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Carla Ravaioli
La crescita non è illimitata
3 Dicembre 2007
Scritti 2004
Una critica della crescita indefinita della produzione di merci, dalla parte dell’uomo, del lavoro e delle risose della terra. Intervento all’incontro di sei Camere del lavoro dell’aprile 2004. Tratto da Carta, numero speciale “Camere del lavoro”, giugno 2004

Sviluppo: quale e quanto. È il titolo di questo incontro. Incomincio dal «quanto». Perché la quantità, e la sua continua dilatazione, è indubbiamente la categoria che meglio caratterizza la società moderna, in tutte le sue principali espressioni. Cito alla rinfusa cose diversissime. Popolazione, agglomerati urbani, macchine di ogni tipo, reti stradali, trasporti, mezzi di comunicazione, burocrazie, traffici, carta stampata, spettacolo, pubblicità, scolarizzazione, turismo, velocità, informazione, ricerca: tutto ciò e molto altro nel secolo scorso ha conosciuto aumenti spettacolari.

In questo processo occorre però tener presente un rapporto che illumina e definisce la particolare qualità del fenomeno quantitativo. Nella seconda metà del Novecento la popolazione mondiale è raddoppiata, e continua a crescere. Nello stesso periodo il prodotto dell'economia mondiale si è moltiplicato per sette, e anch'esso continua a crescere. Ma, mentre l'aumento demografico desta preoccupazioni e sollecita (seppure in modo disorganico e da più parti contrastato) politiche destinate a contenerlo, la crescita produttiva si è imposta in modo sempre più netto come l'asse portante della politica economica e sociale del mondo, da tutti auspicata come irrinunciabile, con dogmatica sicurezza e ossessiva insistenza indicata come strumento risolutivo di ogni problema.

Ma siamo certi che lo sia davvero? Che questo continuo moltiplicarsi e ingigantirsi di fatti quantitativi, tutti d'altronde carichi di un'altissima, a volte rivoluzionaria, valenza qualitativa, sia la migliore garanzia per il nostro benessere e per il futuro del mondo? E le sinistre, e con esse il sindacato, come si collocano di fronte a questo interrogativo? O, meglio, se lo pongono?

Facciamo l'esempio dei problema occupazione. Ne avete già parlato a lungo, dicendo cose molto interessanti. Ma forse non è inutile aggiungere qualche altra considerazione. Tradizionalmente il rapporto tra quantità di produzione e quantità di occupazione è stato di regola proporzionale e biunivoco. Oggi di questo rapporto s'è persa ogni certezza. Il più drammatico crollo occupazionale si è registrato mentre il Pil continuava a salire. Né in seguito la crescita produttiva, forzata al di là di ogni reale bisogno e utilità sociale, ha sanato la situazione. Un parziale recupero, lo sapete bene, si è determinato solo a prezzo di precarizzazione selvaggia e sempre più esoso sfruttamento del lavoro. E il fenomeno riguarda tutto il mondo. L'International labour office parla di un miliardo di disoccupati e sottoccupati, un terzo della forza lavoro del pianeta.

Ciò nonostante di fronte a questa drammatica situazione la parola d'ordine, delle sinistre come delle destre, continua ad essere «crescita». Con una evidente sottovalutazione della rivoluzione informatica, della sua capacità di sostituire in misura sempre maggiore non solo il lavoro manuale ma anche quello mentale. E con una sostanziale rinuncia a utilizzare il progresso tecnico a favore dei lavoratori: paradossalmente infatti, quando sarebbe possibile ridurre fortemente la necessità di lavoro umano, la quantità di lavoro erogato va aumentando dovunque: sia complessivamente sia singolarmente. E questo in definitiva porta alla mancanza di una vera politica occupazionale, anche da parte delle sinistre, costringe a un'azione meramente difensiva di fronte alle «leggi» del capitalismo neoliberistico: secondo le quali il lavoro cessa di essere un diritto, perde il suo valore di cittadinanza e di appartenenza sociale (come l'attacco sistematico al welfare dimostra), scade a una variabile soggetta a tutte le incertezze, di durata, di mansione, di orario, di salario, in conformità alle «compatibilità» aziendali.

