La notarile ricostruzione cronachistica, effettuata dall'ex ministro Pietro Lunardi, del processo decisionale che ha portato all'apertura dei cantieri per la realizzazione del Mo.SE., e al furibondo avanzamento dei lavori intercorso, e tuttora in essere, è, sotto il profilo formale, ineccepibile, e quindi incontestabile.
Sotto il profilo del merito, si dovrebbe, innanzitutto fare presente che ben tredici anni or sono il Parlamento nazionale, cioè l'organo attraverso cui si esprime la sovranità popolare nel nostro Paese, aveva deciso di superare radicalmente il sistema della "concessione unica", dello Stato al Consorzio Venezia Nuova, di ogni competenza afferente agli studi, alle ricerche, alle sperimentazioni, alla progettazione degli interventi, alla realizzazione delle opere, riguardanti il riequilibrio idrogeologico della laguna di Venezia, l'arresto e l'inversione dei processi di degrado del bacino lagunare, la difesa degli insediamenti urbani lagunari dalle "acque alte" eccezionali. "Concessione unica" che era stata, inizialmente, conferita in base alla legge 29 novembre 1984, n.798,, e grazie alla quale un consorzio di imprese di diritto privato è divenuto, grazie alle enormi risorse (erogategli dallo Stato) di cui poteva disporre, padrone pressoché incontrastato degli studi attinenti la Laguna veneziana, della progettazione delle opere da effettuarsi in essa, del controllo della validità dei primi e della seconda, asservendo, in termini addirittura patetici, ai propri obiettivi e ai propri interessi, gli organi decentrati (il Magistrato alle acque di Venezia) e quelli centrali delle amministrazioni statali.
Il comma 11 dell'articolo 12 della legge 24 dicembre 1993, n.527, recitava infatti che
"Il Governo è delegato ad emanare, entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, uno o più decreti legislativi, diretti a razionalizzare l'attuazione degli interventi per la salvaguardia della laguna di Venezia con l'osservanza dei seguenti princìpi e criteri direttivi:
a) separare i soggetti incaricati della progettazione dai soggetti cui è affidata la realizzazione delle opere;
b) costituire, d'intesa tra lo Stato e la regione Veneto, ai fini della attività di studio, progettazione, coordinamento e controllo, una società per azioni con la partecipazione maggioritaria dello Stato nonché della regione Veneto, della provincia di Venezia ovvero della città metropolitana se costituita, dei comuni di Venezia e di Chioggia e di altri soggetti pubblici utilizzando a tal fine i finanziamenti recati da leggi speciali inerenti allo scopo;
c) conferire alla costituenda società i beni da individuare con provvedimenti delle competenti Amministrazioni, e ridefinire le concessioni di cui all'articolo 3 della legge 29 novembre 1984, n.798".
Per il vero, nell'immediato il Governo (Ciampi) ottemperava alla volontà e al mandato del Parlamento, ed emanava il decreto legislativo 13 gennaio 1994, n.62. Alle cui disposizioni più di un Ministro avrebbe dovuto, conseguentemente, dare concreta attuazione, con propri atti. Cosa che i Ministri interessati, facenti parte del Governo (Berlusconi) nel frattempo subentrato, si guardavano bene dal fare: senza, se vogliamo dirla tutta, essere richiamati a compiere il proprio dovere né dalla Regione Veneto (governata dal centrodestra), nè dalla Provincia di Venezia (governata dal centrosinistra), né dal Comune di Venezia (governato dal centrosinistra), né dal Comune di Chioggia (governato prima dal centrodestra e poi dal centrosinistra).
C'è, a ogni buon conto, da considerare che le citate disposizioni di legge non sono mai state abrogate, per cui del relativo inadempimento potrebbero essere chiamati a rispondere i competenti Ministri degli ulteriormente subentrati Governi Prodi, D'Alema, Amato, e nuovamente Berlusconi, e se si vuole nuovamente Prodi. Chiamati a rispondere come? Se un impiegatucolo dell'anagrafe comunale si rifiuta di consegnarmi il certificato di nascita commette il reato di omissione di atti di ufficio, ed è passibile delle sanzioni di cui al relativo articolo del codice penale. Se un generale compie atti contrari alla volontà espressa dal Governo, o non provvede a quanto dallo stesso Governo ordinatogli, è definito (anche dai media) "fellone", ed è passibile delle sanzioni, variabili in rapporto alle diverse fattispeci concrete, di cui ai relativi articoli del codice penale militare (di pace o di guerra). E se un Ministro (cioé un componente di quello che il notorio estremista Charles-Louis de Secondat barone de La Brède e de Montesquieu ha definito come "esecutivo") omette di "eseguire" ciò che è stato deciso dal Parlamento (cioè da quello che lo stesso pericoloso sovversivo francese ha chiamato "potere rappresentativo", della volontà popolare democraticamente espressasi)? Si "lascia perdere"? si "chiude un occhio"? questo sì a me pare porre il problema "necessario e urgente" di "un approfondimento concettuale su cosa sia la democrazia in un Paese civile"!
Sempre sotto il profilo del merito, si potrebbe, e dovrebbe, poi, fare presente che la Valutazione di impatto ambientale nazionale dell'intero progetto del Mo.SE., svoltasi in conformità alla legislazione italiana ed europea, si era conclusa negativamente. Che tali conclusioni sono state inficiate da una sentenza della giustizia amministrativa afferente soltanto questioni formali, anzi formalistiche. Che, anziché richiedere che fossero sanate, ove possibile, le suddette irregolarità formali, oppure fosse effettuata una nuova Valutazione di impatto ambientale nazionale dell'intero progetto, si è proceduto, con riferimento a quella che risulta essere la più rilevante "grande opera" italiana, e una delle maggiori europee, con Valutazioni di impatto ambientale regionali, relative a singoli stralci progettuali.
Ancora sotto il profilo del merito, si potrebbe, e dovrebbe, tenere presente che il parere del Comune di Venezia, formulato in data 3 aprile 2003 al "Comitato di indirizzo coordinamento e controllo", e favorevole "allo sviluppo della progettazione esecutiva ed alla conseguente realizzazione delle opere" del Mo.SE., è stato espresso dal Sindaco di quel Comune, Paolo Costa, in evidente "eccesso di delega" rispetto a quanto votato dal Consiglio dello stesso Comune pochi giorni addietro. Sullo stesso argomento, all'epoca della vituperata (talvolta motivatamente: epperò...) "Prima Repubblica", per molto, ma molto, meno, i Sindaci venivano mandati a casa in poche ore. All'epoca del predominio dei Cacicchi, invece, il succitato Sindaco concluse (seppure tra i brontolii, e le figuracce) il suo mandato, senza che le "frange interne" al centrosinistra (i soliti "verdi" e "rifondatori del comunismo") il cui "ricatto" sarebbe, oggi, così, "vincolante", facessero sentire la loro voce con un minimo di risolutezza. Anche questa vicenda, francamente, a me pare porre il problema "necessario e urgente" di "un approfondimento concettuale su cosa sia la democrazia in un Paese civile"!
Infine, sotto il profilo del merito, si potrebbe, e dovrebbe, non ignorare il fatto che il "positivo parere del Ministero per i beni e le attività cultarali del 3 dicembre 2003", espresso dal competente Comitato di settore contraddicendo un precedente parere del soprintendente locale, è stato recentemente accusato dai rappresentanti delle associazioni e dei singoli cittadini aderenti all'Assemblea permanente "NO Mo.SE." di essere fondato su di "un vero e proprio falso".
Quanto sopra basti, per quel che riguarda la cronaca (o, per darsi un po' di importanza, la storia) degli eventi passati.
Per quel che riguarda il presente, si devono fare i conti, tra l'altro, con una risoluzione, rammentata e parziamente riportata dall'ex ministro Pietro Lunardi, della VIII Commissione della Camera dei Deputati, in cui il Governo è impegnato “a prendere immediatamente tutte le necessarie iniziative volte ad evitare che siano realizzate quelle parti del progetto che prevedono lavori non coerenti con eventuali modifiche o che portino il Mo.SE ad uno stadio di irreversibilità". Che cosa si vuole, affinché il Governo si senta effettivamente "impegnato" dagli orientamenti del Parlamento? che la risoluzione sia fatta propria dall'aula della Camera dei Deputati? che sia approvata anche dal Senato della Repubblica? i parlamentari convinti della bontà delle ragioni che supportano quella risoluzione si diano da fare!
Ma non avrebbe dovuto essere sufficiente, per bloccare il proseguimento della realizzazione del Mo.SE., già un bel po' di mesi or sono, quanto in proposito affermato dal programma dell'"Unione" (non di sue "frange interne" , più o meno estremiste)? dal quale programma avrebbero dovuto sentirsi vincolati il Presidente Romano Prodi, e tutti i Ministri del suo Governo, e tutti i parlamentari eletti nelle liste collegate nell'"Unione"? davvero, ha ragione l'ex ministro Pietro Lunardi: la vicenda del Mo.SE (assieme a mille altre, ma tant'è...) mostra quanto sia "necessario e urgente un approfondimento concettuale su cosa sia la democrazia in un Paese civile".
Devo essermi distratto. E quindi mi sono perso una puntata dell’evoluzione dell’ordinamento giuridico-istituzionale italiano: quella nella quale è stato deciso che dei soggetti chiamati “commissari”, e nominati per rispondere alle più varie “emergenze” (cioè per fare quello che questa o quella pubblica amministrazione, o più pubbliche amministrazioni di concerto, dovrebbero ordinariamente fare in un Paese “normale”, nel quale le competenze siano assegnate con criteri razionali), sono legibus soluti, cioè abilitati ad agire anche in contrasto con i dettati di qualsiasi legge, e non soltanto (come mi sembrava d’avere inteso, e ciononostante non condividevo), eventualmente, in deroga a qualche disposizione di legge, in genere di tipo “procedimentale”, puntualmente indicata e circoscritta sempre da atti aventi forza di legge. Anzi: parrebbe che per i suddetti “commissari” dovesse valere la massima per cui quod principi placuit, legis habet vigorem (“ciò che piace al principe ha vigore di legge”), caratteristica dell’età dell’assolutismo negli Stati d’antico regime, e traslata, esaltandola, nel Novecento, soprattutto nel fuehrerprinzip nazionalsocialista.
Così accade che, resocontano i quotidiani locali il 22 giugno 2006 (Il Gazzettino di Venezia, “Una nuova isola per depositare i fanghi”; la Nuova di Venezia e Mestre, “Mega discarica da 50 ettari”, quest’ultimo inserito in eddyburg), il “commissario” straordinario per lo smaltimento dei fanghi di escavo dai canali del porto (e dai canali portuali lagunari), nonché dirigente dell’assessorato all’ambiente della Regione Veneto, ingegnere Roberto Casarin, ha presentato alla speciale Commissione per la salvaguardia di Venezia (che lo stesso Casarin presiede su delega del Presidente della Regione Veneto, Giancarlo Galan) un progetto per la realizzazione, in Laguna, a fianco dell’esistente (in quanto realizzata alcuni decenni addietro, sempre in connessione con le sistemazioni dell’area portuale e industriale di Marghera, e in tempi più recenti innalzata sino a 9 metri sopra il livello dell’acqua) isola delle Trezze, di una nuova isola artificiale, di circa 55 ettari, elevata fino a 4,5 metri sopra il livello dell’acqua, costituita da fanghi inquinati di tipo B e C nelle parti centrali, circondate da palancolate metalliche, da fanghi di tipo A in una fascia circostante, rafforzata da palizzate, e da fanghi non inquinati digradanti verso il fondale in una ulteriore fascia.
Ora, si dà il fatto che la tuttora vigente legge “speciale” per Venezia del 16 aprile 1973, n.171, proclami, con la lettera c) del secondo comma dell’articolo 3, che tra le direttive vincolanti da dettarsi da parte del Governo nazionale per la definizione della pianificazione comprensoriale della laguna di Venezia e del suo entroterra debba esservi l’”esclusione di ulteriori opere di imbonimento” di parti del bacino lagunare.
Tale norma, di palese carattere “provvedimentale” e “sostanziale”, era stata inserita nel contesto della legge in itinere, verso la fine del 1972, raccogliendo le istanze di Italia Nostra e dei movimenti, che oggi sbrigativamente chiameremmo “ambientalisti”, locali, nati nell’area veneziana dopo l’acqua alta eccezionale del 4 novembre 1966. L’iiziativa parlamentare era stata dei senatori repubblicani, i cui emendamenti, contenenti tra l’altro il testo sopra riportato, erano stati accolti dal Governo e dalla maggioranza dell’epoca grazie, da un lato, al lavorio paziente di Giovanni Spadolini, da un altro lato alla esplicita minaccia di Ugo La Malfa di mutare l’atteggiamento non troppo malevolo mantenuto fino allora (“dall’esterno”) nei confronti del debolissimo esecutivo in carica (si trattava del cosiddetto Governo “Andreotti – Malagodi”).
In quanto disposizione di legge, per di più statale e speciale, l’esclusione di ogni previsione di imbonimento di nuove aree lagunari è stata, com’è ovvio, rigorosamente rispettata sia nel progetto di piano comprensoriale della laguna e dell’entroterra di Venezia (previsto dalla stessa legge 171/1973 e più specificamente disciplinato dalla legge regionale veneta 8 settembre 1974, n.49, redatto tra il 1977 e il 1979, fatto proprio dal Consiglio del comprensorio il 25 gennaio 1980, e poi bloccato nella prosecuzione del suo iter formativo), sia nel “Piano di area della Laguna e dell’area veneziana (PALAV.)”, di competenza della Regione Veneto, formato tra l’autunno del 1986 e quello del 1995 (e che, nel corso dell’iter formativo era dichiarato, dal comma 4 dell’articolo 3 della legge regionale 27 febbraio 1990, n.17, sostitutivo del piano comprensoriale), sia nel “Piano territoriale provinciale (PTP.)” della Provincia di Venezia, adottato con deliberazione del Consiglio provinciale del 17 febbraio 1999, n.51195/I (ma mai giunto alla definitiva approvazione, spettante alla Regione Veneto, e da questa restituito alla provincia per una rielaborazione in conformità alla nuova legge urbanistica regionale 23 aprile 2004, n.11), sia infine negli strumenti urbanistici dei comuni interessati, a cominciare da quello di Venezia.
In effetti, quando si volle, dopo l’entrata in vigore della legge 171/1973, introdurre limitate possibilità di eccezione al generalizzato divieto “di ulteriori opere di imbonimento”, si ricorse preventivamente, e doverosamente, a innovazioni legislative. Cosi nella legge 29 novembre 1984, n.798, si dispose (primo comma dell’articolo 16) che “al fine di provvedere alla discarica dei materiali di risulta delle demolizioni di opere edilizie effettuate nell’ambito dei centri storici di Venezia, Chioggia e della laguna, il Magistrato alle acque, di intesa con i comuni interessati, provvede a individuare le aree a ciò necessarie, Tali aree vanno individuate prioritariamente in relazione agli interventi di rimodellamento dei terreni necessari per le opere [di salvaguardia, restauro, risanamento, e altro, previste dalla stessa legge], ove queste non fossero sufficienti, o non fossero disponibili in tempi utili, è consentito derogare [al divieto di ulteriori imbonimenti], salvo il nulla osta delle autorità preposte alla tutela dell’ambiente”. Vale la pena, in proposito, di sottolineare che l’ipotesi di deroga è variamente circoscritta, a cominciare dal puntuale riferimento al tipo di materiale da sistemare, per cui nella fattispecie descritta non può di sicuro rientrare la progettata realizzazione di una nuova isola di 55 ettari con lo scarico di fanghi altamente inquinati. Analogamente, nella legge 8 novembre 1991, n.360, si dispose (articolo 4, comma 6) che “i siti destinati unicamente al recapito finale, ivi compreso il seppellimento, dei fanghi non tossici e nocivi estratti dai canali di Venezia, purché sia garantita la sicurezza ambientale secondo i criteri stabiliti dalle competenti autorità, potranno essere ubicati in qualunque area, ritenuta idonea dal Magistrato alle acque, anche all’interno del contermine lagunare, comprese isole, barene, terreni di gronda”. Pare che l’ingegnere Casarin abbia dichiarato (Il Gazzettino di Venezia) che il suo progetto “è rispettoso della legge 360/1991”: l’unica disposizione di tale legge che può presentare un’affinità con l’argomento della realizzazione di una nuova isola in laguna utilizzando i fanghi di escavo dai canali del porto, e dai canali portuali lagunari, è quella sopra riportata, la quale ammette il recapito di fanghi anche in isole, barene, terreni di gronda esistenti (seppure eventualmente alterandone la morfologia), e soprattutto stabilisce che essi debbano essere non tossici e nocivi (e non altamente inquinati come quelli che vuole sistemare Casarin) nonché estratti dai canali urbani della città storica di Venezia, e non dai canali di Porto Marghera, o da quelli di adduzione a tale area portuale-industriale.
L’ingegnere Casarin avrebbe anche dichiarato che il suo progetto “è conforme al protocollo d’intesa dell’aprile 2003 tra Stato, Regione, Provincia, Comuni di Venezia e Chioggia”, e che inoltre “ha avuto il 31 maggio scorso la Valutazione di impatto ambientale”. Ora, sempre che, come dichiaravo di temere all’inizio di questo scritto, non mi sia accorto dell’intervenire di qualche stravolgente mutamento dell’ordinamento giuridico-istituzionale italiano, a me risulta sempre che le disposizioni di legge possano essere variate soltanto dal Parlamento, secondo il procedimento costituzionalmente previsto, e non anche dai “protocolli di intesa”. E che la Valutazione di impatto ambientale (nella fattispecie, si presume confezionata dalla stessa Regione Veneto), da quando è stata introdotta in Italia, è stata spesso usata come un grimaldello per scassinare la pianificazione territoriale e urbanistica, ma, almeno, non anche come una legittima procedura per violare le disposizioni di legge.
Non resta quindi che attendere che le persone perbene (non necessariamente “ambientaliste”, ma semplicemente indisponibili a mettere in non cale il “principio di legalità”) che siedono nella Commissione per la salvaguardia di Venezia (e ve ne sono, per fortuna!) esigano dall’ingegnere Casarin, prima di qualsiasi presa in considerazione, sotto qualsivoglia profilo, del merito del suo progetto, l’esauriente dimostrazione, “al di là di ogni ragionevole dubbio”, della sua legittimità.
La vicenda, a ogni buon conto, comunque si sviluppi, dovrebbe fare intendere agli ingenui creduloni fattisi convincere dal possente armamentario mediatico del Consorzio Venezia Nuova delle virtù salvifiche, per la sopravvivenza e la tutela di Venezia e della sua laguna, del MOSE (penso innanzitutto a certi amabili comitati privati stranieri “per Venezia”, a cominciare da quelli britannici), che, viceversa, il medesimo MOSE costituisce, per sua natura, e anche a prescindere dai disastri ambientali e paesaggistici che produrrebbe la sua realizzazione (e da quelli che già ha irreversibilmente prodotto l’avvio delle relative opere), un formidabile paravento al riparo del quale tornerebbe a essere possibile ogni forsennata (ma lucrosa) manomissione della laguna. La realizzazione del MOSE, infatti, costituisce, in buona sostanza, null’altro che l’installazione di tre “rubinetti” agli altrettanti varchi che connettono il mare a una laguna concepita come un qualsiasi “catino”, nel quale sarebbe quindi indifferente scaricare ogni corpo estraneo (nuovi imbonimenti, marginamenti in pietrame di barene mai esistite e di canali naturali e non, vecchi e nuovi, e via massacrando), essendo sufficiente regolare via via i “rubinetti” per rispondere alle esigenze veramente essenziali: far sfilare nel bacino di San Marco le sempre più immense navi da crociera, impedire alle “acque alte” (di qualsiasi ampiezza) di bagnare i preziosi piedini dei 16 milioni di turisti annui, pendolari giornalieri (ma grandi consumatori, prevalentemente di schifezze, nei pubblici esercizi della città storica) e anche pernottanti nelle migliaia di nuovi posti-letto negli alberghi, e soprattutto dai falsi affittacamere, lasciati attivare dalle amministrazioni comunali degli ultimi lustri sottraendo il patrimonio edilizio alla residenza ordinaria, evitare che le medesime “acque alte” diano disturbo alle miriadi di negozi di merce “griffata” ovvero di “prodotti tipici veneziani” rigorosamente provenienti dal sud-est asiatico.
Sul progetto dell’ingegnere Casarin, nel frattempo, si è fatto avvertire l’assordante silenzio degli organi (di norma loquacissimi) delle istituzioni locali, e in particolare del Comune di Venezia, durato (per ora) quattro giorni dalla prima dettagliata informazione sul progetto fornita dai quotidiani locali.
