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Alberto Statera
La posta in gioco di Monza all’ombra della Milano 4 di Silvio
26 Maggio 2007
Articoli del 2006-2007
Caso Cascinazza, e stile politico: un caso locale che è anche un’idea di gestione privatistica della cosa pubblica (e molto altro). La Repubblica, 26 maggio 2007 (f.b.)

MONZA - Ha fondato dal nulla il maggior partito italiano, ha fatto per due volte il presidente del Consiglio, possiede nell’anima e nei beni un gran pezzo d’Italia, è uno degli uomini più ricchi dell’orbe terracqueo, invoca ad ogni pie’ sospinto la cacciata di Romano Prodi da Palazzo Chigi, magari per tornarci lui. Ma il vero piccolo-grande sogno nel cassetto di Silvio Berlusconi è custodito a Monza nel capoluogo della nuova Provincia della Brianza. E’ qui, tra il Lambro e il Lambretto, che, nella sua perfezione, si dovrà chiudere la triade che farà impallidire il ricordo stesso del re dei Longobardi Autari e della di lui sposa Teodolinda.

In principio, fu Milano 2 in quel di Segrate, il quartiere a immagine e somiglianza di un pezzo d’Olanda che il giovane Berlusconi, allora ciuffo nero sulla fronte e giacche doppiopetto marrone, vendeva sulla carta alle amiche di mamma Rosa («Qui c’è la loggia, qui il garage») e alla media borghesia spaventata delle prime facce da «negher» che circolavano in città; poi venne Milano 3 per la borghesia appena un po’ più piccola, rassicurata dai vigilantes armati, dal laghetto coi cigni, dagli attici ceduti in comodato ai primi presentatori del Biscione e alle nonne delle odierne veline.

Sono passati un po’ di anni, proficuamente impegnati nella televisione e nel governo del paese, e adesso finalmente si spalancano destini luminosi per Milano 4, il gioiello prossimo venturo della Provincia di Monza e della Brianza. Se solo domenica prossima i monzesi chiamati ad eleggere il nuovo sindaco ricacceranno indietro i «rossi» che per cinque anni - la prima volta dai tempi di Teodolinda, salvo uno sbaglio di sette mesi negli anni Settanta - hanno «inquinato» la città con il sindaco Michele Faglia, per mettere al suo posto il leghista della prima ora Marco Maria Mariani, padano assai ben disposto ad oscurare le glorie longobarde in favore di quelle berlusconiane.

La perla di Milano 4, che non facendo giustizia alla raffinatezza dei progetti berlusconiani è denominata «Cascinazza», è a bagnomaria da un sacco di tempo, ma negli ultimi due anni Paolo Berlusconi, fratello del leader e titolare delle imprese ansiose di intraprendere la grande opera di cementificazione, ha fatto un lavoro sopraffino con il presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni e con il suo assessore leghista Davide Boni, tanto che una legge, la «12-2005», articolo 25, comma 2, ha preso il nome di «berluschina» o di «monzina», stabilendo che solo due comuni nel mondo, Monza e Campione d’Italia, oltreconfine, non possono procedere con varianti al piano regolatore.

Una legge ad Berlusconem? Sappiamo che il tema delle leggi ad personam purtroppo annoia gli italiani, soprattutto tutti quelli che le leggi ad hoc vorrebbero farsele, ma la vicenda è talmente grottesca da sembrare un soggetto dell’assurdo di Feydeau: porte che si aprono, porte che si chiudono, porte che sbattono. Perciò cercheremo di raccontarvela in pillole.

Atto primo: Berlusconi (Silvio) compra un’area alla periferia est della città di Monza, 723.467 metri quadri, grande quasi come il parco reale. Sulla proprietà, detta «Cascinazza», che arriva fino a Brugherio e che era della famiglia Ramazzotti, quella dell’amaro, vuole costruire, sulla base di una convenzione del 1962, epoca democristiana ben precedente a «Mani Pulite», quasi 400 mila metri cubi, circa 60 palazzi per contenere una popolazione di alcune decine di migliaia di persone, un’altra Milano 2 o Milano 3, realizzazioni per le quali in epoca craxiana Berlusconi riuscì persino a far modificare le rotte degli aerei diretti all’aeroporto di Linate.

Tra alterne vicende, negli ultimi anni Novanta, con le amministrazioni di destra, il progetto «Cascinazza» viene salvato più volte con doppi salti mortali, nonostante il piano regolatore firmato Leonardo Benevolo. Atto secondo: il sindaco «rosso» Faglia e il suo assessore all’Urbanistica, l’architetto Alfredo Viganò, incidenti della storia in una città moderata e di destra come Monza, varano il nuovo piano regolatore generale, che prevede l’inserimento della «Cascinazza» nel Parco del Medio Lambro. «Cascinazza» così è blindata, non si costruisce più. Atto terzo: Paolo Berlusconi fa una pioggia di ricorsi legali, perde, ma Formigoni gli dà una mano con la «berluschina», altrimenti detta la «monzina», che blocca le varianti. Faglia e Viganò sono messi all’angolo.

Ma la storia non finisce qui, dal momento che il Lambro, con il suo socio Lambretto, sono un po’ birichini, secondo l’aggettivo che l’ex premier usa per se stesso, spesso esondano e la «Cascinazza» finisce sott’acqua. Tanto che il Pai, Piano di assetto idrogeologico, delimita l’area della «Cascinazza» come zona di assoluta inedificabilità. Che volete che sia. Il problema si può risolvere, basta fare un Canale scolmatore, un by-pass dalla settecentesca Villa Mirabello, più o meno delle dimensioni del Canale Villoresi, che attraversi la città di Monza, con ponti, ponticelli, svincoli e sovrappassi. E passa la paura.

