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L'alluvione cementizia che tormenta l'Italia
4 Luglio 2007
Articoli del 2006-2007
Un articolo di Alberto Asor Rosa e una nota di Francesco Erbani riassumono alcuni dati della “alluvione cementizia” che continua ad abbatersi sull’Italia, su la Repubblica del 4 luglio 2007

Alberto Asor Rosa

Questa Italia di cemento

Dunque siamo tutti d’accordo. Ad un recente, e utile, Convegno di Legambiente sul paesaggio italiano (di cui ha dato notizia su queste colonne Francesco Erbani), Lorenzo Bellicini, direttore del Cresme, ha illustrato, con dovizia di cifre e di grafici, lo stupefacente incremento edilizio in Italia nello scorso decennio (53 metri cubi per ogni cittadino di questa Repubblica!). Nessuno ha opposto le «immarcescibili e irrinunciabili ragioni dello sviluppo» (con le quali politici e amministratori ci hanno sfondato le orecchie anche in un recente passato) a questo quadro impietoso. Anzi. A parte, ovviamente, gli organizzatori del Convegno, che proprio questo risultato, penso, si proponevano di ottenere, e Salvatore Settis, che ha presieduto nei mesi scorsi la Commissione ministeriale incaricata di stendere il nuovo Codice del paesaggio (dal quale molto ci aspettiamo) ed ha avuto parole durissime contro inadempienze, furbizie e falsità degli amministratori, sia periferici sia centrali, tutti gli altri, - sindaci, assessori, uomini di governo, - si sono puntualmente allineati. Parole dure sono venute anche dal Ministro dei Beni culturali, Francesco Rutelli, il quale ha la battuta buona e ha coniato per il decennio passato l’eloquente definizione di «alluvione cementizia».

Bene, anzi, benissimo. Non avremmo mai creduto di riuscire a passare così facilmente, dopo le durezze dei mesi passati, dalla «fase uno», - quella della discussione, - alla «fase due», - quella dei fatti. Qualche dubbio retrospettivo tuttavia ci ha assalito, ascoltando tali criticissime diagnosi e considerazioni. Nel decennio passato abbiamo avuto governi di centrosinistra e governi di centrodestra, e amministrazioni locali di centrodestra e di centrosinistra. Abbiamo cercato di capire se nelle fasi del governo di centrosinistra la poderosa curva ascensionale dello sviluppo edilizio si fosse arrestata o almeno attenuata e se nei territori localmente governati dal centrosinistra tale sviluppo fosse stato meno intenso che altrove. Siamo arrivati alla conclusione che, almeno da questo punto di vista, le differenze nel colore degli schieramenti politici hanno contato quasi nulla (vero è che su altri punti del programma di governo si potrebbe dire la stessa cosa, ma intanto concentriamoci su questo).

Insomma: non c’è nulla che sia stato bipartisan in Italia quanto l’ «alluvione cementizia». Venute meno le grandi distinzioni ideologiche, come da più parti si lamenta soprattutto da coloro che più hanno contribuito a cancellarle, il ceto politico italiano, centrale o locale, ha ritrovato una sua inedita unità identitaria e d’intenti, abbracciando un’unica, corposa ideologia di nuovo stampo: quella del mattone.

Se dunque, da parte di un nucleo consistente e significativo del ceto politico di centrosinistra, ci si spiega ora che si vuole abbandonare l’ideologia del mattone, che si vuole uscire dalla pratica bipartisan dell’«alluvione cementizia», vorremmo vedere più chiaramente come questo possa accadere e con quali strumenti. Farò, il più possibile schematicamente, tre riflessioni.

1. Esiste un pregresso, gigantesco, che teoricamente dovrebbe rappresentare la coda estrema (e ultima nelle parole dei neoconvertiti), della fase precedente, quella dell’«alluvione cementizia». Cosa ne facciamo? Comincia a esser noto che in Toscana, ad esempio, una miriade di comitati per la difesa del territorio si sono federati per dare maggiore rilievo a ciascuna delle loro richieste e un diverso e più ampio orizzonte politico e culturale all’insieme di esse. Le decine e decine di decisioni abnormi e sbagliate di amministrazioni comunali e provinciali, e della stessa amministrazione regionale, che essi denunciano, - dovranno rimanere in atto come la pesante e irragionevole eredità del passato, destinata a sporcare e distruggere almeno per ancora un decennio il territorio di questa Regione?

