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Matteo Alberini
Camera del lavoro di Ferrara
14 Gennaio 2009
2009 Città bene comune, vertenza europea
Intervento al convegno “Città bene comune. Vertenza europea”, Venezia, 24 novembre 2008

Le cose che ha detto poco fa Paola Somma, facendo una fotografia di quello che è diventata la città oggi, sono molto significative, ci dicono qualcosa anche sulle linee e gli orientamenti da seguire nell’intervento sulla città.

In sintesi estrema, Paola ci ha detto che la segregazione dentro la città non appartiene semplicemente a qualche segmento sociale particolarmente svantaggiato, ma è un fatto organico, ormai costitutivo dei tessuti urbani cittadini. Questa frammentazione, coerente del resto con quella che registriamo nel mondo del lavoro e nella società civile, produce conflittualità e rende molto più difficile e complicati tutti gli interventi che cerchino in qualche modo di esprimere un governo, di promuovere e dirigere un cambiamento.

Si arriva invece oggi ad una condizione molto difficile, se è vero che anche in una città di media grandezza come la mia, come Ferrara, abbiamo intere aree attraversate da conflitti endemici, ad esempio tra italiani e stranieri, ma anche a volte tra diverse fazioni che si confrontano magari sull’opportunità di chiudere al traffico una via oppure di tenerla aperta o sul luogo nel quale concentrare le attività sanitarie della città.

Ora questo tipo di realtà così frammentata, di micro conflittualità dilagante, richiederebbe sostanzialmente due tipi di risposta, io credo, più un terzo che rimane un po’ sullo sfondo.

La prima risposta sta senza dubbio in una maggiore capacità pianificatoria, di programmazione, di cui molti hanno già parlato. Quello che sta sullo sfondo sicuramente è un’idea di partecipazione: anche chi mi ha preceduto vi faceva riferimento. Ma c’è un terzo punto a mio avviso che è assolutamente essenziale: è quello delle risorse.

Non si produce un flusso contrario rispetto a questo processo di frammentazione, che è ormai in piedi da qualche decennio, se non investendo risorse. E questo è il punto su cui molto spesso la nostra contrattazione territoriale in questi anni si blocca, va a sbattere. Perché incrociamo appunto una finanza locale disastrata. Il Comune di Ferrara, ad esempio, ha uno stock di indebitamento che è pari ad una volta e mezza le entrate annue. E non è uno di quelli messi peggio, né in provincia di Ferrara e tanto meno in Regione. Si arriva anche ad un indebitamento doppio rispetto alle entrate. I trasferimenti continuano a ridursi e l’imposizione fiscale locale ormai ha raggiunto livelli insostenibili. Questo fa sì che il più delle volte almeno in questi ultimi anni, quando noi ci siamo seduti al tavolo per confrontarci sulle politiche di bilancio dei Comuni, il massimo che siamo riusciti ad ottenere è stato quello di mantenere la spesa sociale ai livelli esistenti e di impedire, non sempre riuscendoci, la crescita della imposizione fiscale o attraverso addizionali o attraverso aumenti delle tariffe per i vari servizi erogati.

Quindi risultati magari utili nel difficile contesto nel quale ci troviamo, ma che non hanno un’influenza positiva sui fenomeni che prima richiamavo, che non producono controtendenze.

Io penso quindi che se vogliamo parlare di questo e cioè di come ricostruire un tessuto cittadino che corrisponda ad una idea di città come bene comune, abbiamo prima di tutto questo problema da porci e cioè come è possibile mettere di nuovo le realtà, le autonomie locali, in condizioni di investire delle risorse in misura adeguata. Senza di questo è inevitabile che le risposte non ci siano.

Se queste risorse ci fossero come andrebbero investite? Io sinteticamente vorrei indicare tre punti che credo siano tre priorità.

Il primo punto riguarda certamente quel tipo di interventi che sono rivolti ai ceti sociali che si trovano nelle condizioni di maggiore disagio: sicuramente anziani, immigrati, non autosufficienti. Qui siamo di fronte oggi ad un numero crescente di vere e proprie emergenze sociali e quindi sicuramente qui c’è bisogno di dare risposte molto più incisive e consistenti di quelle che fino ad oggi è stato possibile mettere in campo.

