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Giovanni Astengo
Principi per la tutela e la valorizzazione dei beniambientali(1966)
6 Agosto 2007
Paesaggio (e territorio, e ambiente)
La tutela di un sistema in costante evoluzione attraverso lo strumento dinamico del piano. Estratti dalla Relazione finale per la Commissione "Franceschini", 1966 (f.b.)

Giovanni Astengo, Tutela e Valorizzazione dei Beni Culturali e Ambientali, in Per la Salvezza dei Beni Culturali in Italia. Atti della Commissione d’indagine per la tutela e la valorizzazione del Patrimonio Storico, Archeologico, Artistico e del Paesaggio, Casa Editrice Colombo, Roma 1967, Vol. I, pp. 488-504

[…]

PRINCIPÎ PER LA TUTELA ELA VALORIZZAZIONE DEI BENI AMBIENTALI

1. - Nella prospettiva critica dei diversi atteggiamenti assunti nel tempo dall'uomo verso il suo ambiente - volta a volta contestato od assunto ad immagine di civiltà, guastato o custodito, abbandonato al disordine dell'agire indiscriminato ovvero ordinatamente strutturato per la vita comunitaria - è possibile, al di là di ogni singolo atteggiamento, una fondamentale continuità storica di coscienti attribuzioni di significato. In primo luogo, i rapporti uomo-ambiente si pongono, per la condizione medesima dell'umana presenza, in termini “culturali” elementari permanenti, intuitivi, consci ed inconsci, e per ciò stesso dotati della massima generalità, prima ancora d'ogni ulteriore apporto di specifici significati semantici e simbolici personalmente o collettivamente “aggiunti”. Paesaggio naturale, paesaggio umanizzato, paesaggio urbano: tutto ciò appartiene di fatto alla storia, nelle forme più disparate dei singoli apporti, in ragione della presenza stessa dell'uomo.

Presenza tuttavia non sempre qualificante. Se incontestabile appare il senso “storico” dell'agire umano nell'ambiente di natura, non sempre “civile” può dirsi il risultato dell'opera. Interviene qui, come successivo e complesso apporto di significato dotato di validità scientifica, la fondamentale revisione cui l'uomo è capace di sottoporre il proprio operato, nella sua qualità di soggetto di conoscenza, e conoscenza critica: al di là dei possibili errori di giudizio, e contro i sempre rinnovati tentativi di sopraffazione, i risultati dell'agire storico nella natura - gli ambienti “umanizzati” nell'accezione più estesa - possono essere riconosciuti come valori “civili”, e tendere così a tradursi gradualmente in, “beni culturali”, e cioè in patrimonio comune, in apporto testimoniale d'ampiezza universale -ovvero, contestati, ridursi ai meri valori economici ed emozionali della loro materiale consistenza in incessante divenire.

Ed è necessario notare come complesso ed articolato sia il contenuto di “civiltà” di cui tale processo è capace: poiché civile è certamente il Bene riconosciuto, in ragione del valore spirituale di cui esso è fatto testimone, ma altrettanto civile ne è la condizionante premessa intellettiva di conoscenza scientifica e di giudizio sistematico, come civili, ed in definitiva generatrici dell'intero processo, sono le conseguenze operative della tutela e della acquisizione culturale e spirituale alla disponibilità comune. Questi tre momenti appartengono indissolubilmente ad una unica ispirazione e valgono ad un medesimo intento, che appunto è il Bene culturale; nella fattispecie, l'ambiente civile, testimone della storia e dello spirito umano, e come tale riconosciuto, custodito, comunicato.

In questo senso si deve qui insistere sul significato preminente e prioritario che assume, a premessa di ogni decisione operativa, il riconoscimento della validità del concetto unitario di ambiente civile inteso come manifestazione culturale coerente della presenza umana; al di sopra delle pur innegabili e profonde differenze strutturali, dei contenuti eterogenei, delle diverse origini, finalità, tendenze specifiche, gli ambienti trasformati dall'opera dell'uomo, come del resto, negli stessi termini, i luoghi rimasti o restituiti, allo stato di natura, che l'uomo conosce e le cui suggestioni egli sa tradurre in immagine fantastica - tutti questi ambienti, già per se riuniti dalla loro mera continuità spazio-temporale, possono venir qualificati in sistema razionale unitario, se si riconosce la loro appartenenza ad un omogeneo tessuto di apporti testimoniali della cultura umana, che l'uomo operando ha impresso nell'ambiente e che può, ad un dato momento, riconoscere e valutare. E tale unità culturale del Bene d'ambiente deve identicamente affermarsi, non solo per ciò che è testimonianza di civiltà storica d'antica origine, ma anche per il significato culturale del nostro quotidiano intervenire nell'ambiente civile, le cui espressioni assumono quindi, come devono, il valore di segni del nostro tempo per il futuro.

2. - In tale prospettiva, l'ambiente civile si presenta come primo incontro, conoscitivo e critico, d'ogni uomo con la propria civiltà: bene culturale e testimonianza per eccellenza, dunque, di immediata e del tutto generale capacità di comunicazione.

Poiché esso si struttura, tuttavia, nei suoi termini di evidenza materiale e di, condizionamenti operativi, come un contesto organizzato con preminenti fini e valori economici, ogni riconoscimento scientifico di significato culturale, in quanto procede da motivi ispiratori e tende a finalità specifiche di ordine essenzialmente diverso, non può, a condizione di ridursi all'inutile, non essere dotato di strumenti efficaci d'acquisizione, tutela e comunicazione anche ove ciò richieda, come in effetti richiede, l'attenuazione e la subordinazione di ogni altro diverso e pur anche legittimo godimento. In altri termini, l'interesse culturale per un ambiente deve potersi manifestare con efficacia nei confronti d'ogni interesse diversamente finalizzato.

