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Edoardo Salzano
Intervista sul Piano paesaggistico regionale della Sardegna
13 Febbraio 2012
Articoli e saggi
Intervista di Paolo Falqui al coordinatore del Comitato scientifico del PPR della Sardegna, dal numero mongrafico di Gazzetta Ambiente, anno XVII – n. 6/2011, interamente dedicato a “La pianificazione del paesaggio in Sardegna“ (in calce il sommario)

Quali sono gli aspetti che hanno caratterizzato maggiormente il processo di formazione del Piano Paesaggistico Regionale?

La grande visione che aveva Renato Soru in quegli anni. Questa è la cosa più stupefacente. Aveva una idea chiara, lungimirante, assolutamente corretta di cosa significa lo sviluppo reale di un territorio, di una regione, di una società.

Mi colpì enormemente il discorso che fece per l’investitura del comitato scientifico, discorso che ho quasi stenografato e poi ho trascritto. In quel discorso c’erano tutte le idee di fondo che se si fossero seguite, non solo in Sardegna ma anche nel resto del mondo, oggi non ci troveremmo nella situazione in cui ci troviamo.

Una idea del territorio, dell’ambiente, del paesaggio, della cultura, della natura e della storia, l’unica idea capace di dare spazio al futuro; quella è la cosa che mi ha colpito di più.

Mi ha colpito molto l’intelligenza e l’impegno di Renato Soru nella vicenda del Piano Paesaggistico Regionale, il fatto che abbia costituito come prima cosa un Ufficio del piano dentro l’amministrazione regionale, capace di sviluppare un enorme lavoro; che come seconda cosa abbia costruito un pool di esperti che potessero consigliarlo, dargli una mano, dare dei suggerimenti, con una forte attenzione alle diverse competenze specifiche disciplinari, senza fare attenzione a bandiere, agli schieramenti, ai distintivi.

Il lavoro è stato molto faticoso, i punti di vista erano diversi all’interno della Commissione, ma questo è stato molto utile. Un miracolo, riuscire a chiudere il Piano Paesaggistico nei diciotto mesi previsti dalla Legge; è stato un peccato non riuscire ad approvare il Piano anche per le aree interne, peraltro tecnicamente già predisposto dall’Ufficio del Piano.

L’attenzione agli ambiti costieri era assolutamente inevitabile, partire dal territorio più vulnerabile, la parte più aggredita; era inevitabile che fosse così. I sardi hanno sempre avuto timore della costa, storicamente si sono occupati poco della costa e infatti la costa è stata occupata dai pirati di oggi, dai saccheggiatori di oggi, che sono le multinazionali, le imprese di costruzioni, gli immobiliaristi, i politici di quarta tacca, fino al penultimo Presidente del Consiglio. Questi sono i nuovi pirati, coloro che si sono impadroniti delle coste.

Quindi era inevitabile partire dalle coste. Seguendo un strategia che era assolutamente ragionevole, Renato Soru ha fatto la scelta giusta. Prima una grande sciabolata con la protezione, il vincolo, la moratoria assoluta ma temporanea prevista dalla Legge 8/2004, la Legge salva coste. Quindi diciotto mesi per fare il Piano Paesaggistico; diciotto mesi erano una scommessa difficilissima, ma Soru ha vinto, abbiamo vinto.

Questa, secondo me, è in sintesi la storia e la ragione per cui sono molto felice di aver partecipato a questa esperienza. Nel mio ultimo libro, “Memorie di un urbanista”, le uniche esperienze positive degli ultimi decenni che ho raccontato, sono il Piano Territoriale di Coordinamento della Provincia di Foggia e il Piano Paesaggistico Regionale della Sardegna.

Quali sono gli aspetti positivi e negativi che rileva nel processo di formazione del Piano Paesaggistico Regionale?

