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Edoardo Salzano
20011100 Come e perché nacque Urbanistica informazioni
15 Gennaio 2008
Articoli e saggi
Articolo scritto per il n. 180 della rivista, dedicato ai suoi "Trenta anni" (nov. dic. 2001).

L’INU, dopo il Sessantotto

A Napoli, nel novembre 1968, la contestazione studentesca aveva travolto “l’istituto d’alta cultura eretto in ente morale”. Mentre Bruno Zevi e Mario Fiorentino, Giuseppe Samonà e Luigi Piccinato e gli altri dirigenti dell’INU aprivano il 12° Congresso nazionale, alla presenza delle consuete Autorità (Ministro e Sindaco, Vescovo e Prefetto), ecco che gli studenti delle facoltà di architettura rivestivano la sala di manifesti beffardi, invadevano il palco, e infine lo sommergevano con un lancio di rotoli di carta igienica adoperata a mo’ di stelle filanti. Qualche Autorità, prudentemente eclissatasi dalle quinte del Teatro della Mostra d’oltremare (dove si svolgeva la cerimonia), aveva allertato la polizia: la Celere irruppe dal fondo della sala, con elmetti e manganelli. Giuseppe Campos Venuti, già allora autorevole membro dell’INU, balzò sul palco, afferrò il microfono e scongiurò la polizia di non picchiare gli studenti, “questi nostri figli ed allievi”.

Si chiuse allora una fase della vita dell’INU. I rotoli di carta igienica della contestazione studentesca avevano seppellito (sembrava per sempre) l’INU legato da rapporti di collaborazione professionale e di consulenza critica ai ministri e ai ministeri. Del resto, ogni speranza di riforma urbanistica era scomparsa, e con essa il legame ideale che connetteva figure culturali e professionali diverse.

Una nuova fase

Ma una nuova fase si aprì. Un piccolo gruppo di soci (Edoardo Detti e Marco Romano, Sandro Tutino e Vincenzo Cabianca) riprese a tessere la tela di una proposta culturale e politica. L’interesse si spostò dai rapporti di collaborazione con le autorità, nel tentativo di convincerle ad impostare una politica urbanistica moderna, all’attenzione verso il variegato campo delle forze sociali che animavano la vita politica e culturale dell’Italia di quegli anni. Gli urbanisti ai quali ci si rivolgeva per coinvolgerli nella ricostruzione dell’istituto erano più i giovani e i tecnici delle amministrazioni pubbliche, che i professori e i professionisti. L’elaborazione si rivolgeva più alla definizione di piattaforme di interpretazione e proposta politico-culturale comprensibile ai nuovi interlocutori sociali (sindacati operai, amministrazioni locali, “forze di base”). Il tema che cominciava ad affiorare era quello dello “sfruttamento capitalistico del territorio”: della sua analisi e denuncia, dell’individuazione di alternative praticabili.

L’apertura ufficiale della nuova fase fu il convegno che si svolse a Bologna, nel 1970. Il tema era “Il controllo pubblico del territorioper una politica della casa e dei servizi”. Me ne raccontò Vezio De Lucia, giovane architetto del ministero dei lavori pubblici, con cui dividevo una stanza al Servizio studi e programmazione del Ministero dei lavori pubblici (facevamo parte entrambi, lui come funzionario io come contrattista, di una task force messa su da Marcello Vittorini, nel tentativo di imprimere una svolta riformatrice al ministero di Porta Pia). Vezio, sconosciuto ai membri dell’INU, aveva fatto a Bologna un intervento che era piaciuto molto: argomentava il valore e il significato del ruolo pubblico dell’urbanista. Era stato cooptato nel gruppo dirigente ed eletto membro del nuovo consiglio direttivo nazionale.

“Da che parte sta l’INU?”