Faccio un solo esempio, ma particolarmente clamoroso: il cosiddetto «corridoio tirrenico», - ovvero sia l’affiancamento ad una via nazionale a quattro corsie, l’Aurelia, emendabile e migliorabile, di una vera e propria autostrada, il cui effetto sarà lo sventramento di tutta la costa fra Civitavecchia e Livorno, rappresenta un perdurante e contraddittorio oltraggio al paesaggio, un vero e proprio insulto al buonsenso e insieme l’accondiscendente e politicistico ossequio a quegli interessi (sovente poco chiari) che stanno dietro avventure di questo genere. Se il governo regionale e, ancor più, quello nazionale non capiscono questo, vuol dire che siamo ancora, non ai fatti, ma alle chiacchiere. Bisogna che sia chiaro che la partita non è chiusa, checché qualcuno ne pensi.

Di esempi del genere in Toscana, - da Fiesole a Capalbio, dalla Versilia alla martoriata periferia senese alla Val d’Arbia alla Val d’Orcia, se ne possono fare a decine. Se si fa sul serio, bisogna accettare di ricontrattare anche gli «scempi» già decisi.

2. La novità è che a questo stato di cose la risposta è ormai molecolare: e cioè viene da mille parti e assume mille forme. Suggerirei ai politici ben intenzionati di prestare attenzione a questa fenomenologia. La crisi della politica non è, prevalentemente, il suo aspetto corruttivo e corruttibile (che, certo, conta). La crisi della politica è, fondamentalmente e strutturalmente, la perdita di fiducia dei cittadini nell’operato dei politici, nazionali, periferici, locali e localissimi.

La nascita di una miriade di comitati per la difesa del territorio e dell’ambiente fa parte di questa fenomenologia. Non prevede il rifiuto del sistema democratico-rappresentativo, che, anzi, cerchiamo nei limiti delle nostre forze di proteggere dai danni prodotti dal ceto politico più strettamente professionistico, che abitualmente lo frequenta e innerva. Prevede bensì il ritiro della delega, che invece politici e amministratori vorrebbero esercitare illimitatamente e arrogantemente.

Ecco perché «il fai da te», il non aspettare un deus ex machina qualsiasi, persino il guardare all’inizio solo dentro il proprio ristretto orizzonte, fanno parte geneticamente di questo nuovo tipo d’esperienza democratica. C’è anche, secondo me e l’ho già detto, un che di sanamente «privatistico» in questo modo di ragionare e di agire: se il pubblico non funziona e qualche volta fa schifo, mi batto io per i miei beni, per vivere meglio, per avere una visuale più bella, per dare ai miei figli l’orizzonte garantito di una vivibilità condivisa.

3. Se però i «fai da te», la difesa dell’«angolo sotto casa», la protezione della città e del territorio in cui si è vissuti fin da bambini o in cui si è scelto di vivere a preferenza di cento altri possibili, si accostano, si associano e si riconoscono simili, allora qualcosa di nuovo può forse ancora accadere.

L’«alluvione cementizia» ha invaso la penisola intera. A qualcuno viene in mente di trivellare in Val di Noto; a qualcun altro di costruire un orribile villaggio turistico in Val d’Orcia. Però a qualcuno viene in mente di organizzare la risposta popolare in Val di Noto; a qualcun altro viene in mente di farlo in Val d’Orcia. Il fenomeno non può più essere considerato o residuale (secondo alcuni) o intellettualoide-elitario (secondo altri). I nomi coinvolti - Zanzotto, l’appena scomparso Meneghello, Camilleri e, perché no, Clooney, - dovrebbero sconsigliare chiunque di resistere alla tentazione di sbarazzarsene, facendo spallucce.

Invece di enfatizzare la portata organizzativa e potenziamento elettoralistico di un tale schieramento, - errore commesso tante volte in passato, - bisogna valorizzarne il senso culturale e ideale, la forza di persuasione contenuta in quelle tante battaglie. Insomma: molto semplicemente: ci sono italiani, per i quali alcuni beni comuni fondamentali (la «forma del paese», le sue eredità culturali, la sua, diciamolo pure - tradizione identitaria), non sono né contrattabili né commerciabili.

Se questi italiani sono molti, se diventano ancora di più, il fenomeno da regionale diviene nazionale. Questo è, mi pare, il punto in cui siamo.

Francesco Erbani

Come si devasta e come si difende la regione Toscana

Erano settantacinque in marzo, quando a Firenze fu varato il coordinamento presieduto da Alberto Asor Rosa. Ora, a pochi giorni dall’assemblea che si terrà sabato sempre nel capoluogo toscano, i comitati sorti a tutela di un paesaggio o di un centro storico minacciati sono diventati più di cento. E altri potrebbero aggiungersene, mentre proseguono i contatti con i comitati di altre regioni - il Veneto, la Liguria o l’Umbria.

