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Eddytoriale 142 (11 luglio 2010)
5 Agosto 2010
Eddytoriali 2010-2012

L’obiettivo è chiaro: far sì che di ogni bene, materiale o immateriale, che possa essere oggetto di lucro, sia trasferito dall’appartenenza pubblica, o collettiva, o comune a quella di singoli soggetti privati, e possa dare un reddito a chi se ne impossessa.

Per raggiungere quest’obiettivo le componenti della strategia sono chiare. Il primo passaggio ha a che fare con il peso assegnato alle diverse dimensioni della vita dell’uomo e dei saperi che ne determinano le condizioni. L’unica scienza valida è l’Economia. Tutti gli altri saperi sono squalificati, sono ridotti, da Scienza, a Tecnica: anzi, a mera Tecnologia. E per scienza economica s’intende quella che descrive e ipostatizza l’economia data, questa economia, che ha nel Mercato lo strumento supremo, l’unico capace di misurare il valore delle cose.

Bisogna negare l’esistenza di beni non riducibili a merci, perchè se ogni cosa è “merce”, ogni cosa è soggetta al calcolo economico, e il mercato diventa la dimensione esclusiva delle scelte. Bisogna abolire qualunque regola che possa introdurre criteri e comportare decisioni diverse da quelle che il mercato compie; l’unica regola ammessa è quella del mondo dei pesci, grazie alla quale il grosso mangia il piccolo.

I beni che si vogliono ridurre a merci, i “comuni” che si vogliono privatizzare li conosciamo della nostra esperienza quotidiana e dalle cronache che su eddyburg registriamo. Il suolo, che deve avere quale unica utilizzazione quella più lucrosa per il proprietario (cui non chiede né lavoro, né imprenditività, nè rischio): l’edilizia. Gli immobili pubblici, aree o edifici che siano (le prime saranno trasformate anch’esse in edilizia) che devono diventare privati ed essere adibiti a funzioni lucrose. Gli elementi del paesaggio la cui privatizzazione può arricchire i proprietari, come le coste e le spiagge, i boschi, e le stesse aree di maggiore qualità per i lasciti della storia, dall’Appia Antica alla necropoli di Tuvixeddu. Perfino l’acqua deve essere gestita secondo modelli che la trasformino in possibilità di lucro e la sottomettano alla gestione privata.

Le armi

Tra le armi che si adoperano nella strategia dei saccheggiatori due sono quelle decisive, una distruttiva l’altra distorsiva. Si devono distruggere le regole, con l’unica eccezione di quella del mondo dei pesci, e si deve trasformare la testa della “gente”.

Via tutte le regole elaborate nel corso dei secoli per sottoporre i beni (il territorio, le sue risorse e qualità, l’ambiente della vita degli uomini) a una finalità d’interesse comune, o generale, o collettiva. Via gli strumenti mediante i quali quelle regole si concretano e diventano efficaci: non solo le leggi, ma anche la pianificazione delle città e del territorio. Via le strutture che dovrebbero garantire la corretta formazione e applicazione delle regole (a partire dalla pubblica amministrazione) e quelle che dovrebbero consentire l’ancoraggio del potere normativo alla volontà della maggioranza dei cittadini (i parlamenti, i consigli elettivi). Ed ecco allora l’incentivo all’abusivismo, la generalizzazione della deroga ai piani, il passaggio dalla “urbanistica autoritativa” alla “urbanistica contrattata” (anzi, addirittura alla registrazione delle scelte immobiliari decise dai proprietari), la sostituzione dei controlli ex-post a quelli ex-ante (addirittura con una modifica della Costituzione), il discredito della pubblica amministrazione e la sua tendenziale distruzione (Brunetta sta lì per questo). E via addirittura le regole del mercato, se questo è manipolabile dai pesci più grossi.

Ma distruggere le regole non si può senza ottenere il consenso necessario, finché si opera in un contesto nel quale non si possono abbandonare le forme della democrazia. Un Berlusconi alla fine del secolo non può fare ciò che fece un Mussolini nei primi decenni. Allora bisogna cambiare la testa della gente. Via lo spirito critico, via la conoscenza, via il sapere diffuso. Via la memoria, se il passato recente ricorda ai più anziani che cosa era stato conquistato e che cosa ci stanno togliendo. E via la storia, magistra vitae e testimonianza del fatto che non tutto è già scritto e che il futuro non è necessariamente appiattito sul presente (non è vero che “There Is No Alternatives”).

