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Edoardo Salzano
19670120 Città viva e città museo
9 Marzo 2008
Articoli e saggi
Pubblicato da Rinascita, 20 gennaio 1967

Se si esaminassero parallelamente la storia delle teorie e delle proposte via via elaborate nel corso del dibattito, ormai secolare. sul problema dei centri storici, e la storia della nostra realta sociale e politica, non si avrebbe soltanto una puntuale conferma del nesso che collega sempre l'elaborazione culturale con il concrete cammino della realta civile, ma si giungerebbe anche facilmente a comprendere, io credo, quale sia il passaggio obbligato che occorre valicare per poter risolvere oggi, nella pratica, il problema dei centri storici

Un fatto, intanto, emergerebbe molto chiaramente: il singolare coincidere dell'allargarsi e dell’approfondirsi delta vita democratica italiana nei due decenni aperti dalla vittoria antifascista, con il sempre più accentuate liberarsi della cultura sui centri storici dagli originari moventi “aristocratici”. Si può dire infatti, mi sembra, che nel corso degli ultimi vent'anni gli urbanisti abbiano quasi del tutto superato non solo le concezioni piu arcaiche e ormai divenute reazionarie (quelle, per intenderci, basate sull'esclusiva considerazione del monumento isolate come valore da tutelare, e quindi singolarmente predisposte a divenir l'alibi per la prassi degli “sventramenti”), ma anche quelle stesse posizioni - certo ben più comprensive e mature - nel cui ambito il centre storico, se comincia a esser visto come una realta unitaria che ha valore nel sue insieme e non in questa o in quell'altra delle sue parti, rimane comunque ancora considerato come una realtà esclusivamente composta di forme, che è quindi possibile cristallizzare e imbalsamare come un grande museo.

Non a caso, dunque, ma proprio perche la storia del paese e lo sviluppo dell'elaborazione culturale sono venuti via via a dissolvere le radici aristocratiche della “cultura dei centri storici”, si è oggi indotti ad avere una consapevolezza sempre più precisa dell'”aspetto sociale” della questione dei centri storici, del problema dei “contenuti” di questi ultimi e delta loro “funzione” nell'organismo urbano e nell'intera realta nazionale.

Oggi la cultura urbanistica è giunta a comprendere che ogni centro storico ha una duplice caratteristica, una duplice funzione, e pone quindi una duplice serie d'esigenze, le quali altro non sono che le due facce d'una medesima medaglia. Da un lato, vi è la funzione che deriva al centri antichi dalla lore storicità: dal faito cioè che in essi si è verificata, nel corso dei secoli, una intensa accumulazione di valori, la quale fa oggi dei centri storici un patrimonio di grandissima rilevanza. Dall'altro lato, vi è la funzione che deriva dal fatto che nei centri storici si deve vivere, si deve lavorare, si deve abitare: che percio essi devono essere comunque porzioni vive, attive, dinamiche degli organismi urbani e territoriali di cui sono parte.

I due aspetti, come s'è accennato. sono strettamente intrecciati, e si sostengono anzi l'uno con l'altro. Infatti, mentre è ormai chiaro che i centri storici non trovano la ragione della loro bellezza solo nelle pietre e negli intonaci da cui sono costituiti, ma anche (e in modo essenziale) nella vita che in essi si svolge[1], è chiaro altresi che solo nella misura in cui diverranno un patrimonio effettivamente considerato come tale - e percio attivamente tutelato, valorizzato, concretamente utilizzato dalla collettività nazionale - i centri storici potranno diventare ancora una volta luoghi realmente vitali, sedi di attività non lesive dell'assetto formale che il trascorrer dei secoli e l'accumularsi del lavoro umano ha conferito a essi, ma capaci invece di integrarsi fecondamente con gli antichi valori.

