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Innanzitutto è necessario fare ricorso alla pianificazione territoriale e urbanistica: ha perso credibilità in Italia, dove è stata sommersa dalla de-regolazione e dalla sollecitazione all’edificazione selvaggia. In Europa stati, regioni e comuni adottano la pianificazione come strumento ordinario di governo del territorio, e le regole definite dai piani sono rispettate da tutti.

La pianificazione territoriale (regionale o provinciale) deve stabilire le quantità di ulteriore edificazione ammissibile in relazione a chiari parametri di necessità sociale, e limiti invalicabili all’espansione delle città. Di queste si deve promuovere la compattezza, ponendo limiti alla densità: densità troppo basse sono perniciose perché aumentano i costi, favoriscono la disgregazione sociale, aumentano lo spreco di energia e l’inquinamento, distruggono inutilmente la natura. Occorre favorire città compatte, dai margini definiti, servite e connesse tra loro da efficienti sistemi di trasporto collettivo. Occorre coordinare le previsioni delle diverse città in relazione alle attività produttive e commerciali e alle attrezzature comuni ad ampio bacino d’utenza(dall’istruzione superiore alla sanità, dalla gestione dei rifiuti all’approvvigionamento idrico, ecc.), che non possono essere disseminate nella logica di “uno per ogni comune”.

La pianificazione urbanistica a livello locale deve a sua volta, rispettando i limiti posti dalla pianificazione d’area vasta, tracciare sul territorio il limite che separa la città dalla campagna, l’urbano dal non urbano né urbanizzabile: un limite invalicabile, rigorosamente vigilato. Città compatta non significa città fatta solo di case e strade. Una densità ragionevole si può raggiungere senza la necessità di costruire grattacieli e riservando metà dell’area a verde e spazi aperti non asfaltati. Tra le ragioni che spingono i cittadini a cercare una sistemazione nella “villettopoli” c’è anche quella di avere un migliore rapporto con la natura. Riportare la natura in città non è quindi solo una misura essenziale per il benessere dei cittadini, è anche un modo concreto di lottare contro lo sprawl.

Ma i progetti e le regole della pianificazione non bastano ad affrontare il problema. Occorrono provvedimenti statali e regionali che, sulla base di chiari indirizzi politici volti a contrastare gli sprechi, finanzino i comuni virtuosi e disincentivino quelli che non accettino di contenere l’espansione edilizia e non riducono gli sprechi. Provvedimenti che, al tempo stesso, sostengano la riqualificazione della città esistente (dai centri storici alle periferire, dalle aree dismesse ai pubblici), aiutino i comuni a dotarsi delle risorse tecniche necessarie (personale, attrezzature, informazioni) e incentivino il coordinamento intercomunale, invece di stimolarne la competizione.

Lo slogan “no al consumo di suolo”, che costituisce il vessillo di un arco sempre più vasto di associazioni, comitati, gruppi di cittadinanza attiva, sindacati presenti in moltissime aree della Penisola, non deve rimanere isolato. Deve essere accompagnato da un altro: “riqualificare le nostre città per tutti i loro abitanti”.

Non è vero che non ci siano esigenze di nuovi interventi di trasformazione delle città e dei territori. Insieme a un serio programma di difesa del suolo e di ricostruzione di ambienti compromessi bisogna dedicare attenzione e risorse alle esigenze che richiedono trasformazioni di tipo urbano (soprattutto alloggi a condizioni accessibili alle fasce meno dotate della popolazione le attrezzature collettive necessarie e, dove serve, spazi per le nuove attività produttive).

Per queste esigenze esistono in ogni comune e in ogni territorio vaste aree urbanizzate e non utilizzate: dalle caserme alle zone industriali semivuote, alle fabbriche obsolete ai servizi trasferiti altrove, dalle zone urbane degradate o compromesse dall’abusivismo. Tutte possibilità di trasformazione e ri-utilizzazione su cui è possibile impegnare le intelligenze e le capacità professionali dei tecnici, e le risorse follemente impiegate nelle devastanti Grandi opere, inutili a tutti fuorché alla crescita dell’Ego dei promotori (primi ministri o sindaci che siano) e a quella del conto in banca di quanti approfittano del banchetto.

Questo articolo è stato postato su Tiscali il 14 dicembre 2009, e lì riceve numerosi commenti.

La superficie del pianeta Terra, luogo dove vive la specie umana, è suscettibile di molte utilizzazioni. Serve per l’alimentazione degli uomini e degli animali che vi abitano; per assicurare, tramite la vegetazione, un’aria salubre che gli abitanti della terra possano respirare; per raccogliere e filtrare l’acqua piovana e ricostituire le riserve di un liquido decisivo anch’esso per la vita dell’uomo; per consentire la biodiversità delle specie e la rigenerazione dello spirito dell’uomo. E serve infine per ospitare quei manufatti che servono all’uomo per abitare, produrre, conservare i prodotti del suo lavoro, usufruire di tutti i servizi necessari per la vita individuale e sociale, per muoversi e per spostare i beni che gli servono. Dove il suolo ha quest’ultima utilizzazione esso viene sottratto alle altre possibilità: è reso sterile. Le funzioni e utilizzazioni legate alla naturalità vengono impedite: si manifesta un potenziale conflitto.

Per millenni questo conflitto non è emerso: il territorio reso artificiale (una crosta di cemento e asfalto) era una porzione molto ridotta del totale. Improvvisamente, il consumo di suolo per usi urbani è cresciuto a dismisura. Il confronto tra le carte tecniche negli ultimi sessant’anni ci dice che, grosso modo, in Italia quella crosta è aumentata da uno a dieci.

É un fenomeno che si è manifestato in molti paesi europei, con dimensioni a volte paragonabili a quelle italiane. La differenza tra l’Italia è gli altri stati è che da noi il fenomeno è più grave per la scarsità delle aree di pianura (dove si il consumo di suolo si concentra), che sono un quarto del totale, per la densità di testimonianze della storia e dell’arte, e per l’assoluta mancanza di iniziative: mancano perfino dati attendibili sulle dimensioni del consumo di suolo, se non per limitate parti del territorio. Mentre in Francia, Germania, Paesi Bassi, Gran Bretagna i governanti da anni hanno attivato politiche capaci di ridurre il fenomeno, in Italia non si fa nulla. Anzi, costruire nuove strade, nuove case, nuovi quartieri, incoraggiare la disseminazione di case e capannoni sul territorio è considerato un incentivo allo sviluppo: un fatto che si ritiene comunque positivo, indipendentemente dalla effettiva utilità di ciò che si costruisce.

Perciò cresce in Italia un vasto movimento che vuole spingere i governanti a lavorare per ridurre il consumo di suolo a ciò che è strettamente necessario. Il movimento è nato quando dal sito eddyburg.it è emersa una denuncia del fenomeno, un’analisi delle iniziative promosse da altri stati e una proposta legislativa. Un piccolo comune della periferia milanese, Cassinetta di Lugagnano, ha approvato negli stessi anni un piano regolatore “a consumo di suolo zero”, che è diventato un esempio significativo di ciò che si può fare. Su queste basi si è sviluppato un movimento popolare “Stop al consumo di territorio”, che ha già raccolto le adesioni di centinaia di comitati e gruppi di cittadini.

Combattere il consumo di suolo significa forse ridurre l’attività delle costruzioni? Tutt’altro. Esistono in tutte le città d’Italia grandi spazi vuoti, già urbanizzati, occupati da attività dismesse (come i grandi complessi militari e molte installazioni industriali obsolete), oppure da edilizia degradata spesso abusiva, che meritano di essere profondamente ristrutturate e rese più vivibili, oppure “aree di sviluppo industriale” asfaltate e inutilizzate. Sono aree “in attesa di speculazione”: potrebbero essere utilizzate invece per l’edilizia a basso costo, per i servizi e il verde essenziali per rendere le città migliori e più facile la vita, per ospitare le nuove attività economiche necessarie. Basterebbe quella determinata volontà politica che in altri paesi si è manifestata, e le leggi necessarie per privilegiare, nella gestione delle città, l’interesse della maggioranza dei cittadini su quello di chi vuole arricchirsi a spese della collettività.

Il consumo di suolo non preoccupa solo ambientalisti coerenti e urbanisti militanti, né solo chi vuole restituire salute e bellezza al territorio e ai suoi abitanti. Anche gli operatori più legati al territorio e alle sue qualità (naturali, paesaggistiche, storiche, artistiche) cominciano ad avvertire la gravità del trend sguaiatamente edificatorio che minaccia quelle qualità. É il caso recente dell’Agriturist, l’associazione degli operatori dell’agriturismo aderente alla Confagricoltura, il sindacato padronale degli agricoltori. Il convegno organizzato quest’anno nell’ambito del suo 7° Forum è stato dedicato all’argomento, e due delle relazioni si sono interrogate suelle conseguenze e le ragioni della morte del paesaggio italiano e su ciò che si può fare per evitare che la città cancelli la campagna. Il rischio è grande. Il geografo Massimo Quaini, che ha sviluppato il primo dei due temi suddetti, ha rilevato come gli effetti della globalizzazione capitalistica, aumentando a dismisura gli effetti della fase industrialista, stia cancellando i tratti del paesaggio costruito dall’applicazione saggia del lavoro dell’uomo alla natura, senza sostituire – come era successo nelle precedenti epoche – qualità comparabili a quelle distrutte. Il sottoscritto, invitato in quanto urbanista, ha affrontato il problema dal punto di vista della città e dei suoi abitanti, i quali sono anch’essi penalizzati dalla trasformazione dei paesaggi rurali nella “repellente crosta di cemento e asfalto” (per adoperare l’efficace espressione di Antonio Cederna) che sta seppellendo la campagna e il patrimonio naturale e storico che essa costituisce.

L’edificazione diffusa sul territorio - lo sprawl – che è l’aspetto principale del consumo di suolo, causa a sua volta (come l’Unione europea non si stanca di denunciare) gravissimi sprechi. Essa infatti rende obbligatorio l’impiego quotidiano dell’automobile, provoca un aumento parossistico del traffico, dei consumi energetici, della proliferazione di strade che a loro volta aumentano il consumo di suolo, aggrava l’inquinamento dell’aria e dell’acqua, incide negativamente sui redditi e sull’impiego del tempo delle persone, riduce la coesione sociale, sopprime le produzioni agricole nelle aree più fertili, cancella la bellezza e la salubrità delle campagne. (Si vedano in proposito i rapporti 4/2006, 6/2006 e 10/2006 dell’ European Environment Agency, organo specializzato dell’Unione europea).

Non occorre soltanto difendere la campagna da un’espansione urbana irragionevole, priva di motivazioni socialmente rilevanti, dovuta solo alla confluenza della miopia dei pubblici amministratori e alla pressione degli interessi privati. La gigantesca espansione delle nostre città avvenuta nell’ultimo mezzo secolo (si calcola che in Italia il 90% delle aree attualmente urbanizzate sia stato realizzato dopo la fine della guerra) è stata guidata più dalla speculazione che da una corretta pianificazione urbanistica. Dalle vastissime periferie della maggior parte delle nostre città il verde è stato cancellato; adesso il processo prosegue cacciando l’agricoltura e degradando i poaesaggi anche al di là dei confini della città, oggi non più riconoscibili.

L’uomo non può vivere in modo adeguato se si taglia ogni possibilità di rapporti quotidiana con la natura. I grandi parchi urbani che la storia ci ha lasciato, quelli creati delle amministrazioni che hanno pianificato la città in modo ragionevole, i cunei di campagna che piani regolatori intelligenti hanno saputo inserire tra i quartieri urbani, non solo devono essere difesi contro ogni tentativo di cementificazione, ma devono costituire il modello da riprendere e sviluppare oggi. É necessario, ed è possibile. Come? Ne riparleremo.

Il testo riprende due articoli che sono stati messi online sul sito Tiscali il 25 novembre e il 3 dicembre.

Non bastano le Grandi opere avviate senza sapere se raggiungeranno lo sc opo (come il MoSE a Venezia e il Ponte sullo Stretto, dove i treni non passeranno mai), e intanto devastano il territorio e dilapidano le risorse finanziarie del paese (aumentando il debito di chi è appena nato o nascerà nei prossimi anni). Non basta la rinuncia a qualsiasi iniziativa che valga ad arrestare il consumo di suolo, particolarmente grave nel nostro paese grazie alla sua orografia, alla densità di lasciti della storia e al rifiuto dei governi nazionali e regionali di contrastarlo (a differenza di quanto avvieni negli altri paesi europei).

Tutto questo non basta. Ecco che arriva una vergognosa legge bipartisan che, col pretesto di costruire stadi, dà il via alla “più grande speculazione urbanistica nelle città italiane dal Dopoguerra”, come ha scritto Vittorio Cogliati Dezza, presidente nazionale di Legambiente.

In Italia il pensiero prevalente ritiene che la pianificazione delle città e del territorio sia un optional: sembrano non sapere che in tutti i paesi liberali è una prassi, e un sistema di regole, praticate da due secoli, con continuità e serietà, per consentire che l’uomo, sul territorio e nelle città, viva bene, ordinatamente, senza subire il disordine, la congestione del traffico, il disagio urbano, la mancanza di servizi essenziali per la vita sociale e personale, la difficoltà di trovare alloggi a prezzi sopportabili.

In Italia solo in poche stagioni la pianificazione è stata praticata. Il suolo, la madre Terra, non è stato considerato dai più (e dai più potenti) come una risorsa scarsa da utilizzare con parsimonia, ma come una macchina per fare soldi trasformandola in terreno edificabile. Negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, fino a metà degli anni Ottanta, si è tentato di pianificare. I risultati devastanti del boom edilizio dei primi decenni del dopoguerra aveva fatto comprendere che bisognava cambiare strata, che il territorio va aministrato con saggezza: con la pianificazione. Negli ultimi vent’anni si è tornati al passato: via la pianificazione, ciascuno faccia del territorio ciò che vuole. Ed ecco le deroghe alla pianificazione, il condono dell’abusivismo, l’incoraggiamento al consumo di territorio, il via libera alle iniziative immobiliari.

L’ultimo colpo, l’orrenda legge, già approvata dalla commissione del Senato in sede deliberante, che sta passando adesso l’esame dell’altro ramo del Parlamento. Il titolo ipocrita è “disposizioni per favorire la costruzione e la ristrutturazione di impianti sportivi e stadi anche a sostegno della candidatura dell’Italia a manifestazioni sportive di rilievo europeo o internazionale”. Sembra una legge per favorire lo spettacolo sportivo, per ristrutturare e realizzare nuovi stadi. No. L’obiettivo della legge è consentire la realizzazione di “complessi multifunzionali”: insieme allo stadio si può costruire un nuovo quartiere, con centri commerciali, alberghi, attrezzature di svago, culturali e di servizio, insediamenti residenziali e direzionali, da realizzarsi attorno allo stadio o addirittura in aree ad esso non contigue.

Prima pesante infrazione alla legalità urbanistica e al buonsenso: si costruiscono nuove città e si cementificano centinaia di ettari al di fuori di ogni pianificazione del territorio, dell’ambiente, del paesaggio. Seconda infrazione: il potere di trasformare radicalmente l’assetto del territorio è sottratto alla pubblica amministrazione ed è attribuito a chi ha i soldi, puliti o sporchi che siano, al di fuori da qualunque interesse pubblico.

La cosa più allarmante è la scarsissima eco che questa folle iniziativa ha avuto. La proposta di legge è stata approvata all’unanimità nella commissione senatoriale. L’hanno criticata solo Legambiente, con un ottimo comunicato stampa che denuncia tutti gli aspetti devastanti del provvedimento, Roberto Musacchio e Mirko Lombardi sul quotidiano L’Altro, Vezio De Lucia su eddyburg.it. Ma i giochi non sono fatti. Non è ancora troppo tardi per bloccarla.

Questo articolo è stato postato su Tiscali l'11 novembre 2009, e lì riceve numerosi commenti. Suggerisco a frequentatori di eddyburg di andare a leggerli, perchè rivelano in modo inquietante come pensano moltissimi italiani.

É il caso, per esempio, del Ponte sullo Stretto di Messina: non solo sorge in una delle aree a più alta sismicità in Italia, ma certamente non è prioritario visto che collega tra loro due zone nelle quali (soprattutto in Sicilia) tutta la infrastrutturazione interna, soprattutto quella ferroviaria, è assolutamente insufficiente rispetto alle esigenze attuali. Si fa riferimento al sistema del project financing (in italiano, finanza di progetto). Ma pochi sanno che i finanziatori privati non si assumono nessun rischio: guadagnano sull’investimento, perché in cambio del prestito lo Stato consente loro di lucrare con la gestione dell’opera (le concessioni autostradali, i servizi ospedalieri etc.) e, se vanno in rosso, lo Stato paga il loro deficit. Insomma, paga sempre Pantalone, cioè il cittadino rispettoso delle leggi che paga le tasse.

Negli ultimi tempi si vedono anche cose peggiori: si spendono soldi (di noi tutti) per cose che con ogni probabilità non si faranno. Tre esempi: ancora il Ponte sullo Stretto, il MoSE nella Laguna di Venezia, e la recente proposta di svolgere nell’area veneziana le Olimpiadi del 2020.

