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Eddytoriale 139 (19 febbraio 2010)
19 Febbraio 2010
Eddytoriali 2010-2012

Non c’è infatti mese che non porti il racconto di frane ed alluvioni, smottamenti di terre ed esondazione di torrenti, eventi “naturali” che portano al rovinìo di paesi e pezzi di città, allo sgretolamento di case e fabbriche, all’esodo forzoso di abitanti e troppo spesso a morti di innocenti.

Riprendiamo su eddyburg alcuni degli episodi che lo raccontano: non tutti e non sempre, sono troppi. E succede dappertutto, al Nord come al Sud e nelle Isole. Si lamenta l’assenza dei miliardi che servirebbero per sanare, senza preoccuparsi di mettere in moto ciò che servirebbe per prevenire.

Coccodrilli. Oogni volta si piange, e magari si punta il dito nella direzione giusta. Si dice: si è costruito poco accortamente, là dove non si sarebbe dovuto. Si dice: non si è tenuto conto del sovraccarico dei terreni, della precarietà delle fondazioni, dei ritmi naturali delle acque di superficie e di quelle di falda. Si dice: non si è badato, nel costruire strade e ferrovie, alle pendici tagliate, alle pianure alluvionali interrotte, al disegno dei deflussi improvvidamente interrotto. Per qualche attimo ci si rende conto che si è trasformato il territorio senza tener conto delle regole di cui l’esigenza di salvaguardarne l’integrità fisica avrebbe preteso il rispetto.

Un po’ meno si piange quando per garantire (ad alcuni) i benefici dello “sviluppo del territorio” si prevedono espansioni urbane non necessarie a soddisfare la domanda di abitazioni a basso costo ma utili ad accrescere lo sviluppo dell’attività edilizia e, soprattutto, ad aumentare il valore dei patrimoni fondiari di pochi potenti proprietari (o di una moltitudine di piccoli proprietari diventati potenti per il loro numero). Un po’ meno si piange quando queste espansioni cancellano gli antichi tracciati di filari e di strade disegnati nella storia dei nostri territori dai lontani progenitori etruschi o romani, o seppelliscono sotto una pappa di villette le colline accortamente disegnate dalle vigne e dagli oliveti dei saggi agricoltori, o annullano sotto una repellente crosta di cemento e asfalto casali medioevali e ville romane, masserie fortificate e paesaggi costieri terrazzati.

Anche in quei casi,si sa comunque che ciò dipende dal fatto (inevitabile?) che l’interesse economico dei proprietari prevale sull’interesse di tutti a godere della bellezza. Si piangerà più tardi, quando l’Italia e i suoi paesaggi saranno diventati ancora più repellenti di quanto spesso già oggi siano: quando il Belpaese si sarà trasformato in “un unico tavoliere di cemento, uno stomachevole, soffocante magma di palazzine e di intensivi”, e dove gli stessi centri storici saranno divenuti degradate e impraticabili incrostazioni “in mezzo a un’immensa, informe agglomerazione, squallida e sterminata periferia, sorta nel segno della violenza privata e della complicità pubblica”, come già la vedeva de-formarsi mezzo secolo fa Antonio Cederna. Sarà scomparsa la bellezza, saranno scomparsi i turisti alle cui risorse tanto affidiamo del nostro futuro.

Oggi e domani, lacrime di coccodrillo. Siamo noi stessi che abbiamo provocato i danni inferti al territorio, alla sue fragilità, alle sue ricchezze. Lo abbiamo fatto quando abbiamo plaudito all’abbandono dei lacci e lacciuoli della pianificazione urbanistica, quando abbiamo considerato un contributo allo “sviluppo”, e quindi benemerito, qualsiasi “snellimento” capace di scatenare l’ansia di costruire dappertutto a chi ne aveva i mezzi, quando abbiamo teorizzato che esiste una “vocazione edilizia” del territorio di cui poteva impadronirsi chiunque ne fosse proprietario. Quando abbiamo irriso alla pianificazione urbanistica e quella territoriale e paesaggistica, alla quale saggi legislatori d’ogni obbedienza politica ci avevano richiamato: dal democristiano Fiorentino Sullo al socialista Giacomo Mancini al repubblicano Giuseppe Galasso, giù giù fino al berlusconiano Giuliano Urbani. Siamo un paese di coccodrilli.

Questo articolo riprende quello pubblicato sul sito web Tiscali il 18 febbraio 2010

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