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Paolo Cacciari
Oggi in piazza per il bene della terra
14 Ottobre 2006
Articoli del 2006-2007
«Il paesaggio sfregiato rimane il mio dolore»: uno slogan di Andrea Zanzotto per la manifestazione di oggi a Roma. Da il manifesto del 14 ottobre 2006

Andrea Zanzotto, straordinario poeta veneto, in occasione di una festa per il suo ottantacinquesimo compleanno ha detto: «Il paesaggio sfregiato rimane il mio dolore». Bisogna fare attenzione; per lui il paesaggio non è un «belvedere», un panorama alberato, uno sfondo da cartolina, ma l'interazione vivente dell'uomo con la natura, il contesto empatico della coevoluzione della cultura del genere umano e della storia naturale del pianeta. Piero Bevilacqua, storico meridionalista, ha studiato per lungo tempo le trasformazioni del paesaggio operata dalle diverse pratiche agricole e ha in questi giorni ha pubblicato un libro che si intitola «La terra è finita. Breve storia dell'ambiente».

Con meno fascino letterario e senza grandi studi storici alle spalle, sulla semplice scorta di esperienze dirette di vita, i cittadini, gli abitanti, i lavoratori che si ritroveranno a manifestare oggi a Roma sono giunti alle medesime conclusioni: le ragioni dello Sviluppo, del Progresso, della Produttività... non possono compromettere le condizioni del buon vivere e del bene stare delle comunità umane nell'ambiente naturale. Quando le logiche dell'economia entrano in conflitto con quelle della salute, fisica e mentale, dei suoi «beneficiari» vuol dire che qualcosa non ha funzionato negli equilibri delle forze in campo. Vuol dire che qualcuno (pochi) è riuscito ad accumulare tanto potere da ricattare grandi masse di persone, così da costringerle ad accettare condizioni di vita e di lavoro non volute, non desiderate, non scelte. E non ci si venga a dire che può esserci uno scambio utile, reciprocamente valido tra i due interessi in campo; un patto leonino può al massimo generare un mercimonio alienante, mai vera equità. Come un tempo in fabbrica si pensava che la «nocività» potesse essere compensata con un «premio» in denaro (poi li hanno chiamati «lavori usuranti» che aspettano ancora un riconoscimento nel pensionamento), c'è oggi chi crede che le popolazioni locali possano essere risarcite per i disagi imposti da grandi cantieri, grandi forni, grandi infrastrutture, grandi antenne... concedendo sconti sulla bolletta elettrica e qualche finanziamento ai comuni di residenza. (C'è un articolo della Finanziaria 2007 che prevede esattamente questo trattamento agli enti locali «interessati» da nuovi impianti energetici). Non scherziamo con l'intelligenza di noi tutti! Non si vuole capire che i comitati dei cittadini inquinati non sono mossi da inconfessabili logiche egoistiche e proprietarie, ma dalla volontà di esercitare un diritto universale all'abitare nella salubrità. Essi affermano: «Né qui, né altrove». Se una cosa fa male a me fa male a tutti. L'atmosfera, le acque, le foreste... sono beni indivisibili, interdipendenti. Come la pace e la sicurezza. Né vale contrapporre a queste verità l'abusata argomentazione secondo cui l'età media delle popolazioni dei paesi più sviluppati è enormemente aumentata proprio grazie ai ritrovati della scienza e della tecnica che sono figlie del libero mercato, della libera ricerca, della libera impresa capitalistica. Quante volte ci siamo sentiti dire che «non è possibile mangiare la polpa senza sbucciare la scorza»? Un modo per dire che qualcuno pure si deve sacrificare in nome di «interessi generali» sovraordinati. Costoro non comprendono che la sfida che la nuova generazione dei movimenti ambientalisti (quelli nati con il rifiuto del nucleare e per il solare e che sono giunti fino alla straordinaria mobilitazione popolare della Val di Susa) hanno lanciato al mondo della scienza e della politica sta proprio nel pretendere una capacità di innovazione tecnico-scientifica tale da non provocare effetti indesiderati, da scongiurare conseguenze impreviste, da non impoverire inutilmente le risorse del pianeta. E' la sfida intelligente che la modernità consapevole ha di fronte a sé.

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