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Giuseppe Loy
Loy, da "I versi e la tagliola"
10 Agosto 2004
Poesie
Giuseppe Loy era mio amico. Non è un poeta famoso, ma le sue poesie sono belle. Ne pubblico qui una selezione dal libro I Versi e La Tagliola, Ubaldini editore in Roma, 1993. Segue le poesie la bellissima “Nota” che apre il libro; l’ha scritta la moglie, Rosetta Loy.

VERSI PER M. T. IN MORTE DEL MARITO

Prima che il tempo violi

i suoi verdi confini

io vorrei darti

la dolcezza dell'ombra prenatale

un clima strano di favole, di canti

un acceso passaggio di stagione

col sole allegro che dilaga

sulla grigia distesa

o l'onda lunga

che segue la tempesta

e placata si allarga sulla riva

a lenire l'asprezza che è passata.

O forse procurarti un talismano

per la fatica tremenda del viandante

che cerca invano di farsi pellegrino.

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PER ALBERTO BURRI

Vivere più di quanto tu non mostri

nelle brevi suture dei tuoi sacchi

nei neri torti in un preciso orrore

nei grandi bianchi spaccati dall'arsura

o fermarsi stremati

e non morire.

Questa è la tua lezione

amico caro di un'età che è morta

con gli enigmi banali e i suoi pudori?

Mi dici con affetto - e tu ci vivi –

che la vecchia saggezza è noncuranza

per il mondo che incombe e i suoi furori.

Vivo sperando sia, ma forse sbaglio,

un segno di viltà dell'esistenza.

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VERSI PER ENRICO E ELENA CERNIA

Vola da noi per sempre il verde canto

e sembra che la morte sia distante

dalla nuvola grigia che confonde

il muto andar degli anni.

Ma poi la giostra sgangherata dei balocchi

scarica nella notte il suo bagaglio:

richiami acuti, gialli, disperati

di una vita malata che si sfalda

fra un colpo e l'altro di un eguale maglio.

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PER MIA MOGLIE NELLE TENTAZIONI DEL DECLINO

Fiore di rosa

facile rima,

amore che non muore

ma riposa

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IL MERIDIANO DI TAORMINA

Ricordi il meridiano che portò

nel tuo rosso uno scontento

un'attesa di futuri rinnovati

nostalgie di stagioni appena mosse

dalla sabbia spazzata dalla duna ?

Io ti aspettavo, ero alla tua portata

ma tu sognavi adagio il chiar di luna.

30-4-75

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Forse ho capito

quanto nel mistero

possa lasciare tua virtù sepolto

perché vivendo lasci sospesa un'eco

(l' arcano che disteso riverbera

dal pozzo abbandonato)

l'ombra - o la traccia? -

di una vita cresciuta come il grano

profetica ed eguale

nel respiro leggero della terra;

o in tumulto d'immagini ingombranti

forse la tua presenza è il capogiro:

il ferino che è in te, che ti conduce

confonde ogni momento le mie carte

porta buio nell'alba

o una luce inattesa all'imbrunire.

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LAGO DI FONDI

Nella luce morente che ci chiama

il tuo sorriso breve e la speranza

prolungano nell'acqua

l'ombra invadente

del verde tra le rive.

Potrei lasciarti

ma devo dirmi ancora:

ciò che non muore in me

dentro di te, vive.

Forse saprai domani

quanta nell'ombra con pazienza,

attento io scopra nel mio canto

la luce che tu dissipi vivendo.

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DA UNA `VALLE VENETA

Brevi miraggi vissuti nei rimpianti

dei giorni ambigui che ho patito per te

il gioco delle alzavole agli stampi

i capricci dorati dei pivieri

l'aspro richiamo dei chiurli dalle valli

l'alta maestà del falco pellegrino

e poi, di sera l'airone cinerino

verso mare

che compare d'incanto

e poi scompare.

Piango e gli affido il tempo che separa

lo stato umano dall'acuta stagione, da quei giorni.