3. - Si deve qui subito precisare che, nei suoi termini concettuali, una struttura giuridica d'intervento nei confronti dei Beni d'ambiente, che sia realmente atta a disciplinare ogni uso a fini della disponibilità comune, deve necessariamente delinearsi come sistema complesso, capace di agire con provvedimenti eterogenei, in tempi diversi, con estensioni d'efficacia “cautelare”, in grado di operare anche nei confronti di altre normative in atto.

Occorre, come è ovvio, poter predisporre con assoluta efficacia ed immediatezza interventi per la tutela di un Bene ambientale una volta che esso sia stato criticamente riconosciuto ed ufficialmente dichiarato; sia a divieto di ogni alterazione proposta, che a ripristino integrale nei confronti delle manomissioni effettuate, che infine per il risanamento sociale, non meno che tecnico, delle strutture degradate nel tempo; ed a tali fini occorrerà anche intervenire con adatti strumenti di incentivazione o di storno nei confronti dei diversi interessi in gioco, onde orientarne e disciplinarne preventivamente le tendenze. E deve essere altrettanto evidente che tale azione, nei suoi aspetti sia repressivi che operativi, si estenderà con eguale efficacia, oltre il perimetro proprio degli eventuali Centri focali d'interesse storico, paesistico, artistico, all'intero tessuto connettivo ambientale che li accoglie ed in definitiva li determina spazialmente. Ma l'azione di tutela, oltre ad esercitarsi per la custodia del Bene riconosciuto, deve poter investire e sostenere l'intero articolato processo, sia nel preliminare momento del riconoscimento scientifico di valore culturale che nella conseguente azione comunicatrice.

Troppo sovente, infatti, si è dovuto assistere impotenti alla repentina deturpazione, quando non alla totale distruzione di ambienti di evidente ed incontestabile significato culturale, soltanto perché le procedure giuridiche per l'istituzione dei vincoli di tutela non consentivano interventi di tipo “cautelare” durante il loro faticoso svolgersi; in termini di paradosso, si potrebbe anche sostenere che tali deturpazioni venivano affrettate, se non determinate, appunto dalla manifesta intenzione di istituire essi vincoli, e dalla conseguente “corsa ai ripari” dei singoli interessi che ne sarebbero risultati in qualche modo disciplinati. Si è anche constatato, che non meno sovente neppure la presenza di un Piano regolatore vigente è valsa ad esercitare una simile protezione “preventiva” dei valori ambientali e ciò (a parte ogni errore di valutazione dei beni da proteggere, od ogni riposta intenzione di allentare le maglie della protezione), in ragione della insufficiente correlazione stabilita tra le due normative.

Si deve dunque affermare che se la tutela del “Bene culturale e ambientale” vuol essere conseguita, questa deve anche essere per sua stessa natura, preventiva, e come tale non soltanto esercitarsi sul bene già riconosciuto e dichiarato per conservarlo, ma con egual efficacia anche proteggerne l'integrità, con salvaguardia cautelare, durante l'intero momento del suo riconoscimento scientifico e giuridico; ed inoltre, nei casi in cui tale riconoscimento avvenga in presenza di altre normative già in atto, anche nei confronti di queste essa dovrà potersi esercitare, come conseguenza del principio della priorità assoluta degli interessi culturali su ogni altra qualità propria o attribuita ai Beni d'ambiente. Infine, anche per quegli altri ambienti di notevole interesse culturale, per i quali i procedimenti di riconoscimento scientifico e di dichiarazione non siano ancora stati istituiti, dovrà egualmente predisporsi la possibilità di una difesa efficace, sulla premessa transitoria di uno studio globale delle caratteristiche ambientali, e della promozione della procedura per il loro riconoscimento come Beni culturali. Non meno necessaria appare infine l'esigenza di una estensione operante del sistema di protezione al momento finale della più generale comunicazione del Bene riconosciuto e ufficialmente dichiarato. Si pongono qui problemi di ordine diverso: l'azione di salvaguardia cautelare ha ormai esaurito il proprio compito e la tutela, espressa come difesa, conservazione e incentivazione è in atto; e tuttavia l'intero processo finora svolto è valso soltanto a costituire un Bene culturale isolato, chiuso al libero godimento, od al più offerto ad esso per unilaterali e precari accordi o concessioni. In questi termini, l'acquisizione del bene dovrà dirsi ancora sostanzialmente inefficace, in quanto non raggiunta rispetto al suo fine istituzionale di divulgazione culturale. Occorre dunque che l'efficacia dell'intervento proceda oltre, e, provvedendo con priorità alla tutela dei Beni d'ambiente, determini al tempo stesso le condizioni per l'acquisizione permanente e l'uso a fini della libera disponibilità comune e del pieno godimento pubblico. Non si vuole qui sostenere che tale acquisizione debba significare solo passaggio di proprietà, bensì, nella generalità dei casi, istituzione di vincoli d'uso. Anche a tale riguardo ci si può dunque, in definitiva, esprimere in termini di “azione tutelare”, se pure esercitata a fini non più di conservazione fisica, bensì di disponibilità d'uso del Bene ambientale. A ciò si potrà anche provvedere, oltre e meglio che con l'eventuale corresponsione di indennità compensative per eventuali vincoli, con la predisposizione di incentivi economici coerenti con la disponibilità al libero accesso, tra i quali potrebbero ricordarsi, in particolare, per gli ambienti naturali ed urbani l'adeguamento delle infrastrutture ;per l'ospitalità, la sistemazione delle strutture viarie storiche e così via; restando il provvedimento dell'effettiva acquisizione in proprietà riservato ai Beni di eccezionale interesse, oltre che alla legittima rivalsa nei confronti degli inadempienti.