A me non ha mai convinto l’art. 15 della Normativa, riguardante la disciplina transitoria del Piano. Soprattutto perché offre un ampio margine alle manipolazioni dei comuni. Sarebbe utile verificare che cosa è successo, verificare se nel 2004, 2006, 2007 le aree delle lottizzazioni fatte salve erano davvero già urbanizzate secondo le convenzioni approvate. Probabilmente ci sono altri aspetti problematici del Piano, smagliature, sbavature, ma credo che siano del tutto marginali, credo che l’impianto generale del piano regga.

Molto faticoso interpretare gli Ambiti, provo a spiegare il perché. Io credo molto nella logica della Legge Galasso e sono rimasto molto legato al ragionamento della Corte Costituzione riguardante i vincoli ricognitivi. Con le due sentenze del 1968 (la n. 55 e n. 56) il costituente dice una cosa per me molto saggia e molto corretta: il legislatore può benissimo definire gli usi e le trasformazioni consentite a tutti i beni che appartengono a una certa categoria di oggetti a “confine certo”, confini logici, dove per confine ovviamente non si intende un perimetro territoriale, ma una categoria concettuale.

L’individuazione cartografica degli oggetti riferiti a quella categoria può avvenire in una secondo momento attraverso un atto amministrativo, ma intanto il vincolo c’è, ed è insito all’appartenenza di quell’oggetto a quella particolare categoria di beni. Naturalmente per far si che la legge avesse una efficacia immediata, [la legge Galasso] li ha definiti in termini geometrici (fascia costiera dei 300 metri, fasce fluviali, quote altimetriche,...), per poi procedere con la pianificazione e l’identificazione puntuale dei singoli beni.

Il Piano Paesaggistico organizza la disciplina su due distinti livelli: gli Assetti con le diverse categorie di beni e componenti, contenente le prescrizioni, le direttive, gli indirizzi, ecc., e gli Ambiti di paesaggio che rinviano ad una pianificazione successiva, che tenga conto in modo migliore delle interrelazioni fra le diverse categorie di beni, ambientali, storico culturali, insediativi, che costituisce l’anello di congiunzione con le trasformazioni di tipo urbanistico, con l’uso del territorio, con le esigenze di organizzazione dell’habitat dell’uomo.

Questa è la parte più nuova del Piano, ma anche giuridicamente più debole; il PPR tiene aperta questa parte del Piano più sperimentale e rinvia ad una fase successiva la sua pianificazione a livello di Ambito, ma ad una condizione: che la pianificazione al livello di ambito non contraddica le norme relative alle diverse categorie di beni.

Un motivo di rischio esiste non tanto nel Piano quanto nell’indebolimento dell’impianto della copianificazione; io sono fermamente convinto che la collaborazione tra Enti, tra istituzioni dei diversi livelli sia indispensabile e in particolare l’interesse, la competenza e la responsabilità del paesaggio, in questo sono perfettamente d’accordo con Emilio Lussu , sia assolutamente compito di tutte le istituzioni della Repubblica; solidalmente però, nel senso di avere la consapevolezza che ciascuna è più permeabile a interessi diversi. Il comune è una cellula fondamentale della tutela del paesaggio, ma risponde direttamente a interessi locali, che non è detto siano i più lungimiranti; non è detto che quelli dello Stato siano più lungimiranti, ma è proprio l’equilibrio fra i diversi livelli di competenza che può rappresentare la garanzia dell’interesse collettivo.

Da questo punto di vista il fatto che si sia indebolito il peso dello Stato nella co-pianificazione, sostanzialmente limitato dal Codice ai soli beni paesaggistici, secondo me è un fatto molto grave e pericoloso; questo può avere riflessi nella pianificazione degli Ambiti.

Considera adeguate le forme di comunicazione e condivisione in merito a principi e strategie di tutela e salvaguardia paesaggistica, attivate nel corso del processo di formazione del PPR? Quali sono a suo parere gli aspetti del PPR maggiormente condivisi da parte della società locale o oggetto di maggiore conflittualità?

Non ho una conoscenza diretta approfondita; ho partecipato ad alcune assemblee in quattro province diverse, in cui ho illustrato il Piano, ma so che ci sono state moltissime altre occasione di incontro.