Ma consoliamoci. Lo stesso giorno in cui i quotidiani locali illustravano (entrambi con meraviglia e qualche ironia) il progetto dell’ingegnere Casarin, i medesimi quotidiani davano notizia dell’ufficializzazione dell’ingresso nella Giunta comunale veneziana dei “Verdi”, con l’onorevole Luana Zanella nel ruolo di assessore alla cultura. Prosit.
Chiunque può usare o riprodurre l’articolo a condizione di citarne l’autore e la fonte ( “tratto da http://eddyburg.it”).
Nel suo recente intervento in argomento di responsabilità del vigente piano regolatore per la città storica (o "antica", come lo stesso piano ha preferito chiamarla) relativamente al fenomeno dell’impetuosa, ingentissima, acceleratissima espansione delle attività turistico-ricettive a detrimento della funzione abitativa ordinaria ("Il boom di hotel non dipende dal PRG", in Il Gazzettino di Venezia del 27 ottobre 2004), l’assessore comunale alla pianificazone strategica, arch. Roberto D’Agostino, combina un tale spudorato pasticcio tra i contenuti effettivi del piano adottato alla fine del 1992, quelli del piano adottato (lui medesimo essendo assessore proponente) alla fine del 1996, le affermazioni (comunque scarsamente pertinenti con i contenuti di questo e di quello) fatte in quegli anni da chissachì, da indurmi a pensare di essere "in buona fede". Cioè di non avere compreso né la reale portata dei disposti del piano che si trovò a ereditare, né quella dei disposti del piano che pretese di sostituirgli. In caso contrario, avrebbe fatto ricorso al noto motto "imbroglio aiutami", o, quantomeno, al forse meno noto, ma glorioso motto della marineria borbonica: "facite ammuina". Nell’uno e nell’altro caso, mi sembra opportuno, per non dire moralmente doveroso nei confronti dell’opinione pubblica veneziana, fare sintetica chiarezza in merito ai dati storici reali degli atti amministrativi richiamati dall’assessore D’Agostino.
Nel piano regolatore per la città storica messo a punto all’inizio del 1990 (all’epoca della "giunta rosso-verde" diretta da Antonio Casellati, con assessore all’urbanistica Stefano Boato), e adottato alla fine del 1992 (all’epoca della giunta diretta da Ugo Bergamo, con assessore all’urbanistica Vittorio Salvagno), si distingueva nettamente tra "utilizzazioni compatibili" e "destinazioni d’uso".
Le prime, cioè le "utilizzazioni compatibili", erano intese come quelle utilizzazioni la cui efficiente esplicazione non sia necessariamente tale da contraddire, o da forzare, le caratteristiche tipologiche e formali proprie delle diverse categorie di unità di spazio (unità edilizie e unità di spazio scoperto) alle quali il piano aveva attribuito tutti gli immobili della città storica. Per farmi intendere agevolmente esemplificherò con una fattispecie estrema e (voglio sperare!) incontrovertibile. Relativamente alle "unità edilizie speciali a struttura unitaria" (chiese, teatri e simili) l’utilizzazione per "abitazioni ordinarie" non compariva tra le "utilizzazioni compatibili", in quanto l’attivazione di una tale utilizzazione implicherebbe, per ricavare alloggi, di spezzettare in verticale e in orizzontale l’ampio (sovente amplissimo) vano unitario che costituisce la caratteristica essenziale, e immediatamente percepibile, di quella categoria di unità edilizie.
Le seconde, cioè le "destinazioni d’uso", erano definite come le utilizzazioni (incluse tra quelle definite "compatibili") vincolativamente assegnate a determinati immobili, nel senso che di tali immobili era vietato il mutamento dell’uso da quello "destinato" a qualsiasi altro uso.
Nell’impianto del piano, le "utilizzazioni compatibili" erano concepite come valide "a tempo indeterminato", cioè per decenni (o per secoli), mentre per le "destinazioni d’uso" si prevedeva che il pianificatore, vale a dire il consiglio comunale, le riesaminasse e le ripensasse ogni quinquennio, e le confermasse, o le eliminasse, o le cambiasse, in relazione alle proprie acquisite conoscenze, e alle proprie scelte politiche, circa le dinamiche intercorse e in essere (di espansione, o di contrazione) di questa o di quella funzione, e circa le funzioni da tutelare rispetto a loro erosioni ritenute eccessive.
Nella concreta versione del piano di cui si è sinora dato conto, si era ritenuto di dover tutelare (imprimendo a immobili puntualmente individuati nelle cartografie, o a intere categorie di immobili indicate nelle norme, vincolanti "destinazioni d’uso") esclusivamente cinque raggruppamenti di funzioni: le attività ricettive (anche in ottemperanza dell’allora vigente legislazione regionale, e vincolando all’uso gli immobili che avessero tale utilizzazione in atto e quelli che l’assumessero legittimamente in prosieguio di tempo), le manifatture private (cioè l’artigianato tipico e tradizionale, con particolare riferimento alla cantieristica minore); le strutture culturali private (il "terziario avanzato", la "produzione immateriale" di cui tanto si parla, anzi si blatera), le strutture pubbliche e/o per attività collettive (dalle scuole alle strutture sanitarie e assistenziali, agli uffici pubblici alle strutture religiose, e via enumerando: occorre dire perché? o precisare che si trattava anche di ottemperare a una previsione di legge regionale e nazionale?) e, innanzitutto e soprattutto, le abitazioni.
Erano infatti vincolativamente destinate ad abitazioni ordinarie e/o specialistiche (alloggi per disabili, e simili) tutte le unità immobiliari che avessero utilizzazione abitativa in atto alla data di adozione del piano.
Era ammesso il mutamento dell’uso da quello abitativo a un altra "utilizzazione compatibile" soltanto, a determinate e rigide condizioni, per le unità immobiliari site al piano terreno, per le unità edilizie già adibite per almeno due terzi a un'unica utilizzazione diversa da quella abitativa, e infine, soltanto nelle unità edilizie di tipo C (i cosiddetti "palazzi"), per ciascuno dei piani superiori a quello terreno, ove avessero una superficie utile superiore a 400 metri quadrati, e le trasformazioni fisiche ammissibili non consentissero di ricavarne almeno due unità immobiliari a utilizzazione abitativa.
In altri termini, non c’era, in quella versione del piano, alcuna preconcetta ostilità verso non meglio definite attività "direzionali" (checché ricostruisca oggi l’assessore D’Agostino, che forse trova comodo citare prese di posizioni di "fantocci polemici" che della realtà del piano avevano capito poco o nulla), e neppure verso le attività ricettive, che non si intendeva affatto né "bloccare" né "contingentare". V’era, puramente e semplicemente, l’intenzione di vietare ulteriori indiscriminate e generalizzate erosioni degli spazi edilizi veneziani utilizzati per abitazioni ordinarie (e/o specialistiche), nella convinzione che le altre utilizzazioni (essenziali anch’esse alla città, ma diversamente bisognose di essere tutelate nella concreta, durissima, competizione economica per l’uso degli spazi edificati) potessero trovare equilibrata soddisfazione innanzitutto nelle unità edilizie appartenenti alle tipologie originariamente non abitative (chiese, scolae, conventi, palazzi per uffici, fondaci, capannoni, opifici, e via via enumerando), quindi negli spazi edilizi già sottratti alla funzione abitativa (ingentissimi), e infine in quelli (limitati) ancora sottraibili secondo le nuove norme.
Le quali nuove norme furono giudicate, dopo il 1993 (all’epoca della giunta diretta da Massimo Cacciari, con assessore all’urbanistica Roberto D’Agostino) insopportabili "lacci e laccioli" posti al libero dispiegarsi delle attività economiche.
Più in generale, fu giudicato (forse per difficoltà di comprensione) troppo macchinoso l’impianto complessivo del piano adottato nel precedente mandato amministrativo, e in questo contesto la distinzione (di significato, e di valenza precettiva) tra "utilizzazioni compatibili" e "destinazioni d’uso". Cosicché quelle che erano, come si è spiegato dianzi, definite "utilizzazioni compatibili", riferite alle diverse categorie di unità di spazio (unità edilizie e unità di spazio scoperto) alle quali il piano aveva attribuito, in rapporto alle loro caratteristiche tipologiche, tutti gli immobili della città storica, divennero, nella nuova redatta versione del piano "destinazioni d’uso compatibili". Sono questi gli elenchi di utilizzazioni che l’assessore D’Agostino afferma, nel suo intervento giornalistico, essere rimasti immutati dall’una all’altra versione del piano. Non ho ricontrollato se ciò risponda perfettamente al vero. Per due ottimi motivi. Il primo è che, come il Marco Antonio di Shakespeare, sono convinto che "D’Agostino è un uomo d’onore". Il secondo è che la cosa è perfettamente irrilevante, dato che l’invarianza si colloca in un contesto di significati tutt’affatto diverso.
Nelle prime stesure del nuovo piano, infatti, era sostanzialmente eliminata tutta la parte, di cui sopra si è dato resoconto, relativa alle "destinazioni d’uso" impresse a specifici immobili, o a categorie di immobili, in vista della tutela di determinate funzioni. Nella stesura del piano adottato alla fine del 1996 si "cedeva" alle insistenze di alcune componenti della maggioranza consiliare, e si ripristinava qualche disposizione a tutela dell’utilizzazione abitativa, peraltro ammettendo il mutamento dell’uso da quello abitativo a un altro, oltre che negli ulteriori casi puntualmente disciplinati dal precedente piano, in tutte le unità edilizie, per ciascuno dei piani superiori a quello terreno, ove avessero una superficie utile superiore a 120 metri quadrati.
L’osservazione dell’associazione Polis, tendente a ripristinare le limitazioni del piano del 1990-1992, non fu accolta dal consiglio comunale, la cui maggioranza, com’è noto, era composta dalle stesse formazioni politiche che costituiscono la maggioranza odierna (dalle forze politiche di minoranza, di allora e di oggi, non ci si aspettava, né ci si aspetta, un opposto atteggiamento, ma in questo caso va riconosciuta la coerenza con la loro natura).
Da più di tre anni, periodicamente, componenti politiche di tale permanente maggioranza, e loro autorevoli esponenti (anche assessori), levano lamentazioni nei confronti dell’eccessiva espansione delle attività ricettive, nei casi più intellettualmente e politicamente apprezzabili in quanto intervenuta a detrimento della funzione abitativa ordinaria. L’anno addietro, il Consiglio comunale tentò persino di porci una pezza, con una variante al nuovo piano per la città antica che aveva, tutt’assieme, i difetti dell’irresolutezza, del confusionismo intellettuale, del compromesso politico.
Oggi anche l’assessore D’Agostino riconosce la gravità del problema, ma ammette quale "fenomeno pericoloso" soltanto la "proliferazione degli affittacamere". E, comunque, ciò che gli interessa è difendere il piano di cui è responsabile, che, a suo dire "viene chiamato in causa in modo improprio". Giacché, afferma, "gli affittacamere sono residenze che, utilizzando una legge regionale che regola le attività extra alberghiere, possono esercitare l’attività ricettiva facendo una semplice denuncia al comune e senza cambiare la destinazione d’uso residenziale".
Ebbene: l’affermazione ora testualmente riportata è per metà falsa, o, per essere più cortesi, infondata. E’ infatti verissimo che, ai sensi della legge regionale veneta 4 novembre 2002, n.33, recante "Testo unico delle leggi regionali in materia di turismo" l’attività di affittacamere (come in genere le attività ricettive extra alberghiere) è subordinata a mera denuncia di inizio dell’attività. Ma è altrettanto vero che, ai sensi della legislazione statale che la regola, la denuncia di inizio dell’attività si fonda sull’attestazione, da parte dello stesso soggetto interessato, del pieno rispetto di ogni vigente disciplina, avente forza di legge o di atto amministrativo regolamentare, ivi compresi gli strumenti di pianificazione. E nella legge regionale dianzi citata non v’è una sola parola che consenta a chi voglia intraprendere l’attività di affittacamere (o un’altra attività ricettiva extra alberghiera) di derogare da una disposizione della pianificazione urbanistica che vieti di mutare l’uso abitativo ordinario, in atto, di una unità immobiliare in qualsiasi altro uso (soprattutto ove la medesima pianificazione si sia premurata di dettare definizioni dettagliate dell’uso abitativo ordinario e degli altri usi considerabili).
Per cui mi sento di affermare serenamente che, se fosse stato vigente il piano regolatore per la città storica adottato alla fine del 1992 (eventualmente, ma non indispensabilmente, ritoccato per tenere conto della più vasta gamma di attività ricettive considerate dopo di allora nell’ordinamento), gli uffici comunali competenti avrebbero potuto respingere la più gran parte delle denunce di inizio di attività di affittacamere (o omologhe), per mancanza dei relativi requisiti di legittimità, e perseguire per abuso chi avesse ciononostante avviato tali attività.
E di concludere dichiarando di concordare con l’assessore D’Agostino laddove afferma che non si aiuta la città oscurando le vere cause dei fenomeni, e che bisogna cercare i nemici dove ci sono. Per l’appunto, è quel che mi sono impegnato a fare con questo scritto.
L’articolo dell’assessore Roberto D’Agostino
da il Gazzettino del 27 ottobre 2004
Esistono alcune affermazioni che, per quanto false, vengono ripetute spesso e, a forza di essere ripetute, diventano vere. Senza entrare nelle ragioni del perché cose false, e facilmente verificabili in quanto tali, vengono spacciate per vere, ogni tanto vale la pena tentare di rimettere sui piedi la verità. Una di queste affermazioni data per incontestabilmente vera è quella che il processo di trasformazione alberghiera di molte parti della città derivi dal piano regolatore del Centro Storico.
E, in particolare, dal lassismo in fatto di cambio di destinazioni d'uso voluto da chi quel piano ha elaborato (giunta Cacciari) cambiando le previsioni della precedente proposta di piano molto più rigida in materia.
Prima cosa falsa: quando venne discusso il piano regolatore il dibattito sul cambio di destinazioni d'uso ci fu e fu forte, ma esso non riguardava affatto le destinazioni alberghiere, bensì quelle direzionali. C'era infatti chi voleva tutelare la residenzialità della città impedendo che si potesse trasformare un edificio o parti di un edificio residenziale in direzionale, e c'era chi pensava che la residenzialità a Venezia si sarebbe tutelata meglio favorendo, anziché ostacolando, l'insediamento di nuove attività lavorative. Prevalse, a ragione, questa seconda posizione, che peraltro non poteva contribuire da sola a trattenere attività che tendono ad andarsene espulse proprio anche dalle destinazioni residenziali che rappresentano la vera frontiera avanzata della speculazione immobiliare a Venezia.La seconda cosa falsa è che il piano precedente a quello in vigore avesse norme più rigide in fatto di destinazioni alberghiere. In realtà tali norme sono state trasferite senza modificazioni da un piano all'altro e fanno ambedue riferimento alla gamma di destinazioni d'uso insediabili nelle diverse tipologie edilizie: per quanto riguarda tipologie e destinazioni alberghiere i due piani coincidono.
Dunque è falso che il proliferare delle trasformazioni alberghiere sia il frutto delle decisioni del piano regolatore. In realtà il piano regolatore ha consentito in questi anni che alcuni edifici di grandi dimensioni, non adatti alla residenza e spesso abbandonati da tempo, fossero trasformati in albergo (è questo il caso dell'isola di S.Clemente o di alcuni palazzi sul Canal Grande): d'altra parte i dati ci dicono che nel 1966 Venezia aveva dodicimila stanze di albergo e tre milioni di turisti, nel 1996, trent'anni dopo, quando fu fatta quella scelta di piano, Venezia aveva ancora dodicimila stanze di albergo e dieci milioni di turisti, oggi ha sedicimila stanze di albergo e quindici milioni di turisti.Dunque il piano ha avuto una funzione nel riequilibrare un mercato bloccato, monopolistico e di bassa qualità, ma non avuto nessuna influenza sulla proliferazione degli affittacamere che è il vero fenomeno pericoloso e a cui opporsi in quanto sottrae residenza alla città e contribuisce all'innalzamento dei costi degli alloggi. Infatti, gli affittacamere sono residenze che, utilizzando una legge regionale che regola le attività extra alberghiere, possono esercitare l'attività recettiva facendo una semplice denuncia al comune e senza cambiare la destinazione d'uso residenziale. Dunque, il piano regolatore non c'entra, come si suole dire, un fico secco in questa faccenda e viene chiamato in causa in modo improprio.Sgombrato il campo, si spera, da queste leggende metropolitane, rimane da affrontare il problema di merito di come contrastare un fenomeno distorsivo della realtà veneziana come è quello della proliferazione delle strutture ricettive minori, prodotto di una fortissima spinta economica alla quale certo i veneziani non si sottraggono.
Alcune cose il Comune ha fatto di recente, di più forse si potrebbe fare e sarebbe opportuno fare, cominciando col premere sulla Regione per una modifica della legge che ha aggravato il problema. Certo non si aiuta la città oscurando le vere cause del fenomeno e cercando nemici dove non ci sono.
Le Assicurazioni Generali intendono realizzare nelle Procuratie Vecchie venticinque appartamenti prestigiosissimi e costosissimi. Il Sindaco Paolo Costa ne è contrariato, e pensa di utilizzare le risorse di persuasione morale di cui dispone per indurre le Assicurazioni Generali a rinunciare, graziosamente, all’intento. Del quale sono preoccupati e scandalizzati l’Assessore all’edilizia privata Paolo Sprocati, il Rettore dell’Istituto universitario di architettura Marino Folin, il Direttore dei Civici musei Giandomenico Romanelli, e altri illustri personaggi. I quali tutti, così come il Sindaco, muovono dall’assunto che il progetto delle Assicurazioni Generali sia perfettamente conforme alle disposizioni dei vigenti strumenti urbanistici. La qual cosa è vera, quantomeno per quel che riguarda la possibilità di attivare nelle Procuratie Vecchie un’utilizzazione per abitazioni ordinarie, cioè per comuni appartamenti monofamiliari: ma non sempre è stato così.
Nel piano regolatore per la città storica messo a punto all’inizio del 1990 (all’epoca della “giunta rosso-verde” diretta da Antonio Casellati, con assessore all’urbanistica Stefano Boato), e adottato alla fine del 1992 (all’epoca della giunta diretta da Ugo Bergamo, con assessore all’urbanistica Vittorio Salvagno), nelle “unità edilizie speciali preottocentesche a struttura modulare”, tra le quali erano classificate le Procuratie Vecchie, non compariva tra le utilizzazioni compatibili quella, appunto, per abitazioni ordinarie. In altri termini, non si sarebbero potuti realizzare, nelle Procuratie Vecchie, così come, per esempio, nelle Fabbriche Nuove di Rialto, o nel Palazzo dei X Savi, normali appartamenti.
Quello strumento urbanistico fu, dopo il 1993 (all’epoca della giunta diretta da Massimo Cacciari, con assessore all’urbanistica Roberto D’Agostino) diffusamente e rozzamente rimaneggiato, soprattutto per eliminare i “lacci e laccioli” posti al libero dispiegarsi delle attività economiche. Ne sortì il nuovo piano regolatore per la città storica, adottato alla fine del 1996. Esso da un lato ammise il mutamento dell’uso da quello in atto, compreso quello abitativo ordinario, a un altro uso, in tutte le unità edilizie, per ciascuno dei piani superiori a quello terreno, ove avessero una superficie utile superiore a 120 metri quadrati: cinque o sei mesi fa sui giornali locali si ravvisarono e si dibatterono gli esiti nefasti di tale innovazione in termini di sottrazione di infinite unità immobiliari al loro uso originario e più autentico. Da un altro lato inserì l’utilizzazione per abitazioni ordinarie fra quelle compatibili nelle “unità edilizie speciali preottocentesche a struttura modulare”, nelle quali una tale utilizzazione non aveva mai avuto storicamente luogo.
L’osservazione al nuovo piano presentata dall’associazione Polis, tendente a ripristinare, in questi come in altri casi, le disposizioni del piano del 1990-1992, non fu accolta dal consiglio comunale, la cui maggioranza, com’è noto, era composta dalle stesse formazioni politiche che costituiscono la maggioranza odierna.
E Paolo Costa, Paolo Sprocati, Marino Folin, Giandomenico Romanelli, e gli altri illustri personaggi dianzi citati, dov’erano all’epoca? avessero almeno battuto un colpo!
Cordiali saluti.