4. - Si deve dunque riconoscere che un rapporto operante che si intenda stabilire verso un ambiente umano di dichiarato valore civile e testimoniale, ovvero, in altri termini, che la tutela dell'immagine storica di Bene culturale che l'uomo scientificamente riconosce, impressa dal suo stesso ordinato operare, nell'ambiente della sua vita civile, non può esprimersi efficacemente se non in termini di diritto positivo, con assoluta priorità d'intervento, senza eccezioni a nessun titolo, e con estensioni della più ampia portata.

Ma un tale rapporto, nella misura in cui si vuole che sia vivo e fecondò, e cioè non solo formalmente efficace, ma anche non mortificatore d'uso, non può non tenere in conto la complessa natura anche economica propria delle realtà ambientali riconosciute come bene - e conseguentemente, pure nell'operare ogni inevitabile attenuazione o negazione di godimento che contrasti con gli obiettivi della disponibilità al godimento pubblico non deve, per conseguire tale disponibilità contestare il contenuto di viva umanità del bene. In altri termini, la tutela del bene non riesce ad esprimersi in misura adeguata attraverso l'imposizione, essenzialmente inerte di differenti vincoli, singolarmente imposti sulle cose ma al di fuori di esse, tanto più che un tale procedimento, quando anche riesca nonostante tutto a”congelare” l'ambiente, ed inevitabilmente ogni cosa in esso, troppo sovente ne contesta il significato e lo rende “inutile”, senza con questo accentuarne come dovrebbe la libera comune disponibilità. Tutto ciò si traduce pertanto, in ultima analisi, in una irrimediabile passività volta al lento disfacimento, e dà luogo all'equivoco, non a torto temuto, secondo il quale non è possibile salvare e trasmettere se non i beni culturali “inutili” alla civiltà del momento: gli ambienti abbandonati, le città degradate, i paesaggi incolti, i”monumenti” isolati, tutto ciò, insomma, che “non serve più all’uomo operante nella realtà presente.

5. - Ben diversi devono essere il significato ed il peso della tutela sulle realtà ambientali riconosciute come bene di interesse comune. L’azione di tutela, per quanto categorica debba essere, deve inserirsi senza violenza, ma con fermezza nella stessa natura delle cose, consentendone anzi -ma, ad evitare ogni sopraffazione, preordinandone essa stessa - l'uso adatto a fini specifici compatibili con la tutela. In concreto, ciò può ottenersi se il vincolo imposto sull'ambiente, o meglio inserito in esso, non contesta ma disciplina le positive tendenze di sviluppo, ordinate razionalmente in programma, che nell'ambiente si manifestano, o che in esso ci si propone di inserire e di volontariamente suscitare con specifici atti. In tal senso, soltanto l'intervento territoriale pianificato nei suoi termini globali rende realmente possibili ed operanti la imposizione e l'esercizio di correlativi vincoli di tutela, quale che possa essere la procedura istituzionale di questi, nella misura in cui consente alle attenuate facoltà d'uso e di godimento singolo le necessarie e misurate alternative od integrazioni ai fini di un godimento comune. Ancora, soltanto la formazione e l'attuazione di un Piano consente l'esatta commisurazione del vincolo tutelare e di fissarne i caratteri e i limiti come pure di individuare eventuali alternative di sviluppo socio-economico che dalla stessa tutela del bene traggano ragion d'essere, sia in rapporto alla realtà dell'ambiente che all'esigenza finale della disponibilità comune. E del resto, l'esperienza insegnacome ogni altra normativa settoriale, sancita a sé, risulti di fatto sempre “sfuocata”, anche e soprattutto in presenza d'un Piano, per quanti tentativi si possono fare dall'esterno per rendernela compatibile: conseguenza inevitabile di procedure separate, di poteri ognuno autonomo nel proprio ordine, di finalità diverse quando non contraddittorie, e conseguentemente di compromessi abborracciati per il meno peggio a favore di tutti, e sopra ogni altro i del bene culturale stesso, pertanto deboli ed inefficaci, e di agevole sopraffazione e decadenza.

6. - Da questo punto di vista assume poi rilievo ed efficacia del tutto particolari la già accennata capacità, insostituibile, del Piano ad inquadrare in visione unitaria e finalizzata tutti gli eterogenei provvedimenti che con diversi intenti si rendono necessari per attuare una scelta razionale di sviluppo socio-economico e conseguentemente la correlativa disciplinata trasformazione del territorio: nella prospettiva di una ordinata gestione urbanistica con cui il piano abbia continuità di esecuzione, infatti, trova la più opportuna sede, e la più valida garanzia di validità operativa, il principio del rispetto dei significati e contenuti culturali dell'ambiente. Ben sappiamo infatti come le disposizioni di legge, i programmi, le incentivazioni per lo sviluppo delle attività industriali, per l'espansione delle aree residenziali destinate all'edilizia popolare, per gli insediamenti d'interesse turistico, per le infrastrutture primarie e secondarie ed in generale per tutte le opere “pubbliche” , diano quasi inevitabilmente luogo, nel loro attuarsi, ad incongruenze, contraddizioni, sproporzioni faticosamente conciliabili, o del tutto inconciliabili, sia quando l'inconsistenza delle norme in atto, ovvero la carente volontà di osservarle, offrano via libera al disordine delle iniziative singole, sia anche quando il Piano, pur presente ed operante, di fatto urti contro questioni di competenza, di contraddizioni in contenuto ed in termini, di prestigio, o peggio; e ciò anche ove ogni provvedimento, ogni norma, ogni incentivo di per sé fossero buoni ed utili: di fatto, tutti si manifestano insufficienti a considerare in visione globale la realtà dell'ambiente oggetto della loro disciplina d'intervento.