Finora il coordinamento ha provveduto a censire i comitati e le locali sezioni delle associazioni nazionali, da Italia Nostra al Wwf e a Legambiente. Ed ha messo insieme un poderoso dossier con tutti i conflitti ambientali che si manifestano nella regione Toscana, diventata la punta di questo esperimento di partecipazione popolare. Il dossier è formato di tante schede.

Ogni gruppo ha elaborato una brevissima descrizione di sé, della propria storia, del perché e quando è stato formato, di quanti sono i suoi componenti. E ha poi descritto le vertenze in corso.

Ne viene fuori una mappa di tutte le manomissioni del territorio, delle insensatezze urbanistiche in una regione fra le più ricche di valori paesaggistici e per questo fra le più appetite da chi investe nel mattone. Secondo i dati Istat citati dal Comitato per la bellezza, presieduto da Vittorio Emiliani, dal 1999 al 2003 la Toscana ha perso 169 mila ettari di territorio a causa del cemento per case, stabilimenti industriali e infrastrutture, con un’erosione del 10,2 per cento della sua superficie, un’erosione superiore alla media italiana (9,5 per cento) e persino a quella di regioni come il Lazio che, pur comprendendo Roma dove l’edificazione galoppa, si ferma al 9,2.

La mappa delle cementificazioni contestate comprende tutte le province toscane. In quella di Siena spiccano le lottizzazioni a San Severo, a Le Vigne e a Bagnaia; l’ampliamento dell’aeroporto di Ampugnano e della cava di Malintoppo a San Quirico d’Orcia.

L’intera Val d’Orcia è minacciata da insediamenti di seconde case (oltre Monticchiello, Contignano, Campiglia e Montalcino) e di grandi alberghi (Bagno Vignoni, Montalcino e Pienza). Sotto accusa un’area industriale a Monteriggioni e un’altra che potrebbe sorgere a Gaiole in Chianti, dove molte proteste suscitano anche le enormi cave di Montegrossi. Molte anche le tensioni a Siena, dove Italia Nostra si oppone al parcheggio interrato di via Garibaldi e alla costruzione di una bretella tangenziale davanti alla Basilica dell’Osservanza.

Tantissimi i conflitti a Firenze, dove i comitati hanno dato vita da tempo a un coordinamento che alle ultime elezioni comunali ha sostenuto un proprio candidato, Ornella De Zordo, il cui 12 per cento ha costretto il sindaco uscente, il diessino Leonardo Domenici, ad andare al ballottaggio con un esponente del centrodestra. Fra le ultime iniziative dei comitati fiorentini un voluminoso Studio di Impatto Ambientale, elaborato da docenti dell’università, contro il tunnel che dovrebbe consentire ai treni ad alta velocità di attraversare il sottosuolo di Firenze.

A Pistoia è accaduta una vicenda analoga a quella di Firenze. Alle recenti elezioni comunali i comitati hanno appoggiato il verde Giovanni Capecchi, che ha collezionato un buon 13 per cento, costringendo anche qui il sindaco Renzo Berti a vedersela nel ballottaggio con il candidato del centrodestra, battuto poi di misura. Il conflitto più duro fra i comitati e l’amministrazione si è verificato sulla costruzione di un ospedale in un’area giudicata non idonea perché, fra le altre cose, depressa rispetto ai corsi d’acqua e a rischio di esondazione.

A Prato un comitato lotta contro un parcheggio da novecento posti sotto Piazza Mercatale. A Pisa è attivissima un’associazione contro la costruzione di un porto turistico e un villaggio da 170 mila metri cubi a Boccadarno, ai bordi del parco di Migliarino, San Rossore e Massaciuccoli. Nella Val di Magra, fra Toscana e Liguria, ci si batte contro il «Progetto Marinella», un enorme insediamento turistico. Fittissimo il contenzioso a Lucca, dove Italia Nostra fronteggia l’edificazione nel parco di Villa storica a Coselli, le costruzioni a Capannori, la trasformazione di serre in appartamenti a San Macario. La speculazione edilizia, denuncia un comitato, incombe su Impruneta, mentre a San Casciano uno stabilimento della Laika minaccia il fondovalle della Pesa.

Pericoli gravano a Bagno a Ripoli e a Fiesole. A Fucecchio, infine, un comitato protesta contro l’imponente edificio che sostituirà il teatro Pacini, nella piazza dedicata a un illustre figlio di questo paese toscano, Indro Montanelli.

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