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Roberto Ciccarelli
L’egemonia proprietaria dell’Uomo Nuovo
29 Aprile 2008
2008-13 aprile, prima e dopo
La crisi della sinistra italiana nasce dalla disattenzione ai motivi ideologici di fondo che determinano l’ideologia neo-liberale e la sua egemonia. Da il manifesto, 29 aprile 2008

La scomparsa della sinistra italiana dalla rappresentanza parlamentare non è solo l'ultimo colpo di coda dell'insensato cupio dissolvi che l'ha accompagnata dal 1989, ma il sintomo plateale della sua inadeguatezza rispetto alla trasformazione dell'ormai trentennale ciclo politico neoliberale in cui ci troviamo. Di questo ciclo, delle sue contraddizioni politiche e delle sue rotture storiche, questa sinistra nulla o quasi ha compreso, se non quando ha denunciato con qualche approssimazione e genericità l'«americanizzazione» della società italiana. La tonalità penitenziale che hanno assunto le analisi del voto convergono in gran parte su questo punto. È un gigantesco passo in avanti per chi non ha quasi mai praticato la virtù del dubbio, preferendo attribuire gli errori della propria proposta politica all'incapacità della società di coglierne il senso. Ammettere tuttavia di non avere compreso nulla della «realtà» è una conclusione imbarazzante che assomiglia ad una penosa autoassoluzione e non spiega la ragione per cui questo processo si è consolidato al punto da avere raggiunto conseguenze così imprevedibili.

Vittoria senza partito

È una salutare novità che alcuni protagonisti della sinistra politica abbiano invitato ad analizzare la sua disfatta politica a partire dai suoi presupposti culturali. Solo che non ci si può accontentare di pensare che le «culture della destra» si siano impadronite della società e che per questo motivo la sinistra non riesce più a capirla. Applicare lo schema «destra/sinistra» al ciclo politico neo-liberale può forse appagare l'istinto di conservazione di una cultura penalizzata dal suo originario storicismo, ma non spiega come una battaglia culturale potrebbe intervenire nella costruzione di un'identità politica alternativa. In un'intervista intitolata significativamente Building a New Left (Costruire una nuova sinistra), rilasciata addirittura alla fine degli anni Ottanta nell'Inghilterra di Margaret Thatcher, il filosofo (gramsciano) Ernesto Laclau ha spiegato che l'egemonia attribuita alla «destra» neo-liberista è un artefatto complesso che unisce tutti i livelli nei quali gli uomini condividono l'identità collettiva e le loro relazioni con il mondo (la sessualità, il privato, l'intrattenimento, il potere). L'egemonia non è dunque mai un partito, o un soggetto, ma l'espressione di molteplici operazioni che si cristallizzano in una configurazione, quella che Michel Foucault ha definito «dispositivo».

Così come il neo-liberismo non è l'espressione di un partito, né s'incarna in un soggetto (Thatcher? Tony Blair? Silvio Berlusconi?), perché rientra in un «dispositivo» più ampio, in un'«egemonia» appunto, anche chi vorrebbe contrastarlo dovrebbe accettare l'idea per cui l'esercizio di una critica non ha bisogno solo di un partito, ma di capire quale funzione egli svolge nel dispositivo in cui si trova. Oggi, la faticosa, e non scontata, riscoperta del principio di realtà dovrebbe giovare a questo compito: non si tratta, infatti, di essere solo contro il neo-liberismo, come se fosse possibile astrarsi dalla sua presa, magari praticando la retorica angelicata dell'alternatività della proprio «essere di parte». Si dovrebbe capire, una volta per tutte, di essere dentro un ciclo politico nel quale le identità politiche tradizionali evaporano, mentre le nuove sono il risultato di contrattazione politica permanente.

Primato della contingenza

Si potrebbe allora immaginare, in questa cornice, un primo passaggio che ha messo all'angolo la «sinistra», in quanto portatrice di una cultura politica espressione della classe operaia, agente della trasformazione e dell'emancipazione: il venir meno di quel soggetto universale nelle forme conosciute nel XX secolo. La «sinistra» non ha dunque colto il senso profondo del nuovo ciclo politico che interroga l'assetto più generale dei saperi: l'universale non è più un'essenza, o qualcosa che si dà nella storia già bell'e pronto, al contrario si costruisce nella contingenza, seguendo le linee eterogenee dei problemi specifici, irripetibili, ed individuali.