Un giorno, reduce da una riunione del direttivo dell’INU, mi raccontò di un evento che aveva scandalizzato i suoi colleghi ma al quale non sapevano come reagire. La seziona campana dell’INU (una delle poche allora esistenti) aveva eletto suo presidente un professionista (l’avvocato D’Angelo) noto per aver difeso un gruppo di speculatori immobiliari contro il Comune di Napoli. “Perché non intervieni sull’ Unità?”, mi chiese (allora avevo facile accesso al quotidiano del PCI). Scrissi una nota, nella quale sottolineavo la contraddizione tra un INU che, a livello nazionale, si rinnovava nel segno di una maggiore radicalità nella critica e nella proposta, riferendosi a interlocutori nuovi rispetto all’ establishment governativo, e che invece, a livello locale, si presentava addirittura come portavoce di interessi economici totalmente agli antipodi sia di quelli tradizionali che – a maggior ragione – di quelli nuovi. “Da che parte sta l’INU?”, titolava la redazione dell’ Unità il mio pezzo, pubblicato con evidenza al piede della terza pagina.

Al gruppetto dirigente dell’INU la mia uscita piacque molto. Edoardo Detti, che allora e per molti anni ne fu l’amatissimo presidente. Incaricarono Vezio di chiedermi se ero disposto a fare l’”ufficio stampa” dell’INU (senza risorse, s’intende). Dopo un incontro con il Consiglio direttivo, preparai un documento nel quale proponevo una piccola iniziativa editoriale, semplice e anzi povera nella forma, ma costruita e gestita insieme a un ventaglio ampio d’interlocutori: quelle “forze di base” alle quali allora si rivolgeva l’attenzione dell’INU. Avrebbe dovuto essere una pubblicazione capace di informare, formare e mobilitare: attivare interessi, iniziative, relazioni soprattutto tra gli “utenti della città”. La proposta fu approvata, l’INU si impegnava senz’altro su quella strada (quanto alle risorse, poi si sarebbe visto).

Partiamo da soli

Cominciai un laborioso percorso di ricerca di consensi. I sindacati in primo luogo: erano loro che avevano ripreso lo scontro, a livello nazionale, sui temi della città e del territorio, con lo sciopero generale del 19 novembre 1969. La CGIL e la CISL si rivelarono subito interessati, ma guardinghi, soprattutto nei riguardi della collaborazione con altre strutture. Poi l’ARCI e l’UISP, due organizzazioni sociali dedicate ad iniziative associative sul terreno della ricreazione e dello sport, entrambe impegnate agli argomenti che erano al centro della nostra attenzione: come mobilitare gli utenti della città per migliorarne le condizioni. E l’Unione donne italiane, organizzazione che si era battuta con grande maturità sulle questioni della città e dei servizi, ed era stata tra le forze che avevano spinto perché si arrivasse al “decreto sugli standard” del 1968. Con le cooperative facemmo una scelta prudente: scegliemmo di assumere come interlocutore la cooperazione di consumo, non quella di produzione: ci sembrava più pertinente al nostro campo d’azione. Infine, le rappresentanze degli enti locali: l’ANCI era troppo “parlamentarizzata” per poter offrire spazi significativi alla nostra azione, preferimmo l’associazione delle amministrazioni della sinistra, la Lega per le autonomie e i poteri locali.

I colloqui furono positivi. L’interesse dei nostri interlocutori vivo. Ciò che era del tutto assente erano le risorse: non solo quelle finanziarie, perfino le persone fisiche con le quali incontrarci e preparare il progetto erano un problema. Eccetto Bruno Roscani, della CGIL, che seguì sempre in modo realmente fraterno il mio sforzo, gli altri erano tutti sopraffatti dai problemi e dai compiti delle rispettive organizzazioni (tutte poverissime e basate sul volontariato: lì non arrivavano soldi né da Mosca né da Tangentopoli).

Riferii al Consiglio direttivo. La risposta fu: partiamo da soli. Con qualche amico (soprattutto Vezio) preparai un progetto molto artigianale, una struttura articolata di argomenti e rubriche, un menabò e un progetto grafico, una rete di collaboratori. La proposta fu discussa, approvata. Partimmo. Si riuscì a racimolare una piccola somma per un incarico di collaborazione nel suolo di segreteria di redazione che fu svolta (insieme a Giulio Tamburini) da Laura Falcone Ferrari.