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VERSI PER ANTONIO CEDERNA

Alofite è una pianta che il salmastro

risparmia nella furia del calore:

una traccia superstite di verde

che adatta la sua vita alla violenza;

il deserto non muta nel suo orrore.

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RIMPIANTO PER NICCOLO GALLO

.. . Chi ha avuto da te quest'alta lezione

di decenza quotidiana ...

e. montale, da "La bufera"

L'autunno e le sue erbe

i concerti sommessi degli uccelli

invitano insistenti ad una vita

dove "la siepe" è il limite:

un eterno, per noi che rimuoviamo

- indifesi dal mistero del nulla –

il maestoso rigore dell'inverno.

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A UN AMICO RITROVATO

PER E. SALZANO

Mutua quod nobis ter quínquagena dedisti

ex opibus tantis, quas gravis arca premit,

esse tibi magnus, Telesine, videris amicus.

Tu magnus, quod das? immo ego, quod recipis.

MARZIALE, III, LXI

Hai lasciato un varco nel tuo disprezzo

ed io vi sono entrato a vele spalancate

a mare fresco

ed ho trovato

‘barbara dolce dagli occhi tintinnanti’

la tua muta ‘sbandata già dal sonno’

assorti in giochi irripetibili

sicuri dietro il cristallo terso

del loro universo.

Una serenità da luce estiva

mi ha riportato al tempo dei furori

quando felicemente

avventavamo i ladri, gli ipocriti, i bugiardi

quando davamo a Dio

inesistendo Cesare.

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PER MIO FIGLIO

Passo ogni sera il fiume:

sulle mie spalle

il peso dei rimorsi

(le rapine che prevede il presente)

gli spazi senza suoni, senza rime.

Ma tu mi vieni incontro

una sordina modifica il mio timbro

i tuoi occhi ritardano il tramonto

la tua vita, enigma complicato, mi redime.

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A NANNI, RICORDANDO PAPÀ

Forse dobbiamo ancora tornare alle radici

per trovare un motivo che assolva

l'aridità del suo tempo, la sua rabbia.

Per capire con calma e decifrare

i segnali scadenti del passato.

Certo, non basta più il racconto

che leniva, felice, i miei rancori:

“ all'armi siam fascisti!”

le oscure prepotenze provinciali

le necrofore bande

il rogo dei bei libri

e la paura nel vicolo a maestrale.

Ma la sua morte continua ad accadere.

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L'ALTA LEZIONE DI MARIO MELLONI

Non merita di amare

chi per amare

non ha reciso

le sue radici

amare.

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PER UN MINISTRO DC VISTO IN TELEVISIONE

Solo a chi mente

può venire in mente che

mentire si può naturalmente.

Non è barando che potrai colmare

l'abisso che divide

- vasto braccio di mare -

tutto l'astuto dire

dal tuo fare.

Il tuo silenzio è gioia a noi negata.

Misuro la pazienza tra le dita,

ti scaglio i miei pensieri

pattuglia rinnegata

mai tradita.

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Ti ho portato il mio pane

ed ho creduto che la rinuncia

suonasse sacrificio

all'orecchio tuo attento.

Ma tu hai pensato che ne fossi sazio...

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Certo,

ciò che ignori di me non è peccato.

È un peccato che ignori

ciò che di certo in me

ignora ogni peccato.

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NOTA

Le poesie di questo libretto hanno più di dodici anni. La morte improvvisa le ha lasciate così come si trovavano, in attesa di pubblicazione. Per tutti questi anni, dall’ottobre dell’81, ho sempre rimandato il momento di affrontarle e dare loro una sistemazione (come mettere via i vestiti rimasti appesi nell’armadio, le scarpe, i tanti oggetti disseminati ovunque che di colpo erano diventati altro e restavano lì, intoccati e intoccabili). Adesso mi capita sempre più spesso di pensare che se per un miracolo Peppe tornasse sarebbe molto più giovane di me e di fronte a lui possederei quella saggezza e quella maturità che tanto mi mancavano. E i versi di queste quasi cinquanta poesie sono diventati un dialogo con il passato.

