loader
menu
© 2024 Eddyburg
Enzo Scandurra
Natura e cultura
19 Giugno 2017
Enzo Scandurra
“Non esiste più la separazione tra ciò che è naturale e ciò che è culturale. Le due divinità felicemente accoppiate, Natura e Cultura, sono morte e con loro l’idea di scrittura (segue)

“Non esiste più la separazione tra ciò che è naturale e ciò che è culturale. Le due divinità felicemente accoppiate, Natura e Cultura, sono morte e con loro l’idea di scrittura (segue)

“Non esiste più la separazione tra ciò che è naturale e ciò che è culturale. Le due divinità felicemente accoppiate, Natura e Cultura, sono morte e con loro l’idea di scrittura ecologica”. E’ la sintesi della lezione che l’antropologo e scrittore Amitav Ghosh [nell'icona - ndr] terrà al Festival Internazionale di Roma e pubblicato nel Domenicale del Sole-24 ore del 19 giugno.

Di per sé, l’affermazione non sorprende più di tanto, ma le conseguenze di questo evento (che dà l’avvio a una nuova era denominata Antropocene), possono essere sconvolgenti, se solo ci si riflette un attimo. Anni fa il noto scienziato e ambientalista senese, Enzo Tiezzi, (che aveva studiato negli Stati Uniti insieme a Barry Commoner e contribuito alla diffusione del famoso libro The Circle Closing), pubblicò un libro, Tempi storici e tempi biologici (Garzanti, 1984), nel quale si affermava che mentre la velocità di trasformazione naturale della biosfera si misura su una scala calibrata sui milioni di anni (ere geologiche), la velocità di trasformazione indotta dall’uomo si misurava invece nella scala delle centinaia di anni. Le due velocità, pertanto, non sono tra loro in alcun modo confrontabili. Quella che definiamo “la questione ambientale” altro non è, dunque, che il dis-adattamento tra la velocità dei cambiamenti naturali e quella dei cambiamenti prodotti all’uomo. Questa tesi fu ripresa da Giuseppe O. Longo che ha sostenuto che questo dis-adattamento tra il sistema-ambiente e il sistema-uomo (meglio sarebbe dire sistema: uomo-nell’ambiente), è la vera sostanza della questione ambientale.

In altre parole le modificazioni naturali dell’ambiente viaggiano a una velocità assolutamente inconfrontabile con quella provocata dalle modificazioni antropiche. Ora questo dis-adattamento è diventato addirittura osservabile oggettivamente nel corso della durata di una singola esistenza umana, tanto da sostenere che la nuova era dovrebbe definirsi Antropocene.
Il discorso di Ghosh fa un ulteriore passo in avanti: non è più possibile distinguere la Natura dalla Cultura, ovvero i cambiamenti della nostra biosfera sono ormai quasi esclusivamente prodotti dall’uomo. Ghosh analizza, in quanto antropologo e scrittore, gli effetti di questo cambiamento. La vecchia distinzione tra “Natura” e “Cultura” è stata “assai produttiva per le arti e soprattutto per la narrativa”. Quasi tutti i grandi romanzi del Novecento descrivono la lotta incessante dell’uomo con la Natura (basti ricordare Il vecchio e il mare di Hemingway). “Ma”, aggiunge Ghosh, “Nessuno scrittore può sognarsi di immaginare che tali paesaggi esistano ancora. Se uno scrittore contemporaneo dovesse tornare nei luoghi di cui scrissero Laxness e Hamsun, si troverebbe di fronte a un permafrost in via di scioglimento, popolazioni animali in calo, ritiro dei ghiacciai, nevicate irregolari, aumento della temperatura e via dicendo”.
Sempre da questa posizione, Ghosh legge il cambiamento prodotto anche sulla lingua poiché espressioni come “ritiro dei ghiacciai” o “innalzamento del livello dei mari”, sono del tutto nuove e assenti nella grande narrativa del secolo scorso. Così che: “Una volta introdotte, queste espressioni avranno lo stesso effetto di una specie invasiva in un ecosistema incontaminato: lacereranno inevitabilmente il tessuto poetico della lingua che un tempo permetteva di evocare questi scenari unici” (con buona pace di Leopardi, aggiungo io). Fin qui gli effetti sulla narrativa dei cambiamenti rapidi della nostra biosfera. Ma quali più sconvolgenti effetti provoca questo assottigliamento delle differenze tra Natura e Cultura?

