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Dario Predonzan
Il PRG di Sgonico-Zgonik (TS) svilletta il Carso
3 Aprile 2008
Il Carso
Un episodio, forse piccolo ma certamente significativo, di distruzione urbanistica del patrimonio comune (e non solo comunale). Una corrispondenza per eddyburg

Il patrimonio ambientale del Carso

Il Carso, che rappresenta gran parte della superficie delle Province di Trieste e Gorizia e che si estende anche ad est nel territorio della Repubblica di Slovenia, racchiude un insieme di ecosistemi ed un paesaggio di grandissima valenza ambientale e culturale. Ne è una riprova il fatto che quasi l’intera estensione di questo territorio è ricompresa all’interno di SIC (Siti di importanza comunitaria) e ZPS (Zone di protezione speciale), individuati in base ai precisi criteri scientifici indicati dalla direttive europee “Habitat” 92/43/CEE e “Uccelli” 79/409/CEE, tanto sul versante italiano, quanto – e ancor di più – su quello sloveno. Per questo motivo, da almeno un quarantennio, si susseguono le proposte per un’efficace tutela di tale straordinario patrimonio. Proposte, però, quasi tutte rimaste (almeno in Italia) lettera morta, malgrado il sostegno del mondo scientifico, dell’associazionismo ambientalista e di ampi settori dell’opinione pubblica.

Oggi, soltanto alcuni limitati lembi di territorio carsico sono effettivamente tutelati, in Italia, dalla legge del Friuli Venezia Giulia sulle aree protette (la n. 42 del 1996): si tratta di 5 riserve naturali regionali, le quali coprono un’estensione complessiva di poco più di 2.000 ettari, rispetto ad un’estensione complessiva delle aree carsiche in territorio italiano che supera i 25.000 ettari. Molto più grandi sono, naturalmente, i perimetri – sovrapposti tra loro - dei già citati SIC (9.648 ha) e ZPS (12.190 ha), privi però a tutt’oggi dei prescritti piani di gestione, così come mancano ancora – a 12 anni dall’approvazione della legge che le istituì - i Piani di Conservazione e Sviluppo per quasi tutte le riserve naturali citate.

In questo quadro, è evidente che un ruolo importante per la tutela del territorio carsico (e del suo straordinario sottosuolo, che rappresenta una parte fondamentale del pregio naturalistico, per l’enorme concentrazione di cavità e fenomeni carsici ipogei, in gran parte ancora inesplorati) spetta agli strumenti della pianificazione territoriale ordinaria, piani regolatori comunali in testa.

L’urbanistica dei Comuni carsici

I PRGC dei Comuni carsici non hanno dimostrato, generalmente, un’adeguata attenzione alle problematiche legate alla tutela del territorio (e del sottosuolo) carsico. Ne sono una prova lampante quello di Trieste, approvato nel 1997 (sindaco Riccardo Illy), ma anche quelli dei Comuni minori. Fa – o meglio faceva - eccezione il PRGC di Duino-Aurisina, approvato nel 1999 e redatto da Edoardo Salzano, Luigi Scano e Mauro Baioni. La nuova amministrazione comunale di centro-destra subentrata nel 2002, però, non paga di aver spianato la strada alla cementificazione della Baia di Sistiana, ha progressivamente svuotato il PRGC vigente di molti dei suoi elementi qualificanti, prima con la variante “agricola” e poi con un’ulteriore variante approvata nel 2007. Con il pretesto di dare risposta alle pressanti esigenze – solo presunte ma insistentemente manifestate - dei cittadini per nuove residenze o attività produttive (il figlio che deve metter su famiglia, l’azienda agricola che necessita di mega-serre, ecc.), si è riaperta la strada all’edificazione diffusa, che già tanti guasti aveva prodotto nei decenni precedenti.

