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Vezio De Lucia
Grave errore resuscitare l'abusivismo di necessità
3 Maggio 2006
Articoli del 2006-2007
A proposito dell'abusivismo, a Ischia e altrove. Da Liberazione del 3 maggio 2006

No, l’abusivismo di necessità no. L’abusivismo di necessità è morto da tempo. Era quello dell’immediato dopoguerra, quando, soprattutto a Roma, gli immigrati dal Sud che lavoravano nei cantieri edili, senza casa e senza residenza (vigeva ancora la legge fascista contro l’urbanesimo che non consentiva l’iscrizione anagrafica nei grandi comuni), si costruivano le “casette della domenica”. Furono chiamate così perché solo la domenica e i giorni festivi manovali e muratori, potevano tirar su, con le proprie mani, le loro povere abitazioni, con spirito mutualistico e con pratiche poi definite di autocostruzione. I nuclei del primo abusivismo si concentrarono inizialmente a ridosso dei borghetti dov’erano stati deportati gli abitanti del centro storico cacciati a seguito degli sventramenti mussoliniani e intorno ai quali si è in seguito formata la sterminata periferia della capitale.

Quello era l’abusivismo di necessità. Che fu compattamente difeso dal Pci e dalla cultura di sinistra, all’incirca fino all’inizio degli anni Ottanta. Dopo, fra la sinistra e l’abusivismo c’è stato un graduale distacco, non senza residui di tolleranza. Il direttore di questo giornale sicuramente ricorda le polemiche che si svilupparono in via delle Botteghe Oscure e su l’Unità con una franchezza allora inconsueta.

Intanto, a mano a mano, l’abusivismo ha cambiato i propri connotati, è stato sfruttato dai grandi proprietari terrieri per favorire l’urbanizzazione dei loro patrimoni. Si è un po’ alla volta trasformato in industria edilizia illegale, illegale sotto ogni punto di vista: alla mancanza del permesso di costruzione si è aggiunto il mancato rispetto delle norme igieniche, di sicurezza, assicurative e previdenziali. Alla fine, è entrato nell’orbita della malavita organizzata. Da Roma in giù, in alcuni luoghi ha raggiunto livelli di produzione superiori a quelli dell’edilizia legale, grazie anche alle successive leggi di condono, tre in diciotto anni (ricordiamone gli autori: 1985, governo Craxi; 1994, governo Berlusconi; 1993, ancora governo Berlusconi). E la Campania, ha scritto il 1° maggio su l’UnitàVittorio Emiliani, “vanta da decenni un primato nazionale in fatto di concentrazione della illegalità edilizia e ambientale, con una vistosa presenza del racket camorristico che controlla le forniture di materiali e di manovalanza”.

Queste cose non possono non saperle gli amministratori di Ischia – e addirittura il presidente della regione Campania – che irresponsabilmente hanno resuscitato l’abusivismo di necessità. Operazione pericolosissima, perché oggi torna a essere grave, in molti casi drammaticamente grave, il problema della casa, e l’abusivismo non può essere una risposta. Se oltre l’80 per cento delle famiglie italiane vive in casa propria, quasi tutto il restante 20 per cento vive in condizioni abitative sempre più precarie. Sono giovani, immigrati, studenti, anziani che regrediscono verso la povertà e sono costretti a vendere il proprio alloggio. Un problema, reso acuto dalla progressiva riduzione delle risorse per l’edilizia pubblica, che dovrebbe tornare in primo piano nelle politiche locali. È questo uno, e non certo l’ultimo, dei compiti che il nuovo governo dovrà affrontare con competenza e determinazione. Insieme alla ripresa dell’impegno per il risanamento idrogeologico. Dopo i morti di Sarno del 1998, il tema aveva assunto un riconoscimento prioritario nell’azione di governo e sembrava che potesse finire l’incubo di una frana devastante dopo ogni pioggia prolungata. Ma Berlusconi alla manutenzione del territorio ha sostituito le grandi opere. La tragedia di Ischia riporta la difesa del suolo in testa all’ordine del giorno.

Altro che grandi opere, altro che tolleranza per l’abusivismo.

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