Gli obiettivi della nuova rivista

Nacque così Urbanistica informazioni. L’obiettivo primario e istituzionale era quello di dar voce all’INU. La rivista ufficiale, Urbanistica, era in crisi profonda. Giovanni Astengo, fondatore ed artefice (con il mecenate Adriano Olivetti) della prestigiosissima rivista italiana di urbanistica, non riusciva a risolvere la pesantissima situazione debitoria e a far uscire gli elaboratissimi fascicoli con una qualche continuità. La nuova pubblicazione non doveva in alcun modo contrapporsi alla maggiore: secondo l’espressione di Detti doveva essere “un bollettino”. Ma la strategia politico-culturale che l’Istituto aveva scelto richiedeva che si facesse qualcosa di più che informare i soci delle iniziative, dei documenti e delle posizioni dell’INU.

Le finalità erano espresse nell’editoriale del numero 1 (gennaio 1972). Esse erano al servizio della nuova linea culturale dell’Istituto, la quale

si caratterizza per alcune scelte fondamentali. In primo luogo, il rifiuto di un collegamento con le forze dirigenti del paese che si riduca alla ricerca di accordi ai vertici governativi e ministeriali, e l'impegno, invece, a porsi come strumento di stimolo e di servizio nei confronti delle classi lavoratrici, delle forze popolari, delle organizzazioni che le esprimono e le rappresentano, delle istanze sociali di base. In secondo luogo, il rifiuto di ogni collegamento - che non sia quello della critica e dello scontro aperto - con le forze, i gruppi e le persone che tendono a utilizzare il territorio come luogo sul quale operare, in forme vecchie o nuove, per lo sfruttamento sull'uomo, per l'appropriazione individualistica o aziendalistica, o per la dilapidazione, delle risorse della collettività. In terzo luogo, il superamento della tradizionale concezione « liberal-professíonitica » del ruolo dell'urbanista, e quindi la sollecitazione e il sostegno al formarsi di strutture tecniche pubbliche e democraticamente controllate per la gestione del territorio, a livello dei comuni, dei comprensori, delle regioni e degli organi centrali dello stato. In quarto luogo, infine, l'impegno all'approfondimento dell'analisi scientifica dei feno- meni che si manifestano sul territorio, delle forze che li determinano, delle alternative proponibili.

Nel quadro di questa linea, e degli strumenti necessari per costruirla, Urbanistica informazioni assumeva come suoi obiettivi essenziali quelli di

fornire ai suoi lettori un panorama, il più completo possibile, degli avvenimenti che più incidono sull’assetto territoriale e urbanistico del paese, di raccogliere e render note le prese di posizione degli organi dell'Istituto, di attivare il lavoro delle sezioni regionali, di facilitare il raccordo, attorno a queste, dei sociali e degli enti locali che operano nella nostra stessa direzione.

Priorità all’informazione

La strada che si scelse fu insomma quella di una informazione a tutto campo: ricca nel numero degli eventi riferiti, e perciò sintetica nell’esposizione; rivolta a informare su ciò che avveniva in tutti i luoghi, non solo sugli avvenimenti del Palazzo; non dedicata solo né primariamente agli aspetti tecnici e “disciplinari” ma soprattutto a ciò che modificava i poteri e i modi di vivere. Una informazione utilizzabile dagli urbanisti, ma anche da parte di tutti i soggetti impegnati nella concreta trasformazione delle condizioni d’uso della città.

La redazione era formata interamente da soci dell’INU, che lavoravano volontariamente. Alla redazione centrale era affidato il coordinamento e la redazione delle parti di carattere nazionale, ma in ogni regione venne individuato un redattore regionale, il cui compito era quello di sollecitare e predisporre informazioni sulle situazioni locali. Il ruolo dei redattori locali fu molto importante: essi infatti costituirono l’innesco del processo di regionalizzazione dell’INU, che allora si cominciava a perseguire (le sezioni regionali erano solo la lombarda e la campana, e praticamente non svolgevano attività).