In campo urbanistico si parla sempre più di resilienza. E’, come ho in altre occasioni sottolineato, un concetto preso a prestito dalle discipline biologiche e introdotto (seppure in modo scientificamente improprio) nel campo degli studi urbani. Qui esso starebbe a significare il tentativo di adattare le nostre città ai cambiamenti climatici in corso e a quelli che, molto probabilmente, si produrranno (con effetti ancora più disastrosi) nei prossimi anni. Ora a considerare vere le affermazioni di Ghosh, questi cambiamenti naturali sono tutt’uno con quelli culturali, ovvero è la nostra cultura (stili di vita, modelli di consumo, ecc.) a produrli. Anche questo è per certi versi scontato. I cambiamenti climatici sono principalmente l’esito delle modificazioni dello strato di CO2 che circonda la nostra biosfera e che garantisce quell’equilibrio delicatissimo tra energia solare in ingresso e calore rigettato fuori dalla biosfera, nello spazio. Un equilibrio, questo, simile a quello del nostro corpo dove il mantenimento di una temperatura costante di trentasei gradi è appunto garantito tra l’energia assimilata e il calore disperso nell’ambiente circostante. Nessuno potrebbe immaginare di poter sopravvivere con una temperatura corporea che oltrepassa i quaranta gradi o che sia, al contrario, inferiore ai 30. La temperatura media del nostro pianeta (misurata sulla superficie degli oceani) è di 14,5 °C. Variazioni modestissime (dell’ordine di due-tre gradi), provocherebbero conseguenze catastrofiche per tutte le specie viventi (uomo, soprattutto) che diventerebbero a rischio di quasi sicura estinzione.

Tornando alla resilienza, le affermazioni di Ghosh indurrebbero a pensare che più che ricorrere alla tecnologia per fronteggiare i cambiamenti in corso, bisognerebbe modificare il nostro modo di pensare il rapporto tra noi e l’ambiente. Noi – esseri umani – non siamo “altro” dall’ambiente che ci ha “prodotti”. “Il nostro corpo” – sosteneva Edgar Morin – “è una macchina di trenta miliardi di cellule, controllate e procreate da un sistema genetico che si è costituito nel corso di un’evoluzione naturale durata da due a tre miliardi di anni”, e “la bocca con cui parliamo, la mano con cui scriviamo sono organi biologici. Discesi dall’albero genealogico tropicale, dove viveva il nostro antenato, siamo convinti di essere sfuggiti per sempre fuori dalla natura, per costruire il regno indipendente della cultura”. Infine, aggiungeva Morin, noi siamo 100% natura e 100% cultura.

La nostra tecnologia (intesa come una delle manifestazioni della cultura), può aiutarci a ricomporre (o almeno a ridurre) il dis-adattamento prodotto tra uomo e ambiente. Se ad esempio, si riuscisse a far rispettare gli accordi della Cop di Parigi, potremmo sperare almeno di esserci avviati su una buona strada. Ma credo che non basti se non si interviene sulla cultura, ovvero se continuiamo a considerarci fuori dall’ambiente e a vederlo, o ad osservarlo, come uno sfondo, o un giacimento da cui continuare ad estrarre risorse. Ghosh, da antropologo, ne vede gli effetti. Abbiamo prodotto un mondo artificiale più “grande” di quello naturale pensando che possiamo ignorare quest’ultimo; pensando che possiamo farne a meno perché riteniamo la nostra tecnologia assai più potente delle forze della natura. Basta poi un piccolo sbadiglio di questa, come il recente terremoto nell’Italia centrale, per riportarci alla realtà della sua incommensurabile potenza, rispetto alla quale i nostri effimeri sforzi di adattare le nostre città alle conseguenze di quei cambiamenti da noi stessi prodotti, sono insignificanti.

ARTICOLI CORRELATI
17 Dicembre 2017

© 2024 Eddyburg