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Rossana Rossanda
Lettera a Rifondazione
17 Maggio 2008
2008-13 aprile, prima e dopo
La riflessione continua, e con essa la critica alle diverse componenti della sinistra. Il manifesto, 17 maggio 2008

Si può capire che dopo la batosta la ex Sinistra arcobaleno sia in sofferenza. Dovrebbe esserlo anche il Pd, dato che il disegno di prendere voti al centro è fallito, ma il suo leader è inossidabile, fa le fusa con Berlusconi perché quel che in primo luogo preme a tutti e due è riconoscersi l'un l'altro come il solo interlocutore su piazza. Per la Sinistra arcobaleno non c'è invece conforto possibile. La scomparsa dal parlamento ha mandato a pezzi il progetto di rimescolare le sinistre residue, e il fatto che ognuna soffra e se ne vada per conto suo dimostra che era davvero fragile. Quel che non è comprensibile è che si domandino così poco il perché del fallimento. Tutti lamentano di non essere stati capiti o non essersi fatti capire; si fa la festa ai gruppi dirigenti dei quali si chiedono le dimissioni o si hanno addirittura senza chiederle. Tutti scoprono l'ombrello, cioè che la Lega è radicata nel territorio, mentre in nome della modernità ci si è affidati più alla tv che alla frequentazione di coloro cui si chiedeva il voto.

In convulsione è soprattutto Rifondazione: perché la sciagurata ha partecipato al governo? Non ci doveva andare, doveva appoggiarlo dall'esterno. Ma non vedo che cosa sarebbe cambiato: o ne votava volta per volta le leggi, rinunciando a portarvi dall'interno anche quel poco che è riuscita a introdurvi, oppure non le votava, e il governo sarebbe caduto fra gli strepiti contro la sua «irresponsabilità». Come nel 1998. Non è che dopo quella rottura Rifondazione sia cresciuta. E adesso? Essa si sta dividendo sul dilemma: meglio rinsaldare la propria identità o mirare a un soggetto più largo, sottintendendo che chi difende la prima scelta mira di più al «sociale» mentre chi difende la seconda mira solo al «politico». Meglio andare al congresso su un'unica tesi emendabile o su due o più tesi? Chi vuole l'unità e chi cerca la rottura? E fioccano i sospetti.

Il Pdci se la cava invece con la convinzione che se avesse mantenuto il simbolo della falce e martello, infaustamente concessi alla Sa, gli sarebbe andata meglio. La sinistra di Mussi si accorge di essersi data una mossa troppo tardi. I Verdi pensano che si può trattare anche con il Pd su un ambientalismo che non tocchi la proprietà, vedi Al Gore. E via. Come ho detto, si può capire. Ma è difficile che ci si appassioni.

Eppure siamo stati colpiti tutti. C'è stata una tempesta, aggravata dalla legge elettorale ma non imputabile solo ad essa. Nessun paese dell'Europa occidentale è nel nostro stato, con tutta ma proprio tutta la destra al governo e i cosiddetti «riformisti» che fanno fuori l'intero movimento operaio e i «soggetti radicali». Perché ci siamo arrivati? Che cosa è diventata l'Italia?

Abbiamo difficoltà a guardarci in faccia. Ai tempi del partito pesante, ogni sezione spulciava i risultati del suo quartiere, seggio per seggio, e non erano soltanto numeri ma facce, aziende, negozi, giovani, donne, lavoratori, disoccupati o pensionati, strade - i numeri davano la misura della nostra penetrazione o assenza. Delle variazioni si cercava assieme di darsi ragione. Oggi questo lavoro lo fa soltanto Ilvo Diamanti. Così avviene che Berlusconi e Fini abbiano parlato a uno sparuto Colosseo ma abbiano preso Roma, e Veltroni a un mucchio di gente ma l'ha perduta. Il comizio finale non serve a persuadere, si ritrovano i persuasi. La persuasione è avvenuta prima, se è avvenuta, nel contatto con le vite concrete, speranze e inquietudini, non solo parlando ma ascoltando la massa di scontento e dolore che corre nelle società affluenti. Chi la ascolta? E come le trasmette un'altra idea di sé? Altro che MacLuhan, il «mezzo è il messaggio»: le sinistre si sono illuse che basti spettacolizzare uno scontro di idee sullo schermo invece che viverlo.