Berlusconi (Silvio) nel 2004 siede a Palazzo Chigi e quando si prendono decisioni che riguardano gli interessi suoi e della sua famiglia, correttamente va a chiudersi nel salottino vicino a prendere il tè con Gianni Letta. Dev’essere stato allora, durante il tè, che il governo, a sua insaputa, ha favorito la progettazione del mega-canale scolmatore, anzi forse neanche glielo ha detto Berlusconi (Paolo), suo fratello. Costo iniziale dell’opera, già moltiplicato causa «aggiornamento costi», 168.294.491 euro, 300 miliardi di ex lire, o giù di lì.

Alfredo Viganò, architetto, assessore uscente della giunta di centrosinistra, mentre c’è lì a piazza Roma Walter Veltroni a spendersi per il sindaco Faglia, sostenendo che le città hanno un’anima, come diceva l’antico sindaco democristiano di Firenze Giorgio La Pira, ghigna amaro: «Pensavo che il Ponte di Messina fosse in Sicilia, ora so invece che comincia qui da noi in Brianza. E’ un lungo, infinito ponte che arriva da qui a unire Scilla e Cariddi. Con i soldi del canale scolmatore si restaurerebbe la Villa Reale e si farebbe la metropolitana. Perché hanno pagato l’assurdo studio di fattibilità? Ovviamente per ridurre la fascia di inedificabilità lungo il fiume e permettere di costruire alla "Cascinazza". Per gli interessi di chi? Faccia lei». Quali flussi, oltre a quello dell’acqua del Lambro, sono corsi? Viganò non lo dice, il sindaco Faglia meno che meno. Ma al comitato elettorale dello sfidante leghista chi comanda? Il boss è Fabio Saldini, responsabile delle politiche urbanistiche di Forza Italia e soprattutto coautore del piano di lottizzazione della «Cascinazza», per conto di Berlusconi (Paolo).

Berlusconi (Silvio) è venuto qui a piazza Trento e Trieste un sacco di volte prima del malore dell’Aquila. Il fratello (Paolo) deve avergli detto che, tutto sommato, è meglio che non venga, meglio Gianfranco Fini con le sue banalità sulla sicurezza da garantire contro immigrati e puttane, perché una delle ultime volte che era qui l’ex premier si è alienato in un colpo tutti gli elettori gay, con una delle solite battute: «A me Marco Mariani piace anche perché ha come secondo nome Maria, il che dimostra che ha un intuito femminile, simile a quello delle signore. Ma i gay sono tutti dall’altra parte». «Magari», gli ha risposto Franco Grillini. Mentre quella signora monzese che si è presentata sfidando le body-guard come «Maria» e che ha avuto come risposta «Vergine?» ha deciso che, facendosi violenza, voterà il candidato «rosso».

Marco Maria Mariani, medico, è un leghista atipico, che Umberto Bossi nel 2003 ha sospeso dal partito per otto mesi, come fosse uno scolaretto. Da giovane insegnava catechismo in parrocchia e ha fatto già il sindaco di Monza per un breve periodo tra il 1995 e il 1997, quando la Lega considerava Berlusconi (Silvio) un «bandito» e la speculazione di «Cascinazza» una vergogna. Ma il bello è come Mariani arrivò alla poltrona. Un capitolo gustoso della commedia monzese e di tutta la nuova, grande provincia brianzola, che comincia a insediarsi con i suoi palazzi, i suoi impiegati, i suoi poteri, che già costano una sessantina di milioni di euro. In breve, è sindaco Aldo Moltifiori, un leghista che si dichiarava ex vice di Achille Occhetto alla Federazione Giovanile Comunista. Moltifiori aveva il vizietto del vigile, cioè si metteva sotto il palazzo comunale con la sua auto rossa e multava personalmente tutti quelli che posteggiavano in divieto.

Un giorno è lì a fare la sua ronda, quando si ferma una macchina che parcheggia in divieto e lui scatta a multare i reprobi. Ma sono due carabinieri in borghese e in servizio, che lo denunciano per abuso d’ufficio. Condanna a 40 giorni, convertiti in tre milioni di multa e decadenza dalla carica. Destituito dal prefetto. Così arriva nella poltrona di sindaco Marco Maria, leghista tutto «cassoeula», quello che ora sfida l’architetto di buona famiglia e di centrosinistra.

Berlusconi, Fini, Bossi, quando arrivano qui all’ombra dell’Arengario parlano soprattutto della sicurezza, ma mai un accenno alla «Cascinazza», la perla della provincia di Monza e della Brianza, di cui, per la verità, nessuno conosce bene gli originari confini. L’Adda e il Seveso a Est e a Ovest e l’intero triangolo Lariano? Boh. Allarga oggi, allarga domani, nessuno sa più bene cos’è questa brianzolità. Ma tanti deputatini, tanti uffici, tanti soldi, tanto potere, piacciono a tutti. Fatta la grande provincia, domenica si decide se la famiglia Berlusconi (Silvio e Paolo) brinderà a champagne con Bossi per Milano 4, o se per la «Cascinazza» dovrà ingurgitare l’amaro Ramazzotti servito dal sindaco di centrosinistra Michele Faglia.

Sull'affare Cascinazza si veda e altri documenti nella cartella Padania

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