Per cambiare le teste basta cambiare gli strumenti della formazione: non più la scuola, la parrocchia, la casa del popolo, è la televisione commerciale che foggia le teste e le coscienze della gente da almeno trent’anni. E allora, disponendo di questo strumento si può far diventare pensiero corrente gli slogan utili alla strategia del saccheggio (“meno stato più mercato”, “privato è bello”, “padrone a casa mia”, “meno tasse per tutti”) e far credere alla “gente” che benessere significa modernizzazione, sviluppo significa crescita, democrazia significa a votare una volta tanto, privato è meglio che pubblico, Io è meglio che Noi.

Un saccheggio globale

Il saccheggio del territorio è un aspetto di un processo culturale e sociale molto più ampio, che degrada e cancella, oltre alla “nicchia ecologica” dell’uomo e della società, altre dimensioni e valori essenziali della vita . Il lavoro, la salute, l’eguaglianza, la solidarietà, l’etica. Il meccanismo è lo stesso: ridurre ogni cosa a merce e cancellare tutto ciò che lo impedisce; plagiare le persone e trasformarle, da cittadini a clienti (e sudditi), da produttori a consumatori (o schiavi).

É davvero un saccheggio globale, anche nel senso che riguarda tutte le dimensioni della vita personale e sociale. Esso genera reazioni, poiché provoca disagi e sofferenze. Proteste nascono a partire da ciascuno dei moltissimi aspetti minacciati: dalle diverse componenti del mondo del lavoro (i lavoratori licenziati, i precari, gli inoccupati), delle molteplici sfaccettature dell’ambiente e del territorio (gli spazi pubblici erosi, gli interventi invasivi, il degrado dei paesaggi), dalla riduzione della qualità della vita (l’assenza di abitazioni a prezzi ragionevoli, il costo dei servizi, i disagi della mobilità).

E tuttavia l’insieme di questi malesseri sociali non si unifica, non raggiunge un livello di sintesi capace di competere con l’unitarietà del processo che provoca i mille aspetti del disagio: si illude di poter vincere la piovra che l’avvolge colpendo uno solo dei suoi mille tentacoli. A una strategia compatta non sa contrapporre una strategia alternativa, ma solo un pulviscolo di proteste e proposte. (E quand’anche strategie alternative si manifestano, come accade nella frammentata sinistra iìtaliana, esse sono molteplici, e sono in competizione tra loro prima che contrapposte a quella dominante). Questo è il limite che occorre superare.

Quali errori?

Il processo che abbiamo descritto non nasce oggi. Le sue radici sono antiche, ma esso ha avuto un’accelerazione consistente e indubbi successi nei decenni più vicini: i decenni del neoliberismo, rappresentati da David Harvey nel poker d’assi Reagan, Tatcher, Deng Xiaoping, Pinochet. In Italia, esso ha cominciato ad affermarsi a partire dagli anni Ottanta, negli anni del doroteismo democristiano e del craxismo. É utile domandarsi quali errori, compiuti nel campo della cultura democratica e di sinistra, ne abbiano agevolato il successo; soprattutto, su queste pagine, quali siano state le responsabilità della cultura urbanistica.

Alcune sono evidenti, e se ne abbiamo trattato spesso in questo sito. É stato certamente un errore (ha agevolato il propagarsi dell’ideologia neoliberista) l’enfasi data all’estensione della perequazione, proposta come strumento generalizzato per risolvere il conflitto tra appropriazione privata della rendita e salvaguardia degli interessi collettivi nelle trasformazioni della città e del territorio. Un errore ancora più grave è stato l’affermare l’esistenza di un diritto edificatorio, giuridicamente ed economicamente fondato, che apparterrebbe al proprietario di un suolo cui un piano urbanistico avesse attribuito una previsione di edificabilità. Si sono date così armi possenti a chi voleva anteporre il privato al pubblico, l’interesse economico del singolo all’interesse collettivo nelle decisioni sul territorio. Su questo sito ci siamo così spesso intrattenuti su questi errori che non è necessario dilungarvisi ora.

Ma è stato un errore altrettanto grave il rinchiudersi dell’urbanistica su se stessa, sulla sua tecnicità, ridursi all’accademismo o al professionismo. É stato un errore promuovere o subire un “fare” disancorato dai princìpi, preoccuparsi di essere operativi abbandonando lo spirito critico, il senso di ciò che si contribuiva a fare. Ed è stato un errore impoverire i collegamenti con la società nel suo complesso, con le aspirazioni, le esigenze, i disagi, le sofferenze che in essa si esprimevano.

