parte a risolversi man mano che l’intervento pubblico, avviando una ripresa dell’occupazione, contribuiva ad accrescere la forza contrattuale e quindi le retribuzioni dei lavoratori. In questo modo l’incremento dell’occupazione, determinato inizialmente dall’intervento dello Stato, veniva poi alimentato dall’espansione dei consumi che era consentita anche dal mutamento della distribuzione del reddito.

Tutto questo non è più possibile. Le norme che sono state via via introdotte hanno favorito il dilagare dei rapporti di lavoro precari, con la conseguenza di ridurre drasticamente la forza contrattuale dei lavoratori. Anche in presenza di una ripresa dell’occupazione non c’è da aspettarsi un incremento dei salari reali che possa invertire la tendenza all’aumento delle disuguaglianze. E’ stato insomma creato un contesto istituzionale che favorisce una distribuzione del reddito via via più sperequata: un elemento che, come abbiamo visto, tende a limitare la crescita dei consumi e, più in generale, della domanda aggregata. Insomma, non c’è poi molto da aspettarsi, in termini di crescita del reddito e dell’occupazione, da una semplice politica di investimenti pubblici.

Una politica economica di impostazione keynesiana deve dunque prevedere un’immediata e drastica riduzione della precarietà dei rapporti di lavoro. In mancanza di questa, è illusorio pensare ad un aumento degli investimenti pubblici come ad una seria possibilità per una ripresa della crescita; ancora più illusorio è parlare di investimenti “ad alto moltiplicatore”.

Nel programma di Liberi e Uguali lo “scandalo” della crescente disuguaglianza dei redditi viene sottolineato. Si ritiene però che la “via maestra per la redistribuzione di redditi e ricchezza è quella verso la piena e buona occupazione, da stimolare tramite un piano straordinario di investimenti”. La redistribuzione del reddito viene dunque considerata un risultato della crescita dell’occupazione, e non come la condizione necessaria perché essa si realizzi. Sembra sfuggire che l’auspicata crescita dell’occupazione non può realizzarsi senza la preliminare rimozione dell’ostacolo alla redistribuzione del reddito costituito dalla precarietà del lavoro.

Certo, nel programma di Liberi e Uguali viene affermata la necessità di interventi orientati a cancellare il “ricatto della precarietà”. E’ difficile tuttavia sfuggire alla sensazione che l’aumento degli investimenti pubblici sia considerato il vero provvedimento urgente, mentre il “superamento” dei rapporti di lavoro precari sia una questione di più lungo periodo, da affrontare una volta che siano stati realizzati incrementi apprezzabili dell’occupazione.

Non si spiega altrimenti perché dell’abbattimento della precarietà non sia stata fatta una vera e propria bandiera elettorale (nelle dichiarazioni pubbliche si è parlato prevalentemente di cancellazione del Jobs Act, come se prima di questo la precarietà non fosse già dilagante!). Un atteggiamento dettato forse dalla convinzione che, almeno in una prima fase, un aumento della forza contrattuale dei lavoratori possa danneggiare la ripresa dell’occupazione. Questo significherebbe però, parafrasando Keynes, essere ancora “schiavi” di un’impostazione economica che l’identità e il programma di una sinistra adeguata ai tempi dovrebbe considerare sostanzialmente “defunta”.

Comune-info.net

«Possiamo affrontare il tema del lavoro in modo diverso? Possiamo dire chiaramente che non si difende qualsiasi lavoro? Che non possiamo proteggere la produzione di armi o la produzione di morte come avviene ad esempio a Taranto? È giunto il momento di smettere di produrre “ciò che produce profitto” per dedicarci a ciò che “serve collettivamente per vivere,” spiega Marvi Maggio. “Il tempo liberato dal lavoro è il criterio per capire quanto si stia andando nella direzione della trasformazione sociale…”. I soldi? “Ci sono e vanno dirottati dalle guerre e dagli sgravi alle imprese…Analisi e strategia, un nuovo stato sociale»

Neoliberismo: ruolo dello stato e

della pubblica amministrazione
e privatizzazione
Noi come lavoratori del pubblico impiego siamo colpiti in modo estremo dal neoliberismo, inteso come politica di rivalsa delle classi dirigenti, tesa a riprendere il potere perduto negli anni del dopoguerra e soprattutto negli anni Settanta. David Harvey, geografo marxista, definisce il neoliberismo come politica di restaurazione del potere di classe (quello della classe dirigente, del capitalismo). Una politica che si somma al funzionamento del capitale come motore del sistema economico, con il suo sfruttamento di esseri umani e della natura, con il suo produrre beni e servizi solo per chi può pagare, il suo dissipare risorse e la sua capacità di disumanizzazione. Tratta le cose da persone e le persone da cose. Il neoliberismo è iniziato a fine anni Settanta e continua ancora oggi.

Il neoliberismo è contro le norme ambientali e le norme che difendono i lavoratori, è contro ogni regola che controlli e restringa lo spazio dell’impresa e dell’investimento. È, quindi, contro le norme urbanistiche e paesaggistiche quando dettano regole che riducono la possibilità di estrarre profitto e rendita (intesa come profitto da monopolio).

Tuttavia il neoliberismo e il capitalismo utilizzano lo stato e la pubblica amministrazione come garante dell’ordine sociale che gli è necessario: primo fra tutti del diritto di proprietà. La utilizzano anche perché costruisca con finanziamento pubblico il capitale fisso di cui le imprese (o più in generale il capitalismo) hanno bisogno per funzionare: infrastrutture di trasporto e di connessione in rete in primis. Ne consegue che chi nelle pubbliche amministrazioni contribuisce alla progettazione delle infrastrutture, se queste funzionano dal punto di vista della produzione e realizzazione, contribuisce anche alla produzione di plusvalore. Dico, se funzionano dal punto di vista della produzione e realizzazione, perché alcune infrastrutture potrebbero in effetti essere semplicemente l’effetto di un fenomeno corruttivo: un finanziamento all’impresa costruttrice da parte dello stato anche se si tratta di una infrastruttura non necessaria alla produzione e realizzazione di plusvalore (né al trasporto delle persone). Il neoliberismo da subito si muove contro le leggi che lo ostacolano, abolendo fra l’altro lo stato sociale, per poi sostituirle con le sue leggi.

Il neoliberismo nasce con la Thatcher e Reagan proprio a fine anni Settanta e fa parte di una politica internazionale volta a distruggere tutto quello che avevamo costruito: i movimenti degli anni Settanta nelle scuole, università e posti di lavoro avevano spostato in modo rilevante i rapporti di forza a livello internazionale a favore delle classi subalterne. Il neoliberismo vuole eliminare le leggi e le regole che riducono il potere delle classi dominanti ma ne vuole altre che sostengono il suo potere.

Lo stato non è un corpo unico e univoco: al suo interno ci sono o ci sono stati elementi di welfare, di politiche di riequilibrio territoriale, di promozione di qualità territoriale, e contemporaneamente elementi di controllo, repressione di possibilità, tutte tese a conservare il potere delle classi dirigenti. Gli stessi servizi offerti dallo stato che oggi ci troviamo a proteggere dalla privatizzazione sono gli stessi che sono stati giustamente criticati per la scarsa qualità, l’ideologia e il pregiudizio familistico-democristiano che spesso contenevano, per la scarsa capacità di mettersi in rapporto con i fruitori, per la riduzione e semplificazione della complessità dei destinatari in categorie prestabilite e non verificate. Case solo per famiglie nucleari, scuole che tramandano ideologie del potere e non spirito critico, solo per fare degli esempi.

Ma con il neoliberismo appare sempre più forte il sostegno pubblico alle politiche di sviluppo economico capitaliste, in contrasto netto con qualsiasi ipotesi di qualità ambientale, sociale, territoriale. I piani strutturali e i piani operativi in diverse regioni (gli ex Piani Regolatori Generali) troppo spesso hanno come principale obiettivo politico da realizzare lo sviluppo economico capitalista, che ipotizzano possa essere compatibile con le qualità ambientali e sociali, fatto che però non si realizza mai.

Chi lavora nella pubblica amministrazione assiste a processi di privatizzazione dei servizi, ma anche delle attività di governo: per esempio in Regione Toscana si ampliano i settori che si occupano di appalti di servizi e di progettazione, in cui il compito diventa dettare le regole in base alle quali il servizio verrà offerto o il progetto verrà redatto da soggetti privati, imprese o cooperative.

Accanto a queste attività di esternalizzazione ci sono attività di finanziamento alle imprese, quelle vincenti come recita un adagio neoliberale: sostenere le imprese vincenti e abbandonare quelle perdenti, secondo l’idea (mai risultata vera) che le imprese vincenti traino lo sviluppo delle altre. Ma lo sviluppo che viene sostenuto è lo sviluppo capitalista: uno sviluppo in cui si produce quello che crea più profitto e non quello che è più utile e necessario. E si produce anche quando comporta la distruzione della natura non umana e l’alienazione dei lavoratori e della collettività. Si privatizzano anche le attività di governo quando, per fare un esempio, la pubblica amministrazione assume in toto nei propri piani urbanistici e territoriali quelli redatti da imprese private, immobiliari (tutto iniziò con le aree FIAT) o di settore (cave per esempio).

Con la scusa di promuovere lo sviluppo (capitalista) la Regione Toscana, ad esempio, distribuisce miliardi di finanziamenti europei alle imprese, che sono anche esonerate dalle tasse per il loro presunto ruolo di creare occupazione. Ma di quale occupazione stiamo parlando? Una produzione che risponde ai bisogni sociali e offre valore d’uso a tutti, oppure offre quel valore d’uso solo a chi lo può pagare? Bisogni fondamentali come quello della casa e quello della salute non trovano risposta, anzi ciò che prima, grazie alle lotte del passato (e non al compromesso capitale lavoro), era patrimonio di tutti, viene negato. Tutto quello che abbiamo avuto e abbiamo come diritto lo ha sempre conquistato chi ha lottato davvero per migliorare la situazione e non chi ha fatto compromessi. Ci sono riforme che sono un passo nella direzione di una trasformazione radicale e riforme che sono una scambio al ribasso (e questo descrive il compromesso). La descrizione dello stato sociale come compromesso elide la realtà: è stato conquistato con dure lotte inscritte in una ipotesi di trasformazione complessiva e non come contentino per stare zitti e piegare la testa.

Lavoro per tutti, ma utile per tutti
Oggi c’è un enorme bisogno di lavoro concreto che produce valore d’uso (non alienato).
La società in cui viviamo ha bisogno di una grande quantità di lavoro. Sto parlando di società, non del lavoro alienato di cui ha bisogno il capitalismo, ma del lavoro utile di cui abbiamo bisogno noi tutti.

Abbiamo bisogno di lavoro per far funzionare i servizi da offrire in modo universale: scuola, dagli asili nido, all’università, all’istruzione permanente; sanità a tutti i livelli, consultori; cura degli anziani di qualità e umana; cura del territorio, per garantire qualità idrogeomorfologica ed ecosistemica, per garantire qualità urbana, case per tutti, spazio pubblico, luoghi di incontro; cultura: biblioteche, archivi, teatri, luoghi per prove e per concerti, solo per fare degli esempi. C’è bisogno di numerosi nuovi servizi oltre che di far funzionare quelli che ancora esistono. In Italia un vero stato sociale, come è esistito nel Regno Unito del dopoguerra o nei Paesi Bassi, non è mai esistito.