In quanto al Pontone, studi attendibili raccontano che mai una ferrovia potrà passare su un ponte con una campata così lunga. Ma è il collegamento ferroviario la ragione principale per cui è stato proposto, e le Ferrovie dovrebbero finanziarne una parte consistente. Intanto, fiumi di denaro sono stati spesi, e tra poco cominceranno le opere preliminari a terra. Ne hanno scritto recentemente Ivan Cicconi, tra i massimi esperti italiani di appalti e costi delle opere pubbliche, e l’unico che rende pubbliche le sue informazioni, su il manifesto e Mario Tozzi su la Stampa, che anche per questo chiede “una moratoria per il ponte sullo Stretto”.

Secondo caso. Il MoSE è una gigantesca opera, per la quale lo Stato (cioè noi) ha già speso 4,5 miliardi di euro. Un’opera secondo molti inutile e dannosa, certamente di concezione arcaica. Comunque, anche a volerla considerarla utile, essa è tutta basata su una settantina di giganteschi portelloni d’acciaio, incernierati in quattro piattaforme di calcestruzzo poste sott’acqua in corrispondenza dei quattro varchi tra la laguna e il mare. Tutto il sistema si basa sull’efficienza delle cerniere che connettono i portelloni al basamento. Ebbene, queste cerniere ancora non funzionano, tanto che il consorzio d’imprese che ha avuto la concessione dei lavori ha chiesto due anni di proroga. Allo stato degli atti non si sa se una cerniera efficiente sarà ottenuta o no. Comunque i soldi corrono, e le opere che sarebbero necessarie se i portelloni funzionassero intanto si fanno. A spese, come al solito, di Pantalone.

Terzo caso. La proposta di tenere a Venezia le Olimpiadi del 2020, che è stata avanzata dai comuni di Venezia e Treviso, dalla Regione Veneto e dalla Confindustria. Naturalmente i consigli comunali e regionale non sono stati interpellati: hanno deciso tutto i sindaci (uno del PD e uno della Lega) e il “governatore” della Regione (Popolo della libertà). É altamente improbabile che le Olimpiadi si facciano davvero a Venezia. Ma intanto, per ottenere la candidatura si sta spendendo qualche decina di milioni per pagare gli studi professionali che confezionano i costosi dossier richiesti per presentare ufficialmente la candidatura agli organismi internazionali. E intanto la prospettiva (inattendibile) delle Olimpiadi serve a legittimare operazioni di speculazione sulla città che altrimenti stenterebbero a decollare: come un immenso (e inutile) insediamento sul bordo della Laguna. Lo spiega molto bene Paolo Cacciari in un articolo su eddyburg.it. Anche qui, paga Pantalone.

La morale: i grandi affari non si fanno solo con le Grandi opere, risolvendo il concreto problema che sembra la loro missione. Per farli basta semplicemente il loro annuncio, e un po’ di battage pubblicitario.

Questo articolo è stato postato su Tiscali il 29 ottobre, e lì riceve numerosi commenti. Vedi anche in eddyburg.it le cartelle “ SOS - Il Ponte sullo stretto” e “ Venezia e la Laguna – MoSE

Sul piano del metodo. È incredibile che oggi (mentre scrivo è martedì sera) ancora né i consiglieri regionali né la stampa abbiano il testo di una legge che è stata approvata venerdì. Sembra che stiano scrivendo gli emendamenti, che sono stati presentati oralmente, oppure su manoscritti incomprensibili. Sono stato consigliere comunale a Roma e a Venezia, e consigliere regionale nel Veneto, ma non mi è mai capitato qualcosa di simile.

Sul piano del merito. Sembra (oggi posso dire solo “sembra”, dato che non c’è ancora un testo) che sia stato stralciato l’articolo 15 nelle norme del PPR, che rendeva alle sole lottizzazioni approvate dai comuni nelle quali fosse stata stipulata in data certa e anteriore al “decreto salva coste” la convenzione e fossero state legittimamente reralizzate le opere di lottizzazione. Cancellare questo articolo significherebbe autorizzate decine di migliaia di metri cubi nelle zone più belle e delicate della costa sarda.

Ciò che invece è certo è che la discussione in Consiglio si è svolta in gran parte sulla questione se autorizzare o no gli ampliamenti nella fascia di 300 m (trecento metri) dalla costa, dando per scontato che oltre quel limite si può fare qualsiasi ampliamento. Il limite di 300 m è un limite antichissimo: deriva dalla legge Galasso del 1985, ed è stato totalmente superato sia dal decreto di salvaguardia temporanea del novembre 2004, sia dal piano paesaggistico regionale redatto in conformità ai criteri e alle disposizioni del Codice dei beni culturali e del paesaggio, chiamato Codice Urbani dal nome del ministro del governo Berlusconi che lo portò all’approvazione.

La vigente tutela della costa sarda è ben più estesa e articolata del limite geometrico dei 300 m. La aree da tutelare (anche con l'esclusione di nuove cubature e di infrastrutture) non solo è generalmente molto più ampia, (mediamente 2.000 metri, con punte fino agli 8-10mila), ma è accuratamente studiata analizzando le caratteristiche paesaggistiche (visuali, ambientali, ecologiche, funzionali) di tutti gli ambiti costieri. I limiti solo geometrici (quali i 300 m della legge Galasso 431/1985 e della successiva legge regionale 45/1989, e i 2.000 m della legge regionale 8/2004) costituiscono una salvaguardia transitoria assolutamente grossolana ("colpi di sciabola", li definiva il grande amministrativista Alberto Predieri a proposito dei vincoli della Galasso), in attesa delle più accurate determinazioni della pianificazione paesaggistica.

Sono veramente curioso di sapere se i consiglieri regionali hanno tenuto conto queste cose, oppure se hanno disgregato le norme di difesa del paesaggio costiero con una vero colpo di mano: quale quello che si perpetrerebbe se col "piano-casa" se si volesse rispettare solo il miserevole limite dei 300 metri, e per di più autorizzare le decine di milioni di metricubi di lottizzazioni costiere che nel 2004 si sono fortunatamente bloccate, salvando paesaggi che non meritano la distruzione.

Questo articolo è stato postato su Tiscali il 21 ottobre, e lì riceve numerosi commenti. Domani 23 sembra che la legge sarà pubblicata. Anche su eddyburg.

Non a caso Carlo Cattaneo definiva “non città”, ma “pompose Babilonie” gli insediamenti delle tirannidi asiatiche. Non a caso il grande risveglio che ha ingioiellato di città storiche tutte le nostre regioni è associato alla lotta per l’autonomia dei “borghi” dai domini dei Signori. E non a caso la responsabilità della pianificazione urbanistica è nelle mani delle istituzioni della Repubblica.

Sia l’una che l’altra, città e democrazia, mutano nel tempo. Dalla democrazia oligarchica, la democrazia dei pochi, siamo giunti, attraverso un percorso faticoso e ancora incompiuto alla democrazia di tutti. Oggi tutti i cittadini hanno diritto a eleggere i propri rappresentanti nei luoghi ove si decide.

Nella nostra democrazia le decisioni le prende chi rappresenta la maggioranza. Una maggioranza che può avere varie ampiezze: può essere unanime, assoluta, relativa. In quest’ultimo caso essa è costituita dalla porzione dei cittadini più ampia tra quelle nelle quali si è suddiviso il corpo elettorale. É il caso della maggioranza di oggi: il raggruppamento che fa capo all’attuale premier rappresenta il 47 % dei voti validi e il 34 % degli elettori: meno della metà dei primi, un terzo del “popolo”.

Il maggiore contributo alla democrazia dei nostri tempi lo ha dato il pensiero liberale, un paio di secoli fa. I pensatori che hanno costruito le basi e i principi della democrazia hanno compreso subito che in essa il principio della maggioranza poteva condurre a effetti letali. L’influenza di un eletto o i suoi poteri occulti potevano trasformarlo in demagogo, capace di conquistare i cittadini sulla base non della ragione ma dell’emozione, magari sollecitata dall’istigazione ai sentimenti più bassi. Dalla democrazia alla tirannide il passo non è lungo: “La democrazia finisce subito se cade sotto la tirannia della maggioranza” ha scritto Alexander Hamilton, un politico ed economista statunitense vissuto alla fine del XVIII secolo. E della democrazia fa parte integrante il principio della possibilità di ricambio dei gruppi dirigenti: questo è impedito se la maggioranza spegne le voci alternative o impedisce loro di raggiungere le orecchie di tutti.

Proprio per queste ragioni la nostra democrazia (nella quale da noi si ha tanta fiducia da pensare di esportarla con le armi) è stata costruita con un attento sistema di contrappesi, che bilanciano quello della maggioranza con altri principi. Frenano la tendenza alla “tirannia della maggioranza” due principi: il diritto delle minoranze e la separazione dei poteri. Il primo comporta la garanzia che ogni gruppo d’interesse (sociale, economico, culturale) abbia la possibilità di essere rappresentato là dove si conosce e si dibatte per decidere, potendosi esprimere con la stessa libertà consentita alla maggioranza. Il secondo principio consiste nella rigorosa autonomia di ciascuno dei tre poteri fondamentali: legiferare(parlamento), applicare le leggi (governo), giudicare (magistratura).

Ciascuna di queste tre istanze ha eguale autorità rispetto alle altre. Sostenere che una di esse primeggia significa proporre una tesi eversiva della democrazia. Eppure, è quello che è avvenuto negli ultimi giorni, quando gran parte dei politici, e degli stessi giornalisti, che hanno scritto o parlato sul “conflitto” tra capo del governo e massima istanza della magistratura, hanno accreditato la tesi che solo chi è direttamente eletto dal popolo ha il potere di decidere, e se gli altri ostacolano la sua decisione sono rei di tradimento e vanno ricondotti all’ordine.

Un urbanista non avrebbe il compito di richiamare questi concetti, ad altri spetterebbe di farlo. Ma un urbanista – come ogni cittadino consapevole – sa che se essi vengono travisati, e i principi che li esprimono violati, per la città, luogo della società, non c’è speranza.

Questo articolo è stato postato su Tiscali il 14 ottobre, e lì ricevve numerosi commenti. Era stato scritto il 10 ottobre, all'indomani delle dichiarazioni del premier e dei commenti sulla stampa.

Nei giorni successivi il tema è stato sviluppato in articoli sulla stampa, eddyburg ha ripreso quelli di Ilvo Diamanti e di Renato Mannheimer, su la Repubblica e Corriere della sera del 12 ottobre, e di Adriano Prosperi, su la Repubblica del 13 ottobre.

Sulla democrazia vedi, su eddyburg ,alcune delle parole raccolte nel Glossario (demagogia, democrazia, egemonia, governance, partecipazione, potere mediatico, tirannia), e gli articoli di Hobsbawm e di Cassano nella cartella Pensieri.

Magari si comprenderà che rinunciare alla pianificazione urbanistica, o derogare ai suoi strumenti, puòcondurre alle stesse conseguenze di un omicidio o di una strage. Messina forse ha insegnato qualcosa.

Quarantatre anni fa successe, proprio in Sicilia, qualcosa di simile, ad Agrigento. Crollò un intero quartiere. Per fortuna l’immane crollo era stato preceduto da sinistri scricchiolii che avevano indotto gli abitanti a fuggire, così non ci furono morti. Allora l’opinione pubblica si scosse, il governo e il Parlamento reagirono. Il ministero del lavori pubblici svolse una rapida e accurata inchiesta, le cui conclusioni erano durissime nei confronti degli amministratori: “Gli uomini, in Agrigento, hanno errato, fortemente e pervicacemente, sotto il profilo della condotta amministrativa e delle prestazioni tecniche, nella veste di responsabili della cosa pubblica e come privati operatori. Il danno di questa condotta, intessuta di colpe coscientemente volute, di atti di prevaricazione compiuti e subiti, di arrogante esercizio del potere discrezionale, di spregio della condotta democratica, è incalcolabile per la città di Agrigento. Enorme nella sua stessa consistenza fisica e ben difficilmente valutabile in termini economici, diventa incommensurabile sotto l’aspetto sociale, civile ed umano”.

A quanti amministratori attuali potrebbero applicarsi quelle parole, se un ministro o un direttore generale volessero assumere lo stesso atteggiamento che allora assunsero il ministro Giacomo Mancini e il direttore generale dell’urbanistica Michele Martuscelli?

Allora il Parlamento corse ai ripari. La frana di allora, come quella di adesso, era stata determinata dall’abbandono della pianificazione urbanistica, dal prevalere degli interessi della speculazione immobiliare su quelli della tutela del territorio, dal primato dell’interesse economico sulla regola nel pubblico interesse. Si tentò di rilanciare la pianificazione urbanistica, rendendola obbligatoria per tutti i comuni. Il succedersi di frane e alluvioni insegnò che il territorio, in ogni parte d’Italia, era stato devastato dal boom edilizio e dalla mancanza di attenzione per la sua fragilità. Si arricchì il quadro legislativo, e la cassetta di attrezzi della pianificazione territoriale, con nuovi strumenti: per la difesa del suolo, per la tutela dell’ambiente e del paesaggio.

Ma i nuovi strumenti, le nuove regole, vennero applicati poco e, spesso, male. Non si è voluto comprendere che le regole per la difesa dell’integrità fisica e dell’identità culturale del territorio devono venire prima della decisioni di trasformarlo e devono prevalere su di esse. Le regole poste dai piani per la tutela devono essere stabilite senza alcun patteggiamento con un presunto “sviluppo” basato sull’urbanizzazione. Esse devono comandare sulla costruzione delle strade e delle ferrovie, delle urbanizzazioni ed edificazioni. E nessun intervento abusivo o illegittimo deve essere consentito o condonato.

Si tratta di una norma dettata dal buonsenso, oltre che dall’esperienza. Dovrebbe provocare in primo luogo l’accantonamento dei “piani casa” derogatori, e il rafforzamento degli strumenti di tutela (e di vincolo: sì, pronunciamola questa parola che a troppi non piace) che difendono il territorio. Sarebbe bello se fosse compresa e applicata da chi ha il potere e il dovere di farlo. Se questo non accadrà, sarà chiaro chi sarà stato responsabile delle sciagure e delle loro vittime, e sarà bene ricordarne i nomi.

Questo articolo è andato in rete su Tiscali il 4 ottobre 2009 con il titolo: "Messina: ora non si parlerà più di condoni", e lì raccoglie numerosi commenti.

In eddyburg anche una cartella sui crolli ad Agrigento, 1966

La tesi che è stata ribadita è sintetizzabile in quattro punti: 1) la proposta di promuovere l’ampliamento delle costruzioni esistenti non ha nulla a che fare con il problema della casa, che esiste ma ha bisogno di provvedimenti di segno radicalmente diverso; 2) quel “piano casa” è un grimaldello per scardinare il sistema di regole sul territorio (la pianificazione urbanistica) il cui fine è dirigere le trasformazioni del territorio verso finalità d’interesse generale, sostituendole con il rafforzamento della speculazione immobiliare; 3) in particolare, l’effetto principale del “piano casa” è proseguire la distruzione del paesaggio italiano e contrastare l’attuazione di quel “codice dei beni culturali e del paesaggio”, che costituisce l’estremo tentativo di tutelare quel bene, d’interesse della Repubblica e perciò tutelato dalla Costituzione, che è il nostro paesaggio; 4) le regioni, e in particolare quelle amministrate dal centro sinistra, hanno avuto il grave torto di avallare la logica di quel “piano casa”, di attuarla prima ancora che il governo trasformasse in norma statale le premesse dell’intesa con le regioni, accentuandone addirittura (come nel caso della Campania) gli elementi negativi, e comunque accettandone la logica perversa.

Il problema della casa esiste. Esso non dipende dal fatto che i volumi edificati siano inferiori al fabbisogno, ma dalla differenza tra il costo della casa e il prezzo che possono pagare quelli che di casa hanno bisogno (i giovani, la maggioranza dei lavoratori dipendenti, gli immigrati, per non parlare di quei “poveri” il cui numero sta aumentando), dal fatto che le case in affitto sono in Italia molto inferiori a quanto sarebbe necessario per garantire una ragionevole mobilità territoriale, che gli alloggi a prezzi accessibili sono spesso distanti dai luoghi di lavoro e obblighino a stressanti trasferimenti da casa a lavoro. Affrontare questo problema non ha nulla a che fare con il promuovere l’aumento di cubatura delle abitazioni esistenti (cioè con l’aumento del patrimonio di chi la casa l’ha già), e meno ancora con l’incremento delle cubature di alberghi o capannoni industriali. Richiederebbe un vasto programma di edilizia pubblica, finanziata dallo stato e realizzata su aree pubbliche, concessa in affitto a chi ha bisogno di abitazione, depurata dall’incidenza dell’incremento della rendita fondiaria. Quel programma che fu concepito e avviato negli anni Settanta e poi smobilitato a partire dagli anni Novanta. Di questo parleremo un’altra volta.