Non sono in grado di farne una lettura critica, posso solo farne una storia. Legarle a degli anni che sembrano lontanissimi; eppure a volte tornano come un panorama a una svolta e noi siamo ancora lì con i nostri gesti e le nostre voci, le luci, gli alberi. Pellicola di un film che può essere proiettato all’infinito.

“Quasimòdo, chi è questo Quasimòdo?...”, il sorriso sarcastico di chi la sa lunga, lui che conosce a memoria le terzine di Dante e ama citare Carducci. Peccato non potergli dire: “Papà, uno che vincerà il Nobel!”.

Siedono uno di fronte all’altro sulle poltrone foderate di cinz sotto al quadro di Balla: un vaso di poinsezie e una collana riflessa nel vetro di un tavolo. Un quadro che a me pare orribile, come le tre oche di alabastro rosa sopra la mensola del termosifone. Intanto loro due parlano, si dovrebbero conoscere, in realtà non esistono due persone più diverse e già si detestano. Di uno mi piace la poesia e l’utopia, dell’altro la chiarezza e la durezza. La mia sofferenza nasce dall’amare queste due opposizioni. Oggi lo so, allora no. Ma il primo è il futuro, le porte che si spalancano una dietro l’altra. Le emozioni di un abbraccio nel buio di un cinema e le fontane scroscianti con i cavalli di pietra bianca pronti a spiccare il volo nell’azzurro di una mattina di vacanza. La felicità degli occhi negli occhi e le risate improvvise, irrefrenabili. L’altro è legato a troppe pagelle, righe nere di quaderno e lunghe, grigie domeniche. È una forza frenante. Sicuramente è destinato a perdere. Ha già perso.

Andavamo sulla Via Appia e Peppe portava in tasca le prime edizioni dello Specchio: Ungaretti, Cardarelli, Montale. Non è che Quasimodo gli piacesse molto. Io porto nella borsa un thermos con il caffè e dei panini, sono vestita di giallo e le biciclette sono appoggiate sul ciglio della strada. La giornata è limpida, piccole nuvole macchiano il cielo, il sole scalda l’erba fra i ruderi. Ventuno anni lui, diciotto io. Una Via Appia spesso ventosa, con le pecore che traversano a frotte seguite dai pastori dalle grandi mantelle gonfie d’aria.

Libretti logorati dall’uso che lui cavava fuori dalla tasca della giacca e mi leggeva con pazienza, le giuste scansioni dei versi. Ho difficoltà a capire, lui paziente mente rilegge e poi spiega, i versi si aprono dalle sue mani come ventagli.

Per quello detesto l’ironia di mio padre, io che pure lo amo moltissimo, detesto il gesto sprezzante che lascia ricadere il libro sul tavolo. “Quasimodo” lo correggo senza guardarlo. A me il verso ride la gazza nera sugli arancisembra bellissimo.

Libri con le pagine che si squinternavano: la guerra non è lontana, sembra ancora ombreggiare quella carta giallina disseminata di pagliuzze. Non sono mai più esistiti libri così preziosi, strappati al caotico e faticoso procedere, lento, del nuovo benessere. Benessere è avere la bicicletta, massimo benessere la vespa. Tre paia di sandali, due costumi da bagno. I biscotti per merenda, una tavoletta di cioccolata da mordere intera.

Un giorno mi perderò nei dedali assolati delle tue città di luce, o meridione... questa è sua. È la Sardegna da dove lo hanno portato via bambino e non è mai più ritornato. Ricordi il meridiano che portò nel tuo rosso uno scontento, un’attesa di futuri rinnovati... Questa era per me, ma era già dopo.