C’è bisogno di un vero stato sociale ma diverso da quello del passato, diverso per contenuti, modalità organizzative, organizzazione del lavoro e per diritti dei lavoratori (che devono essere molti di più, assoluti e incondizionati). Reagan affermava: basta togliere i finanziamenti ai servizi pubblici e la gente si arrabbierà così tanto del fatto che non funzionino che accetterà di eliminarli e sostituirli con il privato.

Si tratta di dirottare i finanziamenti dalle imprese (e dalla guerra) ai servizi e alla produzione che serva per rispondere ai bisogni della popolazione a basso reddito. Contemporaneamente questa strategia offrirebbe una soluzione ai disoccupati. Si unirebbe la risposta a bisogni sociali di servizi e beni, alla risposta a chi ha bisogno di un reddito.

Ma il lavoro non dovrebbe solo essere utile (produttore di valore d’uso) ma anche non alienato (e questo attiene ai diritti del lavoro). Appare evidente che il lavoro nelle pubbliche amministrazioni oggi sia alienato: non controlliamo nulla di quello che facciamo, molto è lavoro meccanico e burocratico, malgrado i nostri sforzi di dargli senso. La qualità del lavoro che offriamo alla collettività dipende solo in minima parte dal nostro impegno, per il resto dipende da scelte politiche spesso tese a ridurre l’offerta pubblica e la sua qualità per garantire nuovi ambiti di investimento economico per le imprese.

Un lavoro non alienato
La rivendicazione di nuove massicce assunzioni nel settore pubblico per risolvere la domanda sociale (per dare corpo allo stato sociale) e per garantire lavoro ai disoccupati, deve coniugarsi con la rivendicazione di un lavoro non alienato. Non alienato perché i lavoratori conoscono le ragioni, contribuiscono a individuare le soluzioni, a garantire la qualità del lavoro che offrono. E contribuiscono a definire i limiti: pensioni di vecchiaia a 60 e orario. Ci vuole una vera democrazia organizzativa e per far questo il diritto del lavoro deve essere trasformato in meglio.

Siamo in tanti a criticare molti dei servizi pubblici esistenti, come fruitori e come lavoratori. Come lavoratori vediamo un’organizzazione gerarchica, i cui vertici sono scelti con lo spoil system e non sono mai all’altezza del ruolo. Disciplina e valutazioni spinte al massimo, ma non per migliorare le attività, bensì per renderle militari, tese all’obbedienza ai capi (e ai politici al comando) e non alla soluzione dei problemi e alla risposta di domande sociali che sono plurime e non possono essere presunte come faceva lo stato sociale democristiano.

Sono necessari democrazia organizzativa nel lavoro e partecipazione dei fruitori per la conoscenza dei bisogni a cui rispondere e per la definizione del servizio o del bene da offrire.
Non si tratta certo di difendere l’esistente né tanto meno di tornare al passato.

Perché mentre vanno chiesti servizi che rispondano ai bisogni sociali è necessario che siano organizzati direttamente dai lavoratori e dai fruitori, in un contesto di vera democrazia partecipativa (o autogestionaria). Non servizi solo rivolti agli indigenti (come stanno cercando di fare per le case popolari in un ottica neoliberale in base alla quale lo stato può offrire servizi e beni fuori mercato solo agli indigenti, tutti gli altri devono passare attraverso il mercato), ma servizi di alta qualità rivolti a tutti in modo universale.

Questa è una proposta per rispondere con un lavoro non alienato alla domanda di lavoro.

I sintomi sono chiari, ma la vera questione sono le soluzioni. Io credo che la questione cruciale sia lo scenario in cui poniamo le nostre lotte.

Se è quello che propongo, non si difende qualsiasi lavoro, perché non difendo la produzione di armi o la produzione di morte come avviene a Taranto. Non si baratta l’occupazione con la vita e poi una volta morti che conta il reddito? E qui parlo quindi di cosa produco: non deve essere prodotto ciò che produce profitto ma ciò che ci serve collettivamente per vivere, e la produzione non deve distruggere il nostro patrimonio collettivo, il territorio e l’ambiente, la natura (per quanto già seconda natura trasformata dall’interazione con le società nel corso del tempo, conserva sempre una componente di naturalità).

Veniamo poi al lavoratore, all’alienazione dal lavoro, alla perdita di umanità (il lavoratore è alienato dalla sua stessa essenza, poiché il suo non è un lavoro costruttivo, libero e universale, bensì forzato, ripetitivo e unilaterale (Marx paragona l’operaio al Sisifo della mitologia greca). L’organizzazione del lavoro deve essere nelle mani dei lavoratori. Il tempo liberato dal lavoro è il criterio per capire quanto si stia andando nella direzione della trasformazione sociale, come giustamente pensava Marx.

Il punto cruciale è promuovere e costruire una società umana e non alienata, in cui i bisogni delle persone trovino risposta.

Per iniziare ad andare in questa direzione è necessario una massiccia e imponente assunzione di nuovi lavoratori che offrano i servizi in tutti i settori che ho citato (istruzione a tutti i livelli, sanità, cultura, cura anziani, cura dei bambini, cura del territorio) attraverso una organizzazione del lavoro finalizzata al destinatario del servizio, non gerarchica e fondata sulla cooperazione. Un lavoro pubblico che usi soldi pubblici per attività davvero utili e non per rincorrere lo sviluppo capitalista.

Questa ri-pubblicizzazione dei servizi e nascita di nuovi (per esempio per la cura degli anziani) serve ad andare nella direzione opposta della privatizzazione (che è finalizzata ad aprire nuovi settori al mercato capitalista) cioè a rendere di nuovo bene comune il benessere di tutti ottenuto attraverso servizi pubblici. Servizi che non siano organizzati come istituzione totale ma come servizio che riconosce la piena umanità del fruitore. Di conseguenza anche l’organizzazione del lavoro deve trasformarsi rispetto a quella esistente: invece delle gerarche e della competizione (la corsa dei ratti promossa dal governo) cooperazione e umanità.

La tattica del governo è quella di stanziare pochi soldi per il pubblico impiego in modo che la stabilizzazione dei tempi determinati sia in alternativa con gli aumenti stipendiali dei tempi indeterminati, in modo che solo una minoranza possa avere la produttività mentre i disoccupati, che premono fuori, faranno intendere che gli occupati siano dei privilegiati. Il discorso va ribaltato. I soldi ci sono e vanno dirottati dalle guerre, dagli sgravi alle imprese, dalle infrastrutture non funzionali che ai profitti delle imprese di costruzione, e dai politici e sottosegretari, al lavoro utile e necessario, in modo da sottrarre settori alle imprese, e al capitalismo e alla sua logica segregante, alienante, escludente e disumana, per renderli un nuovo bene pubblico.

il Fatto quotidiano

Lavorare per 10, 12 ore, a volte addirittura 14. In un solo giorno. Con pause per il bagno conquistate con fatica, quasi fosse una concessione, mentre quintali di carne scorrono veloci sul nastro: i ritmi impongono a ciascun operaio di pulire decine, anche centinaia di pezzi. Sono questi i racconti che fanno da sfondo alla protesta degli ormai ex-operai in appalto della Castelfrigo, azienda di Castelnuovo Rangone, in provincia di Modena, dove si sezionano parti di maiali, in particolare pancette e gole. Qui i lavoratori lasciati a casa nell’autunno del 2017 dalle coop Work Service e Ilia D.A (a cui la Castelfrigo aveva dato in appalto i servizi di logistica) hanno superato il 90esimo giorno di sciopero. E da oltre un mese stanno vivendo, giorno e notte, davanti allo stabilimento, nelle tende montate dalla Flai-Cgil, dandosi il cambio per il presidio notturno e combattendo il freddo umido che punge la pianura, allungando le mani su una sorta di bidone stufa, utile anche per scaldare il cibo.

Sono tutti stranieri, arrivano in gran parte dall’Albania, dal Ghana, dalla Costa d’Avorio e dalla Cina. “Perché accettiamo queste condizioni? Il più grande problema di uno straniero è rinnovare il permesso di soggiorno e per farlo abbiamo bisogno di un contratto. È un ricatto”. E così spesso firmano di tutto, diventano soci o addirittura presidenti delle cooperative. Lulja Harum, 30enne albanese, ad esempio, è stato per molto tempo presidente di una cooperativa a sua insaputa. Lo ha scoperto solo quando la Guardia di Finanza ha bussato a casa sua e gli ha detto che avrebbe dovuto saldare un debito di 1milione e 700mila euro. “Mi avevano detto di firmare e stare tranquillo, che in questo modo avrei avuto il lavoro – racconta a fatica davanti alla telecamera – ma non io non sapevo né leggere, né scrivere”.

Il meccanismo lo spiega Umberto Franciosi, segretario della Flai Cgil Emilia Romagna che insieme ad altri suoi colleghi si dà il cambio regolarmente per garantire una presenza costante al sit-in. “Ogni 2 o 3 anni, queste false cooperative si sciolgono perché capeggiate da prestanome nullatenenti, lasciando grossi debiti di Iva non versata, di Irap non pagata e di mancati contributi”.
Perché accettiamo queste condizioni? Il più grande problema di uno straniero è rinnovare il permesso di soggiorno e per farlo abbiamo bisogno di un contratto. È un ricatto

Ogni mattina, all’alba, chi protesta fuori dall’azienda vede gli ex colleghi varcare i cancelli dello stabilimento per andare al lavoro. Tra loro ci sono anche i 52 che non hanno scioperato, riassunti per 6 mesi tramite una società interinale, grazie a un accordo sottoscritto dalla Fai-Cisl e sotto accusa dalla Cgil: “Per la prima volta in Italia l’esercizio del diritto di sciopero è diventato elemento formale di discriminazione dei lavoratori in un accordo sindacale”.

Ma se la Cisl difende le modalità con cui ha portato avanti al vertenza, in un audio registrato di nascosto nel 2016 durante un’assemblea con i lavoratori si sente il proprietario della Castelfrigo, Roberto Ciriesi, dire chiaramente agli operai delle coop di “scegliere il sindacato giusto”. Ma non solo: nello stesso video Ciriesi se la prende con chi ha iniziato a protestare (i primi scioperi sono dell’inizio del 2016 e hanno portato all’applicazione del Contratto nazionale dell’industria Alimentare), reo a suo parere di aver attirato i controlli dell’ispettorato del lavoro e della Finanza. Il Fatto.it ha contattato la Castelfrigo per avere un commento, ma l’azienda “in questo momento ha deciso di non rilasciare alcuna dichiarazione”.
Per la prima volta in Italia l’esercizio del diritto di sciopero è diventato elemento formale di discriminazione dei lavoratori in un accordo sindacale

Le storie si replicano, quasi sempre con lo stesso copione, se ci si sposta nelle altre aziende delle carni del modenese. Un settore che vale 3 miliardi di euro, con 170 imprese, molte delle quali si avvalgono di cooperative per tagliare i costi: secondo la Cgil dei 5mila occupati del distretto agroalimentare, circa 1500vivono condizioni di lavoro simili a quelli della Castelfrigo. Numero che cresce se si considera tutta Italia, e raggiunge i 17mila lavoratori. “Le responsabilità – spiega Franciosi – sono delle imprese che per abbattere i costi di produzione utilizzano queste forme di lavoro, ma anche della politica. Sono state cambiate ad hoc alcune leggi, a partire dalla legge Biagi che ha completamente tolto il reato penale per l’intermediazione illecita di manodopera. Per arrivare fino al Jobs act, con la depenalizzazione della somministrazione irregolare di manodopera. Una vera manna dal cielo per queste imprese”

articolo tratto da "il Fatto quotidiano", raggiungibile su questa pagina

Sbilanciamoci, Newsletter n.538, 24 novembre 2017. Recensione del libro di Marta Fana, Il mantra da smontare: "meno intervento pubblico e più flessibilità del mercato del lavoro, uguale più crescita e prosperità".

