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Camillo Sbarbaro
Sbarbaro, Da "Pianissimo"
10 Agosto 2004
Poesie
(1888-1967) L'autore stesso ha ricavato questa scelta dall'ormai introvabile Pianissimo (Libreria della Voce, Firenze, 1914) e vi ha apportato alcune varianti corrispondenti alla lezione che figurerebbe nella eventuale ristampa dei suoi versi.

DA « PIANISSIMO »

1

Padre che muori tutti i giorni un poco

e ti scema la mente e più non vedi

con allargati occhi che i tuoi figli

e di te non t'accorgi e non rimpiangi;

se penso la fortezza con la quale

hai vissuto, il disprezzo ch'hai portato

a tutto ciò che è piccolo e meschino,

sotto la rude scorza

l'istintiva poesia della tua anima;

il bene ch'hai voluto alla tua madre,

a tua sorella ingrata, a nostra madre

morta;

tutta la vita tua sacrificata;

e poi ti guardo così come sei

io mi torco in silenzio le mani.

Contro l'indifferenza della Vita

vedo inutile anch'essa la Virtù;

e provo forte come non ho mai

il senso della nostra solitudine.

Io voglio confessarmi a tutti, padre

che ridi se mi vedi e tremi quando

d'una qualche premura ti lo segno,

di quanto fui codardo verso te.

Benché il rimorso mi si alleggerisca

che più giusto sarebbe mi pesasse

sul cuore, inconfessato.

Io giovinetto imberbe ti guardai

con ira, padre, per la tua vecchiezza.

Stizza contro te vecchio mi prendeva...

Padre che ci hai tenuto sui ginocchi

nella stanza che s'oscurava, in faccia

alla finestra; e contavamo i lumi

di cui si punteggiava la collina

facendo a gara a chi vedeva primo;

perdono non ti chiedo con le lacrime

che mi sarebbe troppo dolce piangere,

ma con quelle più amare te lo chiedo

che non vogliono uscire dai miei occhi.

Un pensiero soltanto mi conforta

di poterti guardare a ciglio asciutto;

il ricordo che piccolo, pensando

che come gli altri uomini dovevi

morire pure tu, il nostro padre,

solo e zitto nel mio letto la notte

io di sbigottimento lagrimavo.

Di quello che i miei occhi ora non piangono

quell'infantile pianto mi consola,

padre, perché mi par d'aver lasciato

tutta la fanciullezza in quelle lacrime.

2

Esco dalla lussuria. M'incammino

per lastrici sonori nella notte.

Rimorso non mi punge o turba. Sono

solo tranquillo: immensamente.

Pure

qualche cosa è mutato in me, qualcosa

fuori di me. Ché la città mi pare

fatta paurosamente vasta e vuota;

una città di pietra che nessuno

abiti, dove la Necessità

sola conduca i traini e conti l'ore.

A queste vie simmetriche e deserte,

a queste case mute sono simile.

Partecipo alla loro indifferenza,

alla loro immobilità. Mi pare

d'esser sordo ed opaco come loro,

d'esser fatto di pietra come loro.

Il mio padre e la mia sorella sono

lontani, come divenuti estranei,

come sepolti già nella memoria.

Tra me e loro s'è frapposto il mio

peccato come immobile macigno.

E mi dicesser che mio padre muore

sento bene che adesso non potrei

piangere.

Son confinato fuori della vita,

una macchina io sesso che obbedisce,

come il traino e la strada necessario.

Ma non riesco a dolermene.

Cammino per lastrici sonori nella notte.

3

Il mio cuore si gonfia per te, terra,

come la zolla a primavera.

Io torno.

I miei occhi son nuovi: tutto quello

che vedo è come per la prima volta;

e l'aspetto più umile e consunto,

tutto m'intenerisce e mi dà gioia.

In te mi lavo come dentro un'acqua

dove si scordi tutto di se stesso.

La mia miseria lascio dietro me

come la biscia la sua vecchia pelle.

Terra, tu sei per me piena di grazia.

Finché vicino a te mi sentirò

così bambino, fin che la mia pena in te si scioglierà come la nebbia

nel sole

io non maledirò d'essere nato.

Io mi sono seduto qui per terra,

ambe le mani aperte sopra l'erba,

guardandomi amorosamente intorno.

E mentre così guardo mi si bagna

di calde dolci lacrime la faccia.

