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Giorgio Bocca
Galleggiamo senza peso...
11 Dicembre 2005
Scritti 2004
"Galleggiamo senza peso come gli astronauti, in una oscenità diffusa senza limiti. In un vuoto riempito dalla televisione, dal virtuale e dalla prostituzione universale". Da l'Espresso del 6 maggio 2004

Credo che una sensazione molto diffusa fra gli italiani premoderni, quelli della lotta di classe, dei diritti civili, del miracolo economico, che era poi il mettere assieme il pranzo con la cena, della morale comune che era poi il comune pudore, la comune decenza, sia di galleggiare nell'aria come gli astronauti senza più peso di gravità. Senza più capire in che mondo viviamo, indefinibile, ingiudicabile, inafferrabile, ma certamente mediocre, certamente osceno, riempito dal vuoto della televisione, delle immagini, del virtuale e della prostituzione universale.

La cosa più difficile da sopportare è l'oscenità diffusa senza limiti. Esempio: la televisione pornografica trasmette due servizi: uno è sulla moglie di un famoso cantante che pur di far carriera nello spettacolo posa seminuda per uno dei soliti servizi da calendari, da casalinga porcacciona; il secondo di una, come chiamarla?, meteorologa di Retequattro che per affermarsi tra le fanciulle con la fritola al vento, posa anche lei per le fotografie del tipo sesso a sonda. Sesso che non solo si infila fra tette e glutei ma che penetra in una libido anatomica, in tutti i fori corporali, se permettete il linguaggio, non le fotografie di un sedere ma di un buco del sedere, di un retto, di un colon. E il mondo degli addetti ai lavori, fotografi, sceneggiatori, registi, coreografi, pubblicitari, direttori di reti è perfettamente d'accordo su questo modernismo da pervertiti: "Ma via che c'è di male? Cosa è questo moralismo da parrocconi? Sono fotografie normali".

Domina lo spettacolo l'ambiguità da suburra di Renato Zero. Un po' di frociaggine con contorno di coda alla vaccinara e di pappardelle, la Roma trasteverina, la Roma del Testaccio in cui l'Italia del Risorgimento si illuse di creare una capitale.

La televisione come strumento principe del potere berlusconiano non è nulla al confronto della televisione plebea che affonda le sue radici nei vizi antichi di un'Italia minore del tira a campare, unta, mezzana che celebra le fanciulle in fiore che fanno carriera vendendosi ai direttori e agli onorevoli. Ma che brave! Non sanno cantare, recitare, ballare ma sono già dive del reality show che sarebbe la negazione del realismo sostituito da zuccherose favole per analfabeti.

Non è piacevole, anzi è decisamente sgradevole e spesso soffocante, vivere in un paese che non ha più il coraggio di essere se stesso, partigiano ma schierato e fedele, un paese che preferisce nascondersi nel trasformismo dei fascisti che fanno i democratici e di democratici che si comportano come fascisti. La sola cosa certa è che in questo paese hanno pochissima fortuna, pochissima popolarità gli eroi civili come l'avvocato Ambrosoli e gli altri che sono morti combattendo la mafia e il malaffare. Un paese pronto a recuperare il peggio, il falso patriottismo, la falsa beneficenza, con il rimpianto del colonialismo.

L'ideologia vincente che guida il governo è un furbesco carpe diem. La 'missione' in Iraq di cui parla il nostro presidente è un opportunistico stare dalla parte del più ricco e del più forte che non è neppure un buon calcolo, perché nel pantano iracheno ci sta pure lui e non sa come tirarsene fuori. Di cosa capiterà agli iracheni e quale sarà il futuro prossimo dei soldati di occupazione americani e nostri, ai governi importa assai meno che le prossime elezioni.

Francamente non è piacevole galleggiare senza peso in questo tempo senza saggezza e senza morale.

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