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Eddytoriale 81 (01.11.2005)
10 Giugno 2008
Eddytoriali 2005
Che succede in Val Susa? Apparentemente hanno ragione quanti si oppongono (si veda l’articolo di Ragozzino sul manifesto del 1° novembre). E ragioni certamente ne hanno. Ma hanno ragioni anche quanti sostengono che è necessario rafforzare la mobilità su ferro, e che non si possono subordinare opere d’interesse di popolazioni vaste agli interessi di popolazioni piccole. E allora?

Nella Val di Susa si è praticata la strada autoritaria. L'impiego dello strumento più classico ma, ahimé, quello che viene usato con sempre maggiore frequenza, ad opera del governo come ad opera di sindaci sceriffi: la forza pubblica. Non dico che questo non sia uno strumento da adoperare: ma si tratta di comprendere a vantaggio di quale ragione, con quali conseguenze, con quali effetti sull’autorità di chi la impugna, con quale ricaduta sul rapporto tra chi esercita il potere e chi ne detiene il diritto. E si tratta di comprendere (poichè è in ogni caso una ferita che si apre) se si è fatto quello che era ragionevole fare prima di arrivare a tanto.

Quello esploso in Val di Susa è un problema che si ripropone ogni volta. Sempre più spesso ci si trova di fronte a conflitti che oppongono popolazioni locali (e interessi locali) a interessi di comunità più vaste. E allora ci si schiera su due versanti opposti: chi difende il piccolo, e chi difende il grande. Non è forse quello di schierarsi apoditticamente un vizio tutto italiano? (sebbene certamente lo condividiamo con altri). In genere la sinistra radicale e l’ambientalismo si schierano per il piccolo, il locale, l’immediatamente “popolare”, la sinistra riformista e il sindacalismo (adopero questi termini con l’accetta) per il grande, lo “strategico”, il produttivo. La destra (quella becera tipicamente italiana) e i grandi interessi stanno a vedere: tanto, potranno guadagnare sia da una parte che dall’altra.

La regolazione di simili conflitti dovrebbe essere parte sostanziale della missione di una democrazia pluralista: di una democrazia nella quale convivano, e debbano convivere perchè ciò è utile a tutti, interessi diversi. Interessi che non siano di per sè conflittuali (non c’è conflitto a priori tra il rafforzamento delle comunicazioni su ferro e la tutela dell’ambiente e della salute degli abitanti) devono poter trovare soddisfazione senza che l’uno calpesti l’altro.

La questione è solo tecnica per un verso, e politica per un altro. Nel caso della ferrovia in Val di Susa alla tecnica appartiene l’individuazione del tracciato e delle modalità che rendano minimi i danni e i modi in cui i danni residui possano essere compensati; alla politica appartiene la scelta del livello di priorità da assegnare alla allocazione delle risorse da impiegare per quel tracciato in relazione a impieghi alternativi (la guerra, il premio alla rendita, la promozione dei consumi superflui ecc.).

Ma nell’un caso e nell’altro tecnica e politica hanno bisogno di impiegare uno strumento specifico, che spesso viene considerato un orpello o un impaccio: qualcosa che appare solo esornativo, o addirittura una procedura che ostacola invece di aiutare. Mi riferisco alla pianificazione del territorio. E naturalmente mi riferisco alla pianificazione democratica, poiché abbiamo scelto la democrazia (e i nostri padri e fratelli più grandi, negli anni tra il 1943 e il 1945, proprio anche nelle montagne della Val di Susa).

Che cosa significa pianificazione democratica? Ricordiamolo a chi sta per stendere il programma di governo dell’Unione.

Significa in primo luogo che le scelte relative all’uso del territorio, e alle sue trasformazioni, si fanno a partire dalla conoscenza approfondita del territorio: della sua struttura, della sua dinamica, della popolazione che lo abita e lo utilizza.

Significa che queste scelte non si fanno separatamente (da un lato le infrastrutture, dal’altro l’ambiente e il paesaggio, dall’altro l’economia e la società, dall’altro le urbanizzazioni), ma nel loro insieme, sinteticamente: perchè la pianificazione è l’arte della sintesi, non la tecnica della giustapposizione.

Significa che di ogni trasformazione si valuta quali saranno i prezzi e i vantaggi, e si individua chi li paga e chi ne beneficia: e le scelte politiche, gli schieramenti veri, si compiono in base alla decisione di come ripartire gli uni e gli altri.

Significa che tutto ciò non si compie nel chiuso dei gabinetti politici e degli studi tecnici, ma coinvolgendo tutte le popolazioni interessate: ricordando che pianificazione e democrazia sono in primo luogo attività formative, bottom-up e top-down.

Hanno seguito questi semplici insegnamenti dell’arte del buon governo in una società complessa quanti hanno concorso alla decisione dell’Alta velocità in Val di Susa? E’ legittimo (dalla lettura delle cronache) dubitarne. Non è legittimo stupirne, se ci si guarda in giro e ci si informa al modo in cui i nostri governanti affrontano le scelte sul territorio.

Non parlo solo dei berlusconiani a pieno titolo. Mi riferisco anche a quelli che indossano casacche di colore diverso, e anzi opposto.

Un esempio. La regione Friuli-Venezia Giulia, amministrata da una maggioranza, una giunta e un presidente di centro.sinistra sta per approvare una legge per la pianificazione del territorio la quale, nonostante i rabberciamenti che si tenta di fare all’ultimo momento per ridurne il devastante impatto culturale e pratico, è costruita per “liberare” la decisione, la progettazione e la realizzazione delle infrastrutture dagli impacci della contemporanea considerazione delle esigenze (ambientali e sociali) del territorio.

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