Marta Fana, Non è lavoro è sfruttamento, Editori Laterza, 2017, p. 192, €14,00, anche ebook

Il libro appena uscito di Marta Fana è una immersione nel mondo lavoro per raccontare vecchie e nuove figure professionali. È anche uno strumento necessario per la ricomposizione di un discorso alternativo a quello dell’ideologia dominante

La fine della storia è finita. Ultimamente, il numero di coloro che se ne sono accorti è in forte crescita. A livello globale sono molteplici i casi che dimostrano come siano in atto cambiamenti significativi nel dibattito pubblico. Abbiamo i Corbyn e i Sanders, che parlano esplicitamente di socialismo. Ci sono giornali e riviste come il New York Times e l’Economist che discutono l’attualità del pensiero marxista. L’Italia, invece, sembra latitare su questo fronte. Qui i mutamenti nei processi di produzione e consumo spesso sono stati importati senza un dibattito all’altezza di questi cambiamenti. Eppur qualcosa si muove. In questo contesto si inserisce Non è lavoro, è sfruttamento, il primo libro della ricercatrice Marta Fana.

L’autrice si immerge nel mondo lavoro per raccontare le esperienze di vecchie e nuove figure professionali. Troviamo i turni massacranti nel settore della logistica e la storia Abd Elsalam, ucciso durante un picchetto in una grande azienda vicino Piacenza. C’è lo sfruttamento nel settore pubblico e l’esperienza di Federica e i suoi colleghi che per anni hanno lavorato alla Biblioteca Nazionale di Roma ricevendo come compenso un rimborso spese di 400 euro per un part-time di 24 ore settimanali. C’è il cottimo dei fattorini: una consegna, tre euro, “un pezzo, un culo”. Con la differenza che per gli operai Massa contemporanei le ferie e i permessi per malattia sono solo un miraggio. Più che new economy sembra di essere tornari albori della società industriale. Come se non bastasse, il viaggio nel tempo ci porta ancora più in là, ad epoce precapitaliste. Ci finiamo con il lavoro gratuito dell’alternanza scuola lavoro, ovvero la storia di migliaia di studenti costretti a produrre senza ricevere alcuna retribuzione. E poi le storie di chi un lavoro non ce l’ha e magari neanche lo cerca. Nel nostro paese sono in tanti, troppi, a far parte di quest’ultima categoria, una percentuale della popolazione ben superiore alla media europea.

Nonostante la ricchezza della denuncia della quotidianità vissuta dai lavoratori, non siamo di fronte un elenco di testimonianze. Si tratta piuttosto di una narrazione che al dramma personale riesce a restituire una dimensione collettiva, di classe. Sì, perchè è un libro che parla di e alla classe, a quella lavoratrice. È una boccata di ossigeno che ci ricorda come la lotta di classe non sia mai scomparsa. Lo sanno bene coloro che in questi anni hanno portato avanti questo conflitto e che lo hanno vinto a mani basse, come sostiene il magnate Warren Buffett. Avendo in mente questa prospettiva, le storie di Abd Elsalam, Francesca e tutti gli altri sfruttati presenti nei vari capitoli possono essere interpretate nella loro pienezza. Le esperienze individuali non sono casi isolati, non rappresentano il risultato dell’inezia o della mancanza di vocazione personale, ma sono il frutto di un dinamica strutturale messa in moto con cinismo e razionalità. Sono le conseguenze dell’applicazione di un programma politico il cui esito non poteva essere diverso.

Ed è qui che troviamo l’altro grande contributo del libro. Marta Fana smonta l’apparato ideologico che ha giustificato decenni di liberalizzazioni del mercato del lavoro, promosse indistintamente da governi di centro-destra e di centro-“sinistra”, e ripercorre le misure legislative che una dopo l’altra hanno smantellato diritti in nome di un benessere che non si è mai materializzato. Il mantra ormai lo conosciamo e suona come un disco rotto: meno intervento pubblico e più flessibilità del mercato del lavoro, uguale più crescita e prosperità.

Eppure, questo discorso fa acqua da tutte le parti. In realtà, più che alla riduzione quantitativa della spesa pubblica assistiamo a un cambio nella composizione qualitativo dell’intervento statale. L’esperienza recente mostra che il ritornello del laissez faire si traduce unicamente nella demolizione dello stato sociale perchè, a dispetto dei proclami, lo Stato continua ad intervenire pesantemente nella sfera economica. Lo fa, per esempio, sborsando miliardi per risanare banche ridotte al fallimento da decenni di anarchia finanziaria. “Salvare i piccoli risparmiatori”, si dice. Peccato però che i piccoli risparmiatori siano poi abbandonati al loro destino quando vengono sfrattati di casa perchè non riescono a far fronte alle rate del mutuo (mutuo probabilmente contratto presso le stesse banche salvate dallo Stato). E magari gli stessi lavoratori rimangono disoccupati perchè l’azienda per cui lavoravano ha deciso di delocalizzare dall’oggi al domani, ovviamente non prima di essersi intascata milioni di denaro pubblico via sussidi e sgravi fiscali.

Se quello del minor intervento dello Stato è un falso mito, non c’è dubbio che la flessibilità del mercato del lavoro sia aumentata. Marta analizza le conseguenze di queste politiche evidenziando come le riforme non abbiano portato alla realizzazione degli obiettivi preannunciati. Al contrario, diversi studi scientifici dimostrano come una maggiore flessibilità non incide positivamente sul livello occupazionale né sulla produttività o sull’innovazione. Viviamo in un’epoca in cui il progresso tecnologico potenzialmente permetterebbe di lavorare meno ore e di raggiungere un miglioramento generalizzato del tenore di vita. Nonostante queste possibilità, la nostra è la prima generazione dal dopoguerra che sembra destinata a vivere peggio dei loro genitori, mentre i benefici derivanti dall’aumento della produttività degli ultimi decenni sono finiti nelle tasche di una minoranza privilegiata. Il bilancio della deregolamentazione e degli attacchi al mondo del lavorato è chiaro. Il risultato più tangibile è l’aumento di disoccupazione, disuguaglianza e povertà. Abbiamo fra le mani un j’accuse rivolto a un intero ciclo di politiche ideologiche e classiste.

Infine, un commento sullo stile che accompagna la lettura. Chi pensa che il libro puzzi di formalina si sbaglia di grosso. Marta è un fiume in piena che alla lucidità dell’analisi economica unisce il desiderio di rivalsa di una classe sociale da troppo tempo presa in giro e colpevolizzata. È uno scossone che mostra come lo stato di cose attuale non sia un percorso inevitabile dettato da leggi economiche “oggettive” ma il risultato di scelte precise, parziali, di classe. Non è lavoro, è sfruttamento è uno strumento necessario per la ricomposizione di un discorso alternativo a quello dell’ideologia dominante. Egemonia culturale, si diceva una volta. Il cammino è sicuramente lungo, ma oggi abbiamo un tassello in più per ricostruirla.

L'articolo è tratto da questo sito web: Sbilanciamoci, Newsletter n. 538.

InternazionaleAgence Global). “Nell’economia di mercato quando l’offerta di lavoro è alta, i lavoratori guadagnano di più. Ma oggi questo non succede.
 È la prova che il sistema è in una crisi profonda” (i.b)

Secondo la teoria economica neo- classica, il rapporto tra i salari e l’occupazione è semplice. Quando la domanda di forza lavoro è bassa, i salari si riducono, perché i lavoratori sono in competizione tra loro per ottenere un posto. Quando la richiesta di manodopera è alta, i salari aumentano, perché questa volta sono i datori di lavoro a competere tra loro per accaparrarsi la forza lavoro. Questo ciclo instabile dovrebbe permettere al sistema del libero mercato di funzionare tranquillamente, garantendo un costante ritorno al punto d’equilibrio.

Oggi però il rapporto tra salari e occupazione non segue più questa legge: nono- stante la ripresa, i salari non aumentano o addirittura diminuiscono. Per gli esperti è un grande mistero. Il New York Times ha spiegato il fenomeno con l’aumento dei la- voratori a tempo determinato e part-time e con l’avanzata dei robot. Per tutti questi motivi, ha scritto il quotidiano, le aziende dipendono meno dai lavoratori a tempo pieno, mentre i sindacati sono sempre più deboli e per i dipendenti è più diicile lottare contro i datori di lavoro. Tutto questo è vero. Perché, però, succede ora e non è successo prima?

Un’argomentazione relativamente nuova è quella che fa riferimento ai “lavoratori che svaniscono”. Ma come possono sparire i lavoratori? Cosa signiica? A quan- to pare, un numero crescente di lavoratori smette di cercare lavoro. Forse non hanno più alcuna protezione o hanno inito i risparmi. Sono diventati senzatetto, tossico- dipendenti, o tutt’e due le cose. Ma non hanno smesso volontariamente di cercare un lavoro. Sono stati espulsi dal sistema, e questo dà un doppio vantaggio alle azien- de: non devono investire (attraverso le tasse o in altri modi) nei programmi di prote- zione sociale e possono instillare nei lavoratori che ancora cercano un impiego la paura di essere a loro volta espulsi dal sistema.


Non può durare

Ma, mi chiedo ancora, perché succede ora e non è successo prima? Per “prima” s’inten- de quando il sistema funzionava in modo normale. Prima i capitalisti avevano biso- gno di questi cicli per poter lavorare ottimizzando i guadagni sul lungo periodo. Supponiamo, però, che oggi i datori di lavoro sappiano, o semplicemente intuiscano, che il capitalismo sta attraversando una profonda crisi strutturale e che quindi è moribondo. Cosa potrebbero fare?

Se non devono preoccuparsi che il sistema sia sostenuto da una domanda efettiva, potrebbero accontentarsi di accaparrarsi tutto quello che possono inché possono. Sarebbero completamente concentrati sui risultati immediati. Si limiterebbero a cercare di aumentare i ricavi nei mercati azionari senza preoccuparsi del futuro. Non è forse quello che sta succedendo oggi in tutti i paesi ricchi e perino in quelli meno ricchi?

Naturalmente tutto questo non può durare. Ecco perché le luttuazioni sono così grandi e il caos è così profondo. E sono po- chi, senza dubbio i capitalisti più scaltri, quelli che puntano a vincere la battaglia del medio periodo, cioè quella di individuare la natura del sistema mondiale (o dei sistemi mondiali) del futuro. Non stiamo assistendo a una nuova normalità, ci troviamo di fronte a una realtà transitoria.

Quindi qual è la lezione per chi si preoccupa dei lavoratori “che stanno svanendo”? È abbastanza chiaro che bisogna lottare per difendere tutte le forme di protezione di cui i lavoratori possono ancora beneficiare. Bisogna lavorare per ridurre al minimo la sofferenza. Al tempo stesso, però, è necessario lottare per vincere la battaglia intellettuale, morale e politica sul futuro da costruire. Solo attraverso una strategia che combini la lotta per oggi con quella per il futuro si può sperare in un mondo migliore, che è senz’altro possibile, ma non certo.

il Fatto Quotidiano,

Muhamed si è accasciato sulla terra rossa dei campi del Salento, sotto il sole micidiale di Nardò, in un giorno d’estate del 2015. Aveva 47 anni. Era arrivato dal Sudan, raccoglieva pomodori per un paio d’euro l’ora. Dodici ore al giorno. Lavorava in nero, nella rete dei caporali che portano la manodopera alle aziende agricole del sud. Soffriva di cuore – si è scoperto con l’autopsia – ma non è stato sottoposto a una visita medica prima di iniziare a lavorare. È tornato in Africa in una cassa di legno, accompagnato dalla moglie e dai due figli.

