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Stefano Bucci
Niemeyer Intervista esclusiva con il leggendario architetto
13 Dicembre 2004
Ravello
Su il Corriere della Sera del 12 dicembre 2004. L’architetto afferma tra l’altro, a proposito dell’auditorium di Ravello, che “il modo con cui è stato sviluppato non è esattamente quello che pensavo”. Se non è un disconoscimento di paternità, poco ci manca.

L' ultima cosa che viene in mente, parlando con Oscar Niemeyer, è che l'architetto che creò Brasilia stia per compiere 97 anni essendo nato il 15 dicembre 1907 a Rio de Janeiro. Perché, anche davanti all'interlocutore più agguerrito, sembra essere sempre e solo lui a condurre il gioco.

Così, nel suo piccolo studio affacciato sull'Avenida Atlantica, è lui che sceglie di parlare in francese («in inglese rischierei di fare troppi errori») o che chiede di avvicinarsi di più alla sua sedia («comincio a essere un po' sordo»). È ancora lui che a pranzo, dopo un involtino alla carne e un gelato all'avocado, domanda di Kakà e racconta della passione per il cinema di Visconti, Pasolini, Scola. Ed è sempre lui che mostra con orgoglio i suoi progetti, vecchi e nuovi: dal Museo d'arte contemporanea di Niterói al Caminho che a Rio prenderà il suo nome, dal Memoriale dell'America Latina di San Paolo al palazzo per il governatore di Minas Gerais, dalla Mondadori di Segrate al Memorial Oswaldo Aranha di Alegrete. Passando naturalmente per un sogno chiamato Brasilia, più o meno realizzato secondo alcuni critici, al quale Niemeyer ha lavorato come «soprintendente tecnico» dal 1956.

Oscar Ribeiro de Almeida de Niemeyer Soares, questo il suo nome per esteso, non è però un uomo arrogante. Tutt'altro. E questo nonostante tutti i suoi premi (Praemium Imperiale, Pritzker, Riba) e nonostante la celebrità («è come Pelé», è il minimo che ci si sente rispondere chiedendo di lui). Tanto che è lui stesso a rispondere al telefono ed è lui a riceverti, minuto ma elegantissimo nella camicia bianca con le cifre ON ricamate e le lucidissime scarpe marroni (sul tavolo c'è un flacone di Chanel pour homme), in uno studio microscopico tappezzato di tantissimi libri. Compreso il suo E agora? (E ora?) da poco uscito in Brasile: un racconto breve, e non un trattato di architettura, in cui Niemeyer narra la storia di Lucas, «un combattente di mille battaglie», un vecchio comunista che è quasi un suo alter ego e che ha scelto come lui «di non rassegnarsi mai davanti alle brutture della vita».

D'altra parte come non credere nella vena sovversiva dell'architetto dal momento che uno dei pochi decori di queste stanze con vista sulla spiaggia di Copacabana è una sua massima incisa sui muri che recita «quando la miseria si moltiplica e la speranza fugge dall'uomo, è tempo di rivoluzione»? Una rivoluzione legata «al rifiuto di ogni forma di capitalismo» e che finisce per tradursi persino nel rigore degli arredi di Casa Ypiranga: poche poltrone di cuoio nero con tanto di pouf poggiapiedi, una chaise longue, una sedia a dondolo di metallo, un tavolo semplicissimo. Tutto firmato Niemeyer.

Lei ha sempre detto che la vita è molto più importante dell'architettura.

«La vita può cambiare l'architettura e non viceversa. L'architettura è soltanto uno dei tanti tasselli che compongono l'esistenza dell'uomo. Al pari dell'arte, della letteratura, della musica, della scienza o della politica».

Per questo lei sostiene che l'architetto non si deve limitare a progettare?

«L'architetto non deve essere solo un tecnico. Deve avere una cultura generale, deve conoscere i classici della letteratura come gli scrittori contemporanei, deve intendersi di Matisse e sapere di filosofia. Il motivo? In questo modo riesce a conoscere l'ambiente che lo circonda».

E la politica?

«Anche la politica è parte della vita dell'uomo. Ed è una parte importante, almeno per me. Una parte che ho sempre vissuto sulla mia pelle: ho conosciuto Castro e ho fatto parte del Partito comunista brasiliano (più volte Niemeyer si è definito "l'ultimo comunista rimasto", ndr), sono stato in esilio a Parigi durante la dittatura militare e continuo a dichiararmi anticapitalista, un tempo ho protestato contro la guerra del Vietnam e oggi sono contro tutte le guerre».

