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Eddytoriale 32 (11 dicembre 2003)
2 Gennaio 2008
Eddytoriali 2003
11 dicembre 2003 – Un test importante, la vicenda del piano territoriale di coordinamento della Provincia di Napoli. Un’occasione per discutere due argomenti: che cosa la cultura urbanistica italiana pensa oggi che la pianificazione del territorio a scala provinciale (e regionale) debba essere? E qual è il ruolo della politica (di sinistra, o riformista, o di centrosinistra: come preferite) nella pianificazione del territorio? Non voglio rispondere, in questo Eddytoriale. Voglio solo dare alcuni elementi per la discussione.

Intanto, i fatti. Un bravo agronomo, appassionato del suo mestiere e professionalmente serio, ha analizzato il PTCP di Napoli e ha scoperto che gran parte delle aree agricole più pregiate erano lasciate senza tutela, affidando alla disponibilità dei comuni la maggiore o minore trasformazione, in alcuni casi prevedendola esplicitamente. Conoscendo bene l’Italia, la Campania e la provincia di Napoli, lui e quanti hanno avuto modo di esaminare le sue carte (e quelle del piano) si sono fortemente preoccupati. Si sa che, tra la possibilità di coltivare e quella di edificare, il dio mercato sceglie la seconda alternativa, e la maggior parte dei comuni pure. I pochi che hanno visto questo rischio hanno gettato gridi d’allarme. Una volta tanto l’opinione pubblica è stata allarmata.

Alcuni uomini politici, di rilievo nazionale, si sono allarmati anch’essi. Nelle sedi istituzionali più vicini al fatto è esplosa una bagarre: dichiarazioni, dimissioni, critiche e recriminazioni. La politica è apparsa imbarazzata: ha compreso di aver compiuto (o lasciato compiere) un errore, ma non è sembrata capace né di valutare la portata dell’errore né l’opportunità (la convenienza) di porvi riparo. Più che il merito della questione (è necessario o no tutelare ambienti e paesaggi di eccezionale valore ecologico, culturale, produttivo anche sacrificando le prospettive di sfruttamento immobiliare? come utilizzare quello strumento, il PTCP, per raggiungere quell’obiettivo?) hanno dominato gli sforzi di coprire l’alleato o scoprire l’avversario (magari all’interno della stessa formazione politica), e magari di coprirsi tutti quanti insieme (le elezioni sono vicine).

La cultura urbanistica, poi, è stata del tutto assente. Hanno taciuto le associazioni degli urbanisti (il cui ruolo sembra ridotto alla promozione professionale degli iscritti), e ha taciuto l’accademia (il cui ruolo sembra ridotto alla trasformazione in prodotti accademici degli incarichi di pianificazione). Se qualche eco la vicenda del PTCP di Napoli ha avuto in quegli ambienti, si tratta di cenni di fastidio “per il polverone sollevato”, o difese dell’autonomia dei comuni contro chi vorrebbe “immaginare vincoli totalizzanti che [ne] espropriano la potestà programmatoria”.

Mi sembra che si dovrebbe rispondere ad alcune domande, che vorrei porre con molta precisione nella speranza di avere, da qualcuno dei visitatori di questo sito, risposte altrettanto precise.

1. È vero o no che il PTC della provincia di Napoli, presentato dall’assessore Riano e adottato dal Consiglio provinciale a maggioranza di centrosinistra, consente di edificare in “25.000 ettari di aree agricole pregiate, che rappresentano il 42% circa delle aree agricole provinciali”, consentendo così di fatto “l’estinzione dei paesaggi agrari di più elevato valore ecologico-ambientale, storico ed estetico percettivo presenti nel territorio provinciale”, come ha dimostrato l’agronomo Antonio Di Gennaro?

2. È vero o no che la legge stabilisce che il PTC provinciale “indica le diverse destinazioni del territorio in relazione alla prevalente vocazione delle sue parti”, mentre tra i compiti che la legge attribuisce alla Provincia vi sono “difesa del suolo, tutela e valorizzazione dell'ambiente e prevenzione delle calamità”, “valorizzazione dei beni culturali”?

3. È vero o no che, anche a prescindere dalla legge, sulla base di una corretta applicazione dei saperi dell’urbanistica e del principio europeo della sussidiarietà, la tutela delle qualità del paesaggio rurale, dei valori ecologici e culturali dei territori aperti, delle potenzialità della produzione agricola di qualità, non è cosa che possa essere affidata alla sfera delle competenze comunali perché palesemente trascende dalla loro scala e dalle loro competenze?

4. È vero o no, uomini della politica e delle istituzioni, che il primo dovere degli eletti e dei loro controllori più diretti è quello di operare perché nelle istituzioni si traducano coerentemente in atti amministrativi efficaci le promesse di tutela e valorizzazione delle risorse naturali, culturali, economiche presenti nelle aree nelle quali vi fate eleggere, e di rispetto per quanto di buono e di bello i nostri antenati hanno saputo costruire, perché anche i posteri ne possano godere?

5. E infine, colleghi urbanisti, è vero o no che la pianificazione del territorio, a scala provinciale e regionale, è vana esercitazione accademica se si riduce ad analisi, esortazioni, raccomandazioni, suggerimenti, direttive, prediche, ammonimenti, scenari e (mi si passi l’orrenda espressione) quant’altro?

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