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Francesco Erbani
La frana che sconvolse l’Italia
19 Luglio 2006
Articoli del 2006-2007
Alla vigilia dell’anniversario dell’episodio che fece comprendere all’Italia il disastro prodotto dalla sfrenata corsa all’edificazione, una rievocazione della frana di Agrigento e delle iniziative che i politici di allora seppero assumere. Da la Repubblica del 14 luglio 2006.

Il 19 luglio del 1966, quarant’anni fa, l’Italia venne battuta uno a zero dalla Corea del Nord e fu eliminata dai mondiali di calcio. Una frana, titolarono i quotidiani sportivi. Lo stesso giorno un’altra frana avrebbe segnato in profondità l’Italia. Sconvolse Agrigento e solo per un accidente non provocò vittime, ma tanta paura e la diffusa impressione di quanto fragili fossero il territorio italiano e le basi su cui era fondata una crescita economica molto concentrata sul cemento. Nel novembre di quello stesso 1966 vennero le alluvioni di Firenze e di Venezia, e l’Italia, che pure aveva assistito alle tragedie del Polesine e del Vajont, iniziò ad abituarsi ai disastri che avevano solo in parte cause naturali.

La frana di Agrigento produsse uno choc. Ma anche effetti politici. Si discusse animatamente, vennero varate leggi che tendevano a regolare l’impetuosa espansione delle città. Fu una stagione di grandi fermenti, una delle più intense del Novecento sui temi del territorio e della sua tutela, e si produsse una specie di sussulto riformatore, al quale seguirono reazioni di segno opposto.

La frana venne giù nelle prime ore del mattino all’estremità occidentale di Agrigento. Già intorno alle sette si erano avvertiti i primi smottamenti. Chi si era appena alzato fece in tempo ad accorgersene, udì scricchiolii nelle pareti e vide aprirsi le crepe. Poi la fuga per le scale. Migliaia di persone uscirono in strada, portandosi dietro quanto erano riusciti ad afferrare. Nel giro di un’ora dalla rocca dove si ergeva la moderna Agrigento scivolarono verso valle migliaia di metri cubi di terra. Alcuni palazzi si accartocciarono. Un centinaio i feriti. Milleduecento famiglie senza casa, più di cinquemila persone che da lontano guardavano, come svegliati da un sogno, cosa restava della loro città cresciuta rosicchiando ogni centimetro disponibile su una collina che fino a qualche decennio prima ospitava un piccolo centro di origini medievali raccolto intorno alla cattedrale e ora era sfigurata da un ammasso di edifici di spropositata bruttezza.

Le immagini della città crollata scossero certezze, diedero forza a quanti - urbanisti, architetti, giornalisti come Antonio Cederna, che dieci anni prima aveva pubblicato I vandali in casa - sostenevano che il cemento in Italia stava espandendosi senza controlli, seguendo le direttrici imposte da proprietari fondiari e speculatori, che le città non avevano strumenti urbanistici, e quando ce li avevano li ignoravano e si sviluppavano sconsideratamente. La frana di Agrigento mise l’Italia di fronte a uno specchio che ne rimandava l’immagine deforme assunta da molte sue città - Napoli, Palermo, Roma. Un’immagine che ora emanava paura e insicurezza.

Chi protestava per lo scempio del territorio italiano trovò però una sponda. Nel governo di centrosinistra sedeva, sulla poltrona di ministro dei Lavori Pubblici, il socialista Giacomo Mancini, uomo potente, con una vasta ramificazione clientelare nella sua Calabria, eppure politico accorto, tenace riformista. Mancini affidò al direttore generale dell’Urbanistica, Michele Martuscelli, il compito di condurre un’inchiesta sulle cause della frana. Martuscelli proveniva dai ranghi dell’amministrazione. Era anche lui socialista, ma nella sua personalità prevaleva il profilo dell’alto burocrate che rispondeva solo al precetto della legge. Aveva un carattere difficile, scriveva in modo forbito, convinto che lo Stato preservasse la propria autorità anche con il rispetto di un certo decoro grammaticale, di una tornita liturgia sintattica.

Martuscelli, aiutato da Giovanni Astengo, consegnò l’8 ottobre la relazione definitiva, dopo appena due mesi di lavoro. Quel testo emana un’energia potente: «Gli uomini, in Agrigento, hanno errato, fortemente e pervicacemente, sotto il profilo della condotta amministrativa e delle prestazioni tecniche, nella veste di responsabili della cosa pubblica e come privati operatori. Il danno di questa condotta, intessuta di colpe coscientemente volute, di atti di prevaricazione compiuti e subiti, di arrogante esercizio del potere discrezionale, di spregio della condotta democratica, è incalcolabile per la città di Agrigento. Enorme nella sua stessa consistenza fisica e ben difficilmente valutabile in termini economici, diventa incommensurabile sotto l’aspetto sociale, civile ed umano».

Martuscelli tracciava la storia del dissesto urbano di Agrigento. Era l’atto d’accusa contro un’intera classe dirigente locale. Fin dalla metà degli anni Cinquanta la rocca su cui sorgeva il nucleo storico della città era stata circondata da un anello di palazzi che si elevavano con altezze fuori dal comune. La città aveva 40 mila abitanti, ma un piano di fabbricazione prevedeva appartamenti per 160 mila persone. «Enorme era poi il fatto», esclamava Martuscelli, «che nessuno, in sede di approvazione, abbia eccepito sulla inclusione in zona intensiva dell’intero declivio franoso del versante settentrionale e occidentale». Su strade di 6 metri erano previsti edifici di 15 metri di altezza, e su strade di 12 metri potevano sorgere palazzi di 30 metri, «tali da peggiorare gravemente le condizioni di igiene e di soleggiamento dell’abitato esistente».