M’interessa invece riferire della recente polemica, nella quale sono stati ripresi temi ampiamente trattati su eddyburg.it. Essa è partita da un articolo di Salvatore Settis, il prestigioso direttore della Scuola normale di Pisa, autorevole presidente del Consiglio superiore dei beni culturali fino alle sue dimissioni pochi mesi fa. Settis ha ricordato che le regioni, a partire da quelle di sinistra, hanno attuato il “piano casa” proposto dal premier prima ancora che esso diventasse legge dello Stato, e che «l’aggiunta di volumetrie vietate fu l’oggetto dei condoni edilizi di Berlusconi deprecati dalla sinistra». Ma rileva che ora «le regioni “di sinistra”, sbandierando la dubbia etica del male minore, difendono il proprio piano-casa con un argomento miserevole: perché esso consente devastazioni minori di quelli delle regioni “di destra”». Ampliando il discorso Settis, che ha seguito con grande attenzione le vicende del Codice del paesaggio, rileva che «la convergenza fra governo e “opposizione” non è un caso, è il cuore del problema». E sebbene la nuova disciplina di tutela del paesaggio sia «in un Codice bipartisan, prodotto da due governi Berlusconi e da un governo Prodi non meno trasversale è stata la decisione di rinviarne tre volte l’entrata in vigore».

A Settis hanno risposto subito due esponenti delle regioni di centrosinistra, Maria Rita Lorenzetti dell’Umbria e Riccardo Conti della Toscana. Essi hanno difeso la loro anticipata attuazione dell’inesistente decreto del governo con due argomenti: Umbria e Toscana si sono sempre comportate bene nella difesa del paesaggio (e questo certamente è vero, ma non si comprende perché ora si debba mutare atteggiamento) e che la sinistra deve porre attenzione agli «edili che perdono il posto di lavoro» e tener conto della congiuintura economica. Che da una crisi come quella attuale si possa uscire ripristinando i meccanismi che l’hanno generata (la “bolla immobiliare” non è estranea allo tsunami che si è sollevato dagli USA) è veramente indice di miopia. Che rilanciare un boom edilizio basato sulla deroga ai piani urbanistici come quello che, nell’immediato dopoguerra e con ben altre motivazioni, devastò gran parte dei paesaggi italiani e rese invivibili le città, sembra davvero lontano da una politica “di sinistra”, come ha osservato qualche giorno fa Sandro Roggio su l’Unità. É perciò credibile il rilievo che ha fatto su eddyburg.it Maria Pia Guermandi, quando ha osservato che la scelta delle regioni che si sono accodate al “piano casa” del premier è una scelta «culturalmente suicida» ed è «economicamente avventurosa, miope e arcaica», ma è probabilmente una scelta che i suoi promotori ritengono «elettoralmente redditizia». Che ci indovinino sembra dubbio; sono convinto che l’elettore che accoglie parole d’ordine e proposte “di destra” riterrà sempre che di esse sarà più efficace interprete un personale politico “di destra”.

Non solo perciò è dannoso per il paese inseguire il governo nella sua politica di rilancio di un’edilizia di mera speculazione, ma non ha neanche senso attardarsi a proporre “piani casa” abborracciati, svincolati da quella visione ampia e programmatica che si affermò negli anni Settanta. Meglio tentar di “depeggiorare” i provvedimenti che le maggioranze di destra e di sinistra stanno promuovendo: come in Campania, dove la giunta Bassolino sta tentando di far passare la peggiore delle leggi finora varate, e come in Sardegna, dove la giunta Cappellacci sembra voler togliere a Bassolino il primato della legge peggiore.

Questo articolo è andato in rete su Tiscali il 28 settembre 2009, e lì raccoglie numerosi commenti.

Tutti gli articoli citati sono disponibili su eddyburg.it, nella cartella Terremoto all'Aquila

Questo il senso di una recente sentenza del Consiglio di Stato a proposito della bocciatura di una lottizzazione a Cala Giunco, sulle coste sarde. Nel nostro Paese, nel Continente e nelle Isole, la Costituzione esiste ancora ed è uguale per tutti. Uguale per tutti è l’articolo 9, che impegna tutti alla tutela del paesaggio come uno dei beni supremi. La legislazione che tutela il paesaggio ha un valore che supera altre regolazioni, compresa quella dei cosiddetti “piani casa” (che con il bisogno di casa non hanno quasi nulla a che fare).

Scrivono i giudici del Consiglio di Stato: «Nella valutazione comparativa di contrapposti interessi, quello generale alla salvaguardia del paesaggio anche a tutela delle generazioni future, e quello individuale e imprenditoriale allo sviluppo degli insediamenti turistici, trova piena legittimità costituzionale la previsione regionale, estesa anche alle lottizzazioni in corso».

Questa sentenza ha due effetti, entrambi importanti: il primo riguarda territorialmente la Sardegna, l’altro l’Italia.

In Sardegna, è ulteriormente ribadito il giudizio positivo che la giustizia amministrativa esprime a favore della pianificazione paesaggistica della giunta Soru. Questa è «di particolare rigore, ma trova piena giustificazione nell’esigenza di salvaguardare un paesaggio di incomparabile bellezza, che ha già subìto attentati a causa della propensione italica ad un’edificazione indiscriminata».

Analoghe sentenze del tribunale amministrativo regionale avevano già proclamato la correttezza tecnica, amministrativa e giuridica del PPR, e dell’intera azione di difesa della costa e dei beni paesaggistici, ben al di là della fascia dei risibili 300 metri delle vecchie norme e degli stessi 3000 metri del primo, e transitorio, provvedimento “salva coste”. Ma l’avallo, ampiamente circostanziato e motivato, del giudice nazionale acquista un valore significativo, anche perché interviene in una fase in cui si tenta di smantellare gli argini eretti per tutelare gli interessi dell’umanità attuale e futura in merito alla bellezza creata dalla natura e dalla storia.

C’è però anche un motivo di rimpianto e un motivo di rimprovero: il rimpianto per la mancata estensione del PPR all’intero territorio della Sardegna; il rimprovero per chi non ha consentito di portare a termine il lavoro, sia con l’estensione del PPR sia con l’attivazione delle politiche previste per la sua implementazione. Ma il futuro è ancora aperto. L’attenzione di chi, in Sardegna, vuole opporsi alla marea montante della cementificazione, privatizzazione, segregazione (come i tentativi di riservare le spiagge ai turisti ricchi), dovrebbe indirizzarsi alla ripresa del cammino iniziato dalla giunta e non alla rincorsa della logica nefasta dei “piani casa”.

Anche al resto dell’Italia la sentenza del Consiglio di Stato dice qualcosa di interessante e utile per resistere. Le ragioni del paesaggio e della sua difesa restano vincenti su tutte quelle che le minacciano, siano esse motivate da interessi di speculazione immobiliare o siano argomentate da preoccupazioni relative allo “sviluppo”. Non è necessario alcun astratto “equilibrio” tra le esigenze della tutela e quelle di uno “sviluppo” basato sul parametro quantitativo del PIL. Le prime prevalgono in ogni caso, e l’unico sviluppo umanamente e socialmente valido è quello basato sulla messa in valore (non sulla “valorizzazione” economica) del patrimonio che i nostri avi ci hanno lasciato, e che dobbiamo conservare per i nostri posteri, accrescendone la consistenza e la qualità.

Questo articolo è andato in rete su Tiscali il 21 settembre 2009, e lì raccoglie numerosi commenti.

Si vedano gli articoli di Mauro Lissia su la Nuova Sardegna e di Paolo Urbani su l'Unità a proposito delle sentenze dei tribunali amministrativi.

Per l'equilibrio tra tutela e sviluppo si vedano l'articolo degli assessori regionali di Toscana ed Umbria e la replica di eddyburg .

Il secondo tassello è stato l’avvio di una operazione di aumento del volume (e del relativo valore commerciale) delle costruzioni esistenti, in deroga ai piani e ai vincoli; la proposta è stata raccolta da tutte le regioni, di destra e sinistra, nel timore di perdere il consenso dei proprietari di case e della imprese edilizie. Il terzo tassello è la proposta di realizzare in Italia un centinaio di “new towns”, da costruire su aree demaniali e su quelle dove sorgono quartieri Iacp. Sulla privatizzazione (poiché di questo si tratta) delle aree demaniali ho già scritto la settimana scorsa denunciando il furto, che in tal modo si compirebbe, di un patrimonio che è di tutti. Ma vorrei fare una riflessione più ampia.

L’insieme delle proposte rivela – nella più ottimistica delle ipotesi – la più profonda ignoranza di come si ponga in Italia il problema della casa. In primo luogo, non è un problema quantitativo. In Italia ci stanno già più abitazioni che famiglie, e gli sportelli dei comuni continuano a sfornare permessi di costruire a più non posso. Le periferie delle città sono piene di case invendute. Il fatto è che in Italia c’è una quantità di abitanti (ivi compresi gli immigrati chiamati in Italia dalle imprese e dalle famiglie indigene) che non trovano alloggio da condurre in affitto, o da comprare, a prezzi compatibili con i loro redditi. Non si tratta solo di forestieri ma anche di coppie giovani e non più giovani che non vogliono più, o non possono, vivere ancora con i loro genitori. Si tratta di persone che lavorano in luoghi diversi da dove abitano, e che vorrebbero lasciare un alloggio che li obbliga a fare ore di viaggio scomodo e costoso. Si tratta di persone che hanno perso il lavoro, o non l’hanno ancora trovato, e che non godono di reti protettive parentali.

Chi pensa a questi abitanti del nostro paese? Certamente non le norme che favoriscono l’aumento di volume delle case esistenti. In misura assolutamente irrisoria quei 350 milioni già stanziati dal governo Prodi. E le cento “nuove città”, che si affiancheranno agli 8mila comuni e alle decine di migliaia di città e paesi che già esistono? Serviranno a chi ha i soldi per contrarre un mutuo per l’acquisto di quelle case. Non se ne potranno certo giovare le 650mila famiglie che, avendone i requisiti, hanno chiesto di accedere all’edilizia popolare, e neppure gli immigrati o i lavoratori precari. Quello che è certo che guadagneranno le imprese cui saranno cedute le aree demaniali e quelle degli Iacp: aree, come ho scritto la settimana scorsa, che sono un bene di tutti, di cui il governo è solo amministratore e non proprietario, perché è patrimonio di tutti noi.

Come urbanista non posso poi non indignarmi quando sento parlare di “new towns”. Si vuole evocare la politica applicata nel dopoguerra in Gran Bretagna, quando si avviò la realizzazione di nuove città dopo un attento studio e una rigorosa pianificazione territoriale e urbanistica, collegata a un vasto programma di sviluppo economico. Leggete il recente articolo di Vittorio Gregotti sul Corriere della sera (4 settembre), ripreso in eddyburg.it, per comprendere tutta la differenza tra le “new towns” e le lottizzazioni tipo Milano Due, che costituiscono il modello di riferimento dell’attuale governo.

Questo articolo è andato in rete su Tiscali l’11 settembre 2009, e lì raccoglie numerosi commenti. L'immahine è la new town (di quelle vere) di Milton Keynes, G.B.

Non so se tutti sanno che cos’è il demanio pubblico. È qualcosa che appartiene a tutti noi cittadini italiani. È stato formato con le tasse che noi, e i nostri padri e nonni, abbiamo pagato allo Stato. Una parte è costituita dagli immobili (terreno ed edifici) che appartenevano alla proprietà feudale degli stati preunitari, e quindi costituisce il patrimonio pubblico di base della nostra nazione. Il resto l’abbiamo proprio pagato noi, direttamente, con le nostre tasse.

Vi sembra giusto che questo patrimonio di tutti sia privatizzato? A me no. Così come non mi sembra giusto che sia venduto a privati il patrimonio degli Istituti delle case popolari, anziché essere dato in affitto alle famiglie più bisognose. La disponibilità di un patrimonio edilizio pubblico è essenziale. Ogni paese civile ne dispone in percentuale molto più elevate che in Italia: 34 % del totale delle abitazioni in Olanda, 20 % in Svezia, 15 % in Francia, meno del 5 % in Italia. Il dato è ancora più preoccupante in quanto in Italia è molto più bassa che negli altri paesi europei la percentuale di alloggi in affitto. Non riescono a trovare un’abitazione in affitto a prezzi decenti non solo quanti sono poveri (e i poveri, si sa, in Italia stanno aumentando), ma anche chi ha un normale reddito di lavoro e deve spostarsi dalla casa dei suoi genitori per trovare un’occupazione.

Ridurre il patrimonio abitativo pubblico, investire risorse per aumentare il peso delle abitazioni in proprietà rispetto a quelle in affitto, è una politica che accresce le diseguaglianze sociali e riduce la libertà di cercare occupazione là dove c’è. Obbliga chi ha un po’ di risparmi a investire nell’acquisto di una casa in proprietà, distraendo così il risparmio dagli impieghi produttivi e dai consumi, quindi indebolisce il sistema economico. È una politica reazionaria nel vero senso del termine: perché porta il nostro paese all’indietro nel tempo.

Del resto, come molti hanno osservato anche il “piano casa” di cui si sta dibattendo è un ritorno al passato. Affidare la ripresa economica allo sviluppo dell’attività edilizia e, per ottenere questo risultato, “liberare” i costruttori e i proprietari immobiliari dalla regole dei piani urbanistici, è proprio la strada che percorsero (ma con ben altre motivazioni e in una realtà radicalmente diversa) i governi italiani degli anni Cinquanta. Il diffondersi della cementificazione . la devastazione del paesaggio e delle nostre città compiuti ignorando la pianificazione urbanistica provocarono allora guasti di cui ci si rese conto, tentando di correre ai ripari. Oggi si è ripresa quella strada.

Curiosamente però, come ha osservato Salvatore Settis su la Repubblica del 1 settembre, il decreto del governo non è mai arrivato, mentre le regioni si sono tutte prodigate per attuarlo. Ciascuna a suo modo, ma tutte, destra o sinistra, nella stessa logica: bisogna privilegiare i proprietari di case rispetto a quelli che una casa non l’hanno, e non possono né comprarla né prenderla in affitto ai prezzi del mercato. I voti dei primi sono di più, e l’obiettivo principale è prendere più voti e consolidare il potere, indipendentemente dal merito dei problemi e delle soluzioni. Questa sembra essere diventata una regola bipartisan: ragione di più per esserne preoccupati.

Questo articolo è andato in rete su Tiscali il 3 settembre 2009, e lì raccoglie numerosi commenti

L’incomparabile paesaggio e il delicato equilibrio territoriale della penisola sorrentino-amalfitana erano difesi da un piano paesaggistico, redatto in conformità alla legge Galasso del 1985. Era stato approvato con una legge delle regione Campania nel 1987. Il piano non consentiva che, in quell’area, si costruisse un simile oggetto. Le norme del piano erano chiarissime, e il TAR aveva infatti bocciato, nel 2000, il piano regolatore del comune di Ravello che prevedeva quell’intervento. Ma qualcuno ebbe un’idea brillante: perché non chiediamo a un famoso architetto, di fama mondiale, di farci un bel disegno di una bella costruzione in quel luogo? Riusciremo a vincere le opposizioni. Così avvenne. Fu interessato l’architetto brasiliano Oscar Niemeyer, il progettista di Brasilia. Nonostante la sua tarda età (è nato nel 1907) il grande architetto progettò l’edificio e consegnò il bozzetto ad Antonio Bassolino, che era volato fin laggiù per vedere Lula e ricevere il dono di Niemeyer. Con il palese proposito di scavalcare l’illegittimità dell’approvazione del progetto regione e comune promossero una procedura eccezionale: un “accordo di programma” che avrebbe scavalcato la legge.

Italia nostra si oppose. Divampò la polemica. I sostenitori del progetto raccolsero 167 firme di famosi intellettuali, giornalisti, scrittori, filosofi, economisti, perfino ambientalisti: da Massimo Cacciari a Renato Brunetta, da Paolo Sylos Labini a Mario Pirani, da Giorgio Ruffolo a Nicola Cacace, da Ermete Realacci a Cesare De Seta e tantissimi altri di ugual peso. Altri si opposero. Le ragioni degli oppositori erano di diverso ordine. In primo luogo, la difesa della legalità: se c’è una legge che vale per tutti, questa legge non può essere scavalcata con un atto d’imperio, solo perché questo atto è sollecitato e costruito dal presidente della Regione. In un paese che rispetta la legalità non si fanno provvedimenti ad personam. Accanto a questo, c’erano ragioni di merito, che poi erano alla base della tutela decretata dal piano paesaggistico. Il paesaggio di quella costa è un paesaggio perfetto, nel corso dei secoli lavoro dell’uomo e natura hanno trovato un equilibrio che tutto il mondo ama, non ha senso aggiungere – alle poche brutture delle recenti costruzioni abusive, che occorre distruggere – ulteriori interventi dissonanti. Esistono meravigliose ville e altre costruzioni antiche, già in parte adoperate per splendide manifestazioni musicali, si utilizzino quelle. Inoltre un auditorium di 400 posti, che eserciterebbe un richiamo di massa su tutta la penisola, richiamerebbe grandi quantità di automobili che peggiorerebbero ancora il traffico sulle tormentate – ma bellissime – strade della costiera.

