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Melissa Holbrook Pierson
Quando il progresso ti irrompe in casa
20 Agosto 2006
Paesaggio (e territorio, e ambiente)
Alcuni suggestivi estratti dal recentissimo The Place You Love Is Gone: Progress Took It Away, Norton 2006. Orion, gennaio-febbraio 2006 (f.b.)

Titolo originale: Progress hits Home – Traduzione di Fabrizio Bottini

NON POSSO FARCI NIENTE se voglio vivere nel passato: quel tempo di quarant’anni fa, quando c’erano ancora grandi spazi aperti per metterci i sogni, e sopra di essi un po’ di tenebre, la notte. C’era tranquillità, diritto di nascita per tutti noi animali, e in qualche modo c’era più tempo, in una giornata, di quanto non ce ne sia oggi. Il mondo apparteneva alle persone che lo abitavano.

Noi nostalgici marciamo arditi verso la battaglia, ansiosi di schierarci contro i carri armati della storia umana che avanzano. Le nostre primaverili inclinazioni a credere nel lieto fine ci hanno sempre impedito di vedere la putrida carcassa della verità che ci stava di fronte: “progresso” è solo un altro modo per dire ladrocinio. Ora i nostri cuori sono pieni della forza della rettitudine. Leviamo le braccia, pronte: le nostre spade di plastica multicolori luccicano verdi e rosse al sole. Le corrispondenze di guerra dal fronte interno ci fanno ridere del nostro funesto narcisismo. Non lo sapete, che non è possibile vincere? E poi, perchè vorreste? Noi non siamo come tutte le altre specie che hanno abitato la medesima nicchia ecologica per centinaia di migliaia di anni senza aver bisogno di case da otto stanze dove ne bastavano tre. Solo noi non trasmettiamo quei misteriosi feromoni che rallentano la procreazione quando si è raggiunto il limite di sostentamento della terra.

I nostri percorso cerebrali sono stati formati da milioni di anni di esistenza in comune coi nostri simili, dove i quotidiani incontri e riti e preghiere ci hanno fatto quel che siamo, una sola cosa. Poi qualche anno fa, uno più uno meno, hanno tirato fuori la feticizzazione della proprietà privata, e l’automobile, il mettere la produzione proprio in cima alla catena dei diritti, e il gioco è fatto: niente più spazi per trovarsi e niente più passeggiate e respirare l’aria e guardare il cielo e fabbricare miti a spiegare queste esperienze. Adesso si guida dentro a un viscido parcheggio e poi si entra circospetti da Walgreens per il giornale e qualche Rolaids e poi si fa retro marcia dopo aver rassicurato il premuroso addetto (in fondo l’ha chiesto) che oggi va tutto bene, egualmente preoccupati per il suo benessere psicologico (dopo tutto, l’abbiamo chiesto). Ci si allontana da quel posto che un tempo era un marciapiede molto usato di fronte a una banca, un caffè, un negozio di scarpe, dove i nostri genitori che non avevano un’automobile ma abitavano qui vicino, venivano a piedi. Mani invisibili sono arrivate, hanno spostato tutto come pedine su una scacchiera, e non si sa con chi prendersela. Nessun altro sembra essersene accorto.

Questa zona si chiamava Montrose. Nel 1973, capitò che la Interstate 77 venisse collegata alla Route 21, e la testa della gente cominciarono a girare pensieri. “Non c’era niente lì, era tutto vuoto”, ha spiegato con orgoglio uno di questi primi pensatori a un giornale. Vuoto: solo spazio, erba, niente che la gente potesse comprare. Centocinquanta ettari di inutilità. A suo tempo, più o meno in sei giorni, fu creato il mondo. Fra il 1970 e il 1990 la quantità di metri quadrati commerciabili – progettati, approvati, realizzati – a Montrose è aumentata, da diecimila a cinquecentomila. Le previsioni per la fine del primo decennio del nuovo secolo sono per altri trecentocinquantamila. (“ Le imprese non hanno né corpi che possano essere puniti, né anime per sentirsi responsabili, e quindi fanno quello che vogliono”; Edward Thurlow, Lord Chancellor, 1731-1806). Dall’argilla, perfettamente modellati, saltano su la West Market Plaza, Rosemont Commons – un nome adeguato per quella perfetta menifestazione degli ideali comuni, il Wal-Mart della città – Shops of Fairlawn, Builders Square, e Market Square, un centro commerciale costruito dietro a un altro centro commerciale, Sam’s Club, Bed, Bath & Beyond, Super Kmart, Cost Plus World Market (proprio così), Cellular One, Pier 1, Borders, T.J. Maxx, MC Sports, Old Navy, Pet Fair, Comp USA, Sears, The Home Depot, Taco Bell, Chipotles, Red Lobster, Romano's Macaroni Grill, Cracker Barrel, Boston Market, Bob Evans, Ruby Tuesday, Friendly's, Baja Fresh, sempre di più e di più sin quando si stramazza, sazi, col cuore che batte debole, inconsapevoli del cielo che sta sopra o della terra che sta sotto o di qualunque altra cosa, salvo strisciare ancora verso Camry e aspettare che il semaforo sulla Cleveland-Massillon Road segnali svolta a sinistra per poter arrancare fino a casa, e infine trasportare il contenuto di un paio di dozzine di borse di plastica dentro la casa, che in qualche modo assorbirà il tutto.