Ciò in generale: ove poi l'ambiente, in cui tale sovrapposizione di iniziative si attua, manifesti quei valori paesistici, naturali o di civiltà che lo costituiscono in Bene culturale, un disordine come quello sopra descritto si tradurrebbe inevitabilmente come ampiamente si è tradotto in molti luoghi in vera e propria distruzione del bene stesso. Anche da questo punto di vista occorre dunque, positivamente, non un vincolo di mera conservazione allo status quo, inevitabilmente destinato ad essere deriso, combattuto e sopraffatto, riducendosi infine alla protezione accanita di qualche muro e di qualche riposta valletta; non questo, ma una gestione urbanistica globale degli interventi, che in presenza di un Piano finalizzato anche, ed anzi prevalentemente, alla tutela dei beni ambientali, sappia tradurne le prescrizioni e le indicazioni in una successione di atti operativi coerenti.

Ciò posto, ne consegue che solo il Piano urbanistico è lo strumento effettivamente in grado di regolare la tutela, la destinazione, l'uso e la divulgazione dei beni culturali nel contesto globale del programma di sviluppo territoriale, e diventa quindi obbligatorio strumento operativo a tali fini, quali poi che possano essere le procedure specifiche e la fonte di promozione dei beni culturali. Recependo le indicazioni di carattere generale espresse nella dichiarazione ufficiale dei Beni, il Piano darà ad esse configurazione operativa, non solo, ma le assumerà al tempo stesso come principi condizionanti per la totalità degli interventi di sviluppo sul territorio. Conseguentemente i Piani dovranno essere analiticamente studiati e predisposti, come meglio si dirà in seguito, sia per l'acquisizione di una documentazione scientifica e critica sulla consistenza dei beni culturali esistenti, sia dal punto di vista della correlata normazione degli interventi, che dovrà essere, conviene qui insistere su tale fondamentale concetto, già a livello dei Piani generali programmata e progettata in termini esecutivi. In una parola, l'attuale scissione, giuridica, concettuale ed operativa tra Piani generali che investono obbligatoriamente l'intero territorio e piani particolareggiati la cui formazione è facoltativa e comunque localizzata ad episodi singoli, deve essere contestata e superata: sulla premessa di un programma di gestione, il Piano generale si deve attuare esclusivamente attraverso Piani esecutivi, e dunque non altrimenti che tramite essi si determina e struttura, superando ogni fase intermedia di norme, autonome e sufficienti, di tipo “regolamentare”. Il programma di gestione poi implica necessariamente il concetto dell'attuazione programmata nel tempo e nello spazio, cioè attraverso una coordinata successione di interventi pubblici e privati, nell'ambito di aree, e di esse sole, prescelte per l'urbanizzazione o per operazioni di ristrutturazione, o di risanamento conservativo, o comunque di opere di piano (quali i rimboschimenti, i parchi e i giardini), così come di strade, impianti e servizi: il tutto coordinato con la redazione di programmi annuali o poliannuali di esecuzione.

7. - Considerazioni come quelle che finora si sono svolte attestano, nel loro insieme, che i beni d'ambiente contengono ed esprimono significati tali da trascendere, per la loro complessità, sia l'ordine materiale della realtà che in ogni aspetto li costituisce, che anche ogni eventua1e attribuzione di valore “culturale” che si volesse considerare in astratto come simbolo di accezione idealistica, come “categoria del bello”, immaterialmente distaccata per il godimento estetico; e conseguentemente, si conferma l'insufficienza istituzionale d'ogni normativa specifica che non sia anche coerente con una visione e una disciplina globali dell'ambiente, considerato nei suoi termini reali di spazio umanizzato, di contesto d'attività economiche e di luogo per la vita civile.

8. - A corollario di tale affermazione si constata la inadeguatezza di certi provvedimenti, a qualsiasi titolo istituiti, che esprimono idealmente la tutela dell'ambiente in termini unicamente “geometrici”, dimensionali, in una parola formali: l'eventuale definizione di distanze, di coni visuali, di perimetri di rispetto o di altri caratteri tecnici della medesima categoria, appare di per se non più che secondaria ai fini d'una operante disciplina che non si proponga soltanto la “difesa passiva” del Bene d'ambiente. Non possiamo non riconoscere a questo, sia esso unità ecologica allo stato di natura o struttura insediativa umanizzata, ed anche soltanto, in essi, ad ogni oggetto o gruppo d'oggetti di singolari caratteri, una complessità che ne trascende dimensioni ed attributi spaziali propri; lo spazio culturalmente rilevante d'una struttura urbana, ad esempio, non si limita nelle città storiche, ad alcuni momenti archi- tettonici di respiro “monumentale”, e neppure al contesto edilizio ambientale, detto da taluni “minore”, in cui questi si inseriscono: nella città storica il tessuto architettonico complessivo si inserisce, determinandola si, ma solo fisicamente, in una continuità di spazi “vuoti” la cui qualificazione culturale tuttavia, autonomamente ed originalmente, lo trascende assumendo forza e caratteri propri: strade, piazzette, giardini, orti, porticati, aperture di visuale al paesaggio agricolo o verso la penombra dei cortili, quasi come a fondali e “quarte pareti”, continuità di passaggi pedonali attraverso i risvolti delle cortine murarie, e poi alberi, muretti, fontane, pavimentazioni, fino al più minuto corredo di questo spazio inedificato -ininterrottamente il significato culturale è qui impresso e testimoniato e si svolge e si muta in discorso continuo.

Discorso poi che prosegue oltre la cerchia delle mura, e certo non si esaurisce in una qualche parziale estensione visiva geometricamente determinabile, ma che è costituito dalla struttura delle vie storiche che collegavano la città al territorio agricolo, e da questo stesso, almeno nella misura in cui è sopravvissuto alla distruzione delle disseminazioni sub-urbane indiscriminate; dalla connessa struttura, difensiva e produttiva, degli abitati minori sparsi nel territorio, e così via; in una parola, dall'intero ambiente naturale gradualmente trasformato per la vita civile. Ora in tale visione non vi è definizione geometrica di vincolo tutelare, non vi è provvedimento di difesa passiva preso a se che valga a proteggere l'ambiente civile nel suo pieno significato culturale e testimoniale, e che valga quindi a restituirgli la pienezza del suo valore di Bene offerto all'arricchimento spirituale di tutti; e ciò anche soltanto per il fatto che di per sé ogni sezionamento protettivo operato sul territorio, per quanto rigido ed efficace, ne distrugge l'unità non soltanto culturale, ma anche socio-economica, determinando, con la disciplina ed i limiti spaziali instaurati, sproporzioni ed errori di insediamenti e di sviluppo.