Si apre a questo punto un problema di notevole rilevanza metodologica, al quale mi limiterò ad accennare. Tutelare in rnodo effettivo i centri storici significa, per quel che s'è detto, trovare un rapporto equilibrato e organico tra “strutture vitali” e “strutture formali”; significa in altri termini individuare, tra i “tipi organizzativi”, le attivita, le specifiche forme della vita produttiva presenti nella nostra epoca, quali siano quelli che possono non solo non risultar dannose all'assetto formale dei centri storici, ma anzi costituirne il contenuto organico e omo geneo, e perciò ravvivarlo e conferirgli nuova forza[2]. Il problema cui accennavo e appunto quello di individuare, nel concreto, quali siano i “tipi organizzativi” capaci di tanta impresa.

Su questo tema, comunque, la riflessione teorica e la ricerca scientifica sono (per quanto mi risulti) appena agli inizi. Non è tuttavia necessario, per intervenire nella tutela attiiva dei centri storici, attendere che la cultura urbanistica abbia proseguito i'iter della propria elaborazione; l'attesa, anzi, sarebbe estremamente dannosa, sia per il destino dei nostri centri storici (nei quali è in atto un gravissimo processo di disgregazione che deve a ogni costo essere arrestato), sia per la stessa cultura urbanistica, la quale ha oggi palesemente bisogno di verificare nelle con crete operazioni d'intervento le proprie acquisizioni.

Occorre domandarsi allora, a questo punto, quali siano le condizioni che devono realizzarsi se si vuole effettivamente consentire un positivo interi onto urbanistico nei centri storici. A me sembra che tali condizioni siano essenzialmente d'ordine politico.

E in effetti è chiaro, in primo luogo, che utilizzare in modo pieno e adeguato il patrimonio storico-artistico e ambientale dei centri antichi, e rendere cosi possibile una loro tutela attiva, vuol dire fare dei centri storici i poli specializzati di una vita culturale intensa. dispiegata, che coinvolga l'intera collettività nazionale: vuol dire percio rovesciare l'indirizzo attuale seguito nel nostro paese dai gestori del sistema capitalistico, e fare della cultura (e in particolare di quella umanistica) non piu la cenerentola, ma la regina nella nostra società. In secondo luogo, poi, è altrettanto evidente che se i centri storici devono essere considerati come parti integranti dellorganismo urbano, è indispensabile che l'insieme dell'assetto urbanistico del nostro territorio sia regolato da una discipiina urbanistica realmente innovatrice: ben diversa, dunque, da quella che l`attuale centro-sinistra ci promette. In terzo luogo, infine, è chiaro altresi che, se per dare un'adeguata sistemazione ai centri 'storici e necessario (come ormai la cultura urbanistica ha acquisito) affrontare con decisione il problema del rapporto tra gli uomini, il loro lavoro e la loro residenza, e perciò altrettanto necessario adottare tutti gli strumenti che possano consentire, attraverso una maggiore articolazione della vita democratica. una partecipazione sempre piu ravvicinata dei cittadini alle scelte in cui sono colnvolti.

Da qualunque punto insomma si affronti l'argomento, ci si rende conto che uno soltanto è il nodo da sciogliere: quello di giungere finalmente a vedere il problemi dei centri storici come un aspetto particolarmente qualificante delle grandi questioni nazionali: di quelle questioni, cioè, alla cui risoluzione tutte le forze positivamente presenti nella società civile sono vitaimente interessate, e su cui esse misurano la propria capacità rinnovatrice.

Se questo vero e proprio passaggio obbligato non venisse valicato, se il problema dei centri storici restasse ancora confinato nei limiti degli interessi particolari di questa o di quella categoria di specialisti, molte suggestive invenzioni la cultura urbanistica potrebbe ancora produrre; ma essa ormai verrebbe sernpre più a rinchiudersi nel ghetto angusto delle esercitazioni accademiche, mentre - quello che conta ancora di più - le nostre antiche città correrebbero. sempre piu velocemente, verso la loro totale disgregazione.

[1] “Nessuno può oggi seriamente ritenere utile la conservazione di pezzi di città come pezzi pregiati privi di sostanza attiva e di un ben definito ruolo nel contesto urbanistico” M. Manieri-Elia, Relazione al I Congresso nazionale dell’associazione “Italia nostra”, Roma novembre 1966.

[2] Cfr. l’intervento di G: C: De Carlo al Convegno nazionale sull’edilizia residenziale, Roma, febraio 1964.

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