Gli interventi favorevoli (su eddyburg c’è un’intera cartella, “SOS Ravello”, dedicata all’argomento) puntavano tutti essenzialmente su un argomento: la bellezza incontestabile di un’opera d’arte deve vincere su tutto. Adesso l’opera d’arte c’è, è lì, ha modificato il paesaggio della Costiera amalfitana. Il disegno originario di Niemeyer è un lontano ricordo: il progetto esecutivo è stato fatto dopo, da altri. Comunque, chiunque può giudicare. Qualcuno che lo ha visto dice che meriterebbe d’essere definito un ecomostro. Ma non voglio esprimere il mio parere. Vorrei chiedere, a chi ha l’occasione di passare per la costiera amalfitana con una macchina fotografica, di fotografarlo e di mandare le immagini, in formato .jpg, all’indirizzo eddyburg.it. Formeremo una giuria di fotografi che sceglierà quelle che, a Natale, inseriremo nel sito.

Questo articolo è andato in rete su Tiscali il 27 agosto 2009, e lì raccoglie numerosi commenti

Siamo ormai abituati ai gesti istrionici per esserne troppo stupiti; ma frasi come quelle pecorecce espresse nei confronti della signora sotto la tenda, o l’invito a farsi una vacanza al mare, o la promessa di assegnare agli sfrattati una delle sue numerose case, hanno urtato particolarmente perché pronunciate al cospetto di una tragedia ancora viva, di fronte alle stesse dolenti persone che ancora ne portavano i segni.

Ha colpito ed è stato criticato il divario tra la sicumera delle promesse sui tempi e sull’ampiezza della ricostruzione e i tempi e le deficienze quantitative delle realizzazioni. Hanno preoccupato le voci delle infiltrazioni mafiose negli “affari” della ricostruzione, più facili grazie alla logica discrezionale dell’emergenza straordinaria e del ricorso al commissariamento che è stata adottata (e criticata). Altrettanto giustamente sono state criticate le condizioni di vita nelle improvvisate tendopoli: una vita più simile a quella di un campo di concentramento che al riparo provvisorio d’una comunità di cittadini, cacciati dalle loro case da un disastroso ma prevedibile evento.

Le critiche e preoccupazioni su questi aspetti sono giuste. Ma la vera tragedia del modo berlusconiano di procedere alla ricostruzione risiede in due scelte, tra loro strettamente collegate, che avrebbero meritato un’attenzione più ampia: la scelta dell’affidamento della responsabilità esclusiva al commissario del premier, e la scelta della ricostruzione “altrove” delle case distrutte.

Con la prima scelta si è colpita la democrazia, e quindi la dimensione stessa della politica. I poteri locali sono stati emarginati fin dal primo giorno, e il loro allontanamento dal luogo delle decisioni ha proseguito e si è rafforzato nel tempo. Invece di allargare l’area della partecipazione popolare (una necessità che l’emergenza rendeva particolarmente stringente) la si è annullata mortificando le istituzioni che la rappresentano.

Con la seconda scelta si è colpita direttamente la società. Città e società sono due aspetti d’una medesima realtà: l’una non vive senza l’altra. Una città svuotata della società che l’ha costruita e trasformata nei secoli e negli anni, che l’abita e la vive, non è una città più di quanto lo siano le splendide rovine d’una Leptis Magna disseppellita dalle sabbie o d’una Pompei liberata dai lapilli. E una società i cui membri siano dispersi sul territorio e trasferiti in siti costruiti ex novo (per di più senza la loro partecipazione) privati dei loro luoghi, degli scenari della vita quotidiana e degli eventi comuni, delle loro istituzioni, è ridotta un insieme di individui dispersi.

Questa è la direzione di marcia dell’attuale maggioranza, debolmente e inefficacemente contrastata dall’opposizione. L’impiego del ricorso al commissario per qualsiasi opera o azione che si vuol fare calpestando ogni possibile obiezione o dissenso: l’apoteosi della governabilità del monarca contrapposta alla democrazia di tutti. La costruzione di nuove città invece di recuperare, riusare, riqualificare, rendere vivibili per tutti le città che già esistono, che hanno una storia, che sono abitate da una società viva. Non ha promesso Berlusconi una “new city” per ogni capoluogo di provincia? A me, francamente, che questo modo di governare sia volto all’arricchimento di qualche clan interesse meno del fatto che questo modo uccide la città e la società. Rende vera e attuale nel nostro Abruzzo la frase di Noemi Klein: “le grandi catastrofi sgretolano il tessuto sociale non solo le case”.

Questo articolo è stato pubblicato il 17 agosto 2009 nel giornale online Tiscali Italia, sul quale compaiono anche i numerosi commenti dei lettori, terribilmente istruttivi.

E’ quello che mi succede quando considero l’opinione corrente che si ha in Italia a proposito del territorio.

L’opinione corrente ha raggiunto il suo apice nella concezione del territorio propria del mondo, ideale e materiale, che è splendidamente rappresentato da Berlusconi. Può essere definita sinteticamente nel seguente modo.

Il territorio è qualcosa che esiste per essere trasformata, e le regole che le trasformazioni devono seguire sono quattro: (1) ogni trasformazione, sia la costruzione di una villa o un quartiere, di un ospedale o un’autostrada, deve consentire di guadagnare molto al proprietario o, nel caso di opera pubblica, al concessionario; (2) il guadagno deve manifestarsi nel tempo più breve possibile; (3) le conseguenze negative della trasformazione non devono ricadere sulle spalle del proprietario o concessionario; (4) tutto ciò che minaccia di ostacolare, o limitare, o ritardare il funzionamento di quelle tre regole deve essere contrastato e rimosso.

Vediamo alcuni casi dell’applicazione di questa concezione del territorio.

- La proposta di legge urbanistica dell’on. Lupi, presentata nella XV legislatura e ripresentata nella presente, che vuole sostituire a un sistema di regole dettate dal potere pubblico democratico l’iniziativa della proprietà immobiliare.

- La preferenza per le grandi opere realizzate con il sistema della concessione a imprese, mediante contratti che sottraggono al potere democratico il controllo effettivo del risultato, garantiscono il guadagno al privato e scaricano sul bilancio pubblico le perdite: è il sistema che vediamo applicare per le autostrade e per gli ospedali, per il ponte dello Stretto e per il MoSE della Laguna di Venezia.

- La soluzione del problema della casa affidata all’interesse del singolo proprietario di case o capannoni di aumentarne la cubatura, e quindi il valore venale, senza alcuna considerazione delle conseguenze sulle reti (fognature, acqua, viabilità), sui servizi (scuole, asili, palestre, parchi), sull’estetica e sulla funzionalità urbane.

- La continua spinta alla riduzione delle aree protette per le loro qualità, e perciò tutelate: una spinta aggravata dalla continua proroga della piena entrata in funzione del Codice del paesaggio e testimoniata dei colpi di mano che si stanno facendo per il Piano paesaggistico regionale della Sardegna.

La posizione alternativa, che condivido, è quella che vede il territorio e le sue qualità come un bene che nel suo complesso deve essere governato in nome dell’interesse generale, con una serie di azioni orientate prioritariamente a individuarne e conservarne le qualità (naturali e storiche), a garantirne la fruizione libera e l’accesso a tutti, compatibilmente con le esigenza della tutela. Un bene che può essere trasformato solo per utilizzarlo per esigenze che riguardino la società nel suo complesso, e in modi che ne provochino un miglioramento sul piano della bellezza e del saggio impiego delle risorse che esso fornisce, come su quello del soddisfacimento di fondamentali diritti umani e sociali. Mi riferisco al diritto ad abitare e fruire di spazi comuni dove intrecciare relazioni, aumentare il proprio potenziale di umanità e civiltà, esercitare il diritto della partecipazione al governo e all’espressione del consenso e del dissenso; al diritto a lavorare in condizioni di certezza e di sicurezza; al diritto di muoversi col minimo di ostacoli e di prezzi per le proprie necessità di lavoro, di scambio, di piacere.

Gli spazi naturali risparmiati dall’uomo e quelli trasformati dalle attività agricole rispettose della natura e dei suoi ritmi, le città della storia e quelle saggiamente sviluppate, sono testimonianze vive di trasformazioni orientate in questa direzione: nella direzione del territorio come un patrimonio comune, e non come strumento per l’arricchimento di pochi.

Questo articolo è stato pubblicato il 13 agosto 2009 nel giornale online Tiscali Italia, sul quale compaiono anche i commenti dei lettori

Non hanno forse raggiunto il loro obiettivo quanti si riconoscevano nella legge presentata (e ripresentata) dall’on. Maurizio Lupi? Non sono forse definitivamente sconfitti quanti, anche partendo da posizioni diverse, avevano trovato un punto di convergenza ragionevole nella proposta dell’on. Raffaella Mariani? Si direbbe di si, a guardare ciò che sta accadendo sul territorio. Proviamo a tracciare una panoramica.

Le Grandi opere

Si prosegue indefessamente a tessere sul telaio delle Grandi opere, e a cercar disperatamente quattrini per avviarne o completarne l’attuazione. Non sembra frenare l’impegno la circostanza che (per riferirci solo alle più emblematiche) il Pontone è in uno dei luoghi sismicamente più a rischio della Penisola; neppure quella che del MoSE non è stata ancora affatto dimostrata né verificata la possibilità tecnica di controllare davvero i flussi di marea in ingresso della Laguna. Il fatto è che attorno alle Grandi opere si saldano le due grandi divinità dell’Italia agli albori del Terzo millennio: l’Immagine e gli Affari. A queste due divinità sembra lecito sacrificare buon senso, ragionevolezza, prudenza, cura del bene comune, impiego parsimonioso delle risorse. Tutte virtù divenute ridicole di fronte al dominio di quelle due divinità, alle quali gli italiani sono stati indotti a inchinarsi devotamente. Che l’Immagine sia falsa e gli Affari sporcati dalla criminalità organizzata non conta. Che un volume di lavoro e d’impegno finanziario altrettanto se non più massiccio sarebbe indispensabile per una “manutenzione straordinaria” della penisola (a partire dalla messa in sicurezza di ciò che è a rischio, dalla bonifica di ciò che è avvelenato, dal restauro di ciò che è degradato, dall’adeguamento a livelli di civiltà minima dell’attrezzatura sociale) non sfiora le menti inebetite dalla contemplazione di quelle due divinità.

Le Grandi opere in Italia, secondo quelle menti ubriache, non hanno bisogno di pianificazione. Non hanno bisogno di contraddittorio, di verifiche, di coordinamento con altre esigenze e impieghi del territorio, di ascolto verso il basso. Anzi, temono tutto ciò come una jattura. Il modello di gestione del potere che richiedono è l’impero, non la democrazia. Se la sovranità promana dal popolo, ebbene, allora l’Imperatore è il popolo; le due figure coincidono, e l’Uno non rappresenta, ma coincide col multiplo: ne è l’unica espressione. Ecco allora che le Grandi opere (cioè la grande infrastrutturazione del paese, la sua ossatura, magari arricchita dalle New Towns alla Milano 2 e dall’addensarsi ai caselli di volumi direzionali, commerciali, ricettivi, ricreativi) sono terreno esclusivo di decisione del vertice, del governo e del suo Capo. Non c’è più bisogno di derogare alla pianificazione; basta dire che tutte queste opere sono decise dal Centro, con un semplice elenco, che poi esecutori fedeli (e imprese amiche) si preoccuperanno di tracciare sulle mappe e sui territori.

Il “decreto-casa”

Ma che cosa avviene sul resto del territorio? Lasceremo intatta la trama della pianificazione delle province e dei comuni? Per fortuna c’è la crisi: possiamo utilizzarla. Ma non come dicono gli utopisti, non per cominciare a comprendere che viviamo in un sistema inceppato che bisogna cambiare, ed è forse il momento opportuno per farlo. No, al contrario, utilizziamo l’alibi della crisi per infrangere le regole che ancora sussistono, là dove la pianificazione funziona, o potrebbe funzionare. Ecco allora la proposta del “decreto casa” berlusconiano. Riflettiamo un momento su come è andata la vicenda, che affanna le cronache da qualche mese.

Il 7 marzo scorso, nella sua reggia sarda, Berlusconi ha proclamato, d’intesa con i suoi viceré in Sardegna e nel Veneto, che per risolvere il problema della casa bisognava consentire a chiunque lo volesse (e fosse proprietario di un edificio) di ampliarlo col bricolage fai-da-te, oppure demolirlo e ricostruirlo, anche altrove, con cospicui aumenti di cubatura. Tutto ciò in deroga ai piani urbanistici e a ogni regola di tutela (se si esclude quella limitatissima delle leggi del 1939). Con Galan e Cappellacci ha discusso un articolato. Si sono levate proteste alte, soprattutto perché il provvedimento scavalcava le competenze delle Regioni, e non proprio tutte erano disposte a rinunciare alla pianificazione. Mentre Cappellacci rosicchiava i “lacci e lacciuoli” del piano paesaggistico che Soru gli aveva lasciato in eredità e Galan, primo della classe, elaborava un testo di legge regionale fedele al dettato del Sire, le regioni riuscivano a fermare il corso del decreto – la cui legittimità sarebbe stata subito contestata e avrebbe condotto al naufragio. Nella sostanza siamo d’accordo, dissero: occorre snellire, semplificare, rilanciare l’edilizia in funzione anticrisi; e nessuno potrà dirsi in disaccordo se si collegheranno in qualche modo le deroghe e gli incrementi edilizi a qualche miglioramento ecologico.

Cominciò così la faticosa ricerca di un accordo tra governo e regioni. All’accordo non si giunse, all’ultimo momento. Intanto era avvenuto il terremoto all’Aquila e in gran parte dell’Abruzzo, e aveva rivelato la miseria dell’edilizia più recente, l’inapplicazione delle norme antisismiche: i frutti tossici di uno sviluppo affidato al cemento facile e al mattone fragile. Lì si apriva un altro fronte di affermazione del nuovo modello di sviluppo territoriale: ripetiamo all’Aquila la tipologia Milano Due, facciamo tante New Town, e utilizziamo il proconsole unico, che smetta di gingillarsi con l’archeologia. Le New Town furono ridicolizzate, restarono Bertolaso e l’abbandono del modello virtuoso del Friuli e dell’Umbria (ricostruzione affidate alle istituzioni locali). Non si sa come andrà a finire, ma occhi attenti sorvegliano.

Intanto qualcosa succedeva nelle more della trattativa regioni-governo. Una regione di antica tradizione di buon governo, la Toscana, approvava una legge che eliminava l’aspetto più pericoloso del “decreto casa”: la deroga alla pianificazione. Dimostrava così che le regioni possono, se lo vogliono, comportarsi virtuosamente. Ma andava avanti anche il primo della classe. Nel Veneto approdava in Consiglio regionale una legge anche peggiore dell’iniziale decreto berlusconiano, e il contemporaneo Piano territoriale regionale rivelava in pieno la strategia: tutta la grande orditura del territorio nelle mani dei poteri forti, controllati dai governi; il resto del territorio, liberato dal maggior numero possibile di vincoli, lasciato in pasto alla speculazione normale: da quella grande e media, alla piccola e alla miserabile.

Cancelliamo il paesaggio

Ma il territorio non è condizionato solo dalle opere pubbliche e dalla pianificazione urbanistica. C’è anche la pianificazione paesaggistica, nella quale entrano - insieme alle regioni – anche quelle insopportabili rappresentanze degli interessi nazionali difesi dall’articolo 9 della Costituzione, espressi nell’autorità (debole, spesso accomodante, ma tuttavia troppo spesso estranea agli “interessi locali”) delle soprintendenze. E ci sono quei fastidiosi comitati, gruppi, associazioni, reti che protestano, che muovono i cittadini, che svelano e contropropongono. E allora che anche gli altri compari e comparielli si mettano al lavoro. Bondi prepari l’ammorbidimento del Codice dei beni culturali e del paesaggio, e intanto riduca il peso, la competenza, il ruolo del personale tecnico del Mibac: non vorremo mica ripiegare sulla “tutela” e abbandonare alle regioni la “valorizzazione”. Le regioni non ce ne vorranno; anzi saranno liete se ridurremo il peso della tutela: questo potrà aiutarci a concordare un accordo sull’edilizia a maglie molto larghe, talché le regioni virtuose possano continuare (se proprio lo vogliono) a esserlo e a rispettare la pianificazione e il paesaggio, ma alle altre nessuno metta i bastoni tra le ruote: tra il modello toscano e quello veneto, la maggioranza dei vicerè saprà bene quale scegliere.

E gli altri ministri e parlamentari cerchino di ostacolare la possibilità di riunirsi all’aperto; preparino un provvedimento che consenta di rendere impossibile, perché troppo oneroso, il ricorso ai tribunali amministrativi a chi vuol protestare contro una scelta sbagliata; mettano la mordacchia alle voci troppo libere che inquinano l’opinione pubblica diffondendo informazioni vere ma controcorrente, nelle edicole o – peggio ancora - nella rete.

Una scintilla di speranza

Se così vanno le cose bisogna proprio essere inguaribili ottimisti per credere che abbia ancora senso approvare una legge che, comunque, stimoli la ripresa della pianificazione delle città e dei territori, che assuma ancora il metodo basato sul carattere sistemico delle scelte, sulla trasparenza del processo delle decisioni, sull’ascolto dei cittadini e la loro possibilità di influire sulle scelte come cardini e garanzia di trasformazioni del territorio sensate, e magari volte all’interesse generale.

