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Mariangiola Gallingani
Commemorare dimenticando
8 Febbraio 2005
Mariangiola Gallingani
Il prossimo 27 gennaio si celebra la giornata della Memoria dell’Olocausto ...

Il prossimo 27 gennaio si celebra la giornata della Memoria dell’Olocausto – e ogni anno, di questi tempi, si sprecano commossi e compiti appelli al ‘non dimenticare’ (Retequattro ha scelto lo slogan: “noi siamo ciò che ricordiamo”). Ma al di sotto di questa valanga di commemorazione, noi ‘ricordiamo’ veramente?, e che cosa, precisamente, ricordiamo?

Subito dopo la fine della guerra, Lord Russel di Liverpool, meglio conosciuto come Bertrand Russel, scrisse “Il flagello della svastica”, un testo che, se allora aveva a disposizione una documentazione infinitamente minore di quella oggi disponibile, ha ancora, credo, qualcosa da insegnare. Ci insegna per esempio – in primis a noi cittadini di quest’Europa sempre più allargata – che lo sterminio non fu destino esclusivo del popolo ebraico – per quanto quest’ultimo, in quanto comunità etnico-religiosa, fu effettivamente spazzato via dal territorio d’Europa. Ai sei milioni di ebrei ne corrispondono almeno altrettanti – il numero complessivo è stimato, anche da ricerche recenti, tra i dodici e i quattordici milioni – che non erano ebrei, ma che erano comunque untermenschen. In primo luogo i prigionieri russi – i costruttori materiali del lager di Auschwitz II – Birkenau, nonché le vittime-cavie del primo esperimento con il gas Zyklon B, nella camera a gas di Auschwitz I: si deve ricordare che i prigionieri russi non sono mai stati considerati come gli americani o gli inglesi, per loro nessuna ‘fuga per la vittoria’, ma campi di raccolta all’aperto, senza cibo né acqua, a morire in piedi al freddo. Niente ispezioni della croce rossa, per loro. I russi e gli slavi in genere – compresi gli sciagurati collaborazionisti, ucraini, polacchi, croati – sarebbero stati, a guerra vinta, le vittime successive. Gli stessi Einsatzgruppen che seguivano la prima linea nach Ost, con il compito di effettuare i cosiddetti ‘sterminii caotici’, avevano il mandato di liquidare ebrei e commissari politici (la famosa circolare sui commissari). Poi, come è più noto, gli zingari, gli omosessuali, i sacerdoti cattolici che avevano seguito alcune coraggiose prese di posizione dell’episcopato tedesco, non favorite né sostenute da Roma.

Tutto ciò non per togliere nulla allo squarcio della Shoà come ferita inguaribile del popolo ebraico – cancellazione di intere comunità e di un’intera cultura plurisecolare, quella dello shtetl, il villaggio ebraico dell’Europa orientale, di cui restano memorie non riproducibili come le pagine di Roth e di Singer. Ma, al contrario, per farci sentire la stessa Shoà come problema anche nostro: qualunque gruppo (e non necessariamente minoranza) può trovarsi in determinate condizioni a vivere la situazione di untermenschen: e forse anche a questo alludeva Primo Levi quando ha scritto “se è accaduto una volta, può accadere di nuovo”.

Ancora una volta agli ebrei?, secoli di persecuzioni – e gli stessi sinistri rigurgiti di antisemitismo cui accenna oggi Elie Wiesel dalle pagine di Repubblica sterebbero a dire che qualche probabilità esiste. Ma non è detto affatto che si tratti di loro; o solo di loro. Non mi sento di seguire Elie Wiesel – che pure merita un infinito rispetto – nell’accomunare a questo atteggiamento chi manifesta per le strade contro la politica di Busch e di Sharon dipingendoli come nuovi Hitler: del resto, dovrebbero bastare le immagini di Abu Graib a sollevare qualche dubbio.

Il fatto che il 70 % degli ebrei americani si sia espresso alle presidenziali di novembre a favore non di Busch, ma di Kerry, il fatto che nello stesso Israele esista un problema di obiezione di coscienza a livelli medi e alti delle forze armate, sono altrettanti segnali del fatto che dissentire dalla politica di Sharon non è tutt’uno con l’essere antisemiti.

Ma proprio in occasione della Giornata della Memoria, e proprio ricordando, accanto e assieme agli ebrei d’Europa, le altre vittime, credo si possa cominciare a riflettere anche su un terreno laico di quel loro essere “nostri fratelli maggiori” evocato da Giovanni Paolo II in occasione della sua visita alla Sinagoga di Roma: in questo caso, nel caso dello sterminio, la primogenitura credo vada ricercata in un richiamo forte alla tolleranza, forse il più alto, assieme all’eguaglianza di cui è parente prossimo, fra i valori della cultura laica prodotta da quest’Europa e dalla sua filiazione americana nel secolo delle rivoluzioni.

E si tratta di un valore prezioso anche, se non soprattutto, da un punto di vista religioso: se e in che misura pace è possibile anche nel regno di questo mondo – e teoricamente le tre grandi religioni del Libro dovrebbero concordare su questo – essa è affidata alla conservazione di questo principio. Un principio sempre più spesso minacciato – anche da intromissioni ‘pacifiche’ di istituzioni religiose, come nel caso della Chiesa di Roma e delle ‘radici’ da attribuire all’Europa.

Anche l’Inquisitore di Dostojevskij sapeva commemorare; si può dire anzi che fosse un professionista, circonfuso nella luce dei suoi barocchi paludamenti. Ma al prigioniero-Cristo fece capire senza mezzi termini che era senz’altro preferibile dimenticare, dimenticare persino la sua faccia…

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