Il PRGC di Sgonico

Il Comune di Sgonico, in provincia di Trieste, esteso su 3.130 ettari di territorio interamente carsico e senza affaccio al mare, è certo sottoposto a pressioni edificatorie di entità molto inferiore a quelle che hanno interessato Trieste e Duino-Aurisina. Almeno finora. Di recente, infatti, è stata adottata la variante n. 12 al PRGC (a tutti gli effetti un nuovo piano regolatore generale), che apre ampi varchi all’invadenza dello sprawl edilizio.

Va detto subito che gli stessi dati citati dai redattori della variante dimostrano l’inesistenza di un disagio abitativo nel Comune. A fronte dei 2.203 residenti nel 1996, se ne contavano infatti 2.099 nel 2006. Al censimento del 2001 (quando i residenti erano 2.226) risultavano occupate 826 abitazioni, mentre 89 erano quelle non occupate.La volumetria disponibile pro capite è pari a 280 m3/ab. nelle zone “B” e di 355 m3/ab. nelle zone “A” (si ricorda che la dotazione prevista dal Piano urbanistico regionale generale del 1978 era pari a 100 m3/ab…). Appare verosimile quindi che oggi, essendo diminuito il numero dei residenti, le abitazioni non occupate siano ulteriormente aumentate, anche se nel corso degli anni si è riscontrata una riduzione del numero di componenti per famiglia (2,72 nel 1995 e 2,46 nel 2006).

Malgrado ciò, la variante postula – senza giustificarlo in modo convincente - un “fabbisogno” di 58 nuove abitazioni, alle quali corrispondono 143 nuovi residenti (teorici). E’ previsto infatti un notevole ampliamento delle zone residenziali, la cui superficie complessiva passerebbe dai 654.987 metri quadrati del piano vigente a 778.144. A fronte di un futuro incremento (teorico) dei residenti pari al 6,8 per cento si programma quindi di aumentare del 18,8 per cento l’estensione delle aree da urbanizzare a fini di residenza.

Si tratta, dichiara ipocritamente la variante, di zone “B”, cioè “di completamento”, che nella prima versione della variante erano definite – correttamente - zone “C” di espansione. Era però arduo giustificare l’esigenza di ulteriori espansioni residenziali, a fronte di un calo demografico come quello che emerge dai dati sopra citati: la fantasia italica (anche se il Comune in questione è abitato in grande prevalenza da cittadini di lingua e cultura slovena, sindaco compreso) ha quindi prontamente provveduto a ridesignare le aree in questione.

Oltre 12 ettari di territorio carsico verrebbero quindi sacrificati per far posto a ville e villette, per di più in buona parte “sgranate” irrazionalmente lungo gli assi viari. Ma il consumo di territorio agricolo e naturale non si limiterebbe a questo. La variante prevede infatti anche notevoli ampliamenti delle zone industriali-artigianali e di quelle commerciali. Il principio della limitazione del consumo di suolo, sancito – sia pure soltanto a parole – anche nella (pur pessima) legge urbanistica regionale 5/2007, viene così tranquillamente ignorato.

Non basta: la variante considera attive due cave di pietra, abbandonate in realtà da circa 25 anni, che ricadono entro il perimetro del SIC e della ZPS: l’abbandono dell’attività estrattiva ha permesso l’insediamento di formazioni vegetali e specie animali che la riapertura ovviamente comprometterebbe, come sottolinea anche la relazione di incidenza che accompagna il nuovo strumento urbanistico, laddove si evidenzia come le aree in questione rivestano una “forte vocazione per il gufo reale”.

Ancora: come buona parte del territorio del Friuli Venezia Giulia, specie lungo la fascia di confine, anche il Comune di Sgonico era interessato da varie aree militari (una caserma, una polveriera, un piccolo aeroporto), dismesse da tempo. In proposito, però, la variante al PRGC contiene invece soltanto la vaga indicazione di un riuso per “funzioni di interesse pubblico”, mentre le stesse aree si presterebbero sia ad un riuso almeno in parte residenziale, in alternativa alla “villettizzazione” del territorio non urbanizzato, sia (l’ex polveriera, sita all’interno del SIC e della ZPS) ad un oculato intervento di rinaturalizzazione.