Non si vuole qui certo contestare l'utilità di simili accorgimenti tecnici e disciplinari, ma soltanto restituire loro l'esatto significato di strumenti operativi “secondari”, settoriali, di un più ampio programma globale; le scelte e le definizioni di luoghi, perimetri, visuali e così via, è l'estrema conseguenza disciplinare non solo di una lettura conoscitiva e critica di carattere scientifico, che al più ne giustificherebbe le dimensioni ma non ne qualificherebbe il contenuto positivo, bensì soprattutto della formazione d'un programma organico d'uso dei Beni medesimi - in una parola, d'un Piano - nel contesto della realtà geografica, economica, umana e di natura in cui essi si allogano e che essi contengono, e dalla quale viene loro la giustificazione ultima dell'essere Beni, culturali e testimoniali, e cioè storicamente presenti, al di là della semplice consistenza materiale di cose fatte e trasformate con pregevoli tecniche, e di aggraziato aspetto.

9. – Tali considerazioni valgono espressamente, come è evidente, per gli ambienti naturali, umanizzati od urbani, cui siamo abituati ad attribuire significato “storico” in ragione del permanere in essi di strutture originarie non trasformate od il cui processo di modificazione siasi arrestato nel tempo, sia di forme d'organizzazione produttiva, di costume, di tradizioni d'antica immutata origine civile. Non possiamo tuttavia non ammettere che l'esigenza di tutela ambientale, in termini di analogia, non debba programmaticamente estendersi alla realtà dei nuovi insediamenti ed ad ogni altra trasformazione ambientale in atto o futura. Non si tratta qui della salvaguardia dei valori culturali d'un ambiente esistente, bensì, si potrebbe dire “inversamente”, dell'attribuzione di significato culturale e civile ad ambienti futuri: opera non più “conservatrice” ma creatrice, che trae tuttavia, com'è evidente, la sua ispirazione da un medesimo intento di promozione culturale. Si può dire che la qualificazione delle nuove strutture insediative, come degli ambienti, il cui ritorno allo stato di natura sia in atto, come dei nuovi paesaggi umanizzati, è impegno coerente della nostra civiltà che in essi trova, come si è detto all'inizio, il suo primo incontro conoscitivo e critico con l'uomo: “bene culturale e testimoniale per eccellenza di immediata e del tutto generale capacità di comunicazione” e, pertanto, si deve aggiungere, insostituibile. Ma vi è di più: se è ovvio che ogni intervento ammesso in ambienti di interesse culturale debba apportarvi con la propria elevata qualificazione un contributo positivo all'integrazione dei valori tra cui esso si inserisce, non meno ogni nuova struttura insediativa che venga ad occupare un ambiente ancora culturalmente indeterminato è indispensabile che insieme alla propria determini la qualificazione di esso, che trasformandosi l'accoglie; come del resto insegna la storia di certi paesaggi italiani “minori” nei quali attraverso i secoli la sapiente opera umana, su un supporto di natura talvolta indifferente, mentre ne utilizzava per la vita sociale ed economica le risorse, perseguiva al tempo stesso con costante e coerente gradualità l'attuazione d'una cosciente immagine trasfigurata.

Il nostro tempo testimonia, per contro, i brutali interventi, di deturpazioni e distruzioni massicce ed indiscriminate, operate nella fr~tta, si direbbe con deliberata volontà di calpestare ogni eventuale attribuzione di significati culturali: valga per tutti l'esempio ormai illustre della Riviera ligure; ma si potrebbero proporre, ad un attento esame, altre immagini di strutture insediative di recente formazione, soprattutto a destinazione turistica, nelle quali certo più sottile, ma in definitiva non meno perfido è il tentativo di snaturare l'ambiente, con inserimenti non più di volumi di volgare brutalità, ma di false scenografie di vaghi valori pittorici, di pseudo ricostruzioni di folklore, non meno estranei in definitiva all'ambiente originario di natura che li accoglie, ed altrettanto lontani da ogni intento di qualificazione culturale: come le coste sarde testimoniano con “illustri” esempi. ; Si direbbe quasi che la nostra civiltà abbia saputo esprimere la propria più autentica ispirazione culturale proprio nei settori di intervento che a prima vista meno apparirebbero capaci di determinare la qualificazione culturale degli ambienti di natura: si vuole qui alludere alle infrastrutture per la grande viabilità, agli insediamenti produttivi altamente specializzati, sia per le attività primarie che secondarie; ed in generale alle “grandi opere”: tra i numerosi inserimenti sforzati od insignificanti, quando non errati, si trovano pur esempi di sapiente organizzazione delle nuove strutture nel paesaggio, e talvolta anche di coerente rielaborazione ambientale all'intorno.

Occorre dunque rifarsi a rinnovati approfondimenti culturali e tecnici, integrare i grandi programmi d'espansione, preordinare conseguentemente nuove norme, affinché in ogni nuovo insediamento la ricerca degli equilibri economico-sociali non vada disgiunta dalla cosciente assunzione di inerenti significati culturali. In tali nuovi indirizzi programmatici e giuridici non può non assumere preminente ruolo ordinatore il principio dell'attuazione integrata delle nuove strutture insediative: alla progettazione dei Piani esecutivi globali, atti cioè a determinare tema e programma in ogni loro aspetto tecnico, economico, sociale, formale, dovrà seguire una attuazione non più dispersa per iniziative singole di arbitraria estemporaneità, ma ordinatamente svolta secondo le priorità e i tempi stabiliti, con precedenza assoluta all'attuazione dei sistemi infrastrutturali e procedendo poi per nuclei omogenei alla formazione di unità socialmente qualificate per la residenza, il lavoro, la vita di relazione. A parte la doverosa qualificazione formale cui i singoli contributi sapranno dar luogo nell'attuazione dei programmi, un simile processo integrale dovrebbe, se sistematicamente adottato, offrire le più adatte garanzie di qualificazione culturale, fondamentalmente perché esso stesso già costituisce apporto di fondamentale rilievo scientifico e metodologico.