É vero, una volta la società era rappresentata dalla politica dei partiti, e questa si esprimeva nelle istituzioni della democrazia; riferirsi ai partiti e alle istituzioni era dunque sufficiente a un’urbanistica che volesse esprimere la società e servirla. Oggi non è più così. La politica dei partiti è in crisi vistosa proprio sul punto che la rendeva una dimensione cardine dell’urbanistica operativa: nel suo essere espressione della società. Le istituzioni della democrazia (in quanto organismi rappresentativi della società) sono ancora il riferimento obbligato per un’azione che voglia avere il bene comune come suo fondamento, ma esse sono largamente conquistate dal’ideologia dominante e signoreggiate dai partiti .

É in altri ambiti che l’urbanistica deve allora ritrovare oggi i suoi collegamenti con la società. Due mi sembrano particolarmente rilevanti: quelli nei quali si formano conoscenza e coscienza delle persone, e soprattutto dei più giovani; quelli nei quali si esprimono il disagio e la protesta per il saccheggio dei beni comuni – e in particolare quelli territoriali.

Si tratta di due ambiti che in gran parte coincidono. Nei processi formativi classici (la scuola, l’università) mi sembra particolarmente necessario far riemergere lo spirito critico, oggi seppellito dal nozionismo e dalla sterilità dell’accademismo. Ma si può svolgere una funzione formativa anche nel collaborare a una di quelle numerose forme della cittadinanza attiva (associazioni, comitati, reti locali e settoriali) nelle quali trova espressione collettiva il disagio e la protesta. In quelle sedi, generalmente, lo spirito critico è già presente. Ma non è sempre immediato né facile il passaggio dalla percezione di quel determinato problema in relazione al quale il disagio e la protesta sono nati, alla consapevolezza delle connessioni col resto del saccheggio: quindi alle sue cause e alle possibili soluzioni. Così come non è facile (ed ha bisogno dell’aiuto degli esperti) l’individuazione delle soluzioni positive, delle alternative possibili, delle proposte da formulare per ottenere un consenso più ampio.

Qualcosa da fare

Se si guarda a ciò che succede sul territorio, e a ciò che si muove nella società, alcuni concreti temi d’azione emergono subito.

Il più immediato è la difesa dei beni comuni territoriali. É un tema che richiede la formulazione di analisi chiare e facilmente comprensibili, la presentazione efficace delle ragioni per cui quel bene deve essere tutelato e fruito nell’interesse non solo dei suoi immediati fruitori, l’individuazione degli strumenti utilizzabili per tutelarlo e delle alternative possibili alle azioni minacciate. Sono già disponibili esperienze di situazioni in cui la collaborazione tra specialisti e risorse locali ha consentito successi.

Un altro tema sul quale gli urbanisti dovrebbero impegnarsi è l’illustrazione del modo nel quale determinate esigenze della vita individuale sociale – oggi divenute problemi – possono essere affrontate e risolte, e delle ragioni per le quali, al contrario, certe ipotesi ricorrenti di trasformazione urbana sono negative. Ad esempio, a quanti di quelli che propongono la “densificazione urbana” finalizzata a meri interessi immobiliari si oppone – da parte di chi vuole contrastarla – la buona ragione che a ogni metro cubo di nuovi volume destinato alla residenza o al lavoro devono corrispondere tot metri quadrati di spazio pubblico, utilizzato per il verde e i servizi collettivi, e che comportarsi in modo diverso è non solo irresponsabile ma anche illegittimo?

Connesso a questo tema è poi quello della difesa della memoria: non solo come collaborazione alla generale imprese di rivendicare la storia come momento fondativo della comprensione del presente e quindi della progettazione del futuro, ma anche come dimostrazione che, ove esistano determinate condizioni spesso ripetibili, sia possibile affrontare in termini positivi problemi che oggi appaio no risolubili solo perché non se ne vogliono mutare le condizioni. Penso ad esempio al problema della casa, per il quale in Italia, negli anni 60 e 50 del secolo scorso, si raggiunsero obiettivi e si costruirono strumenti di eccezionale rilevanza.

Più in generale, spetta certamente agli urbanisti (non da soli, ma certamente in modo del tutto particolare) la progettazione di alternative al modo in cui città e territorio oggi vengono organizzati e trasformati nell’ambito della strategia del saccheggio. Come si può ridurre, o fortemente limitare, lo scandalo dell’appropriazione privatistica del plusvalore determinato dalle decisioni e dalle opere della collettività (la rendita urbana)? Quale città nella quale vita personale e vita sociale vivano in armonioso equilibrio può essere definita, sulla base di un pieno controllo collettivo delle trasformazioni del territorio? In che modo l’obiettivo del “diritto alla città”, nelle sue componenti della partecipazione alle scelte e dell’eguale accesso alle qualità urbane, può essere oggi proposto?

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