Quanto alle zone agricole, la normativa della variante appare più funzionale alla regolamentazione di “zone edificabili a bassa intensità”, piuttosto che di aree produttive del settore primario. Vi è, ad esempio, un’ambigua norma che esclude il mutamento delle destinazioni d’uso da agricola a residenziale, a seguito degli ampliamenti ammessi, degli edifici esistenti all’interno di SIC e ZPS: se ne deduce che in caso di analoghi ampliamenti in edifici esterni a SIC e ZPS il mutamento di destinazione d’uso sia ammesso. Il che, ovviamente, equivale alla creazione surrettizia di nuove zone residenziali “B” (o “C”?) anche in aree agricole. Viene poi consentita la costruzione di serre (altezza massima 3,20 m.) a libera localizzazione e senza vincoli dimensionali in lunghezza, mentre nella maggior parte delle zone agricole è ridotta a 1.000 m2 la superficie del lotto minimo edificabile.

La variante individua poi i “perimetri di insediabilità” per nuove edificazioni nelle zone di preminente interesse agricicolo”, per le quali è altresì ammessa un’altezza massima decisamente pari a 7,50 m. Tali perimetri sono ben 35 e non sono - in molti casi – affatto “in continuità o vicinanza ai centri edificati” come dichiarato nella normativa. Quanto agli aspetti paesaggistici (gran parte del territorio comunale è soggetto a vincolo ex art. 136 e 142 del D. Lgs. 42/2004) le prescrizioni della normativa di PRGC si limitano a indicare che gli interventi su edifici esistenti “dovranno tendere all’integrazione morfo-tipologica dei nuovi volumi curando l’omogeneità dei materiali (e i colori? – NdR), mentre per i nuovi interventi le tipologie dovranno “tendere alle soluzioni architettoniche dell’edilizia tradizionale locale”.

Nessuna previsione di un abaco delle tipologie edilizie ammesse, sulla scorta di quanto previsto in altri PRGC (ad esempio Duino-Aurisina). Nessuna prescrizione neppure per quanto concerne strutture ed infrastrutture ad elevata incidenza paesaggistica (es. interramento di linee elettriche e telefoniche, disposizioni sulle modalità di realizzazione di muri divisori, recinzioni, divieto di collocazione di roulottes in aree classificate agricole, ecc.).

Conclusioni

Sia pure su scala più ridotta rispetto ad altri Comuni, anche Sgonico pare aver scelto un approccio urbanistico sostanzialmente incurante sia dei limiti che il pregio naturalistico e paesaggistico dei luoghi, sia della realtà demografica. Un approccio funzionale di fatto agli interessi della rendita immobiliare, ai quali viene di fatto sacrificata la qualità del territorio e quindi anche la prospettiva di un suo uso sostenibile.

Il che dimostra una volta di più quanto pericoloso sia abbandonare (come accade con la legge urbanistica ed il Piano territoriale regionale del Friuli . Venezia Giulia) all’arbitrio dei comuni la gestione di territori preziosi, in assenza di linee guida e di serie normative sovraordinate per la tutela dei beni paesaggistici e naturalistici.

Spetterà ora al prosieguo dell’iter della variante l’eventuale correzione almeno delle storture più evidenti. Sarà interessante leggere il parere del competente ufficio regionale (visti altri precedenti e l’impostazione generale della politica territoriale, non c’è da attendersi nulla di buono) e vedere cosa accadrà in consiglio comunale al momento dell’approvazione definitiva.

Ultimo dettaglio non irrilevante: il Comune di Sgonico è retto (da sempre) da una maggioranza di centro-sinistra.

L’autore è Responsabile settore territorio del WWF Friuli Venezia Giulia

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