Succede, tra gli schiavi del pomodoro: ogni tanto qualcuno cade. Quella stessa estate è morta Paola Clemente, 47 anni, tarantina, trasformata suo malgrado nella prima martire del bracciantato femminile. La notizia fa il giro delle cronache locali, ogni tanto anche di quelle nazionali. Per i casi più clamorosi arriva il cordoglio delle istituzioni. Poi tutto torna esattamente come prima. Il pomodoro raccolto con il sudore e il sangue degli schiavi rimane sugli scaffali dei supermercati e finisce nelle dispense delle famiglie, in Italia e fuori. La scia criminale riguarda solo i piani bassi: la responsabilità coinvolge i caporali e gli imprenditori agricoli. Ma quel pomodoro viaggia: viene lavorato, trasformato e venduto da imprese multinazionali, finisce nella rete della grande distribuzione. I giganti sono quelli che fanno i prezzi. Si servono di un prodotto raccolto con la violenza e lo schiavismo, ma i loro nomi restano coperti. O meglio, restavano coperti fino a ieri.
L’inchiesta sulla filiera

La morte di Muhamed ha aperto una crepa. La procura di Lecce prima ha individuato i presunti responsabili: è scattata la richiesta di rinvio a giudizio per Giuseppe Mariano, proprietario dell’azienda agricola dove è caduto il bracciante, e per il caporale Sale Mohamed. Le accuse sono omicidio colposo e caporalato. Ma poi la pm Paola Guglielmi si è spinta più in là: ha ricostruito il percorso che hanno fatto i pomodori raccolti dalla vittima e dagli altri schiavi di Nardò. E ha messo nero su bianco, per la prima volta, i nomi di alcune delle grandi imprese che si sono servite della merce raccolta attraverso il caporalato. Si tratta di tre giganti dell’industria dell’oro rosso: Mutti, Conserve Italia (che produce, tra gli altri, Cirio e Valfrutta) e La Rosina. Su queste aziende – è bene specificare – non sono previste ulteriori indagini: non hanno alcuna responsabilità penale nell’inchiesta sulla morte del bracciante. Si discute, semmai, delle responsabilità etiche di chi occupa il vertice della filiera produttiva.
Il percorso dell’oro rosso

I nomi di queste imprese sono finite nell’indagine della sezione anticrimine dei Carabinieri di Lecce, quindi nelle carte della procura: “Dall’esame della documentazione attestante la filiera del pomodoro prodotto dall’azienda agricola in argomento (…) si rileva che il ‘pomodoro’ successivamente alla raccolta viene conferito alla Cooperativa agricola ‘Terre di Federico S.A.S. (…) e da qui trasportato verso le industrie deputate alla successiva lavorazione e trasformazione”. Le tre industrie – si legge – sono “Fiordiagosto Srl”, “La Rosina Srl”, “Conserve Italia Soc. Coop. Agricola”. Il documento dei Carabinieri ne ricostruisce i proprietari: “La Fiordiagosto Srl risulta di proprietà della notissima industria Mutti Spa, (…) colosso nella produzione di conservati, in particolare il pomodoro, commercializzati in tutto il mondo e facilmente reperibili sugli scaffali degli ipermercati e supermercati”, “La Rosina Srl risulta di proprietà della famiglia Russo di Angri, gruppo titolare di industrie alimentari di portata internazionale e con un suo stabilimento produttivo in provincia di Foggia, più grande in Europa, per la trasformazione del pomodoro” e infine “La Conserve Italia Soc. Coop. Agricola opera sotto la partita iva di Conserve Italia (…). Anche questa industria, come è facilmente intuibile ha rapporti commerciali e distribuisce i prodotti conservati su tutto il territorio nazionale ed all’estero”.
I giganti delle conserve

Parliamo di colossi internazionali dell’industria del pomodoro. La Mutti è forse la più importante azienda del paese (occupa oltre un quinto del mercato nazionale) ed è presente in 82 Paesi nel mondo. Si descrive così, sul suo sito: “Da oltre 100 anni, Mutti, azienda di Parma, è leader nella lavorazione del pomodoro; da quattro generazioni la famiglia Mutti si dedica esclusivamente al miglioramento del suo ‘oro rosso’ realizzando concentrato, passata e polpa di pomodoro. Prodotti che oggi sono apprezzati in tutto il mondo”. I numeri della Mutti sono in costante ascesa: nel 2015 la produzione annuale è balzata al +22% (280mila tonnellate di pomodoro), nel 2016 ha stabilito il suo record di fatturato: 270 milioni di euro. Ogni anno, dal 2000, la Mutti assegna agli agricoltori da cui si rifornisce il premio “Pomodorino d’oro”. “Un segno tangibile – secondo l’amministratore delegato Paolo Mutti – della nostra attenzione alla qualità della filiera”.
Conserve Italia è un altro gigante, una delle principali aziende nel settore delle conserve ortofrutticole in Europa. Produce, tra gli altri, i succhi di frutta Yoga e Derby e le polpe di pomodoro Cirio e Valfrutta. Il fatturato aggregato del gruppo nel 2016 ha raggiunto quota 903 milioni di euro. Il pomodoro vale quasi un quinto del giro d’affari totale: il 22,9%.
La Rosina è invece un’azienda di medie dimensioni con base in provincia di Foggia. Nel 2015 ha fatturato poco più di 13 milioni di euro. Le specialità sono datterini e pomodori pelati. Sul suo sito, vanta “un’esponenziale crescita commerciale in campo nazionale ed estero”. E aggiunge: “I Paesi verso i quali ha maggiore esportazione sono: Germania, Olanda, Belgio, Svizzera e Norvegia”. Come ha spiegato il titolare Giovanni Russo in un’intervista, la Rosina movimenta 1.500 tonnellate di pomodoro all’anno, tutte trasformate e poi vendute tramite la grande distribuzione: “Siamo presenti nelle principali insegne del territorio nazionale quali Coop Italia, Sisa, Carrefour, Sma”. Dai campi agli scaffali: la filiera inizia con il lavoro schiavistico dei braccianti e finisce con le file ordinate di barattoli e bottiglie nei supermercati.
La replica delle aziende: non ne sapevano nulla

Le imprese citate nelle carte della procura di Lecce hanno negato ogni responsabilità. Conserve Italia ha esibito il “contratto per la cessione di pomodoro da industria”, che regola i rapporti tra le organizzazioni di produttori e le industrie che trasformano i loro pomodori. Un documento a cui aveva aderito anche l’azienda agricola dove è morto Muhamed (la “De Rubertis Rita”, controllata da Giuseppe Mariano). Nel contratto con Conserve Italia, Mariano si impegnava a garantire – tra l’altro – “l’osservanza delle vigenti normative in materia di sicurezza e salute sul lavoro, dei contratti collettivi nazionali di lavoro, della normativa in materia previdenziale e assistenziale e di quella in materia di lavoro per gli immigrati”. Promesse rimasta sulla carta: Muhamed e gli altri, come detto, lavoravano in nero, per un paio d’euro l’ora, senza la minima forma di tutela e di controllo.
Maurizio Gardini, presidente di Conserve Italia, sottolinea che i rapporti con l’azienda agricola di Mariano sono cessati: “Mettiamo fuori chi non accetta di firmare i nostri protocolli di legalità, ma pure chi li firma e poi non li rispetta”. Nonostante questo impegno, i pomodori raccolti da Muhamed e dagli altri braccianti sfruttati sono finiti anche nelle loro conserve. “Non possiamo controllare tutto – replica Gardini – e non possiamo sostituirci alle autorità ispettive: questa attività spetta all’Inps e alle forze dell’ordine”.
Anche Francesco Mutti, amministratore delegato dell’azienda che porta il nome di famiglia, ha adottato argomenti simili. Quando gli viene chiesto di chiarire gli affari con chi ha sfruttato i braccianti, risponde così: “Noi non abbiamo ricevuto alcun tipo di informazione dalla procura di Lecce e comunque abbiamo interrotto qualsiasi rapporto con quell’azienda fornitrice due anni fa. Oggi solo una piccola parte dei nostri prodotti arriva dal sud e l’80 per cento della nostra raccolta ora è meccanizzata. La De Dominicis (l’azienda agricola di Mariano, ndr) ci aveva fornito un elenco dei lavoratori assunti, di più non possiamo fare”. Il Fatto Quotidiano ha provato, senza successo, a chiedere un chiarimento anche a La Rosina.
Ogni tanto un bracciante cade. I pomodori che raccoglie finiscono sulle nostre tavole. Le aziende che li mettono in commercio non ne sanno nulla.

Internazionale

Il dibattito in Italia sulla riforma della cittadinanza da votare prima che finisca l’attuale legislatura è la cartina al tornasole di resistenze culturali (e politiche) molto più radicate e profonde. Conviene dirlo subito, con parole chiare: l’Italia è un paese molto più complicato, stratificato, maturo di come spesso è possibile percepirlo attraverso la grande vulgata mediatica che vorrebbe raccontarlo. Non necessariamente migliore, semplicemente più complesso. Ed è proprio su questo iato che dobbiamo interrogarci.
Secondo l’ultimo Dossier statistico immigrazione, gli stranieri nel nostro paese sono circa cinque milioni e mezzo (a cui vanno aggiunti un milione di cittadini di origine straniera che hanno già acquisito la cittadinanza italiana). Provengono in maggioranza da Romania, Albania, Marocco, Cina, Ucraina. Costituiscono più o meno l’8 per cento della popolazione residente nella penisola, ma in una regione come l’Emilia Romagna arrivano al 12 per cento.

Una classe dirigente chiusa

Nel 1989, quando il muro di Berlino cadeva e il bracciante sudafricano Jerry Masslo veniva ucciso a Castel Volturno, facendo scoprire all’Italia lo sfruttamento nei campi e il razzismo, erano ancora poche centinaia di migliaia di persone. È evidente che nell’arco di un quarto di secolo è avvenuta una profonda mutazione del paese. Oggi abitiamo in una società molto più plurale. Eppure alla crescita della popolazione di origine straniera, alla creazione di una nuova classe di operai e di braccianti stranieri nel nostro paese, all’affermarsi di un ceto di piccoli imprenditori e commercianti, all’emergere delle seconde e delle terze generazioni residenti, non fanno ancora seguito adeguate forme di rappresentanza, che vadano al di là di tutte quelle espressioni puramente simboliche come i consiglieri comunali aggiunti (e quindi privi di voto).
La classe dirigente italiana (intendendo per classe dirigente non solo la classe politica, ma anche i vertici delle istituzioni e dei ministeri, i giornali, le università, le tv, i sindacati, le grandi aziende, le fondazioni, gli enti pubblici e privati…) è ancora bianca, di madrelingua italiana. Salvo rare eccezioni: la più nota – e allo stesso tempo isolata – è stata la ministra dell’integrazione del governo Letta, Cécile Kyenge. Da dove nasce questa differenza profonda con il resto dell’Europa, con la Francia, la Germania, il Regno Unito, i paesi del nord Europa? Cosa fa dell’Italia un paese ancora così impermeabile all’apertura verso la società plurale?
Curiosamente, chi parla di “casta” non sottolinea mai questo aspetto – realmente castale – del potere e del sottopotere nostrani. Era molto più cosmopolita ed eterogenea la composizione delle camicie rosse di Garibaldi durante la spedizione dei mille che non quella di qualsiasi consiglio comunale di oggi, dalle Alpi alla Sicilia.