Della guerra in Iraq cosa pensa?

«Bush ha invaso un Paese, lo ha oltraggiato e continua a oltraggiarlo. Questo per me è inammissibile. Ma la rielezione di Bush dimostra anche come siano ormai gli incapaci a governare il mondo».

Torniamo all'architettura: come giudica i suoi colleghi?

«Penso che ogni architetto sia capace di fare una buona architettura. Certo, quelli che possono dire di aver creato un'opera eccezionale non sono tanti, ma è un discorso che vale per tutte le forme della creatività: non tutti possono avere la capacità di progettare la chiesa di Ronchamp come ha fatto Le Corbusier, dipingere Guernica come Picasso o elaborare la teoria della relatività come Einstein».

Ha conosciuto e lavorato con Le Corbusier. Che ricordo ne ha?

«Un maestro, anche se non condividevo certe sue scelte. Umanamente era invece molto sfuggente e non abbiamo legato molto».

Chi sceglierebbe come modelli?

«Palladio e Alvaar Aalto sono stati fondamentali nella mia formazione».

Soltanto loro?

«No, anche l'invenzione del cemento è stata per me altrettanto fondamentale».

L'hanno spesso definita «razionalista sensuale». Perché?

«Non ho mai amato le linee rette e neppure gli angoli rigidi e inflessibili creati dall'uomo: li trovo innaturali. Sono sempre stato attratto dalle forme morbide e fluttuanti. Per questo i miei progetti nascono spesso da una forma curva come è curva la silhouette di una bella donna. Dunque un tratto semplice ma anche sensuale. Forse da questa miscela nasce l'idea del razionalista sensuale».

Che ricordo conserva del cantiere per la Mondadori di Segrate...

«Quella con Giorgio Mondadori è stata una bellissima esperienza, anche dal punto di vista umano. All'inizio non era quello che Mondadori avrebbe voluto, ma poi il risultato finale l'ha convinto».

Quando si parla di lei, impossibile non pensare subito a Brasilia. Come vede oggi quel progetto?

«Come un sogno realizzato: il sogno di dimostrare che il Brasile poteva essere capace di fare grandi progetti, di creare addirittura una città. Certo, anche i sogni possono dare problemi. E i problemi a Brasilia sono quelli, ad esempio, di edifici che si degradano o di una manutenzione difficile. Ma direi che può andare bene così».

Ma il Brasile non è solo il sogno di Brasilia...

«Oggi è anche violenza e povertà. È un Paese di grandezze e di miserie, il Paese di Ipanema e delle favelas. È un Paese per il quale bisogna continuare a combattere senza arrendersi mai. Anche se forse, davanti a questa realtà, viene da pensare che il progetto messo in pratica da Fidel Castro a Cuba sia l'unico che abbia dato risultati positivi. Almeno in tutto il Sudamerica».

Perché ha votato Lula?

«In realtà avevo scelto Ciro Gomes, ma non aveva alcuna possibilità di diventare presidente. Così ho ripiegato su Lula, che però mi sembra che si stia muovendo bene. E così, come dice Lucas il protagonista della mia novella E agora?, la rivoluzione per ora può attendere».

Dell'Italia cosa pensa?

«Un bellissimo Paese soprattutto perché in Italia ho tanti amici (d'origine italiana era anche Annita, la moglie di Niemeyer scomparsa all'inizio di ottobre, ndr)». E della sua architettura?

«Meglio quella classica, del Palladio, appunto».

A gennaio si deciderà la sorte del suo auditorium per Ravello, un progetto che ha suscitato molte polemiche...

«Credo che ci siano state incomprensioni. Continuo a giudicarlo un buon progetto, ma il modo con cui è stato sviluppato non è esattamente quello che pensavo».

Architetto, cosa si prova a essere definito un maestro?

«Niente. Continuo ad andare in studio tutte le mattine alle dieci e a progettare come ho sempre fatto, ma continuo anche a leggere, disegnare, scrivere».

Ma il suo studio nonostante i tanti lavori in corso non è poi così grande...

«E perché mai dovrebbe esserlo? Per progettare basto io».

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