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Dacia Maraini
La mobilitazione popolare salverà il parco di Caserta
14 Marzo 2007
Articoli del 2006-2007
Macrico, una lunga battaglia per il diritto al verde pubblico e una parola d'ordine: "I have a green". Dal Corriere della Sera, 13 marzo 2007 (m.p.g.)

Nel nostro martoriato Sud che spesso ci appare sequestrato dalla criminalità organizzata, accadono anche delle cose eccellenti di cui si parla troppo poco. Succede per esempio che migliaia di persone si riconoscano in una battaglia cittadina, si rimbocchino le maniche e lavorino gratuitamente per restituire un'area verde alla loro città, succede che si formino associazioni senza scopo di lucro che a furia di manifestazioni, raccolte di firme e picchettaggio, impediscono che si faccia scempio di un quartiere. Ma i giornali sono avari di queste notizie, mentre scialano quando si tratta di raccontare sparatorie, delitti, sequestri, furti e rapine.

Oggi voglio parlarvi di un caso che da qualche anno sta preoccupando le persone responsabili — e non sono poche — della città di Caserta. I fatti: un terreno di 330.000 metri quadrati, fitto di alberi centenari, che si trova nel centro della città, è oggi minacciato da un fiume di cemento. La storia: il parco chiamato Macrico, nei secoli scorsi apparteneva ai Borboni, i quali avevano concesso alcune costruzioni militari immerse nel verde, alla mensa vescovile per i poveri. Oggi il parco appartiene all'Istituto Sostentamento Clero, un ente diocesano autonomo. Nel dopoguerra, il Macrico con i suoi due o tre caseggiati, viene affittato alle forze armate della Repubblica italiana che usa le strutture coperte come magazzini per i suoi mezzi corazzati, lasciando intatto il parco.

Ma, come spesso succede, il ministero della Difesa paga male e in ritardo. Nel '96 l'Istituto apre un contenzioso. Nel 2000 le forze militari decidono di andare via. La proprietà ecclesiale progetta delle costruzioni per 500.000 metri cubi, ma si scontra col rifiuto della cittadinanza e del vescovo Nogaro che nel suo famoso Tedeum ricorda severamente l'originaria destinazione ai poveri del parco.

L'istituto, viste le difficoltà, decide di vendere la proprietà. Il prezzo richiesto è di 40 milioni di euro. A questo punto i casertani chiedono al Comune di comprare il parco, utilizzando i soldi della Comunità Europea, con l'aiuto sia della Regione che della Provincia. Lo spazio rimarrebbe verde, applicando la classificazione F2 che preclude ogni costruzione in una zona di interesse pubblico. Il Comune si dichiara d'accordo, anzi il sindaco imposta la sua campagna elettorale proprio sul mantenimento dello spazio verde, per il bene della città. Ma ancora oggi, dopo un anno dalla elezione della giunta di centro-sinistra, non si è concluso nulla. Dall'altra parte ci sono i grandi costruttori già pronti a comprare il terreno anche a prezzi più alti, per erigervi centinaia di nuovi appartamenti.

Il comitato Macrico-Verde chiede al Comune una destinazione d'uso con orto botanico, giardini pubblici e strutture culturali di cui Caserta, con il suo circondario di 300.000 abitanti, è assolutamente priva. Naturalmente senza aggiungere un solo metro cubo di cemento, ma utilizzando le strutture già esistenti che rispettano il verde del parco. Il comitato riesce in pochi mesi, con la raccolta di 10.000 firme di cittadini casertani, a ottenere l'apertura del parco fino ad allora chiuso da alte mura ad un pubblico di più di 5000 persone, a creare quel fermento politico di base di cui tutti in Italia lamentano la mancanza: impegno civile e coscienza politica. Non è questo che si chiede al Sud? Allora non deludiamo iniziative popolari che creano partecipazione e responsabilità collettiva. Sarebbe imperdonabile uccidere sul nascere un sentimento di giustizia così diffuso e reale. È da battaglie come questa che nasce un'etica politica capace di cambiare le sorti di un Sud messo in scacco dalla speculazione e dal malaffare.

Diecimila firme e impegno per restituire alla città il verde minacciato dal cemento.

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