Il fatto è che, al fondo del necessario pessimismo della ragione, brilla una scintilla di speranza sul fatto che, alla fine, un barlume di consapevolezza della posta in gioco si risvegli anche nell’intimo di chi – sull’uno e sull’altro versante dello schieramento parlamentare – condivide la responsabilità di governare. La posta è il futuro di noi tutti, poiché le nostre vite, e le vite dei nostri posteri, sono fortemente determinate dalle scelte sul territorio che si assumono oggi. Sono soltanto una piccola minoranza quelli che potranno rifugiarsi in una gated community, e non è detto affatto che lì vivano felici.

Obiettivo della proposta di Berlusconi era liberare dai lacci e lacciuoli delle leggi di tutela del paesaggio e dell’urbanistica, e da quelli della pianificazione urbanistica, territoriale e paesaggistica, gli animal spirits del mercato immobiliare e della conseguente attività edilizia. Questo obiettivo, che abbiamo largamente descritto e denunciato nelle sue implicazioni su eddyburg.it, è rimasto intatto e sarà perseguito dagli atti successivi, col pieno accordo unanime delle regioni, al di là delle dichiarazioni dei Martini, degli Errani, delle Lorenzetti.

Se non ci si affida alle affermazioni trionfalistiche dei presidenti delle regioni e invece si legge con un minimo di attenzione il documento si scopre facilmente l’inganno, e la ragione per cui Errani e Galan, Martini e Cappellacci hanno potuto ugualmente approvare lo stesso documento. Si scopre che, mentre tutte le parole dedicate alla tutela delle leggi vigenti, della pianificazione, del territorio e del paesaggio sono inviti, raccomandazioni, suggerimenti, opzioni possibili, quelle che invece si riferiscono alle deroghe, alla scomparsa dei controlli – insomma, alla riduzione della guida pubblica delle trasformazioni del territorio – sono precise, obbligatorie, tassative, inderogabili: fino a prevedere lo scavalcamento dei consigli regionali da parte dei presidenti, d’intesa col governo, con una prescrizione palesemente incostituzionale.

Si rifletta su alcuni punti.

Il documento chiede di "[…] introdurre forme semplificate e celeri per l'autorizzazione degli interventi edilizi di cui alla lettera a) e b) in coerenza con i principi della legislazione urbanistica ed edilizia e della pianificazione comunale". Che significa "in coerenza"? chi la stabilisce? Una norma che voglia prescrivere che “le forme semplificate e celeri” di autorizzazione dell’attività edilizia si svolgano nel rispetto delle leggi e dei piani lo dice con chiarezza: come nel medesimo documento si dice a proposito delle leggi sul lavoro, a proposito delle quali giustamente si proclama “la priorità assoluta del pieno rispetto della vigente disciplina in materia di rapporto di lavoro”.

Il documento dichiara che "le leggi regionali possono individuare gli ambiti nei quali gli interventi di cui alle lettera a) e b) sono esclusi o limitati, con particolare riferimento ai beni culturali e alle aree di pregio ambientale e paesaggistico […]".Insomma, la tutela dei beni culturali ecc. è un optional. Le regioni "possono individuare" le aree che, per le loro caratteristiche, devono essere salvaguardate e sono perciò escluse dalle costruzioni in deroga ai piani: questa salvaguardia non è un obbligo perentorio stabilito dalla Costituzione e garantito dalle leggi vigenti!

Tassative sono invece, anche perché affidate prevalentemente al governo, le prescrizioni liberatorie da “lacci e lacciuoli”. Come "la previsione di un termine certo per il rilascio delle autorizzazioni, permessi o altri atti di assenso comunque denominati, di competenza delle amministrazioni e organismi statali"; dove si finge di dimenticare che stabilire "termini certi" (cioè il silenzio-assenso) è ragionevole unicamente se si rafforzano le strutture che devono rilasciare le autorizzazioni; altrimenti, significa eludere i controlli di merito. Come la definizione, da parte del Governo, di “principi per la legislazione regionale atti a consentire l'ampliamento delle tipologie degli interventi non soggetti a titolo di abilitazione preventiva": avanti dappertutto con il silenzio-assenso.

Su questa base, il Capo può procedere tranquillo, cantieri si apriranno dappertutto: basta essere "coerenti" con le leggi e i piani urbanistici, territoriali e paesaggistici. La "coerenza", naturalmente, sarà stabilita in un Accordo di programma con gli immobiliaristi grandi e piccini. O forse no? Se qualche regione - dove la cultura moderna della pianificazione ha più solide radici e l’attuale establishment è più libero dall’ideologia neoliberista - vuole comportarsi diversamente, lo faccia: le altre si muoveranno come ruspe, garantite dall’accordo unanime.

Infine una perla, che rivela il baratro nel quale è caduta la grammatica normativa dei “legislatori” dell’Italia popolare e proprietaria, e dei berluscones effettivi e di complemento che la rappresentano. Il documento prevede "la fissazione dei principi fondamentali in materia di misure di perequazione e compensazione urbanistica, all'interno dei piani urbanistici, sulla base delle norme già presenti nei disegni di legge attualmente all'esame del Parlamento". Evidentemente il testo è stato scritto dopo un’abbondante e unanime libagione. Mai visto un riferimento a "disegni di legge attualmente all’esame del Parlamento": e a quale dei ddl? Al più permissivo? Al più rigoroso? A quello che esclude perequazione e compensazione?

Dimenticavamo: e la "casa"? La parola magica che ha sfoderato il Capo in cerca di alibi? Quella "casa" che è il tormento di tantissimi italiani non ricchi? Per quella c’è un ottimo auspicio: "Il Governo si impegna […] in merito al sostegno dell'edilizia residenziale pubblica, ad aprire un tavolo di confronto con le Regioni e le Autonomie locali". Quando Giovanni Giolitti voleva insabbiare un problema nominava una commissione parlamentare per studiarlo; nel XXI secolo, nell’Italia berlusconata si istituisce un Tavolo.

In conclusione. Con l’accordo delle regioni il governo sta distruggendo il governo pubblico delle trasformazioni del territorio. Sta distruggendo la possibilità di rendere le città e i territori più vivibili, più ragionevolmente organizzati, più efficacemente serviti dai servizi pubblici, più armoniosi e meglio9 inseriti nella natura: quegli obiettivi per i quali la societa borghese e liberale, temperando lo spontaneismo del capitalismo liberista, aveva inventatoi e praticato la pianificazione urbanistica. Scatenando gli spiriti animali degli interessi del “blocco edilizio” si torna indietro di due secoli e si calpestano, con il piede della speculazione, i diritti della città e dei suoi abitanti.

Chiunque può pubblicare questo articolo alla condizione di citare l’autore e la fonte come segue: tratto dal sito web http://eddyburg.it

L'immagine riproduce Foot Over City, di Michael Jacobs

In calce il testo ufficiale e definitivo del testo siglato dal Governo e dalle regioni

Non da oggi nascono il rischio per lo spazio pubblico della città e il suo indebolimento nella vita della società urbana. Lo testimonia il tentativo, in corso ormai trionfalmente da qualche decennio, di sostituire agli spazi pubblici i “non luoghi”, caratterizzati dalla ricerca dei requisiti opposti a quelli che rendono pubblica una piazza (lo spazio pubblico per antonomasia): la recinzione mentre la piazza è aperta, la sicurezza mentre la piazza è avventura, l’omologazione mentre la piazza è differenza e identità, la natura delle persone che la abitano, clienti anziché di cittadini, la distanza dalla vita quotidiana anziché la sua prossimità. E lo testimonia, da tempi ancora più lontani, la scomparsa degli spazi pubblici da grandissima parte delle periferie che da molti decenni circondano e affogano la città, costituendone la componente quantitativamente più importante.

La visione e i progetti di eddyburg

Eddyburg ha una visione molto ampia dello spazio pubblico nella città, e una percezione molto viva dei rischi che esso corre. Per noi lo spazio pubblico ha il suo punto di partenza nell’archetipo della piazza, ma permea l’intera concezione della “città come bene comune”. La lotta per una quantità e qualità adeguata degli spazi pubblici ha un suo momento significativo, in Italia, nella faticosa conquista degli “standard urbanistici”, ma vuole allargarsi oggi ad altri elementi e altre esigenze; del resto, fin dagli anni degli standard urbanistici la vertenza per i servizi e gli spazi pubblici si è saldata, diventando tutt’uno, con quella per “la casa come servizio sociale” e quella per il “diritto alla città”. Oggi ci proponiamo di allargare l’attenzione e l‘obiettivo dalla conquista (dalla difesa) delle attrezzature e dei servizi di prossimità all’intera gamma di esigenze dell’uomo che vive su territori più ampi: la ricreazione psico-fisica nei grandi spazi naturali dei monti, delle colline e delle coste, il godimento dei grandi patrimoni archeologici, storici e culturali disseminati sui territori, le attrezzature utilizzabili solo in una dimensione di area vasta. A questi temi dedicheremo la quinta edizione della Scuola di eddyburg, che terremo ad Asolo dal 9 al 12 settembre prossimi.

Gli spazi pubblici sono a rischio. Abbiamo accennato più sopra ai rischi principali. Essi hanno la loro matrice ideologica in quel declino dell’uomo pubblico che molti pensatori denunciano da tempo; un declino che ha forse la sua radice in quell’alienazione del lavoro, ossia nella finalizzazione dell’attività primaria dell’uomo sociale ad “altro da sé”, che costituisce l’essenza del sistema capitalistico. E hanno la loro matrice strutturale nel dominio del diritto alla proprietà privata e individuale sopra ogni altro diritto, che costituisce il fondamento dei sistemi giuridici vigenti, in Italia e altrove.

Ma sono concretamente a rischio per mille concrete iniziative di governo. Indichiamone due (ma si tratta, ahimè, di un elenco aperto). Le recente iniziative del ministro degli interni di vietare le manifestazioni religiose (ma latu sensu tutte le manifestazioni) nei luoghi pubblici in prossimità dei luoghi di culto: ma dove c’è, in Italia, una piazza che non sia vicina a una chiesa? E il perverso intreccio tra lo strangolamento finanziario dei comuni e l’arrendevolezza di questi ultimi, che li spinge a svendere gli spazi pubblici, o a commercializzarli, per ottenere il danaro con cui sopravvivere (vivendi perdendo causam).

A questi rischi occorre opporsi. E in mille luoghi d’Italia ci si oppone, con l’iniziativa di comitati, associazioni, gruppi di cittadini e di abitanti che si mobilitano a difesa del loro territorio, delle loro città, dei loro quartieri. Pochi giorni fa, a Cassinetta di Lugagnano, dove si è reso pubblico un appello dal titolo “Stop al consumo di suolo” si è potuto verificare come attorno a questo tema si annodino le mille vertenza aperte in ogni parte d’Italia per ottenere città che non crescano più sotto il dominio della speculazione immobiliare, ma siano città resi vivibili dalla quantità e qualità degli spazi pubblici, e dalla sua organizzazione d’insieme come unitario bene comune; tremila gruppi, comitati, associazioni hanno comunicato la loro adesione alla manifestazione. Ci proponiamo di coinvolgerli in una iniziativa che da qualche tempo, in collaborazione con altre associazioni, abbiamo avviato: un progetto per la costruzione di una mappa degli spazi pubblici e, parallelamente ad essa, di una mappa degli spazi a rischio e dei conflitti per la loro difesa, o riconquista, o conquista.

Il ruolo del commercio

Un ragionamento particolare merita il ruolo del commercio nella vita della città. La vitalità dei suoi spazi pubblici ha avuto storicamente un apporto decisivo dalla presenza del commercio: più precisamente, dal commercio legato alle esigenze quotidiane della vita degli abitanti di quel quartiere o di quel settore urbano. Le piazze sono state luoghi di incontro, di convivenza, di confronto e scambio anche per la presenza dei negozi d’uso comune e corrente. E le gerarchie tra i diversi spazi pubblici (e le diverse zone della città) era legata anche alle gerarchie tra le merci offerte: quelle più rare e più pregiate caratterizzavano le parti più importanti della città.

A un certo momento tutto ciò è cambiato. Da un lato, il consumo ha perso sempre più il contatto con le esigenze reali delle persone ed è diventato consumo artificioso, consumo del superfluo, consumo opulento, indotto non dal bisogno dell’uomo ma da un apparato che ne ha fatto una variabile dipendente della produzione. Dall’altro lato, grazie alle tecniche della distribuzione di massa, finalizzate a smerciare una quantità sempre più ampia di prodotti, si è riusciti a praticare prezzi fortemente competitivi non solo per le merci dell’opulenza, ma anche per quelle della vita quotidiana.

Così, prima i grandi supermercati e ipermercati, poi gli outlet, i mall, i grandi centri commerciali si sono localizzati in aree sempre più periferiche e hanno aspirato dalla città grandissima parte della vendita dei beni d’uso quotidiano: hanno provocato la morte del piccolo commercio (del fornaio e del droghiere, del salumaio e del fruttivendolo e, analogamente, dello stagnino e dell’elettricista, del ciabattino e del falegname). A questo processo un altro si è accompagnato. La spinta al consumo opulento ha fatto sì che i locali del commercio tradizionale si riempissero di una serie di altri commerci: non più legati alle necessità quotidiane degli abitanti, ma provocati da una strategia tendente a moltiplicare all’infinito lo smercio di quei prodotti, uguali in tutto il mondo, che caratterizzano il consumo opulento.

A questo complesso di problemi si riferivano recentemente sia Paolo Berdini sul manifesto che Renato Nicolini su Repubblica: entrambi il 23 gennaio, entrambi ripresi su eddyburg. Berdini osservava come a Roma i negozi di vicinato stiano “chiudendo uno dopo l’altro, perché la concezione liberista della città ha consentito che aprissero in otto anni ventotto giganteschi centri commerciali, oltre i quattro che già esistevano” e ricorda che “stime prudenti parlano della chiusura a breve termine di oltre tremila negozi di vicinato: ecco i motivi del deserto urbano” che genera, o favorisce, violenza e sopraffazione. E Nicolini, dopo aver constatato che “lo spazio pubblico, lo spazio di tutti, della polis, dei valori condivisi e della politica, sembra essersi improvvisamente ristretto”, domanda: “perché non reintrodurre almeno - partendo da zone come Campo de’ Fiori - il controllo delle destinazioni d’uso sostenibili? Qualcosa di analogo ai vecchi piani del commercio, che Rutelli abolì negli anni Novanta, senza pensare di aprire la strada alla trasformazione del centro in uno shopping mall a cielo aperto, con bar e ristoranti”.

Il fatto è che l’urbanistica (quella largamente praticata dalla maggioranza dei professionisti e insegnata nella maggioranza delle università) ha tralasciato di cercare e praticare le connessioni tra l’obiettivo sociale e le possibilità della pianificazione. E al tempo stesso ha trascurato di criticare il modo nuovo in cui il pensiero dominante affrontava quelle connessioni. Abbandonare il commercio (e l’insieme del futuro della città) alla forza apparentemente cieca e neutrale del “Mercato” provoca proprio ciò che è ogni giorno sotto i nostri occhi: l’abbandono delle piazze delle città (là dove esistono) da parte delle attività vitali e la concentrazione del commercio in quegli scatoloni, o quelle finte città (quelle scimmie di città) che il “Mercato”, dominato dalle multinazionali, erige, celebrando la riduzione del cittadino a consumatore e l’apoteosi della società opulenta (in quell’universo sempre più ristretto che si chiama Nord del mondo).

Ha ragione Nicolini: bisogna afferrare di nuovo gli strumenti dell’urbanistica. Il primo si chiama: governare le trasformazioni – ogni trasformazione – in vista di obiettivi sociali espliciti, nella consapevolezze che le trasformazioni della città agiscono su quelli della società. Il controllo delle utilizzazioni degli spazi è uno strumento essenziale per raggiungere un obiettivo sociale; e chi, avendo il potere e il sapere per adoperarlo dichiara l’impossibilità di farlo, di fatto lascia che siano i padroni del mercato, utilizzando gli ascari di una politica ridotta ad ancella dell’economia data, a decidere come le città e i territori si trasformano.

Perequazione. L’esigenza di una equità nelle scelte della pianificazione del territorio è da tempo presente. Ma equità tra chi e per che cosa? Non in termini di giustizia sociale, non tra gli abitanti, cittadini o aspiranti tali: tra i proprietari di suolo urbano. Nella versione nobile voleva significare “indifferenza dei proprietari alle destinazioni dei piani” (Aldo Moro, 1964). Ma era già stata condotta al fallimento la proposta di legge del ministro Fiorentino Sullo, e dopo i crolli e le alluvioni del 1966 si tornò a una perequazione parziale dei valori immobiliari, già in atto con la legge urbanistica del 1942: si decise che negli strumenti urbanistici attuativi, a partire dai piani di lottizzazione (legge 765/1967), tutti i proprietari inclusi dovessero ripartire tra loro, equamente, oneri e vantaggi dell’urbanizzazione ed edificazione.