Normalmente questo passaggio è stato interpretato come il tentativo di opporre la libertà all'uguaglianza. In realtà, il dispositivo neo-liberale - che non è il liberismo, ma la realtà più ampia dell'egemonia in cui viviamo - ha provveduto a trasformare il significato di queste polarità a partire da un orizzonte unico per tutti, quello della libertà. Di essa, il neo-liberismo ha fornito alternativamente un'interpretazione individualistica o sicuritaria. Ciò non ha impedito, ad esempio al filosofo francese Jean-Luc Nancy ne L'esperienza della libertà (Einaudi), di interpretare la libertà in un senso singolare. Quell'universale che prima veniva identificato nelle grandi identità collettive, garantendo l'esistenza del principio di uguaglianza e la possibilità di rivendicarlo, oggi si configura a livello della vita dei singoli, a livello cioè della qualità esperienziale che rende unica questa vita e, in questo modo, uguale a quella degli altri.

Chi volesse interrogare la natura del dispositivo neo-liberale non dovrebbe trascurare la portata di questa trasformazione radicale. Egli dovrebbe quindi sapere distinguere il canone della filosofia liberale, per il quale la libertà è sempre prerogativa dell'individuo, dal dispositivo di governo che garantisce l'uso politico di questa libertà. È proprio tale uso ad essere l'oggetto della politica, incontrastata, di tipo neo-liberista. L'unico ad avere inteso, finora, questo problema è stato Michel Foucault che ha riassunto in maniera brillante il senso del dispositivo in atto: il liberismo promette libertà. Il suo dilemma, tuttavia, è che la libertà degli individui deve essere governata e questo significa produrre insicurezza. Ciò obbliga a produrre nuove dosi di sicurezza, ma la sicurezza prodotta distrugge la libertà da governare. Questo significa che il dispositivo neo-liberale non è irreversibile, anzi è ricco di aporie e di contraddizioni sulle quali lavorare per trovare alternative.

Management governa mentale

Gli «studi sulla governamentalità» rappresentano, ad oggi, uno dei rari percorsi di ricerca ad avere affrontato questo compito, partendo dalle analisi sul neo-liberismo condotte da Foucault in Sicurezza, territorio e popolazione e Nascita della biopolitica (Feltrinelli). Avviati da un ristretto gruppo di intellettuali della «nuova sinistra» inglese, spesso in polemica con le analisi della sinistra marxista (Terry Eagleton) e di quelle degli «studi culturali» (Stuart Hall), questi studi hanno esplorato i singoli campi in cui si è sviluppata la governamentalità neo-liberale durante gli anni Ottanta e Novanta, in particolare le nuove scienze del management, le tecniche assicurative, la bio-medicina e le bio-tecnologie. In una serie poderosa di volumi, mai ancora tradotti in italiano, come ad esempio Foucault and Political Reason. Liberalism, neo-liberalism and nationalities of government, (A. Barry, T. Osborne, N. Rose, 1996), Powers of Freedom. Reframing political thought, (N. Rose, 1999), The Politics of Life Itself. Biomedicine, Power and Subjectivity in the Twenty-First Century, (N. Rose, 2007), questi studi hanno rivelato plasticamente il drammatico ritardo accumulato dalla sinistra sin da quando non ha capito che il dispositivo neo-liberale è una declinazione sicuritaria di quell'orizzonte fino ad oggi insuperato - la libertà - nel quale viviamo.

In cerca di autonomia

Contro questa declinazione che inserisce l'individuo all'incrocio tra i legami e le affinità che si creano nelle comunità territoriali chiuse e nelle scelte individuali utili al consolidamento della propria sicurezza, il pensiero critico - e il progetto politico di cui esso è consapevolmente portatore - dovrebbe opporre un'idea affermativa della libertà. Una libertà intesa cioè come autonomia alimentata dall'ostinata e selvaggia volontà di vivere liberamente da parte dei soggetti; come ethos comune stabilito dal desiderio di affermare la singolarità, e la differenza, di ciascuno; come prospettiva universale capace di formulare una progettualità politica inclusiva e di rinunciare alle identità essenzialistiche che hanno caratterizzato la cultura politica della «sinistra».

Un compito arduo, considerata l'arretratezza politica e culturale che la sinistra ha sedimentato in questi anni. Un compito che diventerebbe però impossibile se si continuasse a credere che la «destra» ha capito un problema che la «sinistra» non ha nemmeno immaginato. La mancanza in Italia di analisi politiche sul «dispositivo» neo-liberale, e sulle gigantesche trasformazioni politiche ed epistemologiche da esso indotte, non è certo una novità. Continuare ad ignorarla, significa ammettere la propria superfluità in un dispositivo che già da tempo fa a meno di un punto di vista critico

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