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Piero Bevilacqua
La natura, un partner cooperante
20 Aprile 2007
Paesaggio (e territorio, e ambiente)
Il paragrafo introduttivo del libro Tra natura e storia (1996) esprime con chiarezza la complessità del legame che lega la natura alla storia dell’uomo. Una posizione originale nel dibattito internazionale

Piero Bevilacqua, Tra natura e storia. Ambiente, economie, risorse in Italia, Donzelli editore, Roma 1996, pp. 9-14

La natura che è protagonista nei quattro capitoli qui proposti non rappresenta ovviamente il mondo fisico dei naturalisti e neppure la realtà polisemica e ambigua dei filosofi, per i quali essa è a un tempo il sostrato fisico su cui poggia la società, l'universo, la totalità dell'essere e altre cose ancora. Più semplicemente, essa è la natura degli storici: vale a dire l'ambito territoriale e spaziale, regionalmente delimitato, entro cui uomini e gruppi, formazioni sociali determinate, vengono svolgendo le proprie economie, in intensa correlazione e scambio con esso. Si potrebbe dunque dire che il senso prevalente del termine si riconosce nella parola - propria del lessico europeo contemporaneo - di ambiente, il quale trova i suoi corrispettivi fedeli nei lemmi di Umwelt, environment, medio ambiente, environnement'[1]. Più decisamente, tuttavia, di quanto non succeda nella letteratura ambientalista, o di quanto non accadeva nella ricerca storica tradizionale, l'ambiente non è solo il contenitore fragile e vulnerato della pressione antropica, né l'inerte fondale su cui campeggiano le magnifiche azioni degli uomini. Esso costituisce al contrario un soggetto indispensabile e protagonista, la controparte imprescindibile dell'agire sociale nel processo di produzione della ricchezza. Prima di ogni cosa la natura è l'insieme delle risorse date: acque e clima, suolo e piante, aria e animali, irradiazione solare ed energia. Sotto forma di pianure e colline, di fiumi e torrenti, di piantagioni e di boschi, di macchie e agricolture, tali risorse si presentano tuttavia a un tempo come forze naturali e prodotti storici, risultati del lavorio millenario dell'azione umana che ha piegato il mondo fisico ai propri bisogni.

Natura domesticata, dunque, fatta servire a compiti produttivi dalle società che hanno di volta in volta calcato il pianeta, e che da tempo è diventata, essa stessa, un elemento del processo storico, una componente interna alla vita sociale degli uomini. Tutto ciò fa parte ormai del fondo più ovvio della nostra cultura, soprattutto di quella italiana, così lungamente intessuta di idealismo storicista, di umanesimo retorico, e comunque di negazione del mondo naturale. Meno ovvio appare oggi riconoscere a questo prodotto storico che è la natura una sua relativa autonomia rispetto all'azione degli individui, una produttività indipendente dalle sollecitazioni del lavoro, una esistenza dinamica, libera e preesistente agli stessi condizionarmenti della tecnica. E invece proprio tale dato costituisce oggi lo stacco più netto rispetto alle convinzioni dominanti, alle elaborazioni ciel passato, per alcuni aspetti alle stesse culture ambientaliste.

La natura, dunque, come il secondo soggetto, il partner attivo, insieme al lavoro umano, nel processo di produzione della ricchezza. Sicché l'economia cessa di apparire l'edificio solitario dell'uomo tecnico, poggiato sulla base di un mondo fisico inerte, e viene a riproporsi quale attività di cooperazione fra lo sforzo muscolare e mentale degli uomini e le risorse dei pianeta. L'albero che cresce e dà frutti non è solo il risultato dei coltivatore che pianta il sente, fornisce il concime e cura lo sviluppo, ma è anche l'esito dei lavorio oscuro delle radici e della chimica del suolo, del libero e gratuito irraggiamento dei sole, del vento e della pioggia. E il seme piantato dal coltivatore, passato di mano in mano, trasformato e reso irriconoscibile rispetto alle sue origini, è stato rinvenuto millenni addietro sulla superficie della terra, spontaneo dono della natura. Dunque, anche sotto questo aspetto, i dati naturali, manipolati nel corso dei tempo dagli uomini, e perciò divenuti storici, sono protagonisti attivi della produzione materiale.