Il Segretario dell’associazione Polis
Luigi Scano
Alla vigilia della riunione della Commissione regionale di valutazione ambientale - chiamata domani a un parere tecnico sul progetto di Metro aeroporto-Arsenale, aggiornato e rivisto alla luce delle 28 prescrizioni (alcune molto pesanti) date ai progettisti dalla stessa commissione - Comune e Provincia firmano un comunicato congiunto che, di fatto, vede oramai aperta la strada al contrastato progetto. A due condizioni: Via e danaro statale. In una nota congiunta, il sindaco Cacciari e il presidente della Provincia Davide Zoggia precisano che in base a una delibera di giunta del 2003 («Sindaco prof. Paolo Costa, assessore ai Lavori pubblici avv. Marco Corsini, assessore all’Ambiente dr. Paolo Cacciari», tanto per dare nome e cognome a scelte e responsabilità) veniva dichiarata di pubblico interesse la proposta presentata dalla cordata Actv, Sacaim, Studio Altieri, Impresa di Costruzioni Mantovani, Arsenale Venezia, Save Engeenering, Metropolitana Milanese, Net Engeenering, Banca Nazionale del Lavoro: «In base a tale delibera si sono avviate le procedure conseguenti, fino alla presentazione del progetto preliminare da parte dell’Ati». Come dire: la partita è stata iniziata da altri. «Le attuali amministrazioni provinciali e comunali, con la Camera di Commercio», proseguono Cacciari e Zoggia, «hanno proceduto nell’esame di tale progetto, riscontrandone puntualmente alcuni limiti di natura tecnica e ambientale e richiedendo integrazioni e modifiche. Il documento, frutto del lavoro di un comitato tecnico costituito dagli enti sopracitati, è stato inviato all’Ati, che risulta aver proceduto alla revisione del progetto preliminare». Superato l’iter regionale sarà necessario, poiché la sublagunare «rientra nella Legge obiettivo nazionale, procedere ad una Valutazione di impatto ambientale; occorrerà altresì, parallelamente, ottenere garanzia formale per l’inserimento del progetto tra quelli realmente finanziati (e non solo finanziabili!) della Legge Obiettivo», atti che «non rientrano nei compiti e responsabilità degli enti locali».
I soldi? Cacciari e Zoggia sono lapidari: «Ribadiamo che il finanziamento degli interventi per lavori pubblici interessanti il nostro territorio deve essere assunto come priorità nazionale». Poi in una nota successiva precisano: «Il riferimento è a salvaguardia, manutenzione della città, rivitalizzazione e sviluppo sociale».
Mentre l’assessore regionale ai Lavori pubblici, Renato Chisso, assicura che «per quanto riguarda la Regione, la commissione Via completerà la sua valutazione entro metà luglio», in città si riorganizzano i No-Metro. «Questo progetto è letale per Venezia», commenta Albert Gardin, «perché altererebbe i connotati della laguna e il delicato equilibrio ecologico, incrementando il turismo mordi e fuggi. Evidentemente, sopravvive il “comitato degli affari”». Appuntamento per i No-Metro alle 11.30, alla taverna da Baffo a Sant’Agostin. (r.d.r.)
Notizie e commenti sulla "metropolitana sublagunare" in questa cartella
«Il Consorzio Venezia Nuova è un concessionario unico che è il controllore di se stesso. Un monopolio che non ha più ragione di esistere, che rischia di portare a gravi illiceità. E il Magistrato alle Acque sembra ormai lo zerbino del Consorzio». Il senatore Felice Casson interroga il suo ex collega magistrato, il ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro. Ponendogli in termini piuttosto duri la questione della concessione unica. Abolita dalla legge 109 del 1994 e poi dalla 206 del 1995. Ma per il Mose ancora valida.
Un testo piuttosto duro, quello depositato ieri a Palazzo Madama dall’ex pm veneziano. Che di procedure se ne intende, e ora chiede ai ministri Antonio Di Pietro (Infrastrutture), dell’Ambiente (Alfonso Pecoraro Scanio) e dell’Università (Fabio Mussi) di rispondere urgentemente in aula alle sue domande. «La concessione unica al Consorzio Venezia Nuova», scrive Casson, insieme alla presidente della commissione Ambiente del Senato Anna Donati e al senatore dei Ds Edo Ronchi, «dovrebbe ritenerei revocata per effetto della legge 206 del 1995». L’articolo 6 bis di quella legge prescriveva infatti l’abrogazione dei due commi della Legge Speciale (il terzo e quarto dell’articolo 3 della legge speciale del 1984), ritenendo salvi gli atti adottati e gli effetti prodottisi».
«Ma la legge è stata aggirata», accusa l’ex magistrato, che da pm aveva anche indagato sul Consorzio, «tramite la stipula di nuove convenzioni, surretiziamente formalizzate come atti aggiuntivi all’originaria concessione del 1991». Questo nonostante siano mutati i componenti e le imprese del Consorzio, con la capofila Impregilo che ha ceduto le sue quote alla padovana Mantovani. Contro questa situazione venne presentato un reclamo di Italia Nostra, ma il richiamo è stato archiviato. E intanto «il Consorzio resta nella sua posizione di monopolio, creando tutte le condizioni per essere il controllore di se stesso». Non basta, perché secondo il senatore, «in questa situazione vengono condizionate le istituzioni dello Stato come ad esempio il Magistrato alle Acque, ridotto a pochissime unità attive, oltre che il mondo produttivo e quello dellea ricerca, nonché le forze socili e amministrative».
Insomma, una situazione, continua Casson «ormai messa al bando da ogni ordinamento del mondo occidentale perché contrasta con i più elementari principi di trasparenza. Situazione non più accettabile perché genera un vulnus gravbissimo nell’ambito della concorrenza e del rispetto della legalità». E’ necessaria dunque una separazione tra controllori e controllati, soprattutto nell’attività di monitoraggio e controllo.
Una tesi sostenuta anche dal sindaco Massimo Cacciari all’ultimo Comitatone. Ieri sera ospite della trasmissione di Beppe Severgnini a Sky, Cacciari ha ribadito la sua contrarietà al progetto Mose. «Costa 4 miliardi e 200 milioni di euro, e ha assorbito tutte le energie per la salvaguardia», ha detto, rilanciando l’ipotesi delle alternative e delle modifiche al progetto. Alternative che erano state bocciate dopo una valutazione negativa del Magistrato alle Acque e del suo concessionario unico, il Consorzio Venezia Nuova.
Qualcuno lo predica da anni. Si veda, ad esempio, Luigi Scano 1985 , eddyburg 2004, eddyburg 2006 , Luigi Scano 2006 .
«Spero che le leggi dello Stato italiano valgano anche a Venezia. I cantieri per la prefabbricazione del Mose che sono stati aperti negli ultimi mesi in laguna non sono mai stati autorizzati e per questo il Ministero dell’Ambiente, con il suo direttore generale, si è già attivato scrivendo al Magistrato alle Acque. Di quei progetti non si è mai discusso nemmeno nell’ultimo Comitatone e su di essi è necessaria la Valutazione d’impatto ambientale». Parole del ministro dell’Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio che annunciano una “bomba” destinata a scoppiare in laguna.
La lettera del Ministero è già partita e arriverà tra qualche giorno, ma segue le azioni già avviate dal Comune e la lettera scritta dalla stessa Soprintendenza ai Beni Ambientali e Architettonici. L’oggetto sono gli enormi cantieri aperti a Santa Maria del Mare, tra la spiaggia e quel che resta del molo sud. Una piattaforma in cemento di quasi 200 mila metri quadrati che dovrebbe servire a costruire i cassoni in calcestruzzo da mettere sui fondali delle tre bocche porto per sostenere le paratoie. Un cantiere per cui da mesi Comune e Soprintendenza discutono. Manca l’autorizzazione paesaggistica, obbligatoria per legge, dal momento che il progetto attuale non era inserito in quello approvato nel 2003 dalla commissione di Salvaguardia. Niente permessi e niente verifica di impatto ambientale nazionale per una struttura gigantesca, sorta in pochi mesi in un’area delicata e tutelata dalle normative europee, che dovrà ospitare la betoniera più grande d’Europa. Una situazione segnalata più volte anche alla Procura. La linea del Magistrato alle Acque è sempre stata quella che si tratta di cantieri provvisori e che, come tali, non necessitano della Via, ma la Commissione di Salvaguardia, circa un mese fa, ha respinto al mittente il progetto per la costruzione nella zona di un villaggio per circa 400 operai impegnati nei cantieri proprio perché fa riferimento a un’opera - quella dei cassoni prefabbricati - per cui non è stata chiesta nessuna autorizzazione.
«Che quei cantieri non siano mai stati autorizzati è ormai noto - commenta il sindaco Massimo Cacciari - noi lo abbiamo detto, facendo i nostri passi e la Soprintendenza lo ha scritto. Ora si è mosso ufficialmente il Ministero dell’Ambiente e speriamo che qualcuno si decida ad andare in sopralluogo a controllare», In questo caso, a fronte della mancanza di autorizzazioni, potrebbe scattare anche il blocco dei cantieri e la lettera del Ministero dell’Ambiente chiede al Magistrato alle Acque di fermarsi in assenza di autorizzazioni. Ma Pecoraro Scanio è tornato anche sul problema del controllo dei cantieri del Mose, per il quale si chiede da tempo un organismo terzo. «Spero che il Ministero della Ricerca Scientifica - ha detto ieri il titolare dell’Ambiente - si attivi finalmente in questo senso. Sono per spendere bene i soldi dei contribuenti: il Mose fa parte della categoria delle cose fatte male. Gli scienziati, con i mutamenti climatici in corso, confermano che si vuole insistere su un progetto vecchio mentre ci sono tante altre alternative valide. Il Ministero dell’Ambietne proporrà che sino all’ultimo momento, si possa tornare indietro su scelte sbagliate».
«Il Mose, con le dovute, cautele va avanti. E qui mi fermo, perché il resto lo deve dire chi ne ha la compentenza». Oggi arriva in laguna la commissione europea per le Petizioni, per aprire un’istruttoria sulla grande opera. Ma il ministro Rutelli ribadisce: «L’opera non si ferma».
Con molta prudenza, il vipremier ha ribadito ieri a Ca’ Farsetti che l’iter del Mose è stato approvato dal governo. Nonostante il parere contrario del Comune e del sindaco Cacciari. Un tema su cui le opinioni sono molto diverse. In campagna elettorale Rutelli aveva garantito: «Sul Mose faremo come dice Cacciari». Poi le cose sono andate diversamente. E il Comitatone (Rutelli assente) ha approvato la mozione proposta da Prodi, con il voto contrario del Comune e dei ministeri della Ricerca scientifica e dell’Ambiente.
Adesso lo scontro si è spostato sui controlli. Chi fa i monitoraggi dei cantieri e delle opere realizzate? Insomma, chi va a verificare che i progetti esecutivi siano in reagola e che i lavori corrispondano ai progetti esecutivi? E poi chi verifica le conseguenze sull’ambiente di interventi che hanno già modificato le correnti, oltre che il paesaggio e l’equilibrio lagunare? Ecco la richiesta ribadita dal sindaco all’ultimo Comitatone presieduto da Enrico Letta. Ed ecco la richiesta di verifiche più puntuali sula legittimità dei cantieri aperti. Tre in particolare - quelli di Santa Maria del Mare, Ca’ Roman e Alberoni - non risultano avere il permesso della Sorpintendenza e della commissione di Salvaguardia. A Santa Maria del Mare un’isola - Il Consorzio sostiene che si tratta doltanto di sabbia e di una struttura rimovibile - di quasi 200 mila metri quadrati, dove sorgerà presto l’impianto per la produzione del cemento più grande d’Europa. Una realtà contro cui l’Assemblea No Mose comincerà oggi a distribuire volantinio a Pellestrina. «Finora avevano scherzato», si legge nei volantini, «adesso sta per arrivare la cemetificazione totale dei fondali della laguna». Una realtà in ebollizione, su cui mentre il governo prende tempo prova a far luce l’Unione europea. Arriva oggi in laguna una delegazione ufficiale della commissione europea per le Petizioni. Che accogliendo l’invito dei comitati e dello stesso sindaco Cacciari intende far luce sulla legittimità dell’opera e sui suoi impatti, sulla regolarità delle procedure e su eventuali punti oscuri dei lavori. A Bruxelles è già stata aperta una procedura di infrazione contro l’Italia per non aver rispettato con i cantiei del Mose i vincoli imposti dalle normative comunitarie sulle aree Sic.
I parlamentari europei raccoglieranno oggi materiale, domani si incontreranno con il sindaco Cacciari. Sui cantieri del Mose «irregolari» Italia Nostra ha inviato una diffida al governo, invitando a «ripristinare la legalità».
«Voto Casson perché sono di sinistra». Così il famoso urbanista Edoardo Salzano, veneziano d'adozione, risponde alla domanda che ossessiona la laguna dal 4 aprile: chi preferisci nella poltrona di sindaco, Cacciari o Casson? Eppure Salzano dice, e chiaramente, che al primo turno non ha votato né per l'uno né per l'altro. «Un voto di protesta», scrive nel sito personale che cura da quattro anni, www. eddyburg. it, dove incolla i suoi godibilissimi "eddytoriali" sulla politica, il costume e sulla passione e il mestiere di una vita, l'urbanistica. Consigliere comunale di Venezia per 15 anni e consigliere regionale per il Veneto, Salzano conosce Cacciari da sempre: militavano nello stesso partito, il Pci. «Che non è quello di Folena!», scherza. Ma al filosofo veneziano Edoardo «per gli amici Eddy» non ne risparmia una: «Non voterò Cacciari, perché è lui che ha avviato la linea che critico, perché è lui che ha abbandonato il campo a metà legislatura, perché è lui che ha nominato Costa (il sindaco uscente della Margherita, ndr) suo erede». A Liberazione l'urbanista spiega ulteriormente la sua avversione per il rivale di Casson: «Cacciari ha inaugurato un tipo di amministrazione aperta alla mercantilizzazione di Venezia», dice riferendosi alle due giunte Cacciari dal 1993 al 2000. E Casson, invece, «è un esempio di integrità e devozione agli interessi generali dei veneziani». Perché Venezia, insiste Salzano, non è una città come le altre e non può subire l'assalto della modernità - metro sublagunari, dighe gigantesche, turismo forsennato -che caratterizza la metropoli occidentale dei nostri tempi.
Professor Salzano, Lei critica molto Cacciari e ciò che la sua giunta ha fatto a Venezia dal 1993 al 2000. Perché?
Quando Massimo Cacciari divenne sindaco c'è stata una svolta profonda nella politica della città. Si sono affermate con lui due posizioni, molto pericolose, sintetizzabili con lo slogan «privato è bello». Questo ha portato alla cancellazione dei vincoli alla trasformazione e alla modifica della città: le residenze sono diventate alberghi, gli esercizi commerciali fast food e così via. Fino ad allora la sinistra aveva frenato la mercantilizzazione di Venezia. Il secondo elemento cacciariano riguarda la politica della casa: fino ad allora vigeva la regola «nessuna nuova abitazione se non pubblica e destinata ai veneziani». Da allora invece è cominciato il via libera ai privati.
Lo scopo era solo quello di vendere ai privati?
No, ma con Cacciari la sinistra si è arresa alle proposte della destra. Quindi le critiche che Cacciari fa a Costa sono giuste, ma dimentica che le politiche di Costa sono un'estremizzazione di ciò che lui stesso ha iniziato. Non è un caso che Costa sia il delfino di Cacciari.
Perché alla prima tornata ha deciso di non votare né per Casson, né per Cacciari?
Per pura protesta. Ora che siamo arrivati al ballottaggio invece scelgo Casson perché ha due meriti: è l'uomo nuovo, quindi c'è la possibilità che lavori meglio del filosofo. In secondo luogo, ha una storia di rigore su una serie di questioni rilevanti. Ha sempre difeso gli interessi generali di Venezia: il caso contro la Montedison, ad esempio.
So che l'ambientalismo le sta molto a cuore...
Venezia è una città che vive sul rapporto equilibrato con l'ambiente, un traguardo che si è raggiunto dopo mille anni, ma che adesso si sta sfasciando.
Si sta sfasciando per la cattiva amministrazione?
Si sta privilegiando la crescita e il progresso a qualunque costo, senza rendersi conto che il rapporto ambiente-città a Venezia è delicatissimo. L'ultimo esempio è la metropolitana sublagunare, un progetto che non ha nessun significato, e sul quale sia Cacciari che Casson stanno prendendo tempo. Eppure nessuno osa bocciarla in toto. E' stato un assessore di Cacciari, D'Agostino, a proporla e a portarla avanti.
Chi conosce Venezia sa che è una delle pochissime città occidentali che resiste alle brutture della modernità, come la fretta. La dimensione cittadina obbliga il veneziano o il turista a piegarsi ai suoi ritmi, alla sua lentezza. Sono privilegi da salvaguardare? O Venezia deve essere per forza efficiente?
Sono perfettamente d'accordo. Il tempo a Venezia ha una qualità diversa dalle altre città, che non è misurabile quantitativamente, ma qualitativamente. Il tempo passato nei trasporti pubblici a Roma, ad esempio, è un tempo di soffrenza, mentre a Venezia è un tempo di gioia. Ecco perché la sublagunare per me è una follia, e non servirebbe realmente ai veneziani, che solitamente non vanno all'aeroporto o a Murano. Chi ci va invece sono i turisti.
Come risolveresti il turismo di massa?
Da consigliere comunale proposi un «razionamento programmato dell'offerta turistica». Cioé scoraggiare il turismo mordi e fuggi, e incoraggiare quello a lungo periodo, per dare il tempo di conoscere la città nella sua vera essenza.
I commercianti non sarebbero d'accordo, non crede?
Penso che non sarebbero contenti i venditori di Coca cola e panini. Ne sarebbero felici, ad esempio, i rilegatori di libri e tutti quegli artigiani tipici di Venezia che negli anni stanno scomparendo. Preferisco, insomma, un buon made in Venice piuttosto ad un made in Hong Kong.
Torniamo al dilemma Cacciari - Casson. Sui temi appena accennati come li vedi? Per lei pari sono?
No. Su Casson ripongo le speranze, su Cacciari no. Casson credo che starà molto attento a certe questioni, che per il filosofo sono ormai puramente marginali. Io ho fiducia nell'uomo Casson, nella sua integrità e nella sua storia professionale.
E il Mose?
E' un opera sicuramente dannosa. Secondo molti studiosi di calibro è oltretutto inutile. Certamente costosissima e che ha provocato una completa traformazione dei poteri a Venezia. E poi la complessità lagunare non la risolvi solo con un'opera ingegneristica, per quanto avveniristica. Il problema è come governare un ambiente che a Venezia è molto naturale.
Casson, come del resto anche Cacciari, ha promesso che si prenderà carico delle problematiche di Porto Marghera. Cosa pensi che si dovrebbe fare?
Porto Marghera andrebbe ripensata. Il ciclo del cloro è pericolosissimo. Il problema centrale è: che cosa può vendere Venezia al mondo? Può vendere chimica? Automobili? Non credo. Venezia ha una specificità che le deriva da mille anni di storia, possiede una cultura e un know-how incredibili. Venezia ha risolto un problema, quello del rapporto tra uomo e ambiente, in un modo che le altre metropoli si sognano. Le Corbusier diceva che Venezia ha risolto il principale problema urbano dei nostri tempi, la separazione dello spazio del pedone da quello delle macchine.
VENEZIA. Il professor Gherardo Ortalli è un uomo che non le manda a dire. Infatti preferisce dirle lui, anche se sono nude e un po’ crudette, spolverando le parole con quel che resta di un accento emiliano che lo ha seguito nei 30 anni di intensa vita in laguna, dentro l’Università, nella biblioteca dell’Istituto veneto di Scienze Lettere e Arti e sui bastioni di Italia Nostra.
Arrivato a Venezia nel 1973 per insegnare Storia medioevale a San Sebastiano, Ortalli ha fatto sentire la sua voce spesso e sempre fuori dal coro, lontano dai salotti e immune dai piagnistei. Dall’altana del suo appartamento (senza ascensore) in calle lunga San Barnaba vede un sacco di cose: il campanile di San Marco, il nuovo Molino Stucky diventato Hilton e anche qualcosa che gli piace infinitamente meno, anzi, che lo fa impazzire di rabbia, ed è l’agonia della sua città, a cominciare da un turismo che se la sta divorando a morsi.
Professore, la città non ce la fa più.
«Guardi, io credo che la prima cosa da capire sia il punto critico oltre il quale una risorsa diventa un problema. E così è per il turismo. Credo anche che il problema andava affrontato quindici anni fa e non ora, quando ormai è difficle, se non impossibile, porvi rimedio».
Chi ha sbagliato?
«C’è una responsabilità politico-amministrativa molto forte. Rarissimamente la classe dirigente veneziana ha tentato progetti per essere all’altezza della città. Ci hanno provato Visentini e Casellati e, molti anni fa, Cacciari. Ma è finito tutto nel nulla. E poi c’è la colpa dei veneziani».
Sarebbe?