I “pezzi” (non li chiamavamo articoli, per sottolineare il loro carattere meramente strumentale alla copertura dell’informazione) non erano firmati, ma recavano solo la sigla dell’autore. Anche con questo volevamo sottolineare il carattere collettivo del prodotto, l’attenzione per la (tendenziale) completezza del panorama fornito più che per l’espressione delle “idee” dell’autore. Del resto, gran parte del lavoro mio (e di quelli che più direttamente mi aiutavano) era quello di asciugare i pezzi che arrivavano: di eliminare il superfluo e di ridurne lo spazio a una dimensione coerente con l’importanza della notizia. Eravamo noi stessi che impaginavamo la rivista. Io avevo fatto il progetto grafico;con Vezio De Lucia costruivamo l'impaginazione incollando le bozze dei pezzi, che in grandissima parte scrivevamo noi stessi. Giulio Tamburini, Valeria Erba, Sandro Dal Piaz, Laura Falconi Ferrari, Felicia Bottino, Giusa Marcialis, Luigi Falco, Antonino Trupiano erano, nella fase iniziale, i collaboratori più assidui.

Molti mi dicono oggi che le annate di Urbanistica informazioni sono un archivio insostituibile per chi voglia conoscere gli avvenimenti che hanno inciso sul territorio, in quegli anni. Credo che questo dipenda proprio dallo sforzo che abbiamo fatto per rendere massima la quantità delle informazioni fornite, rinviando gli approfondimenti ad altre sedi e strumenti. Del resto, che informare fosse un compito particolarmente rilevante derivava anche dal fatto che – allora quasi come oggi – la grande stampa era di un’avarizia e una disattenzione estrema nell’informare sugli eventi dell’urbanistica.

Non solo informazione

Accanto alle informazioni, i commenti: quelli ufficiali dell’INU, cui era dedicata un’apposita rubrica, e quelli della rivista. Questi ultimi trovavano la loro espressione essenzialmente negli editoriali, che scriveva il direttore: li scrissi tutti, (fino a quello dell’ultimo numero da me diretto, il 125/126 del 1992) ad esclusione di due che, a differenza degli altri, vennero firmati dagli autori, Detti e De Lucia. Per molti anni, li sottoponevo all’attenzione del Consiglio direttivo, perché fossero espressione anche della linea dell’Istituto nel suo complesso[1].

Più avanti, introducemmo alcune rubriche che si ponevano compiti più ampi di documentazione e di formazione. Mi sembra ancor oggi una buona idea quella della Antologia, nella quale presentavamo testi molto diversi – come taglio, argomento, autore – tutti volti ad allargare il campo d’interesse dei lettori, soprattuitto i più giovani, e ad attirare la loro attenzione su autori, discipline o temi che andassero al di là dell’immediato: una rubrica sviluppata poi, con intelligenza e curiosità, da Franco Girardi. Buon successo ebbe anche la rubrica Dossier, dedicata ad approfondimenti tematici che richiedevano più ampia articolazione; anche qui ci sforzavamo di fornire materiali per la riflessione, con la massima dose possibile di oggettività, e di scoraggiare i “saggi” nei quali si esprimevano le opinioni, o le ricerche individuali, degli autori. I dossier si trasformarono poi, grazie alla sollecitazione e al lavoro di Filippo Ciccone, nei più ampi Quaderni di Urbanistica informazioni.

Fu a Ciccone che, quando mi trasferii a Venezia e il mio impegno principale divenne quello di assessore comunale, fu affidato (nel ruolo di redattore capo) l’impegno di gestione della rivista. Ma a questo punto siamo già lontani dai primissimi anni e dalla fase iniziale, al cui ricordo mi sono proposto di dedicare queste righe.

Edoardo Salzano

Venezia, 1 settembre 2001

[1] Nel n. 125/126 pubblicai anche, a integrazione dell’editoriale, un pezzo sui “Vent’anni di Urbanistica informazioni”, nei quali davo conto più ampiamente della sua storia. Il lettore che sia interessato può trovarlo nel mio sito, http://salzano.iuav.edu.

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