Contraddizioni

Eppure la contraddizione, a volte, emerge. Basta collegare tra loro eventi solo apparentemente distanti. Il movimento che è sceso in piazza in molte città italiane per chiedere una nuova legge sulla cittadinanza che superi gli steccati dello ius sanguinis è fatto soprattutto da ragazzi e ragazze delle cosiddette seconde generazioni. Dai figli, cioè, cresciuti e spesso anche nati in Italia, di chi ha fatto per primo il grande viaggio verso l’Europa. E che sono “anche” di madrelingua italiana. Quali forme di rappresentanza hanno? Quali vengono loro offerte?
Un’altra contraddizione evidente emerge nel mondo del lavoro. Non solo in quello nelle fabbriche, ma anche in quello nelle campagne o nei poli della logistica. Laddove più gravi e profonde sono le forme di sfruttamento, più cosmopolita è la composizione di quella che – a tutti gli effetti – è una nuova classe operaia. È così nei campi dove si raccolgono le arance o i pomodori. È così per i facchini che lavorano in subappalto per le grandi multinazionali di spedizioni pacchi.
La vicenda di Abd Elsalam – il facchino egiziano di 53 anni, travolto un anno fa da un camion durante un blocco operaio davanti allo stabilimento della Gls di Piacenza – lo rivela appieno. Oltre agli eventi che hanno portato alla sua morte, e al fatto che presumibilmente il camionista che lo ha investito è stato esortato ad aggirare il picchetto, a stupire sono le condizioni in cui lavorava. Il contesto. In quell’azienda, su 140 dipendenti, non c’era un solo italiano. Erano tutti egiziani, algerini, tunisini, albanesi, macedoni… Pertanto, la sera in cui Elsalam è rimasto ucciso, non c’era neanche un solo italiano a prendere parte al blocco contro la Gls per il mancato rispetto di un accordo sindacale. Come si era organizzata la loro lotta? In che modo si stanno organizzando vertenze simili in giro per l’Italia?

Una spia del futuro

La lotta in questi contesti è più aspra che altrove, ed è lì che sta emergendo una generazione nuova di delegati sindacali stranieri: sia nei sindacati confederali, sia – e spesso soprattutto – in quelli di base. Cominciano a essere loro la prima forma di rappresentanza di un’Italia diversa. Ma da qui a una rappresentanza più vasta ancora ce ne vuole. Finora, non si è ancora superata la dimensione locale o quella dei sindacati di categoria.

Da sempre le trasformazioni del lavoro, della composizione del mondo dei lavoratori e della loro rappresentanza, sono la prima spia per capire cosa si agita nel profondo della società. E come, intorno a quelle trasformazioni, l’organizzazione sociale può essere modificata. Del resto è proprio lì, nel mondo del lavoro, tanto quanto sui banchi di scuola, che si sta generando il vero incontro tra “vecchi” e “nuovi” italiani. Accanto all’incontro, ovviamente, non mancano gli attriti. Ed è proprio per gestirli che bisogna modificare le regole e le forme della rappresentanza.

la Repubblica


Guai a considerare il latino una lingua morta. Il primo striscione che gli operai dell’Ilva stringono fra le loro mani recita “Pacta servanda sunt”. E mica latino maccheronico, ma addirittura una perifrastica (passiva) per ricordare che i patti firmati a suo tempo vanno rispettati.

La rabbia di Genova si sveglia all’alba. Alle cinque del mattino sono già in mille dentro la fabbrica di Cornigliano, la stessa che a fine maggio ha ospitato Papa Francesco in vista pastorale, che qui aveva parlato di “dignità del lavoro”. «Eccola la risposta alle parole del Papa, quattromila esuberi e diecimila riassunti con il Jobs Act» spiega Ivan. «Ivan di nome, incazzato di cognome» aggiunge quando i mille dalla fabbrica sono già usciti in strada e iniziano a marciare verso il centro, destinazione finale la Prefettura.

I numeri degli tagli sono minori di quelli di Taranto, ma non la voglia di urlare tutto il proprio no a un piano che qui, a Cornigliano, cancella seicento operai su millecinquecento, il 40% della forza lavoro e, di fatto, azzera l’accordo di programma. Eccolo “il patto”, o meglio “i patti” dello striscione latino. Qui l’accordo di programma si ripete come un mantra, mentre gli operai camminano lenti dal ponente operaio fino al centro borghese della città. Con loro ci sono i camalli del porto, ma anche i vigili del fuoco, e tanti altri.

E poi c’è la chiesa, con i cappellani del lavoro che ogni settimana si chiudono in fabbrica a parlare con gli operai. La linea l’ha data per primo il cardinale Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova, che ha chiesto di “trattare fino allo strenuo”. Gli operai parlano di lui e delle sue parole. «È uno di noi quando c’è da parlare di lavoro» spiega Luca che si è fermato a bere un caffé con un amico. Davanti a tutti cammina un “Hyster”, gigantesco mezzo meccanico da 65 tonnellate usato per spostare i rotoli d’acciaio che a Cornigliano arrivano da Taranto a Genova via treno o via mare per essere lavorati e trasformati in prodotti finiti.

Un tempo anche qui a Cornigliano si produceva l’acciaio, ma nel 2005 l’altoforno, dopo anni di battaglie fra ambiente e lavoro, è stato chiuso. È allora che è nato l’accordo di programma, un’intesa fra governo, azienda e sindacati che scrivendo la parola fine alla “colata continua” manteneva però i posti di lavoro in attività “a freddo”, di laminazione dell’acciaio. All’epoca il padrone delle ferriere si chiamava Emilio Riva. I conti li faceva ancora con il “lapis”, lui che si era diplomato in ragioneria alle serali e che aveva iniziato nel dopoguerra vendendo rottami. L’Emilio con i lavoratori si scontrava, ma poi li portava in trattoria al Sassello e tornava la pace. In quel 2005 si sancì che nessuno sarebbe più uscito dalla fabbrica, se non di sua volontà.

All’epoca i dipendenti erano 2.200, oggi sono 1.500 e la differenza l’hanno fatta prepensionamenti ed esodi agevolati. Di quei millecinquecento, quattrocento sono in cassa integrazione, ma la speranza era che una nuova proprietà interessata a investire su Cornigliano per aumentare la produzione desse anche a chi era fuori la possibilità di rientrare. Certo, nessuno si aspettava una passeggiata, ma all’annuncio dei 600 esuberi Cornigliano non ha atteso un secondo per far esplodere la sua rabbia. «Più che una lettera, quella di AmInvestCo è una provocazione – spiega Ivano Bosco, segretario della Camera del Lavoro di Genova, sindacalista-operaio che ha iniziato poco più che ragazzo a difendere i suoi colleghi ai bacini di carenaggio del porto – Seicento fuori, tutti gli altri licenziati e riassunti senza scatti d’anzianità e integrativi. Si può considerare una proposta?».

Ora il governo ha dato un colpo di freno, in attesa di un piano più dettagliato, che tenga conto degli accordi stabiliti a suo tempo. Davanti alla Prefettura, più d’uno ricorda di quando, chiuso l’altoforno, Emilio Riva avesse proposto la costruzione di un forno elettrico, per rifare l’acciaio senza più inquinare l’ambiente. Ma non se ne fece nulla.

Internazionale«Emmanuel Macron ha deciso di farla finita con le protezioni di cui godono i lavoratori francesi. Ma sono conquiste da difendere a ogni costo».

Per le persone comuni le vittorie sono rare. Sempre più rare in questi tempi dominati dal denaro e dagli uomini forti. In Francia, dove mi trovo mentre scrivo queste righe, il presidente Emmanuel Macron ha deciso di farla finita con le protezioni di cui godeva la classe operaia francese. Sono conquiste ottenute a caro prezzo, diritti fondamentali che aiutano i francesi a resistere alle pressioni imposte dal lavoro. Questi diritti comprendono il pagamento degli straordinari e le ferie, due argini contro la pressione esercitata dai datori di lavoro che vogliono incatenare i dipendenti alle loro scrivanie e alle loro macchine.

Macron riceve questi ordini dall’associazione dei datori di lavoro francesi (Medef), che da tempo desidera tagliare i costi derivanti dalla copertura medica e dai sussidi di disoccupazione, distruggere i programmi di tirocinio professionale, i contributi pubblici per l’alloggio e annullare le disposizioni relative al salario minimo. Il Medef si nasconde abilmente dietro a una retorica che esalta il progresso individuale. Non dice, per esempio, di voler tagliare i sussidi di disoccupazione per poter così ridurre i contributi versati. Piuttosto suggerisce che i lavoratori, se smetteranno di contribuire al fondo di sostegno, avranno più denaro a disposizione per i loro consumi individuali. Ma naturalmente questo significa anche che quando saranno disoccupati non esisteranno meccanismi in grado di aiutarli.

Nel progetto di Macron non c’è nessuna volontà di prendere in considerazione le difficoltà delle persone.

Macron, eletto come antidoto al crudele populismo del Front national, ha messo al cuore del suo programma politico la volontà di schiacciare le vite della popolazione francese, in particolare dei lavoratori. Non c’è niente del vecchio liberalismo in Macron, nessun tipo di chiamata patriottica a tutte le classi sociali affinché sacrifichino i loro guadagni per il bene più alto dell’investimento nazionale francese in infrastrutture e sviluppo sociale. Nessun invito alle grandi aziende o alle élite francesi a pagare più tasse o ad accettare minori profitti, nessuna volontà di prendere in considerazione le difficoltà delle persone in un’epoca d’insicurezza economica e caos culturale.

Niente di tutto questo. Il suo programma è scritto da economisti convinti della vecchia idea che la crescita debba farla da padrone assoluto, e che liberare gli istinti animali del capitalismo, facendola finita con le protezioni sociali dei lavoratori, permetterà alla sonnacchiosa economia francese di ripartire di slancio.

Ma è qui che le cose si fanno interessanti. L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico ha osservato più da vicino le riforme di Macron e ha notato che queste non sarebbero in grado di avere un impatto significativo sui tassi di crescita. Farebbero sicuramente crescere il prodotto interno lordo francese (pil) dello 0,4 per cento nel prossimo decennio, ma si tratterebbe di un aumento minuscolo rispetto ai costi sociali che la popolazione dovrebbe affrontare.

Al governo Macron restano altri strumenti, ma i suoi pregiudizi contro i prestiti di stato, alimentati dal Fondo monetario internazionale, gli impediscono di andare in questa direzione. Per esempio, con dei tassi d’interesse effettivi a zero e una bassa inflazione, il governo potrebbe facilmente prendere a prestito del denaro per finanziare gli investimenti e favorire la situazione dell’impiego (visto che i tassi di disoccupazione sfiorano il 10 per cento). Ma il pregiudizio contro l’idea che lo stato s’indebiti per generare crescita economica è così forte che Macron non ha nemmeno preso in considerazione l’idea.

Il conto lo pagano i lavoratori

Ancor più offensivo è sostenere che lo stato francese non possa usare altro denaro per rimpinguare i vuoti bilanci dei programmi sociali per i suoi cittadini. Quasi un decennio fa, durante la crisi finanziaria, lo stato francese si è affrettato a trovare più di 360 miliardi di euro da regalare alle banche private. “Non dobbiamo rinunciare ad alcuna misura in grado di evitare un inasprimento della crisi”, dichiarò all’epoca Nicolas Sarkozy. Ma la crisi dei cittadini francesi non viene affrontata con analoga urgenza. Saranno loro a essere costretti a pagare per sostenere delle istituzioni sociali al collasso, come pensioni e previdenza sociale.