La mia generazione è schiacciata da una tristezza che non sa di provare. La promessa è stata sussurrata melodiosamente nelle nostre orecchie in qualche momento dopo il piacere dei grandi tesori nascosti sotto la pellicola dei cibi precotti e prima il profondo velluto del sonno nelle soffici tutine dei nostri pigiami. La realtà, come abbiamo ormai scoperto, non è come ci avevano garantito. La differenza è così geologica che rischiamo di romperci il collo tentando di vedere l’intero torreggiante aggeggio. La velocità del cambiamento si è presa qualcosa: non possiamo più disprezzarla come storia vecchia e decrepita. Ciò che è andato perso stava qui solo trenta o quarant’anni fa, e dunque sta scritto nelle pagine della nostra vita. Ma ancora non si sa cosa si potrebbe fare. Ogni annuncio arriva già confezionato nel fatto compiuto: questo se ne va, questo arriva, guarda qui, guarda là, piangi in solitudine, è tutto fatto. Il campo da golf, la strada, i negozi, tagliare, trapanare, strappare. Il tuo villaggio in New England giusto di fianco alla nuova città che cresce sempre più alta, sempre più larga. Il tuo centro cittadino che perde un’altra casa vecchia di un secolo e guadagna un altro drugstore superfluo in fondo a quel parcheggio che sembra un Oceano Indiano. Vecchie fattorie con appesi i cartelloni di quanto verrà: quaranta enormi case in stile architettonico Frankenstein disancorate dal paesaggio che galleggiano sull’assenza di alberi. L’antica cima della montagna ora centro turistico e seconde case. L’ufficio postale in stile Beaux Arts sostituito da Popeyes Chicken and Biscuits. Un venerabile campo di battaglia fertilizzato dal sangue umano, ora un centro commerciale. La strada sterrata asfaltata. Quella asfaltata a due corsie ora ne ha quattro; quella che ne aveva quattro, sei. L’incrocio senza semaforo ora ha la sua segnaletica. La marcia dei tempi avanza, le sue armate più numerose ogni giorno che passa.

Qualunque cosa fosse qui all’Alba del Tempi alla fine riceve il suo benservito, a favore di qualcosa che qualcuno possa trasformare in soldi. Ha preso le forme di un’assuefazione: non possiamo resistere. Alla fine ricadiamo, la testa che pulsa sorda, cifre e parolacce incomprensibili che ci colano giù dal mento: l’America ha asfaltato 6,3 milioni di chilometri di strade, l’equivalente di 157 giri attorno all’equatore; per ogni 5 nuove auto costruite, viene ricoperto d’asfalto un pezzo di terra grande come un campo da football; ogni anno in questo paese si edificano 1,2 milioni (sì: milioni) di ettari di spazio aperto; si perdono terre agricole al ritmo di un ettaro al minuto; una persona che ha appena raggiunto la mezza età cresciuta, diciamo, nella Rockland County, New York, viveva in un posto con 7.000 ettari di terre agricole, ora ce ne sono 100: ma provate a riguardare le statistiche fra qualche minuto. Possiamo solo compilare statistiche e levarci di torno, sconcertati. Nessuno sa cosa farci. Non c’è niente da fare. I giornali si riempiono di storie di avvenimenti incredibili; a quanto pare nessuno le legge. Ogni tanto c’è il resoconto di qualche monumentale battaglia davvero vinta, che è costata anni di sudati sforzi, e il premio consiste in una edificazione un po’ ridotta, una fattoria salvata, qualche ettaro che non sarà disboscato, un campo di battaglia della Guerra Civile tutelato, anche se con qualche concessione da fare, un Wal-Mart cancellato. Nel frattempo, altrove vengono su file di case, centri salute, ospedali, supermercati, e altri 2.378 Wal-Mart.

