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Mario Pirani
Da Pantani a Nassiriya sono tutti "eroi d’oggi"
11 Dicembre 2005
Scritti 2004
Parole di saggezza, su la Repubblica del 1 marzo 2004.

Dirò cose forse sgradevoli e se qualcuno dovesse personalmente dolersene me ne scuso fin d´ora. D´altra parte la retorica di pronto uso, l´esagerazione piagnona, la demagogia impudente, l´acquiescenza complice dei mass media nei confronti degli aspetti più deplorevoli del nostro carattere nazionale hanno raggiunto negli ultimi tempi una intensità di proporzioni tali da indurre chi, come il sottoscritto, ne prova disagio, ad un modesto richiamo alla realtà delle cose, più che alla loro rappresentazione.

Prendiamo la scelta di apporre la qualifica di «eroe» a tante povere e rimpiante vittime di incidenti, di malori o anche di azioni belliche o terroristiche. Ora, se le parole hanno un senso, la definizione di eroe andrebbe applicata con sorvegliato spirito di limitazione a «chi sa lottare con eccezionale coraggio e generosità fino al cosciente sacrificio di sé, per una ragione o un ideale ritenuti validi e giusti». Così recita lo Zanichelli che, non a caso, ricorda come l´eroe rappresentasse nelle mitologie antiche un essere intermedio fra gli dei e gli uomini che interviene nel mondo con imprese eccezionali. Ma anche nella storia politico-militare moderna gli eroi, anche il modesto fante in missione volontaria che salta in aria tagliando i reticolati sul Carso, innalzato ad esempio nei testi scolastici della mia adolescenza, erano personaggi eponimi che simboleggiavano le virtù patrie, cui pedagogicamente ispirarsi. Ora, invece, la definizione si allarga fino a perdere senso o, peggio, viene utilizzata per facilitare operazioni di copertura strumentale così che, ad esempio, il perché e il come quella vittima ha perso la vita non sia oggetto di accertamenti critici o chiamate di correo.

Per contro, assunta nell´empireo degli eroi, la sua morte acquista un sigillo di sublimazione che la rende «indiscutibile», oggetto solo di omaggio, venerazione e, al massimo, rimpianto.

Prendiamo, ad esempio, la morte di Pantani. Un campione di grandissimi successi e di rovinoso declino, imputabile in grande misura all´uso prolungato di droghe eccitanti assunte per vincere le gare e che, alla fine, ne hanno fiaccato il corpo oltre allo spirito. Orbene che senso ha avuto l´inondazione mass-mediatica che ha riempito pagine e pagine di ogni giornale e ore di trasmissione tv? Quale "eroe" si è celebrato in questo caso con sì ridondante espressione di lutto e rimembranza? Non andava, piuttosto, con più misurata cronaca, indicato soprattutto come quella fine esemplificasse il decadere dello sport, di tutte le discipline, dove i soldi, gli alti ingaggi, i premi miliardari e le molte speculazioni alle spalle e sulla pelle degli atleti hanno trasformato stadi, piste e altri luoghi di certame sportivo in bacini di corruzione e decadenza?

Un caso tutto diverso è la caduta dei tre cardio chirurghi in volo per Cagliari con un cuore da trapiantare. Il cordoglio è sincero, ma anch´esso è venato da una qualche retorica di troppo, compresa quella nobilitata dalle lodevoli intenzioni del presidente Ciampi e dalla medaglia d´oro che Sirchia propone di conferire a questi «eroi di oggi». Crediamo che non fossero, non si sentissero, non volessero essere chiamati eroi ma riconosciuti in tempo quali persone impegnate fino in fondo nel servizio pubblico, come tantissimi loro colleghi. Meglio ricordare che quel chirurgo, subentrato da nove anni al professore diventato deputato, attendeva da allora invano la nomina a primario e che ogni qualvolta si trovava un cuore da impiantare doveva darsi personalmente da fare per organizzare in un battibaleno il trasporto. Vogliamo gratificare le migliaia di medici presenti in corsia oltre ogni orario di lavoro, gli infermieri che accudiscono i malati depositati nei corridoi per il taglio dei letti, i ricercatori che studiano senza mezzi, distribuendo loro tanti bei certificati di «eroi del giorno d´oggi»?

E, infine, il più controverso degli «eroismi», quello dei Caduti di Nassiriya. Si dirà che il mestiere delle armi comporta potenzialmente il rischio della vita. È vero ma in questo caso l´impegno per il quale erano stati ingaggiati era formalmente una missione umanitaria e non bellica.

Eppure si sono trovati in piena guerriglia e con il terrorismo scatenato, non certamente predisposti ad azioni di combattimento. Non per questo erano stati mandati o avevano scelto di partire. Sono martiri ma non eroi. Eppure, in nome della sacralità dell´eroismo non si dovrebbe parlare del sacrificio loro imposto, delle responsabilità del profilo mendace della missione, del permanere di un quadro d´assieme incerto e pericoloso. Un caso tipico di retorica governativa multiuso

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