Il secondo punto è quello che riguarda la riqualificazione e l’utilizzo del patrimonio esistente. Si citava prima il tema della espansione residenziale: senza dubbio è uno dei grandi problemi che anche appunto una città di medie dimensioni ormai si trova a vivere. Se non si mettono in campo delle politiche per le quali vivere e abitare dentro la città oggi esistente e riqualificata, diventa, torna ad essere, un valore, ma anche una possibilità reale e concreta, noi assisteremo al moltiplicarsi di questi fenomeni di dispersione urbana, con tutto quello che ne consegue: aumento del ricorso al trasporto individuale, congestione del traffico, maggiore inquinamento, scarsa vivibilità dei servizi e della città nel suo insieme.

Terza e ultima priorità, sulla quale mi soffermo magari un minuto in più, è la necessità di investire sui servizi pubblici e in particolare su quel tipo di servizi pubblici che hanno la caratteristica di costituire l'ossatura di fondo, la rete su cui la vita cittadina si costruisce. Quindi penso ai trasporti, alle reti idriche, penso alla drammatica, per certi aspetti, questione della gestione dei rifiuti. Su questo, oggi, c’è bisogno non solo di gestire, ma c’è bisogno io credo di investire, c'è bisogno che il pubblico investa. Certo in una dimensione sovra comunale, perché è finita per sempre l’epoca dei muncipalismi, forse anche in una dimensione sovra provinciale, perché a volte solo andando oltre questo livello si riescono a cogliere alcuni benefici derivanti dalla scala a cui si affrontano questo tipo di problemi.

Penso al mio territorio, quello di Ferrara, che oggi vive sostanzialmente in simbiosi con quello della provincia di Bologna: è impossibile affrontare il tema dei trasporti in chiave solamente provinciale.

Non basta difendere le Province per quelle che sono. Così come sono oggi, io credo che le Province non servano. Forse dico una cosa un po’ diversa da quello che hanno detto alcuni che mi hanno preceduto, ma secondo me servirebbero altri tipi di Provincia, perché oggi le province sono prive di poteri importanti e in quei pochi ambiti nei quali potrebbero in teoria decidere, sono spesso bloccate dalla conflittualità tra i comuni che ne fanno parte. I comuni in lite tra di loro impediscono o rallentano l’assunzione di piani organici, di una pianificazione di livello provinciale. Quindi c’è bisogno di Province, ma forse di Province di altro tipo, e c’è bisogno certamente di associazionismo tra le diverse autonomie locali.

Accanto a questo c’è bisogno, soprattutto, di far passare un punto che oggi non è assolutamente acquisito e cioè il concetto che non tutti i servizi pubblici sono gestibili a pareggio, non tutti i servizi pubblici sono gestibili in economia, e il credere e il pensare il contrario non fa altro che scaricare, attraverso i disservizi che crea, dei costi immani sulla collettività. Se questa mattina, scusate se cito questo banale episodio, un centimetro di neve ha bloccato la stazione di Padova, impedendo a molti, tra cui noi, di viaggiare tranquillamente e di arrivare puntuali ai nostri appuntamenti, questo non è né una fatalità né un caso eccezionale, purtroppo, ma è l’effetto appunto dell’idea che anche questi trasporti pubblici debbano essere comunque gestiti con l’obiettivo e il vincolo obbligatorio della parità tra costi e ricavi.

Introduco un tema che sarà forse interessante riprendere nel dibattito dei prossimi mesi: siccome oggi, per effetto della crisi che incombe, il tema del ruolo del pubblico è un tema che oggettivamente viene rimesso al centro del dibattito, allora credo che anche noi dovremmo farlo e cominciare a cercare di capire come alcune problematiche legate all’utilizzo del territorio, alla vita nelle città, alla gestione dei servizi pubblici, appunto, possano e debbano essere affrontate anche in modo nuovo e diverso dal passato. Dovremmo insomma cercare di capire quale può essere in questo ambito un nuovo ruolo del pubblico.

Certo nessuno di noi immagina che il Pubblico debba occuparsi di tutto, anzi probabilmente sarebbe meglio che non si occupasse affatto di alcune delle cose di cui oggi invece impropriamente si occupa, ma su alcuni terreni al contrario deve riacquisire un ruolo che in questi ultimi anni ha inesorabilmente perso, producendo effetti negativi dei quali oggi spero molti, anche se con ritardo, si rendano conto.

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