10. - Questi beni ambientali, antichi o nuovi, riconosciuti, dichiarati e organicamente protetti sono poi, in definitiva, destinati alla conoscenza scientifica ed al godimento comune. Si pone dunque il problema; già accennato, della loro disponibilità concreta, che può essere nella fattispecie dei beni ambientali, di semplice “visione” dall'esterno, ovvero piuttosto di più intima e vissuta partecipazione che presuppone la concreta possibilità d'accesso e di libera disponibilità. Nella misura poi in cui i beni ambientali sono generalmente parte del territorio abitato dall'uomo, si pone la distinzione tra l'utilità culturale, almeno in parte resa possibile dal fatto stesso della loro presenza per gli abitanti, e le possibilità concrete di offrire ad altri utilità dello stesso tipo: là distinzione non è oziosa se vale a precisare che l'intento divulgativo si esprime nell'offrire una disponibilità dell'ambiente simile a quella che consentirebbe l'abitarvi, con il risultato di una partecipazione intima e totale, di un godimento d'ogni più minuto aspetto, di un abbandono alla suggestione ed alle analisi più approfondite che la sensibilità e la cultura personali sanno proporre.

Tutto ciò, a parte il problema di singole iniziative di carattere scientifico, pone i termini programmatici per una più estesa e generale valorizzazione dei Beni ambientali riconosciuti e tutelati; in ultima analisi, per l'abbandono delle superate posizioni del Bene gelosamente conservato ed esposto per dovere, frettolosamente, alla visione del pubblico, ed una ulteriore affermazione dell'esigenza di godimento comune per ogni bene culturale.

Programma di estrema complessità, ove si pensi anche soltanto agli infiniti esempi in cui l'indiscriminato abbandono di alti valori ambientali al godimento privatistico ne ha prodotto la irreparabile compromissione; ove si avverta come la spinta degli interessi particolari, e tanto più negli ambienti qualificati ai quali è più intensa l'aspirazione di partecipazione, riesca di fatto a travolgere e spezzare le più ferree prescrizioni disciplinari; ove si rifletta che l'accessibilità diretta, dall'interno, ai Beni ambientali comporterebbe già di per se l'esigenza di profonde trasformazioni nell'uso tradizionale dei Beni medesimi, e nella loro stessa realtà spaziale. Anche da questo punto di vista, dunque, se non esiste disciplina di “difesa passiva” capace anche soltanto di contenere l'urto di questo violento impadronirsi del Bene ambientale per goderlo se non per sfruttarlo, se per contro la disciplinata disponibilità è appunto obbiettivo finale dell'intera opera di recupero e di tutela del Bene, consegue la necessità di non provvedere alla difesa soltanto con provvedimenti passivi che al grado massimo della loro efficacia ne produrrebbero l'isolamento, ma di formare programmi e piani che nella doppia prospettiva della più qualificata tutela e della disponibilità comune producano preventivamente e con gradualità nel medesimo contesto ambientale le premesse per un accesso collettivo non sconvolgente, ma integrativo o sostitutivo di precedenti equilibri, ed apportatore di nuovi incentivi di sviluppo disciplinato.

Ma contemporaneamente dovrebbe provvedersi ad una graduale “educazione” al godimento dei beni ambientali: sia nei termini più elementari del rispetto e della cura nell'avvicinarli, sia soprattutto nel senso sopra accennato di un ampliamento ed approfondimento di visuale e di capacità conoscitiva, per cui la disponibilità del Bene non venga di fatto goduta soltanto con frettoloso riferimento ai momenti salienti, eccezionali, ma come graduale appercezione dell'intero tessuto connettivo ambientale, nei suoi tratti minori, nei suoi saporiti risvolti di spontaneità artigianale, nelle sue articolazioni di percorsi storici dimenticati.

(E merita qui un accenno particolare il tema della disponibilità comune dei beni archeologici: salvo meritorie eccezioni, la norma è la concessione in visione di beni archeologici mobili strappati alla realtà dei con testuali ambienti, essi pure, e prima ancora dei singoli oggetti, beni culturali ambientali. Per contro appare incontrovertibile che anche per i beni archeologici si provveda alla divulgazione, conservandoli nel contesto storico, civile e territoriale da cui trassero origine e ragion d'essere, portando invece ivi, come le infrastrutture, i sistemi di trasporto e gli strumenti di comunicazione sociale oggi consentono, la presenza conoscitrice ad ogni livello - e lasciando poi alla riprova dei fatti la ipotesi, che qui si intende sostenere, che la “lettura” di tali apporti culturali nel loro ambiente nativo riuscirebbe ben più efficace ed agevole a quanti, anche senza la dote di singolari specializzazioni scientifiche, vi si potrebbero in tal guisa liberamente accostare).