Non c’è posto, nella Francia di Macron, per una discussione sulla stagnazione economica. A pagare il conto saranno chiaramente i lavoratori francesi, ai quali si continueranno a chiedere sacrifici per tenere a galla una nave che va a fondo.

Se le riforme sono state bloccate nel 2016, perché lo stesso non dovrebbe accadere nel 2017.

Nella piccola città della Francia meridionale in cui mi trovo, guidata da una giunta comunista, le persone reagiscono con un’alzata di spalle al corso degli eventi. La speranza diffusa è che le proteste che hanno avuto luogo nelle grandi città, come Parigi, fermeranno Macron. Lo scorso anno centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza in Francia per bloccare le riforme proposte dall’allora presidente della repubblica François Hollande. I raduni notturni a place de la République, a Parigi, hanno spinto Hollande a ridimensionare la riforma, di fatto minando la sua carriera politica.

La tentazione di spedire i corpi antisommossa della polizia ai sensi delle leggi sullo stato d’emergenza era forte, ma Hollande ha capito la situazione. Si è ritirato e il suo protetto Macron è salito alla ribalta. Queste alzate di spalla non sono quindi immotivate: se le riforme sono state bloccate nel 2016, perché lo stesso non dovrebbe accadere nel 2017?

Ma oggi la situazione è così spiacevole che Hollande ha criticato Macron per gli “inutili sacrifici” imposti da queste riforme del lavoro.

Alcune persone temono che se Macron e il Medef andranno avanti sulla loro strada, si velocizzerà anche l’impoverimento della popolazione francese e con esso l’ascesa del fascisteggiante Front national. I principali oppositori alla legge sul lavoro non sono il Front national ma il sindacato di sinistra della Cgt e i partiti politici di sinistra. Sono loro ad aver lanciato un appello per la manifestazione del 12 settembre, cui hanno partecipato molte persone, e del prossimo 23 settembre. Anche se la sinistra si è dimostrata efficace nella sua opposizione a queste riforme neoliberiste, non è stata altrettanto capace di trasformare questa opposizione in vantaggi elettorali. Il politico di sinistra Jean-Luc Mélenchon è visto più come un uomo di protesta che di governo. “Mélenchon è in prima fila nelle proteste”, dice Fréderic Dap dell’Istituto francese di opinione pubblica (Ifop), “ma non è visto come un’alternativa concreta” alla presidenza Macron. E questo rappresenta una grande debolezza per la sinistra.

Il partito di Mélenchon dispone di appena 17 parlamentari sui 557 che siedono nel parlamento francese. Possono fare rumore, ma non saranno in grado di definire il futuro corso degli eventi.
Una protesta organizzata da alcuni sindacati francesi contro la riforma del lavoro a Marsiglia, il 12 settembre 2017.

Intanto in India

Nel frattempo a Sijkar, nello stato del Rajastan, i contadini guidati dal movimento All India Kisan Sabha hanno portato avanti un’ininterrotta lotta di 13 giorni contro il governo per ottenere delle riforme fondamentali. È stata una lotta difficile, nella quale repressione poliziesca e indifferenza mediatica hanno cercato di soffocare la volontà dei manifestanti. Ma i contadini hanno vinto. Questi volevano semplicemente che il governo mettesse in pratica le raccomandazioni della commissione Swaminathan, creata per aiutare il governo a evitare ulteriori suicidi di agricoltori (a oggi più di trecentomila tra loro si sono suicidati per motivi direttamente legati alle riforme agricole di natura neoliberista).

Questi agricoltori, che esibivano la bandiera rossa di Kisan Sabha e del movimento comunista, sono ricorsi alla tattica del mahapadav (sit-in) per bloccare le attività del governo e paralizzare lo stato. Il governo non aveva scelta. Non potevano semplicemente uccidere la maggior parte dei contadini. Dovevano negoziare e, dal momento che gli agricoltori sapevano il fatto loro, hanno dovuto cedere alle loro richieste. Kisan Sabha ha suggerito che questa vittoria potrebbe “dare forza a simili lotte nel resto del paese”.

Forse se i lavoratori francesi verranno a conoscenza di questa battaglia e del suo esito positivo, potranno trovare nuove motivazioni per la loro lotta. La cosa potrebbe aiutarli a far capire ai loro dirigenti che nessun paese può crescere cannibalizzando i propri cittadini.

(Traduzione di Federico Ferrone)
Questo articolo è stato pubblicato sul sito Alternet.

sbilanciamoci.info,


Industria 4.0 e la Storia
Il capitalismo è una particolare organizzazione della società; questa (società) evolve e cambia nel tempo perché con il passare “del tempo” muta la domanda, il salario di sussistenza, la tecnica e, infine, il contenuto del capitale e del lavoro. Sebbene Industria 4.0 possa sembrare qualcosa di inedito e paradigmatico, la storia del capitale e dello sviluppo ci ricordano che “Non è quello che viene fatto, ma come viene fatto, con quali mezzi di lavoro, ciò che distingue le epoche economiche. I mezzi di lavoro non servono soltanto a misurare i gradi dello sviluppo della forza lavoro umana, ma sono anche indici dei rapporti sociali nel cui quadro vien compiuto il lavoro”(Marx [1]). Più in particolare, “La borghesia non potrebbe sopravvivere senza rivoluzionare continuamente gli strumenti di produzione, i rapporti di produzione, dunque i rapporti sociali”.

Sebbene l’elenco delle potenziali innovazioni afferenti a Industria 4.0 sembrino rivoluzionarie, queste lo sono nella misura in cui adottano tecniche che nella classificazione (aggiornata [3]) di Freeman e Soete (1997) precedono il paradigma della Green Economy che, nel silenzio più assordante, sembra scomparsa dal dibattito economico e politico. Quindi, non proprio tecniche che modificano il paradigma tecno-economico nel senso stretto del termine. Semmai, sorprende l’enfasi posta da alcuni commentatori che assegnano a Industria 4.0 questa categorizzazione. Infatti, le tecniche legate a Industria 4.0 non delineano un mutamento sostanziale della domanda e dell’offerta come e quanto potrebbe la Green Economy, ovvero non consentono di sviluppare quelle che Leon P. (1965) chiamava tecniche superiori di produzione. In altri termini, la crescita del reddito che da un lato comprime taluni tipi di consumo primario, dall’altro ne espande altri tipi, così che in definitiva l’effetto di composizione dinamica delle due forze risulta in realtà positivo. In ultima analisi, il mutamento qualitativo che attraversa la domanda nella componente di consumo si estende alla componente di investimento, influenzando il processo di cambiamento della struttura produttiva (e dunque dell’offerta e della domanda di lavoro). Industria 4.0, al massimo, permetterà di integrare informatica, servizi e manifattura, ma siamo pur sempre all’interno di un paradigma che non consente di accrescere il valore e il lavoro come e quanto altri paradigmi sono riusciti a realizzare nella storia. È cambiata la geografia del lavoro, ma il numero di occupati è costantemente aumentato, nonostante tra il 1980-2015 si sia dispiegata la più importante rivoluzione tecnologica che il capitalismo abbia mai sperimentato.
La tecnica è un prodotto sociale
Innanzitutto è necessario ricordare che il progresso tecnico si diffonde in modo disomogeneo nei diversi settori produttivi, mentre gli effetti sulla produttività non sempre si manifestano là dove esso si genera. E’ quello che in molti non hanno esitato a definire con grande enfasi il “paradosso della produttività”, proprio quando negli anni ’90 la precedente rivoluzione delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (Ict) andava alimentando straordinarie aspettative. Al netto della teoria della compensazione (D. Ricardo), il tema dell’innovazione è soggetto a gravi errori di valutazione: in troppi indagano la tecnica come se fosse un fenomeno di pura conoscenza, dimenticando che la società cambia assieme alla tecnica, modificando il paradigma di accumulazione; quando si passa da un paradigma a un altro, non sappiamo come i settori produttivi coinvolti reagiranno. Cosa accadrà nei settori maturi e/o emergenti? Sebbene i settori maturi saranno investiti da un cambio di paradigma senza precedenti storici, la dimensione e la grandezza degli oligopoli suggerisce prudenza nella valutazione dell’impatto delle macchine sul lavoro. Più che un effetto sostituzione di lavoro per mezzo di macchine, probabilmente ci sarà un effetto sostituzione di lavoro a basso contenuto conoscitivo con un lavoro a maggiore conoscenza.
La combinazione tra ridisegno dei vecchi settori e la nascita di nuovi settori produttivi delinea un nuovo modello di produzione e/o sviluppo. Evidentemente non discutiamo di trasferimento tecnologico e/o innovazione. C’è differenza tra innovazione tecnologica, con il tempo sempre più programmabile (Ferrari, 2014), e paradigma produttivo. Il limite della discussione relativa a Industria 4.0 è nella sottovalutazione del paradigma, che non può essere ridotto all’integrazione tra industria e servizi, con l’effetto di alimentare e probabilmente sostenere una discussione bipolare tra chi sostiene che Industria 4.0 è una grande occasione per rilanciare il sistema economico, e chi intravvede nel progetto il rischio di una sostituzione di lavoro umano con le macchine.
Industria 4.0 e la fuga dalla ragione
World Economic Forum (WEF) e Mckinsey (Mc) informano che Industria 4.0 e le macchine coinvolgeranno alcune tipologie di lavoro; senza usare i toni di WEF e Mc, oppure l’indagine conoscitiva della Commissione Industria della Camera del 2016 (G. Epifani), è il caso di ricordare che questa è storia e non solo fattibilità tecnica. L’implementazione di queste tecniche è 1) soggetta a molte e spesso incalcolabili variabili; 2) hanno diversi gradi e livelli di realizzazione. In particolare, il documento della Commissione Industria analizza solo le tecnologie della comunicazione ovunque queste abbiano un ruolo, dalle comunicazioni interne alle stesse macchine meccaniche o elettroniche, tra operatori, all’interno dell’impresa, tra imprese ecc. In definitiva, il progetto Industria 4.0 identifica come “quarta rivoluzione industriale” l’utilizzo di macchine intelligenti, interconnesse e collegate a internet. Non sono necessarie competenze specialistiche per sapere che lo sviluppo delle conoscenze scientifiche costituisce un bagaglio accumulato, con un potenziale ancora tutto da scoprire anche dal punto di vista di una prospettiva applicativa. Sebbene industria 4.0 del Governo, alla fine, prenda atto dei limiti della propria analisi quando individua come “tecnologie abilitanti” solo quelle che hanno una caratteristica informatica, l’aspetto più preoccupante è legato alla accettazione da parte di tutti i commentatori della narrazione veicolata dalla pubblicistica.
Se consideriamo l’attuale (vecchio) paradigma, il saldo tra nuovo lavoro e vecchio lavoro è certamente negativo, ma il capitale evolve e cambia assieme alla società; il sistema economico non rimane mai uguale a stesso; cambiano le consuetudini e le abitudini. L’emergere di una nuova classe media modifica i consumi (legge di Engel). WEF, Mc, Commissione Industria della Camera non conoscono gli effetti sui consumi legati alla crescita del reddito. Il processo è, quindi, bidirezionale e non unidirezionale. In altri termini, la politica economica e industriale hanno un ruolo fondamentale. La robotica è solo un pezzo del paradigma. L’innovazione cambia la struttura e non è riconducibile a una sola impresa, sebbene tenda a concentrarsi in alcuni settori. Per queste ragioni il modello neoclassico di produzione equi-proporzionale non rappresenta la realtà, e nemmeno vi si avvicina. Viviamo una grande transizione dall’esito incerto.
Capire in quale direzione andrà l’occupazione rispetto allo sviluppo delle nuove tecniche-tecnologie, richiede, piuttosto, una più attenta valutazione di come evolveranno le nuove “catene di creazione del valore”, sia all’interno delle singole economie, sia a livello mondiale, data l’importanza che hanno assunto i processi di delocalizzazione produttiva. Ciò, significherà considerare in che misura, ad esempio, lo sviluppo interno all’industria si rifletterà su un aumento dei servizi ad alta qualificazione – fenomeno già ampiamente riscontrato nelle economie in cui la presenza di un manifatturiero ad “alta intensità tecnologica” è relativamente più elevata – dando luogo ad un aumento complessivo dell’occupazione e del reddito e, in ultimo, della domanda di nuovi beni e servizi. Questo processo potrebbe investire anche i paesi di più recente industrializzazione, verso i quali nel ventennio passato si sono diretti ingenti flussi di investimenti delle economie occidentali per sfruttare – là dove possibile – il minore costo del lavoro. La spinta propulsiva registrata dal reddito di tali paesi si è tradotta, infatti, negli ultimi anni in autonoma capacità di investimento che, guidata per lo più dall’intervento pubblico, ha favorito l’aumento della spesa in ricerca e promosso lo sviluppo di produzioni ad alta intensità tecnologica, dando vita a ulteriori incrementi di reddito e a nuovi flussi di investimento verso il “Nord” del mondo.
L’accelerata diffusione dei robot nei paesi emergenti sembra dunque concludere una fase importante di un processo di industrializzazione concentratosi finora su attività ad alta intensità di manodopera, che hanno assorbito la delocalizzazione produttiva attuata dalle economie avanzate. La vera sfida che ci troveremo di fronte nei prossimi anni riguarderà sempre di più il confronto tra aree del mondo che si sono avvicinate – come puntualmente confermano i dati sulla distribuzione del reddito –, portando le prospettive dello sviluppo globale sul terreno della produzione di nuove conoscenze e di nuovi beni e servizi.
Se consideriamo l’aumento delle vendite di robot e come questo si è distribuito nell’economia mondiale, e quali sono ad oggi gli effetti più macroscopici rilevati sull’occupazione, risultano evidenti almeno due fatti. Il primo riguarda il forte contributo che all’aumento di tali vendite hanno fornito i maggiori paesi di più recente industrializzazione (soprattutto in Asia, con in testa la Cina), caratterizzati da una minore densità di robot (ossia da un minore rapporto tra numero di robot e addetti nell’industria); il secondo investe il rapporto tra livello di qualificazione dell’offerta di lavoro e dinamica del processo di robotizzazione. Si vede così che la maggiore spinta verso la robotizzazione registrata nelle economie di nuova industrializzazione ha dato luogo a una progressiva sostituzione di forza lavoro relativamente meno qualificata, presente ancora in misura assai consistente nel tessuto produttivo.
Indiscutibilmente per l’Italia sarebbe comunque una rivoluzione, ritardata comunque di almeno 15 anni. Sostenere che un sistema è integrato vuol dire che ogni fase è governata, ma non è il caso di andare oltre al governo del processo produttivo. Le innovazioni legate alla biotecnologia, alla farmaceutica, nuovi materiali, ecc. hanno un peso e un ruolo che travalicano il peso e il ruolo delle così dette innovazioni legate a Industria 4.0.
L’Italia non trova politiche diverse
L’effetto principale della diffusione delle tecniche interessate da Industria 4.0 sarà, per l’Italia, una crescita delle importazioni delle stesse. Infatti, questi beni saranno prodotti da chi possiede un vero sistema di innovazione tecnologica. L’esigenza di una politica industriale che sappia correggere il nostro declino non è nemmeno stata abbozzata. Inoltre, Industria 4.0 non è il programma di un paese che deve cambiare la propria struttura produttiva, piuttosto la “trovata” pubblicistica di una parte della classe dirigente per evitare di realizzare investimenti pubblici necessari per piegare la produzione italiana verso beni e servizi a maggiore contenuto tecnologico che sono, per lo più, legate alla Green Economy. I tagli alla ricerca e sviluppo, alla scuola, all’università, purtroppo, condurranno il paese a subire il paradigma della Green Economy che gli altri Paesi cominciano a delineare.
Inizierei a discutere di politica industriale e su come possiamo essere protagonisti della necessaria trasformazione industriale, invece che ragionare sugli effetti “potenziali” di Industria 4.0 sul vecchio modello di produzione. Dobbiamo ragionare in termini di nuova domanda e quindi di nuova offerta. Diversamente l’Italia può solo perdere posti di lavoro.

