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Enzo Mazzi
La sconfitta di Firenze
6 Gennaio 2009
Articoli del 2006-2007
I recenti episodi dimostrano che le città non sono capaci di affrontare i problemi della globalizzazione neoliberista. Da il manifesto del 30 agosto 2007

Il clamore mediatico che ha suscitato l'ordinanza del Comune di Firenze contro i lavavetri ha varie cause. Una è certamente culturale: la «città sul monte», che nel secolo scorso ha animato e nutrito, nell'intero paese e a livello internazionale, la cultura della solidarietà, dell'accoglienza, della pace nella giustizia, grida la propria sconfitta di fronte al montare dell'insicurezza e della paura e si piega fino a diventare apripista e capofila di una politica repressiva e intollerante che suscita ammirazione e bisogno di emulazione nelle stesse amministrazioni più chiuse.

Non potendo aggredire le vere cause dell'insicurezza ci si affida al collaudato meccanismo del capro espiatorio: risorsa potente dell'impotenza politica.

Con questo non voglio dire che l'immigrazione oltre che una risorsa non sia anche un problema. I lavavetri infastidiscono, è vero. Ma nessuna persona razionale e sufficientemente informata può ritenere che davvero la strategia repressiva risolva qualcuno dei problemi sollevati dall'immigrazione. Erigere muraglie nel tempo della globalizzazione totale è come recitar giaculatorie per fermare la pioggia.

In conseguenza dell'appesantimento del controllo repressivo avremo solo una intensificazione del dominio della illegalità e della delinquenza sull'immigrazione. Non è questo che vogliono le strategie repressive, ma questo è lo sbocco inevitabile. Ed è proprio ciò a cui puntano le forze politiche ed economiche irresponsabili che da un lato cavalcano il disagio, la paura e le angosce della gente, mentre dall'altro fanno affari d'oro con gli immigrati irregolari, facendoli lavorare a nero con salari irrisori, senza diritti né sicurezze, oppure utilizzandoli per manovalanza in traffici loschi.

Il problema vero, primario, non è l'immigrazione, ma la globalizzazione liberista. L'economia basata sul valore assoluto e quindi totalitario del denaro e del profitto sfrutta il divario Nord-Sud per annullare gradualmente la società dei diritti, per distruggere lo stato sociale, per portare a fondo la sconfitta della classe operaia e della sua cultura solidale. Al dominio della finanza che regola il libero mercato fa comodo un Terzo Mondo disperato. E gli immigrati servono in quanto assolutamente ricattabili, bisogna quindi che almeno in certa misura siano irregolari, braccati, disperati, impauriti, affamati, pronti a subire tutto per sopravvivere.

Siamo a uno snodo cruciale. Perché la scienza e la tecnologia stanno dando un'accellerazione incredibile e incontrollabile alla globalizzazione mondiale. Ma la cultura resta quella del neolitico. E forse a dir questo manchiamo di rispetto verso l'homo sapiens, che si costruiva armi di selce per la pura sopravvivenza e non per la rapina. La nostra è tutt'ora una cultura di egocentrismo, di contrapposizione, di rapina e in fondo di profonda violenza.

È emblematico che si ergano grandi muraglie contro la mobilità dei dannati della Terra, nel momento della massima esplosione della mobilità globale. E che tanti fiorentini plaudano all'ordinanza contro i lavavetri mentre gnomi senz'anima e senza volto continuano a occupare i crocevia col commercio illegale e mafioso e si comprano Firenze riciclando danaro sporco e spesso anche insanguinato. Ecco lo snodo cruciale. L'unificazione mondiale non può esser affidata alla cultura della superiorità dell'Occidente la cui etica è un'etica di sopraffazione, di contrapposizione e di violenza. È senza sbocchi e senza speranza.

L'associazionismo solidale che tenta giorno per giorno, faticosamente, di risolvere i problemi dell'immigrazione con esperienze concrete e positive di integrazione, che dà forma, visibilità e concretezza a un'anima della città tollerante, accogliente, critica verso le mura che il potere eleva fra «noi» e gli «altri», anche in questa occasione deve assolvere il suo compito ed esprimere la propria contrarietà verso uno strumento puramente repressivo e inefficace che rischia di bruciare un lavoro positivo di anni. La «città sul monte» non merita questo offuscamento della sua immagine internazionale e lo pagherà caro.

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