Proseguendo le considerazioni più sopra svolte, pare a questo punto che si debba affermare, come loro conseguenza, la necessità di un decentra-mento infrastrutturale nell'ambiente: sia per le umane dimensioni storiche delle strutture viarie e degli spazi urbani ed umanizzanti negli ambienti d'interesse culturale, la cui integrità è premessa d'ogni intervento, sia per l'assoluta esigenza di non produrre sconvolgimenti nei loro equilibri socio-economici e formali con l'inserimento di massicce strutture dimensionate alla domanda, ma sproporzionate alla misura della realtà d'ambiente, sia infine per gli intenti “educativi” sopra accennati, il sistema delle infrastrutture necessarie per l'accesso e la libera disponibilità in dimensioni idonee dovrebbe articolarsi nell'intero contesto ambientale, utilizzando a tal fine non soltanto le maggiori strutture insediative, ma gli abitati minori, restaurati e riqualificati anche socialmente, nell'assoluto rispetto delle forme e dei più intimi valori d'ambiente; i casolari sparsi, le reti viarie ed i manufatti storici, in modo da portare già nell'intimo dell'ambiente stesso le possibilità d'accesso, di visione di partecipazione.

11. - Considerata dai punti di vista sopra esposti, la realtà dei diversi ambienti d'interesse culturale esige molteplicità di concetti, di metodi e di norme per ogni momento dell'intervento di tutela.

E così, se per i Beni ambientali paesaggistici ed urbanistici la disponibilità per il godimento è certamente comune finalità della loro dichiarazione, le tecniche per il loro conoscimento scientifico evidentemente si differenziano. Per gli ambienti paesaggistici avranno preminente significato, nell'analisi conoscitiva, innanzitutto la definizione dell'unità ecologicamente coerente, sia per gli ambienti allo stato di natura che per i territori trasformati dall'uomo in paesaggio tecnico-artistico; in secondo luogo, si procederà alla definizione dei caratteri tipici, nel complesso contesto delle formazioni secondarie sempre presenti; ancora, avrà rilievo la determinazione dei dati di economia e socialità prevalenti, ed insieme delle loro carenze e deformazioni strutturali; dovranno essere individuati i”centri focali” d'interesse paesistico e di convergenza socio-economica, nonché le aree di possibile intervento correttivo, evolutivo o del tutto innovatore per il raggiungimento di nuovi equilibri; si analizzeranno i sistemi infrastruttuali in atto, correlati al loro significato storico e paesistico, ma insieme alle presenti strutture produttive ed insediative del territorio, ed a future possibilità di adeguamento a condizioni diverse, a diversi pesi di presenza umana permanente o transitoria; e così via.

Con diverso metodo dovrà invece affrontarsi la realtà degli ambienti urbanistici; in essi la complessità delle componenti sociali e produttive, gradualmente trasformantisi all'interno di strutture rimaste alle, dimensioni originarie, e commisurate pertanto a tipi di equilibrio socio-economico generalmente diverso, assume significato prevalente nell'analisi conoscitiva, ove si tenga conto delle finalità, non di mera conservazione fisica, ma di tutela in termini di vita civile integrata e risolta, che caratterizzano nelle proiezioni operative i procedimenti di riconoscimento dei Beni culturali d'ambiente.

L'indagine della realtà “civile” degli ambienti urbanistici, si vuole qui ribadire il concetto, è inseparabile da ogni tentativo di conoscimento scientifico di essi; ciò premesso, basterà ricordare per il resto come le tecniche oggi disponibili, di rilevazione grafica, fotografica, aerofotografica, di elaborazione meccanografica e così via, offrano adatti strumenti per una annotazione integrale e sistematica delle forme, estesa dai “centri” tradizionali . d'interesse storico alla continuità dei loro ambienti nella minuta consistenza del loro tessuto “corrente”. Contro ogni equivoco, si deve qui insistere infine sul fatto che il rilievo scientifico d'un ambiente urbanizzato è significativo nella misura in cui è integrale; in esso devono dunque trovar luogo e manifesta denuncia critica anche le deturpazioni, le sovrastrutture sbagliate, gli inserimenti contrastanti ed ogni altro; e ciò sia al fine di ottenere l'immagine dell'ambiente nella sua integrale continuità di spazio, sia al fine di una critica sistematica con intento operativo progettuale e disciplinare.

12. - Indagini così complesse., si deve dire, assumono pieno significato ed efficacia soltanto a. condizione di essere strettamente finalizzate. Occorre evitare l'equivoco della raccolta indiscriminata e compiaciuta, praticamente illimitata, di dati e nozioni “non orientati” ; anche se si deve ammettere la obbiettiva difficoltà di un simile preventivo dimensionamento.

Inoltre, se è vero che il conoscimento scientifico dei Beni ambientali è correlato ad interventi attivi di tutela nel quadro d'un programma globale di sviluppo nel territorio, la raccolta dei dati e la loro elaborazione deve poter fornire conclusioni tempestive a tal fine; si pone dunque l'esigenza di predisporre lo svolgimento già in sede di formazione dei Piani regolatori, od al più a partire dalla loro adozione per le operazioni successive di intervento particolareggiato; così da consentire, in sede progettuale, una esatta commisurazione degli interventi e delle discipline giuridiche da instaurare alla realtà degli ambienti oggetto di tutela; ed in sede poi di gestione urbanistica dei Piani approvati, la loro graduale articolazione operativa in funzione dei pro- grammi periodici di attuazione. A tal fine converrà orientare le ricerche e le indagini alla compilazione d'un inventario completo dei Beni ambientali, con schede predisposte anche alla sintesi meccanografica, ed in funzione di codici di generale validità, in modo da ottenere per ogni intervento in programma una immediata e sistematica conoscenza critica dei caratteri culturali condizionanti; a pena, altrimenti, di sfasature sistematiche dei tempi d'intervento rispetto ai programmi, e di faticosi recuperi; ed in modo anche da ottenere schede raggruppabili tra diversi Inventari al fine di verificare le connessioni esistenti tra Beni ambientali sostanzialmente coerenti, ma di complessa articolazione amministrativa; nonché infine per ogni particolare eventualità di elaborazioni scientifiche a fini speciali.

