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Monticchiello. Ma non solo
5 Settembre 2006
Articoli del 2006-2007
Nel dossier (2-5 settembre 2006) gli snodi di una polemica che si sta allargando a temi più generali di urbanistica. Con una postilla

La lottizzazione di Monticchiello, un pericoloso grimaldello.

Vittorio Emiliani

L'Unità, 2 settembre 2006

Non sarà un«ecomostro» la lottizzazione di Monticchiello di Pienza, in piena val d'Orcia, e però rappresenta un pesante sfregio al paesaggio, ancora intatto, di quella stupenda area collinare che l'Unesco ha di recente inserito nel patrimonio mondiale dell' umanità, unico sito paesaggistico, credo. Questa è stata la pronta risposta al riconoscimento dell'Unesco: un bel grappolo di 95 unità immobiliari suddivise in undici lotti.

Condivido in pieno l'allarme lanciato da Alberto Asor Rosa dalle colonne di Repubblica il 24 agosto scorso. Disgraziatamente le parole del sindaco di Pienza, Marco Del Ciondolo, riportate dall'Unità del 29 agosto, non mitigano quell'allarme. Egli racconta che la lottizzazione era stata pensata in funzione di un nobile intento (ma non c'erano altri mezzi meno invasivi?), quello cioè di trattenere sul territorio le giovani coppie locali altrimenti prive di alloggi. Poi le giovani coppie si sono come volatilizzate e quelle unità immobiliari sono diventate seconde case. Per niente indispensabili, ma certamente ben spendibili sul mercato immobiliare, nazionale e internazionale. Inviterei il sindaco di Pienza a Capalbio - dove la pressione dell'area di Roma è più forte -per vedere quali scempi stia provocando il mercato delle seconde e terze case, a Borgo Carige, a Capalbio Scalo e quasi sotto le mura medioevali del borgo capalbiese, a Poggio del Leccio, con costruzioni che saranno visibilissime dall'alto e dal basso. Mentre si riparla di nuovi accessi al mare oltre l'area protetta dell'oasi del Wwf, al lago di Burano, per raggiungere quei 15 chilometri di spiaggia ancora libera, ancora tutta a dune, che certamente fanno gola alla speculazione. Il sindaco di Pienza potrebbe constatare come la pressione speculativa possa stravolgere, letteralmente, un paesaggio eun ambiente. Per sempre. Temo che pure a Monticchiello si sia posta la prima pietra di una invasione cementizia che intaccherà profondamente la stessa isolata e integra Val d'Orcia. Si comincia sempre così, poi il grimaldello scassa anche il resto.