Poi , la svolta. Si cominciò a parlarne negli anni che prepararono il declino dell’urbanistica italiana e videro esplodere quella che poi fu battezzata Tangentopoli. I piani urbanistici venivano redatti, adottati, approvati ma poi non erano attuati: in molte parti d’Italia (non in tutte però) la città s’ingrandiva e trasformava secondo altri disordinati disegni, sotto la spinta di altri interessi: quelli del mercato immobiliare (che gli incorreggibili continuavano a chiamare “speculazione urbanistica”). Alcuni nodi oggettivi c’erano: la disciplina del diritto sui suoli urbani non era stata riformata come la Corte costituzionale avrebbe preteso, e la situazione normativa era molto pasticciata; le amministrazioni pubbliche, salvo eccezioni, non erano attrezzate per pianificare con la tempestività che la velocità delle trasformazioni richiedeva.

Gli urbanisti e gli amministratori cercarono nuove strade. Si manifestò un accordo largo sulla articolazione dei piani in due componenti: una strutturale e strategica e una operativa. Sui contenuti dell’una e dell’altra componente c’era confusione, l’introduzione di quella distinzione nelle legislazioni regionali e nelle prassi di pianificazione la aumentò. Una “corrente di pensiero”, che aveva preso la maggioranza nell’Istituto nazionale di urbanistica, propose una nuova prassi per raggiungere la “indifferenza dei proprietari alle previsioni dei piani” e soprattutto per evitare di espropriare le aree necessarie per gli spazi pubblici. Strano che la proposta venisse proprio da quella Emilia Romagna nella quale era chiaro da tempo che l’espansione urbana era terminata, e dove si era riusciti a superare brillantemente il traguardo degli standard urbanistici non solo in termini quantitativi (30 mq ad abitante, invece dei 18 ex lege nazionale), ma anche acquisendo praticamente tutte le aree individuate. E strano che la proposta venisse avanzata proprio mentre in Francia si stava abbandonando l’analogo sistema dell’attribuzione ai suoli di un plafond de densitè.

Ecco la proposta dell’INU. Spalmiamo una cubatura (tot metri cubi di edifici per ogni mq di terreno) su tutta l’area che vogliamo urbanizzare: volumi teorici ugualmente spalmati sulle aree sulle quali sorgeranno quartieri e lottizzazioni, fabbriche, servizi e spazi pubblici urbani e territoriali. Se ci serve un’area per fare un parco o una scuola consentiamo al proprietario di tenersi stretti i suoi volumi teorici spostandoli su un altro suolo, e ci facciamo dare gratis l’area che ci serve per gli usi pubblici. Naturalmente, più estendiamo le aree urbanizzabili più aree per servizi riusciamo a ottenere. Quindi dimensioniamo il piano non sulla base dei fabbisogni effettivi, ma inseguendo le spinte della proprietà immobiliare: in quel mercato nel quale (come gli economisti liberali seri hanno dimostrato) la concorrenza non c’è.

La questione è strettamente legata a un’altra: quella dei cosiddetti “diritti edificatori”: quella bizzarra teoria secondo la quale se un PRG ha attribuito una capacità edificatoria a un’area questo “regalo” non può essere tolto al proprietario senza indennizzarlo adeguatamente. Ma di questo termine abbiamo già scritto qui altre volte, e rinviamo ad altri articoli.

L’esempio eccellente (si fa per dire) di questa teoria e di questa prassi è stato il nuovo PRG di Roma, che ha confermato e aggravato il consumo di suolo autorizzato rendendo edificabili ulteriori 14mila ettari dell’Agro romano. Sindaci pro tempore Rutelli e Veltroni, consulente generale il presidente onorario dell’INU, Giuseppe Campos Venuti.

Indennità d’esproprio. E’ indubbiamente un nodo irrisolto. Se ne è discusso ampiamente, a partire dagli anni 60 del secolo scorso. La Corte costituzionale è intervenuta più volte, criticando norme che consentivano ad alcuni di guadagnare grazie alle scelte del piano, e ad altri di non guadagnare perché remunerati, nel caso di espropriazione, da un’indennità d’esproprio di entità molto più modesta. La Corte indicò anche una delle strade percorribili per sciogliere il nodo: decida il legislatore che il valore che deve essere riconosciuto al proprietario non deve compensare l’edificabilità, e iil problema è risolto. Il Parlamento tentò, ma la forza degli interessi contrari prevalse e il principio fu introdotto (con la legge Bucalossi del 1977) ma in modo debole, contraddittorio e, per così dire, sterilizzato.

Da allora è stato un declino continuo. La proprietà immobiliare, invece di essere ricondotta a una sua “funzione sociale” (come la Costituzione, articolo 42, vorrebbe), è stata assunta come “motore dello sviluppo”: più il suo valore economico aumenta, più l’economia va. Guai a ridurre il prezzo degli espropri: alla proprietà immobiliare deve essere riconosciuto tutto il valore che il “mercato” (quel mercato) gli riconosce.

Ecco allora che i comuni non espropriano più. Adesso hanno un alibi per preferire di spendere in opere inutili ma di prestigio (eccelle l’architetto Calatrava con le sue opere) e nell’allestimento di eventi che mettano in competizione una città contro un'altra: queste sono considerate le spese indispensabili, per le quali si può rinunciare a realizzare asili e parchi, o espropriare aree in cui localizzare un’edilizia abitativa depurata da una parte almeno della rendita.

Rendita. Eccoci alla terza parola, al terzo nodo che strozza la buona urbanistica. Che cos’è la rendita? Secondo l’economia classica, quella fondata su un’analisi del ruolo sociale e umano dell’economia, la rendita è una delle tre componenti del reddito: il salario, che corrisponde all’impiego, da parte del lavoratore, del suo tempo di lavoro; il profitto, che secondo alcuni è l’appropriazione di una parte del valore creato dal lavoro, secondo altri la remunerazione corrispondente al ruolo imprenditivo; la rendita, che è la quota del reddito della quale si appropria il proprietario di un bene necessario alla produzione, per il solo privilegio di esserne proprietario. Ora è chiaro che mentre al salario e al profitto corrisponde un preciso ruolo sociale, finalizzato alla produzione di merci, anche all’interno di una logica capitalistica alla rendita corrisponde un ruolo meramente parassitario.

Negli anni 60 e 70 questa verità era chiara alla parte stragrande dello schieramento politico, nel parlamento e nelle amministrazioni locali, e alla cultura specializzata. Era la tesi comune alla sinistra, ma non solo a questa: lo testimoniano dibattiti, tentativi legislativi ed esperienze amministrative nell’area del “centrismo” a guida DC. Perfino gli esponenti dell’industria moderna, del “capitalismo avanzato”, se ne convinsero, e compresero (1970-71) che se non si fosse contenuta la rendita (in particolare quella urbana) le condizioni di vita dei lavoratori (affitto, trasporti, servizi) sarebbero divenute più costose, e quindi la pressione sindacale sarebbe cresciuta e avrebbe costretto a cedere al salario quote di profitto. Oggi no: la rendita immobiliare, componente essenziale della proprietà immobiliare, è considerata il “motore dello sviluppo”.

Che fare? Eccoci all’ultimo passaggio di questo lungo eddytoriale, che compensa del lungo silenzio. Molti (i cittadini che si mobilitano per una città migliore, i lavoratori che chiedono abitazioni meglio accessibili, meno costose, più decentemente servite, i gruppi di abitanti minacciati dallo sfratto per fine contratto o per “rigenerazione urbana”, e i loro comitati, associazioni, sindacati), quando ascoltano questa analisi, pongono questa domanda: che fare oggi? Raramente trovano risposte nel mondo degli esperti, che non siano quelle comprese negli slogan perequazione allargata (definiamola così per distinguerla da quella tradizionale, quella dei “comparti” della legge del 1942 e dei “piani di lottizzazione” della legge del 1967), rendita motore dello sviluppo, vocazione edificatoria del suolo. Proviamo a dare qualche risposta. Non sarà organica, ma tenteremo di indicare alcune possibili strade.

Il primo passo da compiere è assumere consapevolezza. Bisogna convincersi che la perequazione, nei termini in cui viene proposta e praticata, è un’imbecillità perniciosa. É un’imbecillità perché, seppure poteva avere un senso nell’età dell’espansione, non ne ha certamente nessuno oggi. É un’imbecillità perché non tiene conto che – come gli eventi recentissimi dimostrano – l’attività immobiliare non è più il motore di nessuno “sviluppo”, neppure il meno sostenibile: è solo un fattore di crisi. Ed è perniciosa perché non comporta altro che l’espansione generalizzata delle “capacità edificatorie”, comunque travestite. Predicare e praticare la perequazione allargata significa soltanto incentivare la piaga italiana dell’aberrante consumo di suolo. Criticare il consumo di suolo e continuare a difendere la perequazione è segno di ipocrisia, oppure testimonianza di schizofrenia. E infine, parlare di equità solo a proposito dei valori immobiliari e utilizzare la perequazione come strumento della pianificazione significa perpetuare ed accrescere la profonda iniquità nell’uso della città-

Ugualmente, è pernicioso continuare ad adoperare l’espressione “diritti edificatori” senza ricordare che questi vengono attribuito solo con l’atto abilitativo: non dalle decisioni del piano urbanistico generale, e neppure da quello attuativo. É sempre possibile revocare una decisione urbanistica se questa non ha ancora ottenuto effetti concreti, se non ha comportato spese per opere legittimamente e documentatamente sostenute. Il territorio non ha alcuna “vocazione edificatoria”, ove operatori e amministratori rozzi o complici della speculazione immobiliare non gliela concedano.

Resta il problema della rendita immobiliare. È un problema che richiede attenzione e, soprattutto, determinato impegno politico. Anche qui, la premessa necessaria è che si restauri il principio, mai smentito dalla teoria e continuamente confermato dalla pratica, che la rendita immobiliare è una componente parassitaria della vita economica della società: è un mero pedaggio che si paga al privilegio proprietario. La rendita immobiliare va ridotta quanto è possibile farlo, e va “tosata” a favore del potere pubblico, che è quello che la determina: è quello che, con le scelte dei piani e gli investimenti dell’urbanizzazione, storica e attuale, è produttore delle differenze e delle convenienze che la determinano.

Ridurre la rendita si può, anche con i piani urbanistici. A Napoli, quando la giunta del primo Bassolino varò con De Lucia i primi atti della nuova pianificazione (la variante di salvaguardia e quella di Bagnoli), accaddero due serie di eventi. Le pendici che dal Vomero scendono verso la città greco-romana si coprirono di vigne e orti: terreni in attesa di edificazione, restituiti in modo irrevocabile alla naturalità, ritrovarono una funzione (e un valore) di suolo agricolo. E l’IRI, proprietaria dell’area Italsider di Bagnoli, ridusse nei suoi libri contabili il valore del suolo, che aveva perduto l’edificabilità prevista.

Si può poi, e si deve, battersi per ottenere una definizione legislativa che definisca che cosa fa parte del “valore venale” dei suoli in qualsiasi negozio nel quale intervenga la pubblica amministrazione. La determinazione del “valore venale” a cui si commisura l’indennità espropriativa non è misurato dal mercato, ma dalle stime che ne fanno le strutture a ciò adibite. Non sembra affatto insensato (ed è invece del tutto coerente con le indicazioni che più volte la Corte costituzionale ha suggerito) precisare che l’utilizzabilità di tipo urbano di un suolo non va considerata tra i parametri che determinano il “valore venale” dell’area: né in caso di acquisizione pubblica, né di imposizione fiscale o tributaria.

É difficile ottenere una simile definizione normativa? Probabilmente si, ma se nessuno la propone con forza, se comuni, province, regioni, partiti e raggruppamenti politici, organi di formazione dell’opinione pubblica, università e associazioni culturali non si muovono, non propongono, non sollevano il problema (e quindi, ripetiamolo ancora una volta, non mostrano di aver assunto consapevolezza del problema) nulla potrà accadere. E allora sarà inutile meravigliarsi e lamentarsi e piangere quando l’ennesima alluvione avrà distrutto case e campi, avrà travolto persone e automobili, quando le città saranno diventate sempre più invivibili, il territorio e le sue urbanizzazioni sempre più inefficaci ai fini di una vita dignitosa, le abitazioni sempre più care, gli abitati più poveri espulsi sempre più lontano, gli spazi pubblici sempre più negletti.

E nel frattempo? Si ricominci con la pianificazione prudente. Si riparta dal calcolo dei fabbisogni reali, certi nelle esigenze e nelle disponibilità a operare, per quanto riguarda le abitazioni necessarie, e le nuove attività realmente utili per la produzione (di commercio e di “non luoghi” ce ne sono gìà troppi, meglio lasciarne deperire i sacrari e far rivivere il commercio nelle città). Si sottraggano dai fabbisogni calcolati di nuovi volumi e superfici quelli oggi inutilizzati, e si ricominci da quelli, dalla loro trasformazione e riutilizzazione. Si misuri con parsimonia quali e quante nuove aree sono necessarie per nuove attrezzature, per raggiungere standard ragionevoli, e si vincolino e acquisiscano quando si hanno le risorse per farlo. Si ripristini l’impegno (legislativo e amministrativo) di far pagare a ogni nuovo intervento gli oneri necessari per le opere di urbanizzazione connesse a quell’intervento, e li si utilizzi davvero (come prescrive la legge del 1977) per acquisire, realizzare, far funzionare le attrezzature necessarie. Si utilizzino saggiamente le vaste aree vincolabili nelle loro caratteristiche di natura e paesaggio che la legislazione consente di conservare nel loro stato senza bisogno di indennizzare il vincolo, consentendone l’utilizzazione agli abitanti delle aree limitrofe.

E si impari a fare i conti in tasca a chi compie operazioni immobiliari, ponendo a carico dei suoi oneri quote consistenti del valore dovuto all’incremento della rendita. In questa logica, come qualche comune sta iniziando a fare, si può rendere attuale un’antica intuizione di un grande esperto di diritto amministrativo, Alberto Predieri, che – a proposito della pianificazione veneziana – propose oltre trent’anni fa di inserire l’edilizia sociale tra le urbanizzazioni necessarie, da porre a carico degli standard urbanistici e dei relativi oneri. E dare così un contributo serio al problema della casa in affitto a canone sociale, di un’edilizia abitativa che resti pubblica e in affitto per sempre.

In entrambe le occasioni la critica alla città del neoliberalismo (della fase attuale del capitalismo) è stata il punto d’avvio; l’assenza di attenzioni positive per la città da parte dell’establishment politico, e della stessa società egemonizzata dal “pensiero unico” è stata sottolineata quasi da tutti; sul “che fare” si è dato molto rilievo al ruolo attuale e potenziale dei movimenti popolari, che si manifestano in moltissime città europee, e non solo europee. Il “diritto alla città” come obiettivo, e “la città come bene comune” come risposta, stanno acquistando un rilievo sempre maggiore, e forse anche la capacità di costituire la base di una strategia comune e di una pratica di resistenza alle distruzioni, segregazioni, diseguaglianze, privatizzazioni che caratterizzano, ovunque nel mondo, la prospettiva della città del neoliberalismo.

È probabilmente utile riprendere qui alcune riflessioni, che si sono sviluppate particolarmente nella Scuola di eddyburg, su quelle tre parole, urbs, civitas e polis la città come struttura fisica e funzionale, la città come società che la abita e vive, la città come politica. Si è detto che la buona urbanistica funziona, i miglioramenti delle condizioni di vita nelle città e nei territori si manifestano, le buone leggi e le buone pratiche si sviluppano, quando quelle tre realtà s’incontrano, quando la città incontra la società e la politica. Oggi siamo indubbiamente in un momento difficile: quelle tre realtà si sono divaricate, l’urbanistica non è più compresa dalla società, la politica si è svuotata di contenuti positivi. Così è sembrato e sembra che l’unico elemento positivo a cui aggrapparsi sia costituito dalle iniziative di protesta contro le condizioni cui i poteri forti riducono l’habitat dell’uomo, che nascono dalla società e propongono soluzioni alternative. I comitati e i movimenti locali e settoriali (contro le Grandi opere, contro lo spreco del territorio, contro la privatizzazione degli spazi pubblici, contro la degradazione e la commercializzazione dei beni culturali, contro l’espulsione dalle abitazioni e dai quartieri delle città), e soprattutto le reti che si tenta di costituire tra loro, sembrano i luoghi dai quali ripartire per contrastare le tendenze prevalenti. In effetti, moltissimi frequentatori di eddyburg si ricollegano a quelle raltà sociali, vi partecipano o le appoggiano, mettono al loro servizio il loro sapere e le informazioni di cui dispongono.

Qual è però il contributo specifico che chi si chiede a ogni persona dotata di un sapere nelle materie che riguardano il territorio, e in modo particolare a chi occupa professionalmente della città? Riteniamo che esso risieda proprio in quello che è lo spirito informatore della città e costituisce la “missione” dellurbanista: la consapevolezza di due verità.

La prima. I problemi dell’habitat dell’uomo non si risolvono se non si agisce tenendo conto che esso è un sistema: è un insieme nel quale tutte la parti sono collegate tra loro: le diverse scale, i diversi luoghi, i diversi settori. E non solo nella loro fisicità, ma anche nel modo in cui lo spazio interagisce con la società. Aiutare i gruppi e le reti ad avere questa visione, quindi a saldare (e mediare) le proteste e le richieste dell’uno e dell’altro luogo, settore, scala con quelle di tutti gli altri è un compito di grande rilievo. Se raggiunge lo scopo, avrà aiutato i movimenti a passare dalla testimonianza all’efficacia.