«La colpa dei veneziani è di non aver percepito che c’è stato un mucchio di santi laici che ha cercato di fare i salti mortali per questa città».
A chi pensa?
«Penso, primo tra tutti, a Pino Rosa Salva, al suo impegno, alla sua forza e al suo coraggio. Se dovessi fare un monumento in città lo farei a lui».
Gli altri si offenderanno.
«Dico Rosa Salva perché è fuori gara».
E Cacciari? Di fronte ai 25 milioni di turisti in arrivo, ad esempio, qualcuno dice che si è arreso.
«E’ il Paese intero che si è arreso. Oggi non si sta decidendo per forza di interessi legittimi ma personali e individuali che hanno il sopravvento su quelli collettivi. Basti pensare alle navi».
Le navi?
«Le grandi navi arrivano e sbarcano migliaia di passeggeri quando, invece, non ci vorrebbe molto per mettere un porto a mare e impedire ai turisti di entrare a Venezia su grattacieli di dicotto piani. Certo, una scelta del genere significherebbe scontrarsi con interessi enormi».
Scelte faticose.
«Scelte faticose a fronte di una debolezza che ormai va dal Consiglio di quartiere alla Presidenza del Consiglio. E la nostra amministrazione comunale non è solo debole, ma è anche contradditoria».
Contradditoria?
«Guardi, qui vendono i palazzi e poi dicono: abbiamo fatto un affare. Ma questo è un ragionamento bassissimo. Si sta vendendo quello che resta, e ormai restano solo i muri».
E il turismo.
«Il problema, anche per il turismo, è decidere se Venezia è una città o no. Oggi Venezia è diventata un quartiere e come tale è un pezzo di un organismo urbano in cui le diverse parti hanno una funzione. Ridotta a quartiere, Venezia diventa indifendibile e la sua funzione si riduce a essere quella turistico-museale. Quindi o si fa un salto di cultura amministrativa e si considera Venezia una città o non c’è salvezza».
Secondo lei come andrà?
«In genere sono ottimista e non mi stanco mai, ma quello che vedo mi sembra realmente molto grave. E la cosa peggiore è che tutto ciò sta accadendo senza che nemmeno sia stato deciso».
Un’agonia inconsapevole.
«Un’agonia che non è stata decisa perché qui manca qualsiasi progetto e si rincorre quello che capita».
Quindi?
«Quindi l’orda dei turisti non la fermi perché è sbagliato il punto di partenza».
Le proposte di Ca’ Farsetti per accogliere i flussi sono più servizi e più vaporetti.
«Sono solo delle pezze che non porteranno a nessuna inversione di tendenza. E invece bisognerebbe invertirla questa perfida tendenza».
Secondo lei, siamo mai arrivati così in basso?
«Credo che questo sia un percorso inevitabile iniziato molti anni fa che nessuno ha saputo e voluto fermare. Il risultato è che Venezia è una città di meno di 60 mila abitanti, con un’età media alta, fatta di gente stanca. Una città, insomma, che non è più in grado di difendersi».
Sì, ma qualche soluzione ci sarà.
«Esistono meccanismi che contengono i flussi come, ad esempio, il sistema delle prenotazioni e non capisco perché qui non si riesca ad applicarlo. Non capisco perché i gruppi, le scolaresche, i passeggeri delle navi non possano prenotare prima di venire a Venezia».
Qual è, secondo lei, il tetto di capienza della città?
«Ci sono persone pagate per studiare queste cose e per dircelo».
Però non ce lo dicono.
«Allora io dico che tanto vale rivolgersi a Disneyland. In realtà noi stiamo già facendo Disneyland però senza la capacità programmatica del parco divertimenti. Siamo ormai un gran bazar però senza le regole del gran bazar. Terribile, no?».
Molti veneziani sono diventati insofferenti ai turisti.
«La città sta diventando sempre più scortese. Ci sono edicole che espongono cartelli con la scritta: non si danno informazioni. Oppure basta andare sul ponte dell’Accademia per vedere il peggioramento dei comportamenti. I turisti si fanno la foto da una parte all’altra del ponte e i veneziani ci passano in mezzo».
Scusi, ma lei cosa fa?
«Ci passo anch’io, se non resto lì tutto il giorno».
Alcuni degli articoli in eddyburg sul medesimo argomento: di Luigi Scano del novembre 2004 e del marzo 2007, di Edoardo Salzano su Liberazione e su Carta, e articoli di Francesco Erbani, di Alberto Vitucci, di Jan van der Borg, e del Gazzettino, con postille di eddyburg.
VENEZIA. Rutelli non s’è visto. Prodi è scappato in fretta e furia con il suo sottosegretario Enrico Letta. Ma il sindaco Cacciari ha ottenuto la mezza promessa che sui tanti «punti oscuri» del Mose si convocherà una riunione ad hoc del Comitatone. E ha ribadito la richiesta che il progetto attuale, molto diverso da quello del 1991, sia esaminato anche dal Consiglio superiore dei Lavori pubblici.
Non si doveva parlare del contestato progetto, ieri a palazzo Chigi. Ma alla fine il sindaco si è intrattenuto per un quarto d’ora con il ministro per la Ricerca scientifica Fabio Mussi. Sollecitandogli l’impegno dei «controlli super partes» ai cantieri e alle loro conseguenze sull’ambiente. E ha consegnato a Prodi e agli altri ministri un corposo dossier, completo di fotografie e due memorie sui «punti critici». Archiviata forse con troppa fretta dal governo la questione delle alternative e delle possibili modifiche al progetto Mose, il Comune ha giocato ieri una nuova carta. Nessuna polemica, questo era l’accordo stretto alla viglia tra Cacciari e il sottosegretario alla presidenza Enrico Letta. Così i finanziamenti sono stati ripartiti. Ma certo non si poteva ignorare quello che sta succedendo in laguna. Dopo il via libera deciso nell’ultima seduta, i lavori per la grande opera hanno subìto un’accelerazione. E sono spuntati nuovi e impattanti cantieri. Alcuni, come l’enorme piattaforma in cemento costruita sulla spiaggia di Santa Maria del Mare, anche senza autorizzazione della Soprintendenza. Così nei giorni scorsi il sindaco ha sollecitato i suoi uffici a intervenire. E ieri ha chiesto «una assunzione di responsabilità» da parte della Presidenza del Consiglio. Insomma, il punto centrale è quello del monitoraggio. Chi controlla che i lavori siano regolari e soprattutto quali sono i loro effetti sull’ambiente lagunare, sulle correnti, sul paesaggio?
Nelle due memorie consegnate ieri al governo, destinate a riaprire una questione che qualcuno considerava forse archiviata, si contestano el affermazioni rese dal ministro Di Pietro in Comitatone. «Il progetto attuale è molto diverso da quello del 1991», scrive Cacciari, «ed è stato approvato soltanto dal Comitato tecnico di Magistratura a Venezia». Secondo contestazione, il «monitoraggio degli affetti dei lavori». «Abbiamo atteso pazientemente per 5 mesi e non è successo nulla», scrive Cacciari nella memoria consegnata a Prodi. Ricordando come il Comitatone avesse approvato, a margine della accesa seduta che aveva dato il via libera al Mose (nonostante il parere contrario del Comune e dei due ministeri dell’Ambiente e della Ricerca scientifica) anche un ordine del giorno per stabilire i monitoraggi e i controlli. «Quanto deciso dal Comitato resta del tutto inattuato», conclude il sindaco, «mentre con ogni evidenza, ogni giorno di più, appare necessaria proprio quella azione di attento e scrupoloso monitoraggio degli effetti di tutti gli interventi che in laguna si attuano, condotta da un soggetto terzo». Proposta finale, un Comitatone a questo scopo. Si riaccendono dunque i riflettori sui lavori del Mose. Che nel frattempo hanno trasformato mezza laguna, scavando nuovi canali al Lido e a Malamocco e costruendo cantieri ritenuti «illegittimi» da Soprintendenza, Comune e ministero per l’Ambiente.
La maxi opera in costruzione
VENEZIA. Ieri assente dal tavolo del Comitatone, il protagonista è sempre lui. Il progetto Mose assorbe la gran parte delle risorse e dei finanziamenti per Venezia. Un’opera enorme, del costo stimato di 4270 milioni di euro, manutenzione e gestione escluse. Di questi un terzo sono già stati assegnati al Consorzio Venezia Nuova. Circa un terzo (il 30 per cento) anche i lavori già realizzati, le opere preliminari, i porti rifugio e le conche, gli scavi e i cantieri per i cassoni. Il Mose consiste in 79 paratoie in acciaio di 30 metri per 30, alti cinque, poggiati su cassoni in calcestruzzo. Dovrebbero sollevarsi se riempite d’aria in caso di acqua alta. Per costruire il Mose occorrerà gettare in laguna 8 milioni di metri cubi di cemento. (a.v.)
Vedi anche l' eddytoriale 103
18 aprile 2007
Stop della Salvaguardia al villaggio Mose
di Enrico Tantucci
PELLESTRINA. La Commissione di Salvaguardia blocca il progetto di realizzazione di un villaggio per 400 persone a Santa Maria del Mare, destinato agli operai chiamati a lavorare sui cantieri di prefabbricazione dei cassoni del Mose. Il progetto inviato in Commissione dal Magistrato alle Acque è stato immediatamente fermato - senza neppure passare al suo esame dettagliato - perché si riferisce a un intervento su cui alla Salvaguardia non è mai stata chiesta alcuna autorizzazione. Una questione particolarmente sofferta, questa, che aveva indotto anche il sovrintendente ai Beni Ambientali e Architettonici Renata Codello a scrivere di recente al sindaco di Venezia Massimo Cacciari e agli altri due sindaci dei Comuni di gronda, invitandoli in pratica a verificare la legittimità di quei cantieri visto che le autorizzazioni in materia paesaggistica sono di competenza della Commissione di Salvaguardia. Ma alla Commissione, il presidente del Magistrato alle Acque Maria Giovanna Piva, i progetti sui cantieri del Mose non li ha mai inviati, sostenendo, in pratica, che si tratta di cantieri provvisori che hanno già avuto sia la Valutazione di impatto ambientale, soa quella di incidenza ambientale. Tuttavia, un qualche effetto l’iniziativa della Soprintendenza l’aveva subito prodotto, perché il Magistrato alle Acque aveva deciso di inviare i progetti, ma non alla Salvaguardia, ma alla Direzione Urbanistica e Beni ambientali della Regione per un parere paesaggistico. E’ prevista, tra l’altro, la realizzazione di una piattaforma di calcestruzzo di circa mezzo chilometro in mare, di fronte alla spiaggia di Pellestrina, in area Sic, di pregio ambientale, per la realizzazione dei 79 cassoni, di 150 metri per trenta ognuno. Ma per la realizzazione del villaggio degli operai dei cantieri - inizialmente previsto in Sardegna - il Magistrato alle Acque non ha potuto fare a meno di inviare il progetto alla Salvaguardia, che l’ha subito fermato, proprio perché relativo a interventi che non ha mai autorizzato. Sui cantieri «spostati» dalla Sardegna alle aree protette di Santa Maria del Mare sono stati presentati alla Procura quattro esposti, due dell’Ecoistituto, uno della Lipu e uno del Wwf. Come risulta dalle contestazioni del ministero, ma anche del Comune e della Soprintendenza, il progetto dei cantieri risulta infatti «difforme» da quello approvato tra grandi polemiche dalla commissione di Salvaguardia nella seduta del 20 gennaio 2004.
Anche il villaggio verrebbe a sorgere in un’area di pregio ambientale e prevede in una spianata a Santa Maria del Mare la realizzazione di prefabbricati dove andrebbero a vivere per alcuni anni gli operai del Mose, sino a lavori conclusi. Un villaggio che dovrebbe anche essere dotato di acquedotto, sistema fognario e impianto di depurazione. Ma ora il progetto è stato fermato e la palla torna al Magistrato alle Acque che dovrà decidere cosa fare. Il parere paesaggistico sui progetti dei cantieri da parte della Regione è di dubbia legittimità e per avere quello sul villaggio dalla Salvaguardia, il Magistrato dovrebbe tornare sui suoi passi, a cantieri già aperti.
19 aprile 2007
Iniziati i lavori per la «betoniera gigante»
Produrrà milioni di tonnellate di cemento per le dighe mobili
di Alberto Vitucci
I lavori per fabbricare «il mostro» come lo chiamano pescatori e ambientalisti, sono già cominciati. E Ca’ Roman e Santa Maria del Mare hanno cambiato volto.
Il «mostro» è la più grande betoniera d’Europa che dovrà produrre milioni di tonnellate di calcestruzzo per fabbricare i cosiddetti «cassoNI», cioè le basi in cemento del Mose da mettere sul fondo delle tre bocche di porto. Enormi blocchi in calcestruzzo di 150 metri per 30, alti venti metri che secondo Magistrato alle Acque e Consorzio Venezia Nuova devono essere fabbricate sulla spiaggia di Ca’ Roman e di Santa Maria del Mare, luoghi di interesse ambientale tutelati dalla normativa europea. E i lavori sono già partiti, nonostante le accese polemiche sulla mancanza di autorizzazioni per i cantieri, inizialmente previsti a Cagliari.
Polemiche rilanciate ora dalla commissione di salvaguardia che ha bloccato l’altro giorno un nuovo progetto presentato dal Magistrato alle Acque che prevede la costruzione a Santa Maria del Mare - nell’area dove sorgeva la comunità della Caritas - di un vero e proprio villaggio con depuratori, fognature, servizi, acquedotto, capace di ospitare 400 operai. La Salvaguardia non l’ha nemmeno esaminato, perché si riferiva a un progetto che non ha avuto mai alcuna autorizzazione dalla stessa Salvaguardia. Proprio su questo punto sono incentrate le polemiche, e i numerosi esposti presentati dalle associazioni ambientaliste che hanno provocato l’apertura di un’inchiesta, peraltro ferma da due anni. Nei giorni scorsi Soprintendenza e Comune hanno convenuto sullo stato dei fatti. Cioè che i cantieri siano «sprovvisti» di autorizzazione paesistica, che doveva essere rilasciata dalla Salvaguardia. Ma non è ancora chiaro chi debbe intervenire. Accuse di illegittimità sono state lanciate anche dal ministero per l’Ambiente, ma nulla è successo. «Si tratta di opere provvisorie», dice la presidente del Magistrato alle Acque Maria Giovanna Piva, «non c’è bisogno di autorizzazione ma comunque la manderemo alla Regione». Un groviglio che si complica. Intanto, anche senza autorizzazioni, i lavori del «mostro» procedono veloci. E la polemica continua. Anche sulla congruità del progetto. «Le previsioni fatte da organi terzi e internazionali sull’aumento del livello dei mari», scrivono gli ingegneri Vincenzo Di Tella, Gaetano sebastiani e Paolo Vielmo in una lettera aperta al ministro Di Pietro, «dimostrano che le previsioni fatte per il Mose erano completamente errate. E il progetto non rispetta i requisiti di legge della reversibilità». Un dibattito che gli studiosi considerano non concluso. Invitando il ministro Di Pietro a studiare i loro progetti alternativi, «troppo frettolosamente accantonati» come ha detto il ministro per l’Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio.
Braccio di ferro sul terminal per i cereali
Dopo i cantieri del Mose, un altro fronte caldo rischia di essere riaperto in commissione di Salvaguardia. Il ministero per l’Ambiente ha infatti annunciato azioni legali contro il provvedimento che autorizza il nuovo terminal cerealicolo per le grandi navi, progettato a San Leonardo. Banchine giganti, pensate per accogliere navi lunghe 300 metri e con oltre 150 mila tonnellate di stazza, più grandi della superpetroliere. La diffida inviata alla commissione di salvaguardia dal direttore generale Bruno Agricola non è stata nemmeno considerata, e la commissione ha approvato un mese fa, a stretta maggioranza (9 voti favorevoli, 4 contrari, 3 astenuti) il progetto dell’Autorità portuale. Ma adesso la vicenda rischia di essere riaperta. secondo il ministero era necessaria infatti la Valutazione di Impatto ambientale nazionale, che in questa caso è stata saltata a pie’ pari. Al suo posto, in calce al parere, è stata consigliata la Vinca, Valutazione di Incidenza ambientale. E’ la atsessa cosa? «Proprio no», dice il rappresentante del ministero in commissione, l’urbanista Stefano Boato, «perché la Via è pubblica e tutti ne possono prendere visione e presentare osservazioni, la Vinca la fanno gli uffici in via riservata». E in ogni caso, ribadiscono dal ministero, la normativa prevede un’altra cosa e quel progetto contrasta con il palav. Una versione che l’Avvocatura regionale non condivide. E la vicenda rischia ora di approdare davanti a un Tar, se il ministero non deciderà, com’è nelle sue facoltà, di bloccare il progetto e far intervenire i Noe, i carabinieri del Nucleo ecologico. (a.v.)
20 aprile 2007
Mose, è scontro sui controlli
L’Ambiente: «La vigilanza tocca a noi per legge»
di Alberto Vitucci
Chi controlla i controllati? Un nuovo fronte si apre sulla vicenda Mose. Riguarda la vigilanza sui lavori e sui loro effetti sul delicato equilibrio lagunare. Ieri il direttore generale del ministero per l’Ambiente Gianfranco Mascazzini ha rotto gli indugi: «Il monitoraggio spetta a noi», dice, «lo facciamo su tutto il Mediterraneo per l’Unione europea, perché non dovremmo farlo in laguna?»
Si riapre dunque la polemica, peraltro mai sopita, sul «monitoraggio» dei ciclopici interventi in corso in laguna per realizzare il Mose. Il Comune aveva chiesto e ottenuto, all’ultimo Comitatone di novembre, il varo di un «organismo terzo e indipendente» per il monitoraggio dei cantieri. Ma in sei mesi non è successo nulla. Il sindaco Massimo Cacciari ha scritto l’ennesima lettera al ministro per la Ricerca scientifica Fabio Mussi. Che ha passato la palla al sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Enrico Letta. «Non spetta a noi», ha detto in sostanza Mussi. Dunque, si rimette in discussione il ruolo del Corila, il Consorzio Ricerca laguna che dipende proprio dal ministero di Mussi, a cui sono stati affidati dal Consorzio Venezia Nuova gli studi del Mose e ora il controllo dei cantieri. Chi controlla? Secondo il Magistrato alle Acque dovrebbe essere l’Ufficio di Piano a esprimere un parere. Un organismo creato due anni fa dal governo Berlusconi, dove la maggioranza è favorevole al Mose, e le uniche voci dissidenti sono quelle del Comune e del ministero per l’Ambiente. Che adesso ha deciso di passare all’azione. Un’offensiva che potrebbe avere presto clamorosi sviluppi. «Abbiamo fatto fatica anche a leggere le carte del Mose», ha ammesso il ministro Alfonso Pecoraro Scanio in un’intervista televisiva, «per vedere i progetti abbiamo dovuto mandare i carabinieri del Noe. Ma intendiamo far valere il ruolo che la legge ci affida». Un ruolo di vigilanza, ribadisce il direttore Mascazzini, «con il controllo preventivo dei cantieri». Vale per tutti i lavori in laguna. Dovrebbe valere a maggior ragione per la più grande opera in corso nel paese. Quattro miliardi e trecento milioni di investimenti, di cui un miliardo e mezzo già affidati al Consorzio Venezia Nuova. decine di cantieri aperti - alcuni molto impattanti, altri senza autorizzazione come quelli di Santa Maria del Mare e Ca’ Roman - rapporti che girano da un ufficio all’altro. Ma nessuno interviene. I lavori in sostanza procedono senza controlli, che non siano quelli delle imprese e del Magistrato alle Acque, cioè il committente. Una situazione che ora Comune e ministero per l’Ambiente sono intenzionati a chiarire. Occasione potrebbe essere il Comitatone che Letta e Cacciari hanno concordato di convocare entro i primi giorni di maggio a Roma. Si dovrà parlòare di soldi, e della divisione dei fondi messi a disposizione dalla Finanziaria 2007. Ma si dovrà anche prlare dei mancati adempimenti dell’ultimo Comitatone. Che aveva votato una delibera - quella sui controlli - mai attuata. In sei mesi intanto i lavori sono andati avanti, e il Consorzio si prepara ad avviare la seconda fase, quella dello scavo e della produzione dei cassoni. Bestioni in calcestruzzo da 150 metri per 30, alti 20, che dovrebbero essere fabbricati sulla spiaggia di Santa Maria del Mare, addirittura con un nuovo villaggio per ospitare i 400 operai. Un cantiere che non ha mai avuto le autorizzazioni né dalla Soprintendenza né dalla Salvaguardia. Una situazione di «illegittimità» segnalata anche per iscritto dalla Soprintendenza, dal Comune e dal ministero per l’Ambiente. Che fino ad oggi nessuno ha raccolto. Secondo il Magistrato alle Acque, non c’è bisogno di nulla perché si tratta di «interventi provvisori» e dunque basta il via libera della Regione.