Questo è sbagliato sempre, ma incredibilmente stupido in anni di veloce mutamento delle figure sociali. Se non c'è più l'aggregato della fabbrica, se la piazza non è più punto di incontro e la chiesa ne profitta, se le relazioni si annodano soprattutto via portatile o blog, se i dipendenti sono dispersi nel precariato o disoccupati per delocalizzazione, o diventati padroncini «autonomi» in migliaia di aziende a due persone, sono stati sconvolti i legami collettivi e i numeri hanno un senso diverso. Il Popolo delle Libertà non doveva far altro che confortare la tendenza, accarezzando gli egoismi degli abbienti (meno tasse, federalismo fiscale così ognuno si tiene il suo) e spostando sull'immigrato (delinquente) o sul ceto politico (governo ladro) invece che sulla «modernizzazione» e la «competitività» l'insicurezza dei disagiati. L'incertezza sul domani è trascolorata nell'insicurezza fisica: non importa che i reati siano diminuiti, la paura è aumentata. E' la microcriminalità che angoscia, la macro non fa paura. I giornali titolano differentemente, se pur lo vedono, lo stupro casalingo da quello perpetrato ieri dall'albanese oggi dal romeno. I sindaci coltivano la xenofobia.

E la sinistra in questo andazzo? Anche parte di essa ha vezzeggiato il «disagio settentrionale» (difendersi dalle tasse) come a suo tempo difendeva nel sud l'abuso edilizio. Ora esita a chiamare pogrom le ruspe di Veltroni o della Moratti e gli assalti dei napoletani, maschi femmine, ai campi nomadi. E starà, c'è da giurarlo, al federalismo fiscale.

C'è infatti modo e modo di guardare alla «gente» - o si tenta di fare della plebe un popolo, che sarebbe il mestiere della sinistra, o del popolo una somma di individui egoisti (se abbienti) o plebei (se disgraziati), che è il mestiere della destra. In una società che si parla solo negli stilemi del mercato, le elezioni confessano idiosincrasie o speranze di salvezza/guadagno personale.

Così è successo, credo, che abbiamo il secessionista Bossi a riscrivere i confini della Repubblica, il Cavaliere a governare finalmente l'Italia come un'azienda, e i missini al governo, alla presidenza della Camera e al Campidoglio. Eugenio Scalfari ci assicura che non importa, poiché non possono più fare la guerra né deportare gli ebrei. Infatti la guerra la si fa solo via Nato e Fini è il leader più simpatico alla comunità ebraica romana. Sono solo razzisti, antisindacalisti, antipensionati, nemici della spesa per la scuola e la sanità pubblica, contrari alla fecondazione assistita e alla 194. Se il fascismo ordinario è di casa, l'antifascismo non serve più e la Costituzione, ci annunciano, va cambiata.

Mi si dimostri che non è vero. Ma perché è andata così? Possibile che la sinistra alternativa, o la sua fetta più grossa, Rifondazione, non si proponga una lettura di come siamo cambiati, non capisca che non ci arriverà da sola, non coinvolga a definirla chi è fuori dalle Camere o ne è stato messo fuori o si vergogna di trovarcisi? Perché ci invita non più che ad assistere a una resa dei conti fra bertinottiani e ferreriani, che è solo affare suo?

Io sono convinta che non si costruirà nessun nuovo soggetto politico nel chiuso d'un partito, perdipiù perdente. E ce ne potrà essere uno, adeguato alla disfatta subita, soltanto se darà conto di che cosa concretamente la mondializzazione significhi per noi, intrisi e fin sporcati dalla nostra storia, ma costretti a ballare sulla musica del pianeta. Se non siamo in grado di vederlo e di farlo vedere, penso che ci si illuda. Come il compagno di Giano che mi scrive protestando: «Ma che stai a parlare della Cina, la Cina è lontana mentre se avessimo dirigenti migliori risolveremmo tutto». Lontana, la Cina? Ma su chi s'imbatte quando va a comprare intorno a piazza Vittorio l'identico golf per cinque volte a meno prezzo che a via del Corso? Quando i nostri tessili chiudono e reinventiamo le dogane? Quando la Fiat si troverà davanti non la povera macchina indiana a 800 euro, ma quella europea a 2.500 euro, prodotta da mano d'opera fuori dei nostri contratti? Che incontra se non mondializzazione e finanziarizzazione (cioè speculazione più o meno clamorosa) quando il costo del petrolio si moltiplica per dieci e si trascina dietro anche quello del riso?