Il centro storico era stato chiuso da una barriera di mostruosi casermoni. Fra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta, si era costruito ad un ritmo di 2 mila, 3 mila vani l’anno e si arrivò a quasi 5 mila nel 1965. Molti osservatori erano restati stupefatti: Cesare Brandi scrisse documentate invettive sul Corriere della Sera. Ma nulla sembrava potesse fermare la mano dei costruttori. Era scomparso lo sfondo naturale della Valle dei Templi. Il sindaco Foti riuscì persino a ottenere la sospensione di una serie di vincoli imposti a tutela del patrimonio archeologico, criticando «l’assoluta mancanza di fantasia creativa e l’incapacità di concepire un programma che, fondendo e armonizzando il nuovo con l’antico, miri a rendere la Valle dei Templi più bella e attraente». Erano i palazzi di quindici piani che avrebbero, secondo il primo cittadino di Agrigento, valorizzato il tempio della Concordia.

«Gli operatori si sono preoccupati di costruire solo case», denunciava la relazione, «traendo il massimo sfruttamento delle aree, intaccando le falde della rupe singolarmente, con opere inadeguate di consolidamento, senza provvedere alla regolazione delle acque di superficie, oltre che degli scarichi delle acque luride, senza preoccuparsi di sistemare il terreno sconvolto dalle opere». La frana era stata la conseguenza dei lavori di intaglio della rupe, eseguiti proprio nella parte occidentale del monte, la più delicata.

La relazione si concludeva con un capitolo di proposte. Alcune riguardavano Agrigento, altre l’intero territorio nazionale, perché Agrigento era l’emblema del dissesto urbano in Italia. Martuscelli chiedeva che amministratori e costruttori della città siciliana rispondessero delle loro condotte (un processo si celebrò nel 1974, ma tutti gli imputati finirono assolti con formula piena). Chiedeva poi che il Parlamento votasse una nuova legge urbanistica, la cui emanazione «non dovrebbe essere ulteriormente rinviata».

L’allarme lanciato dall’estremo lembo siciliano spinse Mancini a far approvare, nell’estate del 1967, un disegno di legge che diventerà noto come "legge ponte". Il varo fu rapido, indotto anche dalle alluvioni di Firenze e Venezia. Giovanni Astengo, che collaborò all’inchiesta di Agrigento, scrisse che «alla radice di ognuno di essi (i dissesti, n. d. r.) sta, per certo, il cattivo uso del suolo, sotto forma sia di continuativo ed insensato disfacimento di antichi equilibrati ecosistemi naturali, sia di violento e pervicace sfruttamento intensivo del suolo a scopi edificatori. In entrambi i casi, la natura, irragionevolmente sfidata, ha scatenato d’improvviso le sue furie terribili ed ammonitrici. In entrambi i casi, alla radice è l’imprevidenza umana».

La "legge ponte" è considerata un baluardo del riformismo praticato dal centrosinistra di quegli anni. Esemplare non solo nel campo dell’urbanistica, ma per altri settori della vita pubblica, in virtù dei molti elementi di programmazione e di pianificazione che intendeva introdurre nel sistema. La "legge ponte" limitava le possibilità di edificazione nei comuni che non si erano dotati di strumenti urbanistici (il 90 per cento, allora, dei comuni italiani) e cercava di incentivare la formazione dei piani. Per i comuni inadempienti era previsto l’intervento sostitutivo degli organi dello Stato. Un’altra delle innovazioni riguardava i cosiddetti standard urbanistici, cioè le quantità minime di spazio che ogni piano doveva riservare all’uso pubblico, stabilendo che ciascun cittadino aveva diritto a un minimo di 18 metri quadrati di spazio (per asili nido, scuole, attrezzature culturali, assistenziali, amministrative, religiose, sociali, sanitarie, parcheggi pubblici, verde, gioco e sport). Gli standard sono tuttora vigenti. Secondo molti urbanisti andrebbero aggiornati, ma restano una conquista decisiva. Sono invece un inutile orpello per la legge che, nella scorsa legislatura, avrebbe dovuto riformare tutta la materia urbanistica, e per la quale gli standard vengono relegati a semplici optional (ma questa legge non è stata approvata).

Come tante altre intraprese di riforma anche la "legge ponte" rimase in parte uno slancio nel nulla. Durante il dibattito parlamentare fu approvato un emendamento dei liberali che fece slittare di un anno la sua entrata in vigore: e così dal 1° settembre 1967 al 31 agosto 1968 l’Italia fu invasa da licenze edilizie, talvolta, in prossimità della scadenza della moratoria, istruite, esaminate, approvate e firmate in un solo giorno (un’indagine del Ministero dei lavori pubblici stabilì che in quei dodici mesi vennero rilasciate concessioni per 8 milioni e mezzo di vani, quasi il triplo della media annuale).

Un altro effetto produsse la frana: il decreto, firmato dai ministri Gui e Mancini, che istituiva un’area vincolata di milleduecento ettari intorno ai templi di Agrigento. Non fu un’invenzione repentina, un atto d’imperio draconiano. Da anni, la Soprintendenza e il Ministero tentavano di apporre vincoli che almeno evitassero ai templi l’onta di finire soffocati dal cemento. L’area è stata più volte sfregiata dalle costruzioni abusive ed è diventata un’ossessione per quanti ad Agrigento - sindaci, parlamentari, forze politiche - li hanno sempre concepiti come un freno allo sviluppo della città verso il mare. Lo stesso sogno coltivato negli anni Cinquanta e che rimase sepolto sotto la frana del 19 luglio.

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