Qual è il punto nodale di questa politica urbanistica alla quale sembra non esservi rimedio? Sono le leggi regionali con le quali le Regioni stesse hanno sub-delegato i singoli Comuni a vigilare sulla corretta attuazione delle norme paesistiche, cioè su se stessi, diventando così, da controllati che erano, controllori di se medesimi. Una normativa assurda, grottesca, che sta provocando disastri in tutta Italia. Autoesclusasi la Regione, rimane infatti un solo potere di controllo sui Comuni: quello delle Soprintendenze. Che però sono state indebolite negli ultimi anni, nei mezzi, negli strumenti e nei poteri. Il Codice Urbani prevedeva infatti che esse non avessero più alcun potere di veto a valle del progetto, per esempio di lottizzazione, una volta espresso il loro parere (soltanto consultivo!) a monte della progettazione medesima. Per non parlare dei vincoli che una volta si potevano apporre con maggiore facilità e autorità da parte degli organismi ministeriali e che un malinteso regionalismo ha reso oggi molto più difficili Questo doppio meccanismo ha,nei fatti, castrato quasi ogni potere superiore di tutela lasciando i Comuni liberi di fare, più o meno, quello che vogliono. È quanto sta accadendo nella intatta (sino a ieri) Piana di Navelli nell'Aquilano, l'altopiano dello zafferano, ricco di chiese lungo gli antichi tratturi delle greggi, dove alcuni Comuni hanno preteso l'attuazione di un faraonico potenziamento della Strada statale 17 con un impatto ambientale e paesistico devastante. Che la stessa Soprintendenza fatica ora moltissimo ad arginare e a ridurre. Il caso di Monticchiello, così opportunamente sollevato da Asor Rosa (non si offenda il presidente della Comunità dell'Orcia, vigili e tuteli piuttosto), è la spia di un aggressione suicida al paesaggio italiano, possibile anche nel cuore dell'Italia più civile e più conservata. Dove c'era, mi risulta, un buon piano urbanistico. Dove ci dovrebbe essere un piano del Parco Artistico eNaturale dell'Orcia. Rimasti entrambi nei cassetti. Col risultato di dissipare non soltanto una bellezza antica e una identità cara a tutto il mondo, ma anche un patrimonio economico fatto di turismo altamente qualificato, di residenze italiane e straniere sensibili al recupero e al restauro dei borghi e dei casali, di presenze rispettose. Così si va dritti all'imbruttimento, alla massificazione, alla omologazione dell'Orcia, come della Piana di Navelli o della Maremma capalbiese, ai luoghi ormai travolti dalla speculazione immobiliare. Un processo dal quale, sciaguratamente, non si torna indietro. Ci pensino gli abitanti dei luoghi. Ci pensino i ministri Rutelli e Pecoraro Scanio: gli organismi di tutela vanno riqualificati e potenziati e quelle leggi regionali di sub-delega ai Comuni vanno azzerate al più presto. Nell' interesse delle regioni e delle loro popolazioni.

La Val d’Orcia tra apocalisse e riformismo

Riccardo Conti

L'Unità, ed. Firenze, 3 settembre 2006

Cara Unità, mentre leggo l'articolo di Vittorio Emiliani «un pericoloso grimaldello » mi trovo per l'appunto a Capalbio e sto lavorando con la Sindaco, un po' di assessori, progettisti e stiamo discutendo del nuovo Piano Strutturale. I temi che abbiamo di fronte sono proprio quelli di cui parla, con toni in verità «apocalittici», Vittorio Emiliani: le olivete, la salvaguardia, come frenare - ero tentato di dire «azzerare» - quell'eccesso di sollecitazioni immobiliari che gravano sulla Maremma e su tutto il territorio rurale toscano, che, è vero, rappresenta agli occhi della speculazione immobiliare un grande infinito potenziale mercato. Con la nostra riforma, con il nostro sistema di pianificazione questo cerchiamo di fronteggiare, contenere, se necessario, azzerare.

Se Vittorio Emiliani è interessato potremo fornirgli materiali, elaborazioni, spunti, idee: a partire dal testo della LR 1/2005 «Norme per il governo del territorio» per vedere se potremmo avvalerci anche di qualche suo suggerimento. Tuttavia c'è un punto di dissenso irrinunciabile con la tesi di fondo dell'articolo in questione che non può essere sottaciuto. Per motivi essenzialmente culturali e politici. Noi per contrastare la speculazione e per un buon governo del territorio investiamo tempo, denaro, energie, risorse sui Sindaci, sugli enti locali, sulla democrazia e sulla partecipazione. Altri su un centralismo di stampo ottocentesco. Invito a rileggere dagli atti parlamentari lo splendido intervento del '67 di Mario Alicata sul sacco di Agrigento e sull'alluvione di Firenze; allora le Regioni nemmeno c'erano, le Sovrintendenze si, la speculazione imperava e creava quei danni e quei dissesti. Un grande intellettuale come Mario Alicata puntava fin da allora il dito contro le Sovrintendenze e invitava ad investire in democrazia. Il tema ha un grande rilievo culturale; attiene alle idee sulla società di domani ma anche alla qualità delle battaglie culturali di oggi. Se qualcuno pensa di governare società complesse, variegate Zygmunt Bauman le chiama «liquide», a furia di editti, decreti, vincoli; auguri! Noi preferiamo la strada dura e faticosa ma non illusoria - certo senza esisti scontati - della partecipazione, del confronto, della crescita politica e culturale. Vivaddio anche di buone leggi, di buoni piani, mestiere che noi toscani pensiamo di saper fare egregiamente. Siamo una Regione dove da due settimane uno stimolante intervento di Asor Rosa su caso di novantacinque nuovi alloggi, purtroppo, in via di costruzione in Val d'Orcia ha innescato un dibattito che impegna sindaci, assessori, intellettuali, giornalisti.