Ma un altro aspetto del grande mutamento, nei mondo economico mi pare non venga adeguatamente considerato. Oggi tutte le politiche poste in essere dall'imprenditoria mondiale al fine di ingrossare fatturati, migliorare efficienza produttività competitività, aumentare il Pil, cioè a dire in nome degli stessi obiettivi di continuo da tutti invocati, anche dalle sinistre e dai sindacati, di fatto si traducono in strumenti di ulteriore sfruttamento del lavoro: dalla flessibilizzazione nelle sue mille forme, alle ristrutturazioni aziendali operate mediante pesanti tagli di personale, al boom della finanziarizzazione, al fenomeno sempre più vasto della delocalizzazione, che di volta in volta mette sul lastrico centinaia di migliaia di lavoratori. In proposito, a evidenziare la logica che presiede alle politiche economiche neoliberiste, mi pare serva ricordare che le borse americane premiano, con vistosi rialzi delle loro azioni, le imprese che «snelliscono (organico».

Davvero in questa situazione è difficile capire perché si continui a insistere sulle vecchie politiche produttivistiche, a inseguire le destre nella rincorsa della competitività ad ogni costo, della modernizzazione non importa quale, della crescita produttiva indiscriminata, adeguandosi a un'economia sempre più separata dalla realtà sociale e dai suoi bisogni; al cui interno nemmeno il più moderato riformismo riesce ormai a trovare qualche spazio.

Per un lungo periodo la crescita produttiva nella forma dell'accumulazione capitalistica parve in qualche misura favorire il progresso sociale, anzi oggettivamente lo favorì. Fu allora che i movimenti operai, pur senza mettere in discussione il sistema dato, seppero conseguire importanti vittorie, sfruttando la parzialissima e ambigua, ma fondamentale, convergenza di interessi tra impresa e lavoro: quando - sia pure tra mostruosi squilibri, abusi e iniquità - la tendenza espansionistica del capitale incontrava l'esigenza di maggior reddito delle popolazioni industrializzate, a garantire insieme allargamento dei mercati e crescente benessere.

Questo tipo di rapporto il neoliberismo non lo consente più. È la sua stessa ratio a vietarlo, il suo impianto non solo strutturale ma concettuale. L'iniquità è organica alla competitività senza freni che domina il mercato globalizzato, e detta le regole di un'economia unicamente e forsennatamente impegnata alla produzione di quantitativi sempre crescenti di merci, in tempi sempre più stretti, a costi sempre più bassi: il tutto inevitabilmente a scapito del lavoro. Quali merci si producano d'altronde non importa, né per quale utilità, né con quali conseguenze. Ciò che conta è solo la smisurata dilatazione di un consumo che ben poco ha ormai a che vedere col benessere delle masse, e di fatto non ha altro fine che se stesso.

È vero, oggi tra le sinistre si va ormai diffondendo la consapevolezza che la crescita degli ultimi decenni sul piano sociale non ha pagato, che anzi il neoliberismo ha fortemente aumentato le distanze tra ricchi e poveri, non solo a livello internazionale ma all'interno stesso dei paesi più affluenti. E sempre più insistenti si fanno i dubbi sulla possibilità di conciliare obiettivi con tutta evidenza confliggenti, come competitività e welfare, crescita e solidarietà, modernizzazione e occupazione; sempre più premono interrogativi su come poter difendere le idee di giustizia, costitutive dell'esistenza stessa delle sinistre, all'interno del sistema attuale. E si torna a citare - ma ormai come una vecchia e stanca giaculatoria - la necessità di un nuovo modello di sviluppo, che però nessuno finora ha neppure tentato vagamente di abbozzare.

E questo è il più grave peccato delle sinistre, le quali hanno del tutto mancato una seria analisi critica di una società ormai identificata con una straripante produzione di merci, e impegnata nella riduzione a merce di ogni rapporto e ogni dimensione dell'esistenza; di fatto identificando lo sviluppo sociale con una crescita meramente quantitativa, in tal modo avallando come progresso quella perversione del consumo che è il consumismo, e ignorandone l'azione corruttrice, che diffonde il prevalere incontrastato di valori materiali e acquisitivi, a seminare individualismo aggressività e spregiudicatezza.

Su questa via le sinistre, o quanto meno una loro parte non trascurabile, hanno finito per adagiarsi su una deriva coincidente con la favola raccontata dalle destre: secondo cui la continua e crescente produzione di ricchezza toccherà prima o poi dimensioni tali da raggiungere tutti, fino a eliminare fame e miseria. Non eliminando le disuguaglianze, no. Perché, dice la favola, sono proprio le disuguaglianze a sostenere la competitività, a migliorare produzione e consumo, e così a creare ancora e ancora ricchezza, di cui a tutti, o quasi tutti, toccherà una piccola fetta.

O magari perché no una fetta grossa. Non è questa la magia del capitalismo? Non si son fatte così le fortune più vistose? Non mi soffermo sulla palese inaccettabilità per le sinistre di una politica che prevede e teorizza, come normale strumento di strategia economica, la disuguaglianza sociale, fino all'esclusione di individui, gruppi, interi paesi. Vorrei piuttosto esaminare la questione da un altro lato, e domandare: quale futuro, o meglio quanto futuro, può avere un progetto fondato sulla produzione illimitata di ricchezza?