Dopo; subito prima che la poesia si appannasse confusa nei nuovi giorni. Ci piace andare alla ventura / guardando il calo senza paura / il cielo immenso senza orizzonti... Prima che gli amici si sparpagliassero un poco alla volta come pedine su una scacchiera, ognuno per comporre un suo gioco; e la felicità coniugale cominciasse a dare il suo suono di latta nel girolento in tondo dei balocchi. Un suono confortante e rassicurante tanto da ottundere le orecchie. Le biciclette si coprono di polvere finché un giorno non esistono più. Rubate, regalate, chi può dirlo ormai.

E la Sardegna ricompare un’estate dal piroscafo con i suoi odori e le palme alte e polverose sul lungomare di Cagliari. La Morris sobbalza sull’asfalto per arrivare al Poetto, sembra di risentire lo stridere del tram che scaricava tate e bambini insieme alle grandi borse del pranzo da mangiare al fresco dei capanni. La sabbia bianca scotta i piedi, non serve neanche fare il bagno, subito si ricomincia a sudare. Non si resiste, perfino il panino lo abbiamo mangiato a mollo nell’acqua e nell’acqua Peppe fuma con il mare celeste che gli arriva alla cintola. La barca ricorda, la barca di quando erano piccoli che a furia di remi arrivava laggiù, alla Sella del Diavolo. “Ma va ...”. La Sella del Diavolo si staglia laggiù un poco sulfurea, dura nel sole. Lui fuma Gitanes senza filtro, tabacco nero che lascia un buon odore nelle sue mani. Quante? Venti lui dice. Ma mente, sono molte di più.

Qui, dice, venivamo a giocare con i cugini. Dall’alto dei bastioni Cagliari è solo vento e sole. “Ma i palazzi dove sono?”, le tanto magnificate magioni degli avi. Palazzo Aymerich, palazzo Sanjust. Templi familiari di cui ha favoleggiato per anni. Lungo la via in salita le case perdono pezzi di intonaco e i balconi di ferro sono arrugginiti dal maestrale. Una adolescente si fa vento con un ventaglio, ha i capelli raccolti sulla nuca per il caldo e contro un lontano frammento di mare è bella come una piccola maga sospesa nel vuoto del balcone. Sorride. Una delle cugine che è nata dopo la guerra, una delle tante che non ha mai incontrato. Le scale sono buie, i gradini cadono a pezzi. Palazzi, questi?

Forse è stato di ritorno da quel viaggio che ha ricominciato a scrivere poesie. Quando abbiamo cambiato casa e sono cominciati i nuovi silenzi e le nuove luci. Ora le fasi dell’anno si avvertono come una sonda che arrivi al cuore delle stagioni e il freddo e il caldo hanno una violenza con cui bisogna fare quotidianamente i conti. E di colpo il tempo cambia passo. Anche la felicità coniugale ha un sussulto, si deve adeguare, plasmare come una cera sui nuovi suoni. Scarpette si allineano in bagno: bambini corrono, cadono, gridano. Si ammalano, ritagliano figurine di carta. I tuoni squassano la casa e i passi sono come topi giù per le scale. Lui si alza che è ancora buio armeggiando piano, la porta si richiude in un soffio. Se fa freddo si intabarra in un plaid e nel vuoto del primo mattino siede alla scrivania che è stata del suo grande antagonista (“Quasimòdo, chi è questo Quasimòdo?”). Sui fogli si fa strada la sua scrittura minuta, ordinata. Cancella, straccia. Se una bambina appena sveglia gli scivola accanto imbronciata tra la poltrona e il divano, la consola e le dà un foglio per disegnare. La luce si allunga tra gli alberi esili del giardino. Altri, ancora sorretti da tre pali, disegnano figure geometriche nell’aria grigio-azzurra. Luci e ombre a seconda delle stagioni.

Filastrocca di noi bambini

per non giocare con i cerini

per non giocare con i serpenti

e per restare sempre contenti.

Filastrocca lunga e severa

per ricordarti mattina e sera

d’essere buone care e felici

anche mangiando burro e alici.

Filastrocca di questo natale

giocar insieme senza far male...

