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Mariangiola Gallingani
Simboli
23 Febbraio 2005
Mariangiola Gallingani
La disputa sulla falce e martello e sulla svastica

risucchia in questi giorni gorghi d’intelligenza con molta probabilità degni di miglior causa - anche se di molti altri simboli, molto più banali e consueti, e tuttavia insinuanti, chissà perchè non discute nessuno. Ma stiamo al tema.

Nell’introduzione a Le querce di Monte Sole, volume dedicato da Luciano Gherardi alle comunità martiri vittime della strage nazista di Marzabotto, Giuseppe Dossetti sviluppa un ragionamento sulle stragi come delitti “castali”, la cui suggestione, ci dice, è nata nel corso dei suoi viaggi in India:

“Certo chi vada in India non può non rimanere impressionato lungo tutto il corso del Gange dalla moltitudine di templi con la svastica. La croce uncinata, che fin dai tempi preistorici si ritrova raffigurata su ceramiche funerarie o rituali e che fu assunta da un certo tempo in poi come simbolo solare, nel 1910 venne scelta come distintivo dei gruppi antisemiti tedeschi, e poi come simbolo del partito nazionalsocialista e infine del III Reich”.

Ora, è noto come non si trattasse affatto di coincidenza: l’urgenza di riconnettersi alle proprie remote radici indoeuropee ebbe la forza di distogliere, a conflitto mondiale dispiegato, uomini e mezzi facenti capo all’Ahnenerbe dagli obiettivi bellici, per spedirli invece ad approfondire le ricerche sulla propria ‘eredità ancestrale’ dalle parti del tetto del mondo. E’ noto anche – questo forse un po’ meno – che la svastica nazista cambia nel corso del tempo. Dapprima perpendicolari, i bracci della croce in seguito sono inclinati a 45°, mentre viene invertito l’orientamento dei ‘raggi’, dal senso antiorario al senso orario. Questa, definitiva, è la svastica che conosciamo (soprattutto dai film di guerra).

Ma naturalmente era impossibile – se non altro, dato l’enorme quantitativo di stoffa impiegata – che questa variazione sul tema desse luogo magicamente alla scomparsa di tutte le vecchie bandiere; così succede che, ancora oggi, scorrendo i vecchi filmati, si assista a parate in cui, per evidenti ragioni di economicità (solo per questo?), le diverse svastiche compaiono assieme – inducendo fatalmente, sia pure in modo subliminale, e sia pure attraverso la bionica lucidità dell’obiettivo di Leni Riefenstahl, un leggero senso di stonatura, la percezione laterale di una dissonanza.

Hitler manomise la svastica per quanto fosse – ed effettivamente era – ‘ancestrale’: ma se anche alle parate ufficiali la commistione dei simboli non faceva la differenza, prevalendo la ‘moltitudine’ su qualsiasi dettaglio, a maggior ragione noi, oggi, non dovremmo sottilizzare troppo, e limitarci ad ammettere che la svastica di Hitler era comunque la svastica indiana.

Ma se così è, e se anzi, come sempre ricorda Dossetti, Pio XI definì la croce uncinata “nemica della croce di Cristo”, dovremmo noi oggi risalire il corso del Gange provvedendo a cancellare una per una tutte le svastiche dagli antichi templi? (i Talebani che hanno fatto saltare il Budda di Bami-an potrebbero in ogni caso fornirci una consulenza).

La risposta è ovvia – ma le implicazioni meno; la svastica è scelta da Hitler non perché è bella, ma proprio perché è un simbolo ancestrale: e di certo anche per questa ragione, implicante neopaganesimo allo stato latente, Pio XI, che non vedrà gli orrori della guerra e l’Olocausto, la definisce “nemica della croce di Cristo”.

Ora, la falce e martello può essere equiparata alla svastica nel suo essere ‘simbolo’ – ma certamente non nella sua connotazione ancestrale: la mano che disegna la falce e martello è quella di una mitopoiesi laica, post-illuminista, post-baconiana: se di simbolo si tratta, trova le proprie corrispondenze in regioni terrene, terricole (la falce!), lontane dall’astrale onnipotenza del sole dai raggi uncinati. Paradossalmente, si tratta di un simbolo ‘debole’, che mostra la propria debolezza nell’obsolescenza degli stessi segni che esibisce (quanti mai hanno visto o toccato dal vivo una ‘falce’?: ma se ne possono trovare ai mercatini dell’antiquariato…). Il fatto che in hoc signo si siano compiute efferatezze non è argomento dotato di spessore, e proprio avendo davanti agli occhi della memoria la croce cristiana, e ciò che nel suo segno l’uomo ha fatto.

Non è il permanere – dove?, sui vessilli?, sui manifesti, sui volantini, sulle T-shirt? – di simboli come questo che ci dovrebbe preoccupare (né occupare del tutto, veramente): di nessun interesse per i cassintegrati FIAT come per i padroncini del nord-est come per le vittime attuali e future della riforma fiscale né a quelle annunciate della campagna per la salute né per i ferrovieri né per i pendolari – questi però costretti, se non altro da misericordiosi ritardi, ad appassionarsi per forza alle opinioni di chi è di turno (!).

C’è un intero universo di microsimboli che sono oggi la falce e martello (quelli concreti: gli atomi, non i bit) quotidiani di chi lavora: un intero linguaggio, un universo semantico dotato di derive magiche e misteriche né più né meno di quanto lo siano le sette religiose; vanno formandosi inavvertitamente cerchie di adoratori dell’icona, del proliferare dell’icona, della sua onnipotenza. Questo è il terreno, oggi, non nel 1930, del neopaganesimo strisciante: quello della presunta ‘intelligenza globalizzata’.

Al di sotto, sotto il pelo dell’acqua del falso egualitarismo che nell’icona si ‘visualizza’, sta il popolo di quanti non l’adorano, ma la subiscono; spesso, anche per meno di 5 Euro all’ora.

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