PELLESTRINA. La Commissione di Salvaguardia blocca il progetto di realizzazione di un villaggio per 400 persone a Santa Maria del Mare, destinato agli operai chiamati a lavorare sui cantieri di prefabbricazione dei cassoni del Mose. Il progetto inviato in Commissione dal Magistrato alle Acque è stato immediatamente fermato - senza neppure passare al suo esame dettagliato - perché si riferisce a un intervento su cui alla Salvaguardia non è mai stata chiesta alcuna autorizzazione. Una questione particolarmente sofferta, questa, che aveva indotto anche il sovrintendente ai Beni Ambiwentali e Architettonici Renata Codello a scrivere di recente al sindaco di Venezia Massimo Cacciari e agli altri due sindaci dei Comuni di gronda, invitandoli in pratica a verificare la legittimità di quei cantieri visto che le autorizzazioni in materia paesaggistica sono di competenza della Commissione di Salvaguardia. Ma alla Commissione, il presidente del Magistrato alle Acque Maria Giovanna Piva, i progetti sui cantieri del Mose non li ha mai inviati, sostenendo, in pratica, che si tratta di cantieri provvisori che hanno già avuto sia la Valutazione di impatto ambientale, soa quella di incidenza ambientale. Tuttavia, un qualche effetto l’iniziativa della Soprintendenza l’aveva subito prodotto, perché il Magistrato alle Acque aveva deciso di inviare i progetti, ma non alla Salvaguardia, ma alla Direzione Urbanistica e Beni ambientali della Regione per un parere paesaggistico. E’ prevista, tra l’altro, la realizzazione di una piattaforma di calcestruzzo di circa mezzo chilometro in mare, di fronte alla spiaggia di Pellestrina, in area Sic, di pregio ambientale, per la realizzazione dei 79 cassoni, di 150 metri per trenta ognuno. Ma per la realizzazione del villaggio degli operai dei cantieri - inizialmente previsto in Sardegna - il Magistrato alle Acque non ha potuto fare a meno di inviare il progetto alla Salvaguardia, che l’ha subito fermato, proprio perché relativo a interventi che non ha mai autorizzato. Sui cantieri «spostati» dalla Sardegna alle aree protette di Santa Maria del Mare sono stati presentati alla Procura quattro esposti, due dell’Ecoistituto, uno della Lipu e uno del Wwf. Come risulta dalle contestazioni del ministero, ma anche del Comune e della Soprintendenza, il progetto dei cantieri risulta infatti «difforme» da quello approvato tra grandi polemiche dalla commissione di Salvaguardia nella seduta del 20 gennaio 2004.
Anche il villaggio verrebbe a sorgere in un’area di pregio ambientale e prevede in una spianata a Santa Maria del Mare la realizzazione di prefabbricati dove andrebbero a vivere per alcuni anni gli operai del Mose, sino a lavori conclusi. Un villaggio che dovrebbe anche essere dotato di acquedotto, sistema fognario e impianto di depurazione. Ma ora il progetto è stato fermato e la palla torna al Magistrato alle Acque che dovrà decidere cosa fare. Il parere paesaggistico sui progetti dei cantieri da parte della Regione è di dubbia legittimità e per avere quello sul villaggio dalla Salvaguardia, il Magistrato dovrebbe tornare sui suoi passi, a cantieri già aperti.
Il villaggio è la premessa per la realizzazione dei cassoni di base del MoSE, la cui rfealizzazione è uno degli interventi devastanti nella Laguna deninciati da eddyburg
L’ultima delibera del Comitatone che ha autorizzato il proseguimento dei lavori del Mose potrebbe essere illegittima. Ne sono convinti i legali di Italia Nostra, l’associazione nazionale per la difesa del territorio, che ha deciso di ricorrere contro la delibera approvata nel novembre scorso dal comitato dei ministri presieduto da Romano Prodi. La strada prescelta potrebbe essere quella del ricorso al presidente della Repubblica, che in questi casi ha la potestà di annullare le delibere di governo. Una decisione clamorosa, che potrebbe riaprire gli scenari sulla salvaguardia.
Massimo riserbo dai vertici di Italia Nostra. «Una cosa posso confermare: che noi non molliamo», si limita a dire Carlo Ripa di Meana, presidente nazionale dell’associazione. La tesi dei ricorrenti sarebbe molto semplice: nei collegi «formali» occorre un voto espresso a maggioranza dai presenti. Non era successo così il 23 novembre del 2006, quando il premier aveva fatto sapere che il governo si sarebbe espresso con un unico voto. Così è andata. E quel giorno, tra aspre polemiche, il «sì» al Mose era passato di stretta misura. Voto favorevole di Prodi e del presidente della Regione Giancarlo Galan, del sindaco di Jesolo Francesco Calzavara. Voto contrario del sindaco di Venezia, Massimo Cacciari, astenuti i sindaci di Mira (Roberto Marcato) e di Chioggia (Fortunato Guarnieri). Non hanno votato i ministri presenti, Antonio Di Pietro (che si era dichiarato favorevole) Alfonso Pecoraro Scanio dell’Ambiente (contrario), Fabio Mussi della Ricerca scientifica (contrario), e Alessandro Bianchi (Trasporti). Quanto basta, secondo gi ambientalisti, per invalidare la delibera.
Nei prossimi giorni il ricorso dovrebbe essere notificato alla Presidenza della Repubblica. E spetterà al Quirinale e allo speciale ufficio che si occupa di queste questioni decidere. Era già successo in passato che fosse il Capo dello Stato a intervenire su questioni controverse come ad esempio le municipalità e la Città metropolitana. Ora il presidente potrebbe decidere di annullare la delibera. Un atto contemplato dalla normativa, anche se non molto frequente. In questo caso il Comitatone dovrebbe essere riunito nuovamente, per far pronunciare i ministri sulla questione che non hanno potuto votare in novembre. Situazione delicata, perché il Capo dello Stato Giorgio Napolitano è atteso a Venezia per il prossimo fine settimana. E si dovrà incontrare con le autorità locali, che sul caso Mose hanno idee molto diverse. Contrari il sindaco Cacciari e il presidente della Provincia Davide Zoggia, favorevole il presidente Galan. Ma la politica, con il ricorso, non c’entra.
Potete scaricare, in fondo alla pagina, il filmato delle Jene: una serie di pizzicanti interviste realizzate, e commentate, da Alessandro Sortino
Gki intervistati sono: l’ing. Giovanni Mazzacurati presidente del Consorzio Venezia Nuova, la prof. Andreina Zitelli dell’Università Iuav di Venezia, l’ing Alberto Scotti progettista del MoSE, l’ing. Vincenzo Di Tella, autore di un progetto alternativo al MoSE, il Magistrato alla acque, Massimo Cacciari Sindaco di Venezia, Giancarlo Galan Presidente della Regione Veneto, Georg Umgiesser oceanografo del Consiglio Nazionale delle Ricerche, l’ambientalista Tommaso Cacciari, Alberto Vitucci giornalista della Nuova Venezia, Antonio Di Pietro ministro delle infrastrutture.
Dichiarazioni sconcertanti da parte di chi sostiene il MoSE (Mazzacurati, Scotti, Galan), sospetti preoccupanti da chi ha finito per contrastarlo (Massimo Cacciari), affermazioni stupefacenti da parte di chi lo ha avallato (Di Pietro). Opinioni convincenti e dati probanti forniti dagli altri.
Il filmato è scaricabile dal sito delle Jene, e precisamente qui.
Molti documenti sull'argomento li trovate nella cartella di eddyburg dedicata al MoSE. Oltre all’ampia rassegna stampa, tra i documenti utili per una prima informazione vi suggeriamo:
- un saggio di E. Salzano, La Laguna di Venezia e gli interventi proposti, in cui si cerca di spiegare che cos’è la laguna, qual’è il suo meccanismo di funzionamento e quali sono le ragioni della gravità del progetto MoSE ,
- tre documentate analisi della sezione veneziana di Italia Nostra, che illustrano le ragioni dello Squilibrio biodinamico della Laguna, Perché diciamo no al MoSE, Le proposte alternative
- alcune pagine dal libro di Luigi Scano, Venezia, Terra e acqua, relative alle discussioni e decisioni tra gli anni 1973 e 1985
- le conclusioni del parere della Commissione per la valutazione d’impatto ambientale del Ministero dell’ambiente
Ma c’è molto altro, a favore e soprattutto contro. E poi, date un'occhiata anche alle altre cartelle su Venezia.
La Commissione Petizioni dell’Unione europea ha aperto una «istruttoria» sul progetto Mose. La decisione è maturata ieri dopo un’audizione a Bruxelles dei rappresentanti dell’Assemblea permanente No Mose che hanno illustrato la loro petizione con le 12 mila firme raccolte. Una richiesta all’Europa fatta anche dal sindaco Massimo Cacciari, che ha ribadito con una lettera l’invito ai commissari a venire in laguna per rendersi conto della situazione e la necessità di rivedere il contestato progetto alle bocche di porto. E l’ex sindaco Paolo Costa attacca duramente Cacciari.
«Il suo è disprezzo istituzionale», ha commentato furibondo l’ex sindaco Paolo Costa, da sempre sostenitore della grande opera e ieri presente ai lavori della commissione, «sarebbe tenuto al rispetto delle decisioni prese». «Non mi interessa quello che ha dichiarato Costa», si limitato a dire ieri sera Cacciari. Che aveva inviato nei giorni scorsi ai commissari europei un dettagliato promemoria sulla posizione del Comune. Ricordando i punti ancora irrisolti. Come la «regolarità delle procedure, la compatibilità del Mose con la portualità, le difficioltà di manutenzione del Mose e la sua efficacia con il previsto innalzamento del livello dei mari».
Si riaccende la polemica sulla grande opera, che il Comitatone ha approvato nel novembre scorso dopo che Prodi aveva messo la «fiducia». respingendo i dubbi avanzati dal Comune, dai ministeri dell’Ambiente e della Ricerca scientifica.
Una vicenda non conclusa. Perché in Europa è aperta anche la procedura di infrazione della commissione Ambiente, per il mancato rispetto delle Direttive sull’habitat. «Le procedure sono tutte in regola», ha assicurato alla commissione un funzionario spedito a Bruxelles dalla Presidenza del Consiglio. «Ma c’è un rapporto del ministero dell’Ambiente che parla di illegittimità», ha ribattuto l’europarlamentare di Rifondazione Roberto Musacchio, «noi abbiamo il dovere di vigilare». Favorevoli a un’ispezione anche i parlamentari Sepp Kusstastscher (Verdi) e Meyer (Sinistra). Contraria Amalia Sartori, ex presidente del Consiglio regionale di Forza Italia. E naturalmente Paolo Costa, che con l’aiuto di alcuni filmati proiettati dal Consorzio Venezia Nuova ha illustrato ai commissari la sua tesi favorevole alla grande opera. «La decisione è presa», ha detto, «ci vuole lealtà istituzionale». «Chiederemo alla Corte di Giustizia di aprire un’inchiesta sugli appalti del Mose e sulla concessione unica», ha detto l’architetto Cristiano Gasparetto a nome dei comitati, «una vicenda troppo presto archiviata». «Il Mose è solo in fase preliminare e ha già prodotto danni gravi e irreversibili all’ecosistema», ha accusato Tommaso Cacciari. Infine Luciano Mazzolin ha consegnato ai commissari un dossier di 17 pagine su tutte le infrazioni commesse e contestate da Comune, ministero, Unione europea. «Adesso speriamo nell’intervento dell’Europa per fermare l’ecomostro», dice.
Quasi tutti gli scrittori che si avvicinano a Venezia scrivono che è indicibile, che è stata già raccontata da troppi, che i discorsi sulla città sono esauriti. Però ne parlano.
Con questo approccio sembra che Venezia sia come quel pilota di Formula Uno doppiato da tutti: se ne sta laggiù in fondo, gli altri lo sfiorano e salutano, perché lui ha un passo differente. È comunque in una posizione della pista altra, in una stravaganza del tempo, dalla quale tutti passano e se ne allontanano. Questo avviene per lo scrupolo di tanti scrittori che le si avvicinano con falsa modestia, amplificando i pericoli del raccontare.
Venezia, invece, è tutta un campiello, è tutta una chiacchiera, Venezia è da parlare più che mai, da raccontare in tutto e per tutto, qui, come dice un poeta, “la vita evolve secondo la logica del pettegolezzo”. È tutta un’intimea. Così si chiama la federa del guanciale in veneziano; così si dice di chi non si fa i fatti suoi e racconta a destra e a manca del prossimo suo, e anche di quello degli altri.
E se di Venezia ne hanno già parlato in troppi, chi se ne frega! Di cosa dovremmo parlare ancora? Delle villette a schiera del varesotto, o dello zen di Palermo? Parliamo di Venezia, che è meglio. Parliamone, prima che si arrivi all’anno della poesia di Anna Toscano: “venezia nel 2050/sarà una trave/sarà una ghianda/sarà un budello/con il mantello/una statua vacua/una gioconda errabonda/una luna piena/una pasta alla scogliera/una serenata ingrassata/una freccia stracciata/sarà una girandola ferma/una festa girovaga/una sveglia che non suona/una campana che non tuona/venezia nel 2050/sarà una finestra chiusa/una finestra aperta”.
Meglio parlare di Venezia, si diceva. Magari cercando i luoghi altri della città, un approccio laterale, come fa Predrag Matvejevic nel suo omaggio alla città lagunare, L’altra Venezia (Garzanti, 2003). Lo scrittore bosniaco parla con accuratezza dei fili d’erba tra le pietre e delle decorazioni murarie, cioè di due aspetti misconosciuti della città.
“La parietaria – scrive – detta anche erba muraiola proprio perché aderisce e si attacca ai muri e alle rocce, ci capita di vederla più spesso delle altre piante spontanee della stessa famiglia: lungo Rio Marin, alle Zattere, presso il Ponte Trevisan e sotto il Ponte della Maddalena, in Calle dei Ragusei, lungo Dorsoduro e ancora da qualche altra parte. Si attacca più che altrove ai ruderi, alle rovine. Si ignora in che modo e da dove nasca. Oltre all’umidità che penetra profondamente negli interstizi dai quali spunta, non ha quasi altro alimento o sostegno... Qui la muraiola è conosciuta anche sotto il nome di erba vetriola o viriola – perché messa in acqua calda, facilita la pulizia dei recipienti di vetro, perfino quelli delicati e preziosi di Murano... La tisana che una volta si otteneva facendo bollire i fiorellini della paritaria guariva il mal di gola... e infine la leggendaria triaca o teriaca, ritenuta un efficace rimedio contro svariati veleni. Dal suo nome, un tempo, le farmacie veneziane erano dette triacanti”.
E non mancano, nel libro, le descrizioni sulle vecchie pàtere, cioè le formelle, o sculture murarie, che stavano a indicare segni araldici minori, piccoli stemmi di famiglia, o insegne di vecchie associazioni sfasciate o di confraternite sciolte. In Calle delle Botteghe, sulla facciata di un’antica scuola di calzature, ce n’è una che rappresenta un’antica scarpa che sembra uscita da una commedia di Carlo Goldoni.
Vecchie formelle, glossario di una comunità minore, scolpite e applicate non certo da maestri d’arte di prim’ordine, ma da semplici muratori e tagliapietre.
Matvejevic parla di roba minima, di caratteristiche semplici, cose che la straordinarietà di Venezia e la sua posizione nel borsino del turismo mondiale faticano a mostrare. Lo scrittore parla dell’umidità e della ruggine, della marcescenza che avvolge ogni cosa. E parla anche di come nei tempi antichi si lavorò al respiro della città sull’acqua, ponendo la terracotta “in gran copia da un estremo all’altro della Laguna... I cocci hanno riempito e sostenuto le fondamenta, permettendo alle costruzioni di respirare e di resistere meglio”.
Ma Venezia non può accontentarsi di tali minimalia. Venezia è splendida splendente, e sa circuire l’occhio umano con abilità.
Non avevo mai riflettuto sul narcisismo delle città, su quante ti sbattano in faccia la loro forma fisica modellata nel tempo. Venezia me ne ha dato lo spunto e Venezia vince su tutte. Ma non basta. Soltanto Venezia è una città dallo sguardo doppio. La città si lascia guardare senza freno, certo. Ma c’è un di più. Chi la abita si guarda in faccia come in nessun altro posto. A Venezia non ci sono automobili, non c’è rumore di traffico, a Venezia si cammina veloce e i piedi faticano molto. Eppure, mai come qui la gente si butta gli occhi addosso, mette in atto una pratica del guardare che contempla curiosità e malizia, attrazione e distacco. Un gioco del biliardo che tra rinterzi, virtuosismi di stecca, e fruscii sul tappeto mette in mostra un infinità di tracciati del desiderio che, a volte, fanno girare la testa.
Io sono toscano. Non sono abituato ai giri di parole. Gli artifici mi fanno perdere la pazienza. Così, per non leggere con sufficienza e snobismo queste pratiche che ho scoperto da detective delle geografie letterarie, cercavo nei libri una pezza d’appoggio. E l’ho trovata. Ne parla Josif Brodksij, nel suo libro forse più immediato che è Fondamenta degli incurabili (Adelphi 1991), quando dice: “...Venezia è quel tipo di città dove lo straniero e l’indigeno sanno in anticipo di essere in mostra... Perché questa è la città dell’occhio: le altre facoltà vengono in seconda linea, e molto distanziate... lo scopo comune di tutte le cose, qui, è sempre lo stesso: farsi vedere”.
Il poeta insignito del Nobel, ha scritto libri ben più densi di questo veneziano, dato su commissione. E, tralasciando le pagine dove alligna il suo malcelato stato di costante “interesse” verso tutto ciò che ha l’aria di una femmina, che poi è il modo di allontanare le donne, sembra che anch’egli non sfugga al dovere di esaltare la bellezza di Venezia: “nessun egoista può fare il divo per molto tempo in mezzo a questo servizio di porcellana posato su un’acqua di cristallo, perché il fondale gli ruba la scena”. Sono d’accordo. Sempre che i maledetti piccioni non si mettano di traverso...
Ma qui non si parlerà del fondale (tanto meno dei piccioni), perché sarebbe come cercare di mettere a fuoco l’universo, cioè un’impresa impossibile.
Che a Venezia ci siano i leoni alati e piazza San Marco con la basilica, e Palazzo Ducale e il ponte dei Sospiri, e il caffè Florian come l’Harry’s Bar è cosa arcinota (pure il libro di Arrigo Cipriani dedicato al suo bar è una delle più belle storie che abbia letto sulla città).
Che Venezia ospiti la Salute, Palazzo Grassi e la Guggenheim, che ci siano la Mostra del Cinema e la Biennale di Arte e Architettura, e i dipinti di Tiziano, dei Bellini, di Giorgione, di Tintoretto e di Canaletto è nozione ordinaria.
Qui si cerca un percorso laterale. Qualcosa che al tempo stesso sappia raccontarci la città profonda e quella della superficie indigena, quella della quotidianità.
Per fare questo si devono attraversare forse molti anni andando e tornando da queste parti. Bisogna avere soldi per le scarpe, e voglia di camminare. Serve tempo per perdersi e per innamorarsi, dimenticare lavori, responsabilità e impegni e affondare dentro se stessi. Soltanto allora, quando avremmo perduto la nostra capacità di controllo sulle cose, potremo toccare le pietre e le forme architettoniche di questa città con i nostri occhi, potremo calare il nostro stato in una vacanza dell’anima al tempo forte e tenera.
Come forti e tenere sono le crepe sui muri della Biblioteca Querini-Stampalia. Lunghe crepe che tengono in bilico enormi quadri a olio con putti, cherubini e donne languide e svestite, rapite, profanate o tristi per la morte vicina. Lunghe crepe che raccordano con tenacia il soffitto al pavimento, in una energica dimostrazione del fatto che il tempo è spesso un segno estetico migliore del proprio restauro.
Qui dentro ci sono vecchi scaffali di libreria, tavoli e sedie ottocenteschi, dove ogni giorno si appostano centinaia di persone per studiare. Questo luogo è più animato e speciale della Biblioteca Marciana. Qui alla Querini-Stampalia c’è anche una caffetteria e un book-shop ben fornito di titoli di architettura e di testi su Venezia e la sua storia. Alcuni sono libri che possono aprire veri squarci sulla città. Penso ai lavori di Alberto Toso come Venezia Enigma e Misteri della laguna e racconti di streghe (Elzeviro, 2004, 2005), oppure alla simpatica guida di Guido Fuga e Lele Vianello, Corto Sconto, itinerari fantastici e nascosti di Corto Maltese a Venezia (Lizard edizioni, 1997), o al bel libro illustrato di Miroslav Sasek, Questa è Venezia (Rizzoli, 2006) che non è solo un libro per ragazzini.