Questo è un bene, può segnare, infatti, la strada di una crescita vera di una cultura urbanistica più avanzata e la sostanza di un metodo riformista di governo del territorio. Fatto questo importante quasi come buone leggi e buoni piani. Questa è la nostra esperienza che pure ancora non ci accontenta e che lavoriamo ogni giorno a migliorare. Insomma non siamo istituzioni che il lunedì si occupano della tutela e il martedì dello sviluppo, ma vogliamo rappresentare una cultura che sa affrontare insieme tutela e sviluppo. Questo chiama democrazia, sindaci, amministratori un grande patto istituzionale per un governo sostenibile del territorio. Il centralismo invocato nell'articolo ci taglierebbe a fette; tutelare sarebbe cosa diversa dal governare. Questa sì è una prospettiva destinata alla sterilità e all'inefficacia. Il tema ha una valenza politica indiscutibile; ricordo a me, prima che ai lettori dell'Unità, che nelle analisi della sconfitta del 2000 che aprì la strada al berlusconismo, abbiamo criticato un'azione troppo volta al «riformismo dall'alto». Reichlin ha parlato di «riformismo senza popolo». Quello che vogliamo fare in tema di governo del territorio è anche tanto «riformismo dal basso». Sarebbe interessante se il tanto «riformismo dal basso» che amministratori, tecnici, intellettuali, cittadini praticano ogni giorno senza poter accedere agli onori delle cronache giornalistiche, potesse incontrarsi con una buona, indispensabile riforma del governo del territorio di tipo parlamentare. Sì, la nostra azione trova spesso limiti insormontabili nei regimi dei suoli, in quello fiscale, nella difficoltà nel praticare buone politiche di perequazione; insomma nell'aleatorietà di strumenti che solo una buona riforma a livello nazionale potrebbe darci. L'appello che faccio io ai ministri del centrosinistra è che insieme ai «riformisti dal basso» possano impegnarsi per darci questa buona legge.

*Assessore Regione Toscana al Territorio e Infrastrutture

Pienza, Capalbio e l’importanza delle Soprintendenze

Vittorio Emiliani

L'Unità, ed. Firenze, 4 settembre 2006

Caro direttore,

l'assessore regionale toscano all'Urbanistica, Riccardo Conti, rispondendo al mio articolo comparso su l’Unità di sabato, mi dà dell'«apocalittico » a proposito del giudizio sugli sviluppi edilizi di Monticchiello-Pienza (lottizzazione denunciata da Alberto Asor Rosa e che neppure lui condivide) e su quelli promossi a Capalbio dalla giunta di centrodestra che ha preceduto quella attuale. Dico solo: andare a vedere per giudicare; il panorama edilizio (tutto di seconde e terze case) parla da sé e il mega-parcheggio grida ancora vendetta. Nocciolo del discorso: per Conti la «buona urbanistica»non si fa con vincoli e controlli (tanto più se ministeriali), ma con la discussione e con la partecipazione democratica. Quest'ultima è certamente fondamentale, e tuttavia, in democrazia, è bene che i Comuni non siano i tutori di se stessi e che abbiano, sopra di loro, un controllo regionale, o provinciale, e ministeriale (Soprintendenze, cioè Stato). In Toscana è mancato il primo livello e il secondo appare, visto da Capalbio e da Monticchiello, decisamente debole. Menomale che il ministro Rutelli ha subito disposto una inchiesta sulla situazione di Pienza. Infine: per la Regione Toscana la tutela dei beni culturali e paesistici dovrebbe essere regionalizzata, modificando, evidentemente, l'articolo 9 della Costituzione che la affida alla Repubblica, cioè allo Stato, in primis, con la collaborazione di Regioni e autonomie locali. Riccardo Conti cita la drammatica frana di Agrigento e scrive che le Soprintendenze, allora, c'erano già. Verissimo. Solo che in Sicilia erano rinate, nel 1947, «regionalizzate». Proprio come le vorrebbe, ora, la Regione Toscana e come molti di noi, invece, non le vogliono. Anche qui, andare a vedere per credere. Cordialmente