E poi c’erano le fotografie. Una passione così antica che è difficile darle un’età. Mentre la caccia, anche se a Cagliari da bambino guardava incantato zio Pepi cavare dagli anfratti della giacca macchiata di sangue lepri e pernici, è una scoperta nuova . II gioco delle alzavole agli stampi / i capricci dorati dei pivieri / l’aspro richiamo dei chiurli dalle valli...La caccia con il suo odore di freddo e di cani e le pavoncelle che planano a ventaglio nella piccola valle davanti casa. La valle del Poussin, lui dice. La tramontana scuote gli alberi, li tira con forza fino a spezzarli e il gelo spiffera da ogni angolo della casa. Un anno la neve, tanta che non si poteva uscire con la macchina. La notte siamo andati a piedi a trovare degli amici sulla via di Grottarossa, il vento aveva accumulato picchi bianchi e bizzarri e il cielo era invaso dalla luna. Il silenzio si apriva meraviglioso davanti ai nostri passi mentre la casa diventava sempre più buia e lontana. La neve aveva buttato giù i pali della luce, era solo tutto bianco e blu.

Il vento caldo, il vento forte

porta la neve, sbatte le porte

porta l’estate, la primavera

c’è la mattina, soffia la sera...

Lontano il tempo dei furori quando felicemente / avventavamo i ladri, gli ipocriti, i bugiardi / quando davamo a Dio / inesistendo Cesare... Da quelle mattine sempre più precoci (le cinque, le quattro, ma dove arriveremo?) è poi nata la lacerazione. I deboli e il denaro sono diventati sempre più inconciliabili. Passo ogni sera il fiume: / sulle mie spalle / il peso dei rimorsi / (le rapine che prevede il presente) / gli spazi senza suoni, senza rime... Fotografie scattate una via l’altra a segnare un percorso a zig zag. Plitivice, Praga, Osije. Bambini che saltano alla corda. La Francia. Il Guggenheim di New York. Il mercato della carne a Mosca. La statua di Gorkij. E poi ancora e ancora: le macchine fotografiche appese al collo mentre la cassetta di cuoio rigido gli sega le spalle pesante di obiettivi e di pellicole. Ha sempre la vecchia Rollei; la Closter, la prima (la Closet, come la chiamavano gli amici), è invece sparita. Ma tutto quell’ingombro sembra non avvertirlo, occupato solo a inquadrare e scattare, un fotogramma via l’altro.

Il fucile Winchester, la coppia di Lebeaux che olia con cura guardando con un occhio solo dentro la canna. L’alta maestà del falco pellegrino / e poi, di sera / l’airone cinerino / Terso mare / che compare d’incanto / e poi scompare... Vicino a Osije il vecchio casino di caccia degli Esterhàzy aveva un pianoforte in camera da letto e una stufa di maioliche verdi. Nel bosco un cervo dagli occhi folli aveva incrociato il sentiero, gli zoccoli battevano paurosi la terra e le grandi corna si aprivano come ali la strada tra gli alberi. Poi all’imbrunire quelle medesime corna avevano cozzato sorde nel campo di mais mentre i cervi in amore si disputavano le femmine. Passa nell’aria un nulla ed è la strage.

Ma forse sarebbe più giusto fare una cronaca secca. Raccontare di quando le disgraziate vicissitudini familiari seguite alla guerra avevano prosciugato ogni fonte di reddito e per guadagnare era andato nel cantiere dello zio ricco a fare il marcatempo. Diciannove anni, appena iscritto all’università. E subito si era schierato dalla parte degli operai finché quello zio, fiutata l’aria, non lo aveva pregato di restarsene a casa. Allora si era messo a vendere i libri di Einaudi a rate. Da Einaudi, a Via degli Uffici del Vicario, poteva capitare di incontrare Pavese, Calvino, Emilio Cecchi. E poteva anche capitare che uno di loro ti invitasse nella sua casa piena di libri. So poco della sezione comunista che frequentava, so molto dei circoli del cinema dove era di casa. I film da cineteca li aveva visti tutti, quelli nuovi, quelli importanti, non aspettava mai la seconda visione.