Poi, in questo spazio, che è la reale biblioteca della città, si può venire a leggere fino a mezzanotte, che è decisamente un orario di grande civiltà. E ancora, di tanto in tanto, a mesi prestabiliti, viene organizzata una rassegna chiamata Raccontami una storia a cena, dove scrittori italiani che abbiano capacità affabulatorie, sono invitati a leggere o raccontare una loro storia inedita di fronte a un pubblico raccolto, in un’atmosfera conviviale. Sono già stati qui, tra gli altri, Tiziano Scarpa, Antonella Cilento, Marco Franzoso.
Proprio quando toccava a Roberto Bianchin raccontare la sua storia, siamo venuti qui con l’amico Gigi Scano, nel vecchio cortile, restaurato da Mario Botta e sottratto alla pioggia con un tetto di vetri da cui vedere il cielo del nordest. E – devo dire – abbiamo avuto fortuna già con l’aperitivo: ci hanno prenotato per quattro; noi siamo due; abbiamo quattro pinot, quindi beviamo due bicchieri a testa.
Per spiegare meglio. Prendete una grande scatola. Una scatola rettangolare. Un parallelepipedo col soffitto alto e metteteci dentro una ventina di tavoli. L’ambiente è di classe – non si fanno sconti allo stile a Venezia, tanto meno alla Querini-Stampalia. Mettete un leggio e un microfono a un angolo della stanza. Ecco fatto. Gli amici della Fondazione e chiunque abbia prenotato per tempo alla Caffetteria Barbarigo, assistono a un racconto di un’ora circa e poi cena tutti insieme. Un modo piuttosto serio di conoscere uno scrittore e certo un saggio di impegno e serietà da parte di quest’ultimo, quello di scrivere un testo appositamente per la serata, un racconto che il pubblico ascolta in esclusiva, prima che venga stampato per conto della Querini-Stampalia e venduto nel book-shop.
Zone franche come questa ce ne sono molte a Venezia. Sono luoghi nascosti, fuori dal giro consueto, come molte città trattengono al loro interno, in una sorta di pudore o di gelosia della propria natura. Perché chi ha a che fare con i grandi numeri difficilmente resta autentico, se non mantiene in sé un riserbo ulteriore. Lo diceva Elias Canetti che alla fine, una persona ha solo pochissimi modi di essere intimo e questo credo debba dare valore all’amore come allo splendore di ciò che non è evidente. Questi minori sono i percorsi da fare a Venezia, ma si incrociano soltanto con la costanza e qualche sbaglio. Pure vale la pena di muoversi in questa direzione.
Allora, forse, sarà possibile avvistare, come Brodskij, la straordinarietà della “luce invernale in questa città”, sempre che tale indugio non ci abbia reso impossibile l’impresa impervia di cenare fuori dopo le dieci, sempre che non ci abbia distolto la cacca di un piccione spruzzata a dovere sul giaccone appena uscito dal lavasecco.
Allora, forse, verso sera, traghettando sopra l’acqua, sulla gondola di San Tomà, imbacuccati dentro una sciarpa amica, se avremo la grazia di guardare verso ovest, quel bagliore rosa e celeste, scopriremo un affresco, un sentimento urbano, quasi un racconto di grande forza evocativa, che raccoglie, dal materiale umano affacciato là sopra, figure e forme che addensano paesaggi e malinconie, esistenze e fantasie.
Venezia è stata un’epoca, non solo una città, ed è una città d’acqua. I canali, i rii sono linee di contatto e di separazione che segnano la fisionomia di un territorio, dandogli respiro. In mezzo a questo respiro ci sono alcune sospensioni che armonizzano ancora meglio il ritmo: sono i ponti di questa città. Ponti che sono ceppi, condizione umana, stasi e attraversamento, bellezza del non essere, dolcezza nel ricordo di memorie altrui, voglia di nuovo e di sincerità.
Di solito attraversiamo i ponti nella calca giornaliera, ma se abbiamo coraggio Venezia ci aiuta. Guardando meglio, usando un punto di vista ricurvo, Venezia, nella sua diversità fisica, ci apre di fronte la consapevolezza che l’ordinarietà delle cose giornaliere, più che relegarci all’abitudine, ci imprigiona nella dimenticanza dei nostri sogni più profondi. Il vero misfatto di ogni vita non è la routine quotidiana, quanto la deviazione dal desiderio più intimo che ognuno di noi aveva di se stesso.
Ci aiuta Venezia a questo lavoro di rinascita dalla rimozione, perché il suo racconto urbano non è un urlo, né il disagio sommesso dei poeti intimisti. La sua direzione contempla l’attesa dell’alta marea che rigenera la laguna.
Dentro questa città si può figurare la salvezza con l’arrivo di qualcos’altro, dell’acqua e di altri residenti. Come tutti gli esseri umani cercano l’amore, cioè l’altro da sé, anche Venezia aspetta che arrivi qualcosa o qualcuno a travolgerla, a strapparla dalle sue catene che il borsino del turismo internazionale gli ha ormai avvinghiato alle fondamenta.
Gli unici veneziani a partire per Mestre, fino a poco tempo fa, erano i vecchi costretti a vender casa. Caricavano i mobili sui barconi, come sfollati di guerra, e andavano a morire «oltre la Libertà», di tristezza e solitudine o investiti dalle automobili. Ora la sera sul Ponte della Libertà trovi comitive di ragazzi veneziani che vanno a Mestre per vivere e divertirsi. Si lasciano alle spalle la Città Unica e sbarcano con passo leggero in una periferia senza storia che potresti confondere col Midwest o la Renania.
Alla ricerca di una vita normale fatta di pub, discoteche, pizzerie a prezzi decenti, centri commerciali, palestre, cinema (la «capitale del cinema» ha ben due sale, dieci meno di Castelletto Ticino). Sbandano a povere mete, direbbe Saba, ma sembrano felici.Il picco del pendolarismo alla rovescia si tocca prima e dopo il Carnevale, apoteosi di un assedio turistico senza pari, sedici milioni di visitatori all’anno contro una popolazione ridotta a sessantamila residenti. Se nulla interviene, si calcola che l’ultimo veneziano morirà o si trasferirà in terraferma intorno al 2040. Nata per fuggire le invasioni barbariche, rischia di finire per le invasioni turistiche. La Morte è l’allegoria che chiude sempre le sfilate. Altrove è biologia, religione, concetto filosofico, mistero. Qui è la prima voce dell’economia. La morte quotidiana dei veneziani, che libera spazi per farci ristoranti e alberghi e seconde case. E la morte eterna di Venezia, dalla quale nei secoli la Serenissima ha cavato di tutto, sapere tecnologico e grandezza militare, letteratura e turismo, industria e aiuti di Stato. Una montagna di soldi, dodici milioni di euro soltanto dalla legge speciale, gli ultimi quattro per le dighe mobili del Mose. Con la morte Venezia gioca a scacchi, stringe patti e tratta affari. E’ anche la forma di turismo dei veneziani. Non c’è veneziano che fin da bambino non sia stato portato a visitare i resti delle piccole Atlantidi sommerse dalla laguna, isole fantasma un tempo splendide, come Torcello oppure San Marco Boccalama, dove le draghe hanno portato alla luce una vallata di teschi.
Il Carnevale qui è metafora globale. La durata ufficiale è tre settimane, ma sono sei mesi per i commercianti e dodici per la politica. Alle ultime elezioni il centrosinistra ha combinato tali pasticci intorno alla candidatura di Felice Casson da riconsegnare per la terza volta la città a Massimo Cacciari, quasi suo malgrado. La destra, con tutte le mene leghiste sulla Serenissima e le sue carnevalate, dalla presa del campanile col trattore mascherato da tank allo sbarco dell’ampolla sacra a San Marco, non ha mai sfondato. Venezia è l’unico capoluogo e uno dei pochissimi comuni del Nord Est a non aver avuto un sindaco della Lega e/o di Forza Italia.
La mappa del potere cittadino è ferma al Cinquecento, contano il Doge e il Patriarca, Cacciari e il cardinal Angelo Scola. Nel caso di Cacciari in effetti Doge suona un po’ riduttivo, c’è caso che il professore s’offenda. E’ l’ultimo dei grandi veneziani e gli toccano tutte le parti in commedia. Oltre a essere l’incontrastato Doge dal ‘93, incarna il secondo mito dell’immaginario cittadino, il Casanova, per via del rinomato libertinismo (anche) intellettuale. Ora si sta attrezzando per comprendere in sé il terzo, Marco Polo, con una serie di viaggi in Cina. Fuori dalla giurisdizione del sindaco rimangono giusto la Curia e il suo Patriarca, al quale in ogni caso non lesina consigli.
Il problema è che Cacciari è un Doge senza alle spalle un Senato o un Maggior Consiglio e nemmeno un mezzo collegio di Savi. Ha dovuto portare in giunta candidati che avevano raccolto quindici preferenze, non ha intorno né una classe dirigente né un blocco sociale sul quale fondare un progetto di futuro. La classe operaia si è estinta («Quand’ero bambino» ricorda il sindaco «c’erano ventimila operai soltanto alla Giudecca») e gli ultimi capitalisti hanno venduto o vivono di rendita, come la famiglia Coin, il Luigino Rossi delle scarpe e del Gazzettino, Pietro Marzotto. Nella culla dell’operaismo italiano e dell’Istituto Gramsci, la lotta di classe si è conclusa a sorpresa con l’abbandono dei contendenti e la vittoria di risulta di una borghesia minima di bottegai, priva di qualsiasi visione generale.
Il Doge mi riceve nel palazzo di Rialto, bello e scomodo. L’agenda è la rappresentazione della sua solitudine. Fitta d’incontri con micro corporazioni, segnati a mano, nemmeno una segretaria. Da anni mi domando chi glielo faccia fare a uno ricco di talenti e di fidanzate, famoso e stimato in Italia e nel mondo («sarebbe l’ideale ministro della Cultura» dice sempre D’Alema, che non l’ha mai proposto), di svegliarsi alle sette e cominciare la giornata dall’incontro con la delegazione degli ambulanti. E’ una forma di suicidio nichilista, una cupio dissolvi mitteleuropea all’Aschenbach, alla Franz Tunda? Lui stesso non sa darsi risposte sensate. «Sono qui per cinque minuti di bile: contro il centrosinistra che non voleva neppure fare le primarie». Le primarie le ha inventate la Repubblica veneziana, mille anni fa. Il sindaco sospira, poi prende il pacco delle carte e mi spiega per l’ennesima volta perché il Mose è tecnicamente sbagliato. Il professore non resiste mai alla tentazione, come scrive Gian Antonio Stella, di spiegare «l’idraulica agli idraulici, il papato al Papa» eccetera.
Le tesi pro e contro il Mose hanno il vantaggio di non essere dimostrabili: l’ideale per alimentare un dibattito infinito. Dipende dall’effetto serra, dai mutamenti climatici, dallo scioglimento dei ghiacciai, tutte faccende intorno alle quali la comunità scientifica internazionale si accapiglia da anni con esiti da disputa teologica. Fino al mese scorso gli organismi mondiali prevedevano un innalzamento del livello del mare, nel secolo, in una forbice «fra nove centimetri e un metro», che non significa nulla. Nove sono quasi un’inezia e un metro equivale a mezzo miliardo di morti. Di recente le sibille scientifiche hanno ridotto la previsione fra quindici e sessanta centrimetri. «Ma con quindici» spiega il sindaco «il Mose è uno spreco perché l’inondazione diventa un caso rarissimo. Con sessanta invece diventa inutile e occorre una diga ferma, come in Olanda. Nell’un caso e nell’altro, stiamo buttando a mare quattro o cinque miliardi di euro, quando me ne basterebbe uno per risistemare la città e aiutare i veneziani a resistere. Altrimenti quando il Mose sarà finito servirà, ammesso che serva, a proteggere una città fantasmi». Cacciari era ottimista, poi pessimista (ma sempre contro il Mose) e per maggio ha organizzato un convegno sull’apocalisse climatica con Al Gore. Il direttore del Consorzio, l’ingegner Giovanni Mazzacurati, un galantuomo che da trent’anni si dedica al progetto, allarga le braccia: «E’ soprendente, tanto più da un filosofo. La morte di un uomo, in questo caso di una città, è sempre un evento raro, anzi unico. E che cos’è questo rifiuto della tecnologia in un popolo che nel Seicento deviava il delta del Po per difendere il porto?». Chiunque abbia ragione, ormai il Mose si farà. All’ultimo vertice romano il ministro Antonio Di Pietro, ascoltate le dotte arringhe di Cacciari e Mazzacurati, ha tagliato il nodo: «Ho capito soltanto una cosa, che se il mese prossimo arrivano due metri d’acqua io finisco sotto processo e non so neppure spiegarmi con l’avvocato». Il governo ha approvato la ripresa dei lavori.
E’ la prima sconfitta del Doge da vent’anni. Dalla battaglia vinta per impedire l’Expo 2000 di De Michelis, non s’era mai mossa foglia a Venezia che Cacciari non volesse, neppure quando non era sindaco. Ora sono in molti a pensare che Cacciari finirà per dimettersi. Mezza città trema all’idea, per loro il Doge è l’ultima barriera contro la metamorfosi di Venezia in una Dineyland del Quattrocento, con l’unica differenza che qui è l’autentico a sforzarsi di sembrare finto. L’altra metà trama e si prepara a brindare all’abdicazione con lo champagne all’Harry’s Bar. Il solo a venire allo scoperto è il solito Gianni De Michelis, che da sempre considera Cacciari «il cancro cittadino, un affabulatore ostaggio di venditori di cianfrusaglie e centri sociali». Ma dietro s’intuisce un grumo di poteri, pronto ad allearsi con il governatore Galan e i capitali foresti per mettere le mani sui palazzi decaduti, sul vuoto splendore dell’Arsenale e ancor più sulle gigantesche aree edificabili di Marghera e gli snodi strategici di Mestre, la futura «piattaforma del Nord Est». .
Quest’altra Venezia «del fare» e dell’affare ama opporre alla presunta ignavia del Doge l’attivismo padano del Patriarca. Il cardinal Angelo Scola, di Lecco, favorito per la successione di Ruini al vertice della Cei, a lungo motore con don Giussani della macchina da guerra di Comunione e Liberazione, è il classico parroco-imprenditore lombardo, ma moltiplicato per cento. Intelligenza acuta e pragmatismo: non per caso si è laureato con una tesi su San Tommaso. Non sarà avvincente come Cacciari nel disquisire del mistero dell’Immacolata Concezione, ma in compenso è più abile nel mettere d’accordo i potentati economici. Mentre Comune e Regione litigano da anni sul restauro di Punta Dogana, che il sindaco vorrebbe affidare a Palazzo Grassi-Pinault e Galan a Guggenheim, col risultato di un incredibile stallo, proprio lì dietro il Patriarca ha sta recuperando con le donazioni il magnifico collegio marciano. Ha trasformato la malandata Curia di San Marco in un gioiello, dove peraltro sta pochissimo, sempre in giro a Mestre e Marghera, oppure per il mondo. L’ultima volta all’Onu di New York per presentare la sua raffinata creatura, l’Oasis, prima rivista cattolica con versione a fronte in arabo. «E’ tradizione del Patriarcato» spiega «dialogare con tutte le religioni, Venezia è stata un crocevia di ebrei, ortodossi, protestanti». E’ tradizione del Patriarcato, aggiungo, esprimere futuri papi. Nel secolo scorso ben tre, Pio X, Giovanni XXIII e Giovanni Paolo I. Per dire il personaggio, un giorno che stranamente era in Curia, s’è affacciato sulla piazza e «gli è parso» che il campanile di San Marco oscillasse. Ha chiamato subito gli ingegneri e aveva ragione. «El paron de casa» rischiava il crollo come nel 1902. I preti della diocesi non ne possono più di vederselo piombare a sorpresa in canonica. «I miei parroci mi ripetono: guardi che in laguna arriva lo scirocco, prima o poi si adatterà anche lei».
Nei palazzi si combatte la guerra dei poteri e nelle calli ogni giorno va in scena la guerriglia fra residenti e turisti. L’arte veneziana nel vendicarsi del foresto raggiunge vari gradi di crudeltà, dagli spaghetti «alle vongole fresche» scongelati più volte, al vino con retrogusto di piscio, alla tortura dei bed and breakfast selvaggi, spuntati come funghi, che ogni mattina sfornano famigliole di coreani e tedeschi devastati dall’umidità. Anni fa un buontempone stampò cartoline con la luna, la gondola, un campanile, un’isola e la scritta multilingue: «Manchi solo tu». La cartolina andava a ruba e i veneziani ridevano: l’isola era San Michele, il cimitero. Se si va spesso a Venezia è bene imparare qualche frase in lingua. Schiude vasti orizzonti letterari, da Goldoni a Zanzotto, e permette di ottenere sconti del cinquanta per cento sui taxi. Per non sembrare turisti è fondamentale assumere il passo svelto dei cittadini. Non procura sconti ma permette di uscire rapidamente dal flusso e perdersi nei sestieri deserti e stupendi di Castello o Cannareggio, respirare l’odore dei panni stessi e la vera Venezia. L’unica accortezza è non cercare mai una scorciatoia: finiscono quasi sempre in un cortile. Anche questa è una metafora, sostiene lo scrittore Daniele Del Giudice: «A Venezia la via breve non porta da nessuna parte». La storia di Del Giudice è quella di tanti veneziani. «Abitavo dietro San Marco, la mattina dovevo scansare torme di turisti ma riuscivo ancora a comprare il giornale, le sigarette, il pane e sedermi per un caffè. In tre mesi ha chiuso il panettiere, l’edicola, il bar e la tabaccheria, tutto per far posto a quelle maledette mascherine fatte a Taiwan e a un fast food. Niente pane, giornale, caffè e sigarette: la fine di una civiltà. Mi sono trasferito a Santa Maria Formosa, ma la ristrutturazione mi costa un occhio della testa e il palazzo più bello del campo sta diventando un albergo».
L’unica soluzione è prendere l’autobus coi ragazzi veneziani e sbarcare a Mestre, dove passa la vita e si gioca il futuro. «Venezia è soltanto la vetrina, il negozio sta a Mestre e Marghera» mi dice Gianfranco Bettin, storico leader della battaglia contro il petrolchimico. E Cacciari: «E’ stato a Mestre? Abbiamo fatto il più grande bosco urbano d’Europa. Fra Mestre e Marghera convivono il più grande parco tecnologico d’Italia, il Vega, il secondo porto e il terzo aeroporto, dopo Malpensa e Fiumicino, un enorme bacino autostradale e ferroviario, un grande polo universitario e presto l’istitututo europeo di design. Quale altra città di trecentomila abitanti al mondo ha altrettanto? Se questa è la morte di Venezia…». Perfino il governatore Galan stavolta è d’accordo: «A Mestre deve sorgere la grande piattaforma del Nord Est».
In terrafermo trovo tutto quello che mi dicono e qualcosa in più, la straordinaria bellezza del paesaggio industriale di Marghera. Bella, deserta e letale, perché in attesa delle bonifiche qui circola ancora lo spettro di una morte non metaforica ma quotidiana, la morte chimica per cancro. Una volta ripulita dall’eredità Montedison, la terraferma potrebbe essere davvero la «grande piattaforma» di un Nord Est strozzato e in crisi, in cerca di sbocchi a Oriente e soprattutto senza più uno spillo dove costruire lungo tutta la nebulosa di capannoni che va da Brescia a Pordenone. E’ il sogno di Cacciari. Ma perché si realizzi bisogna aggirare un piccolo ostacolo, la Storia. La storia dei rapporti fra Venezia e l’entroterra, anzitutto, il disprezzo dei primi, il rancore dei secondi. L’ho capito un giorno intervistando Giorgio Panto, l’industriale proto leghista di Meolo che alle ultime elezioni ha fatto vincere Prodi per fare un dispetto alla Liga. Per tutto il tempo aveva sparlato dei veneziani, «più assistiti dei romani» e delle «storie di sfiga» legate alla città. Poi era arrivata la telefonata di un cliente inglese e lui: «Sure, I’m near Venice!». E’ morto l’anno scorso, mentre sorvalava la laguna in elicottero, di fronte a Venezia. «Gli imprenditori nordestini all’estero dicono "near Venice" anche se stanno a Verona o Belluno» dice il sociologo Aldo Bonomi, presidente della Fondazione Venezia «ma al dunque si tengono alla larga. Mestre è l’unico posto della regione dove si può pensare in grande, aprire la porta alla globalizzazione. Ma ci vorrebbe una neo borghesia colta che non c’è. E dove sono i grandi immobiliaristi, le grandi banche, i capitali stranieri? Rimangono a Milano, al massimo arrivano qui per il week end con i clienti». Zunino va al Bauer, Profumo al Gritti. Bazoli viene più spesso perché è presidente della fondazione Cini, ma il Leone che gli interessa non è quello di San Marco. «Quanto alla grande politica, c’è solo Cacciari, disperatamente solo», conclude Bonomi. Il suo maestro e predecessore, Giuseppe De Rita, che a Venezia ha dedicato vent’anni di lavoro, è ancora più pessimista: «E’ vero, le potenzialità di Mestre sono enormi ma temo che resteranno tali. Perchè Mestre non ha storia. Lo sviluppo e l’economia dei distretti in Italia si fanno dove c’è storia, Biella e Andria, Prato e le Marche. Sulla tabula rasa non cresce nulla e la storia di Marghera in questo è esemplare».