Con le nuove norme urbanistiche, un caso Monticchiello non sarà più possibile

Mario Lancisi

Il Tirreno, 5 settembre 2006

Mai più ecomostri come quelli - così numerosi - documentati nelle inchieste del "Tirreno". Mai più, assicura il presidente della Regione Claudio Martini: perché entro dicembre saranno operativi i nuovi strumenti urbanistici che la Regione si è data. Con i nuovi vincoli «un caso Monticchiello non sarebbe stato possibile». Per il passato però la Regione è impotente: «I miei legali mi dicono che non ci sono margini per intervenire», si difende Martini. Di ritorno dalle ferie trascorse tra Salisburgo e l'isola di Capraia, Martini si è ritrovato sul tavolo la "grana" di Monticchiello, l'insediamento urbanistico contro cui si espresso il furore polemico di Alberto Asor Rosa. Un caso che poi si è trasformato in dibattito suU'edilizia selvaggia in tutta la Toscana.

Una grana che l'intervista al "Tirreno" dell'assessore ai trasporti e all'urbanistica Riccardo Conti avrebbe reso ancora più vistosa agli occhi del governatore, stando almeno ad alcune indiscrezioni. Per almeno due ragioni. Conti ha definito «uno schifo» l'insediamento di Monticchiello, e di fronte ad uno schifo, ha replicato Asor Rosa, non si può dire che la Regione non può fare nulla. Seconda ragione: Conti ha accusato Asor di predicare bene ma di razzolare male: «In Toscana ha due seconde case...». Una caduta di stile che non sembra molto piaciuta a Martini.

«Non ci piace, però.....E così ieri il governatore ha preso in mano la patata bollente delle varie Monticchiello toscane. Ha confermato quanto già detto da Conti: la Regione non può farci nulla. E' stato però meno drastico nel giudizio sul complesso residenziale in costruzione a Monticchiello, in difesa del quale si erano spesi il presidente della provincia di Siena e il sindaco di Pienza, entrambi diessini: «Noi non condividiamo quell'opera - ha detto Martini - ma non possiamo farci niente. Possiamo solo rafforzare gli strumenti perché in futuro un caso Monticchiello non accada più». E al ministro per i Beni culturali Rutelli che ha chiesto gli atti dell'insediamento, Martini ha fatto sapere di essere disponibile a collaborare.

Choc e dialogo. Ma è soprattutto su Asor Rosa e le critiche piovute in questi giorni sull'urbanistica toscana che il governatore ha voluto aprire ai critici: «La vicenda ha aperto una discussione utile. Possiamo cogliere questa opportunità per ripartire con un dibattito culturale, anche interno alla sinistra, sulla ecosostenibilità. Il caso di Monticchiello ha offerto un'utile occasione di riflessione, una sorta di choc positivo per approfondire i problemi della tutela e della sostenibilità urbanistica e gli strumenti più efficaci per scongiurare il ripetersi di simili interventi».