4

Taci, anima mia. Son questi i tristi

giorni in cui senza volontà si vive,

i giorni dell'attesa disperata.

Come l'albero ignudo a mezzo inverno

che s'attrista nell'ombra della corte,

io non credo di mettere più foglie

e dubito d'averle messe mai.

Camminando solo

tra la gente che m'urta e non mi vede,

mi pare d'esser da me stesso assente.

E m'accalco ad udire dov'è ressa,

sosto dalle vetrine abbarbagliato

e mi volgo al frusciare d'ogni gonna.

Per la voce d'un cantastorie cieco

per l'improvviso lampo d'una nuca

mi sgocciolan dagli occhi sciocche lacrime

mi s'accendon negli occhi cupidigie.

Ché tutta la mia vita nei miei occhi

ogni cosa che passa la. commuove

come debole vento un'acqua morta.

Non sono che uno specchio rassegnato

che riflette ogni cosa per la via.

In me stesso non guardo perché nulla

vi troverei.

E, venuta la sera, nel mio letto

mi stendo lungo come in una bara.

5

Nel mio povero sangue qualche volta

fermentano gli oscuri desideri.

Vado per la città solo, la notte;

e l'odore dei fondaci, al ricordo,

vince l'odor dell'erba sotto il sole.

Rasento le miriadi degli esseri

sigillati in se stessi come tombe.

E batto a porte sconosciute; salgo

scale consunte da generazioni.

La femmina che aspetta sulla soglia

l'ubriaco che rece contro il muro

guardo con occhi di fraternità.

E certe volte subito trasalgono,

nell'andito malcerto in capo a cui

occhi di sangue paiono i fanali,

le mie nari che fiutano il Delitto.

Mi cresce dentro l'ansia di morire

senza avere il godibile goduto

senza avere il soffribile sofferto.

La volontà mi prende di gettare

come un ingombro inutile il mio nome.

Con a compagna la Perdizione

a cuor leggero andarmene pel mondo.

6

A volte sulla sponda della via

colto da un infinito scoramento

mi seggo e dove vado mi domando,

perché cammino. E penso la mia morte

e vedo me già preso nella bara

troppo stretta, fantoccio inanimato.

Quant'albe nasceranno ancora al mondo

dopo di noi! Di ciò che abbiam sofferto,

di tutto ciò che in vita ebbimo a cuore

non rimarrà il più piccolo ricordo.

Le generazioni passan come

onde di fiume...

Una mortale pesantezza il cuore

m'opprime. Inerte mi par d'esser fatto

come qualche antichissima rovina

e guardare succedersi le ore,

gli uomini mutare i passi, i cieli

all'alba colorirsi, scolorirsi

a sera:..

7

Magra dagli occhi lustri, dai pomelli

accesi,

la mia anima torbida che cerca chi le somigli

trova te che sull'uscio aspetti gli uomini.

Tu sei la mia sorella di quest'ora.

Accompagnarti in qualche osteria

di bassoporto

e guardarti mangiare avidamente!

E coricarmi senza desiderio

nel tuo letto.

Cadavere vicino ad un cadavere,

bere dalla tua vista l'amarezza

come la spugna secca beve l'acqua.

Toccare le tue mani, i tuoi capelli

che pure a te qualcuno avrà raccolto

in un piccolo ciuffo sulla testa!

e sentirmi

guardato dai tuoi occhi

ostili, poveretta, e tormentarti

domandandoti il nome di tua madre !

Nessuna gioia vale questo amaro

poterti fare piangere, potere

pianger con te!

8

Talora nell'arsura cittadina

un canto di cicala mi sorprende.

E subito ecco m'empie la visione

di campagne prostrate nella luce

e stupisco che ancora al mondo sian

alberi ed acque - le presenze buone

che bastavano un giorno a consolarmi...

Con questo

stupor sciocco l'ubriaco

riceve in viso l'aria della notte.

Ma poiché sento l'anima aderire

ad ogni pietra della città sorda

com'albero con tutte le radici,

sorrido a me smarritamente e come

in uno sforzo d'ali i gomiti alzo...

CAMILLO SBARBARo è nato a Santa Margherita Ligure il 12 gennaio 1888. - Opere: Resine (Caimmi, Genova, 1911); Pianissimo; Trucioli (Vallecchi, Firenze, 1920); Liquidazione (Ribet, Torino, 1928).

Una biografia completa di Camillo Sbarbaro

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