Io credo che la partecipazione sia un processo di maturazione molto lento e molto lungo; credo inoltre che la definizione della Convenzione del paesaggio, “il paesaggio è una determinata parte del territorio, così com’è percepita dalle popolazioni”, sia un processo non un dato raggiunto, in questo sono perfettamente d’accordo con Alberto Magnaghi: “non si dà nei territori locali una identificazione stretta fra popolazioni e luoghi: […] ‘abitanti’ significa abitanti ‘locali’ ma anche nuovi, residenti stabili, ma anche temporanei, ospiti, city users, presenze multietniche, giovani, anziani, ecc.”.

La pianificazione non può quindi ridursi alla “semplice registrazione di una percezione data, ma un processo euristico di decodificazione e ricostruzione di significati, attraverso l’apprendimento collettivo del paesaggio come bene comune”; quindi guai se la pianificazione si basa oggi sul paesaggio così come è percepito dalla popolazione, in quanto la popolazione oggi è viziata dal fatto dell’immediatezza dell’interesse.

Da pochi anni sono nati questi movimenti per la difesa del territorio, stanno crescendo, si stanno sviluppando, ma non interessano ancora l’intera popolazione; non ho più la speranza nei partiti, nelle università, ho la speranza in questi movimenti, ma è un processo lungo e faticoso e non possiamo correre il rischio che i beni del territorio vengano degradati o dilapidati.

La forza di convinzione dei Berlusconi, dei Barrack, è fortissima; hanno lavorato per far diventare egemonica una particolare ideologia per la quale lo sviluppo non è solo costruire di più, ma avere una disponibilità edificatoria più diffusa. Questo si incontra con un aspetto dell’animo sardo; la mia impressione è che in Sardegna la popolazione, in particolare nelle aree interne, non abbia nessuna intenzione di costruire nel proprio territorio, ma guai se qualcuno gli dice tu non puoi costruire.

Quale relazione pensa che ci sia fra tutela e salvaguardia del paesaggio e sviluppo socio-economico?

Dipende da cosa intendiamo per sviluppo. Sviluppo è un termine terribilmente ambiguo. Per meglio dire, è adoperato in modi diversi, e assume diversi significati. È un termine relativo, che acquista un significato positivo o negativo a seconda del fenomeno cui si riferisce. È indubbiamente positivo lo sviluppo intellettuale di una persona, lo sviluppo di una amicizia, lo sviluppo del benessere; è indubbiamente negativo lo sviluppo di una malattia, lo sviluppo di una inimicizia, lo sviluppo di un conflitto.

Nel linguaggio comune sviluppo ha perso il connotato di termine generale per indicare il miglioramento o il peggioramento di una condizione; sviluppo oggi significa quasi esclusivamente sviluppo economico, ogni altra connotazione è scomparsa. Ma quando parliamo di sviluppo economico purtroppo siamo costretti a parlare dell’economia data, dell’economia che ha come unico scopo la produzione indefinita di merci, il massimo guadagno di chi investe.

L’economia è una cosa completamente diversa; l’economia è un efficiente rapporto tra i fini e i mezzi; i fini sono alternativi, i mezzi sono limitati. Coordinare le risorse utilizzabili con i fini che ti proponi sono economia, la concezione generale dell’economia. L’equità o iniquità di una economia si valuta dai fini ai quali l’operazione economica è volta. Se i fini sono il raggiungimento del massimo guadagno di chi ha i mezzi per intervenire, allora questa è una economia iniqua. E noi purtroppo viviamo in una economia iniqua.

Uno sviluppo economico in questo contesto non può che essere uno sviluppo sbagliato e iniquo.

Quali prospettive e scenari futuri prefigura anche alla luce del dibattito attuale e dei recenti provvedimenti regionali? Cosa pensa che sia opportuno fare nell’immediato o nel prossimo futuro?

Io credo che oggi noi abbiamo due sole grandi risorse su cui poter sperare. Un accresciuto consenso sulla necessità di passare di nuovo dall’io al noi, che è espressione di questi movimenti; questo è un elemento decisivo, dopo la ventata neo liberista in cui tutto era ripiegato nell’individuo. Oggi, secondo me, la cosa più importante che questi movimenti esprimono, è la voglia di ricominciare a fare politica, lavorando insieme con la consapevolezza che gli interessi sono comuni e che quindi bisogna battersi insieme affinché siano soddisfatti.

