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Eddytoriale 67 (12.3.2005)
27 Luglio 2011
Eddytoriali 2005
Cacciari o Casson? Venezia è tornata alla ribalta dell'attenzione nazionale. Per una questione non futile, dietro la quale se ne nascondono moltissima altre. Voglio dire la mia, come persona che conosce Venezia abbastanza dall’interno, ma che non ha obblighi di fedeltà né appartiene a gruppi o cordate.

Il fatto. Il centrosinistra, al governo da 12 anni, dopo una lunghissima discussione tutta su nomi di candidati che via via venivano proposti e bocciati, si presenta spaccato alle prossime elezioni comunali.

Un candidato (Felice Casson), magistrato stimato per la grinta con cui ha istruito processi famosi, espresso da una coalizione che raggruppa i Verdi (ridotti a Venezia all’area “sociale” dopo la spaccatura di qualche anni fa), Rifondazione comunista, Comunisti italiani, Lista Di Pietro e Democratici di sinistra (spaccati quasi a metà).

Un altro candidato (Massimo Cacciari), notissimo filosofo ed ex sindaco, proposto da se stesso e sostenuto dalla formazione cui appartiene, la Margherita, dall’UDC e da un numero consistente dei Democratici di sinistra.

A complicare il quadro, Prodi sostiene Casson, Rutelli difende Cacciari. Casson è criticato perché si è appena posto in aspettativa (come del resto prescrive la legge) come magistrato. Cacciari è criticato perché ha smesso di fare il sindaco a metà mandato per futili motivi, passando le consegne a Paolo Costa, criticatissimo sindaco uscente: ma Costa, benché della Margherita e “figlio” di Cacciari, sostiene Casson. Il raggruppamento che fa capo a Casson ha una matrice ambientalista (il “polo rossoverde”), ma annovera tra i suoi sostenitori i promotori della sublagunare e della deregulation urbanistica nonché, nella persona dell’ex sindaco Costa, i complici del MoSE: posizioni che sono del resto presenti anche nell’altra sponda dello scompaginato centrosinistra.

Ulteriore complicazione: fuori sia dal centrosinistra sia dal centrodestra si è formata un’ulteriore candidatura. Carlo Ripa di Meana, già presidente della Biennale e commissario europeo all’Ambiente, è sostenuto da un gruppo di spiccato colore ambientalista, formato da eccellenti persone con un ottimo pedegree di tenaci campagne in difesa della città e della Laguna, ma che sembra poter svolgere solo un ruolo di testimonianza.

Unico elemento positivo, per il centrosinistra: sul versante opposto, c’è il nulla. Il centrodestra si presenta ancora più diviso, e il suo meno oscuro esponente locale, l’economista Renato Brunetta, ha minacciato: la prossima volta mi presento io.

Il commento. Venezia è stata spesso anticipatrice di tendenze nazionali: nel 1952 (il decentramento amministrativo), nel 1974 (i governi di sinistra). Adesso esprime nel modo più limpido un fenomeno che è nazionale: la crisi della politica. Testimonia insomma l’incapacità (generale, non solo veneziana) dei partiti di rappresentare alcunché di serio: un progetto politico, un blocco coeso di interessi sociali, una speranza di futuro. (E anche, diciamolo, l’incapacità di espressione di un’altra politica, sgorgata magari dalla “società civile”, o più sommessamente dagli esclusi dai partiti).

A Venezia questa crisi si svolge in un contesto ed ha una coloritura particolari.

Essa si sviluppa in un ambito caratterizzato da un sistema di poteri economici del tutto anomalo. Alla forza del comparto locale (ma non solo) legato allo sfruttamento commerciale della città, e di quello multinazionale legato al polo chimico di Porto Marghera, si aggiunge il potere del Consorzio Venezia Nuova: un consorzio di imprese di costruzione private, padrone (per concessione statale) del destino fisico della Laguna e della fortuna economica dell’universo tecnico, culturale, politico che ha saputo legare a sé.

La crisi, poi, è testimoniata e caratterizzata dal fatto che sulle scelte di fondo della città (il MoSE e la devastazione della Laguna, la sublagunare e la turistizzazione selvaggia della città, il destino di Porto Marghera e i provvedimenti da prendere per il rischio della chimica, la politica della casa e il rapporto con la proprietà immobiliare) i partiti hanno taciuto, si sono rivelati incerti, divisi: non tanto nelle analisi, quanto nel passare dalle parole ai fatti.

Lo scontro ha attraversato tutte le formazioni. Non è apparso esplicitamente, se non nelle punzecchiature del pettegolezzo politichese, perché esporre esplicitamente le diverse opzioni avrebbe condotto a rotture non compatibili con l’esigenza di governare a tutti i costi.

Tant’è. A un governo della città che ha cavalcato arditamente, tra i marosi delle critiche e dei mugugni, la promozione della sublagunare, la tolleranza per il MoSE, la deregulation urbanistica, l’abbandono di una politica pubblica della casa, nonchè qualunque interesse legato alla commercializzazione della città, si è accompagnato il crescere di posizioni di disagio più o meno profondo e di dissenso anche esplicito.

Ma non di questo si è parlato nella lunga fase di preparazione alle elezioni. Non si è andati a un confronto tra posizioni, linee, strategie. Non si è partiti da un’analisi critica (a mio parere severamente critica) dei comportamenti delle giunte Cacciari, e soprattutto della giunta Costa. Tutto è rimasto sottotraccia. Si è discusso solo di nomi. Poteva andare diversamente? Oggi, sui nomi si muore.

La dichiarazione. Non sono soltanto un osservatore, sono anche un elettore. Ho molte incertezze, ma anche alcune certezze.

Non posso votare Massimo Cacciari. Non posso dimenticare che fu la sua giunta ad aprire la strada alla deregulation urbanistica, alla rinuncia al controllo delle destinazioni d’uso, al corteggiamento di qualsiasi iniziativa commerciale, all’abbandono (in questa città storica!) di una politica della casa governata dalla mano pubblica; che fu lui ad abbandonare il governo della città nelle mani del peggior sindaco che la città abbia avuto, fautore del Mose, della sublagunare, della "apertura al mercato" della città e di ogni connessa privatizzazione.

Voterei volentieri Carlo Ripa di Meana, un galantuomo, sostenuto da una pattuglia di intrepidi ambientalisti, ma non lo voterò per la stessa ragione per cui non voterò, al primo turno, scheda bianca: perché non credo che sia giusto dare un voto di mera testimonianza.

Seguirò quindi con attenzione la campagna elettorale di Felice Casson, un uomo serio, rigoroso, che nel suo mestiere si è battuto per cause che ho condiviso, “non guardando in faccia a nessuno”. Se dimostrerà di esprimere posizioni vicine a quelle che a me sembrano giuste, se si impegnerà a fare le cose che un’amministrazione comunale può fare in ordine ai problemi principali della città in una direzione radicalmente diversa da quella della giunta Costa, allora voterò per lui.

Anch’io ho finito per parlare, in definitiva, di nomi. A questo ci hanno ridotto le riforme della Seconda Repubblica.

Sulle questioni cui accenno nella nota (in particolare MoSE e sublagunare) ci sono molti materiali nella cartella dedicata a Venezia e la sua Laguna . Per una valutazione complessiva sulle ultime giunte e a cciò che si sarebbe dovuto fare rinvio a una mia nota di due anni fa dal titolo " Fabiani per un'altra Venezia".

L'immagine nella presentazione è il logo lanciato dall'ex sindaco Paolo Costa per "aprire Venezia al mercato"

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