«No al centralismo». Martini ha invece polemizzato con la proposta di restituire allo Stato o alla Regione le competenze urbanistiche per toglierle dalle mani dei comuni: ««Sarebbe sbagliato e ingiusto buttare la croce addosso ai Comuni, invocando un nuovo centralismo. Se la Toscana conserva ancora oggi la sue caratteristiche ambientali il merito è anche e soprattutto dei Comuni. Nell'ultimo decennio le previsioni dei piani urbanistici sono passati da 8 a 4 milioni di abitanti. Voglio mettere in guardia da facili scorciatoie e da tentazioni bonapartiste».

Se i Comuni fanno cassa. Martini ha poi accennato a due cause possibili del degrado urbanistico. Intanto la politica dei Comuni: «Se le risorse che arrivano sono sempre meno, alcune amministrazioni vedono negli oneri di urbanizzazione entrate vitali».

E, in secondo luogo, ha concluso Martini «c'è da considerare l'aumento della pressione nel settore edilizio con la crisi di altri comparti produttivi». Un'economia da anni in zona recessione ha trovato nello sviluppo edilizio una boccata di ossigeno. La Toscana produttiva è entrata in crisi mentre ha preso slancio, anche troppo, la rendita finanziaria e immobiliare.

Quanto è banale quell'ecomostro

Vieri Quilici

La Repubblica, 5 settembre 2006

La notizia apparsa su La Repubblica del 24 agosto che il cemento stia cominciando a minacciare seriamente una zona della Toscana conosciuta per il suo straordinario paesaggio e per i suoi altrettanto straordinari beni culturali, ma soprattutto per l’attaccamento della sua popolazione alle proprie tradizioni - avrebbe, come prima impressione, dell’incredibile. Stiamo infatti parlando della Val d’Orcia e in particolare di Monticchiello dove il locale Teatro Povero da decenni propone un continuo confronto critico tra passato e presente come modo consapevole di affrontare i problemi di quel territorio e di quella comunità.

Circa dieci anni fa proprio per quella zona veniva approvato dalla Regione Toscana, dopo un lungo e travagliato lavoro preparatorio, la costituzione di un Parco Artistico Naturale comprendente il territorio dei cinque comuni della Valle (Castiglione, Montalcino, Pienza, Radicofani, San Quirico) che così rientravano in un’unica vasta area protetta. Il progetto si ispirava a princìpi in senso lato ecologici, puntando su di uno sviluppo fondato sulle risorse locali - culturali innanzi tutto, ma anche materiali ed umane - e teso a creare le basi per una ricettività ed una corrispondente redditività diffuse, a conferma di un’esistente, straordinaria qualità ambientale. Un progetto che non intendeva alterare una realtà di per sé preziosa. Al fondo, il segreto di quel territorio, che lo rendeva per molti versi unico e che andava assolutamente rispettato, consisteva nel delicatissimo equilibrio tra popolazione insediata nei borghi ed uso del suolo, ordinato secondo un’armonica alternanza di grandi estensioni a grano e di coltivazioni agricole pregiate.

Questo era quanto si era riusciti ad ottenere sotto la spinta dei Comuni interessati e grazie ad alcuni ammirevoli amministratori locali.

Accadeva dieci anni fa. Oggi invece sorge l’"ecomostro" di cui l’articolo di Asor Rosa ci ha fornito una spietata ma assai precisa descrizione. Siamo di fronte ad un ennesimo paradosso? Non proprio. Ciò che sta accadendo, che purtroppo non risponde a quanto sembrava acquisito sul piano delle intenzioni, risponde invece a meccanismi che tipicamente conseguono all’assenza di un’effettiva politica territoriale. Il progetto di Parco prevedeva ad esempio alcuni interventi che avrebbero dato senso all’intera operazione e di cui non si è più avuta notizia. Dal recupero dell’alveo fluviale, da sempre ridotto a una sequela di cave di sabbia, alla risistemazione dell’area interessata da un’opera rimasta - per fortuna - irrealizzata, la diga di San Piero in Campo; dall’attrezzatura come strada-parco del tratto della Cassia che attraversa la valle in alternativa alla sua trasformazione in superstrada, in gran parte in rilevato (progetto Anas), all’organizzazione di una rete di percorsi che doveva connettere i casali storici sparsi secondo l’antica logica dei "poderi", e così via, con una decina di progetti che avrebbero potuto dare il segno di una strategia coerente con le intenzioni iniziali.