La seconda. Unire urbs e civitas non è sufficiente. Occorre riconquistare la polis: occorre che, prima o poi, la politica ritrovi il suo ruolo di interprete degli interessi maggioritari e generali della società e di guida degli strumenti che alla società sono indispensabili. E qual è il primo luogo della politica, del suo incontro con la società? Oggi, le istituzioni della democrazia. Del resto, ogni uomo di cultura (e in particolare l’urbanista) sa che le lotte per la casa, per gli spazi pubblici, per un ambiente di vita sano e piacevole, per la tutela dei beni territoriali comuni, per la riduzione del consumo di suolo, raggiungono il loro scopo unicamente se si traducono in adeguati strumenti per il controllo e l’indirizzo alle trasformazioni del territorio. Strumenti che sono (e devono restare) nelle mani degli “enti territoriali a competenza generale elettivi di primo grado". Ecco allora un punto di riferimento obbligato per i movimenti: in primo luogo i comuni, il Municipio, e poi gli istituti di livello sovraordinato. Quando le azioni che nascono spontaneamente dalla società conquistano i municipi esse non solo raggiungono più facilemente i loro obiettivi, ma aiutano a ricostruire la politica.

In questo sito, e nelle attività che eddyburg promuove o organizza, ci proponiamo di lavorare in modo particolare in questa direzione. Sebbene, in questa fase terribile della nostra vita pubblica, la nostra attenzione - e il notro tremore - siano commossi soprattutto dalla devastazione in atto dei più fondamentali principi dell’etica sociale.

Qui trovate le conclusioni (in progress) della quarta edizione della Scuola estiva di pianificazione di eddyburg e il documento per la costituzione di un Forum permanente europeo per il "diritto alla città"

Ma che cosa intendiamo con questa espressione? È utile fornire qualche precisazione. I frequentatori di eddyburg sanno che per noi le parole sono molto importanti. Le parole sono le pietre con le quali si costruiscono i discorsi, le ideologie, le opinioni correnti. Con le parole si possono generare movimenti, azioni, politiche; si possono determinare credenze e comportamenti, valutazioni, esclusioni e inclusioni.

Affermare che la città è un bene comune significa in primo luogo riconoscere che essa è un bene, non una merce; qualcosa che vale di per sè, non in quanto può essere scambiato con altri beni o con la moneta. Comune, quindi non individuale: un insieme di elementi materiali e immateriali che solo temporaneamente e occasionalmente possono essere goduti o fruiti da uno dei membri della comunità, ma che appartengono alla comunità nel suo insieme.

Il nocciolo della definizione sta nel processo stesso di formazione (di invenzione) della città: nel suo essere nata in funzione del soddisfacimento di esigenze che i singoli individui, famiglie, tribù non erano in grado di soddisfare senza unirsi, collaborare, condividere. E infatti la città, nei suoi più alti momenti fondativi, si organizza e diventa forma compiuta attorno ai luoghi delle attività e delle funzioni comuni. La piazza, il luogo dello scambio e del rito, dell’incontro e della rappresentazione,della concentrazione degli edifici e dei servizi pubblici, è l’essenza e il simbolo della città.

Da qui, dalla storia stessa della città, il ruolo determinante degli spazi pubblici, della loro fruizione aperta, della loro appartenenza pubblica, della loro gestione condivisa. Lo si comprese lungo quel percorso culturale, sociale e politico che condusse agli “standard urbanistici”. E da qui, dalla perdita di un simile ruolo, dalla negazione e dalla privatizzazione degli spazi pubblici, la testimonianza e, al tempo stesso, una causa rilevante della crisi della città e della società.

Negli stessi anni in cui si raggiunse l’obiettivo degli standard urbanistici si inventò un’espressione nuova per un’altra rivendicazione sociale, che si apparenta a quella per gli spazi pubblici: la casa come servizio sociale. Con questa espressione non si affermava che si dovesse provvedere a soddisfare gratuitamente, o a un prezzo “politico”, alla casa per tutti, ma che il soddisfacimento dell’esigenza di un’abitazione inserita in un complesso di opportunità e servizi urbani era un diritto per ogni cittadino, qualunque fosse il suo reddito, e che toccava al governo pubblico provvedervi, sia regolando il mercato privato sia impegnandosi in provvedimenti specifici per chi ne avesse maggior bisogno. Quella rivendicazione (è il caso di ricordarlo) gradualmente condusse a una politica della casa molto articolata, che partiva da una consistente riduzione del peso della rendita fondiaria sul costo degli alloggi, alla programmazione dell’intervento pubblico di sostegno all’edilizia a particolari condizioni d’accesso, alla regolazione infine del prezzi nello stesso mercato privato.

Affermare che la città è un bene comune significa quindi riallacciarsi a questi due temi: la centralità degli spazi pubblici e il carattere sociale della residenza. E significa anche collegarsi a un altro rilevante principio, presente da tempo nella letteratura mondiale: il diritto alla città. Se quest’ultima espressione si riferisce principalmente ai soggetti – ai cittadini – si può dire che la città come bene comune rappresenta lo stesso concetto dal punto di vista dell’oggetto – la città - che al soddisfacimento di quel diritto è ordinato. Pensare e organizzare la città come bene comune è un modo (l'unico modo) di garantire a tutti il diritto alla città.

È facile comprendere quanto oggi i principi espressi da quei termini siano minacciati.

Lo si coglie dalle parole stesse che sono divenute di moda nel parlare delle città, e nelle pratiche che a quelle parole fanno seguito. Si rifletta alla parola competizione, che sembra dover costituire il perno delle politiche urbane di questi anni. Ogni città deve competere con tutte le altre, deve accrescere le sue “qualità” e le sue “prestazioni” non per accrescere il benessere dei suoi cittadini ma per attirare meglio delle altre i suoi acquirenti: gli investitori, i turisti, i finanziatori di eventi. La povertà non va sconfitta nelle sue cause, va nascosta per tenere alto il “decoro” della città. È, insomma, la città che diventa merce, che si offre sul mercato gareggiando con le altre per sconfiggere la concorrenza. Avete mai riflettuto che dei due significati di questo termine, “correre insieme” e “correre l’uno contro l’altro”. ha nettamente prevalso il secondo?

E lo si coglie nei fatti. Ma di questi ci siamo occupati a lungo nei precedenti eddytoriali, e nell’articolo scritto in questi giorni per la rivista Left, ad essi rinviamo i lettori.

Alcuni approfondimenti sugli standard urbanistici li trovate nel’edditoriale n. 101 e nell’articolo su Carta, 30/2008; sulla politica della casa nella cartella Abitare è difficile; sulle riforme degli anni 70 nello stralcio da Fondamenti di urbanistica.

Sulle parole trovate qualche articolo di carattere generale nella cartella Le parole, alcune definizioni nella cartella Glossario. Sul mercato potete leggere l’eddytoriale n.105, e sui fatti che stanno avvenendo l’eddytoriale n.116.

L'immagine rappresenta una piazza di Carloforte, fotografata da Gianni Berengo Gardin

Due obiettivi, due pratiche che costituiscono un dispositivo con pericolosi elementi di trasversalità partitica, testimoniata se non altro dall’indifferenza con la quale le opposizioni guardano a ciò che sta accadendo.

Sul terreno delle norme nazionali, nella XIV legislatura si era riusciti a fermare la Legge Lupi; nella XV si stava approdando a un risultato condiviso e convincente, la XVI appare come quella che rende concreti – surrettiziamente – i progetti di sregolazione del territorio e privatizzazione dei beni pubblici teorizzato e avviato in Lombardia e abbracciato dal neoliberalismo all’italiana.

Sul terreno dell’azione politica e amministrativa le regioni sembrano scivolare, in forme diverse ma confluenti, verso le pratiche sregolative e privatizzatrici; tentano di strappare allo Stato pezzi di autonomia e poi la subdelegano ai comuni o, nei casi peggiori, alle imprese, rinunciando comunque ad esprimere i propri interessi territoriali mediante la pianificazione. Le province boccheggiano tra l’abulia e l’attesa del loro scioglimento. I comuni sono abbandonati alla contraddizione tra lo strangolamento finanziario e le aspettative della popolazione in materia di welfare, oggettivamente sollecitati a svendere il territorio agli interessi della rendita per ottenere un po’ d’ossigeno..

Sul terreno della cultura l’accademia di affanna a conservare i propri privilegi e gli esperti si occupano d’altro.

Naturalmente, in tutti i campi, salvo rare eccezioni. Ma su tutto grava la pesante nuvola di un’ideologia, largamente condivisa, che vede nella crescita del PIL l’unica speranza di salvezza e nel mercato l’unico regolatore di ogni attività sociale.

Soffermiamoci su un evento, pernicioso di per se e tappa di un processo in corso: il decreto legge 112 del 25 giugno 2008, che nel pieno delle ferie agostane dovrà essere ratificato dal Parlamento. Il titolo è “Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria”. Quattro articoli almeno incidono pesantemente sul territorio e sui beni comuni. Siamo stati i soli a segnalarli, ma l’eco è stata debolissima. Riassumiamo i contenuti.

Il patrimonio di edilizia abitativa degli istituti delle case popolari deve essere venduto a prezzi stracciati: prioritariamente agli attuali inquilini, ma poi sul mercato libero (articolo 13).

Comuni, province e regioni sono stimolati a redigere il Piano delle valorizzazioni immobiliari: per sopperire alle decrescenti risorse concesse dalla fiscalità statale sono sollecitati a vendere suoli ed edifici, modificando le destinazioni d’uso se serve ad accrescerne il valore di mercato: naturalmente, in deroga alla pianificazione urbanistica (articolo 58).

Ma le deroghe sono ancora più consistenti per interventi ancora più suscettibili di indurre trasformazioni sull’assetto delle città e dei territori: la norma che a suo tempo tentò di introdurre l’on. Capezzone quando militava nel centro-sinistra, e che era stata fortunatamente bloccata in extremis, viene riproposta ora che l’on. Capezzone ha mutato schieramento, ma ancora peggiorata: chi vuole costruire una fabbrica o un albergo – o una pluralità di fabbriche e di alberghi – su una parte del territorio dove la pianificazione urbanistica prevede altre utilizzazioni, e dmagari la presenza di beni culturali e paesaggistici e le condizioni di rischio prescrivano tutele, può farlo con procedure acceleratissime e senza praticamente la possibilità di interferire nel processo della decisione, sostanzialmente affidata all’autocertificazione (articolo 38).

Ulteriori deroghe e ulteriori trasferimenti di risorse dal pubblico al privato promuove il “piano casa”: per realizzare edilizia sociale i comuni sono sollecitati a cedere suoli (magari destinati a spazi pubblici o al verde o all’agricoltura) a imprese private che si impegnino a realizzare edilizia residenziale da assegnare a determinate categorie di utenti a prezzi concordati; trascorso un decennio, entreranno in pieno possesso degli immobili realizzati sulle aree, con le edificabilità e le risorse finanziarie della collettività (articolo 11).

È lo stravolgimento di regole, procedure e pratiche che furono avviate nell’ambito dello stato liberale tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, con i primi piani regolatori, gli espropri per pubblica utilità, la realizzazione di edilizia residenziale pubblica, i primi vagiti della tutela de beni culturali e del paesaggio. L’evoluzione proseguì nell’epoca fascista, con l’ampliamento degli interventi di edilizia sociale, le leggi di tutela dei beni artistici e storici e del paesaggio, una più matura disciplina urbanistica. Si sviluppò – conclusa la fase anch’essa per altri versi devastatrice della ricostruzione postbellica – nel nuovo clima della democrazia popolare e di massa con il consolidamento e la generalizzazione della pianificazione urbanistica, un coerente dispositivo di intervento pubblico nell’edilizia abitativa finalizzato a soddisfare in modo differenziato le diverse fasce di esigenze, l’introduzione generalizzata delle tutele tra le componenti prioritarie dell’uso programmato del territorio.

Un’evoluzione che non aveva condotto ancora a un quadro privo di contraddizioni e di carenze. Non era stato risolto il nodo dell’appropriazione privata delle rendite causate dalle scelte e dagli investimenti pubblici: solo limitatamente e temporaneamente si era riusciti a incidere su di esso, con l’estensione delle aree destinate a essere rese pubbliche per la realizzazione della residenza (1962) e di spazi pubblici (1967). Si erano comunque tenuti fermi, e anzi consolidati, due cardini: il primato delle decisioni e degli interessi pubblici nel governo delle trasformazioni del territorio e nella garanzia di una sua visione sistemica, la presenza e l’allargamento di una quota del patrimonio immobiliare di proprietà collettiva. Sono questi due cardini che la politica urbanistica promossa del governo Berlusconi IV sta precipitosamente smantellando.

Chi può opporsi? In teoria molti soggetti.

In primo luogo i partiti dell’opposizione, dentro e fuori il Parlamento. Ma di tutto sembrano occuparsi, salvo che dello stato delle città e del territorio, e quindi della vita della società attuale e futura.

Poi gli altri livelli delle istituzioni repubblicane: le regioni, le province, i comuni, cui è affidata gran parte della gestione di quelle norme eversive che abbiamo segnalato. Ma essi, salvo rarissime eccezioni, sembrano affannarsi nel tentativo di impadronirsi delle briciole di uno “sviluppo” che, a voler essere ottimisti, non porta lontano (e a essere realisti porta alle catstrofi).

Resterebbe il popolo, ma questo è in largissimo misura conquistato dall’ideologia dominante (che in Italia ha rivelato perfino pesanti risvolti razzisti), propagandata da quel potentissimo strumento di formazione del pensiero che è il duopolio Mediaset-Rai (in ordine d’importanza). Quando esprime la sua protesta, la mancanza di risposte da parte della politica lo induce a gettarsi nella sterilità dell’antipolitica.

Per chi ha conservato lucidità e spirito critico, per chi non si è lasciato conquistare dall’ideologia corrente e ha conservato la memoria, o la speranza, d’una città e una società più giusta, l’imperativo è uno soltanto: resistere. Come però? Si deve sviluppare un’inventiva durevole, e si deve manifestare uno spirito pratico alimentato dalla consapevolezza della posta in gioco e dalla disponibilità a pagare qualche prezzo di persona.

Intanto bisogna convincersi che non ci si salva da soli. Nessuna associazione, nessun gruppo, nessun comitato o aggregazione di comitati, di gruppi, di associazioni si può salvare da solo e può salvare da solo il territorio dalla devastazione in corso. Occorre abituarsi a lavorare insieme, a superare ogni residuo di pratiche egoistiche o corporative.

Ci sembrano urgenti due piani di lavoro: la comunicazione, il monitoraggio della legislazione.

Sul primo punto bisogna tener conto che l’impoverimento del linguaggio, la distrazione dei media, la scarsa cultura specifica dei decisori e dei comunicatori, la stessa complessità del glossario degli operatori del territorio (in primis degli urbanisti) richiede di compiere uno sforzo notevole di semplificazione del linguaggio, di esemplificazione pratica degli effetti delle scelte sbagliare e di quelle virtuose. Su questa base bisogna fare ogni sforzo per raggiungere l’opinione pubblica utilizzando gli strumenti più adatti a questo scopo.

Sul secondo punto, bisogna in qualche modo sopperire al lavoro che una volta facevano i partiti di massa, che oggi si potrebbe attendere dal “governo ombra”, ma che in realtà nessuno compie: monitorare il processo di produzione delle leggi in materia, divulgare la conoscenza e la valutazione dei loro contenuti ed effetti, aiutare ad opporsi e a gestirle quando entrino in vigore.

Parallelamente a tutto ciò, bisogna impegnarsi – in primo luogo chi dispone degli strumenti idonei allo scopo – a risvegliare nelle persone lo spirito critico, la capacità di leggere dietro le parole correnti e le loro mistificazioni. Come ha scritto Franco Cordero, nel suo articolo su la Repubblica di oggi, “nell’Italia rieducata da Mediaset parola e pensiero sono drasticamente ridotti: circola un italiano «basic», vocaboli combinati in sintagmi che l’utente trova prêts-à-dire, senza fatica mentale; glieli forniscono speaker, giornali, politicanti”. Come ha detto Moni Ovadia, nel suo bellissimo intervento alla manifestazione del 7 luglio a Piazza Navona (qui sotto potete scaricare l’audiovisivo), “la perversione comincia dal linguaggio”. Dobbiamo innanzitutto riappropriarci delle parole, costruire il senso di un’alternativa all’ideologia dominante.

Sul decreto 112/2008 abbiamo pubblicato un articolo di Edoardo Salzano, Continua il grande furto, uno di Giuseppe Palermo, Un decreto legge devastante, e uno di Gianfranco Cerea, Una casa popolare ma non per tutti, da Lavoce.info, con una postilla di eddyburg. In calce potete scaricare gli articoli 11, 13, 38 e 58 del decreto legge.