La storia del marcatempo doveva ripetersi ancora, essere dalla parte dei più deboli era come una malattia endemica. Tutto sarebbe stato più semplice se fosse rimasto uno fra loro. Più faticoso, ma meno lacerante. Invece io l’ho traghettato dall’altraparte, non l’hoportato perché ho voluto portarlo, ma perché erodall’altra parte. Molto più semplice che venisse lui. Tanto prima o poi tutto si sarebbe aggiustato, avremmo fatto tornare i conti.

I conti non sono mai tornati ma per molti anni la nostra gioventù, i bambini, i libri, hanno tenuto insieme la giostra sgangherata dei balocchi.Quelle domeniche a tutto tondo sono state l’accordo che legava fra loro le note. Mai più esisteranno domeniche come quelle, il pallone che vola in alto, le grida, le corse, la terra battuta, l’erba e la polvere. L’urlo: gol! L’andare e venire dei bambini tra cani, crostate, tazze di tè, fette imburrate di pane. Tramontana e gerani, porte a vetri che sbattono e voci confuse insieme. Tante, da ogni parte. finché siamo stati giovani.

Nel 1968quando sono successi i fatti di Praga eravamo in Sardegna in vacanza. L’autunno seguente è andato al Congresso del Partito Comunista a Bologna. Non ricordo se era già iscritto o si è iscritto subito dopo. Una decisione che doveva liberarlo di tanti fantasmi ma avrebbe fatto saltare tutti i conti. Viene al tramonto da ponente il vento / e mi porta chiarezza / e molti mali...Ora nel silenzio dell’alba non ci sono più solo poesie, ora scrive lunghi promemoria, programmi, prende appunti che chiude in una cartellina scura. Insegna la domenica mattina in Sezione. Aiutava tutti. Anche i questuanti che avrebbero stroncato un bue.

I libri si sono moltiplicati. Li leggeva e li mandava alle biblioteche dei più sperduti e dimenticati paesi d’Italia. I più deboli tornavano a essere i privilegiati. E la cultura umanistica insegnava che senza conoscenza non c’è salvezza. Lui cominciava dalla conoscenza.

Quella mattina che è morto c’era il sole. È stato come un cataclisma, come se fossimo stati due ragazzi con tutta la vita davanti e le ombre e l’affetto avessero potuto durare in eterno insieme ai sogni e alla rabbia. Non c’erano più parole, non c’era più niente. Di colpo si è sfasciato il castello di carte. Vola da noi per sempre il verde canto / e sembra che la morte sia distante.. Ma poi la giostra sgangherata dei balocchi / scarica nella notte il suo bagaglio: / richiami acuti, gialli, disperati...

C’è nell’ “Allegria” di Ungaretti una poesia che aveva ritrovato negli ultimi tempi, da quando aveva cominciato a sentire quel cuore come un artiglio nel petto. Un cuore che aveva cominciato a mordicchiare la sua vita e si era già portato via le robuste Gitanes dal tabacco nero. Le partite a pallone. Le lunghe nuotate al largo.

Morire come le allodole assetate sul miraggio.

O come la quaglia

passato il mare

nei primi cespugli

perché di volare

non ha pii voglia.

Ma non vivere di lamento

come un cardellino accecato.

Una poesia che apparteneva a quei primi libretti scalcagnati dalle pagine gialline. Se ne è andato con quella poesia in tasca.

Questo libretto era pronto così, in attesa di un editore che lo volesse pubblicare. Perché lo leggessero altri. perché attraverso la poesia conoscessero il suo amore per i versi e quello per la tagliola.

Alcune delle poesie che compaiono qui nella sezione “Un pascolo nel tempo” erano già comprese nella raccolta dello stesso titolo pubblicata nel 1972. Molte sono state però ritoccate, talvolta smontate e rimontate, a formare nuove composizioni.

Rosetta Loy

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