La produzione, di qualsiasi tipo, è consumo di natura: minerale, vegetale, animale. Ma la natura terrestre, cioè il nostro pianeta, è una quantità data e non estensibile a piacere, e in quanto tale non è in grado di alimentare indefinitamente un'economia in continua crescita, fornendole le quantità di natura a ciò necessaria. E nemmeno è in grado di metabolizzare e neutralizzare indefinitamente gli scarti che ne derivano, i rifiuti (solidi, liquidi, gassosi). Parrebbe un'ovvietà, anzi è un'ovvietà, che però nessuno, o pochissimi, soprattutto tra economisti e politici, di destra o di sinistra, sembrano considerare tale.

Il problema ambiente oggi nessuno più lo ignora. È sotto gli occhi di tutti lo squilibrio degli ecosistemi, che sconvolge il clima tra uragani, alluvioni, frane, desertificazioni; che va devastando il mondo e le nostre vite tra malattie da smog, intossicazioni, innumerevoli nuove patologie ignote alla medicina tradizionale, insicurezza di ciò che mangiamo beviamo respiriamo; che produce milioni di senza-casa, di profughi, di morti. A lungo però tutto questo le sinistre lo hanno ignorato.

E ancora oggi (sebbene nessuno più ormai si sottragga al dovere di una citazione, in osservanza del «politically correct») la materia non sembra degna di attenzione nel momento delle scelte politiche decisive. Come se la crisi ècologica nulla avesse da spartire con economia, produzione, lavoro, i grandi temi della Politica con la maiuscola. Come se non fosse invece la conseguenza diretta e inevitabile di un modello economico che si regge sulla crescita illimitata e pertanto, inevitabilmente, sulla rapina della natura, sulla continua rottura del limite. Come se tutto ciò, tra l'altro, non costituisse un rischio per la stessa economia: alcune scarsità, acqua e petrolio in primis, già allarmano infatti la macchina produttiva mondiale, e né il mercato né le tecnologie più avanzate sembrano avere soluzioni in mano.

Forse trovate che io stia spaziando tra problemi che non riguardano il sindacato. Non direttamente almeno. Ed è vero che la funzione specifica del sindacato appartiene a un ambito più circoscritto, in sostanza identificabile con la tutela del lavoro e dei lavoratori; mentre tocca ad altri istituti la elaborazione delle politiche del paese e del loro confronto in ambito internazionale. Ma in una società come l'attuale, definita e radicalmente mutata dalla complessa fenomenologia della globalizzazione, io credo che anche decisioni settoriali, non possano essere assunte senza aver presente il quadro degli immani problemi che scuotono il mondo.

Se la globalizzazione ha aperto nuovi spazi alla valorizzazione dei capitali, fornendo all'industria planetaria manodopera a costi irrisori, e creando nel Sud del mondo condizioni di sfruttamento da protocapitalismo. Se condizioni analoghe spesso si producono anche nei nostri paesi tra le masse sempre più numerose dei migranti, tra l'altro fatalmente trascinando al ribasso i salari di tutti. Se i consumi in Occidente sono saliti al punto che un quinto della popolazione del pianeta si appropria di due terzi delle risorse. Se nonostante la continua crescita produttiva nel Sud del mondo ancora si muore di fame, mentre in Occidente si muore di obesità da iperalimentazione. E se, di fronte a un'economia che in complesso continua a deludere, impantanata in una crisi infinita, a un dato momento soltanto la guerra si pone come unico strumento capace di far quadrare i conti del sistema.

Se questa è la verità dei mondo, il mondo del lavoro non la può rimuovere, nel momento in cui si confronta con i suoi problemi e ne cerca soluzione. E non solo perché in qualche misura questa verità è presente anche tra noi, in un Occidente dove disoccupazione e precarizzazione, attacco allo stato sociale, aumento dei poveri e impoverimento dei ceti medi, vengono imposti come condizione alla crescita economica, data come infallibile strumento di futura prosperità per tutti. Ma perché proprio nel confronto tra il grande mondo e la nostra realtà, mi pare si evidenzi in modo ineludibile l'insostenibilità non solo ecologica ma sociale e politica dell'attuale paradigma economico, dunque la necessità di un diverso modo di produzione scambio e consumo. E in questo i sindacati possano dare un contributo tutt'altro che secondario.