La Venezia del futuro è insomma ancora un luogo della mente, come del resto quella del presente, sospesa fra cielo e mare, città-palafitta poggiata su «una foresta sepolta» come scriveva Braudel, mutevole d’umore, certi giorni di nebbia malinconica come un vampiro, nei giorni di sole splendente come una regina, sempre fragilissima. Il Mose la difenderà dalle maree, ma prima dell’ondata di cento milioni di turisti cinesi bisognerà farsi venire qualche idea.
L'immagine è una fotografia di Jim McNitt
«Un progetto devastante per l’ambiente. Che ha costi economici e ambientali altissimi, e contraddice il principio Ue di precauzione. Il 27 febbraio ci sarà la riunione della commissione a Bruxelles, e la questione Mose dovrà essere discussa con il governo italiano». Non usa mezzi termini David Hammerstein, europarlamentare spagnolo della commissione Petizioni. Ieri era in visita a Venezia, dove ha compiuto un sopralluogo ai cantieri del Mose con i colleghi Willy Meyer, Sepp Kusstatscher e Roberto Musacchio. Nel pomeriggio gli incontri con Comune e Provincia.
La commissione petizioni ha dichiarato «meritevole» la richiesta presentata dai comitati con 12.500 firme di cittadini per esaminare le presunte illegittimità del progetto Mose. La riunione è stata fissata per il 26 febbraio. E ieri i quattro europarlamentari sono venuti in avanscoperta per rendersi conto della situazione e preparare la relazione alla commissione.
Si parte alle 10.30 dalla Riva della Pietà, a bordo di un GranTurismo noleggiato dai gruppi dei Verdi e Rifondazione. Ci sono i quattro parlamentari europei, il deputato di Rc Paolo Cacciari, Stefano gasparetto, Stefano Boato, Lorenzo Bonometto in rappresentanza del gruppo di esperti del Comune, giornalisti e tv. La nebbia è fittissima, e alla bocca di Lido non si vede quasi nulla. «Il Consorzio controlla anche le previsioni del tempo», scherza qualcuno. «C’è davvero molta nebbia intorno a questo progetto», scandisce Hammerstein, «nebbia fisica e ambientale». Sepp Kusstascher, altoatesino eletto nelle liste Verdi, guarda con interesse documenti e foto del dossier «No Mose», scruta per vedere i confini dell’isola artificiale del bacàn: «Ma davvero qui è lo stesso soggetto che ha compiuto gli studi, i progetti, i lavori e anche i controlli su questa grande opera?». Willy Meyer, della commissione petizioni, guarda stupito la motovedetta della vigilanza privata che invita a stare lontano dai cantieri. «Non si può guardare?». E annuncia: «Bisogna fare chiarezza su molti punti di questa opera, la più importante del genere in Europa. Verificare se sono state rispettate le direttive comunitarie e l’ambiente. Credo che l’intera commissione dovrà venire qui al più presto». Roberto Musacchio, europarlamentare della Sinistra europea noto per la sua battaglia in favore dell’energia «pulita», ricorda che l’Italia ha il record di infrazioni sui temi ambientali. «Ben 76 sono le procedure aperte dall’Europa nei confronti del nostro paese. E quasi sempre riguardano esposti fatti dai comitati».
Ai quattro eurodeputati viene consegnato un dossier del ministero per l’Ambiente sulle ripetute violazioni delle procedure del Mose. «Chiederò al commissario Stavros Dimas di rispondere su queste questioni», dice Musacchio. La nebbia non si alza, e i quattro rappresentanti di Bruxelles possono solo immaginare cosa c’è dietro la coltre bianca e i rumori delle benne, ricostruendo lo scenario con il radar di bordo, le carte, le fotografie. «Sono interessati dai lavori due siti protetti dall’Ue», dice Mayer. Anche su questo andrà fatta una verifica». Nel primo pomeriggio la delegazione è stata ricevuta in Provincia, e poi a Ca’ Farsetti dal vicesindaco e assessore alla Legge Speciale Michele Vianello. «Un’opera approvata con il voto contrario del sindaco e del Comune» ha detto Vianello.
In serata i quattro hanno fatto ritorno a Bruxelles. La riunione della commissione Ambiente convocata per il 27 febbraio avrà all’ordine del giorno il progetto Mose. La speranza dei ricorrenti è che dopo il via libera di Prodi sia ora l’Europa a intervenire.
Un testimonial d’eccezione per la grande conferenza internazionale sul clima, la laguna e il Mose prevista a Venezia entro aprile. Il relatore potrebbe essere Al Gore, ex vicepresidente degli Stati Uniti e candidato alla Presidenza Usa battuto da Bush nel 2001. Il sindaco Massimo Cacciari avrebbe intenzione di dare così risonanza mondiale all’evento. E riproporre la questione della difesa della laguna e l’inadeguatezza del progetto Mose, peraltro in fase avanzata di realizzazione.
Un salto di qualità, anche nelle polemiche infinite sulla validità delle dighe mobili. A Venezia - forse il luogo sarà palazzo Ducale - arriveranno esperti mondiali di climatologìa e di idraulica, di ecologia e scienze ambientali.
«Un fatto è certo», dice Cacciari, «che quel progetto si basa su previsioni dell’aumento del livello dei mari che sono superate. Di questo bisognerà pur tenere conto». Dagli studi del Corila che avevano supportato i progetti del Consorzio Venezia Nuova le previsioni dell’aumento del mare parlavano di 18-20 centimetri per il 2100. Studi più recenti dell’Ipcc e dell’Ue parlano invece di 50 centimetri entro la metà di questo secolo. Significa modificare del tutto la prospettiva, perché il Mose potrebbe essere già vecchio una volta costruito. E non sarebbe pensabile chiudere le dighe una volta ogni due giorni. Si rilancia dunque il dibattito, dopo il «colpo di mano» del Comitatone, che ha approvato il proseguimento dei lavori nonostante il voto contrario del Comune e il parere contrario dei ministeri dell’Ambiente, della Ricerca Scientifica e dei Trasporti. Un voto che aveva fatto andare su tutte le furie il sindaco Cacciari, che aveva insistito perché venissero valutate seriamente proposte di modifica e alternative meno costose e dannose per l’ambiente. «Se ne assumono la responsabilità», aveva protestato il filosofo.
Quel giorno era anche stato approvato un ordine del giorno che impegnava il governo ad avviare controlli «super partes» sui lavori in laguna. Controlli oggi affidati al Corila, lo stesso organismo che ha collaborato con la stesura del progetto.
Ma la svolta non arriva. E sulla laguna decide ancora l’Ufficio di Piano nominato dal governo Berlusconi. Così ieri il sindaco ha preso carta e penna e ha scritto al ministro della Ricerca scientifica Fabio Mussi. Invitandolo a mettere in atto quanto deciso dal Comitatone anche sul fronte del monitoraggio. «C’è bisogno di un organo terzo, super partes», dice Cacciari, «per poter monitorare i lavori e il loro effetto sull’ambiente lagunare». Scavi e infissioni di palancole che hanno in qualche caso già moificato correnti ed equilibrio delle bocche di porto. E tra poco il Consorzio si preparara ad avviare la costruzione dei megacassoni in cemento armato, che saranno costruiti a Santa Maria del Mare e Ca’ Roman. La fase irreversibile dei lavori del Mose che è stata autorizzata dal Comitatone, nonostante i molti dubbi tecnici espressi. Un progetto su cui pendono ancora la procedura di infrazione avviata dall’Europa e su cui sono aperte due inchieste della Procura veneziana, con indagini dei carabinieri del Noe, per aver aperto cantieri in aree protette senza autorizzazioni.
Sempre più negozi per il turista: souvenir, oggettistica, vetri di Murano, maschere. Sempre meno attività per i residenti: alimentari, panifici, latterie. Sempre più supermercati e discount. Sempre meno esercizi di vicinato, al dettaglio, sottocasa. E’ questa ormai la dinamica che caratterizza il commercio del centro storico, che nel corso degli anni ha visto cambiare radicalmente la tipologia della propria offerta. Così, anche se nel 2006 ci sono circa 400 attività in più rispetto al 1990, come dimostrano i dati dell’ufficio commercio fisso di Venezia, la realtà è molto più complessa di quanto appaia.
L’esperto. «Il turn over è alto - spiega a tal proposito Piergiovanni Brunetta, presidente di Confesercenti -. E, da questa parti, non è facile vedere serrande abbassate o spazi sfitti. Ma il negozio, ormai, si sta specializzando solo per il turista. Mentre i residenti, soprattutto delle periferie, non hanno più l’alimentari sottocasa». Ecco allora che i veneziani più giovani, fanno la spesa in terraferma. Mentre quelli più anziani si concentrano sui supermercati come la Coop e il Billa. Tutto a svantaggio, come detto, della classica bottega a completo servizio del residente.
Sempre più botteghe. In centro storico, comunque, il numero delle attività, negli ultimi anni, è aumentato in modo costante. Nel 1990, infatti, in tutta Venezia città c’erano 3.127 negozi, contro i 3.539 di adesso. L’aumento dunque c’è stato, ma ha riguardato in particolare le zone centrali. Nelle periferie, invece, come conferma Brunetta, «ci sono realtà senza più negozi. A dimostrazione che il centro storico si sta ormai dedicando solo al turista. E dove il turista non c’è, il commercio muore».
Il boom di San Marco. A San Marco sono addirittura duecento i nuovi negozi sorti dal 1990 ad oggi. «Questa è una zona dove si trovano anche molti residenti - ricorda ancora il presidente della Confesercenti - Ma, lo stesso, il negozio di vicinato è in pratica morto. Soppiantato dai numerosi supermercati che hanno aperto nel corso degli anni. Cinque, sei nuovi punti di riferimento per il cittadino. Che, però, ha in questo modo abbandonato l’esercente sotto casa. Ma questa, comunque, si rivela un’area abbastanza viva a livello commerciale».
San Vio senza scampo. Anche qui il numero di negozi, con il tempo è aumentato. Passando dalle 787 attività del 1990 alle 905 del 2006. Ma anche in questo caso, l’offerta merceologica sta cambiando e gli esercizi sono sempre più a servizio del turista. «Qui ci troviamo anche abbastanza vicini a piazzale Roma - ricorda Piergiovanni Brunetta -. Quindi per qualcuno è più comodo andare a fare le spese addirittura a Mestre. Dunque, è difficile far sopravvivere il negozio di vicinato. In più, alle Zattere c’è il Billa. Che viene preso d’assalto dai veneziani che abitano da queste parti». In ogni caso, ci sono zone, come San Vio dove ormai non c’è più nessuna attività.
Il trend al Lido. Il trend coinvolge anche il Lido. Che dal 1990 ad oggi perde anche 35 esercizi. «Anche qui ormai la gente fa la spesa al Billa - spiega Brunetta -. Poi ci sono i mercatini settimanali. Ma pure da queste parti l’alimentari sotto casa è sparito. A dimostrazione che questa tipologia di offerta sta cedendo il passo un po’ ovunque».
Così nelle isole. A Pellestrina si mantengono vive le attività tradizionali, poco più di una quarantina. Mentre sia Burano che Murano, hanno cominciato ad organizzarsi. Non stupisce allora che nel 2006 ci si ritrovi proprio a Murano con una settantina di negozi in più rispetto al 1990. Anche se si tratta quasi esclusivamente di negozi che vendono vetro. Pure Burano è passata da 64 attività alle attuali 98.
Residenti abbandonati. A questo punto, sembra chiara una cosa: il commercio del centro storico sta perdendo pezzi. Quei servizi, insomma, che sono riservati ai residenti. «La situazione non è per niente rosea - commenta Piergiovanni Brunetta -. E allora, quando ci si trova ad affrontare questo problema, non ci si può basare solo su dichiarazione demagogiche, come quelle dell’assessore Salvadori che dice: no, non devono chiudere gli alimentari e le latterie. Qui, se non ci si vuole trovare con un centro storico tutto dedicato al turista, bisogna giocarsela con gli incentivi».
Postilla
Nel corso degli anni Ottanta il fenomeno era già stato analizzato e denunciato, e si era tentato di contrastarlo con alcune politiche mirate: la politica dell’edilizia sociale, per consolidare la residenza dei veneziani; la politica urbanistica, per consentire un penetrante controllo pubblico dei cambiamenti di utilizzazione dei negozi e delle case; la politica patrimoniale, per dare nuovi strumenti all’intervento comunale nel mercato immobiliare. Negli anni Novanta, con le giunte Cacciari-Costa e il prevalere delle tendenze liberiste (via i lacci e i laccioli che ingessano Venezia) ci si è arresi alle tendenze mercantili che adesso stanno trionfando, tra lamentazioni sempre più profonde.
Con gli interventi pubblicati ieri si chiude, per quanto mi riguarda, la discussione aperta da un mio articolo su Venezia. Essa ha ribadito la divergenza fra le tesi, sostenute dal Consorzio Venezia Nuova e una serie di esperti, sulle paratie mobili alle bocche di porto (Mose), da poco approvate dal Ministero dei Trasporti, e quelle di chi vi è contrario, segnatamente la Assemblea NoMose, Rifondazione comunista, i Verdi, l'attuale amministrazione comunale. I materiali sono facilmente accessibili sui relativi siti.
Devo aggiungere che nessun mio articolo ha suscitato una così acerba contrarietà da parte di vecchi amici e compagni. Gira oggi per Venezia un foglio dell'Assemblea NoMose, o di chi per essa, che accusa coloro che non si oppongono al Mose, inclusa la sottoscritta, di essere pagati dal Consorzio. Sull'emotività di certo ambientalismo, sul quale si attesta a mo' di ultima spiaggia una parte della sinistra anticapitalista, converrà riflettere.
Avevo sollevato tre questioni che paiono connesse, prima fra tutte la precarietà di Venezia come insediamento cittadino, soggetto storico di lunga durata, forte di una idea di sé, un progetto dotato di una politica che lo persegue. Oggi Venezia ha un terzo degli abitanti che aveva quando vi vivevo. Nel dopoguerra erano 178.000, nel 1960 ancora 165.000, ne restano ora meno di 62.000, e di età media avanzata. Sui quali incombe un turismo che l'anno scorso ha contato 18 milioni di presenze: più di trecento volte tanto. Il complesso urbano più singolare e prezioso del mondo è diventato un gigantesco alloggio secondario, fatto di grandi alberghi e ristoranti di proprietà multinazionali e di affittacamere e trattorie minori, tutti esosi per chi vi mette piede o per gli studenti che vi devono soggiornare, mentre il nucleo residenziale si restringe come una lana mal lavata. Alcuni propongono di tassare i non residenti con un biglietto di ingresso - ma che altro è il già proibitivo prezzo dei trasporti? - specie le masse dei poveri, che passano «mordi e fuggi», non spendono e lasciano mucchi di rifiuti, mentre i ricchi lasciano quattrini.
Ma è l'inverso che va fatto: va rafforzato il nucleo residente. Rispetto a un insediamento stabile sempre più asfittico, ogni turismo diventa concrezione parassitaria. E' la città Venezia che va rivitalizzata, non il turismo che va impedito. Oggi, assieme alla fuga degli abitanti, è scomparso il tessuto riproduttivo di un agglomerato urbano normale. Ridotti i suoi negozi e i commerci e le relazioni stabili, è un'avventura cercare un negozio di frutta o una lavanderia. Venezia sta morendo. Auguravo lunga vita alle garzette, ma fra un paio di generazioni sarà più raro trovare un veneziano verace di quell'elegante uccello. Se non è questa la tragedia di un ecosistema, non so di che stiamo parlando.
Su questo punto nessuno ha risposto, salvo l'osservazione di Cesco Chinello sul tentativo, tardivo e fuori contesto, intrapreso dal fascismo degli anni Venti e Trenta (Volpi) di innestare malamente su Venezia il grande polo industriale di Porto Marghera.
Dico malamente perché basta guardare una mappa per rendersi conto di come esso agguanti per la coda, simile a una gigantesca chiave inglese, quel prodigioso pesciolino di pietre e mattoni che sorge dalla laguna. Mezzo secolo e già declinava, oggi è in gran parte spento, salvo una cantieristica più o meno appaltata a migranti. Anche noi difendemmo Porto Marghera per la sua gloriosa classe operaia, Cesco vi ha messo la vita e ha documentato come nessuno il sorgere, prendere coscienza e sparire della manodopera di fabbriche che sarebbero andate via via chiudendo quando anche non spandevano veleni o falciavano vite come il Petrolchimico. E' stato un processo parallelo al desertificarsi della città, che a sua volta non è dovuto solo alla devastante marea del 1966.
La domanda è che cosa doveva e poteva diventare l'ex repubblica marinara quando il suo ruolo veniva a fine, e dopo la parentesi militare dell'impero austroungarico, e infine con l'unità nazionale. La risposta doveva essere la premessa a qualsiasi intervento di «conservazione» della laguna e del suo comprensorio. Ma essa è mancata, sia sul piano nazionale sia su quello locale. Mi piacerebbe essere smentita.
A un futuro fordista dell'ex repubblica veneta hanno creduto ancora i diversi piani, statali e locali, seguiti al disastro del 1966, rimasti e perlopiù non realizzati, salvo l'intervento sul canale dei petroli (che a quel fragile tessuto urbano ed acquatico dovesse fare capo un polo petrolifero è stata una follia, col rischio, verificatosi ma sottaciuto alcuni anni fa, che una fuga da una tubatura coprisse di quel liquido malefico le pavimentazioni della città, a cominciare dalla basilica). E' questo vuoto che si sta precipitosamente pagando da meno di mezzo secolo a questa parte.
Davvero non c'era altra sorte per Venezia che diventare un polo produttivo fordista o un albergo diffuso? Era stato detto che no, che sarebbe cresciuta come un centro di ricerca. Ma dove sta in Italia, a fronte di un capitalismo avido quanto miope, una ricerca incentivata dallo stato e dagli enti locali? Venezia è come Napoli, via la fabbrica c'è il deserto. A Napoli tutto infiltrato da traffici camorristici, a Venezia lasciato a turisti, cioè gente di passaggio.
Penso solo a proposte che conoscevo: chiuso l'ospedale psichiatrico di San Servolo, che conservava le prime cartelle cliniche d'Europa, l'isola non doveva diventare, auspice Hrayr Terzian, l'Archivio internazionale della follia? Invece è stata in gran parte ceduta. Non dovevano essere centro di ricerca e incontri scientifici i Mulini Stucky dal curioso profilo nordico? E invece, opportunamente mandati in fiamme, diventeranno un albergo a cinque stelle. Tutto si perde per strada: la Marciana, ormai soffocata, non doveva andare ai Magazzini del Sale? La Fenice, che non è fra i più bei teatri d'Italia, andava rifatta tale e quale? Mah.
Intanto, scomparsi negozi e commerci che servono la normale riproduzione dell'esistenza, le librerie e i cinema, dilagano botteguzze di finte maschere, merletti e vetri fatti a Hong Kong dedicati ai turisti poveri e di bocca buona, mentre calle Larga San Marco è stata sconciata dalle grandi marche e uno stupidissimo emporio Ferrari occhieggia agli sciecchi subito dietro la Torre dell'orologio.
In verità, si parla tanto di produzione immateriale, ma una sua alta specie non ha trovato in Venezia il suo luogo d'elezione. Eppure quell'enorme complesso di storia, arte, architettura, scienza nautica, prima mondializzazione del commercio, ne sarebbe il luogo ideale. Un'attività di studio, elaborazione, produzione di sapere ne farebbe uno degli insediamenti più attraenti e invidiati del mondo.