13. - Con analoga, e maggiore, complessità si pone l'esigenza d'una molteplicità di concetti di norme, di metodi per gli interventi di tutela. Una prima affermazione, che qui si vuole ribadire, presenta tuttavia carattere di assoluta generalità: i vincoli di tutela, ed i conseguenti interventi, devono avere portata “cautelare” e cioè devono poter manifestare piena efficacia preventiva: in altri termini, gli interessi culturali devono essere difesi anche durante le procedure istituzionali; se non anche, in qualche modo, prima di esse.

Ciò premesso, venendo ad un esame più specifico dei tipi di intervento per i diversi ambienti, pare che, quanto agli ambienti paesaggistici, naturali od umanizzati, debba assumere particolare evidenza anche a fini di tutela la connessione, identificata nel momento conoscitivo sopra descritto, tra significato culturale dichiarato e contestuale realtà socio-economica. Occorrerà, in sostanza, provvedere alla “copertura” delle unità territoriali con sistemi di vincoli protettivi e, in particolare, al di sopra di ogni eventuale ripartizione amministrativa interna dell'area ecologicamente coerente. E poiché l'immagine paesistica protetta è in definitiva, almeno per gli ambienti umanizzati, la risultante di processi storici mossi da intenti produttivi e sia pure arricchiti da articolazioni. fantastiche, la tutela dovrà avere riguardo al recupero degli equilibri sociali ed economici che avevano consentito le primitive strutturazioni. Discorso questo da intendersi in termini di analogia, rispetto alle attuali condizioni di vita civile; e che richiederà pertanto complessi sistemi di incentivazioni, sovvenzioni, interventi di restauro a spese pubbliche, impianto di nuovi sistemi di irrigazione, di sfruttamento colturale dei terreni “marginali” e così via - se si vuole che il paesaggio protetto non sia destinato all'immobilità, all'abbandono ed in definitiva al ritorno ad uno stato selvatico.

14. - Quanto agli ambienti urbanizzati, l'esigenza del vincolo cautelare si manifesta necessaria e inderogabile nei confronti di abbattimenti, ricostruzioni e d'ogni altro intervento di grandi dimensioni; ma forse più ancora verso le deturpazioni minute, verso cioè quegli interventi, che ancora oggi si sogliono considerare di “ordinaria amministrazione” e sono benevolmente accolti e spesso affidati all'esame di commissioni “minori”: chiusura di portali e finestre., apertura od allargamento di vani esistenti nelle cortine murarie ; apposizione di nuove insegne, troppo spesso “luminose”; taglio di archi; rifacimenti in stile di elementi costruttivi alterati; rifacimento delle coperture con tegole nuove, accompagnato, come sovente avviene, da sopraelevazioni parziali al fine di utilizzare gli originari sottotetti; copertura degli orti con bassi fabbricati; nuovi accessi carrai e apertura di garage e laboratori nelle cortine murarie di contenimento dei terrapieni; e così via, indefinitivamente. A tali minute alterazioni, tollerate ed indiscriminatamente ammesse, se non favorite “per il decoro e l'ornato urbano”, si deve purtroppo la sistematica squalificazione degli ambienti urbani storici che caratterizza il tipo di “tutela” oggi vigente; tutela, la meno culturalmente impegnata che si possa pensare, in definitiva ipocrita, e che costituisce la più adatta premessa per successivi cospicui e definitivi interventi di rifacimento integrale nel tessuto, ormai in tal modo degradato.

Ancora, particolare efficacia occorrerà attribuire alle estensioni di tutela fuori delle unità urbanizzate di interesse culturale, nel loro ambiente insediativo; e ciò sia al fine di conservarne. i caratteri ed i sistemi infrastrutturali originari, in quanto sopravvissuti, sia per contenere ed ordinare le nuove espansioni fuori le mura, per le quali è indispensabile che, già a livello di Piano regolatore generale, si provveda allo studio, alla stesura ed all'adozione di Piani particolari con articolazione ed efficacia esecutive, poiché l'esperienza ha dimostrato che non solo nelle città storiche senza Piano, ma anche là dove il Piano, operante, si limitava a prescrizioni di zonizzazione, di indici regolamentari, e simili, le espansioni urbane hanno frantumato oltre che tali generiche resistenze, l'intero ambiente, costituendo cinture suburbane di infima qualificazione.

Le specificazioni prescritte dovranno giungere alla definizione completa e categorica dei volumi ammessi, degli spazi urbani, dei materiali costruttivi d'impiego obbligatorio, dei programmi di attuazione e delle stesse tecniche d'impianto ed esercizio cantieristico. L'attuazione dovrà procedere gradualmente per nuclei aggruppati, evitando ogni disseminazione e dando luogo prima di tutto alla formazione delle infrastrutture, il cui costo sarà ripartito fra gli utenti nella misura dell'entità di loro utilizzazione; il che pone, tra l'altro, l'esigenza di piani finanziari esecutivi, quindi di programmi, e, in definitiva, di gestione.

In questo senso si può notare che il vincolo “cautelare” conserva la propria validità per l'intero periodo di attuazione dei Piani, al fine del coordinamento degli interventi nel tempo.

15. - Si è già detto sopra quanto incida sui problemi di tutela l’esigenza finale della divulgazione dei Beni ambientali. Basterà qui aggiungere, a generale conclusione, che non può esistere interruzione tra i diversi momenti dell'intervento tutelare verso gli ambienti di interesse culturale; per conseguenza, ogni insufficienza, ogni inefficienza per quanto limitate possano apparire, sono destinate a condizionare negativamente l'intero processo. La realtà ventennale di progressiva distruzione del patrimonio culturale negli ambienti italiani testimonia, attraverso appunto tutta una serie di insuccessi delle normative volta a volta proposte e tentate con le più sincere intenzioni, e sempre sconfitte, che la tutela della cultura, in ogni sua manifestazione, si può proporre soltanto in termini di cultura, e cioè con azione sistematica e cosciente di conoscimento, di normazione, di intervento, di comunicazione.

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