E non si creda che l'esemplificazione sia limitabile al mondo agreste, quello che più agevolmente ancora oggi facciamo coincidere con la realtà naturale meno contaminata dalla tecnica. In realtà, la natura fa la sua parte produttiva anche all'interno della fabbrica contemporanea. I metalli scavati nelle miniere e trasformati in materie prime dalla manipolazione industriale - e dal linguaggio degli economisti - continuano a svolgere decisivi compiti produttivi in virtù delle proprie caratteristiche naturali, valorizzate dalla tecnica, di durezza, flessibilità, resistenza. Anche nel mondo più vaporoso dei gas, che prendono parte a tanti processi dell'industria chimica, la natura è signora, o quanto meno è partner cooperante, grazie al comportamento naturale di quegli elementi, regolato da leggi fisiche, possibilità combinatorie, che gli uomini hanno scoperto e manipolano , ma non creano da sé. E così dicasi per i campi di forza e le energie, e fra queste il dio petrolio, cavato dalle viscere della terra e diventato il cuore pulsante che oggi agita il pianeta.

Forse anche queste verità ora incominciano ad apparire un po' ovvie, o per lo meno non tanto clamorose quanto un tempo. Pure, esse sono rimaste per alcuni secoli sepolte sotto il peso di giganteschi edifici culturali che le hanno rimosse o addirittura cancellate. Primo fra questi, per ampiezza di influenza intellettuale, l'edificio del pensiero economico classico, che almeno da Adam Smith a Marx ha di fatto consacrato il lavoro umano come unico protagonista del processo di valorizzazione, e perciò stesso come il solo responsabile della creazione di ricchezza[2].

E tuttavia l'intento, lo spirito informatore dei saggi qui presentati non è semplicemente volto a ridare visibilità al mondo fisico, a ricollocare la natura al centro della vita produttiva. Noti si tratta soltanto di ricordare agli storici che ricostruiscono le economie del passato quale ruolo abbiano avuto le risorse disponibili, il legnarne dei boschi, l'acqua, il carbone, nel favorire o deprimere il corso della crescita e dello sviluppo dei singoli paesi, come faceva, inascoltato, Karl Wittfogel oltre sessant'anni fa`[3]. Certo, anche tale obiettivo rientra nelle intenzioni perseguite da chi scrive. Riconoscere nel processo di produzione materiale della ricchezza l'esistenza e il ruolo dell'altro, di una realtà esterna all'uomo, non vincolata ai rapporti sociali vigenti, di valore collettivo e di portata universale, è davvero l'inizio di tana rivoluzione culturale appena avviata. E la ricerca storica potrà fornire ad essa un contributo non marginale.

Pure, agli storici è offerta la possibilità di andare anche oltre la ricostruzione del ruolo protagonista del mondo fisico nello svolgimento dei fenomeni economici. Il rapporto degli uomini con le risorse non si limita a produrre beni e merci: esso costituisce in realtà il centro dello svolgimento storico e perciò coinvolge l'insieme delle relazioni sociali, le culture delle popolazioni, le regolazioni del diritto, la politica. È anche questo più vasto mondo che si vuole dunque esplorare da un punto di vista inconsueto alla cultura dellOccidente.