A me pare che anche le misure di difesa delle e dalle acque restino accessorie a questa premessa. Invece sono, sotto la specie del Mose, il solo punto che eccita gli spiriti. Eppure è persuasiva l'argomentazione sviluppata dall'ingegner Andrea Rinaldo al convegno tenuto lo scorso novembre dall'Istituto veneto di scienze, lettere ed arti: è in termini non di mera conservazione ma di interazione che va visto il rapporto fra ambiente «naturale» - neppure esso è immobile e in una laguna meno che mai - e l'insediamento umano che vi si colloca. A Venezia non si è trattato di adattare l'uomo all'ambiente, ma viceversa: è stata, direbbe Sloterdjik, una eccezionale «domesticazione» del terreno.
E le scelte sono state sempre in senso proprio «politiche», rispondenti a quel che la città voleva e poteva essere, a quanto era disposta a spendersi e fare. Rendendosi conto, più o meno, che c'era un limite nell'intervento, non semplice da definire neanche sotto il profilo scientifico. Per cui tutto il comprensorio lagunare - Venezia e le sue bellissime appendici, dalla vivente Chioggia alla spenta Torcello alle declinanti Murano e Burano - è il risultato secolare di misure sagge o avventate, di occasioni afferrate o perdute, di intuizioni preveggenti e di (mi scuso) cazzate.
Ma da quando la città si è azzittita come soggetto dotato di un presente e di un futuro per sé, riducendosi a passaggio di folle effimere, e quattrini di incerta destinazione, le scelte di fondo sono mancate e le vicende «naturali» sono incerte e minacciose. Soltanto un'idea forte di sé, e proiettata nel futuro, potrebbe sottostare sul serio a interventi che sennò restano dei frammenti di salvaguardia, ammesso che il termine sia ancora corretto. Ma questa idea forte dove sta? Non sono una competente, ma mi pare che se dopo l'inondazione del 1966 si dovevano affrontare interventi di ampio respiro (conservare o modificare il polo industriale, rispettare le priorità del lavoro ma riqualificandolo, dare sempre più posto alla navigabilità o procedere a una colmatura dei fondali, offrire o no un secondo ingresso in città dall'entroterra) nessuno di questi progetti è stato realizzato: tutto è stato lasciato a una lenta deriva e la gente se ne è fluita via.
Il vorace turismo e il richiamo di esposizioni (in verità sempre più approssimative, Biennale a parte) fungono da schermo alla realtà. Almeno si dicesse che Venezia non può essere che un museo con servizi turistici annessi, una Disneyland per colti.
E' su questo sfondo incerto che giudicherei gli interventi detti di salvaguardia, salvo quelli di vera e propria manutenzione, come la ripulitura dei canali, i rifacimenti e i rialzi di alcune fondamenta (più o meno rispettosi dei materiali originari), il rinsaldamento di alcuni dei murazzi a mare. Ma quelli più ambiziosi si possono misurare soltanto sul voler essere della città: penso alla proposta di spostare sul Lido tutti gli accessi via mare, che implicano la fine non solo di Marghera ma, credo, della Marittima.
La qualità maggiore del Mose mi sembra, paradossalmente, la precisione e il limite dei suoi intenti: proteggere Venezia dai più grandi afflussi delle maree, che il surriscaldamento del clima renderà più incombenti. E il suo minore impatto sullo scambio delle acque - la reversibilità dei flussi essendo nel suo dna. E infine l'essere un'opera di alta tecnologia, con una non enorme ma stabile e qualificata manodopera.
Un vecchio amico, Cristiano Gasparetto, mi rimprovera il danno che ne deriverebbe al profilo di una spiaggia vicina: ahimé, confesso che la priorità di un intelligente manufatto, dotato di funzione e senso, su uno scenario «naturale», non mi spaventa. Sono, mi accusa Pecoraro Scanio, una di vecchia cultura industriale. L'Olanda mi piace moltissimo.
Per ultimo, avanzavo la questione di metodo: chi decide e quando. Dico per ultimo, visto che mi pare di dover rimandare ogni scelta seria al futuro d'un insediamento che oggi è in precipitosa diminuzione. Anche quando un progetto ci fosse, c'è un tempo e ci sono delle regole per decidere.
La messa in atto del Mose non è stata disposta, diversamente da come ho letto in alcune lettere, fuori dai tempi, dalle istanze e dalle regole. Non ha fatto, a quanto pare, l'unanimità. Ma sul punto della correttezza, la verifica del ministro Di Pietro (da me non prediletto come magistrato) fa sicuramente testo. Di più, quando si trattava dell'affidamento delle opere della «salvaguardia» a quel Consorzio Venezia Nuova che oggi è il bersaglio principale dei «NoMose», non mi risulta che le forze politiche, cui i «NoMose» si richiamano, si siano battute risolutamente contro. Risultato, l'opera è messa in atto da alcuni anni, e da qui è giocoforza partire, anche per chi, a differenza di me, la considera negativa.
L'opposizione è il sale della democrazia e va esercitata in tempo utile, se non vuole essere solo fonte di malumori. Confesso di non capire la condotta ondivaga del Comune. Confesso di non vedere finora un'alternativa convincente. Ripeto, salvaguardia di Venezia in senso pieno non ci sarà se non iscritta nelle premesse di cui sopra. Tutto qui. Il resto è tecnica e calcolo dei costi, frammento più o meno discutibile, e in ogni caso fuori della mia portata.
Le valutazioni positive di Rossana Rossanda sul progetto MoSE di Venezia avevano aperto un dibattito molto ampio e ricco, nel quale le critiche sull'intervento del Consorzio Venezia Nuova, che da anni circolano semiclandestine in Laguna, erano state ripresentate da molti. Chi si aspettava che nel concludere il dibattito Rossanda intervenisse nel merito è rimasto deluso. Vuol dire che il dibattito riprenderà presto: tenendo conto che difficoltà di comunicazione con gli interlocutori ci devono essere, se ancora non si è riusciti a far comprendere a persone intelligenti e prive di paraocchi che il progetto MoSE non è mera tecnicità, ma è dannoso, rischioso, costoso per l’ambiente, negativo per l’economia, distorcente per la società. Per non parlare del dispregio della legalità, rispetto al quale Di Pietro non sembra un garante attendibile.
Sul Mose c’è una cartella molto ampia; vi segnalo in particolare un saggio scritto per cercar di spiegare che cos'è la Laguna (pochi lo sanno davvero, fuori), la relazione negativa della Commissione per la Valutazione d'impatto ambientale, e le critiche al Mose espresse nei documenti di Italia Nostra e negli eddytoriali dedicati a questo argomento. Ma per comprendere guardate anche le altre cartelle dedicate a Venezia: Terra, acqua e società, La metropolitana sublagunare, Vivere a Venezia.
Per un Parco della Laguna
Patrizia Torricelli *
L’intervento di Rossana Rossanda ha aperto un dibattito sicuramente utile, dove tuttavia è data poca voce all'ecologia, una scienza centrale per lo studio dei sistemi naturali ai diversi livelli di complessità, dall'individuo all'ecosistema. L'ecologia, del resto, è stata poco e mal considerata anche nella valutazione dei progetti alternativi al Mose. Illuminante è stata la presentazione, cui ho personalmente assistito, del progetto alternativo maggiormente sostenuto dal Comune. Il progetto, come è noto, comporta il restringimento delle bocche di porto con conseguente permanente riduzione degli scambi fra mare e laguna, sino al 20per cento rispetto all'attuale. Ho sentito, con stupore, definire questo «un impatto modesto sull'ambiente», liquidando così sbrigativamente le complesse implicazioni di natura ecologica sull'intero sistema lagunare. «Modesto» è un aggettivo privo di significato nel metodo scientifico in generale e, da un punto di vista ecologico, un impatto «modesto» può anche rappresentare una catastrofe.
Il metabolismo dell'ecosistema lagunare è infatti strettamente regolato dagli scambi mareali. La laguna di fatto «vive» grazie agli scambi idrici con corpi acquatici adiacenti e, a fronte di un intervento alle bocche di porto che prevede una forzata, permanente e consistente riduzione della capacità di scambio mareale, sarebbe doveroso prospettare, con rigore scientifico, gli effetti sul funzionamento dell'ecosistema. E' lecito ipotizzare, ad esempio, il verificarsi di anossie e crisi distrofiche soprattutto (ma non soltanto) nei periodi estivi; è inoltre probabile una minore efficienza delle funzioni di diluizione ed esportazione degli inquinanti; è infine prevedibile, come dimostrano studi recentissimi, una minore dissipazione del carico organico rilasciato nei canali urbani, il cui idrodinamismo è fortemente condizionato dagli scambi mareali. Più in generale, in un sistema vasto e composito come la laguna di Venezia, le aree più interne, spesso ad alto valore naturalistico, sono vulnerabili a variazioni del regime idrologico, che altera il processo di vivificazione su cui si fonda l'equilibrio di queste aree, ove si rinvengono habitat e specie tipiche degli ambienti lagunari, adattati ai cicli di ricambio naturale delle acque.
Il Mose è un sistema che solo temporaneamente interrompe gli scambi fra mare e laguna. E poi il Mose esiste. E' stato costruito circa il 30 per cento dell'intero progetto. Oggi la comunità scientifica degli ecologi, al di là di ogni dibattito tecnico e politico, è su questo che è chiamata ad impegnarsi, tenendo realisticamente conto che le attività dei cantieri alle bocche di porto sono fonte indubbia di danni all'ambiente. Ma non basta genericamente affermarlo. Quei danni bisogna conoscerli, rilevarli e misurarli. Ed è proprio questo che si sta facendo, così come indicato dalle Direttive europee. Solo sulla base di queste conoscenze si potranno infatti pianificare mitigazioni agli impatti dei lavori in corso o adeguate e indispensabili compensazioni ambientali.
Su questi temi sarebbe più che mai importante la collaborazione delle amministrazioni locali, anche perché, al di là dei facili proclami, in realtà rimane scarsa l'effettiva e concreta attenzione ai problemi ambientali. Sento spesso invocare idee nuove per Venezia. Sarebbe davvero innovativo poter offrire al mondo, insieme allo splendore della città, anche la straordinaria natura della sua laguna. Perché ciò avvenga, però, è necessario un grande progetto che sappia integrare la realtà del Mose con l'effettiva conservazione dell'ambiente e la valorizzazione della cultura, delle tradizioni e dell'economia lagunare. L'amministrazione comunale precedente aveva iniziato un percorso per la creazione di un Parco della Laguna. Questo sarebbe il grande progetto, la vera nuova immagine per Venezia, protetta dalle acque alte e al contempo capace di conservare e di fruire del proprio patrimonio naturale, garzetta compresa naturalmente.
(*)Ordinario di Ecologia, Università Ca' Foscari di Venezia
Il Mose è poco sicuro. Venezia non si salva così
Vincenzo Di Tella, Gaetano Sebastiani, Paolo Vielmo
Abbiamo seguito lo scambio di opinioni sul Mose dopo l'articolo di Rossana Rossanda (il manifesto, 28 novembre 2006), e vorremmo portare un nostro contributo esclusivamente tecnico alla discussione.
Siamo un gruppo di professionisti con esperienza internazionale ultratrentennale nel campo dell'ingegneria marina offshore e autori di un progetto alternativo al Mose - che qui non vogliamo trattare - che hanno potuto esaminare a fondo gli aspetti tecnologici del progetto Mose, e di questo vogliamo parlare.
Anche sul vostro giornale si sta ripetendo l'annosa disputa fra favorevoli e contrari intendendo sostanzialmente che chi è favorevole al Mose vuole la salvezza di Venezia, perché la salverebbe dalle acque alte eccezionali, mentre chi si oppone non intende fare nulla e pensa solo all'uso degli stivali (anche nell'articolo di Cesco Chinello del 13 dicembre).
Quelli poi che sono favorevoli al Mose (il professor Andrea Rinaldo dello stesso giorno), considerano questo l'unico progetto possibile per la chiusura totale delle bocche di porto, adducendo la motivazione che questo progetto è stato approvato in tutte le sedi istituzionali e quindi è l'unico progetto degno di essere considerato.
Nei mesi scorsi, la commissione tecnica nominata dal sindaco di Venezia, per valutare i rischi strutturali critici del Mose e le soluzioni alternative proposte, ha messo in evidenza che le cose non stanno proprio in questo modo. Da parte nostra, dato per scontato che se si vuole proteggere Venezia da eventi tipo quello del 1966, non c'è alternativa alla chiusura totale delle bocche, vogliamo portare la discussione sulla tecnologia usata per le opere di sbarramento e sul grado di sviluppo e adeguatezza del progetto Mose a rispettare i requisiti di progetto imposti dalla legge speciale per Venezia.
Contestiamo nel merito la seguente affermazione del professor Rinaldo: «Ai dubbi tecnici sul funzionamento dell'opera in corso di realizzazione (...) hanno risposto gli organi tecnici dello stato, dal Magistrato alle Acque al Consiglio superiore dei lavori pubblici, che hanno centenaria tradizione nel trattare materie controverse e metodologia di amministrazione. Solo il dubbio che a sbagliarsi siano gli oppositori del Mose non viene mai messo in discussione».
Il professore, alle critiche puntuali al Mose fatte dagli esperti del Comune di Venezia risponde, senza entrare nel merito tecnico, contrapponendo il fatto che il progetto è stato approvato e che tutti i timbri sono a posto e tranquillizza Rossana Rossanda dicendo «stia tranquilla, funziona».
Vorremmo che il professor Rinaldo spiegasse se questa sicurezza deriva dal fatto che tutti i timbri sono a posto, oppure se deriva dalle sue competenze professionali specifiche. Ricordiamo che gli aspetti critici strutturali del Mose sono stati recentemente asseverati da tre cattedratici (A. Colamussi, G. Benvenuto, A. Campanile) esperti nelle tecnologie di riferimento del Mose (tecnologie marine) che non sono certo quelle dell’ingegneria delle costruzioni idrauliche che, da quanto dichiarato, rappresenta il campo di competenza del professore. Facciamo presente che il professor A. Colamussi conosce il progetto Mose avendo fatto consulenza per il Consorzio, il professore G. Benvenuto è tra i massimi esperti italiani di progettazione navale e marina, e il professor A. Campanile rappresenta la massima autorità accademica nel campo delle tecnologie navali e marine offshore, essendo l'unico professore ordinario della cattedra di «strutture offshore» in Italia, e che le loro valutazioni rappresentano un parere super partes espresso ai massimi livelli accademici possibili in Italia.
Il comportamento del Comune di Venezia (far valutare le critiche al progetto Mose da cattedratici indipendenti) è un esempio di correttezza e trasparenza che non abbiamo riscontrato nella composizione dei gruppi di lavoro incaricati dalla Presidenza del consiglio per la valutazione delle proposte del Comune di Venezia.
Di particolare rilievo ci è sembrato il comportamento auto-referenziale del Magistrato alle Acque, in quanto il suo gruppo di lavoro che ha emesso la relazione di valutazione dei progetti alternativi è lo stesso che ha approvato il cosiddetto «progetto definitivo» del Mose ed è lo stesso che, come Comitato tecnico di Magistratura, ha approvato la stessa relazione, cercando di dimostrare, a nostro avviso senza riuscirci e lo abbiamo dimostrato, che il Mose è il migliore progetto possibile.
Le risposte dei vari gruppi di lavoro alle critiche tecniche del progetto Mose evidenziate dal Comune, sono risultate tecnicamente inconsistenti e confutate nei fatti dai suddetti cattedratici. In definitiva, dato che qualunque discussione sugli aspetti tecnici critici del Mose è stata accuratamente evitata, la decisione dell'ultimo Comitatone è stata una decisione puramente politica.
Entrando nel merito tecnico della questione il professore, se è convinto e si fa garante della bontà del progetto Mose, dovrebbe spiegare come si possa considerare «definitivo» un progetto che non rispetta i requisiti fondamentali di gradualità, sperimentalità e reversibilità imposti dalla legge speciale; che garanzie fornisce un progetto che non ha definito i principi per il calcolo strutturale delle opere e contiene componenti fondamentali per il funzionamento e la manutenzione ordinaria e straordinaria del sistema, quali i connettori sconnettibili delle paratoie dalle strutture di base che non sono indicati neppure a livello concettuale e di cui non è definibile neppure a livello di principio la loro affidabilità.
Ci sono molti altri argomenti sollevati dalla commissione del Comune di Venezia (un sistema intrinsecamente instabile che si basa esclusivamente sul funzionamento del sistema di controllo di tutte le singole paratoie e sull'impiego di strutture a collasso determinato di cui non si sa nulla, etc.) che potremmo trattare, ma ci limitiamo, per motivi di spazio, a questi elencati per dimostrare come il progetto Mose è ben lungi dall'essere definitivo e presenta problemi fondamentali ancora irrisolti.
Chi si dice favorevole a questo progetto- lo ripetiamo - dovrebbe quantomeno spiegare come il Mose possa rispettare i requisiti prima accennati e soprattutto come se ne fa la manutenzione.
Ci si consenta un'ultima considerazione. Il professor Rinaldo, riprendendo un concetto espresso da Rossana Rossanda e da noi condiviso, insiste nel ribadire che la laguna è un ambiente artificiale su cui si sono fatti in passato numerosi interventi e che su di essa si deve continuare ad intervenire «per salvarla dalla sparizione e per adattarla ad ambiente vivibile e vitale secondo esigenze di sviluppo economico e sociale della città».
Noi pensiamo che ciò è tanto più vero oggi, a fronte di attesi cambiamenti climatici e possibile crescita del livello medio del mare, molto più rapidi che in passato. Siccome però su questi aspetti c'è tanta incertezza del mondo scientifico, oggi è assolutamente impossibile prevederne l'impatto ambientale e socioeconomico.
Pertanto non comprendiamo perché si insiste nel voler realizzare un sistema come il Mose, irreversibile ed immodificabile, che congela lo status quo per cento anni e che, in caso di necessità di una modifica della configurazione idraulica delle bocche di porto che potrebbe emergere nei prossimi anni, non lascia che una alternativa: seppellire per l'eternità il Mose in fondo al mare e con esso 4,3 miliardi di euro dei contribuenti italiani.
Entro il 2070 il livello dei mari aumenterà di 70 centimetri. Sono dati allarmanti quelli che provengono dalla commissione europea per l’Ambiente. Che riaccendono il dibattito sull’utilità del Mose e sull’eccesivo numero di chiusure delle bocche che penalizzerebbero la laguna e l’attività economica del porto. ««E’ quello che diciamo invano da tempo», scuote la testa il sindaco Massimo Cacciari, «il progetto Mose si basa su una previsione che non è per nulla precauzionale».
In sostanza, i presupposti su cui è fondato il progetto di dighe mobili - approvato dal governo Berlusconi nel 2003 e confermato da Prodi a fine novembre, nonostante il voto contrario del Comune - verrebbero ora rimessi in discussione. Gli studi del Corila, il Consorzio Ricerca laguna a cui il Magistrato alle Acque ha affidato anche il monitoraggio dei cantieri del Mose, aveva fatto una previsione di aumento del livello del mare per il 2100 di 17-20 centimetri. «Valori sottostimati», dice Cacciari, «e su questo punto ci sono valutazioni assolutamente diverse tra il governo e la Regione da una parte e il Comune dal’altra». Insomma («Senza polemiche per carità, ma i fatti sono fatti») il sindaco riapre il dibattito sulla questione Mose. «Stiamo organizzando una grande conferenza internazionale», annuncia, «che si terrà a Sant’Elena, con esperti di tutto il mondo per mettere a confronto le ipotesi scientifiche e far sentire le nostre ragioni». Settanta centimetri di aumento del livello del mare significano in pratica acqua alta tutti i giorni. Chiaro che la strategia della salvaguardia dovrebbe a quel punto essere totalmente rivista. Così come il progetto Mose, pensato per essere sollevato poche volte l’anno. Che tra 50 anni potrebbe essere già vecchio. Nel corso del 2006, secondo i dati diffusi dall’Ufficio maree del Comune, una sola volta l’acqua alta ha superato i 110 centimetri, tre volte i 100. «Il Mose costato 4 miliardi e mezzo di euro sarebbe stato utilizzato solo per un’ora e 20 in un anno», dice il verde Gianfranco Bettin, «forse val la pena di ripensarci».
Ma adesso i dubbi non vengono dagli ambientalisti, ma dalla commissione europea. Che sulla scia dell’Ipcc ha radicalmente modificato le previsioni del Corila. «Abbiamo avuto uno scambio di lettere con il Corila», rivela Cacciari, «e le posizioni sono molto lontane». Un punto importante, perché tra breve il ministro per la Ricerca scientifica Fabio Mussi dovrà dare seguito operativo all’ordine del giorno approvato dal Comitatone sui controlli super partes. «E’ evidente», dice Cacciari, «che non potranno farli quelli che lo hanno fatto finora. Attendiamo con fiducia. E speriamo non si vada a un’altra rottura con il governo, con un nostro voto contrario al prossimo Comitatone. Sarebbe molto grave». (a.v.)