Certo, questa volontà e capacità sono necessarie, ma insieme ad esse e forse prima di esse, è necessaria la politica. Poiché la pianificazione della città e del territorio è lo strumento che la politica, pensosa dell’interesse generale e del futuro della comunità, dovrebbe impiegare, coerentemente con le proprie strategie. Come potrebbe la pianificazione non essere in crisi quando in crisi profonda è la politica? E la politica è in crisi proprio perché sono venuti meno i suoi due requisiti essenziali: la capacità di guardare lontano, di saper delineare un progetto di società da costruire pazientemente conquistando il consenso necessario; la capacità di esprimere interessi capaci di rendere migliori le condizioni di vita della grande maggioranza della popolazione: capaci di divenire “interesse generale” della società.

È vastissima ormai la letteratura che illustra i modi e le regioni (e le devastanti conseguenze) di una politica che si è appiattita sull’immediato e sulla ricerca del consenso attraverso il solleticamento degli interessi più immediati. Di una politica che, anziché guidare l’economia, si è appiattita sull’economia data: quella per la quale l’unico obiettivo è la crescita esponenziale ed irrefrenabile della produzione di merci, il cui principale strumento la privatizzazione e la trasformazione in merce d’ogni risorsa materiale e immateriale, riproducibile e irriproducibile disponibile sull’intero pianeta. Schiava di un capitalismo la cui “manifestazione più evidente”, come ha scritto Piero Bevilacqua, “è la spinta impetuosa a trasformare la società in individui”, la politica ha perso ogni connessione con una società che possa definirsi tale. Non colloquia più con i cittadini, i partecipi di una comunità, né può esprimerli: si rivolge ormai alla “gente”, a una massa di individui ridotti a “clienti”, a meri compratori di merci sempre più “opzionali”, quindi inutili.

Del resto, l’ideologia che tende a costituire il “pensiero unico” di grandissima parte delle formazioni politiche, in Italia a altrove, è basata (come non ci stanchiamo di affermare) sulla dissoluzione dell’equilibrio tra la dimensione pubblica e la dimensione privata dell’uomo, sull’appiattimento sull’individualismo, sulla celebrazione come massimi valori del successo individuale, della ricchezza. Mentre per converso concetti come Stato, pubblico, collettivo, comune sono diventati tabù da evitare.

In definitiva dobbiamo concludere che, abbandonata dalla politica, l’urbanistica (e il suo strumento, la pianificazione) si è allontanata anche dalla società. Qui, forse, la ragione del suo declino. Ma qui anche, allora, la possibilità del suo riscatto, della sua ripresa. L’urbanistica infatti (ma preferiamo dire le ragioni della città come “casa della società”, come luogo, come prodotto e strumento di una comunità di cittadini) può ritrovare un suo ruolo e una sua utilità se si collega a quelle tensioni e interessi ch ormai si manifestano in quasi tutte le regioni d’Italia e si concretano spesso nella formazione e nelle attività di un numero crescente di “comitati”.

In questi anni i più attivi sembrano essere quelli che protestano contro le aggressioni al paesaggio, ai beni culturali, alle qualità storiche e ambientali provocate da interventi della speculazione variamente mistificati, oppure contro le “grandi opere” dannose agli equilibri territoriali e inutili fonti di spreco (dalla TAV in Val di Susa al MoSE veneziano al Ponte sullo Stretto) o addirittura di danni alla sicurezza della popolazione e alla sovranità nazionale (come la base USA di Vicenze). Ma il giro di vite sulle finanze comunali, il progressivo smantellamento delle strutture sociali del welfare urbano (dagli asili nido all’edilizia residenziale puibblica, dalla scuole alla sanità) provocheranno certamente un ulteriore aumento del disagio urbano, e una ripresa dei conflitti da ciò motivati (ne ragioneremo nella prossima edizione della Scuola di eddyburg).

I movimenti che si manifestano nella società in ragione di un uso distorto della città e del territorio, che abbiamo spesso definito come uno dei pochissimi segni di speranza, meritano di essere seguiti, incoraggiati e accompagnati. Occorre lavorare perché crescano, si consolidino, si colleghino in una rete sempre più estesa e più fitta. Perché siano aiutati a comprendere che le scelte contro le quali si protesta oggi hanno origini lontane e cause che solo oggi diventano visibili, ma che potevano essere conosciute e contrastate prima che diventassero irreversibili. Perché la pratica del conflitto sociale, accompagnata dallo studio delle cause del disagio, induca a ritrovare un rapporto fruttuoso con la politica. Il desiderio di partecipare alla definizione delle trasformazioni dell’habitat dell’uomo può nascere dalla mera protesta, ma è sterile se non si alimenta con la fatica della conoscenza, dello studio, della comprensione delle cause, delle regole, degli strumenti.

È un lavoro nel quale spetta anche agli urbanisti partecipare, collaborando con il loro sapere e con la loro vocazione alla tutela dell’interesse generale. Lo afferma del resto il loro “codice deontologico”, secondo il quale gli urbanisti “esercitano la loro professione esclusivamente per il bene e l'interesse pubblico […]. Il pianificatore territoriale rispetta il territorio come risorsa comunitaria, fragile e limitata, contribuendo, così, alla conservazione e valorizzazione del patrimonio naturale e culturale, favorendo lo sviluppo equilibrato delle comunità locali ed apportando miglioramenti alla qualità della vita”.

E più ancora della corretta analisi degli strumenti e delle leggi mediante i quali le condizioni del territorio migliora o peggiora, conta l’azione volta a rivelare ai cittadini che le condizioni del disagio possono essere modificate unicamente se si afferma nelle cose, nella concretezza della costruzione e nell’uso dei quartieri e delle città, delle campagne e dei paesaggi, il principio secondo il quale città e territorio sono beni comuni, che appartengono alla società di oggi e a quella di domani, e non possono essere sfruttati nell’interesse dei singoli individui: non esiste nessuna “vocazione” del territorio né ad essere “sviluppato”, né a essere edificato, e neppure a essere asservito all’uso esclusivo di chi ne è proprietario.

Prendiamo il lemma “ambientalismo”. È stata recentemente coniata, ed ha avuto larga diffusione e apprezzamento, l’espressione “ambientalismo del fare”. Si è voluta propagandare, con questa espressione, la volontà di affrontare la crisi dell’ambiente della nostra vita con un impiego massiccio di tecnologie: inceneritori, pale eoliche a go-go, degassificatori ecc.. Di affrontarla e risolverla, cioè, intervenendo a valle del processo da cui la crisi origina: operando sugli effetti trascurando le cause – e anzi, in qualche caso, addirittura aggravandole.

Prendiamo il caso dei rifiuti, che grazie alle gravissime carenze politiche e amministrative di Napoli e della Campania è esplosa e continua a impegnare i mass media. Quante voci si sono levate a porre in primo piano la questione della eccessiva produzione di rifiuti e la necessità di ridurla drasticamente – come è possibile – intervenendo nella fase della produzione e commercializzazione delle merci che diventano rifiuti? Eppure Italo Calvino l’aveva compreso 36 anni fa, quando descrisse Leonia. La società dei consumi, descritta da John K. Galbraith nel 1958, e la sollecitazione a consumi sempre più inutili, denunciata da Vance Packard nel 1957, sono realtà del tutto sconosciute ai nostri governanti e ai loro corifei; oppure costituiscono una zuppa nella quale affondano volentieri i loro cucchiai. Lungi dal proporsi di criticare il meccanismo economico nel quale viviamo, non si adoperano neppure a correggerlo intervenendo almeno - per restare all'esempio dei rifiuti - sulla riduzione degli imballaggi, che dei rifiuti rappresentano una componente rilevantissima.

L’esemplificazione potrebbe continuare. Ma dietro questa apparente ignoranza si nasconde la mistificazione di un altro lemma rilevante: “sviluppo”. Questo è un termine relativo, che acquista un significato positivo o negativo a seconda del fenomeno cui si riferisce. È certamente positivo lo sviluppo intellettuale di una persona, è certamente negativo lo sviluppo di una malattia. Ma nell’orrenda operazione compiuta sul linguaggio si è ridotto il termine sviluppo a una sola dimensione: oggi quel termine non ha più alcuna connessione con la crescita delle capacità dell’uomo di comprendere, amare, godere, essere, dare. Sviluppo significa oggi unicamente crescita quantitativa delle merci, ossia dei prodotti di una produzione obbligata a crescere sempre di più (a sfornare e a vendere sempre più merci) per non morire (per non essere schiacciata dalla concorrenza),e cresce appunto attraverso la produzione indefinita di merci finalizzate solo ad essere vendute, indipendentemente dalla loro effettiva utilità.

Come si vede, se si riflette un poco sulle cose, tra la concezione totalitaria dello sviluppo e la produzione abnorme di rifiuti (avete letto di quella nuova grandissima isola scoperta nell’Atlantico, composta unicamente di rifiuti flottanti aggregati dalle correnti?) c’è in nesso inscindibile. L’”ambientalismo del fare” è accolto e promosso perché contribuisce a produrre sviluppo (economico), cioè ad aumentare le ragioni di fondo della crisi dell’ambiente. Se esso fosse preceduto dall’”ambientalismo del pensare” si scoprirebbe che le cose che bisognerebbe davvero fare hanno connessioni strette con altre parole, dimenticate e seppellite sotto montagne di rifiuti. Parole come parsimonia, risparmio, razionalità. E con espressioni considerate ormai demoniache, come “ricerca di un’alternativa a questo sviluppo”.

Torniamo un attimo, prima di concludere, sul primo termine dal quale siamo partiti: “ambiente” e “ambientalismo”. L’orrenda semplificazione del linguaggio che ottunde i cervelli e li plasma arriva al punto da leggere le battaglie ambientalistiche come “scontro frontale tra bello e utile” (A. Cianciullo, su la Repubblica del 20 febbraio). Come se il nesso tra utilità e bellezza non dovesse essere strettissimo in una civiltà non trogloditica, e se non si dovesse applicare a qualsiasi trasformazione della crosta terrestre, come suggerisce Alberto Magnaghi, quella triade di “firmitas,utilitas, venustas” che Vitruvio aveva decretato per l’architettura (con buona pace per qualche architetto pennacchione, che proclama la bellezza delle ecoballe).

Nota. La città di Leonia è descritta da Italo Calvino, Le città invisiibili , Torino 1972. Il libro di John K. Galbraith, The affluent society , Boston 1958,è stato pubblicato in italiano col titolo La società opulenta, Milano 1965. Quello di Vance Packard, The Hidden Persuaders , New York 1957, è stato pubblicato in Italia col titolo I persuasori occulti, Torino 1958.

Sui rifiuti c'è in eddyburg una cartella, Rifiuti di sviluppo, nella quale c'è molto materiale.

L'icona è un disegno di Saul Steinberg.

Questi furono introdotti nella legislazione italiana, e generalizzati nella pratica urbanistica, con una legge e un successivo decreto degli anni 1967 e 1968. Sostanzialmente consistevano (come moltissimi dei frequentatori di eddyburg sanno) nell’obbligo di vincolare, negli strumenti urbanistici generali attuativi, una determinata quantità pro capite di aree da destinare alla formazione di spazi pubblici e d’uso pubblico. Fu un risultato raggiunto dopo anni d’iniziative sociali, culturali, amministrative, nelle quali svolsero ruoli decisivi la cultura urbanistica dell’epoca, le amministrazioni locali e i partiti dell’Emilia-Romagna, il sindacato dei lavoratori e soprattutto il movimento femminile. Un ampio fronte sociale e culturale, il cui obiettivo era rendere vivibile la città, utilizzando il piano regolatore come strumento orientato a questo fine, anziché a quello di regolare (o regalare) valori immobiliari.

Si comprese presto che non bastava che i piani vincolassero le aree: era una misura indispensabile, ma non sufficiente. Occorrevano due ulteriori condizioni: doveva diventare possibile acquisire le aree necessarie senza riconoscere alla proprietà fondiaria l’incremento di valore dipendente dalle scelte pubbliche, e occorreva finanziare l’acquisizione delle aree e la realizzazione delle opere di urbanizzazione nelle quali gli standard urbanistici si traducono.

Sul primo versante (valore della indennità espropriativa e riconoscimento ai proprietari di una parte soltanto della rendita) la vertenza fu aspra e non si giunse mai a una soluzione soddisfacente. Il Parlamento non si dimostrò mai capace di rendere concreto il principio, tipico degli ordinamenti liberali e stabilito dalla legge urbanistica nazionale del 1942 (una legge del periodo fascista!) secondo il quale l’indennità espropriativa non deve compensare il maggior valore dell’area derivante dalle scelte del piano urbanistico. E la Corte costituzionale si dimostrò molto sensibile alle ragioni dell’equità nei confronti delle prerogative dei proprietari, non a quelle nei confronti dei diritti dei cittadini.

Sul secondo versante, quello dei costi della realizzazione delle opere di urbanizzazione, si riuscì a ottenere che essi venissero accollati a chi percepiva la rendita immobiliare: nel caso di piani attuativi le aree destinate agli spazi pubblici dovevano essere cedute gratuitamente dai promotori delle lottizzazioni, i quali dovevano realizzare opere di urbanizzazione aperte a tutti i cittadini; nel caso del rilascio di licenze edilizie (poi denominate, con un passaggio non solo nominalistico, concessioni edilizie) mediante il pagamento di un prezzo corrispondente sia al costo delle urbanizzazioni necessarie per l’aggiunta edilizia, sia alle spese di urbanizzazione generale della città.

La legge 10/1977 (legge Bucalossi) stabilì espressamente che i proventi di questi oneri, come quelli delle sanzioni per gli interventi abusivi, venissero “destinati alla realizzazione delle opere di urbanizzazione primaria e secondaria, al risanamento di complessi edilizi compresi nei centri storici, nonché all'acquisizione delle aree da espropriare per la realizzazione dei programmi pluriennali”, e prescrisse che a tal fine quei proventi fossero “versati in un conto corrente vincolato presso la Tesoreria del Comune”.

Lodo Meneghetti e Sergio Brenna hanno già raccontato ai lettori di eddyburg come sia avvenuto lo svuotamento di queste sagge disposizioni. Destra e centro-destra, sinistra e centro-sinistra, parlamento e governo dell’altro ieri, di ieri e di oggi ne sono tutti responsabili. Certo in misura diversa, ma ciò non giustifica nessuno. La responsabilità della prima iniziativa risale a una “omissione” del ministro Bassanini (centro-sinistra, 2001); la palla è raccolta, e rilanciata in porta dal ministro Tremonti (centro-destra, 2004). Né gli anni successivi hanno invertito la rotta. Adesso lo scempio si completa, con la legge finanziaria per il 2008: nonostante gli allarmi gettati (anche da questo sito) e le proposte di emendamento offerte ai parlamentari che sembravano più sensibili.

La finanziaria con la quale si è chiuso l’anno vecchio ha prorogato infatti per gli anni 2008, 2009 e 2010 la sollecitazione ai comuni di destinare i proventi degli oneri di concessione al finanziamento delle loro spese correnti. Invece di affrontare il tema del costo della città, di chi deve pagarlo, di come e con che cespiti occorre mettere i comuni in grado di farlo, si è proseguito nello smantellamento di un altro pezzo di civiltà urbana.

Una norma bestiale, l’abbiamo commentata nell’eddytorialen. 109. Indicando le ragioni della bestialità sottolineavamo soprattutto che essa spinge i sindaci ad aumentare le aree da urbanizzare, al di fuori di ogni corretta valutazione del fabbisogno. Ci soffermavamo su questa conseguenza, nella speranza che l’unanime dichiarata espressione della volontà di tutelare il paesaggio e ridurre il consumo di suolo spingesse Governo e Parlamento a correggere la bestialità. Così non è stato.

Oggi, alla vigilia dell’anno nuovo, vogliamo sottolineare particolarmente l’altra ragione. Non è in gioco solo il progressivo impoverimento del paesaggio rurale, della bellezza e della storia (e della salute) dell’Italia. Accanto a questo bene comune un altro è messo in discussione, e potenzialmente distrutto: il bene comune della città come costruzione sociale, come luogo caratterizzato dalla presenza, dall’accessibilità e dall’idoneità delle attrezzature e degli spazi dedicati alle esigenze della vita pubblica, sociale, collettiva di tutti; delle cittadine e dei cittadini, e dei forestieri; degli adulti e dei bambini, degli anziani e dei deboli; dei benestanti e dei poveri: insomma, delle persone qualificate dal loro essere, e non dal loro consumare merci.

Ci turba, ci turba profondamente che il governo e il Parlamento, che gli uomini e le donne cui, in quanto elettori, abbiamo attribuito il compito di scrivere e di attuare le leggi mostrino di agire senza rendersi conto degli effetti che le loro decisioni provocano. Nell’oblio totale, e colpevole, delle ragioni che hanno spinto a conquistare le norme che essi cancellano, del loro significato sociale e civile. La speranza che affidiamo al 2008 è che, almeno su questo argomento, qualcosa di positivo finalmente accada. Eddyburg si impegna a proseguire con maggiore costanza e attenzione la buona battaglia.

L'immagine rappresenta un'opera di Ron Rueck.

Sugli standard urbanistici vedi anche l' eddytoriale n. 101e la postilla alla relazione di Giovanni Astengo al convegno dell'UDI del 1964

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