Inversamente, senza capire i legami che ci stringono, lo slogan «pensare globale e agire locale» significa ormai limitarsi alla propria provincia e al proprio problema, comunicando a stento. La straordinaria spinta del volontariato, come il movimento per la pace si bloccano l'una in assistenza cristiana, e l'altro in protesta frustrata.

Quel che a me, vecchia comunista, più duole, è la solitudine del lavoro dipendente, precario o perduto. Tutto il pianeta è stato messo al lavoro per il profitto, uomini e cose, braccia e intelligenza (la natura ridotta a cava dalla quale estrarre finché ce n'è, e l'agricoltura ristretta per fare bioenergie). Mai è esistito un salariato così immenso eppure viene deriso come l'ultimo giapponese che credeva di combattere e la guerra era finita. Le parole di Rinaldini su questo giornale (14 maggio) mi sembrano incontrovertibili, ma dalla maggioranza degli uomini mi sento dire che «l'operaio è sparito» e da quella delle donne che le sinistre, istupidite dall'economicismo, se ne sono occupate troppo. Troppo! Hanno mollato quasi tutto. La Cgil si è svenata a salvare il governo e ora, assieme a Cisl e Uil e in perfetto accordo con il Pd, cerca un dialogo con Berlusconi e la Marcegaglia.

Se non troviamo una visione comune del quadro che ci sta davanti, delle sue tendenze e delle sue macroscopiche contraddizioni, non costruiremo nulla di adeguato alla situazione in cui siamo. C'era dell'improvvisazione nel tentativo di fare della Sa più che una coalizione elettorale, un soggetto politico. Ma una trincea politica, un'alternativa politica occorre, se non vogliamo dichiarare anche noi la fine della storia. Perché non ci diamo tempo e modi per rimetterla in piedi? Perché - non smetterò di battere questo tasto - il nostro giornale non si piega su questa urgenza invece di fare il cronista del disastro? Perché Rifondazione non verifica su questo la sua funzione? In forme ordinate, senza gazzarra, senza concedere a sfoghi vanverosi, a «fabbriche» di programmi a denominatore comune minimo?

Questo è un lavoro immenso, che vuole tempo, molte forze che essa sola non ha, niente demagogia, capacità di tenere assieme i fili, di verificarli volta a volta in azioni. Nel sociale e nel politico, più che mai avvinti, la destra lo dimostra, altro che grillerie. E altro che mera spontaneità. Siamo atomizzati e infelici, la società civile non è tanto meglio di quella politica, si specchiano. Ci toglieremo finalmente dai piedi le stucchevoli lamentazioni e le altrettanto stucchevoli nostalgie sul partito soltanto se ora, sotto botta e con le spalle al muro, riusciremo a collegarci su un lavoro comune di indagine e proposta, in tempi non vaghi e né intermittenti, in luoghi non precari, in azioni mirate e allargate nel breve e medio termine. Le forme dello stare insieme nascono per fare e nel fare. Il governo è già all'offensiva, non possiamo permetterci di sbagliare. Un'identità non consiste di certo nel reimpacchettare il passato (peraltro mai rivisitato davvero) ma nel leggere il filo, o collegare i fili, del presente, esponendosi in interpretazioni e proposte, ordinando e tenendo severamente assieme il telaio. Sì, severamente, cioè non demagogicamente, non arrogantemente, non frettolosamente. Non chiudendo, non rimandando, non mettendo fra parentesi. Esponendosi. Se Rifondazione se la sente di misurarsi subito su questo, confermerà che esiste. Che conta. Che ha imparato e sedimentato. Se no, francamente, che ci importa del suo congresso?

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