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Note
[1] La citazione di Marx è tratta da Rosenberg (2001), p. 64.

[2] La citazione di W. E. G. Salter è tratta da Rosenberg (2001), p. 34.

[3] Romano R. e Lucarelli S., 2018, Squilibrio, ed. Ediesse, Roma. Libro di prossima pubblicazione.

[4] Il valore aggiunto derivante dai prodotti ad altro contenuto tecnologico è cresciuto esponenzialmente, collocandosi tra il 40 e il 50% di quello aggregato. Se guardiamo all’Italia comprendo il disagio, ma l’Italia non è un buon indicatore per valutare il progresso tecnico.

comune-info.net, 23 agosto 2017 (p.d.)

“Lavoro” è parola magica, ripetuta da tutti: si esce dalla crisi se aumenta l’occupazione non tanto per amore del lavoro o dei lavoratori ma perché solo così i lavoratori, cioè praticamente la totalità dei cittadini di un paese, possono guadagnare del denaro che possono spendere per comprare merci e servizi prodotti da altro lavoro. Il fine del lavoro è infatti produrre merci e servizi. Cioè, sostanzialmente, merci, perché anche i servizi sono resi possibili da qualche ”cosa” prodotta, venduta o acquistata per denaro. Il principale servizio, la vita quotidiana, è reso possibile perché qualcuno produce, col proprio lavoro, ferro, alluminio, bevande, patate, carne, plastica, carrelli della spesa, e trasporta, carica e scarica verdura e maiali.
Il servizio mobilità, la possibilità di andare al lavoro o in vacanza, è assicurato da quei tanti chili di acciaio, plastica, gomma, alluminio, eccetera che si chiama automobile che si muove soltanto se viene alimentata con un prodotto della raffinazione del petrolio. Il servizio illusione è reso possibile dalla raffinata rete telematica che alimenta le sale giochi, le macchine da poker e dalle persone che raccolgono o convogliano scommesse. Tutto lavoro. A rigore, anche i servizi evasione e prostituzione sono resi possibili dal lavoro di chi produce e vende stupefacenti, o accompagna le ragazze al posto “di lavoro” sulla strada. Ciascuna società scoraggia alcuni lavori perché producono merci e servizi eticamente sconsigliabili e ne incoraggia altri.
Mi piacerebbe che i responsabili dell’economia spiegassero quali merci e servizi intendono aumentare o scoraggiare per aumentare l’occupazione. Perché è vero che il capitale necessario per avviare la produzione di merci e servizi, in una società di libero mercato, è fornito dai capitalisti privati che si aspettano un giusto compenso – “to turn an honest penny”, come scriveva Marx – sotto forma di un profitto che gli consenta di avviare la produzione di altri merci e servizi, ma in realtà nelle società a libero mercato i capitalisti privati producono merci e servizi attraverso soldi pubblici, direttamente o indirettamente: sotto forma di prestiti, concessioni, incentivi. Badate bene che in questo ragionamento faccio finta che non esista corruzione. Sarebbe quindi bene che i governanti spiegassero chiaramente come intendono spendere pubblico denaro per produrre che cosa. Un solo esempio: ci sono merci e servizi che non “servono” più, che hanno saturato il mercato (penso all’automobile e a certi settori dell’arredamento). Le fabbriche chiudono, i lavoratori vengono licenziati; per assicurare occupazione a tali lavoratori ha senso continuare a produrre le stesse merci e servizi o occorre incentivare investimenti in altre produzioni ?
A mio modesto parere la salvezza dei lavoratori, ma anche dei capitalisti,andrebbe cercata nell’identificare dei bisogni, anzi delle gerarchie di bisogni da quelli urgenti e indilazionabili (cibo, abitazioni, acqua, salute, mobilità, istruzione) a quelli che possono essere considerati secondari. Uno dei settori che “tirano” sembra essere quello dell’edilizia consistente nella moltiplicazione di case e edifici che spesso restano non occupati anche dopo anni o che vengono occupati poche settimane o pochi giorni all’anno. Nello stesso tempo milioni di immigrati, del cui lavoro abbiamo disperatamente bisogno spesso sfruttandolo, vivono spesso in condizioni disumane senza che nessuno pensi a una edilizia popolare per loro.

All’alba della rivoluzione bolscevica i nuovi dirigenti, davanti ad un paese devastato dalla guerra, dalla carestia e dalla miseria, istituirono un ufficio per la pianificazione il quale aveva il compito di identificare quanto grano sarebbe stato necessario produrre, quante macchine sarebbero state necessarie per produrlo, quanto acciaio sarebbe stato necessario per tali macchine, quanti lavoratori sarebbero stati necessari per grano, macchine e acciaio. E così via. Roosevelt istituì un simile ufficio, per inciso impiegando il giovane Leontief che aveva lavorato nell’Unione Sovietica alla prima pianificazione. Oddio, anche in Italia esiste un ministero della programmazione economica che però ha programmato sempre quello che faceva comodo al grande e piccolo capitale e non ai lavoratori.

Da qui l’attuale crisi. Non so se vorranno farlo l’attuale o qualsiasi futuro governo, le organizzazioni di industriali, commercianti, agricoltori, i sindacati, o se vorrà cimentarcisi qualche gruppo di persone attente al futuro. Ma forse sarebbe utile interrogarsi su quello che viene oggi prodotto, importato ed esportato, su quali bisogni di merci e servizi sono soddisfatti e da soddisfare, quale sarà la situazione fra, diciamo, cinque anni. È vero che il mercato è globalizzato, come si dice, che non si possono impedire le importazioni nella speranza che ad esse corrispondano delle esportazioni, ma in realtà tutti o governi usano i propri poteri per decidere che cosa “ritengono” utile o inutile, spesso commettendo errori che si rivelano dopo qualche tempo e soldi e lavoro dissipati. Si pensi, solo per fare qualche esempio di ieri e di oggi, al ponte sullo stretto di Messina, all’alta velocità, alle centrali nucleari, al “Mose” di Venezia.

E non tocco i costi ambientali (che sono poi costi monetari, di pubblico denaro, cioè di soldi sottratti ai lavoratori) che molti errori di “programmazione” comportano sotto forma di inquinamento, di erosione del suolo, di frane e alluvioni. Si pensi alle cose “non fatte” come la difesa del suolo contro l’erosione, la regolazione del corso dei fiumi e torrenti, la bonifica delle zone inquinate, il corretto smaltimento dei 150 milioni di tonnellate di rifiuti solidi prodotti ogni anno dalla nostra “società dei consumi”.