Un primo obiettivo delle ricerche storiche che seguono è perciò quello di sottrarre il lavoro umano alla sua astratta solitudine. Non è solo dallo sforzo fisico e dall'abilità tecnica del lavoratore o della macchina che nascono i beni, ma da uno scambio manipolatorio di questi con il inondo fisico. È noto che Marx - ricorrendo a una terminologia medico-biologica - aveva dato un nome suggestivo a tale rapporto, lo aveva chiamato Stoffwechsel, scambio (o ricambio) materiale o organico. Sotto la pressione del lavoro la natura viene trasformata, cambiata in oggetti materiali che poi entreranno nella circolazione sociale della ricchezza. Ma la ricostruzione storica - così come tutta la complessiva rappresentazione culturale della società - ha dato normalmente conto solo di questa successiva vicenda: raccontando il processo di appropriazione dei pezzi di natura ormai divenuti merce, e i rapporti di produzione e politici fra le classi ai fini del possesso e della distribuzione di queste merci. Al contrario, la storia effettiva dello scambio, del duro rapporto fra uomini e risorse non è stata mai intrapresa: la sua rappresentazione culturale ha illuminato solo la faccia sociale del lavoro, perché alla natura non è stato riconosciuto alcun ruolo produttivo. Eppure, nella rimozione storica della realtà fisica si condensa una pratica molteplice di oscuramento. Perché da un lato è la ricchezza, diventata potere sociale, politico, e culturale che tende a far perdere le sue tracce, a cancellare la propria provenienza, a nascondere il meccanismo di dominio sugli uomini di cui è all'origine. Ma per altri versi è la natura sfruttata dal lavoro urgano, attraverso rapporti sociali determinati, che viene del tutto oscurata: realtà di cui non si dà storia e svolgimento, essendo ogni processo di crescita, sviluppo, differenziazione, rappresentato come interno alla società, che parla solo di sé come di una realtà semovente. Una presunzione ormai millenaria, che i costruttori della rappresentazione sociale - i ceti colti che hanno avuto diritto di parola e che ancora costituiscono una sorta di sfera separata e posta in alto, lontana dai luoghi sporchi e monotoni in cui quotidianamente la natura si trasforma in merce - hanno collaborato a far crescere. È anche attraverso il loro specifico sapere, prevalentemen e umanistico e retorico, che è venuta imponendosi una rappresentazione dell'universo sociale che ha messo in ombra e quasi cancellato dalla storia il sapere tecnico, le conoscenze applicate, la sapienza empirica accumulata: quelle forme di manipolazione originaria della natura che si sono espresse nel lavoro dei campi, nell'uso delle acque, nell'adattamento del territorio, nella cura delle piante, nello scavo delle miniere, nella fabbricazione dei manufatti.

A Marx, per la verità, non era sfuggito - com'è stato di recente ricordato - che il lavoratore, cambiando la natura, cambia al tempo stesso la propria natura (verändert zugleich seine eigene Natur)[4]. E dunque da quel rapporto, dalla specifica qualità di quello scambio, egli viene trasformato, reso diverso dalla nuova forma di dominio e di sfruttamento che impone alla realtà fisica, dai mezzi tecnici dispiegati, dalla natura delle risorse che utilizza. Ma oggi noi possiarno vedere che tale trasformazione costituisce un intero universo sociale, un mondo assai poco esplorato e quasi ignoto, assai più esteso e rilevante nelle società del passato, e che rischia ormai di uscire dall'orizzonte della nostra stessa capacità di percezione, a causa del carattere sempre più tecnicamente mediato dei beni materiali con cui entriamo in contatto. Pure, quel rapporto di scambio che cambia gli uomini, costituisce il motore primari(- di ogni società, per quanto estesa e complessa possa essere la schermatura di quella natura irriconoscibile che è la tecnica. Ma proprio per tale ragione, in un'epoca nella quale l'industria ha ornai cancellato la presenza della natura nelle merci, il sapere storico incomincia a fornire i suoi antidoti, riscoprendo in profondità le relazioni primarie nel processo di produzione della ricchezza. Esso è peraltro in grado di rammentare che da quella relazione originaria sorge la prima e più profonda forma di cultura: quella che gli uomini, per l'appunto, sono costretti a elaborare, e a innovare continuamente, per piegare i dati materiali alle necessità della propria sopravvivenza. Osservazione empirica, invenzione tecnica, coordinamento organizzativo, gerarchia delle relazioni sociali e loro codificazione, procedono da questo impulso originario.