I meccanismi che si sono messi in moto sono dovuti invece più all’assenza che alla presenza di iniziative ed è chiaro che quando non si persegue un obiettivo guidando coerentemente l’evoluzione dei processi, quando non si avvia una strategia che guidi i comportamenti, non solo economici, dei soggetti interessati e degli amministratori, a quel punto non ci si può sottrarre alla pura logica di mercato. Vale a dire, per quanto riguarda l’uso del suolo, al suo sfruttamento edilizio, verrebbe da dire monocolturale.

La questione va anche oltre i limiti di un caso locale: essa può forse anche essere vista nella sua emblematicità tutta italiana. Sembra infatti oggi necessaria una riflessione su alcuni aspetti cruciali della politica di salvaguardia dei beni ambientali per mettere in guardia dalle conseguenze dell’equivoca, malintesa alternativa tra conservazione e sviluppo (che è concetto moderno) inteso, il secondo termine, come "modernizzazione", inevitabilmente soggetto quindi alla banalizzazione dell’immagine, ma anche al suo potere di corruzione nei confronti del gusto e dei consumi correnti.

Si pensi, nel caso segnalato, alla banalità del modello proposto, assimilabile quasi a quello del villaggio turistico, se confrontato con la ricchezza storica del sistema insediativo-produttivo dei poderi e dei "casali". Una banalizzazione che più in generale sta degradando l’offerta di un turismo culturale nazionale sempre più massificato.

Una riflessione necessaria, così come sarebbe il caso di riflettere su come in nome di una ugualmente malintesa democratizzazione delle decisioni si possa giungere ad alcuni eccessi nei meccanismi di delega a singoli poteri locali di fondamentali funzioni di indirizzo e di controllo. Il progetto Val d’Orcia prevedeva, a correzione di tali tipi di eccesso, la formazione di un organo di governo collegiale, costituito dalla Conferenza dei sindaci, che però non sembra particolarmente attivo e convinto delle proprie funzioni.

Mai forse come in questo caso la metafora del Buongoverno (non la "governance", per carità!), appare oggi appropriata ad indicare come e quanto ancora si potrebbe fare e soprattutto a non fare. Sembra tra l’altro che sia stata proprio la corrispondente immagine del Lorenzetti presente nel famoso affresco senese, confrontata con quella attuale di Monticchiello, a convincere i funzionari Unesco del valore unico ed inestimabile di un paesaggio - opera d’arte e a dichiarare la Val d’Orcia patrimonio dell’umanità. Di "ecomostri" in costruzione non avevano ancora sentito parlare.

Postilla

In Campania eccesso di potere regionale; in Toscana eccesso di potere comunale. Non sono forse due facce dello stesso errore? Che è quello di non comprendere che ci sono responsabilità della Regione e responsabilità del Comune, che la tutela del paesaggio è responsabilità primaria della prima (e dello Stato), e che ad essa (e allo Stato) spetta anche promuovere uno sviluppo economico non basato sui valori immobiliari. Ne hanno consapevolezza i governanti di oggi? Non sembra proprio, se in Val d’Orcia (e altrove) ognuno può costruire il villaggio turistico che gli pare senza che la Regione abbia stabilito prima regole rigorose di tutela del paesaggio, e se i sindaci sono indotti a consentire speculazioni inutili (per l’economia) e dannose (per il paesaggio e il futuro) per poter pagare gli stipendi.

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