Roberto Ceccarelli intervista Andrea Fumagalli, economista all'università di Pavia, sul senso antropologico del lavoro, una merce sempre più disprezzata dal capitalismo.

il manifesto, 26 luglio 2017

«Indagine Ue su occupazione e sviluppi sociali 2017. "Il lavoro va considerato come un esercizio di libertà e auto-determinazione. Conta più il diritto alla scelta del lavoro che il diritto al lavoro qualunque sia. Il reddito di base e senza condizioni è la premessa di questa libertà"»

Andrea Fumagalli, docente di economia all’università di Pavia, secondo l’indagine su occupazione e sviluppi sociali 2017 della Commissione Europea l’occupazione nel continente non è mai stata così alta dall’inizio della crisi.
A cosa è dovuta questa crescita?
«All’aumento dell’età pensionabile, del lavoro degli over 50, del part-time involontario e della precarietà. Il dato complessivo di 234 milioni di persone al lavoro va analizzato in dettaglio. Se guardiano i dati relativi alle unità di lavoro equivalenti, ovvero la quantità di lavoro richiesta dalle imprese, questa cresce a un saggio inferiore rispetto alla crescita degli addetti. Il che significa che la quantità di lavoro resta ancora stagnante, ma aumenta la quota dei precari a scapito dei posti fissi si ha un aumento delle persone occupate ma con un livello reddituale peggiorato. In pratica il lavoro stabile viene sostituito dal lavoro precario.

Mentre in Europa la quota dei Neet diminuisce, in Italia continuano a crescere. Come si spiega questa differenza?
«In Italia il numero dei Neet (Not Engaged Education Employenent Training) è sempre stato del 60-70 per cento superiore alla media Ue, intorno a un livello del 20% rispetto alla forza lavoro complessiva. La media europea è dell’11%. In Italia la quota dei cosiddetti scoraggiati, cioè coloro che non fanno nessuna ricerca di lavoro nel periodo della rilevazione, e quindi non vengono contabilizzati nei disoccupati veri e propri, è di gran lunga superiore alla media europea. Teniamo presente che gli scoraggiati sono sopratutto giovani che hanno bisogno di lavorare perché hanno bisogno di reddito. Non sono quindi disoccupati volontari, ma non rientrano nemmeno tra i disoccupati. I Neet sono il bacino degli scoraggiati, oltre che del lavoro nero e grigio. Una recente ricerca del progetto europeo «Pie news-commonsfare.net» ha evidenziato che i giovani precari sotto i 25-26 anni non cercano effettivamente lavoro. Sono quelli che possiamo chiamare precari di seconda generazione che vivono di «lavoretti» nella «gig economy». Non vedono più nel lavoro la principale forma di realizzazione. Il loro è un rifiuto individuale del lavoro che non assume una dimensione collettiva.

Nel nostro paese si registra anche un aumento record del lavoro autonomo. Per tradizione, siamo sempre stati un paese con tante partite Iva. Oggi la partita iva è un modo per sfuggire alla precarietà o di essere diversamente precari?
«In Italia la quota di lavoratori non subordinati, detti autonomi, è pari al 23%. Buona parte è composta da partita Iva, in parte sono lavoratori individuali per conto terzi che svolgono prevalentemente un lavoro eterodiretto che spesso è l’unica possibilità immediata per avere un minimo di reddito intermittente. Quest’ultima è una forma di precarietà che ha una storia strutturale nel nostro paese.

Cosa dire ai giovani che non avranno una pensione degna?
«Le riforme pensionistiche in Italia con il passaggio al sistema contributivo hanno risolto il problema della sostenibilità economica della spesa previdenziale, ma hanno innescato una bomba sociale. In presenza di elevata precarietà lavorativa, i contributi versati non permetteranno a molti di godere di un livello di pensione superiore alla povertà relativa. Saranno costretti a lavorare finché moriranno, oppure a sperare di morire prima di andare in pensione. Questo obbligherà, a partire dal 2030, quando il sistema contributivo andrà a regime, a un intervento di sostegno al reddito per coloro che si troveranno in una situazione di povertà.

Come si spiega il boom della povertà nel nostro paese, unico caso in Europa con Romania e Estonia?
«La povertà non riguarda più solo coloro che sono fuori dal mercato del lavoro: i disoccupati e i pensionati con basso reddito. Riguarda sempre più anche coloro che sono all’interno del mercato del lavoro. Questa è la quota di poveri che aumenta di più. Per l’Istat il dato preoccupante è quello degli «operai e assimilati» che hanno un rapporto di lavoro continuato. L’incidenza della povertà sfiora il 20%, uno su cinque, contro il 33% dei disoccupati. Ciò vuol dire che il lieve incremento occupazionale in corso si coniuga con l’ampliamento della «trappola della precarietà» i cui effetti sulla dinamica della domanda e della polarizzazione dei redditi sono ormai evidenti.

Basterà il reddito di inclusione contro la povertà voluto dal governo?
«Assolutamente no. Il reddito di inclusione, finanziato con 700 milioni che saliranno a 1 miliardo e 400 nel 2018 è sottoposto a tali vincoli di accesso da far sì che solo meno del 20 per cento delle famiglie in povertà assoluta potranno goderne.

Il governo promette di aumentare i fondi…
«È difficile che tale promessa possa essere mantenuta nei vincoli di bilancio se il governo decide in modo prioritario di spendere quasi 10 miliardi di euro per vari salvataggi bancari. Bankitalia stima che tale decisione farà aumentare dell’1 per cento il rapporto debito/Pil.

La commissaria Ue all’occupazione Thyssen sostiene che l’Europa è per il reddito minimo, ma lascia ai singoli paesi la possibilità di adottare il reddito di cittadinanza. Qual è la soluzione migliore?
«La discussione sulla scelta tra reddito minimo e di cittadinanza è malposta. Il vero discrimine non è l’universalità ma l’incondizionalità: un reddito dato senza nessuna contropartita. Sarebbe più utile erogare un reddito di base pari alla soglia di povertà relativa di 780 euro al mese partendo da coloro che si trovano al di sotto di questa soglia a livello individuale con un esborso di 15 miliardi netti annui più i 9 miliardi già stanziati per gli ammortizzatori sociali. Con l’accortezza di specificare che tale reddito dev’essere il più incondizionato possibile.

In Italia non c’è né l’uno, né l’altro…
«Nel nostro paese qualsiasi proposta di legge sul reddito minimo, o di base, dev’essere accompagnata da una proposta di salario minimo orario per i non contrattualizzati. Per evitare il rischio di un effetto sostituzione tra il salario e il reddito.

Stefano Rodotà e Luigi Ferrajoli sostengono che le ragioni del reddito e del salario minimo sono affermate negli articoli 36 e 38 della Costituzione e non contraddicono l’articolo 1 sulla “repubblica fondata sul lavoro”. Ritiene che questa impostazione permetta di superare la contrapposizione tra reddito e lavoro?
«La trovo corretta. Nell’attuale contesto capitalistico, che non è quello del secondo Dopoguerra, il lavoro remunerato andrà a diminuire con l’automazione tecnologica, soprattutto nel comparto dei servizi. Il lavoro va considerato come un esercizio di libertà e auto-determinazione. Conta più il diritto alla scelta del lavoro che il diritto al lavoro qualunque sia. Il reddito di base e senza condizioni è la premessa di questa libertà.

il manifesto, 14 luglio 2017 (c.m.c.)

I recenti dati diffusi dall’Istat sulla crescita della disoccupazione e della precarietà, specialmente fra i giovani, chiariscono come la deregolamentazione del mercato del lavoro, che imperversa da vent’anni, ha prodotto i risultati devastanti a cui assistiamo.

Già durante i “ruggenti” anni Ottanta si era tentato intaccare le tutele dei lavoratori introdotte negli anni precedenti, ma con scarsi risultati. Si dovette aspettare il crollo del comunismo, il Trattato di Maastricht e il nuovo vento liberista degli anni Novanta per giungere a risultati concreti. Il pacchetto Treu (legge 196 del 1997), che compie ora vent’anni, costituì una svolta decisiva verso la flessibilità contrattuale: il provvedimento introdusse infatti la possibilità di utilizzare il rapporto di lavoro interinale, ampliando notevolmente i margini di applicabilità del lavoro a tempo determinato.

Alla fine degli anni Novanta il dilagare di forme di lavoro subordinato mascherate da contratti di collaborazione portò alla necessità di un’ulteriore regolamentazione normativa, la legge Biagi. Da un lato delimitò l’ambito di applicazione dei rapporti di collaborazione coordinata e continuativa, dall’altro allargò ulteriormente le tipologie contrattuali «atipiche». I livelli di protezione normativa del lavoro, secondo la misura che ne dà l’Ocse, si sono via via ridotti negli anni più recenti, a seguito dell’introduzione di ulteriori livelli di flessibilità in entrata e in uscita dal mercato del lavoro.

Dapprima la riforma Fornero (la legge 92 del 2012) ha ridotto la possibilità di reintegro del lavoratore in caso di licenziamento ingiustificato. Da ultimo il Jobs act varato dal governo Renzi ha previsto sia una maggiore libertà nell’uso del contratto di lavoro a tempo determinato, sia l’abolizione di fatto dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.

I provvedimenti renziani sono il triste epilogo di una storia ventennale, segnata sia da un progressivo indebolimento della classe lavoratrice, sia, non casualmente, da una generale penalizzazione dei salari. I limiti e le contraddizioni dell’ultima stagione che abbiamo vissuto emergono con maggiore chiarezza se tentiamo un confronto con le vicende degli anni Sessanta e Settanta, quando l’allargamento dei diritti (che per il capitale sono solo “rigidità”) andava di pari passo con la crescita economica e la bassa disoccupazione.

Molti dei principi costituzionali in tema di protezione del lavoro e parità fra i sessi trovarono per la prima volta applicazione, in un contesto di espansione del reddito, stabilità dei livelli generali di occupazione e in particolare, a partire dal 1973, di crescita dell’occupazione femminile. Non mancarono certo le criticità, specialmente per i giovani e le donne, ma è anche vero che in quegli anni il tasso di disoccupazione maschile si mantenne sempre inferiore al 5%. La vivace stagione di riforme di quegli anni si aprì con la legge 1369 del 1960, che vietava l’intermediazione nelle prestazioni di lavoro. Seguì nel 1962 la legge 230, la quale fissava vincoli stringenti per la stipula di contratti a termine, stabilendo la centralità del rapporto di lavoro a tempo indeterminato.

La legge 7 del 1963 vietò il licenziamento per matrimonio, una pratica molto diffusa che costituiva un fattore discriminante nei confronti delle donne. La legge 604 del 1966 riconobbe il principio della giusta causa nei licenziamenti individuali, anticipando quanto stabilito dallo Statuto dei lavoratori del 1970. Dopo anni di lotte, nel 1969 si arrivò anche all’abolizione delle «gabbie salariali», i differenziali retributivi per area geografica introdotti nel 1945.

Nel 1975 i sindacati ottennero poi il totale adeguamento dei salari all’inflazione, una riduzione della differenza retributiva fra categorie e un’estensione della Cassa integrazione come ammortizzatore sociale dei licenziamenti. Nel 1977 si giunse infine a una legge che stabilì la parità fra uomo e donna nell’accesso al lavoro e nella retribuzione. Un’altra epoca, si dirà. Ma lo studio del passato serve proprio a questo: a offrire termini di confronto, a dimostrare che altri scenari sono sempre possibili e a confutare i dogmi che le classi dominanti ci impongono. Come la presunta necessità di barattare i diritti in cambio dell’occupazione e del benessere economico.

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