La seconda cosa positiva che vedo è la rigidità di un buon assetto legislativo, di un buon ordinamento giuridico di fondo, espresso e rappresentato, tenendo conto delle componenti sociali in campo, dalla magistratura.

Io vedo nel popolo e nella magistratura le due forze che possono riprendere il cammino dal fondo del degrado nel quale il neo liberismo straccione all’italiana ci ha portato. Questa è l’unica speranza che vedo.

GAZZETTA AMBIENTE

Rivista sull’ambiente e il territorio anno XVII – n. 6/2011

La pianificazione del paesaggio in Sardegna

SOMMARIO

1. Introduzione, di Antonia Pasqua Recchia

2. La vicenda paesistica in Sardegna: dalla Legge Galasso all’annullamento dei PTP (1985-2003) , di Paolo Falqui

2.a. I Piani territoriali paesistici della Sardegna

2.b. L’adeguamento della pianificazione urbanistica comunale ai PTP

2.c. L’annullamento dei Piani territoriali paesistici

2.d. I prodromi della tutela paesistica: il Piano territoriale paesistico di Molentargius e Monte Urpinu

2.e. Fernando Clemente: il progetto ambientale e la pianificazione del paesaggio (di Margherita Monni)

Interviste a: Sebastiano Bitti, Stefano Deliperi

3. La formazione del Piano paesaggistico regionale: dal Decreto Soru all’approvazione del Piano (2004-2006), di Paolo Bagliani, Paolo Falqui

3.a. I riferimenti culturali e normativi del Piano paesaggistico regionale

3.b. Evoluzione del concetto di paesaggio (di Margherita Monni)

3.c. Il processo di formazione del Piano paesaggistico regionale

3.d. Principi, opzioni strategiche e struttura del Piano paesaggistico regionale

3.e. Beni e componenti di paesaggio

3.f. Gli Ambiti di paesaggio

Interviste a: Renato Soru, Gian Valerio Sanna, Edoardo Salzano, Giovanni Maciocco, Antonello Sanna, Paola Cannas, Paolo Scarpellini, Giovanni Maria Campus, Alessio Satta

4. L’attuazione del Piano paesaggistico regionale (2006-2011), di Paolo Bagliani, Paolo Falqui

4.a. Strategie e strumenti di attuazione del Piano paesaggistico regionale

4.b. L’adeguamento della pianificazione urbanistica comunale e provinciale al PPR

4.c. L’adeguamento della pianificazione e la Valutazione ambientale strategica(co-autrice Patrizia Sechi)

4.d. Paesaggio storico e identitario (di Laura Zanini)

4.e. Tutela paesaggistica e difesa del suolo (di Maurizio Costa)

4.f. Pianificazione Natura 2000 e Piano paesaggistico Regionale (di Andrea Soriga)

4.g. I Sistemi informativi territoriali e gli strumenti innovativi di supporto al governo del territorio (di Roberto Ledda)

4.h. Politiche regionali per il paesaggio

4.i. La promozione del Piano: il Progetto Itaca

4.l. Premio del paesaggio del Consiglio d’Europa

Interviste a Gabriele Asunis, Arnaldo “Bibo” Cecchini, Maria Assunta Lorrai, Enrico Corti, Franco Cuccureddu, Roberto Tola, Gianni Mura, Sandro Roggio, Corrado Zoppi

5. La revisione del Piano paesaggistico regionale (2008-2011), di Elisa Mura, Clara Pusceddu

5.a. Primo percorso partecipativo per la revisione del Piano1

5.b. Sardegna nuove idee

5.c. La Valutazione ambientale strategica del Piano paesaggistico regionale

5.d. Dal Piano casa alla legge di incentivazione del golf

5.e. Domande e risposte: la comunicazione regionale sulla revisione del PPR

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