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Piero Bevilacqua
I paesaggi sacri di Emilio Sereni
19 Ottobre 2007
Articoli del 2006-2007
Omaggio, nel centenario della nascita, allo studioso marxista, interprete precoce del paesaggio italiano e dei suoi caratteri storico-estetici. Da la Repubblica, 18 ottobre 2007 (m.p.g.)

Forse non è dato trovare, nella storia della cultura italiana, una figura così profondamente divisa come quella di Emilio Sereni. Da una parte il dirigente politico, il combattente non privo, talora, di durezze dottrinarie. Dall’altra lo studioso d’alto rango, l’indagatore infaticabile, dotato di immensa e ineguagliabile erudizione, lo storico che ha lasciato studi fondamentali alla cultura italiana. Quelle due personalità hanno dato vita a due mondi diversi e talora lontanissimi, ancorché tenuti insieme da un filo tenace. Difficilmente oggi il lettore poco informato sulla biografia di Sereni, potrebbe indovinare dei nessi tra opere come Comunità rurali nell’Italia antica (1945) o Città e campagne nell’Italia preromana (1966) oppure ancora La circolazione etnica e culturale nella steppa eurasiatica. Le tecniche e la nomenclatura del cavallo (1967), e il dirigente del Partito comunista. Ma la comune matrice marxista, dello studioso e del militante, si articolava in spazi e territori diversi, così che le durezze dottrinarie potevano stemperarsi nello storico di mondi vasti e lontani, mentre continuavano a ispirare l’azione politica del dirigente.

Una cospicua messe di ricerche di storia antica – dispersa in tanti saggi talora incompiuti – mostrano un Sereni capace di padroneggiare una molteplicità stupefacente di fonti. E in questo «gran spaziare nei territori costituitivi della storia dell’umanità» - come ha scritto Renato Zangheri - lo studioso è andato disegnando i frammenti di una vasta e mai compiuta storia universale dell´agricoltura, lasciando agli studiosi repertori fecondi di fonti e di interpretazioni.

Si farebbe tuttavia torto a Sereni e alla sua dottrina, se si volesse interpretare il suo marxismo come un ostacolo a una moderna e profonda comprensione della storia. Benché appesantito qua e là da forzature è al suo marxismo che dobbiamo quella che è la prima grande storia delle campagne italiane. Il capitalismo nelle campagne (1947), in effetti, costituisce una geniale interpretazione dei "caratteri originali" del capitalismo italiano. Quel testo coglieva a mio avviso un carattere costitutivo della storia italiana, destinato condizionare la futura evoluzione del nostro Paese: il peso spropositato della rendita fondiaria sull´impresa agricola e soprattutto sul lavoro contadino. Quell’elemento originario pesa ancora oggi nella cultura nazionale sotto la forma dell’indifferenza diffusa degli italiani nei confronti dell´ambiente e dei suoi problemi. I proprietari terrieri, redditieri abitanti in città, non hanno mai guardato alla natura, cioè alla campagna, se non a un luogo da cui cavare beni e danaro. Mentre le varie generazioni di contadini, una volta inurbate, hanno guardato al loro passato agricolo, come una vicenda di feroce sfruttamento e miseria, da cancellare nel cemento della città.

Il marxismo non ha impedito a Sereni di comporre la Storia del paesaggio agrario italiano (1961). Grazie a quella ricostruzione si può dire che per la prima volta le campagne italiane hanno perduto la loro indeterminatezza di luogo neutro della produzione agricola per assumere le forme del paesaggio, un ambito dotato di linguaggi e di singolari valori estetici. Il giardino mediterraneo, la piantata padana, l’alberata tosco-umbro-marchigiana, sono diventati quadri peculiari del territorio agrario. Un paesaggio, quello italiano, segnato da una infinita varietà di forme, degradanti, tra innumerevoli habitat, dalle valli alpine sino terre subtropicali della Sicilia. Sereni ha ricostruito questa "seconda natura" - come Goethe definiva la strutturazione del territorio operata dai romani - in modo singolare, privilegiando le fonti iconografiche. Come in un raffinato divertissement egli ha voluto rappresentare le forme artistiche delle nostre campagne – frutto del genio anonimo dei contadini – attraverso le testimonianze dei grandi pittori italiani. Quasi a voler sottolineare la sacralità storica del nostro paesaggio, immenso patrimonio di un’arte irripetibile che oggi è in mano ad eredi dissipatori e vandalici.

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