Certo, per sventare ogni trappola deterministica non bisogna mai dimenticare che il meccanismo della vita sociale e la costruzione delle classi, le loro dinamiche ed evoluzioni, non si esauriscono in quella relazione primaria. Esiste una storia degli uomini tra loro che costituisce il continente forse più vasto e più ricco delle umane vicende, e che può tranquillamente dimenticarsi dei suoi legami e della sua dipendenza dalla natura. E la storia, per l'appunto, come già si è accennato, al pari degli altri saperi sociali si è fondata, per così dire, su questa dimenticanza: come se la società altro non fosse che un'edificazione autonoma, un continuo processo di accumulazione sui propri dati costitutivi, svincolata da ogni legame e dipendenza dalle condizioni materiali su cui continuamente, in realtà, essa si riproduce. E non è certo difficile capirne il perché. Come è accaduto nel passato, e come continua ad accadere a tutt'oggi, esistono gruppi sociali e classi capaci di creare e godere prosperità comandando e pagando il lavoro altrui, lo scambio materiale con le risorse realizzato da ceti sottoposti, o sfruttando risorse che appartengono a paesi lontani, semplicemente facendo viaggiare beni, uomini e merci. La vicenda del commercio mondiale è stata in buona parte questa: ed essa non ha mai costretto i mercanti delle città a sporcarsi le mani nella terra o nelle miniere. È sufficiente d'altronde richiamare alla mente una verità sociale ben nota. Che cosa è la ricchezza se non il possesso, l'accumulazione e l'uso di beni prodotti da altri, quei beni che i ceti operai e contadini sono obbligati, essi sì, a produrre tramite il loro duro e diuturno scambio con la natura? E quanta storia autonoma è stata prodotta dall'alto di quel dominio sociale! La storia, per l’appunto, che gli storici si sono incaricati di raccontare, disincarnata da ogni legame con le oscure origini materiali del possesso e ciel potere.

E tuttavia quell'ambito per così dire primario della realtà sociale conserva un rilievo davvero non marginale per illuminare con nuova ampiezza i processi del passato, per aprire nuovi spiragli nella comprensione dei meccanismi della vita associata, dei processi di trasformazione materiale e di doininio. La necessità di produrre ricchezza in un delimitato territorio determina infatti l'elaborazione di forme specifiche di cultura, che marcano poi profondamente i saperi tecnici locali, le mentalità diffuse delle popolazioni, i loro comportamenti prevalenti, dando spesso vita a norme non scritte, a regole, patti, istituzioni che fanno poi la stoffa del processo storico. Si tratta di un ambito di realtà materiali c culturali, che hanno durate lunghe, difficili da rilevare e da misurare, che subiscono continuc rielaborazioni e adattamenti per effetto di eventi successivi e dell'incontro con altre culture, c che spesso compongono, nel loro sviluppo temporale, un arcipelago di durate diverse, stratificate. Tutte, a ogni modo sono produzioni storiche: e perciò deperibili e soggette a distruzione, come gli edifici e le civiltà.

L'Italia, nella sua straordinaria e antica varietà regionale mostra un campionario di grande interesse di tali realtà. E la loro esplorazione offre l'opportunità di portare nuovi punti di vista, contributi inediti alla storia e alla cultura nazionale.

[1]Una vasta ricognizione storico-semantica del termine è in L. Spitz, Milieu and ambiance an assay in historkal semantics, in «Philosophy and Phenomenological Research», iii, 1942-43.

[2]Si veda la radicale demolizione teorica che di quell'edificio ha compiuto, privilegiando il ruolo rimosso della natura, H. Immler, Natur in der ökonomisthen Theorie, Opladen 1955. Sul ruolo cooperativo della mura nel processo economico cfr. dello stesso autore Vom Wert dei Natur. Zur ökologischen Reform von Wirtschaft und Gesellschaft, Opladen 1990. Del primo dei due testi ho dato conto nel mio articolo :Natura e lavoro. Analisi e riflessioni intorno a un libro, in «Meridiana" 1994, 20.

[3]Cfr. K. A. Wittfogel, Die natürlichen Ursachen der Wirtschaftgeschichte in «Archiv fur Sozialwissenschaft und Sozialpolitik», 1932, 67.

[4]Cfr. G. Böhhme-J. Grebe, Soziale Naturwissenchaft Uber die Wissenschaftliche Bearbeitung des Stoffwechsels Mensch-Natur, in Soziale Naturwissenschaft. Wege zu einerErweiterung dei Okologie a cura cli G. Böhme e E. Schramm, Frankfurt a. M. 1954, p. 30. Sullo sviluppo storico del concetto, M. Dencke, Zur Tragfähigkeit des Stoffwechselbegriffs, ivi. pp. 42 sgg.

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