Questi grossi numeri entrano nel cervello solo da una parte, e di fatto è impossibile elaborarli. Siamo fatti per roba più piccola: quello che vediamo nei pochi metri che ci stanno attorno, quello che ci comunica sensazioni. Lo spazio emotivo per prendere il fiato, l’appartamento libero che potrebbe essere affittato a qualcuno che ci faccia grosse cose artistiche, gli angoli quietamente nascosti della città che non sono da un giorno all’altro venduti e passati di mano una mezza dozzina di volte nelle settimane successive, prima di essere trasformati nell’ennesimo quartiere alla moda per ricchi: c’è solo la sensazione che queste cose se ne siano andate per non tornare mai più, ma la nostra tristezza non cerca le ragioni. Cos’è, se non uno sguardo alle galassie lassù, incapace di capire davvero le distanze, di sapere che quel pianeta sta aumentando di altri 3 miliardi di persone? E non è molto più facile tentare di capire anche solo cosa sarà questo paese con 120 milioni di persone in più, anche se ce li immaginiamo tutti in gara per il nostro parcheggio davanti all’ufficio postale. Non parliamo del fatto che non potremo mai più visitare l’adorata spiaggia della nostra infanzia, dato che è diventato impossibile avvicinarsi (e inoltre no, non è semplice nemmeno pensare ai 2 milioni in più di sgattaiolanti esseri umani che presto si asfalteranno il loro pezzettino di Gran Bretagna, o i 3-8 milioni aggiunti all’Australia; né, di certo, i 300 milioni destinati all’India). Forse l’unica cosa che chiunque fra noi può cogliere, è la vista delle ruspe giù in fondo alla strada, che spianano l’ex campo da fieno per iniziare ad evocare la visione da sogno di trentasette nuove “case” color grigio talpa con finiture bianche e aperture sbadiglianti per parecchie auto. È qui che possiamo cominciare a vedere il futuro. È fatto di lutto costante e infelice abitudine.

C’era una volta, quando solo il re poteva mettere le sue fortificazioni sul crinale più alto; ora qualunque re in possesso di un fuoristrada può fare lo stesso. Sembra una cosa che va contro natura, ma ultimamente ce ne sono un sacco. Non credo che avrò mai la soddisfazione di acciuffarne uno, di questi ego-in-cima-a-un-palo che pensano di farsi una dimora fuoritaglia sulla collina che fu il mio conforto, ma se potessi lo prederei a cazzotti con un pezzo di Alan Devoe, da Phudd Hill, 1937:

Tanto verdi queste colline, così tonde, così tante, che fanno pensare ad enormi tumuli per una dimenticata e antica razza di uomini. Ci ho camminato sopra ed estratto da quella terrosità senza tempo la pace più profonda che sia possibile conoscere.

Io ci andavo continuamente, e ci ho riprovato l’altra sera, mentre l’oscurità scendeva nel suo antico modo su una terribilmente fredda giornata d’inverno. Su per un vecchio sentiero di taglialegna, nessuna impronta sulla neve salvo quelle dei roditori e del cane che mi stava appena davanti, ma la vista del crinale da cui sono stati strappati tutti gli alberi incombeva troppo insistente e ho avuto uno sprazzo di memoria da due anni fa. Ero salita, con un tempo migliore, su fino in cima al crinale sul lato opposto rispetto alla mia casa, dove è molto più ripido di qui, e una volta arrivata mentre mi stavo chiedendo come avrei fatto a scendere senza rompermi una gamba, ho trovato un collare da cane. Era la prova schiacciante che un altro alieno aveva sfidato questa quota, che sembrava appartenere solo a sé stessa. Ora in quello che pensavo fosse il sicuro crepuscolo di un gelido gennaio, un’auto mi attraversava il campo visivo mentre guardavo verso l’alto. Eravamo in una categoria diversa, rispetto al vecchio collare. Mi ha scosso nel profondo. Era il guardiano, nel giro di controllo – contro quale tipo di incursioni non posso nemmeno immaginare – della “proprietà”, perché è quello che è diventato, questo maestoso posto che si possedeva da sé. Non c’era ancora niente che avesse bisogno di protezione lì, solo terra grattata e le linee di confine che avevano consentito a vari successivi compratori di passarsi l’un l’altro appezzamenti di sedici ettari con vista su due catene di montagne per somme di denaro sempre più stravaganti. Dopo l’altra sera, ecco un altro posto dove non andrò più. Quando cominceranno a costruire, l’antica oscurità della notte sul fianco della collina sarà spazzata via da luci rumore e scarichi dei motori. La “ Proprietà Privata” vince “ la pace più profonda che sia possibile conoscere”.

Mi agito un po’, tanto per la forma. Il responsabile comunale per l’edilizia mi informa che non ci sono norme particolari per le costruzioni sui pendii, nessun obbligo di valutazione di impatto ambientale per alloggi unifamiliari. Non ho risposte intelligenti da dargli, e l’unica cosa che mi viene, sorda, è “Bene, questa è l’America, per voi”. Si agita: “Non vorrete che qualcuno vi venga a dire cosa dovete fare col vostro terreno, no?”. Sospetto che non gli piacerebbe la mia idea secondo cui a dire il vero lo vorrei; mi è venuto in mente che non esiste una cosa come “la tua terra”, non più di quanto non ci sia un punto in un maglione che si può levare senza conseguenze. È buffo, come il rumore di un’escavatrice di pozzi annunci la scomparsa di una galassia. Noi siamo tra i fortunati, ad avere ancora lì la Via Lattea quando usciamo nel portico sul retro, ma ci resterà solo ancora per un po’. Solo qualche casa in più lungo la via, solo qualche quartiere in più nella città vicina, e se ne sarà andata, dopo miliardi di anni. In pratica, potete cominciare a contare i giorni.

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