Oggi non è più tempo di sovversioni politiche traumatiche, di rivoluzioni armate e sanguinose. Di tutto ciò abbiamo avuto abbastanza. E d'altronde oggi non si tratta di espugnare il Palazzo d'inverno. Si tratta di rimettere in causa un sistema-mondo che con il suo dogma iperproduttivistico e iperconsumistico, e con l'imposizione del mercato come regolatore indiscusso non solo dei meccanismi economici ma della società intera, ha capillarmente penetrato e inquinato cultura, costume, coscienze, fino a determinare comportamenti, desideri, progetti di vita. E delegittimarlo è possibile solo mediante una rivoluzione dolce ma radicale, consapevole e decisa, da attuarsi per gradi ma con costante tenacia, con un'azione molteplice, presente anche nel quotidiano minore, fermamente orientata a contrastare i valori oggi dominanti. Un'azione che muova dal netto rifiuto di una politica come quella praticata finora dalle sinistre, non solo italiane, sostanzialmente incapace di una linea diversa da quella delle destre.

Un tipo di politica che a volte si ritrova anche nell'azione del sindacato. La lotta per la salvaguardia del posto di lavoro, e quindi la difesa della fabbrica, è la strada da sempre seguita come la più naturale, che ancora oggi scatta ad ogni crisi come un riflesso immediato. Ma oggi si impongono interrogativi di cui ieri non c'era motivo. Per fare un solo esempio. Fabbriche gravemente inquinanti, ad alto rischio per i lavoratori e l'ambiente: è il caso di salvarle ad ogni costo? Una riconversione, con riprofessionalizzazione del personale - come d'altronde sovente si fa - non dovrebbe essere sempre presa in considerazione come la soluzione da preferire?

Ma anche altre domande di volta in volta bisognerebbe porsi: se e quanto serva ciò che si produce; se risponda a bisogni reali o non si tratti di oggetti destinati al consumismo più futile che poi la pubblicità s'incaricherà di dimostrare indispensabili; se non esistano altre necessità insoddisfatte, dunque con diritto di priorità; e quali siano le ricadute dei prodotti in questione, sul piano ecologico, sanitario, culturale, sociale, umano.

Una molteplicità di scelte, anche minori e minime, operate a questo modo, costituirebbe parte non piccola di una rivoluzione non traumatica ma Incisiva, in quanto netta, continua e sistematica negazione dei criteri che guidano l'economia capitalistica, basati unicamente sulla valutazione di quantità e profitto conseguibili, e ignari di ogni altra esigenza. Per questa via, in una realtà come la nostra, straripante di merci ma gravemente carente sul piano dei servizi pubblici e sociali, sarebbe forse possibile progressivamente spostare il baricentro dell'economia dalla produzione di beni materiali alla produzione di beni sociali.

Le conseguenze, anche se inizialmente limitate, sarebbero però tutt'altro che trascurabili, anche nell'immediato. Sul piano occupazionale innanzitutto: perché mentre nell'industria la tecnica sempre più largamente va sostituendo le persone, nessuna attività sociale può prescindere dalla presenza umana. E ai fini degli equilibri ecologici: perché la produzione sociale, a differenza di quella industriale, non inquina. Ma soprattutto per l'avvio di un diverso modo di progettare, pensare, vivere il lavoro, e quindi la produzione e il consumo.

Vi sembrano sogni, pii desideri? E però da qualche tempo stanno accadendo cose insolite. Da più parti, da gruppi di giovani, circoli di intellettuali, nuove riviste, convegni, spezzoni del movimento altermondialista, giungono segnali di rifiuto dell'orgia consumistica, di dubbi sulla bontà indiscussa della crescita illimitata. Alcuni addirittura a gran voce chiedono «decrescita». E, fatto davvero non trascurabile, di recente la Cina, di fronte al sempre più drammatico deterioramento ambientale del paese, e all'aumento costante della distanza tra ricchi e poveri, ha deciso di contenere di un terzo il tasso di aumento del proprio Pil. Infine tra i segnali di questo tipo non posso tralasciare il nostro incontro: che i sindacati si interroghino su materie come quelle dibattute oggi non mi pare davvero di scarso significato.

Dino Greco si diceva convinto di una evidente crisi del capitale. Ne sono convinta anch'io. Sono gli stessi meccanismi dell'accumulazione che spesso ormai sembrano girare a vuoto, inceppati tra crisi e scandali a ripetizione. Forse a riprova che crescita illimitata non esiste, né in natura né nella storia. Forse anche a ricordarci che dopotutto il capitalismo è un fenomeno storico, e come tutti i fenomeni storici ha avuto una nascita e avrà prima o poi una fine. È una verità che le sinistre una volta tenevano presente, a supporto del loro stesso esistere e agire. Una verità forse da recuperare.

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